Il protestantesimo non fu dunque un avvenimento straordinario, un
fenomeno isolato nella storia. Cominciando dal discorso di san Paolo
all'Areopago, la Chiesa dovette colla parola sostenere le verità che
suggellava col sangue, e stretta attorno al successore di Pietro,
discutere dogmi, e, secondo lo Spirito Santo, reprimere la superbia
della ragione, la quale, uscendo dalla via degli umili, ch'è la sicura
via dello spirito, a guisa dell'antico tentatore dice all'uomo, _Tu sei
Dio_. Come sempre ci fu contrasto fra il diritto sociale e
l'indipendenza individuale, così fu tra l'opinione personale e la
credenza universale. Dietro ai Gnostici, fra i quali troviamo già tutti
gli errori e intellettuali e morali[386], Valdesi, Catari, Ussiti e
l'interminabile varietà de' novatori diceano che la tradizione, parola
umana, va soggetta ad errare; e sola rimane integra la lettera di fuoco
della Scrittura: la libertà del senso individuale era stata
l'aspirazione di ciascun eresiarca; e sulla grazia, sulla
giustificazione, sul purgatorio non v'ha opinione che non fosse stata
messa in dibattimento. Da secoli desideravasi la riforma della Chiesa;
chiedendola gli uni dall'autorità, gli altri contro l'autorità, quelli
abborrendo, questi esagerando gli impulsi individuali. Voleasi tornar il
papato verso le sue origini, o per la via monarchica o per la
aristocratica; e già a Basilea e Costanza erasi proclamato che il potere
spirituale non ha a che vedere col temporale, e il papa non è capo
costitutivo, ma ministeriale; e Tommaso, vescovo di Bologna, che fu poi
Nicola V, diceva sapientemente: «I romani pontefici han senza dubbio
allargato di troppo le braccia, fin quasi a non lasciare podestà alcuna
agli altri vescovi: ma alla lor volta i Padri di Basilea strinsero
troppo la mano al principe degli apostoli. Nè è meraviglia: chi abusa
del suo potere deve aspettare che altri faccia altrettanto; chi vuol
dirizzare un albero incurvato, lo incurva dal lato opposto. Fermo mio
proposito è di non usurpar i diritti de' vescovi, che vengono chiamati
ad assistermi nella direzione della Chiesa»[387].
La protesta fu dunque un fatto comune a tutte le età; se non che
anteriormente limitavasi a punti speciali; questa volta si fe generale,
per modo che tutte le susseguenti vi son comprese: prima erano
ammutinamenti, allora rivoluzione.
Lutero stesso dichiara non avere inventato nulla, e solo disposte in
corpo dottrinale opinioni correnti, innovazioni già introdotte o
invocate. Nè realmente egli ebbe un sistema preconcetto; ma via via
raggranellava traverso ai secoli i dubbj, sostituendo alla costanza
della tradizione la volubilità di spiegazioni esoteriche; e colla
intrepidezza che non si briga di metterle d'accordo, gettolle in un
mondo, ove tutte le potenze dell'errore cospiravano contro la verità,
offuscata dall'indifferenza e dalle prevaricazioni.
Il primo anno di Leone X, un frà Bonaventura predicava a Roma d'essere
il salvatore del mondo[388], eletto da Dio, la cui Chiesa avrebbe capo
in Sionne; e più di ventimila persone accorsero baciandogli i piedi come
a vicario di Dio; scrisse un libro «Della apostatrice cacciata e
maledetta da Dio meretrice Chiesa romana», ove scomunica papa,
cardinali, prelati; predica che egli battezzerà l'impero romano, eccita
i re cristiani ad accingersi d'armi e assisterlo, e massime esorta i
Veneziani a tenersi in accordo col re di Francia, il quale è scelto da
Dio ministro onde trasferire la Chiesa di Dio in Sionne, e convertire i
Turchi. Nel 1516 fu arrestato e messo in castel Sant'Angelo.
«A Milano il dì vigesimoprimo d'agosto del 1515, venne un uomo secolare,
di forma grande, sottile e oltremodo selvaggio, scalzo, senza camicia,
col capo nudo, e capelli aggricciati e barba irsuta, e di magrezza quasi
un altro Giuliano romita; solo avendo una vesta di grosso panno lionato;
e il vivere suo era pane di miglio, acqua, radici e simili cose; e a
dormire solo un desco, o vero la nuda terra gli bastava. Andò dal
vicario dell'arcivescovo per intercedere licenza di potere predicare; ma
esso non gliela volle concedere; non pertanto egli il dì seguente
cominciò nel Duomo a predicare il verbo di Dio, e continuò sino a mezzo
settembre, con tanta grazia di lingua, che tutta Milano vi concorreva. E
dopo che avea finito il predicare se ne andava all'altare della Madonna,
e a terra gittandosi, vi stava per un gran pezzo (credo) in orazione; e
ogni sera poi alle ventitrè ore faceva sonare la campana di esso Duomo,
donde molta gente vi concorrea con i lumi accesi a dire la _Salve
Regina_; ma prima che la dicesse, stava circa mezz'ora in terra carpone.
Denari in elemosina per modo alcuno non volea; e chi glieli offeriva, li
facea donare all'altare della Madonna. Ma troppo era nemico de' preti, e
molto più de' frati; e a ogni predica rimproverava loro grandemente,
dicendo che la loro professione, la quale dovria essere povertà, castità
e obbedienza, solamente era di rinunciare la fame e il freddo e le
fatiche, e d'ingrassarsi nelle buone pietanze per amor di Dio; e quegli
i quali non devono toccare denari, non solamente possedono de' suoi, ma
e dell'avere d'altrui divengono guardatori.
«Era costui di età d'anni trenta, di nazione toscano, e disse lui avere
nome Geronimo; e, per quanto ho potuto comprendere nel ragionare seco,
una fantasma mi parea e non un uomo; e molte volte mi vacillava di
proposito; ma era di parlare soave, e nella scrittura sacra credo fosse
assai dotto. Esso da chi era invitato non volea ospizio, ma secondo che
nell'animo li cadea, ora in uno ora in un altro loco andava, e di lui
molte meraviglie mi è riferito; ma perciocchè io non le credo, non
voglio nè anche perdere tempo inscriverle»[389].
Questi vaneggiamenti palesano come si sentisse anche popolarmente e la
prevaricazione degli ecclesiastici, e lo scandalo della loro impunità, e
il bisogno di riformarli. Il piissimo cardinale Sadoleto ripete
incessante la necessità di correggere la Chiesa[390], e, secondo
Girolamo Negro, «aveva in animo di scrivere un libro _De repubblica_,
dove crivellare tutte le repubbliche del nostro tempo, _præcipue_
quella, non della Chiesa ma dei preti».
Nello stesso Concilio di Trento il cardinale di Lorena, dipinti gli
orribili mali a cui cadeva preda la Francia, invocava come rimedio
principale la riforma della Chiesa, e doversi applicare al clero quello
di Giona, «Per colpa nostra accadde questa procella: buttate noi in
mare».
Il cardinale Zabarella, anima e talvolta capo di quel Concilio, nel
_Tractatus de hujus temporis schismate_ rimprovera acremente i disordini
della Chiesa romana; e se è messo all'Indice fu solo l'edizione che ne
eseguirono i Protestanti ad Argentina con prefazione in senso ereticale.
Per non allungarla, uno de' più zelanti difensori della fede non solo ma
della curia scrive: «Annis aliquot antequam lutherana et calviniana
hæresis oriretur, nulla ferme erat, ut ii testantur qui tum vivebant,
nulla prope erat in judiciis ecclesiasticis severitas, nulla in moribus
disciplina, nulla in sacris literis eruditio, nulla in rebus divinis
reverentia, nulla jam propemodum erat religio. Eximius ille cleri et
sacri ordinis decor perierat; gravi diuturnaque laborabant infamia
sacerdotes, quod panum et piscium, hoc est proventuum, majorem quam
animarum curam haberent»[391].
Erasi dunque d'accordo sul bisogno d'una riforma. Ma una riforma
conciliativa sarebb'ella stata possibile? Poteva un'alta e sincera
volontà ricondurre a chiaro e cristiano scioglimento la sciagurata
discrepanza delle idee pratiche e l'implicazione degli interessi
ecclesiastici e religiosi coi politici e secolari, e ringiovanire la
Chiesa, consolidando l'unità, anzichè distruggerla? Fu sperato dai
buoni, ed è sempre difficile l'argomentare quel che sarebbe potuto
accadere in circostanze ipotetiche.
Per verità, quanto ai dogmi, dapprincipio Lutero deviava sì poco, che fa
meraviglia potesse suscitare tanta tempesta. Alcune delle sue tesi che
allora levarono maggior rumore aveano buona parte di verità, come il
definire la Chiesa assemblea de' santi, divinamente istituita, e dovere
la fede avere una base soprannaturale. «Sua santità (scriveva il
Muscetola) ha fatto esaminare da varj teologi nostri le confessioni
stese da' Luterani, e n'ebbe in risposta che molte delle cose ivi
contenute erano del tutto cattoliche; altre capaci d'un'interpretazione
non contraria alla fede, se i Luterani volessero prestarsi a un
accomodamento, il quale per altri rispetti ancora non sarebbe
impossibile»[392].
Sul punto così controverso delle indulgenze, il Concilio definì soltanto
ch'esse sono utili, e che la Chiesa ha autorità di concederle, ma vuolsi
farlo con moderazione, per non isnervare la disciplina ecclesiastica.
Desiderando poi emendare gli abusi, per occasione dei quali dagli
eretici sono bestemmiate, abolisce in generale qualunque guadagno per
conseguirle; agli altri disordini che vennero da superstizione,
ignoranza, irriverenza provedano i vescovi.
Lutero dapprincipio accettava sino il purgatorio e le applicate
espiazioni, e nelle tesi del 1517 poneva: «Se alcuno nega la verità
delle indulgenze del papa, sia anatema»[393]. Nessuno è certo della
verità della sua contrizione, e tanto meno della pienezza del
perdono[394]. E anche più tardi conveniva della eccellenza della Chiesa
romana e della sua autorità[395].
La confessione auricolare, che è uno degli atti più repugnanti alla
umana superbia, ed una delle primarie cagioni per cui alla Chiesa si
ribellò tanta parte del mondo[396], aveva l'approvazione de' primi
riformati. L'uso del calice era stato abbandonato per convenienze
disciplinari che potrebbero scomparire[397]; e già coi Greci e cogli
Ussiti erasi condisceso in molti riti.
Le spiegazioni a cui si venne posteriormente per tentar di rannodare le
varie Chiese acattoliche, o per condannare quelle che si scostavano
dalla così detta ortodossia protestante, chiarirono come i dogmi
cattolici in proposito de' sacramenti e della giustificazione[398]
fossero osteggiati in un senso meramente arbitrario.
Melantone, il solo contro cui non inveiscano i nostri, spirito mite che
cercava conciliare le due Chiese, e che contano variasse quattordici
volte d'opinione intorno al peccato originale e alla predestinazione,
diceva: _Dogma nullum habemus diversum ab ecclesia romana_; e in Augusta
asseriva al legato Valdes che la controversia riduceasi a tre punti:
comunione sotto le due specie; matrimonio de' preti; abolizione delle
messe private[399].
Pertanto non manca chi si persuade che, se, immediatamente e innanzi
tutto corretta la disciplina, la Corte romana avesse receduto dalle
pretensioni meramente curiali, non trasformate in dogmatiche le
quistioni giurisdizionali, non tenuto troppo tenacemente a temporalità e
privilegi, che col tempo le furono tolti senza scisma, ceduto insomma di
buona voglia quel che poi dovette per necessità, avrebbe almeno tolto di
mezzo il principale pretesto della Riforma.
Ma questa trasse importanza e carattere dal tempo; una di quelle epoche
ove si manifesta il lavoro lento e graduale dei secoli, e sviluppansi i
fecondati semi di miglioramento, di civiltà, di coltura. Il manto papale
avea perduto il suo splendore a forza d'esser baciato, e l'autorità
mozza ai pontefici lasciava facoltà a conventi e a capitoli di traviare.
Le scienze, munite della stampa, credeansi capaci di edificare da sè; la
politica di governare da sè e con intenti nazionali; le arti di
esercitarsi da sè; la filosofia credeva sua propria la certezza ch'erale
stata comunicata dalla rivelazione, onde non sentiva più bisogno di
ausiliarj contro il dubbio sistematico; l'opinione ruzzava contro
l'irresponsalità che di fatto sottraeva gli atti del clero, al
sindacato; la sovranità, consacrata dal cristianesimo e sostenuta dai
progressi della tattica, non temea più reluttanza di sudditi; ed, al par
della forza e dell'ingegno, sottraevasi alle leggi dell'ordine imposto
da un'autorità superiore in nome di Dio e per l'organo del suo vicario
in terra.
Quanto ai particolari, non è della natura umana che le discussioni
portino ad una conciliazione; anzi approfondano la fossa che divide due
opinioni. La rivoluzione d'allora differisce, è vero, dalla odierna,
perchè, se la beffa e lo scetticismo del secolo XVIII che traeva a negar
tutto, non poteano produr che calcolo, naturalismo, deismo, allora si
usciva ancor religiosi, serbavasi gran parte del cristianesimo, per
quanto si scemasse il timor di Dio, a misura che cresceva il timore dei
governi. Ma i dissidenti sformavano a loro talento le dottrine che ci
attribuivano; i nostri o esageravano le vere o difendeano
imprudentemente anche errori, abusi, pretensioni curiali, e
battagliavano del pari per la rivelazione infallibile come per
opinamenti di scuola o d'alcuni dottori; entratovi il puntiglio, non
voleasi confessare d'aver operato per bizza e spirito di contraddizione,
senza seriamente riflettere alle conseguenze; pretendeansi dai Cattolici
concessioni, ch'essi ricusavano, talora perchè sentivansi saldi nella
verità, tal altra perchè aveanle negate dapprima.
È però più consueto spacciare che i papi sbagliarono nella condotta, che
si ostinarono a torto, a torto esitarono; che non ebbero buoni campioni.
Facile è il rimproverare dopo l'esito; facile e vulgare.
Entrante il luglio 1528, taluno da Parigi scriveva a Roma come avesse
destato colà meraviglia «una Bolla, per la quale a giudici nella causa
della fede si deputano tali, che Lutero non gli avrebbe saputo domandare
più al suo proposito e favorevoli a' suoi seguaci». Non so che nuovo
modo (seguiva) sia cotesto di commettere la causa della fede a giudici
secolari e maritati, ed ignari della materia, escludendo tutti li
teologi d'una Università, qual è la parigina, in cui sono più di cento
maestri presenti, che hanno sempre pugnato accerrimi contro gli eretici
per mantenere l'integrità della fede e l'obbedienza alla sede
apostolica; che rimarrebbero nel loro dovere se anche tutti i Cristiani
si voltassero a predicare le cose luterane: e se non fosse stato lo zelo
e studio dei giudici precedenti, sarebbe talmente infetto questo regno
dalla eresia luterana, che ne avreste visto il frutto molto tempo fa. Or
eccoli revocati perchè hanno condannato un Brachino, che ha qualche
favore d'alcuni: ecco commesse tutte le cause della fede a secolari, e
_utinam_ tutti almen buoni cattolici, mentre parte di loro sono
signiferi de' Luterani...... Due Italiani sono fra essi, uno de' quali
so io disse _palam_, quando intese la rovina di Roma. _Ora è pur
distrutta l'alchimia della Corte romana_: l'altro non disputa mai altro
che Lutero essere stato un arcangelo mandato dal Cielo; e son secolari,
li quali, insieme con gli altri che non sono che poeti o meri
giureconsulti, non han altra cognizione delle cose della fede, se non in
quanto hanno udito qualche volta la santa messa, e cantare vespro. È
possibile che tanta negligenza si sia usata in cosa di così grande
importanza?.... Se nostro signore dirà, gli ambasciadori della maestà
del re avergliene parlato, e avere fatto detta bolla a loro istanza, io
rispondo che se il re medesimo, e tutti quelli del mondo instassero a
che sua santità facesse giudici in le cose della fede persone che non
fossero idonee o sospette, dovrebbe soffrire più presto il martirio che
consentire. Ma vi dico che la maestà del re e madama sono di ottima e
pia mente, e hanno altri pensieri che di instare e domandare tali
giudici: ma sono cose fatte ad intercessione e per opera di
qualch'altro: e vi so dire ancora che tutti questi eretici si intendono
insieme, e si ajutano l'un l'altro più che non fanno i Giudei, e sono
studiosissimi in disseminare le loro eresie.... In questa materia della
fede bisogna zelo, fervore, studio, diligenza e cognizione; nè vogliono
essere tanti giudici a castigare gli eretici; chè mal si accorda una
moltitudine, se ben fossero tutti buoni e intelligenti.... I teologi
(dell'Università di Parigi) essendo stati esclusi dal giudicio in
materia della fede, se gli potrà commettere da qui innanzi la materia
culinaria. Non so se tanto poco rispetto si dovea avere a
quell'Università, che è la prima de' Cristiani, e che sempre pugna per
la sede apostolica, con farle un tale sfregio sul volto, e massime in
questi tempi, che se ne dovrebbe accrescere l'autorità perchè fossero
più muniti ed armati in combattere contro gli eretici. In Alemagna, per
essere stato maltrattato e sdegnato un fratuzzo dal cardinale della
Minerva, vedete quello è seguito....»[400].
Anche da qui trapela uno de' motori della Riforma, l'odio al papa non
solo, ma all'Italia. Lutero avea profetizzato
_Pestis eram vivens, moriens tua mors ero, papa:_
vedendo la irreconciliabile lotta de' pontefici coll'imperatore, volle
abbatter quelli pel trionfo di questi, e così rese possibile la
grandezza di Carlo V e di Casa d'Austria: vedendo nascere la libertà
politica, divertì l'attenzione sopra la libertà religiosa, e assodò il
despotismo monarchico e amministrativo per distruggere l'ecclesiastico:
dipinse gli Italiani, i _Wahlen_, come abisso d'ogni vizio e culmine
dell'orgoglio; rinnegando la maternità e supremazia dell'italica
civiltà, rinnovò col pensiero quel che i Barbari ci avean fatto colla
forza: all'universalità surrogava le chiese nazionali, come prima del
cristianesimo, e perciò era adorato da' suoi Tedeschi come fautore
dell'indipendenza.
Ov'è bene notare come i principi avversi ai papi carezzassero sempre gli
eterodossi: così vedemmo di Federico II, così di Lodovico il Bavaro;
Carlo VIII blandì il Savonarola; Luigi XII favorì il conciliabolo di
Pisa; sicchè adesso i papi dovettero modificar la loro politica secondo
la paura che l'imperatore parteggiasse cogli eretici.
Allorchè Leone X scagliò la condanna definitiva, Carlo V imperatore, che
del papa aveva bisogno in quel momento, proscrisse Lutero e i suoi
aderenti. Ma la Riforma erasi ingrandita col promettere ai principi gli
ostensorj d'argento, ai frati la moglie, alle popolazioni la libertà.
L'attrattiva d'unioni clandestine; l'abolirsi della confessione, del
digiuno, delle riverenze, d'altre pratiche che mortificano la nostra
superbia e i nostri sensi; l'austerità ostentata da coloro che chiedeano
riforme, traevano tanti nelle nuove negazioni, da poter resistere
all'imperatore. Alla dieta d'Augusta nel 1530 sporsero la loro
professione di fede, perciò detta Augustana, compilata da moderati, che
speravano vederla adottare anche dalla Chiesa cattolica. Questa non può
accettare transazioni dov'è certa di possedere la verità; pure non
perdette la speranza di conciliazione, e alla Germania deputaronsi
prelati di gran sapere e grande prudenza.
Già abbiamo accennato del Priero e del cardinale Cajetano,
eccessivamente sprezzati dagli avversi. Girolamo Aleandro, della Motta
trevisana, lodatissimo da Aldo e da Erasmo per conoscenza del greco e
dell'ebraico, da Alessandro VI dato secretario al duca Valentino, poi
spedito per affari in Ungheria, chiesto da Luigi XII professore
all'Università di Parigi, da Leone X tenuto al fianco in alti impieghi,
quando fu deputato in Germania contro i Luterani parve esorbitare di
zelo: eppure egli riprova alcuni per questo difetto. Da Spira il 16
ottobre 1531 scrive al Salviati: «Il Fabri dette fuora un libro _De
contradictionibus Lutheri_, buono ma _intempestive editur in ipso puncto
concordiæ ineundæ_. Similmente Ecchio quel medesimo giorno dette fuora
un libretto _sub titulo Cathalogi hæreticorum_, dove nomina _præcipue
Melancthon_; diceva il vero, _sed non erat id tempus_. Io certo siate
sicuri che interterrò l'una parte e l'altra con dolci parole, _ut malos
lucrifaciam_»[401].
Dalle lettere sue raccogliesi a che scompiglio fosse la Germania: e da
Brusselle, il 26 ottobre 1531, scriveva al segretario Sanga[402]:
«Fummo invitati io e li precipui oratori di principi ed infiniti baroni
e nobili di questa Corte ad un banchetto πρεσβ. τῆς Λυσιτανὶας, il quale
διὰ τον πρωτὸτοκον τοῦ Βασιλέως αὑτοῦ ha fatto feste inaudite... dove fu
recitata, _præsente mundo_, una comedia ἰβεριστὶ καὶ λυσιτανιστὶ di una
mala sorte, che sotto nome d'un giubileo d'amore, era manifesta satira
contro di Roma: sempre nominando apertamente ogni cosa; che da Roma e
dal papa non veniva se non vendizione di indulgenzie, e chi non dava
denari non solo non era assoluto, ma scomunicato di bel nuovo: e così
cominciò, e perseverò e finì la comedia. Ed era uno principale che
parlava, vestito con un rochetto da vescovo, e fingeasi vescovo, ed
aveva una berretta cardinalesca in testa, avuta da casa del
reverendissimo legato, datagli però senza che li nostri sapessero per
che fine. Ed era tanto il riso di tutti, che parea tutto il mondo
giubilasse. A me veramente crepava il cuore, parendomi essere in mezzo a
Sassonia ad udir Lutero, ovver esser nelle pene del sacco di Roma; e non
potei far che _con sommessa voce_ non ne facessi cenno di querela con
Bari, e di poi eziandio l'ho detto ad alcuni de' precipui _con bel
modo_, che questi non son atti da far in luogo di Cristiani, e tanto
meno nella Corte d'un tanto e tam virtuoso e cattolico imperatore, ecc.
Mi è stato risposto che certo non è cosa fatta ora, ma comedia d'altri
tempi, della quale, per non aver altro, si servirono... Veda mo V. S.
come va il secolo!»
Di troppo egli lusingavasi allorchè da Roma scriveva al Salviati[403]:
«Par pur che la Germania sia stanca de la tanta varietà di queste
eresie. E se non fosse la aversione che acceca molti principi e private
persone, così cattolici come eretici, che tengono li beni altrui, e
præsertim della povera Chiesa, mi par che non saria molto difficile cosa
mettervi qualche ordine con la assistenza de' detti principi ed altri
divoratori delli beni ecclesiastici, che pochi vi sono ora in questa
Germania netti da questa macchia».
Esso cardinale Aleandro alla dieta di Germania chiariva quanto si
esagerasse intorno alle ricchezze, che dalla spedizione delle bolle,
dalle annate, dall'altre grazie affluivano a Roma. Basterebbero appena a
mantenere un principe mediocre; e il papa, che pure spende meno d'alcuni
non grandissimi principi, v'adopera quel che gli è dato dai proprj
dominj. E quel mediocre ricavo gli viene da tutti i regni cattolici:
tant'è poco quel che i singoli contribuiscono. — Una volta non aveano
neppure questo. — Oh sì: ma ritornate gli uomini a pascersi di ghiande,
i principi a stare senza anticamere nè guardie o corte; le figliuole dei
re a rasciuttare i panni, come una volta leggiamo si facesse. Siccome
ne' corpi umani si mutano le complessioni e i bisogni secondo l'età,
così accade de' corpi politici. Posto che, per l'unità e la maestà, vi
debba essere un capo supremo della Chiesa, per non dare diffidenza ad
alcuno è necessario non abiti nello Stato d'altri, ma nel proprio, con
Corte e ministri proprj. Or chi gliene somministrerà i mezzi? Ogni terra
ne dà al suo piovano, ogni diocesi al suo vescovo, ogni popolo al suo
signore. Nè si considera aggravio che da un paese vada in altro il
denaro, se con questo si procura la merce più di tutte preziosa, cioè la
legge e la conservazione della giustizia. Direte che sta bene nutrir la
reggia del cristianesimo per la necessità, ma non per le pompe. Se
intendete le pompe per la struttura e gli addobbi de' tempj, questi
certo mancavano alla Chiesa primitiva, ma per malignità del secolo. Del
resto e Dio nell'antichità e i Gentili vollero i tempj ornati, affinchè
i popoli se ne invaghiscano, confortando la ragione coi sensi, la
devozione col diletto. E anche voi, o principi, volete pompa di corte, e
il popolo vuol teatri. Quanto alle pompe private, a Roma si commenda la
vita povera, si venerano gl'istitutori della mendicità volontaria, ma
tal perfezione può desiderarsi più che sperarsi. Ma se vogliamo che la
reggia spirituale del cristianesimo, sia frequentata da persone
d'ingegno, di nobiltà, di lettere, le quali abbandonino le patrie per
sottoporsi al celibato o ad altri scomodi della vita ecclesiastica,
bisogna possano sperare onori e stipendj. Perocchè Roma non è Corte di
Romani natii, bensì d'ecclesiastici congregativi per elezione da varj
paesi del cristianesimo. I giudici de' tribunali, i magistrati, i
governatori, i nunzj sono scelti da tutti i paesi, sicchè a tutti sono
comuni gli onori, le ricchezze, i vantaggi della Corte pontifizia».
Troppo ci darà a dire Pietro Paolo Vergerio vescovo di Capodistria,
mandato nunzio in Germania. Nel 1536 vi andava il cardinale Morone
milanese, e il papa gli raccomandava di pagare tutto e non lasciare
debiti alle osterie, non isfoggiare lusso, visitare le chiese senza
fasto nè ipocrisia, presentare nella sua persona la riforma romana:
prevedeva che Lutero e Melantone non vorrebbero mai fare una
ritrattazione: pure manderebbe una formola che non gli offendesse, stesa
da persone savie e rispettabili.
Ma Lutero di buon'ora rese impossibile ogni accordo, proclamando
ricisamente la condanna d'ogni tradizione ecclesiastica, d'ogni autorità
della Chiesa; e sulle attinenze dell'uomo con Dio piantando un dogma,
ch'egli stesso diceva sconosciuto alla Chiesa dagli apostoli in poi. Non
chiedevasi dunque, come nelle licenziosità precedenti, che la Chiesa si
riformasse nel capo e nelle membra, ma che s'annichilasse da sè;
all'adorazione e al sacrifizio surrogasse la predica; sfasciasse
l'organamento che teneva riuniti tutti i popoli[404]. Anche allora il
papa dovea rispondere la parola più grande che siasi udita nel secolo di
universale vacillamento, qual è il nostro: _Non possumus_; ma quella
negazione potea formularsi colle parole che il De Maistre scriveva ad
una Ginevrina: «Noi non possiamo fare un passo verso di voi; ma se
volete venire a noi, noi spianeremo la via a nostre spese».
E già da particolari negazioni si era asceso a canoni generali: e
principalmente al dogma della giustificazione. Nel Vangelo, Cristo dice
all'adultera: «Va in pace e non peccar più»; dice al giovane: «Se vuoi
conseguire la vita eterna, osserva i miei precetti»; Cristo accettò
l'amore e il pentimento della Maddalena; accettò la buona volontà
dell'operajo che arrivò all'ultima ora. Sempre insomma si vede che,
nell'effettuare la giustificazione del peccatore, la volontà dell'uomo
coopera alla Grazia, e ne conseguita una nuova vita, giusta l'osservanza
della legge divina, e il produrre opere meritorie. Che se Paolo, nella
lettera ai Romani, insiste che l'uomo viene giustificato non per le
opere della legge, ma per la fede, intende degli Ebrei, i quali, per
repudiare la necessità d'un redentore, asserivano che, mediante la legge
e le opere da questa prescritte, uno possa colle sole forze umane
divenire giusto e accetto a Dio. Contro di essi pertanto scrive che
l'uomo viene giustificato non dalle opere della legge mosaica, ma dalla
fede, cioè dalla credenza in Cristo. In niun luogo però dice che la
_sola_ fede giustifichi senza le opere[405]: bensì valere in Cristo
quella fede che opera per la carità[406].
Da ciò i Cattolici dedussero che della giustificazione (la quale è
inerente all'anima, la tramuta, e porta il rinnovamento dell'uomo
interiore) sono costitutivi necessarj la fede e le opere, e che si può
perderla con nuovi peccati. I Protestanti all'incontro insegnano che
essa non è se non la giustizia di Cristo, applicata a noi in modo, che
le colpe, pur durando nell'anima, non ci possono essere imputate: ad
ottenerla basta si creda che, pei meriti di Cristo, ci sono rimessi i
peccati; non vi si richiedono opere buone, conciliabili con sentimenti
cattivi, e non si può perderla più.
Da entrambe le parti i disputanti fondavansi su quel passo di san Paolo
ed altri consimili; neppure tutti i Padri del Concilio tridentino
caddero d'accordo sulla differenza tra la fede che giustifica, e le
opere che non giustificano ma sono effetti della giustizia; e solo vi fu
proferito che «la fede è il principio della umana salute, il fondamento
e la radice della giustificazione, nè senza di essa è possibile piacere
a Dio, ed entrare nel consorzio de' suoi figliuoli»[407]. E spiegossi
poi che, non la legge de' Giudei nè le opere dei Pagani han valore,
bensì la fede, che opera per la carità, che è informata dall'amore;
giacchè senza le opere la fede è morta[408].
Lutero prorompeva: «Quando questi pazzi sofisti insegnano che la fede
dee ricevere dalla carità il suo modo, la sua forma, delirano
mostruosamente: la fede giustificante è la fiducia d'essere rientrati
nella grazia di Dio, e aver ottenuto il perdono de' peccati pei meriti
del Salvatore». E Melantone definisce più preciso: «La fede è
un'assoluta confidenza nella divina misericordia, senza riguardo alle
nostre azioni buone o malvagie».
Dunque l'uomo non può perdere la salute per qualsiasi peccato, e nemmeno
volendolo, purchè non gli venga meno la fede nelle promesse di Dio[409].
Alla negazione della vera dottrina intorno alla giustificazione tenne
dappresso quella del Sagrifizio; e come per la prima i Protestanti
misuravano della lettera di Paolo ai Romani, così per la seconda
appoggiaronsi alla lettera di lui intitolata agli Ebrei.
In questa vuol egli insegnarci che i peccatori non potevano evitare la
morte se non surrogando chi morisse per loro. Finchè sostituirono
sagrifizj d'animali, non faceano che attestare di meritar la morte: e
poichè la giustizia divina non potea rimanerne soddisfatta,
ricominciavasi ogni giorno l'olocausto inadeguato. Dopo che Gesù Cristo
morì pei peccatori, Dio soddisfatto non aveva più ad esigere altro
prezzo del nostro riscatto. Non occorre dunque sacrificare altre vittime
dopo Cristo, e Cristo medesimo non dev'essere sagrificato che una sola
volta.
I Protestanti inducevano da ciò l'inutilità di ripetere il sagrifizio
della Messa. Ma la Chiesa non ritrae il suo linguaggio da un passo
isolato, e in quell'epistola san Paolo intende soltanto spiegare la
perfezione del sagrifizio della Croce, e non già escludere i varj mezzi
che Dio ci ha dati per applicarlo. Or la parola _offrire_ spesso nelle
sacre scritture indica presentare; onde la Chiesa non dice che Gesù
Cristo si rifaccia vittima attuale nell'eucaristia, ma che si offre a
Dio, comparendo per noi al suo cospetto[410]. Gesù Cristo una volta si
immolò vittima della giustizia di Dio; ma non cessa d'offrirsi per noi;
e la perfezione di quel sagrifizio consiste in ciò, che ad esso si
riferisce tutto quanto lo precede come preparamento, o lo segue come
consumazione e applicazione. Il prezzo del nostro riscatto non si
ripete, essendo perfetto la prima volta; ma continua ciò che applica a
noi quella redenzione.
Ora il sacramento dell'altare è centro di tutto il culto, è la comunione
intima dell'uomo con Dio: onde il mistero della fede completa la
ragione; l'ordine sopranaturale serve di pienezza all'ordine naturale.
Il nostro intelletto debole li distingue; in realtà si continuano l'un
l'altro; objettivamente si confondono nello stesso vero: ed anzichè
esser contradditorj, nè tampoco diversi sono. Al Cristiano bisogna
sempre combattere, e perciò bisogna rinnovar sempre le forze alla fonte
eterna del vero, del bello, del buono.
E fu attorno a quest'epistola e a quella ai Romani che si moltiplicarono
spiegazioni e quistioni esegetiche sulla fede, sulle buone opere, sulla
grazia, sul libero arbitrio, sulla predestinazione, sulla vocazione,
sulla glorificazione: e i punti non essendo a quel tempo ancora decisi,
molti fermaronsi in giudizj diversi da quelli che poi furono sanzionati.
Pure al tirare de' conti tutto riduceasi alla suprema quistione
dell'autorità della Chiesa, o dell'esame individuale.
Chi legge in san Paolo che _l'ossequio nostro dev'essere ragionevole_,
capisce ch'è una trivialità il ripetere che i Cattolici escludono
l'esame in materia di religione. Cristo disse: «Scrutate le Scritture, e
vedete come rendono testimonianza di me»; cioè impose un esame
d'adesione. Unico è il motivo della fede; moltissimi i motivi di
credibilità; e v'è tante dimostrazioni della verità della fede, quanti
motivi di credibilità. Non vi è dono di Dio che l'uomo non deva attuare
colle proprie forze, e da sant'Agostino fino a noi si chiamò prodromo
della fede l'esposizione delle pruove della rivelazione e dell'autorità
della Chiesa. La qual fede ha per motivo immediato la veracità di Dio, e
per regola l'autorità della Chiesa, ma suppone titoli ragionevoli.
Quando so che Dio ha parlato, che stabilì per sua interprete la Chiesa,
più non posso discutere la parola di Dio contrariamente alle definizioni
di quella, nè darle il senso che voglio; bensì posso rendermi conto
della fede che professo o, per quei che non credono, ponderare secondo
la critica e l'argomentazione se realmente Iddio ci rivelò la sua legge,
e se stabilì un'autorità regolatrice della fede. Queste pajonmi dottrine
elementari e universalissime, lontane così dalla fede ciecamente passiva
come dal razionalismo, che esagera i diritti della ragione costituendola
giudice della parola di Dio, e confonde la luce soprannaturale della
rivelazione colla naturale dell'intelligenza umana.
Il problema dell'umana destinazione, della riunione misteriosa della
natura umana che espia e della divina che perdona, è supremo; eppure la
ragione è incompetente a darne soluzione adeguata, e perciò si richiedea
la rivelazione divina: la parola umana è insufficiente a trasmettere la
fede, e per ciò si richiede la Chiesa viva che la interpreti. Ne' suoi
dettati non troviamo nè assurdità, nè contraddizione: il cristianesimo è
fuor del dominio della semplice ragione: le verità d'ordine geometrico
mal vorrebbonsi applicare ai dati del sentimento e dell'immaginazione,
che pur sono legittimi quanto quelli dell'intelletto: vi manca la
evidenza matematica, perocchè allora non sarebbe più fede nè dono di
Dio.
Il Cattolico sa che la Chiesa, istituita per applicare i meriti
dell'Uomo Dio all'umanità in generale e a ciascun uomo in particolare,
operar la santificazione del genere umano, che in essa e per essa
unicamente è possibile, ha sola il dono sopranaturale di conoscere
infallibilmente la verità rivelata, e perciò china la sua intelligenza
per adottare ciò che è prescritto come bontà e verità. Sa che la libertà
è la potenza d'eseguire le proprie leggi: e che per farle abbisogna
ch'essa possieda la certezza di queste, nè tale certezza può darsi senza
l'infallibilità. Le decisioni della Chiesa vincolano la nostra libertà,
come la stella polare vincola il pilota. O forse l'uomo cessa d'esser
libero perchè è credente, perchè virtuoso? Se c'è libertà nell'uomo,
vale a dire facoltà di far il bene e compier la sua destinazione, mentre
ha la possibilità di far il male, dev'esserci un'infallibilità che lo
renda sicuro nel suo operare.
L'uomo può accettare le affermazioni divine semplicemente, e allora egli
non è che un credente; può chiarire le relazioni fra esse e i fatti
interni ed esterni dell'universo, e allora la sua fede diviene
scientifica. La certezza in materia di fede va distinta dalla scienza
delle cose della fede: ciò che pruova la verità della rivelazione, da
ciò che la difende dalle accuse. E appunto la teologia è la scienza che
discorre di Dio e delle cose secondo le verità rivelate, proposte dalla
Chiesa; la scienza degli sforzi fatti per isnodare il problema divino.
Due oggetti distinti essa ha. L'uno, esporre la verità e i dogmi dati
dalla Scrittura e dalla tradizione, e rigorosamente definiti dalla
Chiesa, parte invariabile: perocchè, accanto ai principj necessarj della
ragione v'ha dottrine elevatissime, non semplicemente razionali,
invariabili come il vero, e la cui invariabilità attesta esserne divina
la sorgente. Sopra questa base divina elevasi l'edifizio della ragione,
secondo oggetto della teologia, sottoposto alle condizioni d'ogni opera
umana, svolgimento, mutazione, successione, progresso, regresso, a
proporzione del sapere e delle attitudini dell'uomo e della società: e
però anch'essa non si restringe nella categoria dell'essere, ma passa in
quella del divenire; essendovi un solo modo di credere, ma molti di
dimostrare e appoggiar la verità.
Tale l'assunsero i Padri, cercando con essa la rigenerazione
intellettuale, identificata colla rigenerazione morale, poichè si
proponeva la salute delle anime, primo, collo svellere il dubbio, che
col sottile argomentare avea scosso le credenze più vitali; secondo, col
riordinare le scarmigliate idee del dovere. Atteso che si attaccano i
misteri in apparenza, in realtà si rinnegano i comandamenti.
Emancipare la coscienza individuale dalla tutela ecclesiastica, tenere
ciascuno responsale delle proprie credenze come de' proprj atti, ed
obbligato ad acquistare coll'esame convinzioni proprie, a seguire la
coscienza propria, anzi che obbedire alla Chiesa o ascoltare il prete,
costituisce il gran divario fra i Protestanti e noi.
Ma una generazione di rado s'accorge dell'opera che essa intraprende e
compisce; nè i riformatori d'allora aspirarono a quel che, al cospetto
dei moderni, ne costituisce il merito, la libertà di esame. Contro di
questa impennavasi Lutero, ed esclamava: «Non v'è angelo in cielo, e
molto meno uom sulla terra che possa ed osi giudicar la mia dottrina;
chi non l'adotta non può andar salvo; chi crede ad altri che a me, è
destinato all'inferno. Al Vangelo che io ho predicato devono
sottomettersi papa, vescovi, preti, monaci, re, principi, il diavolo, la
morte, il peccato, e tutto ciò che non è Cristo. La mia parola è parola
di Gesù Cristo, la mia bocca è la bocca di Gesù Cristo»[411].
Anche enunciandosi principj malvagi di filosofia o di politica,
l'esister la dottrina cattolica impediva gli eccessi e le storte
applicazioni. Ora, scosse le credenze, invocavasi, come dopo ogni
rivoluzione, il rassettamento; in parte l'abitudine antica, in parte
l'indole delle moltitudini faceano sentito il bisogno di conservare la
libertà, eppure costituirsi in comunità, formare una Chiesa, aver
concistori che autorizzino a predicare[412]. Vero è bene che, sostenendo
la giustificazione per mezzo della fede, venivasi ad accampare la
coscienza individuale contro la tradizione secolare; ma direttamente
all'autorità della Chiesa sostituivasi l'autorità della Bibbia.
Eppure questa da chi era trasmessa? da quella tradizione che essi
rinnegavano. L'interpretarla poi rimettevasi al sentimento individuale,
sicchè alla perfine si ritornava al libero assenso della coscienza. Così
il Protestante aveva il testo della Scrittura colla mescolanza di verità
di fede e verità di ragione, senza la certezza del senso che contiene;
il Cattolico ha il senso indefettibilmente conservato di un testo, in
cui stanno tutti i dogmi di fede. Ma la fede è l'adesione dello spirito
umano alla testimonianza di Dio. Essa non dà solo il presentimento della
verità, ne dà la certezza. Libero esame è il diritto dello spirito umano
di non ammettere in qualsiasi ordine di cose se non ciò che riconosce
per verità. Dunque, prima di credere i misteri _rivelati_, dee aver
certezza che sono rivelati: s'ha da adoprare la ragione fino al punto
ov'essa ci conduce a riconoscere la Chiesa. Ecco l'esame previo alla
fede, il quale non è punto interdetto ai Cattolici.
Ma il protestantismo disgrega tutto ciò che Dio aveva unito; la società
spirituale dall'autorità su cui si fonda; la parola scritta dalla
tradizione vivente che ne scopre l'origine e il senso; il sacrifizio
unico della redenzione dalla perpetua sua offerta sugli altari del nuovo
patto; la Grazia dai sacramenti che ne sono le grandi e divine arterie;
la fede dalle buone opere che la mostrano viva; l'amore dal culto che
n'è l'espressione; la preghiera dai gradi per cui ascende a Dio mediante
gli angeli, i santi, la madre di Cristo: e per tal modo prepara il
distacco totale della ragione dalla fede, della natura dalla Grazia, di
Dio dall'uomo coll'ateismo o il panteismo, col deismo o il naturalismo.
E non meno di eresia religiosa fu eresia politica, combattendo la
religione e la civiltà cristiana come nel pensiero così nell'azione:
ergendo a principio supremo del vero e del bene l'io umano, in contrasto
all'unificazione pontifizia: ergendo lo Stato in divinità; posponendo
gli interessi di Dio che fin allora aveano primeggiato, sicchè, dopo
aver gridato «Date a Cesare quel ch'è di Cesare», si dimenticherebbe di
dar a Dio quel ch'è di Dio.
Così rinnegato il primato nell'ordine religioso, intaccavasi pure nel
civile, mentre parevasi assodarlo. Le conseguenze non si conobbero che
tardi, e ai nostri giorni, quando ormai a un'apparenza di unità non si
arriva se non a spese della fede, e la fede non si produce che in
contrasto coll'unità: ma subito si sentì il disordine.
Gaspare Contarini, veneziano (1483-1562), entrato ne' Pregadi della sua
patria, appena l'età gliel permise, non sapea mai risolversi a prendere
la parola, sebbene, quando il faceva, parlasse alla semplice, ma con
profondità. Eruditissimo di filosofia e matematica, versatissimo in
gravi maneggi politici, essendo stato savio grande del Consiglio, capo
dei Dieci, riformatore dello studio, Paolo III lo elesse cardinale con
altri sette di gran virtù e dottrina, benchè ancora laico e lontanissimo
dal pensarvi: fu ambasciadore della Serenissima presso Clemente VII, col
quale s'adoprò di tutta forza per isviarlo dalla politica tentennante,
mostrandogli come recasse a precipizio l'Italia. Colla filosofia aveva
egli studiato la teologia, propendendo per san Tommaso ma conoscendo
tutti i santi Padri, e ancor giovane aveva scritto contro il Pomponazio
suo maestro, poi due libri _De Ufficio Episcopi_ (1516) e un altro
sull'origine divina della podestà del papa, con semplice gravità e meno
triche di scuola che non solessero i teologanti: e di lui diceva il
cardinale Polo, non essergli sconosciuto nulla di ciò che lo spirito
umano scoprì colle sue ricerche e la divina grazia ha rivelato; e
v'aggiungea l'ornamento della virtù.
Gaspare sedeva in consiglio quando gli giunse la notizia del
cardinalato, e tutti ad applaudire; solo Alvise Mocenigo, costante
avversario di lui e degli ecclesiastici, brontolò: «Codesti preti ci
hanno rubato il miglior gentiluomo che la città avesse»[413]. Solo alle
calde preghiere e all'idea del dovere egli rassegnossi ad accettare quel
gravoso onore, e «non accortigianato nelle cose di Roma», insisteva
sulle riforme: e scrisse, fra le altre, due lettere a Paolo III, intorno
alle composizioni e alla potestà pontificia. «Il dispensiero (diceva),
non può vendere ciò che non è suo ma di Dio, foss'anche il lucro
destinato a far guerra al Turco o a riscattare schiavi, o qual altro
siasi scopo; tutti convenendo nella sentenza di san Paolo che non può
farsi il male per conseguire il bene, nè acconciare la verità di Dio
agli esempj e alle costumanze nostre. Coloro che ampliarono in ciò
l'autorità del pontefice sino ad affermare non abbia altra regola che la
particolare sua volontà, porsero occasione agli avversarj di negarla del
tutto. Qual cosa potrebbe immaginarsi tanto repugnante alla legge di
Cristo che è legge di libertà, quanto il sottomettere i Cristiani a un
capo, al quale sia attribuito l'ordinare leggi, il derogarle, il
dispensarne a capriccio, anzichè a regola di dovere? Ogni potestà è
potenza di ragione, ed ha per iscopo di condurre con retti mezzi alla
felicità. Così anche l'autorità pontificia, conferita da Dio al
beatissimo Pietro ed a' suoi successori sopra uomini liberi, vuol essere
usata secondo la regola della ragione, dei precetti divini e della
carità. Santo Padre, voi che soprastate agli altri in dottrina, senno
naturale e sperienza delle cose, esaminate se dalla contraria dottrina
non abbiano pigliato baldanza i Luterani a comporre i loro libri della
cattività di Babilonia. E davvero, qual cattività peggiore di questa,
professata da alcuni esuberanti sostenitori della podestà pontificia?
Abbia la S. V. a cuore quella suprema potenza e libertà del volere, che
viene dall'ossequio alla grazia divina e alla ragione; non pieghi
all'impotenza della volontà, che sceglie il peggio, e alla servitù che
mena al peccato; perocchè solo allorquando quella vera facoltà del
volere sarà congiunta alla podestà pontificia conferitavi da Cristo,
sarete potentissimo, affatto libero, e vera vita della repubblica
cristiana»[414].
E trattando della giustificazione nelle epistole stesse, dichiara aperto
che «l'uomo propende al male, in grazia dell'impotenza della volontà;
dalla qual malattia, che è servitù dell'animo, non può liberarsi per le
virtù morali acquistate coll'abito delle opere buone, ma solo per la
grazia di Dio e la fede nel sangue di Gesù Cristo». Tale dottrina
enucleò nel _Tractatus seu epistola de justificatione_, lodato
immensamente dal cardinale Polo, dal cardinale Sadoleto e da altri, che
ammiravano come quell'arduo punto egli avesse sì ben chiarito, e con
verità inaspettate, che pur erano nella sacra scrittura[415]. Onde può
dirsi che il Contarini esibisse il vero programma di ciò che poi compì
il Concilio di Trento, sia quanto alla riforma, sia quanto alla
definizione dogmatica di quel punto scabrosissimo.
Insisteva egli presso papa Paolo acciocchè attuasse le riforme; e da
Ostia l'11 novembre 1538 scriveva al cardinale Polo: «Il papa mi menò
seco in carrozza a Ostia. Tra via, il nostro buon vecchio si intertenne
meco sopra la riforma delle composizioni. Diceva d'aver sopra di sè il
trattatello da me scritto in proposito, e d'averlo letto la mattina. Io
avea perduto ogni speranza: ma ora mi ragionò in modo sì cristiano, che
concepii di nuovo la speranza che Dio gli farà compiere qualcosa di
grande, e non permetterà che le porte dell'inferno prevalgano nel suo
spirito».
Ma il papa era intricato in idee politiche; quando il Contarini gli
faceva objezioni sul nominare cardinali che a lui non pareano dover
riuscire di onore alla Chiesa, gli diede sulla voce: «Già siamo stati
cardinali anche noi, e sappiamo come ripugnino che altri abbian lo
stesso onore». Al che il Contarini non potè trattenersi dal replicare:
«Io non reputo che il maggior mio onore sia il cappello».
Spedito alla dieta di Ratisbona del 1541 per tentare la conciliazione
fra Luterani e Cattolici, e almeno indur quelli a riconoscere i principj
fondamentali, cioè il primato della santa sede, i sacramenti, e altri
punti appoggiati alla Scrittura e all'uso costante, domandò al papa che,
se mai da articoli indifferenti alla fede dipendesse la riconciliazione,
potesse condiscendere sul celibato dei preti, sulla comunione d'ambe le
specie ed altri simili; sempre coll'autorità del pontefice: ma non pare
n'avesse il consenso[416]. Bensì è meraviglioso come riuscisse ad
accordare i congregati in quattro articoli essenziali, della natura
umana, del peccato originale, della redenzione, della giustificazione
per mezzo della fede viva e operosa. «Quand'io vidi questa concordia
d'opinioni (scriveva al cardinale Polo) sentii riempiermi di supremo
gaudio, non tanto pel buon fondamento gettato alla pace, quanto perchè
qui consiste tutta la dottrina cristiana».
Anzi l'elettore di Brandeburgo assentiva al primato del pontefice,
trovandolo necessario colà dove una era la fede, una la chiesa[417]:
Bucero stesso confessava che la disciplina dei Protestanti era molto
scadente, e convenire che i vescovi esercitassero il loro potere
spirituale in ordine gerarchico, benchè pensasse che il celibato, i
digiuni, le penitenze non potessero affarsi coi tempi[418].
Ma le conciliazioni mal possono sperarsi in tempi turbinosi: e Lutero
protestò che era la coda del diavolo che conduceva questo tentativo di
pace[419]; le Corti mal gradivano la concordia; i principi di Germania
temeano che coll'unità religiosa non s'aumentasse la potenza
dell'imperatore; gli entusiasti voltavano in beffa la moderazione; il re
di Francia, con ipocrito zelo pel papa e per la Chiesa, biasimava il
Contarini come freddo e ligio all'imperatore. Ne restò questi
scoraggiato, secondo scrive Girolamo Negro che l'accompagnava, vedendo
«il corpo, infermo talmente e indebolito, che nè dieta, nè medicina gli
può giovare...... e intertenimenti secreti di principi, li quali non
vorrebbero vedere che Cesare con questa unione si facesse patrono di
queste provincie..... e i Protestanti far grande istanza contro le messe
private, il celibato, i voti monastici, le invocazioni de' santi ed
altre ordinazioni nostre non istituite da Cristo nè dagli
apostoli»[420], e così l'opera fu mandata in fumo. Gli Italiani, al
solito, ne versarono la colpa sul Contarini, il quale, se si dolse che
«di tal moneta pagassero le sue fatiche», più dovette piangere
dell'imminente disastro della Chiesa. La solita genìa dei buffoni facea
scene a suo carico, e il Beccatelli racconta che, mentre tornava in
Italia, un vecchio amico a Brescia domandogli: «Come stanno, monsignor
reverendissimo, que' capitoli che ai Luterani avete sottoscritto tanto
esorbitanti?» E avendo il Contarini risposto che le erano baje da
Pasquino, l'amico gli mostrò lettere da Roma ove se ne parlava. Sicchè
il Contarini dovette scrivere al papa di sospendere il suo giudizio
finchè gli avesse chiarito il vero, come poi fece così splendidamente,
che il papa stesso l'esortò a non vi badare, citandogli quel d'Ovidio,
_Summa petit livor, perflant altissima venti_[421].
Colla _concordia_ di Ratisbona sarebbesi conservata l'unità nella
nazione germanica, senza temere le usurpazioni di Roma; ma Lutero
ripudiò ogni conciliazione; non potere l'opera di Dio ravvicinarsi a
quella di Satana. Anche a Roma se ne prese scandalo; temendo che
l'imperatore, capo di tutta Germania, divenisse onnipossente, Francesco
I di Francia si oppose: e il Contarini scrive al cardinale Farnese che
Granuella, ministro di Carlo V, «mi affermò con giuramento avere in mano
lettere del re cristianissimo, il quale scrive a questi principi
protestanti che non si accordino in alcun modo, e che lui avea voluto
vedere l'opinioni loro, le quali non gli spiacevano»[422].
Ai 15 giugno 1540 Nicolò Ardinghelli, a nome del papa scriveva ad esso
cardinale Contarini[423] come fosse ormai impossibile la tolleranza,
«essendo gli articoli che restano controversi tanto essenziali alla
fede, che, senza procura di Gesù Cristo Nostro Signore, noi quaggiù non
possiamo pigliarne sicurtà; anzi abbiamo la legge che non _sunt facienda
mala ut veniant bona_; perchè essendo la fede indivisibile, non la può
accettare in parte chi non l'accetta in tutto, quanto al potersi dire
cristiano e fare un corpo medesimo nella Chiesa. E però nostro signore
con tutto il collegio, _nemine discrepante_, ha risoluto di non poter
dare orecchio in alcun modo a quella tolleranza che si domanda, nè, per
quel che toccherà a sua beatitudine, macolare quella sincerità della
fede, che i suoi predecessori hanno fin qui conservata, comprovando con
segni che questa è la cattedra di san Pietro, per la fede del quale
pregò Gesù Cristo Nostro Signore».
Ciò che v'avea di troppo reale era il disordine gettatosi nelle
intelligenze come nella vita, al moltiplicarsi di tanti discepoli,
ognuno dei quali era un dissidente. Nella _Confessione_ d'Augusta gli
eterodossi aveano preteso raccogliere ciò che di comune aveano la loro e
la cattolica fede, a tal uopo ricorrendo a termini ambigui, che la
Chiesa non accettava perchè poteano, come esprimere la verità, così
ratificar l'errore. Carlo V nel 1548 decretò l'_interim_, pel quale
convenivasi che «interinalmente gli Stati erano liberi in religione,
salvo a renderne conto a Dio e all'imperatore»: ma nulla attribuivasi
alla Chiesa cattolica, la quale, oltre che emanato dall'autorità
secolare incompetente, trovava lesivo quell'atto, dacchè ella erasi già
pronunziata sui capitali dissensi. Fra' Protestanti medesimi fu chi lo
disgradiva, e designavano gli accettanti col nome di _rilassati,
adiaforisti, indifferenti_.
Ed ecco, al rumore della nuova dottrina, all'annunzio che i predicanti
rompono la catena storica della tradizione, e ognuno può a suo senno
interpretare la Scrittura, sorgono veggenti in ogni parte; i meno atti
al ministero pretendono avervi più evidente vocazione; la Bibbia diviene
stromento alle passioni; e i villani, lettovi che gli uomini sono
eguali, scatenano l'irreconciliabile ira del povero contro il ricco,
bandendo guerra all'ordine come tirannia, alla proprietà come
usurpazione, alle scienze come distruggitrici dell'eguaglianza, alle
arti belle come idolatria.
Ne gemeva Lutero, e diceva: «Appena cominciammo a predicare il nostro
vangelo, fu nel paese uno spaventevole stravolgimento; si videro scismi
e sêtte, e dapertutto la rovina dell'onestà, della morale, dell'ordine:
la licenza e tutti i vizj e le turpitudini trascorrono, peggio che non
facessero sotto il papismo: il popolo, dianzi tenuto in dovere, non
conosce più legge, e vive come un cavallo sfrenato senza pudore nè
freno, a grado di materiali desiderj. Dacchè noi predichiamo, il mondo
diventa più tristo, più empio, più svergognato: i demonj s'avventano a
legioni sugli uomini, che alla pura luce del Vangelo mostransi avidi,
impudichi, detestabili peggio che non fossero sotto il papato: dal più
grande al più piccolo non v'è dapertutto che avarizia, disordini
vergognosi, passioni abbominevoli. Io stesso son più negligente che non
fossi sotto il papismo, e vengo meno alla disciplina e allo zelo che
dovrei avere più che mai. Se Dio non m'avesse celato l'avvenire, non
avrei mai osato propagare una dottrina, da cui doveano conseguir tante
calamità, tanto scandalo»[424].
Per verità, abbattuta l'autorità ecclesiastica, per non abbattere anche
tutto l'ordine sociale si richiedeva un'incoerenza, un rifuggire dalle
conseguenze necessarie; sicchè, più non dirigendo i venti che avea
scatenati, Lutero rinnega il proprio canone della ragione individuale, e
agli esagerati oppone la sacra scrittura e i libri simbolici[425]: poi
scostandosi dal popolo, di cui s'era fatto un appoggio, tende a
ingagliardire il principato: e di qui comincia l'azione politica della
Riforma, qual fu d'attribuire ai principi l'autorità anche in materie
ecclesiastiche, talchè ogni suddito dovesse credere e adorare come
voleva il sovrano; _cujus regio ejus religio_; e i principi più non
conobbero ritegno da che diressero anche le coscienze[426].
E d'una direzione queste aveano bisogno, quando i fratelli uterini della
Riforma pugnavano tra loro. Indarno Lutero s'arrovella contro ogni fede
diversa dalla sua[427]: Melantone, Carlostadio, Ecolampadio, Engelhard,
Brenzio modificano i dogmi, ciascuno a suo senno o a norma della
costituzione del proprio paese; sbranamento inevitabile là dove a
ciascuno è libero l'interpretare.
Contemporaneamente a Lutero, e senza sapere di lui, Ulrico Zuinglio, che
aveva militato in Italia come cappellano di Svizzeri assoldati, insorse
(1518) a Zurigo contro le indulgenze, che ivi erano predicate da
Francesco Licetto bresciano, generale dei Minori, poi da frà Bernardo
Sansone milanese, e dietro a ciò sostenne che bisogna fondare la fede
sulla sacra scrittura, non su dettati clericali, e repudiando i quindici
secoli della Chiesa per ricorrere alle fonti, studiò il greco, si mise a
mente le epistole di san Paolo, riprovò i pellegrinaggi che al santuario
di Einsideln si faceano; il pane e il vino della Cena essere meri
simboli del sacrosanto corpo e sangue, e altri asserti che furono
accolti in molta parte della Svizzera. Mentre sosteneva che il dogma
della libertà conduce al panteismo, perchè facendo gli uomini
indipendenti li pareggia a Dio, egli rendeasi vero panteista, asserendo
che unica essenza è quella di Dio; tutto ciò che è, è Dio e proprio Dio.
Veramente egli ha un'importanza storica piuttosto che dottrinale, non
avendo lasciato opere di rilievo; e fu assorbito nell'azione di Giovanni
Calvino, francese. Questi, a Bourges studiando sotto il famoso nostro
leggista Alciato, deplorò i disordini derivati dalla Riforma, e pensò
emendarli coll'andare più innanzi, venire a un assoluto distacco. Ancora
si conservavano altari e crocifissi: pregavasi in ginocchio; si facea la
lavanda dei piedi. Calvino proclama un antagonismo perpetuo alle
tradizioni stabilite. Così nella dogmatica parte da un'idea preconcetta,
da un partito preso: perfin Zuinglio erasi piegato alla sacra scrittura;
Calvino si ispira da essa, ma la fonde nel suo pensiero. Zuinglio oppone
la Scrittura alla tradizione; Calvino si spinge più avanti, non è solo
esegetico, ma dogmatico: in faccia alla tradizione non vuol solo
appurarla, ma distruggerla.
Ginevra avea cominciato il suo risorgimento dal rivoltarsi contro al
duca di Savoja, che la supremazia feudale volea ridurre a signoria
assoluta. N'era seguita la solita disordinata prepotenza dei riottosi,
per rimediare alla quale Calvino ricorse al despotismo. Lutero aveva
abbattuto la monarchia cattolica per favorire i vescovi tedeschi,
Calvino sagrifica questa aristocrazia luterana alle idee repubblicane di
Ginevra; e se i Luterani alzavano il principato per opporlo al papa,
egli lo deprime per sottoporlo ai rivoluzionarj[428]. Posta la scure
alla radice, impugna il mistero, colloca la certezza nella rivelazione
individuale: l'arbitrio non è libero, e per iscegliere il bene fa duopo
d'una Grazia necessitante, e questa sola produce la giustificazione,
senza che v'abbia parte la volontà dall'uomo; Iddio è padrone assoluto
delle sue creature, e _ab eterno_ ha destinato queste al paradiso,
quelle dell'inferno, qualunque siano le loro azioni. Il fedele dee
mirare principalmente a tenere per sicura la propria salute: e per
acquistare una tale sicurezza, crederla non fondata su opere od elezioni
umane, ma sulla volontà suprema ed eterna.
Niuna efficacia dunque rimane al battesimo, i figli degli eletti
appartenendo per nascita alla società redenta; niuna alla penitenza,
poichè chi una volta fu eletto non può ricadere; nella santa cena non
sono transustanziate le specie, ma sotto que' simboli il Signore
comunica Cristo, per nutrire la vita spirituale. Abolito l'episcopato,
le comunità religiose scelgonsi un ministro, distinto dagli altri
soltanto per l'abito nero; ne' tempj nudi null'altro che il pulpito e
una tavola su cui esporre il pane e il vino; allontanato tutto ciò che
era proprio de' Cattolici, il culto resta non solo semplice ma nullo.
Con quest'odio Calvino rendesi onnipotente, e stabilisce un ordinamento
vigoroso, sotto il governo de' pastori, ma uniti cogli anziani; tolta
ogni separazione fra ecclesiastici e laici, fra la Chiesa e il coro.
Questi dogmi austeri, dove erano negate la bontà e la libertà dell'uomo,
sosteneva egli con inesorabile intolleranza, non presentando la sua come
una dottrina che ammette la discussione, o cerca accordo con altre
credenze. I Calvinisti, come eletti di Dio, sono autorizzati a
schiacciare tutto ciò che si oppone alla loro esclusività; come
ispirati, abborrono il ragionamento. Calvino ha il rigore del Vecchio
Testamento, più che la mitezza del Nuovo: esigente, dittatorio,
all'amministrazione ecclesiastica subordina la civile; moltiplica
regolamenti fin sul vestito e sulla mensa, proscrivendo il lusso, gli
ori, ogni squisitezza d'arti, per raffaccio alle frivolezze di Parigi e
alle magnificenze di Roma. Divieto di sposare papisti; stampatori e
libraj non si prestino a questi, nè pittori e scultori, vetraj, orefici,
avvocati; non tengansi a fitto beni di Chiesa, per cui si devono offrire
cera o incenso, che favorirebbero l'idolatria. Una fanciulla che si
vestì da uomo; un proprietario che maltrattò i suoi lavoranti, lenti
all'aratro; fanciulli che all'Epifania giocarono alla fava; uno che avea
letto le Facezie del Poggio...... erano puniti, e più chi dicea male de'
fuorusciti, martiri della verità. Così profondato l'abisso fra il credo
antico e il nuovo, Calvino sbigottì le anime timide, e disingannò coloro
che ancora fantasticavano un accordo; e quella risolutezza, quel
sarcasmo, quell'irosa eloquenza contro Roma e la Sorbona e tutto il
clero, trascinava, come tutto ciò che è violento. Allora parve la
protesta avesse trovato l'ultimo suo termine; colla predestinazione
rimetteasi tutto agli ineluttabili decreti di Dio; annichilamento
dell'uomo, che causava una contentezza austera; che formava dei martiri,
e che dovea piacere a coloro che si trovavano perseguitati.
Novatore così radicale, pure Calvino volea conservare molti articoli
primitivi; anzi spiegava fierezza contro chi li intaccasse; quasi che la
trinità, la rivelazione, l'incarnazione, il peccato originale,
l'espiazione di Cristo non si fondassero sulle stesse basi che gli altri
dogmi cattolici.
Più tardi la critica, nata dalla filologia, dovea scassinare le idee
tradizionali sopra l'origine e l'autorità dei libri sacri. Ma già allora
gli Anabattisti gl'impugnarono; gli Unitarj, che vedremo prevalenti in
Italia, escludeano la Trinità; insomma si ripudiava il cristianesimo,
riducendosi a negazione sistematica dei dogmi della Chiesa.
Alcuni Protestanti si vergognavano di tanti disaccordi, e voleano
negarli o attenuarli; altri invece faceansi belli delle variazioni[429],
e diceano: «Noi non abbiamo unità di credenze: ma questo è vanto;
perocchè la ragione individuale esercita così il proprio uffizio, e
procediamo a seconda dei tempi. Le continue variazioni sono naturali al
nostro principio: avvegnachè, mentre i Cattolici si ancorano
nell'autorità, noi ci atteniamo al giudizio de' singoli, al che ripugna
la dogmatica immobilità.
Le moltitudini però non erano venute alla Riforma per argomentazioni
teologiche, bensì alcuni per ismania di libertà, altri per bisogno di
coscienza e pietà; sicchè adottavano, senza troppo analizzarli, i
simboli e le confessioni, in cui i novatori formularono le loro
dottrine. E furono due principali; la Confessione Augustana o de'
Protestanti, a cui aderì la Germania; la Confessione Elvetica o degli
Evangelici, nella quale si confusero gli Zuingliani. Al 1550 le credenze
già eransi costituite decisamente ostili, e ciò ch'è notevole, nei
limiti geografici che press'a poco conservarono, restando la principale
divisione de' riformati in Luterani e Calvinisti: i primi che accettano
il senso letterale delle parole della Cena, gli altri il figurato.
Fuvvi un nostro pittore che formò un quadro in tre piani. Sul più basso,
Calvino distribuiva il pane benedetto, e pronunziava: «Questa è la
figura del mio corpo». Nel successivo, Lutero nell'atto medesimo,
diceva: «Questo contiene il mio corpo». Di sopra era il Salvatore che,
comunicando i suoi apostoli, diceva: «Questo è il corpo mio».
Vi sottopose la domanda: «A quale dei tre crederemo?» Il quadro piacque,
e dicono che molti convertisse; forse impedì si pervertissero.