Come abbiamo detto, il principe non vedea la moglie da oltre una
settimana. Avea schivato ogni incontro con lei; e a ciò lo sospingeva
quella incertezza di cui non poteva guarirsi. Anche ora, mentre
parlava con l'Amoretti, lo confondeva la perplessità su quello che
dovea fare; non riusciva a dirsi aperto, risoluto il contegno, che
dovea seguire, e con la moglie e con lo Jannacone, sebbene già in
poche ore si fosse appigliato alle più varie e alle più severe
determinazioni.
La principessa era inquietissima: s'era accorta che il marito la
sfuggiva, e non osava affrontarlo. Non sapea più come liberarsi da
gravi impegni di denaro che aveva contratti; e sentiva un malessere
continuo; si stordiva in ogni modo per sfuggir al pensiero, che
tornava sempre a crucciarla: quello di una catastrofe immensa,
irreparabile. La mattina di tal giorno era uscita a cavallo, e s'era
avviata verso Castellamare. A un tratto udì lo scalpitìo di un altro
cavallo, che correva dietro il suo; poi le parve udir mormorare il suo
nome; si volse e riconobbe il bel giovane, che serviva di primo
commesso al Weill-Myot.
--Principessa,--egli disse, accostando il suo cavallo a quello di lei
e scoprendosi il capo in atto molto ossequioso,--era sicuro di
trovarvi qui.... nella vostra solita passeggiata.... Ho da dirvi cose
molto gravi e.... funeste.
Le guancie della principessa, già rosse per la corsa, per la pungente
aria mattutina, si fecero d'un incarnato più vivo.
--Avete ricevuto un mio biglietto ieri l'altro?--domandò ipocritamente
il giovane.
--No,--rispose la principessa.
--Ora comprendo perchè non abbiamo risposta.... Oggi sono in scadenza
i pagamenti di qualche centinaio di migliaia di lire per conto
vostro.... Le avete?
--No.... no.... io non sapeva nulla!--rispose la principessa con voce
concitata.--Mi cogliete all'improvviso: io non ho più denari: ho
appena cinque, sei mila lire....
--I vostri gioielli?
--Ah!--La principessa fece un ghigno di scherno....
--Tutti.... tutti?...--chiese il giovane, come se avesse già compreso
l'espressione della fisonomia di lei.--A proposito, debbo dirvi che
vostro marito sa dei gioielli falsi, che voi avete mutato coi veri....
Ma io credeva si trattasse soltanto di alcuni....
--Mio marito sa?...
Aveano fermato i cavalli in luogo remoto, e favellavano, senza scender
di sella. Era strano il colloquio sì intimo di que' due a cavallo:
colloquio, che dovea decidere della vita di Enrica.
--Vi assicuro che vostro marito sa tutto....
--Sta bene,--disse la principessa,--provvederò....
--Ma urge il provvedere: pensate che c'è una cambiale in cui voi, in
un istante di sovraeccitazione, e credendo poterla ricuperare e
stracciare qualche ora dopo, avete falsificato la firma del Re.
Enrica trasalì.
--Ho capito, ho capito....--Con la sua corruzione, con la sua perfidia
già avea pensato una cosa orribile, e in un istante: darsi finalmente
al Weill-Myot, contentar il suo orgoglio, soddisfare la sua passione:
per possederla egli avrebbe certo tutto sagriticato: e per lui il
darle un milione, e più, non era un sagrifizio. Accomiatò il giovane
con uno de' suoi gesti imperiosi. Egli si accinse a voltare il suo
cavallo, mentre le ripeteva:
--È oggi l'ultimo giorno: o pagare, o una rovina inevitabile.... Noi
non possiamo trattener più i vostri creditori!
Ella tornò indietro pian piano, lasciando le briglie lente, e
meditando. Poi si dette, a un tratto, a una corsa vertiginosa. Le
premeva di tornare a casa, di cercare fra i suoi gioielli. Tornò: salì
nella sua camera: aprì lo stipo: si accorse che gli astucci dei
gioielli erano stati messi sossopra: vide che era stato frugato tra le
sue carte: ritrovò la lettera di Cristina, che ella non credeva aver
conservato, aperta, sopra un mucchio di altri fogli in un cassetto.
Si rammentava benissimo d'aver lasciato in casa una sera la chiave
dello stipo, che portava sempre con sè: e che avea palpitato per la
dimenticanza. In quella sera suo marito dovea essere entrato nella
camera; si dovea esser accorto di tutto.
Ma chi gli avea fatto sospettare che i gioielli fossero falsi? Il De
Carlo l'avesse tradita? Non le sembrava possibile. A che prò? Il
destino dunque si sfogava contro di lei e le suscitava contro
misteriosi delatori. Ricevette un gran plico. Lo aprì. Le sue arti
erano riuscite a meraviglia. Il re la nominava a una carica onoraria
di Corte: inebriando il Venosa, umiliando Diana, ella aveva trionfato:
la sua bellezza, già l'assicurava di trionfar sempre, e di tutto. Si
consolava un po' fra tante angustie: la sua vanità tornava a
ingigantire. Si rivestì d'un abito nero, che modellava a perfezione le
sue forme: prima di uscire di nuovo, si guardò allo specchio, e
mormorò cinicamente, avventatamente:
--Facciamo anche questa!
Ella andava a vendersi al Weill-Myot, per un prezzo, che non le parea
punto caro: oramai era fuori di sè, o quasi non sapea più ciò che
operava: avea la coscienza offuscata, ottenebrata dagli strabocchevoli
vizi, agitata dalla paura della condizione terribile in cui s'era
ridotta. Il Weill-Myot l'avea stretta in buona rete.
Quel giorno il banchiere americano avea ricevuto due telegrammi da
New-York, che gli assicuravano il buon esito di certe sue grosse
speculazioni: egli guadagnava il 17 e il 19 per cento su un vistoso
numero di azioni di nuove linee di strada ferrata: guadagnava
seicentomila lire su un rialzo di fondi americani. Oh, se la
principessa non l'avesse offeso, aizzato contro di lei in altri tempi,
avrebbe potuto permettersi tutte le prodigalità, sicura che egli non
avrebbe mai mancato col suo ingegno, con la sua potenza di farle
trovar i mezzi per i suoi fastosi capricci.
La principessa arrivò alla Banca Weill-Myot e domandò dell'americano.
Egli era ne' suoi appartamenti, facea colazione col celebre pittore
spagnuolo Murcillo. Questo artista, allora ricercato in tutta Europa,
giunto a una gloria, che pochi hanno eguagliato nel nostro tempo, avea
un grande studio in Napoli, nel palazzo del Creso americano: uno
studio sontuoso, composto di tre grandi sale, ch'egli stesso gli avea
fatto addobbare con sfarzi orientali.
E il pittore stava eseguendo due quadri per il banchiere.
La principessa fu fatta entrare nel salotto del banchiere, ove già
l'abbiamo una volta incontrata.
Poi, fu dato subito annunzio al Weill-Myot della visita di lei.
--Le avete detto che siamo a tavola?--domandò il banchiere al suo
impiegato, poichè egli teneva alle più volgari ostentazioni e voleva
mostrare dinanzi a un suo subalterno che anche la visita di una
principessa non era per lui gran cosa, che anzi poteva riuscirgli
importuna.
--Gliel'ho detto, e l'ho fatta entrare nel salotto....
--Oh.... ma che pensate.... ricevetela subito.... Che diavolo? Una
donna e una gentildonna!--disse l'artista spagnuolo, con la cavalleria
propria della sua nazione e de' veri artisti. Ma il Weill-Myot era il
Weill-Myot.
Si alzarono subito da tavola: e si recarono nel salotto ov'era la
principessa. Il banchiere immaginava ciò che essa avrebbe desiderato
da lui; però avea tenuto a farsi trovare in compagnia. Era il modo
migliore per avvilirla di maggiore spregio e per far sì ch'ella
risentisse più cocentemente le umiliazioni, che le avrebbe inflitte.
Benchè accigliato, malcontento, di pessimo umore, all'annunzio di
quella visita, il banchiere si sforzò di sorridere. Finse subito, nel
trovarsi al cospetto della principessa, una grossolana familiarità. Le
mise una mano sopra un braccio, come avrebbe fatto in segno di
cordialità ad un amico, e le disse:
--Siamo felicissimi della vostra visita!
Quel riceverla in due era già un'insolenza.
--Vi presento il famoso pittore....
--Oh, il signor Murcillo,--disse Enrica, con un sorriso divino,--chi
non lo conosce!
Il pittore s'inchinò con molto rispetto, e con profonda ammirazione
della squisita bellezza che aveva dinanzi.
--Voi siete artista, principessa,--continuò il Weill-Myot, che parlava
sempre famillionariamente, secondo un notissimo avverbio, alla
gentildonna.
--Volete entrar nello studio del nostro Murcillo.... veder i suoi
capilavori?
Entrarono nelle stanze, che servivano di studio allo spagnuolo. La
principessa gettò alcune piccole grida di stupore dinanzi alle varie
tele, sparse qua e là con apparente negligenza, dinanzi a' due quadri,
in parte abbozzati, in parte presso che terminati.
--La vostra fama è grandissima, e pure il vostro merito la
supera!--disse la principessa al pittore. Egli eccelleva sopra tutto
nel dipingere le nudità femminine.
Nacquero dispute sa la perfezione di certe linee, su la appropriatezza
di certi scorci in questa o quella figura.
Il pittore, estatico dinanzi alla bellezza della principessa,
ammaliato dall'incantevole suo sorriso, dalla dolcezza della sua voce,
già subiva quel fascino, a cui nessun uomo, salvo il Weill-Myot, dopo
il risentimento provato pe' disdegni di lei, avea saputo sottrarsi.
La principessa andava da un quadro all'altro, osservava, criticava con
vero acume, specialmente lodava; rideva ella stessa delle sottili
malizie, che metteva in certi giudizi, e che si riferivano a segreti
della bellezza femminile.
Il pittore la divorava con gli sguardi; indovinava le forme elette,
che ella non nascondeva molto, per la stessa foggia d'abiti, sempre da
lei prediletti a tale scopo.
--So che facevate colazione,--disse la principessa al Weill-Myot, e
gli rivolgeva uno sguardo di fuoco.
--Oh!--esclamò il Weill-Myot accompagnando la esclamazione con un
gesto, che voleva significare:--Ma ciò poco importa....
--Mi dorrebbe molto, caro Weill-Myot, avervi disturbato,--replicò la
principessa col tuono più vellutato della sua voce. Ella incominciava
i primi attacchi, e con strategica finissima, per vincere la sua
battaglia.--Tornate a mangiare... vi aspetterò qui se volete.... Non
mi riguardate come un'intrusa, o come una importuna.... Trattatemi con
la familiarità di una antica amica.--Tutto questo fu detto con
disinvoltura adorabile, e con la massima grazia.
Un'idea infernale balenava nella mente del Weill-Myot.
--Già che voi... principessa... siete sì buona... e mentre venite a
parlarmi de' vostri affari, degnate trattarmi, non come un servitore
pronto a tutti i vostri cenni, ma come un amico... vi dirò che noi
avevamo quasi finito di far colazione....
--E allora finite... andate, e subito!---ella disse, agitando in aria
un guanto, che s'era cavato.
--Eravamo sul punto di bere un vino spumante, leggerissimo, delicato,
che mi è stato spedito dall'America, che i buongustai americani
preferiscono allo stesso _Champagne_ di miglior qualità... si chiama
anzi _Jolly--Champagne_.... Lo farò recar qui: vorrete voi,
principessa, degnar d'accettare che noi facciamo un brindisi alla
vostra bellezza meravigliosa?... Non vorrei esser troppo ardito....
--Vi ho detto, caro Weill-Myot, che voglio mi trattiate come una vera
amica: siamo nello studio di un grande artista; parliamoci d'arte, e
trattiamoci da veri camerati.... Ve ne do l'esempio....--E la
principessa si gettò su una larga ottomana, e vi cadde in modo che le
sue tibie rimasero, in parte, scoperte. Volea dar al pittore un'idea
delle sue perfezioni. Cedeva alla sua solita smania di far pompa di
sè, di mostrare le sue bellezze.
Il Weill-Myot uscì per dar gli ordini opportuni, e stette un pezzetto
a tornare.
Il pittore parlava con la principessa, che in quella posizione lo
esaltava, gli mandava in fiamme il cervello.
--Felice l'artista,--egli mormorava,--che potesse condurre un'opera,
studiandovi, avendovi a modello.... Egli lavorerebbe di certo per
l'immortalità.
L'effetto, da lei prodotto sul pittore, le facea ben augurare
dell'impresa, che era venuta a tentare sul Weill-Myot: sorrideva; ma,
a dir vero, non avea mai dubitato seriamente che il Weill-Myot potesse
resisterle.
Ammetteva gli uomini fossero sovente ingrati alla donna che li onora
della sua predilezione; non ammetteva potessero esser ciechi, o non
commovibili alla sua bellezza.
Arrivò un servitore maestoso, in ricchissima livrea: portava con sè un
gran vassoio d'argento, con due bottiglie, e bicchieri infilati in
custodiette d'argento.
Qualche istante appresso giunse il Weill-Myot. Egli facea versare alla
principessa lo squisitissimo vino americano, di un nitido color
d'ambra, vino riconfortante, di un gusto soave, di un delicato
profumo. In una bottiglia il Weill-Myot avea gettato una sottilissima
polvere, che dovea aver per effetto di suscitare nella principessa una
sete inestinguibile, incitarla al bere, e darle un'ebbrezza assai
forte, sebbene passeggera.
Il servitore, postosi dietro le ampie spalle della principessa, aprì
le due bottiglie: versò il vino, secondo le istruzioni ricevute, ne'
tre bicchieri.
Il Weill-Myot tolse dal vassoio un bicchiere e lo porse alla
principessa: e tutti e tre in piedi fecero il brindisi.
--Il vino è davvero stupendo.... Si vede che il nuovo mondo, anche in
questo genere, comincia a darci sublimi prodotti.
Il lettore sa già che la principessa beveva assai volentieri i vini
molto generosi; non le occorrevano stimoli.
--Beviamo di nuovo!--ella disse tutta gaia. E il Weill-Myot fece un
cenno al servitore, tenendo egli in mano il bicchiere della
principessa. Ella bevve tre volte, in brevissimo tempo, di quel vino.
Sentiva un benessere insolito, una vera letizia: e in quello studio,
fra quelle forme di bellissimi corpi, carezzate dal pennello
dell'artista, provava un fervore di sensualità, sempre in lei pronto a
svegliarsi. Parlava un po' sconnessa, ma vivace, arguta, senza
ritegni, con una libertà salace e raffinata. Si sarebbe detto che il
suo scopo fosse l'eccitar que' due uomini alla più appassionata
adorazione, alla più folle passione per lei.
Intanto, il principe smaniava nel suo palazzo e trascorreva le ore ne'
dialoghi con Cristina e con Roberto.
--Vedete,--disse la principessa, accostandosi a un quadro,--l'anca di
questa donna non è perfetta... in tale scorcio... in tal punto,--e
l'indicava,--dovrebbe apparire più turgida....--Criticò il seno di
un'altra figura di donna. Non v'era abbastanza colore: e l'epidermide
d'una donna robusta, sia pur di finissima e bianchissima carnagione,
ha un tessuto più vivo....--Qui,--continuava e indicava un altro
punto,--c'è un errore....
Il pittore sorrideva: sorrideva la principessa. E si sforzava di
sorridere il Weill-Myot.
Poi, risalendo col dito, la principessa indicava nel seno d'una figura
di donna la fossetta in mezzo alle due collinette di rose e di neve,
come le chiamavano un tempo i poeti.
--Qui, la linea,--disse al pittore, con il suo più furbesco
sorriso,--è sbagliata.
--S'io potessi veder un modello, quale io lo sogno... mi accorgerei
che tutto in questi quadri è sbagliato....
La principessa fece un piccolo gesto d'impazienza, come se volesse
contradire il pittore.
--Sbagliato in questo senso: che non riproducono l'esemplare della
vera, perfetta bellezza, sì raro a trovarsi.... Mi è permesso di
parlar francamente?
Con un cenno Enrica gli dette ad intendere che a ciò l'invitava.
--La perfezione assoluta delle forme è propria soltanto di pochi,
elettissimi esseri.... Si direbbe che la natura, nel produrre un corpo
perfetto, faccia tali sforzi, che abbia bisogno di lunghi riposi....
La vita aristocratica, agiata, contribuisce alla perfezione delle
forme.... Non è vero, ad esempio, che la ginnastica conferisca alla
bellezza del corpo umano; essa dà lo sviluppo di alcune forme, a
scapito di altre. Turba l'armonia.... Volete un modello assoluto di
bellezza? Paolina Borghese: una dama aristocratica.... Felice il
nostro Canova, che l'ha veduta.... Una donna bellissima, che cede allo
scrupolo di non mostrar le sue forme, di tenerle velate anche
all'occhio adoratore di un artista, sottrae al genere umano un vero
tesoro.... Oh, se io potessi attuare un sogno, che ora m'agita la
fantasia, un sogno forse troppo temerario... se potessi vedere la
vostra bellezza divina....
La principessa era eccitata dalla spiritosa bevanda, dalla polvere
inebriante, che il Weill-Myot vi avea gettato.
--Chi avrebbe scrupolo di mostrar ad un artista ciò che può dar
ispirazione al suo ingegno, aumentare in lui l'idea della
perfezione?...
--E poi la bellezza è passeggera.... l'anno, il giorno che corre, una
malattia, possono sfiorarla, deteriorarla.... Un artista ha il potere
di fissarla per sempre in una tela, nel marmo, nel bronzo, renderla
immortale.
Vide un gesto della principessa; e pose su un cavalletto una gran
tela.
Avea già in mano la tavolozza: tenea gli occhi fissi, estatici su la
principessa, come se già scorgesse, o aspettasse di scorgere
un'apparizione più che umana.
Ella guardava di sottecchi il Weill-Myot. Era per lui, che commetteva
un tale ardimento.
Anche il banchiere avea gli occhi fissi su lei, ma i suoi sguardi non
aveano la medesima espressione estatica di quelli del pittore.
L'americano avea la febbre di vederla innanzi a sè, come si ammirano
le statue, spoglia d'ogni indumento. Volea scrutare tutte le forme di
lei: dirsi se avea desiderato veramente una donna nella sua struttura
perfetta, e compiacersi nell'orgoglio di averla disprezzata.
Enrica era corsa dietro un magnifico paravento giapponese. I due
udivano un fruscio di vesti.
Una mano frettolosa scioglieva nastri, strappava ciò che le era
d'ostacolo.
Il pittore palpitava d'entusiasmo, poichè avea già indovinato la
meravigliosa bellezza della principessa: il Weill-Myot era, per così
dire, rovente di concupiscenza, e godeva nella coscienza della sua
fierezza, nel pensiero della umiliazione a cui costei sarebbe fra poco
discesa. Ella in quel mentre non pensava punto ad umiliarsi: la
eccitavano due sentimenti: un sentimento di vaga poesia, che la
consigliava a soddisfare l'artista, e la bramosia di veder riprodotti
i suoi tratti, d'esser testimone dell'ammirazione, che avrebbero
eccitato, dipinti maestrevolmente da un artista sì famoso. Poi,
ripetiamo, la conquista del Weill-Myot, benchè tentata con tal mezzo,
dovea provarle che, mercè la sua bellezza, ella poteva uscire
facilmente da' passi più scabrosi.
--Oh, figuratevi,--diceva lo spagnuolo al Weill-Myot e la voce gli
tremava,--se Tiziano non avesse trovato una vera patrizia, una gran
dama, di forme sì squisite, che stesse dinanzi a lui perchè egli
delineasse, colorisse quel quadro, cui danno il nome di Venere! Di
rado un pennello di pittore ha reso con toni sì caldi e sì veri, la
vita ch'è nel corpo umano, la vita dei pori, dei tessuti.... Non
ostante certi lievi difetti, visibili solo a chi ha fatto dell'arte lo
studio di tutta la vita, par che quel corpo si muova.... Tiziano avea
goduto lo spettacolo della suprema bellezza poderosa, armonica, come è
quella della principessa....
Già una gonna bianca, tutta trine, bene insaldata, era caduta fuori
del paravento. Il bel fianco robusto vi avea lasciato il suo rilevato
contorno.
A un tratto, la principessa uscì dal suo nascondiglio, seria, con un
passo di Dea, e andò a porsi sopra una pedana, assai alta, e coperta
di raso rosso.