II.

Chi avesse in quel punto visto Enrica si sarebbe sbigottito.

I capelli disciolti le ricadevano sin quasi al ginocchio, le vesti in

disordine; la fisonomia piena di terrore, le labbra schiumanti, le

guancie, di pallidissime, divenute livide, le occhiaie infossate, gli

occhi iniettati di sangue.

Di tratto in tratto le sfuggiva un gesto di collera.

Quando furono chiuse le imposte, ella sedette, il gomito nudo

appoggiato sul velluto celeste di una piccola scrivania d'ebano.

--Dunque ti ha parlato?--disse con angoscia suprema, guardando negli

occhi Cristina che stava ritta innanzi a lei.

La cameriera rispose di sì con un cenno.

--Ed è risoluto vedermi ad ogni modo?...

--Ad ogni modo!--replicò Cristina.

Tutt'e due parlavano sotto voce, agitate, come in preda a un grande

spavento.

--E quando e tornato?...

--Stamani....

--Il suo bastimento non faceva rotta per le Indie?

--Il bastimento si è incendiato in mezzo a una tempesta..... Egli ha

salvato, dopo morto il comandante, alcuni dell'equipaggio: non mi ha

detto in particolare ciò che ha fatto, ma mi ha mostrato, sul suo

uniforme, i galloni. È già graduato....

--Ha, dunque, mantenuto la sua promessa!...

--E domani sarà qui!--osservò Cristina.

--Ecco ciò che mi dispera.... Io non avrò mai il coraggio di confessar

tutto a mio padre.....

--Il giovinotto,--esclamò a un tratto risoluta e cupa Cristina,--non

deve saper nulla della creatura....

--Costei non sa,--pensava Enrica, infiggendosi le ugne nelle carni,

che le spicciavano sangue,--ch'io già sono la sposa... la sposa del

figlio di Francesco Jannacone!...

Offriamo qualche spiegazione al lettore.

Come abbiam detto, Enrica aveva sempre goduto d'una grande libertà.

Era cresciuta forte, prosperosa, in mezzo ai campi; di sangue ardente,

dispotica e sensuale, non tollerando opposizione a' suoi capricci, e

nessuno pensava a stornarli, anzi tutti vi si piegavano.

La compagnia della perfida Cristina aveva fatto il resto.

Il duca aveva un quattrocento persone e più nella sua famiglia

colonica: Enrica andava a ogni ora per i vasti possessi.

La ragazza entrava nelle case, all'improvviso; appariva non

desiderata, maligna, ne' luoghi più remoti ove gl'innamorati si davano

convegno; i discorsi e gli esempi di Cristina, che essa avea trovato

un giorno senza vesti in una delle stanze più sfarzose del castello,

con la guardia del parco; un vero gigante, ammirato da tutte le belle

de' dintorni; i trastulli de' garzoni, delle forosette, che avea

spesso sorpresi, le intimità, sulle quali aveva voluto mettere

l'occhio nelle case, ne avevano infiammato l'immaginazione, e

l'avevano resa precocemente desiderosa di piacere.

Essa era già sviluppata di forme; il seno mostrava appetitosi turgori:

il fianco rilevato, la gamba straordinariamente massiccia, che tutti

vedevano, poichè passeggiava allora per la campagna in guarnellino

corto: le braccia erano rotonde, bianche, marmoree.

Un bellissimo giovinetto, biondo, robusto, di aspetto gentile, figlio

di un contadino del duca, veniva spesso al castello per servigi, o a

recar doni.

Era alto della persona, di larghe spalle, occhi vivi, naso aquilino, e

mirabile nella proporzione delle sue forme. Aveva poi una certa grazia

innata: spirava la tranquillità, la gioia, la forza.

Il collo nudo, il petto nudo, le gambe quasi nude, era bello a vedersi

come una statua: come un Apollo o un Antinoo.

Cristina, non sappiamo con quale pretesto, lo aveva tratto nelle

stanze della padrona, mentre essa un giorno correva i campi, e s'era

trattenuta con lui.

Più tardi Roberto Jannacone riusciva a confabulare con Enrica. Essa

incominciò a vederlo volentieri, a scherzarci, a incrudelire verso di

lui: il suo modo di dimostrare affetto agli esseri che prediligeva.

Talvolta, selvaggia com'era, gli dava uno schiaffo sonoro; con una

frustata gli aveva fatto un grosso sberleffo sul viso: un giorno gli

aveva fatto di toccare un ferro, che ella aveva tenuto al fuoco lungo

tempo, e Roberto ne fu per varii giorni ammalato.

Egli sopportava; aveva un suo disegno: quella ragazza appariscente gli

metteva addosso ben altro fuoco che i ferri arroventati.

Cristina non vedeva di mal occhio che la padrona si dilettasse della

compagnia di Jannacone, per farlo disperare, tormentarlo in ogni modo.

Ella aveva così più il destro di veder il bel giovane, che, sottile

politico, sebben altri avesse potuto averlo in concetto di rozzo, la

secondava nel suo talento, e lasciava soddisfatta quella donna

provetta, sapiente in certe arti.

Cristina sapeva che Enrica, orgogliosa, fastosa, disprezzava il

giovane.

Enrica aveva preso con esso una insolita familiarità. Aveva inventato

per lui una nuova maniera di torture.

Si faceva or vedere da Roberto negli atteggiamenti più provocanti; se

gli mostrava discinta, le sue forme robuste in parte scoperte; bene

inteso, sempre quando v'erano persone vicino, che potessero accorrere

in suo aiuto; gli mostrava di trattarlo come un bruto, come un uomo

senza considerazione.

L'altro s'invasava di tutta quella bellezza; accanto a Enrica si

sentiva in un'atmosfera di grandi ardori.

Pensava, nella sua astuzia di contadino, che un giorno la sua forza

avrebbe vittoria: e sarebbe si grato un trionfo, dopo tanti oltraggi,

tante ripulse, tante ignominie.

Il giorno venne.

Enrica correva sola, una domenica, poco innanzi il crepuscolo, fra le

alte erbe.... Non s'era accorta che qualcuno la seguiva da un pezzo.

Due braccia di ferro l'avvinghiarono. Vi fu una lotta disperata.

Enrica si difendeva con morsi, coi pugni, con le unghie, con uno

stile, che aveva fra i capelli, infliggendo ferite nel braccio di

Jannacone, che spargeva sangue. Ma costui sapeva quel che voleva, e lo

voleva. Teneva una mano sulle labbra di Enrica e quasi la soffocava

perchè non gridasse: fiero, risoluto, cercava di vincere ogni

ostacolo.

Uscivano a sera di là.

Nel separarsi, Enrica, si gettava al collo del giovane, e gli dava due

baci sulla fronte.

Quella passione ruggì per oltre un mese.

Enrica era delirante.

I suoi sensi eccitati, la triste educazione, la malvagità precoce non

davan luogo alla riflessione.

Un bel giorno con Roberto Jannacone si recarono dal parroco, un

vecchissimo prete, stretto da' bisogni, sempre perplesso su ciò che

dovea fare, timido, anzi pauroso, infermo, e gli dichiararono voler

essere marito e moglie. Enrica presentava, come dono alla chiesa,

molti ducati d'oro.

Il parroco, secondo l'uso de' tempi, previe certe formalità, univa in

matrimonio segreto la duchessa Enrica e il figlio del contadino

_Ciccillo_ Jannacone.

Roberto fece subito a Enrica una promessa: rendersi degno di lei,

prima che il loro matrimonio fosse palese; prima che essa ne parlasse

al duca.

A Enrica tutto allora sembrava facile, anche il parlare a suo padre,

appena fosse tornato.

Già apparivano le conseguenze della funesta passione, ch'ella non

palesava ad alcuno, ma l'atterrivano.

Roberto si arruolava nella marina e partiva, tre settimane dopo il

loro segreto matrimonio, per lunghi viaggi.

Cristina nulla seppe di questo matrimonio; combinato con ogni cautela,

fra un prete debole e due giovani esaltati, e il cui atto rimase

iscritto solennemente nell'archivio della parrocchia.

Enrica, per un pezzo, ricordò, con profonda commozione, la semplice

scena di questo matrimonio: la chiesetta disadorna, il prete, tutto

conturbato e pur compiacente, che mormorava con un peculiare accento

le parole del rito; essa che stringeva convulsa la mano di Roberto.

E Roberto le metteva in dito un anello che ella stessa gli aveva dato.

Pochi giorni dopo la partenza del giovane, Enrica era tornata alla sua

fierezza, al suo più schietto egoismo.

Provava un immenso, invincibil disgusto di ciò che avea fatto:

inorridiva del legame, onde s'era unita a un uomo sì basso: arrivava

persino, nell'orrore che le ispirava quanto era accaduto, ad augurarsi

che a Roberto incontrasse qualche mala ventura: non tornasse più.

Nel giovane, invece, l'assenza raddoppiava, ingagliardiva l'amore.

Egli si faceva istruire da' suoi superiori: cercava prender in esempio

i migliori: ne imitava i modi: affinava il suo parlare: imparava, in

pochi mesi, a leggere e scrivere: il comandante della nave lo faceva

suo segretario, lo prediligeva molto.

Nelle lunghe giornate di bonaccia, nelle notti tranquille, o fra lo

scatenarsi delle tempeste, egli pensava sempre ad Enrica: a lei soleva

riportare ogni sua azione: s'ispirava all'affezione per lei: sapea

ripetersi quasi ogni parola che essa gli avea detto nella lunga loro

dimestichezza: la rivedeva in tutti i suoi atteggiamenti capricciosi,

in tutta la sua florida bellezza: l'amava, l'adorava, la vezzeggiava:

la fantasia, come accade, gliela metteva innanzi più perfetta ch'ella

non fosse.

Non potendo parlare ad altri, sempre pensava, sognava di Enrica.

Aguzzava, affuocava ogni giorno la sua passione. Se un dubbio lo

pungeva che altri potesse torgli la donna ch'egli amava, insidiargli

il possesso di lei, quell'uomo robusto, indomito, di sbrigliate

passioni, si sentiva rimescolare il sangue, gli pareva che una nube

rossastra gli oscillasse dinanzi agli occhi, il cuore gli dava che

sarebbe stato capace di tutto, anche di un delitto e di più che un

delitto.

Ma quanta era la veemenza dell'amore da un lato, tanta era dall'altro

la forza del disgusto.

Enrica ormai odiava Roberto: aveva paura del giorno in cui egli

sarebbe tornato a rammemorarle la sua promessa: e cercava persuadersi

che un tal giorno non sarebbe venuto mai.

Aveva dovuto confidarsi con Cristina dell'amore pel giovane, delle

conseguenze della passione.

Cristina s'era detta in modo preciso:

--Un segreto come questo mi gioverà, mi arricchirà di sicuro!

Ella si preparava a sfruttar Enrica in tutte le condizioni della sua

vita.

La sapeva generosa, prodiga del denaro pe' suoi fini: in piaceri, se

non in opere buone: stava sicura di poterla liberare dal figliuolo del

contadino, ch'ella stessa ormai, con singolare ingratitudine (o

donne!), non avrebbe più voluto vedere: la immaginava sposa di un gran

signore, riputata, stimata, invidiata da tutti: ma ella sempre sarebbe

comparsa a turbar le sue gioie, a esigere da lei nuovi sagrifici, a

spogliarla di ciò che avesse di più caro, de' suoi diamanti, de'

ricordi della sua famiglia, sinchè la sua sordida cupidità non fosse

paga.

Dopo, l'avrebbe torturata, ma soltanto per suo diletto.

Enrica, in certi momenti, era stata con lei assai altera e cattiva: e

quell'animo triste dovea pensare a vendicarsene raffinatamente.

Per ora, si faceva umile; si era impadronita del grande segreto: la

sventurata maternità di Enrica; avea accettato a ricettar la bambina,

che dovea servire d'oggetto alle sue future minaccie, a' suoi lunghi

ricatti, e che considerava già strumento della sua fortuna.

L'aveva affidata a Domenico e mandata per lui in luogo sicuro, fidando

nella lealtà, nella onestà di esso, nelle prove di simpatia, in ardui

servigi che ne avea avuto.

Ma la sorte, come vedremo, disponeva altrimenti.

--Sì,--continuava Cristina, parlando, stravolta come una furia, alla

sua padrona, nella camera di lei,--bisogna tener celato a Roberto

ch'egli è padre.... altrimenti sarebbe impossibile il dissuaderlo,

l'allontanarlo....

Ma, per le ragioni che sa il lettore, ciò non quietava le angoscie di

Enrica.

--Sei ben certa,--domandò languidamente,--che la bambina sarà stata

condotta con ogni cura e sarà trattata con vero amore?

--Oh, per questo!--rispose ipocritamente Cristina, il cui pensiero

volava sempre a' futuri guadagni, alla potenza che avrebbe acquistato

sull'animo della padrona, giovandosi di tal segreto, e non contava

punto sul forte carattere di lei.

Enrica piangeva, di quel pianto spasmodico, proprio de' malvagi, degli

altezzosi, stretti dalla disperazione....

Il pianto la scoteva tutta: e, ad un tratto, come concludendo una

serie di pensieri che la crucciavano, sospirò:

--È impossibile.... impossibile.... confessar tutto a mio padre!

E, alzandosi, divenuta ormai, per le smanie, i delirii, le sofferenze,

quasi simile a uno spettro nella fisonomia, guardandosi tutta in un

grande specchio, disse con uno de' suoi ghigni feroci:

--E, poi, per un istante di oblio... per la violenza di un

mascalzone... io non voglio rinunziare al mio bell'avvenire.... Se la

vita di costui è d'ostacolo alla mia, può essere annientata....

E si gettò fra le braccia di Cristina, ben degna di comprendere un

tale pensiero.

Udirono un rumore alla finestra: un colpo secco, come se vi fosse

stata lanciata una pietruzza.

La pietruzza, infatti, era ricaduta sulla terrazza nella quale si

trovava il duca.

Il lume si era spento nel salotto e il duca che, sin allora, era

rimasto meditabondo, si scosse, fece alcuni passi: e subito udì un

fruscìo di foglie.

--Chi va là?...--gridò il duca.

Qualcuno correva nel parco.

La Principessa · 第 11 / 42 题