XVIII.

Come abbiamo detto, il principe non vedea la moglie da oltre una

settimana. Avea schivato ogni incontro con lei; e a ciò lo sospingeva

quella incertezza di cui non poteva guarirsi. Anche ora, mentre

parlava con l'Amoretti, lo confondeva la perplessità su quello che

dovea fare; non riusciva a dirsi aperto, risoluto il contegno, che

dovea seguire, e con la moglie e con lo Jannacone, sebbene già in

poche ore si fosse appigliato alle più varie e alle più severe

determinazioni.

La principessa era inquietissima: s'era accorta che il marito la

sfuggiva, e non osava affrontarlo. Non sapea più come liberarsi da

gravi impegni di denaro che aveva contratti; e sentiva un malessere

continuo; si stordiva in ogni modo per sfuggir al pensiero, che

tornava sempre a crucciarla: quello di una catastrofe immensa,

irreparabile. La mattina di tal giorno era uscita a cavallo, e s'era

avviata verso Castellamare. A un tratto udì lo scalpitìo di un altro

cavallo, che correva dietro il suo; poi le parve udir mormorare il suo

nome; si volse e riconobbe il bel giovane, che serviva di primo

commesso al Weill-Myot.

--Principessa,--egli disse, accostando il suo cavallo a quello di lei

e scoprendosi il capo in atto molto ossequioso,--era sicuro di

trovarvi qui.... nella vostra solita passeggiata.... Ho da dirvi cose

molto gravi e.... funeste.

Le guancie della principessa, già rosse per la corsa, per la pungente

aria mattutina, si fecero d'un incarnato più vivo.

--Avete ricevuto un mio biglietto ieri l'altro?--domandò ipocritamente

il giovane.

--No,--rispose la principessa.

--Ora comprendo perchè non abbiamo risposta.... Oggi sono in scadenza

i pagamenti di qualche centinaio di migliaia di lire per conto

vostro.... Le avete?

--No.... no.... io non sapeva nulla!--rispose la principessa con voce

concitata.--Mi cogliete all'improvviso: io non ho più denari: ho

appena cinque, sei mila lire....

--I vostri gioielli?

--Ah!--La principessa fece un ghigno di scherno....

--Tutti.... tutti?...--chiese il giovane, come se avesse già compreso

l'espressione della fisonomia di lei.--A proposito, debbo dirvi che

vostro marito sa dei gioielli falsi, che voi avete mutato coi veri....

Ma io credeva si trattasse soltanto di alcuni....

--Mio marito sa?...

Aveano fermato i cavalli in luogo remoto, e favellavano, senza scender

di sella. Era strano il colloquio sì intimo di que' due a cavallo:

colloquio, che dovea decidere della vita di Enrica.

--Vi assicuro che vostro marito sa tutto....

--Sta bene,--disse la principessa,--provvederò....

--Ma urge il provvedere: pensate che c'è una cambiale in cui voi, in

un istante di sovraeccitazione, e credendo poterla ricuperare e

stracciare qualche ora dopo, avete falsificato la firma del Re.

Enrica trasalì.

--Ho capito, ho capito....--Con la sua corruzione, con la sua perfidia

già avea pensato una cosa orribile, e in un istante: darsi finalmente

al Weill-Myot, contentar il suo orgoglio, soddisfare la sua passione:

per possederla egli avrebbe certo tutto sagriticato: e per lui il

darle un milione, e più, non era un sagrifizio. Accomiatò il giovane

con uno de' suoi gesti imperiosi. Egli si accinse a voltare il suo

cavallo, mentre le ripeteva:

--È oggi l'ultimo giorno: o pagare, o una rovina inevitabile.... Noi

non possiamo trattener più i vostri creditori!

Ella tornò indietro pian piano, lasciando le briglie lente, e

meditando. Poi si dette, a un tratto, a una corsa vertiginosa. Le

premeva di tornare a casa, di cercare fra i suoi gioielli. Tornò: salì

nella sua camera: aprì lo stipo: si accorse che gli astucci dei

gioielli erano stati messi sossopra: vide che era stato frugato tra le

sue carte: ritrovò la lettera di Cristina, che ella non credeva aver

conservato, aperta, sopra un mucchio di altri fogli in un cassetto.

Si rammentava benissimo d'aver lasciato in casa una sera la chiave

dello stipo, che portava sempre con sè: e che avea palpitato per la

dimenticanza. In quella sera suo marito dovea essere entrato nella

camera; si dovea esser accorto di tutto.

Ma chi gli avea fatto sospettare che i gioielli fossero falsi? Il De

Carlo l'avesse tradita? Non le sembrava possibile. A che prò? Il

destino dunque si sfogava contro di lei e le suscitava contro

misteriosi delatori. Ricevette un gran plico. Lo aprì. Le sue arti

erano riuscite a meraviglia. Il re la nominava a una carica onoraria

di Corte: inebriando il Venosa, umiliando Diana, ella aveva trionfato:

la sua bellezza, già l'assicurava di trionfar sempre, e di tutto. Si

consolava un po' fra tante angustie: la sua vanità tornava a

ingigantire. Si rivestì d'un abito nero, che modellava a perfezione le

sue forme: prima di uscire di nuovo, si guardò allo specchio, e

mormorò cinicamente, avventatamente:

--Facciamo anche questa!

Ella andava a vendersi al Weill-Myot, per un prezzo, che non le parea

punto caro: oramai era fuori di sè, o quasi non sapea più ciò che

operava: avea la coscienza offuscata, ottenebrata dagli strabocchevoli

vizi, agitata dalla paura della condizione terribile in cui s'era

ridotta. Il Weill-Myot l'avea stretta in buona rete.

Quel giorno il banchiere americano avea ricevuto due telegrammi da

New-York, che gli assicuravano il buon esito di certe sue grosse

speculazioni: egli guadagnava il 17 e il 19 per cento su un vistoso

numero di azioni di nuove linee di strada ferrata: guadagnava

seicentomila lire su un rialzo di fondi americani. Oh, se la

principessa non l'avesse offeso, aizzato contro di lei in altri tempi,

avrebbe potuto permettersi tutte le prodigalità, sicura che egli non

avrebbe mai mancato col suo ingegno, con la sua potenza di farle

trovar i mezzi per i suoi fastosi capricci.

La principessa arrivò alla Banca Weill-Myot e domandò dell'americano.

Egli era ne' suoi appartamenti, facea colazione col celebre pittore

spagnuolo Murcillo. Questo artista, allora ricercato in tutta Europa,

giunto a una gloria, che pochi hanno eguagliato nel nostro tempo, avea

un grande studio in Napoli, nel palazzo del Creso americano: uno

studio sontuoso, composto di tre grandi sale, ch'egli stesso gli avea

fatto addobbare con sfarzi orientali.

E il pittore stava eseguendo due quadri per il banchiere.

La principessa fu fatta entrare nel salotto del banchiere, ove già

l'abbiamo una volta incontrata.

Poi, fu dato subito annunzio al Weill-Myot della visita di lei.

--Le avete detto che siamo a tavola?--domandò il banchiere al suo

impiegato, poichè egli teneva alle più volgari ostentazioni e voleva

mostrare dinanzi a un suo subalterno che anche la visita di una

principessa non era per lui gran cosa, che anzi poteva riuscirgli

importuna.

--Gliel'ho detto, e l'ho fatta entrare nel salotto....

--Oh.... ma che pensate.... ricevetela subito.... Che diavolo? Una

donna e una gentildonna!--disse l'artista spagnuolo, con la cavalleria

propria della sua nazione e de' veri artisti. Ma il Weill-Myot era il

Weill-Myot.

Si alzarono subito da tavola: e si recarono nel salotto ov'era la

principessa. Il banchiere immaginava ciò che essa avrebbe desiderato

da lui; però avea tenuto a farsi trovare in compagnia. Era il modo

migliore per avvilirla di maggiore spregio e per far sì ch'ella

risentisse più cocentemente le umiliazioni, che le avrebbe inflitte.

Benchè accigliato, malcontento, di pessimo umore, all'annunzio di

quella visita, il banchiere si sforzò di sorridere. Finse subito, nel

trovarsi al cospetto della principessa, una grossolana familiarità. Le

mise una mano sopra un braccio, come avrebbe fatto in segno di

cordialità ad un amico, e le disse:

--Siamo felicissimi della vostra visita!

Quel riceverla in due era già un'insolenza.

--Vi presento il famoso pittore....

--Oh, il signor Murcillo,--disse Enrica, con un sorriso divino,--chi

non lo conosce!

Il pittore s'inchinò con molto rispetto, e con profonda ammirazione

della squisita bellezza che aveva dinanzi.

--Voi siete artista, principessa,--continuò il Weill-Myot, che parlava

sempre famillionariamente, secondo un notissimo avverbio, alla

gentildonna.

--Volete entrar nello studio del nostro Murcillo.... veder i suoi

capilavori?

Entrarono nelle stanze, che servivano di studio allo spagnuolo. La

principessa gettò alcune piccole grida di stupore dinanzi alle varie

tele, sparse qua e là con apparente negligenza, dinanzi a' due quadri,

in parte abbozzati, in parte presso che terminati.

--La vostra fama è grandissima, e pure il vostro merito la

supera!--disse la principessa al pittore. Egli eccelleva sopra tutto

nel dipingere le nudità femminine.

Nacquero dispute sa la perfezione di certe linee, su la appropriatezza

di certi scorci in questa o quella figura.

Il pittore, estatico dinanzi alla bellezza della principessa,

ammaliato dall'incantevole suo sorriso, dalla dolcezza della sua voce,

già subiva quel fascino, a cui nessun uomo, salvo il Weill-Myot, dopo

il risentimento provato pe' disdegni di lei, avea saputo sottrarsi.

La principessa andava da un quadro all'altro, osservava, criticava con

vero acume, specialmente lodava; rideva ella stessa delle sottili

malizie, che metteva in certi giudizi, e che si riferivano a segreti

della bellezza femminile.

Il pittore la divorava con gli sguardi; indovinava le forme elette,

che ella non nascondeva molto, per la stessa foggia d'abiti, sempre da

lei prediletti a tale scopo.

--So che facevate colazione,--disse la principessa al Weill-Myot, e

gli rivolgeva uno sguardo di fuoco.

--Oh!--esclamò il Weill-Myot accompagnando la esclamazione con un

gesto, che voleva significare:--Ma ciò poco importa....

--Mi dorrebbe molto, caro Weill-Myot, avervi disturbato,--replicò la

principessa col tuono più vellutato della sua voce. Ella incominciava

i primi attacchi, e con strategica finissima, per vincere la sua

battaglia.--Tornate a mangiare... vi aspetterò qui se volete.... Non

mi riguardate come un'intrusa, o come una importuna.... Trattatemi con

la familiarità di una antica amica.--Tutto questo fu detto con

disinvoltura adorabile, e con la massima grazia.

Un'idea infernale balenava nella mente del Weill-Myot.

--Già che voi... principessa... siete sì buona... e mentre venite a

parlarmi de' vostri affari, degnate trattarmi, non come un servitore

pronto a tutti i vostri cenni, ma come un amico... vi dirò che noi

avevamo quasi finito di far colazione....

--E allora finite... andate, e subito!---ella disse, agitando in aria

un guanto, che s'era cavato.

--Eravamo sul punto di bere un vino spumante, leggerissimo, delicato,

che mi è stato spedito dall'America, che i buongustai americani

preferiscono allo stesso _Champagne_ di miglior qualità... si chiama

anzi _Jolly--Champagne_.... Lo farò recar qui: vorrete voi,

principessa, degnar d'accettare che noi facciamo un brindisi alla

vostra bellezza meravigliosa?... Non vorrei esser troppo ardito....

--Vi ho detto, caro Weill-Myot, che voglio mi trattiate come una vera

amica: siamo nello studio di un grande artista; parliamoci d'arte, e

trattiamoci da veri camerati.... Ve ne do l'esempio....--E la

principessa si gettò su una larga ottomana, e vi cadde in modo che le

sue tibie rimasero, in parte, scoperte. Volea dar al pittore un'idea

delle sue perfezioni. Cedeva alla sua solita smania di far pompa di

sè, di mostrare le sue bellezze.

Il Weill-Myot uscì per dar gli ordini opportuni, e stette un pezzetto

a tornare.

Il pittore parlava con la principessa, che in quella posizione lo

esaltava, gli mandava in fiamme il cervello.

--Felice l'artista,--egli mormorava,--che potesse condurre un'opera,

studiandovi, avendovi a modello.... Egli lavorerebbe di certo per

l'immortalità.

L'effetto, da lei prodotto sul pittore, le facea ben augurare

dell'impresa, che era venuta a tentare sul Weill-Myot: sorrideva; ma,

a dir vero, non avea mai dubitato seriamente che il Weill-Myot potesse

resisterle.

Ammetteva gli uomini fossero sovente ingrati alla donna che li onora

della sua predilezione; non ammetteva potessero esser ciechi, o non

commovibili alla sua bellezza.

Arrivò un servitore maestoso, in ricchissima livrea: portava con sè un

gran vassoio d'argento, con due bottiglie, e bicchieri infilati in

custodiette d'argento.

Qualche istante appresso giunse il Weill-Myot. Egli facea versare alla

principessa lo squisitissimo vino americano, di un nitido color

d'ambra, vino riconfortante, di un gusto soave, di un delicato

profumo. In una bottiglia il Weill-Myot avea gettato una sottilissima

polvere, che dovea aver per effetto di suscitare nella principessa una

sete inestinguibile, incitarla al bere, e darle un'ebbrezza assai

forte, sebbene passeggera.

Il servitore, postosi dietro le ampie spalle della principessa, aprì

le due bottiglie: versò il vino, secondo le istruzioni ricevute, ne'

tre bicchieri.

Il Weill-Myot tolse dal vassoio un bicchiere e lo porse alla

principessa: e tutti e tre in piedi fecero il brindisi.

--Il vino è davvero stupendo.... Si vede che il nuovo mondo, anche in

questo genere, comincia a darci sublimi prodotti.

Il lettore sa già che la principessa beveva assai volentieri i vini

molto generosi; non le occorrevano stimoli.

--Beviamo di nuovo!--ella disse tutta gaia. E il Weill-Myot fece un

cenno al servitore, tenendo egli in mano il bicchiere della

principessa. Ella bevve tre volte, in brevissimo tempo, di quel vino.

Sentiva un benessere insolito, una vera letizia: e in quello studio,

fra quelle forme di bellissimi corpi, carezzate dal pennello

dell'artista, provava un fervore di sensualità, sempre in lei pronto a

svegliarsi. Parlava un po' sconnessa, ma vivace, arguta, senza

ritegni, con una libertà salace e raffinata. Si sarebbe detto che il

suo scopo fosse l'eccitar que' due uomini alla più appassionata

adorazione, alla più folle passione per lei.

Intanto, il principe smaniava nel suo palazzo e trascorreva le ore ne'

dialoghi con Cristina e con Roberto.

--Vedete,--disse la principessa, accostandosi a un quadro,--l'anca di

questa donna non è perfetta... in tale scorcio... in tal punto,--e

l'indicava,--dovrebbe apparire più turgida....--Criticò il seno di

un'altra figura di donna. Non v'era abbastanza colore: e l'epidermide

d'una donna robusta, sia pur di finissima e bianchissima carnagione,

ha un tessuto più vivo....--Qui,--continuava e indicava un altro

punto,--c'è un errore....

Il pittore sorrideva: sorrideva la principessa. E si sforzava di

sorridere il Weill-Myot.

Poi, risalendo col dito, la principessa indicava nel seno d'una figura

di donna la fossetta in mezzo alle due collinette di rose e di neve,

come le chiamavano un tempo i poeti.

--Qui, la linea,--disse al pittore, con il suo più furbesco

sorriso,--è sbagliata.

--S'io potessi veder un modello, quale io lo sogno... mi accorgerei

che tutto in questi quadri è sbagliato....

La principessa fece un piccolo gesto d'impazienza, come se volesse

contradire il pittore.

--Sbagliato in questo senso: che non riproducono l'esemplare della

vera, perfetta bellezza, sì raro a trovarsi.... Mi è permesso di

parlar francamente?

Con un cenno Enrica gli dette ad intendere che a ciò l'invitava.

--La perfezione assoluta delle forme è propria soltanto di pochi,

elettissimi esseri.... Si direbbe che la natura, nel produrre un corpo

perfetto, faccia tali sforzi, che abbia bisogno di lunghi riposi....

La vita aristocratica, agiata, contribuisce alla perfezione delle

forme.... Non è vero, ad esempio, che la ginnastica conferisca alla

bellezza del corpo umano; essa dà lo sviluppo di alcune forme, a

scapito di altre. Turba l'armonia.... Volete un modello assoluto di

bellezza? Paolina Borghese: una dama aristocratica.... Felice il

nostro Canova, che l'ha veduta.... Una donna bellissima, che cede allo

scrupolo di non mostrar le sue forme, di tenerle velate anche

all'occhio adoratore di un artista, sottrae al genere umano un vero

tesoro.... Oh, se io potessi attuare un sogno, che ora m'agita la

fantasia, un sogno forse troppo temerario... se potessi vedere la

vostra bellezza divina....

La principessa era eccitata dalla spiritosa bevanda, dalla polvere

inebriante, che il Weill-Myot vi avea gettato.

--Chi avrebbe scrupolo di mostrar ad un artista ciò che può dar

ispirazione al suo ingegno, aumentare in lui l'idea della

perfezione?...

--E poi la bellezza è passeggera.... l'anno, il giorno che corre, una

malattia, possono sfiorarla, deteriorarla.... Un artista ha il potere

di fissarla per sempre in una tela, nel marmo, nel bronzo, renderla

immortale.

Vide un gesto della principessa; e pose su un cavalletto una gran

tela.

Avea già in mano la tavolozza: tenea gli occhi fissi, estatici su la

principessa, come se già scorgesse, o aspettasse di scorgere

un'apparizione più che umana.

Ella guardava di sottecchi il Weill-Myot. Era per lui, che commetteva

un tale ardimento.

Anche il banchiere avea gli occhi fissi su lei, ma i suoi sguardi non

aveano la medesima espressione estatica di quelli del pittore.

L'americano avea la febbre di vederla innanzi a sè, come si ammirano

le statue, spoglia d'ogni indumento. Volea scrutare tutte le forme di

lei: dirsi se avea desiderato veramente una donna nella sua struttura

perfetta, e compiacersi nell'orgoglio di averla disprezzata.

Enrica era corsa dietro un magnifico paravento giapponese. I due

udivano un fruscio di vesti.

Una mano frettolosa scioglieva nastri, strappava ciò che le era

d'ostacolo.

Il pittore palpitava d'entusiasmo, poichè avea già indovinato la

meravigliosa bellezza della principessa: il Weill-Myot era, per così

dire, rovente di concupiscenza, e godeva nella coscienza della sua

fierezza, nel pensiero della umiliazione a cui costei sarebbe fra poco

discesa. Ella in quel mentre non pensava punto ad umiliarsi: la

eccitavano due sentimenti: un sentimento di vaga poesia, che la

consigliava a soddisfare l'artista, e la bramosia di veder riprodotti

i suoi tratti, d'esser testimone dell'ammirazione, che avrebbero

eccitato, dipinti maestrevolmente da un artista sì famoso. Poi,

ripetiamo, la conquista del Weill-Myot, benchè tentata con tal mezzo,

dovea provarle che, mercè la sua bellezza, ella poteva uscire

facilmente da' passi più scabrosi.

--Oh, figuratevi,--diceva lo spagnuolo al Weill-Myot e la voce gli

tremava,--se Tiziano non avesse trovato una vera patrizia, una gran

dama, di forme sì squisite, che stesse dinanzi a lui perchè egli

delineasse, colorisse quel quadro, cui danno il nome di Venere! Di

rado un pennello di pittore ha reso con toni sì caldi e sì veri, la

vita ch'è nel corpo umano, la vita dei pori, dei tessuti.... Non

ostante certi lievi difetti, visibili solo a chi ha fatto dell'arte lo

studio di tutta la vita, par che quel corpo si muova.... Tiziano avea

goduto lo spettacolo della suprema bellezza poderosa, armonica, come è

quella della principessa....

Già una gonna bianca, tutta trine, bene insaldata, era caduta fuori

del paravento. Il bel fianco robusto vi avea lasciato il suo rilevato

contorno.

A un tratto, la principessa uscì dal suo nascondiglio, seria, con un

passo di Dea, e andò a porsi sopra una pedana, assai alta, e coperta

di raso rosso.

La Principessa · 第 38 / 42 题