Chi avesse in quel punto visto Enrica si sarebbe sbigottito.
I capelli disciolti le ricadevano sin quasi al ginocchio, le vesti in
disordine; la fisonomia piena di terrore, le labbra schiumanti, le
guancie, di pallidissime, divenute livide, le occhiaie infossate, gli
occhi iniettati di sangue.
Di tratto in tratto le sfuggiva un gesto di collera.
Quando furono chiuse le imposte, ella sedette, il gomito nudo
appoggiato sul velluto celeste di una piccola scrivania d'ebano.
--Dunque ti ha parlato?--disse con angoscia suprema, guardando negli
occhi Cristina che stava ritta innanzi a lei.
La cameriera rispose di sì con un cenno.
--Ed è risoluto vedermi ad ogni modo?...
--Ad ogni modo!--replicò Cristina.
Tutt'e due parlavano sotto voce, agitate, come in preda a un grande
spavento.
--E quando e tornato?...
--Stamani....
--Il suo bastimento non faceva rotta per le Indie?
--Il bastimento si è incendiato in mezzo a una tempesta..... Egli ha
salvato, dopo morto il comandante, alcuni dell'equipaggio: non mi ha
detto in particolare ciò che ha fatto, ma mi ha mostrato, sul suo
uniforme, i galloni. È già graduato....
--Ha, dunque, mantenuto la sua promessa!...
--E domani sarà qui!--osservò Cristina.
--Ecco ciò che mi dispera.... Io non avrò mai il coraggio di confessar
tutto a mio padre.....
--Il giovinotto,--esclamò a un tratto risoluta e cupa Cristina,--non
deve saper nulla della creatura....
--Costei non sa,--pensava Enrica, infiggendosi le ugne nelle carni,
che le spicciavano sangue,--ch'io già sono la sposa... la sposa del
figlio di Francesco Jannacone!...
Offriamo qualche spiegazione al lettore.
Come abbiam detto, Enrica aveva sempre goduto d'una grande libertà.
Era cresciuta forte, prosperosa, in mezzo ai campi; di sangue ardente,
dispotica e sensuale, non tollerando opposizione a' suoi capricci, e
nessuno pensava a stornarli, anzi tutti vi si piegavano.
La compagnia della perfida Cristina aveva fatto il resto.
Il duca aveva un quattrocento persone e più nella sua famiglia
colonica: Enrica andava a ogni ora per i vasti possessi.
La ragazza entrava nelle case, all'improvviso; appariva non
desiderata, maligna, ne' luoghi più remoti ove gl'innamorati si davano
convegno; i discorsi e gli esempi di Cristina, che essa avea trovato
un giorno senza vesti in una delle stanze più sfarzose del castello,
con la guardia del parco; un vero gigante, ammirato da tutte le belle
de' dintorni; i trastulli de' garzoni, delle forosette, che avea
spesso sorpresi, le intimità, sulle quali aveva voluto mettere
l'occhio nelle case, ne avevano infiammato l'immaginazione, e
l'avevano resa precocemente desiderosa di piacere.
Essa era già sviluppata di forme; il seno mostrava appetitosi turgori:
il fianco rilevato, la gamba straordinariamente massiccia, che tutti
vedevano, poichè passeggiava allora per la campagna in guarnellino
corto: le braccia erano rotonde, bianche, marmoree.
Un bellissimo giovinetto, biondo, robusto, di aspetto gentile, figlio
di un contadino del duca, veniva spesso al castello per servigi, o a
recar doni.
Era alto della persona, di larghe spalle, occhi vivi, naso aquilino, e
mirabile nella proporzione delle sue forme. Aveva poi una certa grazia
innata: spirava la tranquillità, la gioia, la forza.
Il collo nudo, il petto nudo, le gambe quasi nude, era bello a vedersi
come una statua: come un Apollo o un Antinoo.
Cristina, non sappiamo con quale pretesto, lo aveva tratto nelle
stanze della padrona, mentre essa un giorno correva i campi, e s'era
trattenuta con lui.
Più tardi Roberto Jannacone riusciva a confabulare con Enrica. Essa
incominciò a vederlo volentieri, a scherzarci, a incrudelire verso di
lui: il suo modo di dimostrare affetto agli esseri che prediligeva.
Talvolta, selvaggia com'era, gli dava uno schiaffo sonoro; con una
frustata gli aveva fatto un grosso sberleffo sul viso: un giorno gli
aveva fatto di toccare un ferro, che ella aveva tenuto al fuoco lungo
tempo, e Roberto ne fu per varii giorni ammalato.
Egli sopportava; aveva un suo disegno: quella ragazza appariscente gli
metteva addosso ben altro fuoco che i ferri arroventati.
Cristina non vedeva di mal occhio che la padrona si dilettasse della
compagnia di Jannacone, per farlo disperare, tormentarlo in ogni modo.
Ella aveva così più il destro di veder il bel giovane, che, sottile
politico, sebben altri avesse potuto averlo in concetto di rozzo, la
secondava nel suo talento, e lasciava soddisfatta quella donna
provetta, sapiente in certe arti.
Cristina sapeva che Enrica, orgogliosa, fastosa, disprezzava il
giovane.
Enrica aveva preso con esso una insolita familiarità. Aveva inventato
per lui una nuova maniera di torture.
Si faceva or vedere da Roberto negli atteggiamenti più provocanti; se
gli mostrava discinta, le sue forme robuste in parte scoperte; bene
inteso, sempre quando v'erano persone vicino, che potessero accorrere
in suo aiuto; gli mostrava di trattarlo come un bruto, come un uomo
senza considerazione.
L'altro s'invasava di tutta quella bellezza; accanto a Enrica si
sentiva in un'atmosfera di grandi ardori.
Pensava, nella sua astuzia di contadino, che un giorno la sua forza
avrebbe vittoria: e sarebbe si grato un trionfo, dopo tanti oltraggi,
tante ripulse, tante ignominie.
Il giorno venne.
Enrica correva sola, una domenica, poco innanzi il crepuscolo, fra le
alte erbe.... Non s'era accorta che qualcuno la seguiva da un pezzo.
Due braccia di ferro l'avvinghiarono. Vi fu una lotta disperata.
Enrica si difendeva con morsi, coi pugni, con le unghie, con uno
stile, che aveva fra i capelli, infliggendo ferite nel braccio di
Jannacone, che spargeva sangue. Ma costui sapeva quel che voleva, e lo
voleva. Teneva una mano sulle labbra di Enrica e quasi la soffocava
perchè non gridasse: fiero, risoluto, cercava di vincere ogni
ostacolo.
Uscivano a sera di là.
Nel separarsi, Enrica, si gettava al collo del giovane, e gli dava due
baci sulla fronte.
Quella passione ruggì per oltre un mese.
Enrica era delirante.
I suoi sensi eccitati, la triste educazione, la malvagità precoce non
davan luogo alla riflessione.
Un bel giorno con Roberto Jannacone si recarono dal parroco, un
vecchissimo prete, stretto da' bisogni, sempre perplesso su ciò che
dovea fare, timido, anzi pauroso, infermo, e gli dichiararono voler
essere marito e moglie. Enrica presentava, come dono alla chiesa,
molti ducati d'oro.
Il parroco, secondo l'uso de' tempi, previe certe formalità, univa in
matrimonio segreto la duchessa Enrica e il figlio del contadino
_Ciccillo_ Jannacone.
Roberto fece subito a Enrica una promessa: rendersi degno di lei,
prima che il loro matrimonio fosse palese; prima che essa ne parlasse
al duca.
A Enrica tutto allora sembrava facile, anche il parlare a suo padre,
appena fosse tornato.
Già apparivano le conseguenze della funesta passione, ch'ella non
palesava ad alcuno, ma l'atterrivano.
Roberto si arruolava nella marina e partiva, tre settimane dopo il
loro segreto matrimonio, per lunghi viaggi.
Cristina nulla seppe di questo matrimonio; combinato con ogni cautela,
fra un prete debole e due giovani esaltati, e il cui atto rimase
iscritto solennemente nell'archivio della parrocchia.
Enrica, per un pezzo, ricordò, con profonda commozione, la semplice
scena di questo matrimonio: la chiesetta disadorna, il prete, tutto
conturbato e pur compiacente, che mormorava con un peculiare accento
le parole del rito; essa che stringeva convulsa la mano di Roberto.
E Roberto le metteva in dito un anello che ella stessa gli aveva dato.
Pochi giorni dopo la partenza del giovane, Enrica era tornata alla sua
fierezza, al suo più schietto egoismo.
Provava un immenso, invincibil disgusto di ciò che avea fatto:
inorridiva del legame, onde s'era unita a un uomo sì basso: arrivava
persino, nell'orrore che le ispirava quanto era accaduto, ad augurarsi
che a Roberto incontrasse qualche mala ventura: non tornasse più.
Nel giovane, invece, l'assenza raddoppiava, ingagliardiva l'amore.
Egli si faceva istruire da' suoi superiori: cercava prender in esempio
i migliori: ne imitava i modi: affinava il suo parlare: imparava, in
pochi mesi, a leggere e scrivere: il comandante della nave lo faceva
suo segretario, lo prediligeva molto.
Nelle lunghe giornate di bonaccia, nelle notti tranquille, o fra lo
scatenarsi delle tempeste, egli pensava sempre ad Enrica: a lei soleva
riportare ogni sua azione: s'ispirava all'affezione per lei: sapea
ripetersi quasi ogni parola che essa gli avea detto nella lunga loro
dimestichezza: la rivedeva in tutti i suoi atteggiamenti capricciosi,
in tutta la sua florida bellezza: l'amava, l'adorava, la vezzeggiava:
la fantasia, come accade, gliela metteva innanzi più perfetta ch'ella
non fosse.
Non potendo parlare ad altri, sempre pensava, sognava di Enrica.
Aguzzava, affuocava ogni giorno la sua passione. Se un dubbio lo
pungeva che altri potesse torgli la donna ch'egli amava, insidiargli
il possesso di lei, quell'uomo robusto, indomito, di sbrigliate
passioni, si sentiva rimescolare il sangue, gli pareva che una nube
rossastra gli oscillasse dinanzi agli occhi, il cuore gli dava che
sarebbe stato capace di tutto, anche di un delitto e di più che un
delitto.
Ma quanta era la veemenza dell'amore da un lato, tanta era dall'altro
la forza del disgusto.
Enrica ormai odiava Roberto: aveva paura del giorno in cui egli
sarebbe tornato a rammemorarle la sua promessa: e cercava persuadersi
che un tal giorno non sarebbe venuto mai.
Aveva dovuto confidarsi con Cristina dell'amore pel giovane, delle
conseguenze della passione.
Cristina s'era detta in modo preciso:
--Un segreto come questo mi gioverà, mi arricchirà di sicuro!
Ella si preparava a sfruttar Enrica in tutte le condizioni della sua
vita.
La sapeva generosa, prodiga del denaro pe' suoi fini: in piaceri, se
non in opere buone: stava sicura di poterla liberare dal figliuolo del
contadino, ch'ella stessa ormai, con singolare ingratitudine (o
donne!), non avrebbe più voluto vedere: la immaginava sposa di un gran
signore, riputata, stimata, invidiata da tutti: ma ella sempre sarebbe
comparsa a turbar le sue gioie, a esigere da lei nuovi sagrifici, a
spogliarla di ciò che avesse di più caro, de' suoi diamanti, de'
ricordi della sua famiglia, sinchè la sua sordida cupidità non fosse
paga.
Dopo, l'avrebbe torturata, ma soltanto per suo diletto.
Enrica, in certi momenti, era stata con lei assai altera e cattiva: e
quell'animo triste dovea pensare a vendicarsene raffinatamente.
Per ora, si faceva umile; si era impadronita del grande segreto: la
sventurata maternità di Enrica; avea accettato a ricettar la bambina,
che dovea servire d'oggetto alle sue future minaccie, a' suoi lunghi
ricatti, e che considerava già strumento della sua fortuna.
L'aveva affidata a Domenico e mandata per lui in luogo sicuro, fidando
nella lealtà, nella onestà di esso, nelle prove di simpatia, in ardui
servigi che ne avea avuto.
Ma la sorte, come vedremo, disponeva altrimenti.
--Sì,--continuava Cristina, parlando, stravolta come una furia, alla
sua padrona, nella camera di lei,--bisogna tener celato a Roberto
ch'egli è padre.... altrimenti sarebbe impossibile il dissuaderlo,
l'allontanarlo....
Ma, per le ragioni che sa il lettore, ciò non quietava le angoscie di
Enrica.
--Sei ben certa,--domandò languidamente,--che la bambina sarà stata
condotta con ogni cura e sarà trattata con vero amore?
--Oh, per questo!--rispose ipocritamente Cristina, il cui pensiero
volava sempre a' futuri guadagni, alla potenza che avrebbe acquistato
sull'animo della padrona, giovandosi di tal segreto, e non contava
punto sul forte carattere di lei.
Enrica piangeva, di quel pianto spasmodico, proprio de' malvagi, degli
altezzosi, stretti dalla disperazione....
Il pianto la scoteva tutta: e, ad un tratto, come concludendo una
serie di pensieri che la crucciavano, sospirò:
--È impossibile.... impossibile.... confessar tutto a mio padre!
E, alzandosi, divenuta ormai, per le smanie, i delirii, le sofferenze,
quasi simile a uno spettro nella fisonomia, guardandosi tutta in un
grande specchio, disse con uno de' suoi ghigni feroci:
--E, poi, per un istante di oblio... per la violenza di un
mascalzone... io non voglio rinunziare al mio bell'avvenire.... Se la
vita di costui è d'ostacolo alla mia, può essere annientata....
E si gettò fra le braccia di Cristina, ben degna di comprendere un
tale pensiero.
Udirono un rumore alla finestra: un colpo secco, come se vi fosse
stata lanciata una pietruzza.
La pietruzza, infatti, era ricaduta sulla terrazza nella quale si
trovava il duca.
Il lume si era spento nel salotto e il duca che, sin allora, era
rimasto meditabondo, si scosse, fece alcuni passi: e subito udì un
fruscìo di foglie.
--Chi va là?...--gridò il duca.
Qualcuno correva nel parco.