I due uomini gettarono ciascuno una esclamazione.

Quella dell'artista dinotava un imparadisamento, una gioia fina, alta,

estetica di tutto il suo essere: quella del Weill-Myot, un'ammirazione

feroce e che si era espressa come un ruggito; era lo svegliarsi di

tutti gl'istinti più brutali, che avviliscono l'uomo.

La bellezza luminosa, chè tale pareva, della principessa, sembrava

irradiasse la stanza.

Il pittore non batteva palpebra: gettava linee: intrideva colori.

Volle, a un certo istante, inginocchiarsele innanzi.

--È la prima volta ch'io vedo, e che adoro la vera bellezza umana....

Comprendo ora meglio gli antichi e i loro capolavori.... La bellezza

armonica, perfetta, dovea essere, in un tempo, men rara!--Ritraeva con

foga tutti i contorni robusti, e insieme fini, di quel corpo fiorente,

in su la tela. Lo meravigliavano certe proporzioni. Il seno così

ricolmo, così vigoroso, così in avanti, avrebbe deformato, reso

volgare un altro corpo.

Stava benissimo in quel corpo sì maestoso, sì scultorio, di linee sì

forti e pur sì schiette, I due be' dischi d'avorio si ergeano con tal

forza lor propria e tal ardimento, a così dire, di natura, che il

pittore non avrebbe mai osato adeguar tali linee, prima di aver l'idea

d'un corpo sì ammirevole. Lo stupiva la sovrana bellezza della gamba,

pur sì massiccia tra il fianco e il ginocchio, come si vede in certe

grandi statue antiche, persino sotto i panneggiamenti. Era un delirio

di bellezza, secondo la frase, che tra sè formava il pittore. Le linee

convergevano sì armoniche, il colorito della pelle, tra roseo e bianco

era sì vivo, sì venuste le fossette qua e là, sì azzurre le vene, tra

la carne copiosa, polita come l'agata, d'un biancore marmoreo. Ella

gioiva della follìa d'ammirazione a cui vedea in preda que' due

uomini, in ispecie l'artista: nè l'uno, nè l'altro, benchè ricercatori

della bellezza, aveano mai visto modello che, pur da lontano,

l'agguagliasse. Si compiaceva, provocante, lasciva, in un'ebbrezza che

ormai l'avvicinava al delirio, di quell'atto, come una sfida a'

pregiudizii, come di una tortura inflitta a que' due uomini,

spasimanti, ma che non osavano, per rispetto umano, e per quella

specie di terrore che ispira la grande, assoluta bellezza,

avvicinarsele.

La assoluta bellezza assomiglia a un prodigio, e, come ogni prodigio,

ha una subita virtù di gettare nell'animo ammirato un certo terrore;

sentimento che soltanto alcuni fortunati hanno provato: che è

profondo, ma non è naturale, durevole.

Il pittore lavorava, lavorava, già avea fissato su la tela tutte le

linee principali. Avea qua e là colorito con la prestezza di un uomo

di gusto, avvalorato da una foga impetuosa, irresistibile.

Si alzò, a un tratto, come di scatto: ma sembrava pensoso, assorto,

fuori di sè. Toccò con ambedue le mani la principessa, affinchè ella

mutasse di un poco il suo atteggiarsi. Essa sentì che le mani di lui

erano fredde come il ghiaccio. Egli era atterrito da quella superba,

smagliante, potentissima bellezza; si sentiva in estasi, come se si

fosse trovato di repente fra gli astanti d'un improvviso prodigio

naturale. Volle veder il dorso nella robustezza, nella risentita

fierezza delle linee; a spiegarci, in una certa solida ampiezza, nella

gagliardezza e soavità delle seduzioni, sopravanzava le più stupende

fra le statue antiche. Alla fine si vide un quadro; un quadro mezzo

abbozzato, ma che avea già un'impronta di nuovo, di originale; un

quadro, che già, a guardarlo, facea pensare e palpitare.

Più in là altri segni, altre forme; gli _appunti_ di un pittore; e

tutti presi su la venustà di Enrica, in altro senso. Ma il primo

quadro, con pochi tocchi, e pochi segni di colore, avea già del

meraviglioso.

--Come intitolerete questo quadro?--domandò la principessa.

Il pittore esitò un poco: egli già avea nella mente il suo quadro

compiuto; già lo scorgeva in tutti i suoi effetti e si esaltava;

quello dovea essere il capolavoro de' suoi capolavori. Lo avrebbe

mandato al prossimo _salon_ di Parigi. La Francia intelligente,

appassionata, egli n'era sicuro, sarebbe, attratta anche dal suo nome,

passata tutta innanzi a tal quadro; avrebbe pensato, sospirato,

palpitato innanzi ad esso. Allora la scuola naturalista era nel suo

primo sboccio. Egli volea esser classico e naturalista insieme, e

qualche cosa di più, come possono gli uomini di genio, che san

percorrere i tempi. La bellezza della principessa, sì pura, sì

grandiosa, e tanto singolare, era stato il vero alimento, di cui ancor

bisognava la sua ispirazione.

--Come intitolerò il mio quadro?--egli domandò, poichè non rispondeva,

ma interrogava sè stesso quasi avesse udito una voce nel mezzo di un

sogno, tanto tutte le sue facoltà erano eccitate, tanto la sua

commovibilità era esasperata. Parve star sopra pensiero un istante;

affissò gli occhi di nuovo su la principessa: e pensò, esprimendo con

le parole il pensier suo:--Intitolerò il mio quadro: "_La Donna

Nuda_." Sarà la prima battaglia che dà la scuola realista, in mezzo a'

pittori accademici.... I pochi realisti, che ora sono di là

dall'Alpi,--pensava il Murcillo,--non valgono me: e poi non hanno

veduto questa donna!

Accomodati i quadri nudi, postili in luogo sicuro, il pittore uscì:

sentiva bisogno di aria: le sue tempia battevano, il sangue gli

rifluiva al cuore: vedea la principessa come circonfusa da un nimbo di

luce. Con le ultime linee tracciate su la tela, sembravano in lui

ammorzati gli entusiasmi dell'artista: si riaccendevano gl'istinti

dell'uomo. Temeva di apparire ridicolo innanzi al Weill-Myot, alla

principessa. Non potea dimenticare ciò che avea veduto. Il Murcillo

fece un cenno al Weill-Myot nell'uscire: voleva dire, tornerò fra un

istante. Era uomo bizzarrissimo. Salì su la terrazza del palazzo: si

mise a guardare i bellissimi orizzonti di Napoli: il mare, il Vulcano,

le amene campagne: e subito il suo animo fu in quiete. Tanto splendore

di bellezze volgeva i moti dell'animo suo tutti a una meta sublime.

Egli era nato per l'ideale: la contemplazione del bello lo purificava

sempre: la principessa, col suo sguaiato sorriso, con la voluttà che

le sfavillava dagli occhi, lo aveva un istante affattucchierato.

Quando Io spagnuolo fu uscito, la principessa era già tornata dietro

al paravento. L'ebbrezza in lei si dissipava a poco a poco. Ricopriva

le sue belle forme, e l'agitava un pensiero maligno: la tentazione,

che stava per esercitare sul Weill-Myot: non preparava una scena di

seduzione, poichè gli sembrava inutile. Il Weill-Myot non avrebbe mai

potuto resisterle. Il banchiere non toglieva lo sguardo dal paravento.

A un tratto la principessa fece capolino: la sua testa di baccante si

sporgea verso il Weill-Myot. I loro sguardi s'incontrarono: quelli di

lei infiammati, tutti ardore, quelli di lui freddi, implacabili. Ella

si fece innanzi: non già sì baldanzosa, come d'usato. Le entrava in

cuore subitamente la consapevolezza del molto, o del troppo, che avea

osato. Ma oramai non poteva ritrarsi. Tutto, la sua stessa

disperazione, la spingeva a andar innanzi. Uscì, mezzo vestita, dal

nascondiglio. Erano tuttora scoperte le sue braccia, scoperto quasi il

seno palpitante. Si avvicinò al Weill-Myot. Egli era impassibile. Avea

goduto della sua vista; non volea di più; l'umiliarla, il vendicarsi

era, cioè, per lui il massimo piacere in quel momento. Si trovavano in

faccia e a poca distanza l'uno dall'altro.

--Ho bisogno di voi,--disse la principessa, guardando di sotto in su.

--In che posso servirvi?--domandò con scherno mal velato l'americano.

--In che cosa potete servirmi? Ma non vedete che in questo

istante,--ella replicò con l'abilità d'una astuta cortigiana,--voi

siete il mio arbitro? Tocca a voi il far ciò che volete.

--Non v'intendo!

La principessa si sentì di nuovo molto angustiata.

--Sapete la mia rovina?--ella aggiunse con voce esitante.

--No, principessa; da un pezzo non mi occupo de' vostri affari.

--Voi mi avete tanto desiderata!

--È vero, principessa!--ribattè il Weill-Myot molto serio.

--E bene;--continuò, fra cinica e graziosa, la principessa,--io vengo

a offrirvi un capitale, che fin ora non avete posseduto....

--E mi domandate in compenso?...--esclamò il Weill-Myot.--So che le

donne come voi non s'inducono a tal passo per mera passione: o vi

s'inducono in altro modo. S'io vi fossi piaciuto, non me lo avreste

detto oggi.... L'avrei capito al primo istante in cui v'ho

conosciuta.... Invece, non ebbi da voi, se non ripulse.... Ma parlate,

può darsi,--la trattava come una vera cortigiana,--che io sostenga un

piccolo sacrifizio.... per un capriccio.--Non poteva umiliarla di

più.--Quanto mi domandate,--disse il Weill-Myot, che la teneva ora per

una delle sue braccia bianche, morbide, robuste,--a rimediar la vostra

rovina?

--Non tutto quello che io valgo,--rispose Enrica con una certa

alterezza, poichè credeva averlo soggiogato.--Mi basta un milione!

--Un milione!--replicò il Weill-Myot.--È ben poco... è vero.... dato a

una donna che si ama, e per un uomo, che può darlo, senza punto

impoverirsi, senza che i suoi affari ne sieno menomamente impediti....

Voi avete già un'idea della mia ricchezza.... Sapete che potrei ben

darvi il milione agognato.... Darei invece un milione per vedervi

dinanzi a me più umiliata, più avvilita, se è possibile; che non siate

adesso.... Sappiate che son io l'autore principale della vostra

rovina....

--Voi?

--Io... A quest'ora vostro marito sa della vostra rovina, de' diamanti

che gli avete rubato... poichè tale è la parola che conviene alla

vostra azione.... Ah, credevate di venir qui, di ammaliarmi, di

condurmi come uno dei tanti imbecilli di cui avete fatto le vostre

vittime.... Credevate, voi, che una donna napoletana potesse riuscir a

burlarsi d'un americano.... Pazza voi foste... non dirò altro....

"Ella è stata buona con me come Paolina Borghese col Canova", pensava

in quel momento il gentil pittore spagnuolo, che si affrettava a

tornar nello studio, non volendo la principessa partisse senza un suo

comiato: e già avea fatto disegno d'offrirle un grazioso ricordo, che

ella avrebbe ben potuto accettare.

Le risposte del Weill-Myot avean lasciato la principessa mezzo

tramortita: tanto ciò che udiva era lontano da ogni suo pensiero.

--Voi mi avete troppo disprezzato.... E non avete capito, sempre

ingenua nella vostra immensa malizia ch'io dovea ardere di uno

sfrenato desiderio di vendetta.... Voi non siete abituata a trovar

alcuna resistenza: e anch'io sono abituato a veder soddisfatto ogni

mio desiderio.... In un urto fra voi e me, uno di noi dovea esser

spezzato.... Io, se non avessi saputo attutire la fiamma di voluttà,

che mi spingeva verso di voi.... Ma io ho trionfato di me stesso, e

aspettava, ormai sicuro, dopo molte trepidanze, anzi paure di me, che

voi sareste venuta a chieder mercè.... Noi siamo due creature al di

sopra di molte.... Abbiamo doti rare, che ci poteano aiutare ad

intenderci.... Ma eravamo entrambi troppo orgogliosi per amarci.... E

l'orgoglio è la prima cagione d'ogni infelicità.... Il problema era

questo: qual di noi due dovea esser più infelice. È toccato a voi...

rassegnatevi. Eccovi l'unico rimedio, ch'io posso suggerirvi.--Le

porse una fialettina di cristallo con cerniera d'oro; v'era dentro un

liquido azzurrognolo.--Due goccie di questo liquido e tutto sarà

finito!--Essa era pallida come una morta: digrignava i denti; non avea

mai provato un tale invilimento, non s'era mai trovata tanto

abbattuta.--Ripigliate le vostre vesti,--disse con tono altero e

sprezzante il Weill-Myot,--fra pochi minuti il Murcillo sarà qui....

Mi meraviglio che già non sia tornato!

La principessa, senza dir verbo, corse a raccorre tutte le sue vesti;

in pochi istanti finì d'acconciarsi. A un tratto il Weill-Myot se la

vide dinanzi tutta minacciosa. Essa avea preso una pistola carica,

dalla guaina in cui era infilata, in un angolo dello studio, e la

puntava al petto del Weill-Myot. Questi raccapricciava d'orrore:

domandava grazia.

--Vedete che una donna napoletana,--disse la principessa con piglio

fra disperato e trionfante,--può ben vincere un.... americano! Ma non

temete: io vi farò la grazia, che mi domandate: vi farò grazia della

vita: essa dev'essere un giorno per voi il massimo de' tormenti....--E

andò, con gran sangue freddo, a rimettere la pistola donde l'avea

tolta.--Se con quell'arma alla gola, io vi avessi ora chiesto il

milione, forse voi vi sareste trovato costretto a concedere alla

violenza ciò che avete rifiutato alla mia irresistibil bellezza....

Irresistibile! Così un tempo io l'ho creduta!--e ruppe in singhiozzi.

Il Weill-Myot era già uscito dallo studio. Ella, inconscia di ciò che

faceva, oppressa da un dolore che superava di gran lunga le sue forze,

pur s'era fermata dinanzi al quadro di maggior dimensione, testè

abbozzato dal pittore e vi contemplava la voluttuosa opulenza delle

sue forme. Entrò di repente il Murcillo. Ella si scosse, come

richiamata alla realtà. Il pittore le si volse subito con le parole

del maggior rispetto, della più esaltata ammirazione.

La pregò di voler accettare un piccolissimo dono: meglio, un ricordo

di lui. E le mostrava una testa di giovane greca: una testa ch'egli

avea disegnato, colorito, studiando Diana, da lui conosciuta in casa

del marchese di Trapani. Era provvidenza, o era un'insidia infernale

che, proprio in quel punto supremo, fossero poste sotto gli occhi

della principessa le sembianze di Diana, di sua figlia? Ella allontanò

da sè con un gesto quella tela: con un gesto di ribrezzo, come se una

sì soave, sì leggiadra immagine potesse ispirarle terrore. Nel vederla

così nervosa, così confusa e trambasciata, il Murcillo immaginò che

ella fosse pentita di ciò che avea fatto: temè volesse distruggere il

quadro. Le domandò se provava rammarico di quello che avea compiuto

poc'anzi, con termini molto cortesi e ritenuti. Essa si avviava per

uscire.

--Ho fatto una cosa enorme!--disse al pittore, e gli passò dinanzi

ratta, senza volgersi a salutarlo: uscì, prima ch'egli potesse

accorrere ad accompagnarla.

--È pazza! è pazza!--ripeteva fra sè: e così spiegava la stranezza,

che vi era stata nella condotta di lei.

Enrica era uscita, tenendo stretta in una mano la fialettina,

offertale dal Weill-Myot. Gettatasi nella sua carrozza, dette ordine

al cocchiere tornasse al palazzo. Per via incontrò Cristina, che facea

cenni al cocchiere. Costui fermò i cavalli. Cristina si avvicinò alla

portiera della carrozza. La principessa tirò giù il vetro e si sporse

verso di lei per ascoltarla.

--Vostro marito--mormorò Cristina--sa tutto: sa che voi avevate

sposato Roberto, che ne aveste una figliuola....

--Chi glielo ha detto?

--Gli ho venduto io il vostro segreto!

Enrica udì quelle parole come in un sogno. Le detter nel cuore

soltanto pochi istanti dopo che Cristina l'ebbe pronunziate: quasi ne

riudisse un'eco maligna. Cercò Cristina: essa si era dileguata. Non le

mancava altro colpo: nulla in brevi ore le era stato risparmiato.

--A casa!--disse di nuovo al cocchiere con un tal tuono di voce

ch'egli si domandò:

--Ma che può avere?... O sta per divenir pazza, o è malata!

Il cocchiere era poco rispettoso, ma imbroccava nel segno. Enrica era

già pazza e malata. Salì in fretta le scale del palazzo, passò accanto

ai servitori come un turbine, senza rispondere ai loro saluti: e entrò

nelle sue stanze.

Sentì stringersele il cuore nel traversar que' salotti ove avea

ricevuto tante adorazioni, ove avea sentito mormorare attorno a sè

tante dichiarazioni d'amore, ove avea ricevuto tanti fiori, tanti

omaggi. Erano tutti adorni di ricordi della sua vita: qua e là un

oggetto brillava, mandava faville a' raggi del sole; le sembrava che

ella rivedesse quelle mura, quei mobili, tutti que' ricordi per

l'ultima volta. Gettò sopra un sofà il suo cappello, i suoi guanti: e

sedette a una piccola scrivania di ebano: i gomiti su la scrivania, le

mani su le guancie, gli occhi immoti, guardando dinanzi a sè, ma senza

veder nulla.... Volea raccogliere, con uno sforzo supremo, il pensiero

che fuggiva dalla sua mente; volea scrivere una lettera. Un servitore

bussava alla porta del salotto attiguo a quello in cui ella si

trovava.

--Entrate!--ella disse, sebbene ciò le recasse grave disturbo.--Un

signore domanda di parlare a Vostra Eccellenza.

--Chi è?--Le presentò il vassoio d'argento su cui era un biglietto di

visita. Ella lesse:--_Ingegnere Amoretti_.--Ah, appunto lui!--ella

pensò.--In questo estremo momento giunge opportuno. Fatelo passare

nella sala grande.... fra pochi minuti sarò da lui.--Volea restare un

po' sola. Con le idee tumultuanti tornava su ciò che avea fatto. Il

suo addio al mondo non era triste: ella avea lasciato un artista

inebriato della sua bellezza: gli avea dato ispirazione per un

capolavoro: il suo corpo vivrebbe all'ammirazione.

Sollevò la sua bella persona dalla sedia. Guardò contro luce la

fialetta datale dal Weill-Myot; scosse il capo; pareva non le andasse

a genio. Corse a uno stipo, prese un'altra fialetta, in cui era un

liquido più chiaro, e la trangugiò senza riflettere un istante.

Andò nella sala ove avea fatto passar l'Amoretti. Egli era un po'

all'oscuro. Lo salutò: si sedette; egli la vide, con gli occhi

sfavillanti, il volto accesissimo; e sedutasi, avea posto una gamba

accavallata su l'altra. Era la creatura provocante, sensuale, che

Roberto avea sempre conosciuto: la creatura per lui irresistibile,

dominatrice.

Entrando nella sala, la principessa non avea veduto un uomo nascosto

dietro una portiera di raso paonazzo, con ricami d'oro, sebbene gli

fosse passata d'accanto, lo avesse quasi toccato con la sua veste.

--Signora--le disse l'Amoretti, assai a bassa voce--io dovevo

incontrarvi nella casa di una certa Cristina....

--Una canaglia!--interruppe la principessa.--Una bassissima canaglia!

Roberto si era trattenuto a lungo col principe: a poco a poco i loro

animi s'erano acquietati; era sorta fra loro una mutua simpatia; l'uno

e l'altro, animi nobilissimi, aveano avuto a comune una sventura:

quella di amare una donna che li avea resi, l'uno e l'altro, sì

profondamente infelici. Roberto avea raccontato al principe, a filo a

filo, tutta la sua storia; gli avea detto sin della figliuola nata da

Enrica: e come ella vivesse.

La notizia della nascita di costei, del modo onde ella era stata

rapita, il saper che era Diana, diventata rivale della propria madre,

che le disputava anche il fidanzato, commossero più volte il principe

sino alle lacrime.

Aveano fissato tra loro che Roberto parlerebbe a Enrica, mentre il

principe si sarebbe tenuto nascosto in modo da udir ogni loro dialogo.

Egli voleva l'estrema prova: non era ancor vinta al tutto la sua

incertezza. Roberto si assentava pure un istante e correva a prender

Diana, che avean lasciato allora allora negli appartamenti del

principe.

--Principessa,--disse l'Amoretti con tuono di voce più alto,--io ho

conosciuto un uomo da voi molto amato.

--Lo so,--replicava la principessa.

Nulla vi era in lei di strano: sembrava calmissima: e soltanto a

Roberto pareva che lo guardasse come se volesse affascinarlo.

--Egli è morto molto rassegnato, e benedicendovi per quello che gli

avevate fatto soffrire.

La principessa si era alzata, mormorando:

--La voce.... la voce....--Avea preso per mano l'Amoretti, l'avea

condotto di slancio presso la finestra: lo guardava e lo

riguardava:--Il volto--disse--non è quello.... ma.... tu.... Ti

riconosco alla voce.... e l'avrei riconosciuta fra mille.... sei

Roberto.... Roberto, Roberto!--E se gli gettava al collo, si

avvinghiava a lui.--Non mi parlare.... non imprecare.... non mi

rimproverare.... non mi accusare... so che fui un mostro.... so che ho

meritato da te i più atroci tormenti.... so che fui infame,

traditrice.... abiettissima.... ma non mi dir nulla.... vieni là, là

su quel divano.... lascia ch'io ti dia una prova suprema del mio

amore.... prima che il mio cuore abbia cessato di battere.... Ti

dedico gli ultimi, i più preziosi istanti della mia vita.... Voglio

morire con un tuo bacio su le labbra.... Infine, tu sei il primo,

l'unico uomo ch'io ho veramente amato..... Tu mi hai fatto conoscere

il piacere.... tu mi hai perduta.... Prendimi adesso... sono sacra....

nessun altro mi avrà dopo di te....

Figurarsi il principe, che non poteva e non voleva ancora uscir dal

suo nascondiglio. Egli la teneva per pazza in tal punto, e pazza la

credette anche Roberto a quel parlare sconnesso. Lo trascinava verso

il divano, e lo baciava.

Roberto sentiva riavvampare l'antica passione: si doleva sinceramente

in tal punto d'aver consentito a far assistere il principe al suo

abboccamento. Ora Enrica gli si abbandonava tutta su un braccio, come

già in altro tempo. Ma, fortunatamente, egli ebbe subito onta di sè:

gli tornarono altri pensieri: il pensiero della figlia, che era lì, a

pochi passi da lui.

--Oh? tu vorresti ancor sedurmi,--disse Roberto inorridito,

respingendo da sè Enrica, che cadde, o piombò, a dir meglio, sul

divano.--Creatura perfida slealissima: vero demonio, che hai saputo

avvelenare, distruggere tutta un'esistenza.... Tu mi hai accusato,

calunniato, disonorato, condannato all'infamia, alle pene più

inesorabili: e mi avevi condannato per tutta la vita: non è tuo

merito, se ho rivisto la luce.... Tu avevi già saputo la mia morte, e

te n'eri rallegrata.... lo so, lo so da Cristina....

--Perdona.... perdona, mio Roberto!--sclamava Enrica, tutta smaniante,

e tendea le braccia verso di lui.

--Tu mi nascondesti perfino che mi avevi reso padre.... E avevi

affidato a mani mercenarie la nostra creatura.... E ti rallegrasti

anche per lei, quando sapesti ch'era morta....

--Questo no.... questo poi no.... ti giuro di no....

--Ma t'ingannarono.... non era morta.... Cristina l'aveva venduta....

--Eh,--gridò la principessa, facendo uno sforzo per sollevare la sua

bella persona, e credendo subito a un inganno di Cristina.

--O l'aveva venduta o altri l'aveva rapita all'ubriaco, cui ella

l'affidava....

--Dov'è ora questa cara creatura?--chiese singhiozzando la

principessa.--Fa' ch'io la veda.... ch'io la veda....

Ella rotolò sul tappeto; vi rimase irrigidita.

Il principe accorse al fianco di Roberto; la rialzarono; essa già

perdeva ogni forza.

--Mia figlia.... mia figlia,--esclamava,--voglio vedere mia figlia....

Oh, il mio animo non mi aveva dunque ingannato.... Ho nutrito, un tempo,

per lei sì grande affezione!--Parlava lenta, con frasi rotte da

singhiozzi, la persona agitata da un tremito.--Mi sono avvelenata!--disse

con terribile risolutezza.--Mi rimangono pochi istanti da vivere.... Ogni

rimedio è inutile.... La vita sarebbe un supplizio....

Nè Roberto nè il principe credevano a ciò che diceva.

--È una delle sue solite menzogne,--mormorò il principe con

durezza.--Ma questa volta preparatevi a morire.... tutti gli

stratagemmi saranno vani.... morirete.... per mia mano!

--No!--gridò Roberto,--non morirà.

--E chi m'impedirà di attuare il mio pensiero?...

--Io.... io, che la difenderò!

I due uomini stavano per scagliarsi l'un contro l'altro, divenir di

nuovo implacabili nemici.

Una schiuma sanguigna uscì dalla bocca di Enrica: ella stralunava gli

occhi. Il suo pallore era cadaverico.

--Mia figlia.... mia figlia,--tornò a esclamare.--Oh, se avessi saputo

che avevo una figlia, non mi sarebbe accaduto nulla di ciò che m'è

accaduto.... e che ora espio!

--Vi farò veder Diana,--disse Roberto concitatissimo;--ma, ad un

patto, che essa non debba sapere che voi siete sua madre....

Con un cenno del capo assentì.

Roberto volò a prender Diana e tornò in pochi istanti. Già l'avea

avvisata che la principessa stava per morire, e voleva riconciliarsi

con lei.

Diana entrò, si gettò in ginocchio dinanzi alla principessa e le baciò

una mano. Essa era già tutta contraffatta.

--Caro angiolo!--mormorò, e volle far uno sforzo per baciarla in

fronte.

Mentr'era rimasta sola col marito, non avea detto verbo. Al cospetto

di Diana prese una mano di Roberto e una del principe con le sue e

bisbigliò:--Perdonatemi!--E guardando negli occhi i due uomini, dette

un grido straziante e ricadde, poichè niuno pensava a sorreggerla. La

sua agonia durò alcuni minuti. Un raggio di sole era venuto a posarsi

sulla sua testa; e rendea orrido il pallore, spaventosa la contrazione

della fisonomia.

Il principe stava immobile, come una statua, quasi fosse privo d'ogni

sentimento; Diana piangeva a dirotto; due grosse lacrime rigavano le

guancie di Roberto. Egli era il solo al mondo nel cui cuore fosse

rimasto un palpito d'affetto per quella creatura.

In tale ora il Weill-Myot, chiamato a sè il suo primo commesso, gli

ordinava:

--Si facciano rimettere valori per due milioni a Hooker e Cocker in

Australia.... intendo partecipare alla loro impresa.

--Con due milioni?... Ma è un'impresa rischiosa....

--E che m'importa di rischi?... Se si perdono due milioni noi non

moriremo. Non lo credete?

Il commesso s'inchinò: andò ad eseguir gli ordini.

Pochi mesi dopo, Diana sposava il Venosa. Furon felici ed ebbero molti

figli, com'è scritto in fine a certe novelle.

Diana, ricevuta l'eredità delle ricche parenti del marchese, la donava

a lui: sebbene, dopo la spiegazione ch'egli avea avuto con Roberto,

ella non consentisse a veder più l'uomo che avea sì ignobilmente

speculato su di essa.

Marco Alboni sposò la grassa contessina: si ritirò in Sicilia, in un

piccolo Comune di campagna, ove è consultato, rispettato, ha in chiesa

la sua panca con il suo nome: visse anni: poi morì, già che è destino

che tutti moiano, anche i bricconi più fortunati.

Il principe, lasciato Napoli, si recò a Parigi, e invecchiò in una

vita di dissolutezze.

Qualche anno dopo la morte della principessa, Cristina, stringendosi

al suo cacciatore, che avea sposato, gli diceva, mentre parlavano

della loro antica padrona:

--Gliel'avevo detto che doveva esser mia vittima, che volevo

vendicarmi di lei.... Ti ricordi, quando le feci pagare il nostro

viaggio, che fu quasi una luna di miele?... Ma essa meritava un

castigo: avea troppo tradito: e noi ci amiamo, non è vero, e ci

ameremo sempre, per esser più felici....

Roberto avea consentito di vivere con Diana e il Venosa. Ma passava il

più del tempo, anche nel cuor dell'inverno, solitario in una villa del

Venosa. Andava spesso nella cappella di Mondrone, di cui i campi e lo

splendido parco erano stati venduti ad altri proprietari, e ripensava

al giorno in cui v'era entrato per sposare Enrica innanzi al vecchio

abate. E spesso se ne andava su la tomba di lei: e si dicea

melanconico:

--Non sono stato avventurato, ma è l'unica donna ch'io abbia amata:

l'unica, che abbia fatto battere il mio cuore.... Essa mi rammenta le

più cocenti sofferenze, i più grandi martirii: ma mi rammenta altresì

le sole giornate d'amore, che abbiano illuminato la mia vita!

E sino a che visse tenne fede a questo amore sciagurato, ma

inestinguibile. Allorchè, nel supremo momento della sua dipartita dal

mondo, la figlia lo assisteva, egli, riguardando or Diana, ora un

ritratto della principessa, a lui vicino, memore della virtù

dell'immenso sagrifizio da lui compiuto, mormorava, quasi in un'estasi

ineffabile:

--Ho amato! ho amato!--E il suo gran cuore si spezzava in un ultimo

impeto d'affetto, nella appassionata concitazione delle rimembranze.

La Principessa · 第 39 / 42 题