[343] Quali fossero i collegi di là dell'Alpi lo raccogliamo, per tacere
altri, da due che avemmo occasione di nominare. Erasmo racconta che, nel
collegio di Montaguto a Parigi, avea per direttore un Giovanni Staudin,
non cattivo, ma privo di giudizio; non dava che letti duri, cibo
insufficiente, veglie penose, lavori stanchevoli. Molti giovani di belle
speranze ne morirono, o divennero ciechi, o furon presi dalla lebbra o
da follia. E non solo maltrattava i poveri, ma anche giovani di ricche
famiglie. Di fitto verno non dava che un tozzo di pan duro, e mandavali
alla fontana attinger un'acqua fetida, malsana, gelata. I dormitorj
erano al pianpiede, presso a latrine puzzolenti, e con muri coperti di
muffa (_Colloquia: Ichthyophagia_). Rabelais fa dire a Ponocrate,
intorno al collegio stesso: «Seigneur (Grandgonfier), ne pensez pas que
je l'aye mis au collège de pouillerie qu'on nomme Montaigu; mieux
l'eusse voulu mettre entre les genoulx de saint-Innocent, pour l'énorme
cruaulté et villenie que j'y ai cognue: car trop mieulx sont traicté les
forcés entre les Maures et Tartares, les meurtriers en la prison
criminelle, voyre certes les chiens en votre maison, que sont ces
malautrus au dit collège».
[344] _Opere di Lutero_, ediz. di Walch, tom. XXII, pag. 786 e seg.
[345] _Opere di Lutero_, tom. XIX, pag. 1509, si legge espresso: «Prima
ch'io finissi il vangelo, il mio vicino avea finito la messa, e mi si
diceva, _passa, passa_». I biografi posteriori esagerarono questo
racconto per tramutare una celia in una bestemmia, e più rilevare la
corruzione de' preti. Selneccer (_Oratio de divo Lutero_, pag. 31),
traduce: «Passa, passa, _idest, festina et matri filium remitte_».
Mathesius lo copia, se pure non fu lui che l'inventò. E i biografi
moderni si fecero belli di quest'empio scherzo contro la dottrina della
transustanziazione.
[346] _Tischreden_, pag. 464, 607. Dopo le tante vite di Lutero, uscì or
ora _Leben und ausgewählte Schriften der Väter und Begründer der
luterischen Kirche, eingeleitet von_ K. J. NITSCH. Elberfeld 1860 e
seguenti.
[347] _Opere_, T. I, op. 5.
[348] Nelle regole di san Bonifazio, Michelet (_Hist. de France_, T. I,
p. 286) lesse che «se un monaco peccò con una donna, digiuni due giorni
in pane e acqua». Ora il testo dice: _Si quis monachus dormierit in una
domo cum muliere, tres dies in pane et acqua: si nescivit quod non
debet, uno die_. Del resto in quel Penitenziale, ducento colpi, che è il
massimo delle sferzate, equivalgono a due giorni in pane e acqua.
[349] Il concilio di Firenze definì intorno allo stato delle anime dopo
morte, «che quelle de' veri penitenti, morti nella carità di Dio prima
di aver fatto frutti degni di penitenza in espiazione dei loro peccati
di commissione e di ommissione, sono purificate dopo morte colle pene
del purgatorio, e sollevate da queste per suffragi de' fedeli viventi,
come il sacrifizio della messa, le preghiere, le limosine e altre opere
di pietà, che i fedeli fanno per gli altri fedeli, secondo le regole
della Chiesa. Le anime di quelli che hanno peccato dopo il battesimo, o
che, caduti in peccato, ne furono purificati in vita prima d'uscirne,
entrano subito in cielo, e vedono puramente la Trinità, gli uni più
perfettamente degli altri, secondo la differenza de' meriti loro. Le
anime di quelli che son morti in peccato mortale attuale o nel solo
originale, precipitano nell'inferno per esservi puniti, quantunque
inegualmente».
[350] Essendo morta Monica sua madre, Agostino racconta come Evodio
prese il Salterio e cominciò a cantare un salmo, a cui tutta la casa
rispondeva: _Misericordiam et judicium cantabo tibi, Domine_. E molti
fratelli e religiose donne accorsero, mentre egli cercava reprimere
l'intenso dolore. «Quando il corpo fu portato via, andai e tornai senza
lagrime; e neppur nelle preghiere che a te, o Signore, porgiamo mentre
ti si offriva per essa il sagrifizio del Salvator nostro (_Cum tibi
offerretur pro ea sacrificium pretii nostri_), posto il cadavere vicino
al sepolcro, come colà si usa, io non piansi» (_Confessioni_, lib. IX,
cap. 12). Pure si accusa di averla troppo deplorata, e guarito
dall'eccesso, prega Dio per essa colle lacrime che vengono dal
riflettere ai pericoli d'ogni anima che muore in Adamo. Perocchè, sebben
essa fosse vissuta santamente, pure non era certo che non le fosse
uscita qualche parola contro il precetto divino: e guai alla vita più
lodevole se venga scrutata senza misericordia! E però lo esortava pei
peccati di sua madre, non allegando i meriti di essa, ma pel redentore
che pendette in croce, e che sedendo alla destra di Dio implora per noi.
«E poichè operò essa misericordiosamente, e perdonò ai debitori, perdona
ad essa pure i suoi debiti. Se contrasse alcuna macchia in tanti anni
dopo il lavacro di salute, perdonale, o Signore, te ne prego, e non
entrar in giudizio con essa. Nè essa desiderò monumento o aromi, o il
sepolcro patrio. Non questo ella ci raccomandò, ma di commemorarla
all'altare tuo, al quale s'era prostrata ogni giorno infallantemente,
dove sapeva dispensarsi la vittima santa dalla quale fu cancellato il
chirografo a nostro carico; O Signore Dio mio, a' tuoi servi, ai
fratelli miei, a chiunque leggerà queste carte, ispira che all'altare
tuo si ricordino di Monica e di Patrizio che fu suo marito» (cap. 13).
Inoltre nel sermone XVI, _de verbis apostoli_, dice: _Injuria est pro
martyre orare, cujus debemus orationibus commendari_. Boezio, _Della
consolazione della filosofia_, lib. IV, 4, scrive: _Nullane animarum
supplitia post defunctum morte corpus relinquis? Et magna quidem, quorum
alia pœnali acerbitate, alia vero purgatoria clementia exerceri puto_.
Il Muratori, nella Dissertazione LVI delle _Antiquitates medii ævi_,
reca molti lasciti, anteriori all'800, per far dire messe anche
quotidiane.
[351] Gian Galeazzo Visconti desiderando evitare i pericoli causati
dall'esser in guerra coi Fiorentini, e ammassar denaro per la fabbrica
del duomo di Milano, impetrò da Bonifazio IX che i suoi sudditi
potessero acquistar il giubileo senza andare a Roma, ma visitando
quattro basiliche di Milano. Il Corio asserisce che la bolla portava
che, «se anche non fosse contrito nè confesso, fosse assolto da ogni
peccato in questa città, dimorando dieci giorni continui». Or noi
possediamo tal bolla, del 12 febbraio 1391, e dice espresso che sieno
_vere pœnitentes et confessi_.
[352] Vedi la nota 5 del Discorso XII.
[353] Da ciò nacque il tribunale della reverenda fabbrica di San Pietro,
che esiste tuttora.
[354] Il Guicciardini scrive avere il papa assegnato il prodotto delle
indulgenze di Germania a sua sorella madonna Cibo. Esiste la bolla
pontifizia che gli dà la mentita.
[355] Proposizione 71.
[356] _Ein wohl betrunkener Deutscher_. LUTERO, Opere, tom. XXII p.
1337.
[357] San Domenico ottenne da papa Onorio III il convento di Santa
Sabina in Roma nel 1218, e parte del palazzo pontifizio per collocarvi i
suoi religiosi. Consigliò al papa di deputar alcuno che istruisse nella
morale e nella religione gli addetti a questo palazzo, e il papa ne
affidò l'incarico allo stesso san Domenico, che tolse a spiegar le
epistole di san Paolo. Piacque a Onorio perpetuar tale istituzione,
affidandola sempre a un domenicano, col titolo di maestro del sacro
palazzo. Così si succedettero settantasei maestri, i quali ora,
l'avvento e la quaresima, predicano ai famigliari palatini, e tengono
tre giorni di catechismo avanti ciascuna delle quattro comunioni
generali annue che si fanno nel palazzo apostolico. Al maestro venne poi
commessa la censura de' libri. Vedi ANNIO DA VITERBO, _De dignitate
officii magistri sacri palatii_: CATALANI, _De magistro S. P.
apostolici, libri duo_. Roma 1751.
[358] _In præsuntuosas M. Luteri conclusiones de potestate papæ
dialogus_. Ho alla mano _Replica fratris Silvestri Prieiratis ad fratrem
Martinum Lutherum_, senza data, in dieci carte, ove difende sè dalle
dategli incolpazioni.
[359] _Luteri Opp_. Jena, tom. I, pag. 60.
[360] Per esempio, al Concilio di Basilea erasi argomentato: «Per
presedere alla Chiesa universale bisognerebbe che il papa presedesse ai
capi e ai membri di tutte le Chiese stabilite nell'universo. Ora il papa
non presiede al capo della Chiesa romana, perchè non può presedere a se
stesso. Dunque non presiede a tutte le Chiese che costituiscono la
Chiesa universale».
[361] Federico Borromeo racconta che il duca Lodovico il Moro, recatosi
nel convento de' Domenicani a Milano per conversare, come soleva, con
que' frati, vide il padre Vio, di piccola e spregevole statura, e
domandò al priore perchè tenesse omicciatoli siffatti. Il priore
rispose: _Ipse fecit nos et non ipsi nos_: e introdotto a ragionar con
esso il Vio, lo chiarì quanta ne fosse la sapienza e la virtù, sicchè
dappoi il duca l'ebbe in maggior credito che gli altri frati.
[362] _De servo arbitrio_. Invano gli si nega un insegnamento così
repugnante all'intimo senso morale e alla sana ragione. Nelle sue opere
dell'edizione di Wittenberg, 1572, tom. VII, fol. 18, si legge:
«Un'opera buona, compita il meglio possibile, è un peccato quotidiano
davanti la misericordia di Dio, e un peccato mortale davanti la sua
stretta giustizia». Nella _Cattività di Babilonia_: «Ve' quanto un
cristiano è ricco! non può perdere la sua salute neppure volendolo.
Commetta peccati gravi quanto vuole, finchè non è scredente nessun
peccato può dannarlo. Finchè la fede sussiste, gli altri peccati sono
cancellati in un istante dalla fede». E nella _Libertà Cristiana_: «Di
qui si vede come il Cristiano è libero in tutto e sovra tutto; giacchè
per esser giustificato non ha mestieri di veruna specie di opere, e la
fede gli dà tutto a sovrabbondanza. Se alcuno fosse tanto stolto da
credere ch'e' può giustificarsi e salvarsi mediante le opere buone,
perderebbe subito la fede con tutti i beni che l'accompagnano». Quando
nel 1541 a Ratisbona Melantone cercò accordarsi coi Cattolici, dicendo
che per la fede che giustifica doveva intendersi una fede operante per
la carità, Lutero dichiarò ch'era un misero ripiego, una toppa nuova
s'un abito vecchio, che lo straccia di più.
[363] _Esto peccator et pecca fortiter: sed fortius fide et gaude in
Christo, qui victor est peccati, mortis et mundi — Peccandum est quamdiu
hic sumus — Sufficit quod agnovimus per divitias Dei Agnum qui tollit
peccata mundi; ab hoc non avellet nos peccatum, etiamsi millies, millies
uno die fornicemur aut occidamus_. Lettere di Lutero, raccolte da
Giovanni Aurifabro. Jena 1556, Tom. I, pag. 545.
[364] Sull'uso primitivo della liturgia nelle varie lingue delle
provincie convertite, può, senza ricorrere a opere pesanti, consultarsi
MARTIGNY, _Dict. des Antiquités chrétiennes_. Parigi 1865,
principalmente all'articolo _Langues liturgiques_. Sol quando le antiche
lingue si mutarono nelle nuove, non parve prudenza il mutar la liturgia.
Nulla però vieta di farlo, e, per esempio, ai Cinesi fu conceduto l'uso
della lingua loro.
[365] PANZER, Not. lett. delle Bibbie tedesche anticamente stampate.
[366] Le legende del reverendo Jacobo da Varagine furono riprovate da
Melchior Cano e da Lodovico Vives; ma fin nel secolo XIV eransi
riconosciute favolose, e frà Bernardo Guidone domenicano fu spinto dal
suo superiore ad opporvi un legendario attinto a migliori fonti. Altri
modernamente il difese, mostrando ch'egli non dà per accertato quel ch'è
mera tradizione; talvolta ripudia certi fatti; giova poi immensamente
come testimonio delle credenze del tempo, e a spiegare passi di poeti e
opere d'artisti del medioevo.
Il Malermi nel 1475 volgarizzò il legendario del Varagine, e dice che
chiamò a sè «il dilecto Hieronymo clarissimo citadino fiorentino, non
meno erudito nelle sacre lettere quanto di virtù adornato, adciochè qui
rivedesse e ad arbitrio suo emendasse quello ritroverebbe da essere
correcto».
Il Fontanini dimostrò che non esiste una versione della Bibbia del
Varagine, vissuto a metà del XIII secolo. Ben si conosce una traduzione
dell'Apocalissi, con sposizione continua, fatta in rozzo veneziano da
frà Federico de Renoldo, che visse nel 1300, e fu stampata dal Paganini
a Venezia nel 1515 col titolo «Apocalypsis J. C. hoc est revelatione
fatta a sancto Giohanni Evangelista con nova espositione in lingua
volgare composta per el Reverendo Theologo et angelico spirito Frate
Federico Veneto ordinis Predicatorum, cum chiara dilucidatione a tutti
soi passi».
Aldo Manuzio, nella lettera premessa al salterio greco del 1495
prometteva pubblicare l'intera Bibbia in latino, greco, ebraico, e aver
già preparato i caratteri ebraici, de' quali in fatto trovasi un saggio
alla biblioteca della Sorbona (vedi FOSCARINI, _Della letteratura
veneziana_, lib. IV). La Bibbia dei LXX comparve per gli Aldi sotto la
direzione di Andrea Asolo nel 1518, e il paragone colla vulgata diede
esercizio alla critica.
[367] Haym porge l'edizione del Malermi per Vindelino da Spira a
Venezia, 1471: un'altra dell'anno stesso senza nome nè luogo: una Bibbia
italiana, Pinerolo per Giovanni de' Rossi, 1475: altra del Malermi,
Venezia per Antonio Bolognese, 1477: e dell'anno e luogo stesso per
Pietro Trevisano: e del 1484 per Andrea Paltafichio di Cataro, e del
1494 per Giovanni Rosso vercellese ad istanza di Luc'Antonio Giunta. Le
epistole, vangeli e lezioni di tutto l'anno: Bologna 1473: Venezia 1483,
poi 1487 per Annibale da Parma: Roma 1483: Venezia 1507 e 1522, senza
nome del traduttore.
[368] Sarebbe quella del Genson del 1471. La Crusca si valse d'un testo
manuscritto, senza ben comprendere che cosa fosse; e lo citò come
_annotazioni evangeliche_; poi nella stampa che or fa del _Vocabolario_,
come volgarizzamento di pistole e di vangeli.
[369] Nella Bibbia edita a Basilea nel 1491, ch'è nella Magliabecchiana,
oltre le postille in margine, ha molti fogli in principio e in fine,
scritti così minuto, che vuolsi la lente a leggerli. Nell'altra edizione
di Venezia 1492, or nella Ricardiana, le note son molto più chiare; vi
si dan notizie storiche e geografiche, il senso d'alcune parole ebraiche
per trarne poi le varie interpretazioni, ma ben di rado entra in
discussioni meramente teologiche, e non si ferma ai passi che viepiù
furono discussi dai Riformati.
Consimile lavoro faceasi anche da altri frati, come può vedersi in varie
Bibbie, e senza scostarsi da Firenze, in due che stanno a San Marco, in
pergamena, e che erroneamente si attribuiscono al Savonarola stesso. V.
VILLARI, _La storia di Girolamo Savonarola_, 1859.
[370] SAVONAROLA, _Sermone per la V domenica di quaresima_.
[371] QUETIF et ECHARD, _Script. Ord. Prædic_., tom. II, pag. 114, 115.
[372] Clementine, lib. V, tit. _De magistris_.
[373] Il cardinale Ximenes per la sua Bibbia ebbe molti ajuti dalla
Biblioteca Vaticana, e nella dedica a Leon X dice: _In ipsis
exemplaribus græca sanctitati tuæ debemus, qui ex ista apostolica
bibliotheca antiquissimas tum veteris, tum Novi Testamenti codices
perquam humane ad nos misisti_.
Erasmo, esaminando qualche varianti del codice vaticano del Nuovo
Testamento, si stupì della conformità di esso colla vulgata latina, ove
questa discorda dai codici greci, e pensò fosse corretto sulla versione
latina. Ma più saviamente il cardinale Cervini da Trento scriveva a Roma
a monsignor Maffei: «Li testi delle due lingue (greca ed ebraica) sono
spesso più scorretti che li latini: anzi, quanto più sono di esemplari
antichi e fedeli, tanto più si trovano conformi alla nostra vulgata».
Così i legali del cardinale Farnese scriveano: «Quanto più li testi
greci et hebrei sono migliori, tanto più comprovano la lettione di
questa vulgata». Vedansi le dissertazioni del Vercelloni. Ed oggi in
fatto i migliori critici vorrebbero si possa valersi della traduzione
detta _Itala_ per correggere il testo greco del Nuovo Testamento e la
versione dei LXX.
Il _Prayer Book_, o Libro di preghiere adottato dalla Chiesa Anglicana,
si valse, per tutti i passi biblici, della nostra vulgata. Ristampandolo
testè, si conservò il medesimo sistema, del che menarono gran rumore i
rigoristi. Ma si mostrò che Routh, preside del collegio di Oxford,
raccomandava a' suoi scolari la vulgata come eccellentissimo commento
sulla Scrittura.
[374] SCHNURRER, _Bibl. Arabica_, pag. 231-34.
[375] Id. pag. 402.
[376] LE LONG, _Ediz. Masch._, vol. I.
[377] COLOMESII, _Ital. oratores_, ad nomen.
[378] Eck racconta che Lutero diceva che Cristo disse a Pietro: «Tu sei
pietra», poi toccando se stesso, soggiunse: «E su questa pietra sarà
edificata la Chiesa». Il dottore Thiess (_Incompatibilità della potestà
spirituale colla profana_, p. 17) annovera ottantacinque diversi
commenti della parabola del castaldo infedele, e centocinquanta di quel
testo, _Mediator autem unius non est: Deus autem unus est_. Ad Gal. III,
20.
[379] Cioè, _Dell'ispirazione divina delle sacre scritture_. È il
versetto 16 del c. II, ep. II _ad Timoth_.
[380] SAN MATTEO XIX, 17.
[381] Nelle regole per l'Indice è detto esser manifesto che, se la
Bibbia in vulgare _passim sine discrimine permittatur_, ne vien più
pericolo che utilità; si stia dunque al giudizio del vescovo o
dell'inquisitore per concederla a quelli che possano trarne non danno,
ma aumento di fede e pietà. _Regola IV_.
[382] Pietro Nicole, famoso avversario de' Gesuiti, nei _Préjugéz
légitimes contre les Calvinistes_ (1671), toglie a mostrare che «la via
proposta dai Calvinisti per istruir della verità è ridicola e
impossibile». E vuol provare che giovarsi di questa via non è possibile
se non assicurandosi, 1º se i passi allegati son veramente tratti da un
libro canonico; 2º se son conformi all'originale; 3º se non v'è maniera
differente di leggerli, la quale ne affievolisca la pruova. Ne trae la
conseguenza che quei che nel XVI secolo uscirono dalla comunione romana
nol poterono che con eccesso di temerità; salvo che avessero esatta
conoscenza delle ragioni che la favoriscono, di quelle che la
combattono, e di tutte le objezioni che possono farsi sui passi
scritturali addotti da una parte e dall'altra.
Claudius pretese confutarlo mostrando che altrettanti studj occorrono
per essere accertati delle verità cattoliche. Non parmi. Ammesso che la
Chiesa possa dire «Chi ascolta voi ascolta me», tutte le dubbiezze sono
tolte dalla decisione di quest'autorità vivente. Vedi sopra ciò la
Conferenza collo stesso Claude _sur la matière de l'Eglise_.
[383] Bartolomeo Caranza, arcivescovo di Toledo, che vedremo vittima
dell'inquisizione spagnuola, così discorreva delle Bibbie in vulgare.
«Prima che le eresie di Lutero sbucassero dall'inferno, non so che in
nessun paese siasi proibita la Bibbia in vulgare; se ne fecero versioni
in Ispagna, d'ordine del re cattolico al tempo che Ebrei e Mori poteano
viver tra' Cristiani, governandosi a leggi proprie. Cacciati che gli
Ebrei furono di Spagna, i presidi alla religione s'avvidero che alcuni
convertiti istruivano i figliuoli nel giudaismo, avezzandoli alle
cerimonie mosaiche mediante queste Bibbie vulgari, che poi si stamparono
a Ferrara in Italia. Per questo motivo giustissimo proibironle in
Ispagna: pure si fece eccezione ai collegi, ai monasteri, a persone
superiori al sospetto, dandosi loro licenza di tenerle e leggerle».
Segue narrando tali proibizioni in altri paesi, e conchiude: «In
Ispagna, dove, per grazia di Dio, si dura immuni dalla zizzania, si
vietò ogni traduzione vulgare della Bibbia per toglier occasione ai
forestieri di trattar delle loro quistioni con persone semplici e
illetterate, e anche perchè si ha pruova di casi particolari e di
errori, che rampollavano in Ispagna, nati dall'aver letto qualche passo
scritturale senza capirlo. Così sta il fatto, e per ciò si proibirono le
Bibbie volgarizzate». _Commenti al Catechismo cristiano_.
[384] _Et ego, fratres, non potui vobis loqui quasi spiritualibus, sed
quasi carnalibus, tamquam parvulis in Christo lac vobis potum dedi non
escam, nondum enim poteatis: sed nec nunc quidem potestis, adhuc enim,
carnales estis_. _I ad Corinthios_ III. 1, 2.
[385] Basta citar ad esempio alcune vedute proprie di sant'Agostino
sulla Grazia e sul peccato originale che non furono mai adottate dalla
Chiesa come dottrina universale.