IL VALDES.

Allorchè le bande di Carlo V saccheggiarono Roma, e l'Europa era piena

delle oltraggiose miserie ivi sofferte o recate, un giovane spagnuolo

dettava un dialogo, ove suppone che a Valladolid un soldato, reduce da

quel misfatto, s'incontri in un arcidiacono e nel cortigiano Lattanzio,

e gliene divisi le particolarità. Lattanzio non rifina di stupire che un

papa faccia guerra, e guerra contro l'imperatore: tutt'altro essere

l'uffizio del vicario di Cristo. Il soldato risponde che di ciò non

prendesi meraviglia in Italia, anzi v'è tenuto da nulla un papa che non

maneggi le armi. Descrivendo poi quell'atroce catastrofe, nelle

particolarità rilieva ciò che reca disonore al clero; il cortigiano ve

lo attizza colle sue suggestioni, e conchiude ammirando i giudizj di

Dio, il quale castigò in tal modo le ribalderie del papa e de'

suoi[511]. Perocchè della guerra attribuiva la colpa al papa e a

Francesco I, scagionandone Carlo V, lo che adempie pure in un precedente

dialogo fra Caronte e Mercurio, ove dalle anime che arrivano al tragitto

d'Acheronte fa raccontare molti abusi, l'opposizione fra la dottrina

cristiana e la pratica, e passando a scrutinio un teologo, un frate, un

vescovo, una donna e così via, mostra il peggiorarsi della razza umana.

Al gusto odierno dee sapere di strano l'udire Caronte e Mercurio

discutere del vangelo: ma le son licenze comuni a questi dialoghi de'

morti.

Autore n'era Giovanni Valdes, persona di alta nascita e di molto merito

alla Corte di Spagna.

Il tono di quei dialoghi, le accuse prodigate ai pontefici e alla Chiesa

indignarono molti, e il mantovano Baldassar Castiglione, famoso autore

del _Cortigiano_, che nel 1524 era ito nunzio del papa in Ispagna, e che

morì a Toledo il 1529, si credette in dovere di denunziar severamente il

Valdes al papa e all'imperatore. Lagnossene egli, quasi fosse venuto

meno alla cortesia mostratagli, e avesse condannato il libro senza

conoscerlo. Il Castiglione gli rispondeva una lunga lettera, professando

d'avere denunziato quel libro con piena conoscenza, e perchè vi côlse un

mar di errori e di calunnie contro le cerimonie, le reliquie, la

religione stessa. E qui ragionando punto per punto, non gli perdona il

dichiarare empietà che uno dica la messa in peccato. Se un prete è

malvagio, se celebra appena levatosi d'accanto a una donna, forse ciò

giustifica il rubare gli ostensorj e gl'incensieri? Le ricchezze sono

bene spese in onor di Dio, e lo credeano persino i Pagani: ond'è mal

gusto quel suo cuculiare le magnificenze del culto. Nè minor torto ha

quando scusa Lutero, e trova bisognasse, prima di condannarlo,

correggersi delle colpe ch'egli rinfacciava. Di rimpatto il Valdes non

v'è obbrobrio che risparmii a Clemente VII, e ciò per discolpare

l'imperatore; quell'imperatore che al papa professava affezione e

ossequio, al tempo stesso che lo lasciava depredare e oltraggiare in tal

guisa, che agli Spagnuoli stessi dolse di quella tragedia. Solo il

Valdes esortava Carlo V a tenere cattivo il papa, e giacchè l'aveva in

mano, non perdere sì propizia occasione di emancipare la cristianità.

«Voi dunque, nuovo riformatore degli ordini e delle cerimonie cristiane,

nuovo Licurgo, nuovo conditor di leggi, correttore de' santissimi

concilj approvati, nuovo censore de' costumi degli uomini, dite che

l'imperatore riformi la Chiesa con tener presi il papa e i cardinali? e

che facendolo, oltre al servizio di Dio acquisterà ancora nel mondo

gloria immortale? E volete indurlo a far così empia azione?....... Ah

impudente! ah sacrilego! ah furia infernale!..... E non temete che Dio

mandi il fuoco dal cielo che v'arda?» E qui, ritorcendo l'argomentazione

in invettiva, gli preconizza un san-benito.

Non erano materie dove si facesse a credenza; e il Valdes stimò prudente

abbandonare la Spagna, ricoverandosi a Napoli, ove il dominante era

ancora Carlo V, ma i privilegi nazionali teneano in freno il

Sant'Uffizio. Il Llorente, storico dell'Inquisizione parabolano e sempre

mal informato come mostreremo, dice abbandonasse la Spagna perchè

condannato d'eresia. Nol fu mai da vivo: sol dopo morto fu tenuto per

capo d'eretici, ma non si specifica di quali eresie peccasse, e ogni

Chiesa dissidente vorrebbe trarlo a sè, fin gli Antitrinitarj. Quest'è

certo ch'egli può stare alla testa de' riformati italiani. In Napoli fu

carezzato, stette segretario del vicerè Toledo, e scrisse varie opere,

fra cui i filologi lodano il dialogo sulle lingue, nel quale fa da due

Italiani e due Spagnuoli discorrerne sulla spiaggia di Napoli.

Quivi introdusse i libri di Lutero, di Bucer, degli Anabatisti che avea

conosciuti in Germania, e fece proseliti. Pubblicò un commento delle

Epistole di san Paolo (Venezia 1556) e riflessioni sopra san Matteo e

sopra alcuni salmi, dedicate a Giulia Gonzaga del ramo di Gazzuolo,

duchessa di Trajetto a Fondi, donna di sì famosa bellezza che Solimano

granturco desiderò vederla, e mandò il terribile Ariadeno Barbarossa per

rapirla, al che poco mancò riuscisse mentr'ella stava a Fondi con papa

Leone[512]. Dopo vedova del famoso Vespasiano, essa adottò per impresa

un amaranto e il motto _Non moritura_; e passata a Napoli nel 1537 per

certi litigi, in casa sua teneva un circolo, ove disputavasi di materie

religiose. Del Valdes citasi pure un «Avviso sopra gl'interpreti della

santa scrittura», ove sostiene che noi fummo giustificati per la

passione di Cristo, e che possiamo conoscere con certezza la nostra

santificazione.

Nel catalogo dei libri proibiti pubblicato da monsignor Della Casa è

notato _Il modo di tenere nell'insegnare e nel predicare al principio

della religione cristiana, libriccino il qual è solamente di tredici

carte in ottavo_; e il Vergerio, postillando esso catalogo, attribuisce

quell'opuscolo al Valdes, e non rifina di lodarlo, facendo le meraviglie

che si riprovi chi predica Cristo sinceramente e prudentemente, mentre

si tollerano e lodano le sguajatezze del Barletta, tutto buffonerie ed

empietà.

L'opera capitale del Valdes è quella stampata a Basilea nel 1550, col

titolo _Le cento et dieci divine considerationi del signor Giovanni

Valdessa; nelle quali si ragiona delle cose più utili, più necessarie et

più perfette della cristiana professione_. Nella prefazione, Celio

Secondo Curione «servo di Gesù Cristo, a tutti quelli i quali sono

santificati da Dio Padre, e salvati e chiamati da Gesù Cristo nostro

Signore» augura: «la misericordia, la pace et la carità di Dio vi sia

moltiplicata». E comincia: «Ecco fratelli, noi vi diamo non le Cento

novelle del Boccaccio, ma le _Cento e dieci considerazioni_ del

Valdesio, e di quanta importanza sieno vengo a dichiararvi».

E continua che «de' molti i quali scrisser delle cose cristiane, chi

meglio e più saldamente e più divinamente il fece è Giovanni Valdesio,

dopo gli apostoli ed evangelisti». Esaltandone i pregi, professa che di

questo grande e celeste tesoro siamo tutti debitori a monsignor Pietro

Vergerio, come stromento della divina provvidenza in farlo stampare,

acciò da tutti potesse essere veduto e posseduto. «Egli, venendo

d'Italia, e lasciando il finto vescovato per venire al vero apostolato,

al quale era chiamato da Cristo, portò seco di molte belle composizioni,

e fece come si suol fare quando, o per incendio della casa propria o per

sacco e sterminio di qualche città, dove ogni uno scampa le più care e

più preziose cose ch'egli si trova in casa: così il nostro Vergerio, non

avendo cosa più cara che la gloria del Signor Nostro Gesù Cristo, ne

recò seco di quelle cose le quali ad illustrarle ed allargarle servir

potevano». Soggiunge che fu dallo spagnuolo, da persona degna in lingua

italiana tradotto. Del Valdes racconta che «non seguitò molto la Corte

dopo che gli fu rivelato Cristo, ma se ne stette in Italia, e fece la

maggior parte della vita sua a Napoli, dove, con la soavità della

dottrina e con la santità della vita guadagnò molti discepoli a Cristo,

e massime fra gentiluomini e cavalieri, e alcune signore lodatissime.

Pareva che costui fosse da Dio dato per dottore e pastore di persone

nobili e illustri; ha dato lume ad alcuni de' più famosi predicatori

d'Italia..... Morse in Napoli circa l'anno 1540, lasciando altre belle e

pie composizioni, le quali per opera del Vergerio, com'io spero,

sarannovi comunicate».

Cominciò di quel tempo a correre per Italia un opuscolo, intitolato del

_Benefizio della morte di Cristo_, senza nome «acciocchè più la cosa vi

muova che l'autorità dell'autore». Sul qual autore faremo indagini

altrove; qui basti dire che a moltissimi fu attribuito; e ch'è uno de'

libri di più bizzarra fortuna, talchè potrebbe prendersi a simbolo delle

vicende della Riforma in Italia. Dato fuori nel 1542; stampato poco

dopo; diffuso, dicono, a quarantamila esemplari, si riuscì a sopprimerlo

a segno, da più non trovarsene esemplare; lo Schölhorn e il Gerdes,

tanto solleciti raccoglitori in questo genere, nol seppero rinvenire;

Mac Crie, Mac Aulay, Ranke lo dichiararono irreparabilmente perduto. Ma

nel 1774 un tal dottore Antonio Ferrario di Napoli ne avea deposto un

esemplare nel collegio di San Giovanni in Cambridge, con uno della

traduzione francese del 1552. Ivi testè fu ritrovato; indi un altro nel

1857 nel collegio medesimo, ch'era appartenuto a Laura Ubaldina, poi al

vescovo Moore, poi a re Giorgio I, il quale lo donò ad essa biblioteca.

Una traduzione in croato, edita il 1563, era stata dal celebre filologo

Kopitar donata alla biblioteca di Lubiana, dove giace pure un esemplare

dell'italiano. Se l'essersi distrutte tutte le copie dell'italiano può

darci argomento della potenza dell'Inquisizione, è inesplicabile che non

si facessero più ristampe nemmanco delle traduzioni, talchè d'esse pure

v'avea tanta rarità, finchè il reverendo Ayre riprodusse nel 1847 la

versione inglese, sulla quale si fece una versione italiana, stampata a

Pisa nel 1849, ed una migliore colla data di Firenze; poi scopertosi

l'originale, fu diffuso dalla società biblica e si venne così a

conoscerlo ed a parlarsene[513].

È un opuscolo in buon italiano, dove è asserito che, avendo Cristo

versato il sangue per la salvezza nostra, noi non dobbiamo dubitare di

questa, anzi conservare la massima tranquillità. S'appoggia ad autorità

antiche per affermare che coloro, i quali rivolgono le anime a Gesù

Crocifisso, e si affidano per mezzo di esso a Colui che non può

ingannare, sono liberati d'ogni male, e godono il perdono di tutte le

colpe.

Il peccato originale (insegna) fu causa de' nostri mali, ma non li

conoscevamo sin quando non fu data la legge. Il primo ufficio di questa

fu appunto far conoscere il peccato; il secondo ingrandire il peccato,

vietando la concupiscenza; il terzo dimostrare lo sdegno di Dio a coloro

che non osservano la legge; il quarto incutere timore all'uomo; il

quinto costringerlo a rivolgersi a Gesù Cristo, dal quale unicamente

dipendono la remissione de' peccati, la giustificazione e tutta la

salute nostra. Se il solo peccato d'Adamo bastò, senza colpa nostra, a

rendere peccatori noi tutti, a più forte ragione la giustizia di Cristo

avrà forza di renderci tutti giusti e figli della Grazia, senza

cooperazione nostra: la quale non può essere buona se prima noi stessi

non siamo divenuti buoni. Iddio avendo già punito ogni peccato nel

Figliuolo suo dilettissimo, ha conceduto al genere umano generale

perdono, e ne gode chiunque creda al Vangelo. Da Cristo solo deve dunque

ciascuno riconoscere la propria salvezza, in lui solo confidare, non

nelle opere proprie. Questa santa confidenza entra nei cuori nostri per

opera dello Spirito Santo, il quale ci si comunica mediante la fede; e

la fede non viene mai senza l'amore di Dio. Laonde ci sentiamo mossi da

lieto e operoso ardore a fare azioni buone, sentiamo forza di eseguirle,

e di soffrire tutto per amore e gloria del nostro Padre misericordioso.

«Per le cose dette (prosegue) si può intendere chiaramente che il pio

cristiano non ha da dubitare della remissione de' suoi peccati, nè della

grazia di Dio: nondimeno per maggior soddisfazione del lettore voglio

scrivere alcune autorità de' dottori santi, i quali confermano questa

verità». E qui adduce numerosissime autorità; indi ripiglia: «Nessuno

però creda coi falsi cristiani, i quali degradano di costumi, che la

vera fede consista nel credere la storia di Gesù Cristo come si crede

quella di Cesare e Alessandro, o come i Turchi credono al Corano. Fede

siffatta non rinnuova il cuore, nè lo riscalda dell'amor di Dio, nè

produce le buone opere e i cambiamenti di vita, che provengono solo

dalla fede vera, la quale è un'operazione di Dio entro di noi. La fede

giustificante è simile a fiamma che non può non tramandare luce; così

essa non può bruciare il peccato senza il concorso delle opere. E come,

vedendo una fiamma che non mandi luce, riconosciamo essere falsa e

dipinta, così quando in alcuno non vediamo la luce delle buone opere

diciamo che non ha quella vera fede ispirata da Dio[514].

«Che se ci prende diffidenza, ricorriamo al sangue di Gesù Cristo,

sparso per noi sulla croce, e distribuito nell'ultima cena sotto l'ombra

d'un sacramento augustissimo. Chi s'accosta a questo senza fede nè

carità, non credendo che quel corpo del Signore è vita e purgazione di

tutti i peccati, fa Gesù Cristo mentitore, calpesta il figliuolo di Dio,

e stima non essere nulla meglio che una cosa comune e terrena, il sangue

del Testamento, pel quale fu giustificato. E però il Cristiano, quando

comincia a dubitare se abbia o no ricevuto il perdono, quando lo rimorde

la dubbiosa coscienza, ricorra a questo divino sacramento, che gli

assicura il perdono di tutti i misfatti.

«Sant'Agostino costuma chiamare questo divinissimo sacramento vincolo di

carità e mistero d'unità, e dice che, chi riceve il mistero dell'unità,

e non conserva il vincolo della pace, non riceve il mistero per sè ma

una testimonianza contro di sè. Adunque abbiamo a sapere intendere che

il Signore ordinò questo sacramento, non solo per renderci sicuri della

remissione dei peccati, ma ancora per infiammarci alla pace, all'unione

e carità fraterna. Perocchè in questo sacramento il Signore ci fa

partecipare del suo corpo in modo, ch'e' diviene una cosa medesima con

noi, e noi con lui. E com'egli ha un solo corpo del quale ci fa

partecipi, così noi, per tale partecipazione, diveniamo un sol corpo fra

noi. Questa unione è raffigurata dal pane nel sacramento, formato di

molti grani, misti e impastati insieme in guisa, che l'uno non può

dall'altro discernersi. Parimenti noi tutti dobbiamo essere congiunti in

tale accordo di spirito, che niuna divisione possa insinuarsi tra noi.

Adunque, ricevendo la santissima comunione, dobbiamo ritenere nell'animo

che tutti siamo incorporati in Cristo, e tutti membri d'un medesimo

corpo; membri, dico, di Cristo, in maniera che non possiamo più

offendere, nè infamare, nè vilipendere alcuno de' nostri fratelli, senza

offendere, infamare, vilipendere il nostro capo Gesù Cristo; nè tenere

discordia con qualunque de' nostri fratelli, senza essere in opposizione

con lui. Così non possiamo amare lui se non amiamo i nostri fratelli.

Dobbiamo prepararci al divin sacramento eccitando gli animi nostri ad un

amor fervente riguardo al nostro prossimo. Qual maggiore stimolo ad

amarci che il vedere Gesù Cristo, non solo col dare se stesso a noi,

allettarci a dare noi stessi per gli altri, ma comunicandosi esso a

tutti noi, fare sì che noi diventiamo con lui tutt'una cosa?»

Conchiude raccomandando la comunione frequente, e così la preghiera, la

fiducia nella predestinazione, per quanto il demonio ci tenti per

levarcela, e per farci credere che, se per fragilità cadiamo in peccato,

noi diveniamo vasi d'ira e dimenticati dallo Spirito Santo.

Sant'Agostino dice: Niun de' santi è senza peccato; nè perciò cessa

d'essere santo se con affetto ritiene la santità. È gran cecità

l'accusare i Cristiani di presuntuosi se si vantano di possedere lo

Spirito Santo; anzi senza questo vanto non sarebbero veri cristiani. Il

timore servile sgomenta i reprobi; ma l'amore filiale conforta gli

eletti colla fiducia che Dio, per sua misericordia, li manterrà nello

stato felice ove gli ha posti, e che i suoi peccati gli furono

gratuitamente rimessi.

«Noi siam giunti al fine di questi nostri ragionamenti, ne' quali, il

nostro principale intento è stato di celebrare e magnificare, secondo le

nostre piccole forze, il beneficio stupendo che ha ricevuto il Cristiano

da Gesù Cristo crocifisso: e dimostrare che la fede per sè stessa

giustifica, cioè che Dio riceve per giusti tutti quelli che veramente

credono Gesù Cristo avere soddisfatto ai loro peccati: benchè, siccome

la luce non è separabile dalla fiamma che per se sola abbrucia, così le

buone opere non si possino separare dalla fede che per se sola

giustifica. Questa santissima dottrina, la quale esalta Gesù Cristo ed

abbassa la superbia umana, fu e sarà sempre oppugnata dalli Cristiani,

che hanno gli animi ebri. Ma beato colui il quale, imitando san Paolo

che si spoglia di tutte le sue proprie giustificazioni, nè vuole altra

giustizia che quella di Cristo, della quale vestito, potrà comparire

sicurissimamente nel cospetto di Dio, e riceverà da lui la benedizione e

l'eredità del cielo e della terra insieme col suo unigenito figliuolo

Gesù Cristo, nostro Signore, al quale sia gloria in sempiterno, amen».

L'opera fu da principio accettata come di retto sentire, e la sua tanta

diffusione attribuiscono a persone pie, al Flaminio, ai cardinali Morone

e Polo, a monsignor Carnesecchi. Poco si tardò ad avvertirne gli errori;

ma su quel punto della giustificazione non erano ben d'accordo neppure i

Cattolici, atteso che gran parte della disputa consisteva in parole, e,

come dice Bossuet, v'aveva una mala intelligenza, anzichè vi fosse

difficoltà in tal quistione..... Chi di noi (soggiunge) non ha sempre

creduto e insegnato che Gesù Cristo soddisfece soprabbondantemente per

gli uomini, e che il Padre eterno, contento di questa soddisfazione del

Figlio, ci tratterà favorevolmente come se noi medesimi avessimo

soddisfatto alla sua giustizia? Se vuol dirsi ciò solo quando si dice

che la giustizia di Gesù Cristo ci è imputata, è cosa fuori di dubbio, e

non valea la pena di turbare l'universo, nè chiamarsi riformatori per

una dottrina così nota e confessata»[515].

Or bene, questo libretto fu attribuito al Valdes, e più generalmente

alla scuola ch'egli formò a Napoli. Perocchè colà egli nella allegra e

pittoresca sua casa a Chiaja raccoglieva il fior della nobiltà

napoletana, persone distinte per talenti, e signore quali la Gonzaga ora

detta, donna Maria Brizeño, donna Costanza d'Avalos, donna Isabella

Manriquez; e da esso derivarono i principali promulgatori della riforma,

come l'Ochino, il Vermiglio, il Carnesecchi. Al qual ultimo, Jacobo

Bonfadio scriveva poi[516]: «Dove andremo noi, poichè il signor Valdes è

morto? È questa certo gran perdita e a noi e al mondo; perchè Valdes era

un de' rari uomini di Europa, e quei scritti ch'egli ha lasciato sopra

le epistole di san Paolo e i salmi di David ne faranno pienissima fede.

Era senza dubbio ne' fatti, nelle parole e in tutti i suoi consigli un

compiuto uomo: reggeva con una particella dell'animo il corpo suo debole

e magro: con la maggior parte e col puro intelletto quasi come fuor del

corpo stava sempre sollevato alla contemplazione della verità e delle

cose divine. Mi condoglio con monsignor Marcantonio Flaminio, perch'egli

più che ogni altro l'amava ed ammirava. A me pare sino, quando tanti

beni e tante lettere e virtù sono unite in un animo, che faccian guerra

al corpo, e cerchino quanto più tosto possano di salire, insieme con

l'animo, alla stanza ond'egli è sceso».

E generale fu il compianto per la morte di questo bel ingegno, del quale

un poeta cantava:

_Valdesio ispanus scriptore superbiat orbis_[517].

Il Caracciolo, frate domenicano, che lasciò una vita manoscritta di

Paolo IV, di cui molto faremo uso, riferisce: «Accadde nel 1535 che con

Carlo V venne un detto Giovanni Valdes, nobile spagnuolo ma altrettanto

perfido eretico. Era costui (mi disse il cardinale Monreale che se lo

ricordava) di bell'aspetto e di dolcissime maniere, e di un parlare

soave e attrattivo: faceva professione di lingue e di sante scritture:

s'annidò in Napoli e in Terra di Lavoro. Di costui furono tre i

principali discepoli: frà Pietro Vermiglio, canonico regolare ed abate

di san Pietro d'Ara: frà Bernardino Ochino da Siena, e Marcantonio

Flaminio, tutti e tre letterati principalmente nelle lingue e nelle

lettere umane. Ora costoro, mentre furono in Napoli, per fare brigata

maggiore di discepoli s'erano divisi in diversi pulpiti di scrittura

santa: il Vermiglio in San Pietro d'Ara leggeva l'epistole di san

Paolo..... il Valdes leggeva in sua casa l'istesse epistole.... I nostri

Padri scoprirono l'eresie in Napoli, essendo il nostro ordine acerbo

persecutor dell'eresie, e che fa professione di difendere la fede

cattolica. Il modo con che furono dai nostri scoperti, s'ha da sapere

che Raniero Gualanda e Antonio Capponi, per la pratica che ebbero con

Valdes e Ochino furono a pericolo anch'essi incautamente di essere

macchiati un poco di quella pece. Ma perchè si confessavano dai Padri

nostri in San Paolo, però i nostri che ne stavano sospetti si fecero

riferire da loro tutto ciò che intendevano da quegli occulti eretici. In

questo modo vennero a conoscere i nostri il mal seme che coloro

seminavano, e le secrete conventicole d'uomini e di donne che facevano.

Le quali da loro scoperte, e scritte al cardinale Teatino (Caraffa) in

Roma, se ne fuggirono tutti di Napoli...... In Napoli se ne appestarono

tanti, e particolarmente molti maestri di scuola che arrivarono al

numero di tremila, come si riconobbe poi quando si ritrattarono.

«Il seme diffuso dall'Ochino fu coltivato da G. A. Mollio di Montalcino,

e da frate Angelo francescano, confessore del vicerè, e da Lorenzo

Romano, siciliano. Questi dapprima diffuse le sue opinioni sponendo i

salmi e l'epistole di san Paolo, e diffondendo il _Benefizio di Cristo_,

ma poi confessò i suoi falli al cardinale Caraffa, che l'indusse a

palesar molte persone, anche di gran qualità, e far ritrattazione

pubblica nelle cattedrali di Napoli e di Caserta».

Qual fosse la dottrina del Valdes non è ben chiaro: i Sociniani

vorrebbero trarlo a sè, ma pare avesse sulla Trinità opinioni sue

particolari. Nella biblioteca degli Antitrinitarj leggesi: _De Jo.

Valdesio quid dicendum? Qui scriptis publicis suæ eruditionis specimina

nobis relinquens, scribit se de Deo ejusque Filio nihil aliud scire,

quam quod unus sit Deus altissimus Christi Pater: et unus dominus noster

Jesus Christus ejus filius, qui conceptus est in utero virginis; unus et

amborum spiritus_. Nelle lettere di Teodoro Beza troviamo che un

ministro della Chiesa francese di Embden fu imputato d'aver fatto

tradurre le _Considerazioni_ del Valdes, folte di bestemmie contro la

parola di Dio, senza le note che v'erano apposte nell'edizione di Lione.

E avendo egli risposto che non v'avea bestemmie, e che la pietà del

Valdes dovea potersi lodare non meno ad Embden che a Zurigo, a Basilea,

a Ginevra, gli fu replicato che quest'opera avea fatto assai male alla

chiesa di Napoli; che di là l'Ochino aveva attinto le fantasie che lo

perdettero; e che molte persone, le quali prima aveano lodato le

_Considerazioni_, cambiaron opinione dopochè le ebbero meditate, e il

librajo che le stampò a Lione se ne pentì e ne chiese perdono a

Calvino[518].

Fatto è che molti diedero ascolto al Valdes, ma Nicola Balbani[519], che

fu ministro della chiesa italiana a Ginevra, riferisce che, dei

convertiti alla riforma in Napoli, la più parte s'accontentavano

d'accettare il dogma della giustificazione, riprovavano alcune

superstizioni, pure non lasciavano la messa e il resto: quando

perseguitati, abjurarono: alcuni furono uccisi come relapsi, fra cui il

Caserta che aveva convertito Galeazzo Caracciolo.

Di quest'ultimo, come degli altri nominati nel presente capitolo avremo

a dire ampiamente.

Gli eretici d'Italia, vol. I · 第 61 / 82 题