Tutto era dunque non solo preparato, ma incamminato, sia l'attacco o il
riparo, sia la critica o lo scherno, sia la riforma amorevole o la
demolitrice, allorchè, come tant'altri tedeschi, a Roma capitò, mandato
per non so quale controversia insorta fra' suoi Agostiniani, frà Martin
Lutero. Nato ad Eisleben l'anno che il Savonarola cominciò a predicare a
Firenze, visto morire improvvisamente un amico, si spaventò di cascare
impreparato nelle mani di Dio; onde resosi monaco, e disgustato d'ogni
altra lettura a confronto della Bibbia, prega, digiuna, si mortifica; va
alla questua, adempie i bassi uffizj del convento. Quando fu ordinato
prete a Erfurt, diede la solita promessa di vivere e morire nel seno
della santa Chiesa cattolica e obbedirla come madre, e nel celebrare la
prima messa talmente si sentì compreso da quei misteri, che côlto da un
tremito universale, a stento terminò.
Presto venuto in fama di abile teologo e predicante, fu messo professore
di teologia alla recente università di Wittenberg, e delle arguzie di
Erasmo contro il papa indignavasi a segno, che diceva, recherebbe egli
stesso le fascine per bruciarlo. Ma l'orgoglio del proprio sapere e
l'idolatria di se stesso lo invade: e spedito di qua dell'Alpi, non ci
porta affetto ed entusiasmo, bensì dispetto, opposizione, censura. In
Lombardia trova dapertutto «ospedali ben fabbricati, ben provisti, con
buona dieta, servigiali attenti, medici esperti, letti e biancherie
pulite, l'interno degli edifizj ornato a pitture; appena un malato v'è
condotto, gli si tolgono gli abiti, tenendone nota per restituirli; è
vestito d'un palandrano bianco, messo in un buon letto; gli si menano
due medici; gli spedalinghi dangli a mangiare e bere in vetri limpidi,
che toccano appena colle dita. Poi signore e matrone onorevoli vengono
per servire i poveri, velate di modo che non si sa chi sieno». A Firenze
vede ricoveri, ove i gettatelli sono nutriti che meglio non si potrebbe,
allevati, istruiti, tutti in abito uniforme. Dapertutto poi eccellenti i
collegi, quanto erano male condotti altrove[343]. Ma l'anima sua,
sprovvista d'amore come d'umiltà, nulla comprende alla poesia del nostro
cielo, delle nostre arti, della nostra storia.
Già per viaggio, in luogo di quelle fontane, sgorganti rozzamente da un
tronco di abete forato, dei Cristi e delle grossolane Madonnine sugli
svolti de' trivj, incontrando architetture e sculture, marmi ed ori
nelle chiese, non che stupito, ne rimane uggiato: gli pare piovoso il
clima, disagiati gli alberghi, aspro il vino, micidiale l'acqua, l'aria
febbrile, meschina la natura quanto gli uomini. Dall'altura di
Montefiascone l'immensa campagna romana gli si mostra arida e sterile,
anzichè ridere d'ulivi e di rose qual se l'immaginava: e rimpiange la
scintillante verzura della Sassonia e le secolari sue foreste, e quella
pendice del Poltesberg, la quale, a dire suo, splende di più fiori che
non tutte le colline d'Italia.
Peggio gli uomini. Per lui chiunque porta una tonaca o dice messa, è un
ignorante che non capisce il latino, e nè tampoco la lingua materna. A
una taverna imbatte frati che sbevazzano, gesticolano, ciaramellano
cavallerescamente di cose sacre: dapertutto santi, pitturati sulle case
onde preservarle dal fuoco: dapertutto il matrimonio poco rispettato,
onde dichiara questi Italiani figliuoli del peccato; prende scandalo
d'un convento provisto di trentaseimila zecchini di rendita. Giunto alla
santa Roma (così la qualifica), Lutero visita tutte le cappelle, crede
tutte le legende, prostrasi a tutte le reliquie, sale ginocchione la
scala santa; si duole che i suoi genitori non siano ancora usciti di
vita, perchè potrebbe adoprarsi a riscattarli dal purgatorio con messe,
preghiere, indulgenze; stupisce di quella pulizia severa, per cui di
notte il capitano scorre la città con buone scolte, punisce chi coglie,
e se ha armi lo appicca e getta nel Tevere; ammira il concistoro, e il
tribunale della Sacra Rota, ove gli affari sono istruiti e giudicati con
tanta giustizia[344].
Ma per lui Roma non è la città donde i santi apostoli respingono Attila
flagello di Dio, dove imperatori e re fermansi venerabondi o sgomentati,
e che personeggia il dominio dell'intelligenza sopra la forza brutale;
la città che tiene i Turchi in apprensione, a cui si convertono gli
sguardi di tutta la cristianità, da cui partono i missionarj di tutto il
mondo, e dove da tutto il mondo si dirigono i reclami contro ogni
oppressione, ogni ingiustizia. Al vedere tanti capolavori d'antichi,
emulati dai nuovi colla penna, collo scalpello, coi colori, e sotto al
manto papale raccolti tanti sublimi ingegni, uno dei quali basterebbe ad
immortalare un paese, un'età: non uno dei raggi che partono dall'aureola
di Rafaello e di Michelangelo commuove il gelo dell'anima sua
razionatrice. Frate e tedesco, si scandolezza al lusso delle cerimonie,
senza comprendere come l'idea ha bisogno di trasformarsi in immagine.
Frate inosservato in tanta ricchezza, in tanto fasto, in tanta scienza,
s'inviperisce e medita vendetta. Fra le splendidezze del culto,
espressione mistica del rispetto e dell'amore verso Dio, fra la
magnificenza de' pontificali, non calcola se non quanto denaro costano,
e con che modi questo procacciavasi: si fa il segno di croce al
conoscere que' reprobi costumi, all'udire gli aneddoti spacciati sul
conto di Leone X, alla sbadataggine di que' preti che dicevano sette
messe nel tempo ch'egli una sola, «talchè i chierichetti gli ripetevano:
passa avanti, passa avanti»[345]: alla venalità della curia disposta a
dire come Giuda, «Quanto mi date ed io ve lo tradirò?» Crede tutte le
baje di piazza e di bettola: e perfino che in un monastero (non indica
quale) si disotterrarono da un giardino seimila cranj di neonati; che
Roma possiede veleni così squisiti da uccidere col solo guardare uno
specchio cospersone[346].
Altrettanto dispetto gli fanno le università e gli studj d'Italia,
perchè interpongono la ragione fra la scienza e la fede; perchè vi
s'insegna che la luce divina rischiara il lume naturale, come fa il sole
con una bella pittura; perchè l'attività del pensiero s'applica a idee
pagane, non alla dottrina di Cristo. Anzi, in quel suntuoso peripato di
Leone X non vuol vedere che ignoranza, brutalità, grossolanità, quasi
intendesse arrogarsi il vanto d'aver egli insegnato il latino, ridesti
gli studj filologici, rivelato la Bibbia.
Rimpatriato con tali sentimenti, s'ingolfa nella Bibbia in greco e in
ebraico, e fino dalle prime sue lettere, massime da quelle a Spalatino
del 1518, manifesta il livore contro i Romanisti, il vilipendio per la
teologia scolastica e pei maestri in essa più rinomati; la passione
della novità, comunque sia cercata e trovata; il dubbio sofistico, la
smania di togliersi dall'oscurità, e di dare una scossa al mondo.
A raccogliere in una fissa direzione i suoi pensamenti venne il dispetto
per la vendita delle indulgenze.
La Chiesa, fino da' suoi primordj, come prescrisse penitenze e
mortificazioni, così usò della facoltà di rimetterle o attenuarle,
sull'esempio degli apostoli; e massime ai martiri si concedea di dare
lettere d'indulto ai peccatori, cui per esse il vescovo alleviava la
penitenza; laonde, accanto alla dottrina che insegna la salvazione
venire da Cristo gratuitamente, stette quella della cooperazione
dell'uomo, del soddisfacimento penale, e della remissione parziale o
plenaria di questo, secondo le circostanze del penitente. E fino da que'
primi tempi indulgenza indicava un'abbreviamento di quelle penitenze,
che la Chiesa esigeva prima di assolvere, e che concedeasi al peccatore
quando desse segni di profonda contrizione e di sentimenti mutati. Fra
gli scolastici pigliò senso più ampio, fondato sopra ragioni valevoli
sì, ma non come articolo di fede. Le singole pene non oltrepassavano mai
i trent'anni, ma il loro cumulo formava talora più secoli. Essendo per
conseguenza impossibile conseguire l'assoluzione in vita, si permise di
commutarle, e farle eseguire da altri, e massime i monaci s'incaricavano
di preci, pellegrinaggi, mortificazioni, discipline, in surrogazione del
vero penitente. Domenico Loricato che ebbe questo titolo perchè portava
una corazza di ferro e catene attorno al corpo, talora assumevasi di
scontare penitenze di cento e di mille anni. Tremila sferzate
equivalevano ad un anno di penitenza: durante la recita dei cencinquanta
salmi poteansi dare quindicimila colpi; laonde, col recitare venti volte
il salterio sotto continua flagellazione, redimevasi la penitenza di
cento anni; e talora Domenico la compiva in sei giorni. Così nella vita
di esso attesta san Pier Damiani, vivente intorno al mille; e altrove
scrive d'avere imposto all'arcivescovo di Milano la penitenza di cento
anni, e tassata la redenzione in un annuo tributo[347]. Il Muratori
stampò un Penitenziale, ove si espongono tali scambj di penitenza: «se
uno non può digiunare, scelga un sacerdote giusto, o un monaco che vero
monaco sia e viva secondo la regola, il quale adempia per lui, e se ne
redima a prezzo conveniente. Una messa cantata speciale può riscattare
dodici giorni; dieci messe riscattano tre mesi; trenta messe dodici
mesi»[348]. Della messa il valore è infinito; onde venne adoperata più
che le altre commutazioni.
Indulgenze concedeansi anche per opere civili o pietose, come il fondare
un ospedale, erigere una chiesa, fino costruire un ponte o una via,
conforme l'indole de' tempi ove ogn'atto di questo mondo consideravasi
in relazione coll'altro; ovvero per visitare un santuario, guerreggiare
contro gl'infedeli. Eravi chi avesse recato un danno a persona, cui non
potesse risarcire? e' procuravasi l'assoluzione mediante una somma, che
pareva soddisfare mediante l'uso che se ne faceva. L'Inquisizione
avrebbe dovuto punire molti delinquenti, se non si fosse ad essi aperto
uno scampo mediante le indulgenze, convertendo il delitto in peccato, il
supplizio in penitenze.
I teologi si domandarono, come mai la Chiesa potè dirsi autorizzata a
tale condiscendenza? E poichè allora la scolastica presumeva dare
ragione di tutto, allegarono che il fondo inesauribile di misericordia
preparato dal sangue di Cristo, e i meriti soprarogatorj dei santi,
formano un tesoro, applicabile a chi pentito partecipi ai sacramenti. Ma
di che non abusa l'uomo? Le indulgenze furono talvolta profuse con
giubilei plenarj, e col concederle a chi sovvenisse a bisogni temporali
della Chiesa, e persino a fazioni politiche de' suoi capi.
Furono rivolte anche sulle pene postume[349], volendo che papi e vescovi
potessero applicarvi una parte di questo inesauribile tesoro di
misericordia. Perocchè quel sentimento così umano che ci lega a coloro
che ne precedettero in quest'esiglio e ci attendono nella patria, era
stato consacrato dalla fede, riconoscendo la comunione de' fedeli,
cominciata tra le pruove della vita, continuata nel luogo della
temporaria espiazione, compita nella città celeste; sicchè a sollievo
delle anime aspettanti, noi militanti possiamo applicare e le preghiere
e le buone opere: tradizione antichissima, chiaramente indicata da
Tertulliano e da sant'Agostino[350], nel quale già si trova cenno delle
messe per defunti. Ma esso pure fu implebejato coll'idea del guadagno, e
i suffragi si restrinsero quasi unicamente a messe ed uffizj, che troppo
facilmente prendevano aspetto di bottega, e offrivano appiglio alla
maldicenza.
La Chiesa dichiarava espresso che le indulgenze esigono da una parte un
merito soprabbondante, dall'altra buone opere e pia coscienza; e che
mancano d'ogni valore se non vadano congiunte alla sincera ed efficace
contrizione, rimettendosi la penitenza solo in quanto era satisfattoria
cioè punizione, non in quanto era medicinale, cioè diretta a tener sotto
gli occhi del peccatore l'orror della colpa commessa[351]. Anche i
catechismi più comuni insegnano che l'indulgenza è una remissione di
pene temporali, che rimarrebbero a scontare pei peccati già rimessi
quanto alla pena eterna. Non concedesi dunque se non a quello cui già
sia stata rimessa la colpa; vale a dire all'uomo in istato di grazia,
cioè di moralità soprannaturale; all'uomo che possieda amore di Dio e
de' suoi precetti, dolore de' peccati, e proposito di non più
commetterne; amore del prossimo, perdono delle ingiurie ricevute,
riparazione delle fatte, adempimento de' proprj doveri, insomma
conformità (per quanto all'uomo è possibile) alla legge divina. Solo a
queste condizioni si ottiene l'assoluzione e per ciò l'indulgenza, cioè
la soddisfazione della pena temporale che il peccatore deve alla
giustizia divina anche dopo rimessa la colpa. La qual pena temporale
sconta l'uomo con opere penitenziali, a cui la Chiesa applica i meriti
infiniti dell'Uomo Dio.
Pure gl'ignoranti facilmente sdrucciolavano in opinione erronea, e se la
fomentavano coloro che ne traevano guadagno, ne facea beffe il bel
mondo. «Come credere al purgatorio predicato da bocche barbose, che non
sanno tampoco declinare _Musa Musæ_?» diceva Reuclin. E gli arguti:
«Che? Sono dunque in mano dei preti le porte del purgatorio e del
paradiso?» Sul teatro rappresentavansi spesso de' monaci, che vendeano
l'assoluzione al ladro, il quale anche negli estremi momenti esitava fra
la sua coscienza e il buon senso; altri che alle comari computavano
quanti giorni un'anima resterebbe nel purgatorio, e quanto ci vorrebbe a
riscattarla.
Fatto è che lo spaccio delle bolle d'indulgenze divenne pingue entrata
della romana curia; v'ebbe persone che n'apersero bottega
falsificandole: il che tutto e screditava le indulgenze, e ne adulterava
il senso. Il vulgo facilmente recavasi a credere che quel denaro fosse
il prezzo della cosa santa; e i questori che mandavansi a riscuoterlo,
partecipando d'un tanto per cento al vantaggio, ne magnificavano
profanamente la virtù. Ammirato il Giovane racconta che, nel 1431, a
Firenze venne un cavaliere gerosolimitano con un Minorita; e quegli
annunziava aver dal papa autorità ampia per assolvere dalla dannazione:
questi stava a banco nelle chiese a scrivere e sigillare le lettere
delle indulgenze e assoluzioni _di colpa e di pena_, dispensando in
arduissimi casi chi portava non solo denari, ma vesti e panni. I
senatori, dubitandone, vollero vedere la carta dell'autorità del
cavaliere, e la trovarono minore di quella che annunziava; onde gli
proibirono di passar più avanti, ne scrissero al papa, e comminarono
pene a simil gentaccia. Qual v'ha mai cosa santa, di cui l'avarizia non
abusi?
Han levato gran rumore d'un libro intitolato _Tasse della cancelleria
romana_, che nella sua crudezza sa di stranamente empio. Vi si dice:
«Per l'assoluzione di chi abusa d'una fanciulla, sei carlini; per
l'assoluzione d'un prete concubinario, sette carlini; d'un laico, otto.
Per l'assoluzione a chi ammazza il padre, la madre, il fratello, la
sorella, o altro parente ma laico, cinque carlini; d'un laico che uccise
un abate o altro ecclesiastico inferiore al vescovo sette o otto o nove
carlini; d'un marito che battè la moglie in modo che abortisse, otto
carlini; di padre o madre o parente che abbia soffocato un fanciullo,
quattro tornesi, un ducato, otto carlini. L'assoluzione per atto
d'impurità qualunque commesso da un chierico, con dispensa di potere
prendere gli Ordini e tenere benefizj, trentasei tornesi; per mangiare
latticinj ne' tempi proibiti, sei tornesi». Fu stampato nel 1471 a Roma;
vero è che non ha nessuna autorizzazione della Chiesa, ma moltissime
volte fu riprodotto colà, e a Parigi, Venezia, Colonia, senza che
scandolezzasse, finchè i principi protestanti l'inserirono nei _Centum
gravamina_, e Antonio du Ginet lo riprodusse a Lione nel 1564 col titolo
_Taxe des parties casuelles de la boutique du pape, etc_. Non è ben
determinato quanto sia autentico e genuino: ma comunque esso urti il
senso dell'onestà e della morale, basta il senso comune per comprendere
come quella tassa non riguardi il perdono, bensì paghi la spedizione
della cedola assolutoria, nè mai esclude la necessità del pentimento e
della soddisfazione.
I concilj di Vienna, di Costanza, di Laterano aveano severamente vietato
questo traffico; ma Leone X credette sorpassarvi per nobile oggetto,
qual era di far concorrere tutta la cristianità a due grandi imprese, a
tutta la cristianità interessanti; la crociata contro Selim granturco, e
l'erezione d'un incomparabile tempio.
Perocchè, arrivati all'apogeo della loro grandezza, i pontefici vollero
esprimerla anche materialmente con un tempio maggiore di tutti.
La basilica del Vaticano offre la storia della Chiesa e delle arti, da
quando Proba nel IV secolo vi ergeva una cappella al defunto marito
Anicio, fino a Tenerani e Pio IX. Nicola V, che fece per le arti non
meno di Leone X, avea pensato riedificarla splendidissimamente, e
l'annesso palazzo pontifizio ridurre in modo, che v'abitassero tutti i
cardinali, quasi concilio permanente attorno al papa; ivi tutti gli
uffizj della curia; ivi grandioso ricinto pel conclave, immenso teatro
per la coronazione, suntuosi appartamenti pei principi ospiti; il colle
Vaticano, seminato di palagi, comunicherebbe colla città mediante lunghi
porticati a botteghe; attorno giardini, fontane, cappelle, biblioteca.
Il gigantesco divisamento gli fu tronco dalla morte: poi Giulio II, a
cui nulla parea troppo grande, pensò dare condegna occupazione ai sommi
artisti allora fiorenti col ricostruire la basilica. Messosi all'opera,
fece distruggere cappelle e monumenti, preziosi per antichità e per
sante tradizioni, con grave dolore di chi venera le memorie[352]: e
stabilì (1509) che tutti i legati pii, lasciati a luoghi incapaci
d'accettarli, o che non si soddisfacessero dagli eredi, venissero
applicati alla fabbrica di San Pietro; istituendo a tal fine un
tribunale, che li riscotesse in tutto l'orbe cattolico[353].
Leone X, volendo compiere quel che il predecessore avea cominciato,
pensò farvi contribuire tutta la cristianità, e concedette ampie
indulgenze a chi offrisse denaro per quell'edifizio.
Il medioevo non avrebbe trovato a ridirvi; ma le nazioni già prendeano
il volo fuori del nido in cui aveano messe le penne; i principi,
bisognosi di denaro, chiedeano partecipare a questo speciale genere
d'entrata, e voleano trafficare le indulgenze come trafficavano i voti
per la corona imperiale.
L'incarico di predicare queste indulgenze era officio lucroso, come quel
di ogni esattore. E poichè Alberto, arcivescovo di Magonza, dovea render
al papa quarantacinquemila talleri e non n'avea modo, Leon X conferì ad
esso il diritto di distribuire le indulgenze in Germania[354]; ed esso
l'appaltò ai Fugger, banchieri famosi di Augusta. Giovanni Arcimboldo,
diacono d'Arcisate, poi arcivescovo di Milano, che prima n'avea avuto
l'incarico, riservossi la Danimarca e la Svezia, e in pochi anni
raccolse abbondanti limosine, che l'infedeltà d'alcuni agenti mandò a
male, pur la reputazione di esso uscendone intatta. Non così quella
d'Alberto, che scelse a divulgarle Tetzel, domenicano di Pirna, oratore
famoso per immaginazione, ma scarso di prudenza e di buon senso. Se
dessimo fede a Lutero, purtroppo franco nel calunniare, Tetzel traversò
la Sassonia con casse di cedole di perdono, bell'e firmate, e dove
arrivasse alzava una croce in piazza, spacciava la sua merce nelle
taverne, e «Comprate, comprate (diceva), che al suon d'ogni moneta che
casca nella mia cassetta, un'anima immortale esce dal purgatorio»; e il
popolo a calca versava talleri in cambio delle perdonanze. Così Lutero:
ma i sermoni di Tetzel furono stampati, e da un Protestante, e vi si
legge a tutte lettere la necessità della confessione e contrizione:
_quicumque confessus et contritus eleemosynam ad capsam posuerit juxta
consilium confessoris, plenariam omnium peccatorum suorum remissionem
habebit_.
«Farò io un buco in questo tamburo», gridò Lutero, indignato a quella
profanità; ad alcuni che le aveano comprate, negò l'assoluzione se non
riparassero il mal fatto e si emendassero. «Vi dico che l'indulgenza non
è nè di precetto, nè di consiglio divino. Che le anime possono liberarsi
dal purgatorio mercè dell'indulgenza io nol so e nol credo. Hai tu
denaro? Danne a chi ha fame, e varrà ben meglio che darlo per
compaginare pietre. Quel che dico scompaginerà la costoro bottega: ma
che importa il loro brontolio? Teste vuote, che non han mai letto la
Bibbia; che non intendono acca delle dottrine di Cristo; non si
capiscono tampoco fra di loro». Così declamava: poi alla chiesa di
Wittenberg, nella solennità d'Ognissanti, affigge novantacinque tesi;
pronunziando maledizione e anatema contro chiunque negasse la verità
delle indulgenze pontifizie[355], ma esservi abuso in esse.
E abuso v'era; lo attestò il medesimo concilio di Trento: sarebbesi
potuto confessarlo e toglierlo senza rompere l'unità della Chiesa; i
vescovi di Meissen e di Costanza aveano proibito quelle vendite; ma la
materia era preparata di maniera, che poca favilla destasse
inestinguibile vampa.
La materia delle indulgenze non era stata molto discussa dai dottori,
non mai dalla Chiesa congregata. La bolla di Clemente VI pel giubileo
del 1350 le stabiliva, ma non quanto bastasse per confutare le ragioni
di frà Martino: laonde il Tetzel che, dialettico robusto al modo degli
scolastici, presumeva trionfare di tutto mediante le argomentazioni,
anzichè angustiarsi nella quistione speciale, affrontò la generale,
asserendo che il consenso de' dottori della scuola le confermava, che il
papa, infallibile in materia di fede, le approvava, e ne davano segno
col pubblicarle: laonde le indulgenze erano articolo di fede, e
bisognava credervi. Lutero anch'esso dilargasi dal suo tema, e toglie in
esame l'autorità pontifizia; e dietro a questa la remissione de'
peccati, la penitenza, il purgatorio, tutti punti che s'attengono
all'indulgenze. Altri sorsero contraddittori a Lutero; ma da una parte,
col sentenziare d'eresia ogni divergenza d'opinione, spingevansi molti
nel campo nemico; dall'altra le dispute faceano il solito uffizio di
approfondare viepiù il frapposto fosso; dal censurare gli abusi si
trascorreva ad intaccare i principj; dall'asserire che i prelati
trascendevano, al revocare in dubbio la legittima potestà del papa e
persino l'autorità sua in materia di fede; e quando appunto le minacce
dei Turchi rendevano necessaria una più compatta unione, la cristianità
spartivasi in due campi, dapprima avversi, ben presto ostili.
Gli studenti di Wittenberg colgono un frate che portava ottocento copie
delle controtesi di Tetzel, gliele tolgono, e invitano chiassosamente a
venir vedere bruciarle, e il fanno tra le grida di «Viva Lutero, morte a
Tetzel». Lutero professava sottomettersi alla decisione del papa, ma
intanto sbraveggiava in tono di sfida; e dall'applauso popolare fatto
confidente in sè e ne' testi letterali della Bibbia, conculca la
tradizione e la scuola, e richiamando ai primi tempi della Chiesa, apre
l'avvenire con un appello al passato.
Come già erasi fatto col Savonarola, Tetzel proponeva a Lutero la pruova
dell'acqua e del fuoco; e questi, men civile del Ferrarese, rispondeva:
«Io me n'impippo de' tuoi ragli. Invece d'acqua ti suggerisco il sugo
della vite; invece del fuoco, odora una buona oca arrosto».
I dotti di qua dalle Alpi mal si capacitavano che da un _barbaro_
potesse derivare nulla di straordinario: e quali, invaghiti del bello,
credeano bastasse opporre ai sillogismi la fabbrica del Vaticano o il
quadro della Trasfigurazione; quali prendeano spasso di quelle
controversie, e di scoprire a Lutero forza d'ingegno meravigliosa: e,
sebbene scrivesse alla carlona, l'applaudivano di prendere pei capelli
la screditata scolastica e i frati, ch'eran per loro l'ignoranza e la
pedanteria incarnata. Gli spiriti forti ridevano del papa, messo in sì
male acque, ridevano insieme dei riformatori, che davansi aria di
rigoristi entusiastici, e collo scetticismo allora di moda, stavano a
vedere chi prevarrebbe. Anime rette credettero in Lutero ravvisare
l'uomo suscitato da Dio, non per demolire il dogma, ma per correggere le
aberrazioni. Quei che s'ammantano col nome di moderati, deploravano
quella scissura, ma credeano meglio non opporvisi per non esacerbare,
per non impedire la riconciliazione, per non compromettersi: morrebbe di
morte naturale, come tant'altre, nate negli ozj ringhiosi de' conventi.
Tale la considerò dapprincipio Leone X: allettato da quelle arguzie,
diceva: «Frà Martino ha bellissimo ingegno, e coteste le sono invidie
fratesche»: poi messo in collera da insulti anche personali, scappava a
dire: «Gli è un tedesco ubriaco, e bisogna lasciargli digerire il
vino»[356]. Dopo nove mesi, per ribattere il novatore colla penna fu
scelto Silvestro Mazzolini, da Priero presso Mondovì, maestro del sacro
palazzo[357].
Facile trovare nel costui dialogo futilità e cattivo gusto[358]; e lo
beffò Erasmo, sempre in caccia di corbellerie de' frati; ma è ben
lontano dall'esser l'ignorante che i Riformati vogliono dipingerlo.
Lutero risponde (1518); quegli replica _De juridica et irrefragabili
veritate ecclesiæ, romanique pontificis_; dove stabilisce che la Chiesa
è un regno, e regno monarchico; e il papa superiore al Concilio, di cui
parla con disprezzo: ma perchè, abbagliato dalla grandezza papale,
trovava insoffribile ogni resistenza, ogni esame, e trascendea nelle
confutazioni, venne consigliato a tacere, pur costituendolo vescovo e
giudice di Lutero. E Lutero rispondeva: «Non abbiam noi corde e spade e
fuoco per castigare i ladri, gli assassini, gli eretici? Perchè non ce
ne varremmo a castigare il papa, i cardinali, i vescovi, e tutta la
schiuma della sodoma romana, avvelenatrice della Chiesa di Dio? Perchè
non bagneremo le mani nel loro sangue onde salvar noi e i nostri
nepoti?»[359]
Altri risposero al novatore tessendo argomenti in quelle forme
sillogistiche, di cui erasi abusato nelle dispute e fino ne' Concilj
precedenti[360]; e Lutero sguizzava loro di mano con una celia; diceva:
«Voi discutete se Cristo è figliuolo di Dio, se Maria è sua madre, e non
tollerate che noi mettiamo in dubbio le indulgenze?» Avea torto,
perocchè quelle quistioni agitavansi ne' conventi o in adunanze
ecclesiastiche per mera esercitazione scolastica, mentre ora egli le
portava in piazza, le sottoponeva al senso comune che non è competente;
coll'audacia propria ringalluzziva la scolaresca che moltiplicava
applausi a lui, fischiate ai contraddittori, perchè sempre la forza
anormale viene ammirata, e trascina chi ha bisogno di movimento, e chi
trova più comodo il pensare coll'altrui che colla propria testa.
Espiavasi così la tolleranza usata all'Aretino e al Berni; come la
profanità dell'arte era espiata dalle migliaja di figure del Papa Asino,
che si diffondevano per Germania.
Leon X, uscitegli invano le promesse e le minacce, non ottenuto dai
principi che gli consegnassero Lutero, emana una bolla del 9 novembre
1518, ove dichiara legittime le indulgenze; e che esso, come successore
di san Pietro e vicario di Cristo, aveva autorità di concederle. Lutero
se n'appella al Concilio, e ricorrendo a frasi simpatiche, parla della
schiavitù di Babilonia, della libertà cristiana: _vindicemus communem
libertatem, liberemus oppressam patriam_, è il motto che dà a' suoi
Tedeschi. I quali presero a riguardare la resistenza come una
liberazione dalla tirannide italiana, e ripeteano le invettive che
Hutten avventava al papa: «Sei tu che hai dilapidato la Germania: sempre
il vangelo a te spiacque, o tiranno; tu ingojasti la Germania, tu la
rivomiterai, coll'ajuto di Dio. Tu hai ciuffato, estorto il nostro
denaro: cos'è che tu chiami la libertà della Chiesa? La facoltà di
derubarci. Non v'ha che te di eretico, Leone X, tu divenisti vero leone
e vorresti divorarci; non dimenticarti che il mio paese nutrisce altri
leoni contro di te, se non bastano le tre aquile: Leone....»; il resto
la creanza ci interdice di trascriverlo.
In fatto, sotto la specie di libertà religiosa, intendevasi libertà
politica, del resto connesse fra loro. E gran bisogno sentivasene in
Germania, ove ancora l'imperatore dipendeva dal papa; i baroni
dipendeano dall'imperatore; gli uomini gregarj dipendeano dai baroni;
alla gleba era legata la gentuccia e a servizj di corpo; libertà,
libertà, ripeteasi dunque dapertutto, e tal voce era compresa anche
dalla plebe. La nazionale avversione contro quanto stava di qua
dall'Alpi trovava pascolo in questa guerra di nuovo conio, e che non
cagionava nè spese, nè pericoli, nè spostamento d'abitudini; laonde i
Tedeschi s'affezionano al nuovo Erminio che muove guerra implacabile
agli Italiani, abisso di vizj e culmine d'orgoglio; declamano contro
malignità e finezze a cui essi non arrivano; contro la gaja cultura, da
cui si trovano tanto lontani; contro questi Italiani da cui erano stati
impediti, di soggiogare l'intera Europa; e ai quali Lutero portava ora
colla penna tanti danni, quanti già i Barbari colle armi.
Inoltre Lutero parla tedesco, e il tedesco vulgare, quando il più de'
predicatori, e tutti quelli mandati da Roma usavano il latino; e
possedendo se alcun altri mai il linguaggio popolare e quel
dell'ingiuria e del riso, tanto efficace in tempi commossi, egli «va,
viene, spezza, brucia le siepi che non può oltrepassare, precipita come
un sasso dalla vetta, travalica monti e valli come il diavolo», che sì
spesso egli invocava e adoperava.
E nel suo proclama _alla nobiltà cristiana di Germania_, la ingelosiva
delle progressive usurpazioni del clero e di Roma contro la sua nazione,
e «Via i nunzj apostolici, che rubano il nostro denaro. Papa di Roma,
dammi ben ascolto: tu non sei il maggior santo, no, ma il maggior
peccatore; il tuo trono non è saldato al cielo, ma affisso alla porta
dell'inferno.... Imperatore, sii tu padrone; il potere di Roma fu rubato
a te; noi non siamo più che gli schiavi de' sacri tiranni; a te il
titolo, a te il nome, a te le armi dell'impero; al papa i tesori e la
potenza di esso; il papa pappa il grano, a noi la buccia».
Ma il potere che vien offerto dalla rivoluzione, non talenta a principi
che abbiano senno; e Massimiliano imperatore, più vicino all'incendio,
ne conobbe la gravezza, e sollecitò Leone a citar Lutero al suo soglio.
Lutero, mentre riprotestavasi sommesso al pontefice, erasi procacciato
appoggi terreni, e mercè dell'elettore di Sassonia impetrò che il papa
deputasse uno ad esaminarlo in Germania. La scelta cadde su Tommaso De
Vio, detto poi il cardinale Cajetano, perchè nato a Gaeta il 1469. Di
buon'ora s'era egli salvato dal mondo vestendosi domenicano; lesse arti
a Padova, e oltre sapere tutto a mente san Tommaso, ne imitava il modo
d'argomentare, unendo cioè la dialettica d'Aristotele coll'ispirazione
di Platone. Perciò correasi ad ascoltarlo, ma egli fuggiva i rumori, e
s'ascose per sottrarsi a un trionfo in quell'università. Pure spesso
interveniva alle dispute filosofiche e religiose, che molto costumavansi
allora, e singolarmente in una del capitolo generale del suo Ordine a
Ferrara, in presenza del duca e del senato, combattendo Giovanni Pico
della Mirandola. Al conciliabolo di Pisa dal pulpito sfolgorò il
cardinale Carvajal, e gli altri motori dello scisma, e compose un
trattato sull'autorità del papa, sostenendone la supremazia monarchica
sul concilio. Aveva anche pubblicato un'opera sulle indulgenze, lodata
da Erasmo come di quelle che _rem illustrant, non excitant tumultum_,
dove conferma l'efficacia di esse non solo nella remissione della pena
_ut est debita ex vinculo ecclesiæ_, ma anche della pena _ut est debita
ex vinculo divinæ justitiæ_: distinse i meriti di Gesù Cristo e de'
santi, e l'applicazione di essi per _modo di assoluzione e per modo di
suffragio_.
Fatto vescovo di Gaeta, poi cardinale da Leon X, si mostrò attivissimo
nell'eccitare la Germania, la Scandinavia, l'Ungheria contro i Turchi:
in Boemia represse le reliquie degli Ussiti; dimostrò come a torto si
tacciasse d'avarizia la Chiesa romana per le decime, atteso l'uso che ne
faceva; più tardi Clemente VII, udendo ch'egli era assalito dai
saccheggiatori di Roma, mandò a supplicare per lui, acciocchè non
s'estinguesse un tal lume della Chiesa. L'insigne teologo Michele Cano
dice: «Io l'ebbi sempre in gratissima stima, e altamente giovò alla
Chiesa, e poteva esser pari ai sommi edificatori di questa, se la
dottrina sua non avesse macchiata di certa qual lebbra, e o per
curiosità, o per sottigliezza d'ingegno non avesse esposte le sacre
lettere piuttosto ad arbitrio suo, quasi sempre felicissimamente, ma in
varj luoghi più acutamente che felicemente. Poco tenace dell'antica
tradizione, nè molto versato nella lettura dei santi Padri, non volle
apprender i misteri del libro suggellato da quelli che, non a proprio
senso, ma secondo la tradizione dei maggiori, cioè la vera, apersero la
chiave del verbo di Dio. Avendo scritto molte cose eccellenti, da ultimo
con alcune nuove sposizioni della Scrittura scemò autorità a ciò che
avea detto pensatissimamente»[361].
A torto dunque si imputa Leone X d'avere scelto un debole avversario a
Lutero. Questi propose una disputa pubblica in Augusta, ravvisando
quanto vantaggio trarrebbe dal chiamare le turbe a giudici in punti
positivi, fondati sull'autorità. Ricusato, Lutero tergiversa, vuol
discutere, ringrazia il Cajetano d'avere usata carità con lui, che pur
s'era mostrato violento, ostile, insolente verso il nome del papa, ma il
Cajetano riduce la quistione ai veri e finali suoi termini, cioè
l'obbedienza assoluta alla Chiesa come unica autorevole in materia di
fede: «Il papa ripruova le vostre proposizioni: voi dovete
sottomettervi. Il volete o no?» E Lutero ricusa l'incondizionata
sommessione, e sostiene che anche ad un laico armato di autorità devesi
credere più che al papa, che al Concilio, che alla Chiesa stessa.
Leone approvò l'operato dai distributori delle bolle d'indulgenze, e
dichiarò eretico Lutero. Il quale al papa scrisse in tono di canzonella,
compassionandolo come un agnello fra lupi, e ricantando tutte le
abominazioni che di Roma si dicevano. «Gran peccato, o buon Leone, che
tu sia divenuto papa in tempi ove nol potrebb'essere che il demonio. Deh
fossi tu vissuto su qualche benefizio o del paterno retaggio, anzichè
cercare un onore, solo degno di Giuda e de' pari suoi, da Dio rejetti».
Leone allora abbandonata la longanimità, scagliò la scomunica il 15
giugno 1520 in una Bolla studiosissimamente elaborata da Pietro Accolti
cardinale d'Ancona. Invocato Cristo a sorgere in ajuto della Chiesa sua
in tanto bisogno; e san Pietro a prendere cura di questa che gli era
stata affidata da Cristo; e san Paolo, che, sebbene avesse giudicato
necessarie le eresie per provare i buoni, trovasse conveniente
estinguerle al nascere; e tutti i santi e la Chiesa universale perchè
intercedessero appo Dio onde cessasse questa contaminazione, diceasi
come molti errori, già condannati ne' Greci e ne' Boemi, alcuni asserti
ereticali, altri falsi e scandalosi, si seminassero ora in quella
Germania, che sempre fu cara a' pontefici, i quali da essa, dopo la
traslazione dell'impero dall'Oriente in Occidente, sempre aveano chiesto
i difensori.
Qui recita quarantun articolo intorno al peccato originale, alla
penitenza, alla remissione de' peccati, alla comunione, alle indulgenze,
alla scomunica, alla potestà dei papi, all'autorità de' concilj, alle
buone opere, al libero arbitrio, al purgatorio, alla mendicità: tutti
opposti alla carità, alla riverenza dovuta alla romana Chiesa,
all'obbedienza che è nerbo della disciplina ecclesiastica. Dopo fattone
diligente scrutinio con cardinali e capi d'Ordini regolari, e teologi e
dottori, li condanna e ripruova come ereticali, scandalosi, falsi,
contrarj alla cattolica verità; proibisce sotto pena di scomunica il
tenerli, difenderli, favorirli, predicarli. E poichè quelli sono
asseriti ne' libri di frà Martino, condanna questi e chiunque li serba o
legge, volendo siano abbruciati. Martino, più volte ammonito e citato
con promessa di sicurezza, se fosse ito non avrebbe trovato nella Corte
tanti falli quanti spacciava, e il papa l'avrebbe chiarito che i suoi
predecessori mai non errarono nelle loro costituzioni. Ma avendo
sostenuto un anno intero le censure, e fatto appello al Concilio (locchè
era proibito da Pio II e Giulio II) poteva il papa procedere a
condannarlo; eppure, scordate le ingiurie, voleva ancora ammonirlo a
desistere dagli errori, e fra sessanta giorni revocarli e bruciare i
libri: altrimenti lui e suoi sostenitori dichiara pertinaci e notorj
eretici: deva ognuno prenderli e consegnarli, o almeno scacciarli,
dichiarando interdetti i luoghi ove dimorassero.
Questa bolla ammiravano alcuni come un modello di latinità, di scienza,
di diplomazia; altri la criticavano come soverchiamente lunga; e che vi
s'adoprasse stile di curia, anzichè i pronunziati scritturali; e che le
quarantuna proposizioni vi si dichiarassero cumulativamente ereticali o
scandalose o false, anzichè specificare le singole.
Lutero, imitando quel che il Savonarola avea fatto co' libri immorali,
davanti agli studenti di Wittenberg brucia le Decretali, la Somma di san
Tommaso, gli scritti avversi, e la Bolla, dicendo: «Oh potessi fare
altrettanto del papa, il quale conturbò il santo del Signore»; e gittata
la cocolla, sposa Caterina Bore smonacata, cangia forma al culto, e
mentre Leone persiste a chiamarlo a penitenza, pubblica il trattato
della _Libertà cristiana_.
Egli non aveva un programma prestabilito e compiuto, come non l'ha verun
novatore; procedeva a tentone, come chi fra il bujo si orizzonta a poco
a poco, e trae conseguenze dalla primaria quistione. E la quistione
suprema era: «L'uomo decaduto in qual maniera può mettersi in unione con
Cristo, e partecipare del frutto della redenzione?» Svolgendolo, arriva
al suo canone fondamentale, la giustificazione pei soli meriti di
Cristo; donde qual corollario derivano il servo arbitrio e la
predestinazione.
Tutto l'edifizio sacerdotale si compagina sulla credenza che le buone
opere ci meritino la salute; Lutero, volendo demolirlo, nega che l'uomo
possa cooperare alla propria salvezza; _sola la fede ci salva_, è
scritto nel Vangelo; noi siamo corruzione e peccato, sicchè nulla
possiamo se non quel che ci è _dato dal nostro divin Salvatore_, nè
merito avvi o giustizia se non in esso; onde sono inutili, anzi nocevoli
alla salute le buone opere dell'uomo, il quale non è libero della sua
volontà più che nol sia la sega in man del legnajuolo; è pelagianismo il
credere che l'uomo meriti la Salute, mentre la merita il solo Gesù
Cristo. Che penitenze? Che sacramenti? Che suffragi pei morti, o altre
opere satisfattorie? Il male è condizione d'ogni uomo finito; cioè il
sentimento del peccato non può essere divelto da nessuna coscienza
finita. Il cristiano non può raggiungere la pace se non coll'elevare lo
spirito all'infinito, alla considerazione della bontà di Dio. Allora
alla libertà morale annichilata si surroga la libertà cristiana; questa
significa affrancamento dalla legge morale, che non si riferisce se non
al mondo finito; nè ammette applicazioni a ciò che è perpetuo.
Se la fede è non solo un dono gratuito, ma una specie di forza che
costringe l'assenso, mentre l'uomo, corrotto radicalmente, è incapace di
ogni libertà, fino quella di desiderare e scegliere il bene, egli non
coopera a un atto di fede, e la Grazia opera in esso non solo avanti, ma
senza della libertà; laonde fede e libertà si escludono. Pe' Cattolici
invece il libero arbitrio suppone la facoltà non di meritare la Grazia
divina, ma di assentirvi o no, sicchè l'atto di fede è un atto di
volontà: _credere in voluntate credentium consistit_, dice san Tommaso:
si conoscono grazie che provocano, che eccitano, che attraggono la
libertà, ma nessuna che la costringa o la sopprima.
Colla giustificazione al modo di Lutero, cioè se l'uomo diviene giusto
pei soli meriti di Cristo, a lui applicati per mezzo della fede, è tolto
via tutto quanto s'interpone fra Cristo giustificatore e il fedele
giustificato; cioè tutta l'azione intermedia della Chiesa sull'uomo. Per
tal modo, dalla negazione della libertà metafisica egli deduce la
libertà ecclesiastica.
Se ogni uomo è guidato da Dio, che bisogno ha più d'autorità umana? Che
bisogno di espiazione se i fedeli divengono di colpo perfetti mediante i
meriti di Cristo? Basta eccitare la fede mediante la predicazione del
vangelo; se i Cristiani credono, eccoli santi; se no, vanno perduti
senza avere subìto la noja di confessioni, di digiuni, di scomuniche. Il
culto esterno è inutile, bastando la fiducia in Dio; sicchè ogni
Cristiano è sacerdote, e la gerarchia fu costituita solo per ambizione
d'alcuni, per ignoranza servile dei più, a scapito della libertà dei
figliuoli di Dio. Manca la ragione della progressiva educazione di esso
alla santità; e la Chiesa, coi vescovi, col papa, coi sacramenti
inalterabili non solo, ma cogli Ordini monastici, colle penitenze, le
indulgenze e tutto l'organamento esteriore, modificabile secondo i
tempi, diviene un assurdo, un effetto di pregiudizj e di cupidigie.
Ma se ci manca il libero arbitrio, per qual fine Iddio ci ha dato i suoi
comandamenti? Lutero non esita a rispondere, che fu per provare agli
uomini l'impotenza della loro volontà, beffandoli coll'ingiungere cose,
ad osservare le quali non hanno forza[362]. Pecchiamo pure, pecchiamo
fortemente; uccidessimo, fornicassimo cento volte il giorno; non serve,
purchè crediamo alle dovizie dell'agnello di Dio, che toglie i peccati
del mondo[363]. Questa negazione del cooperamento dell'uomo fu
intitolato Vangelo, e nemico al Vangelo si disse chiunque sosteneva il
contrario.
Noi insistiamo sopra Lutero perchè una dottrina religiosa dev'essere
giudicata alla sua sorgente e in ciò che ha di originale e primitivo: e
perchè egli è il vero fondatore del protestantismo, avendo aperto una
via propria coll'eriger la ragione individuale al posto di Cristo, che
solo rappresenta l'umanità redenta e che non comunicò tal privilegio se
non alla sua Chiesa. Le ragioni speciali che lo condussero a formulare
il suo sistema, le prospettive generali del suo edifizio, le sue pruove
dedotte dalla ragione e dalle opinioni, si riproducono nella
interminabile figliolanza, per quanto sembri discorde; nè le passioni
dell'anima sua possono separarsi dalle sue credenze.
Come si disse che Dio è l'unico autore della nostra santificazione,
così, abolendo ancora ogni intervento della Chiesa fra il credente e la
sacra scrittura, si disse che questa è unica sorgente, unica regola e
giudice della fede. Nè l'intelligenza del santo libro è studio solo di
filologia e storia, ma ispirazione divina; giacchè lo spirito pone la
verità ne' nostri cuori. Confondeasi così il lettore della Bibbia colla
Bibbia stessa, quasi non sia diverso il leggere uno scritto infallibile,
ed essere infallibile nell'interpretarlo. Con ciò Lutero rendeva
superfluo un magistero per l'istruzione cristiana e per conservare la
tradizione. La Chiesa non è infallibile, e può discordare dalla parola
divina. Questa vuole essere interpretata dai singoli con sincerità e
invocando lo Spirito Santo; solo in quella vuolsi avere fede, non
badando a Padri o ai Concilj, ma al testo qual è da ciascuno
interpretato.
Con questo criterio, Lutero vi leggeva, che Iddio è unico autore del
bene come del male; che i sacramenti dispongono alla salute, ma non la
conferiscono; che nella santa cena è presente Cristo, ma non
transustanziato; che il ministro è un uomo in nulla diverso dagli altri,
e in conseguenza non può assolvere i fratelli, nè deve distinguersene
per voti e rigori; che la giurisdizione religiosa spetta intera ai
vescovi, eguali tra loro sotto Cristo, che n'è il capo, e scelti dai
principi. Nei due Testamenti, e nei quattro primi Concilj non si parla
di purgatorio, d'indulgenze, di voti monastici, d'invocazione de' santi,
di suffragi: dunque non si devono accettare. L'Ordine non è sacramento:
Dio consacra interiormente l'intelligenza di tutti.
Insomma per abbattere l'autorità ecclesiastica prevalsa, per inaridire
la fonte delle ricchezze e della potestà del papa e dei preti, togliea
la distinzione di spirituale e temporale, d'ogni laico faceva un
sacerdote, dandogli la Bibbia e «Interpretala come Dio t'ispira».
Bisogna dunque vulgarizzarla. Fin nel primo secolo essa erasi voltata
dall'ebraico e dal greco in latino[364], e sant'Agostino dice che ne
correvano innumerevoli traduzioni, perchè, chiunque sapesse di greco,
metteasi a farne una; onde s'aveano, a detta di san Girolamo, _tot
exemplaria quot codices_; ma da noi preferivasi la itala. Era anche
discussa, e Tertulliano scriveva nel libro delle Prescrizioni: «Gli
eretici ripudiano i libri della Scrittura che a loro sconvengono; gli
altri interpretano a loro fantasia; non si fanno scrupolo di cambiare il
senso nelle loro versioni: per acquistare un proselito gli annunziano
ch'è necessità esaminare tutto, cercare la verità in se stessa:
acquistato che l'abbiano, non soffrono più ch'e' li contraddica:
lusingano le donne e gl'ignoranti col farli credere che ben presto ne
sapranno meglio dei dottori; declamano contro la corruzione del clero e
della Chiesa; hanno discorsi vani, arroganti, pieni di fiele: camminano
dietro a tutte le passioni umane».
Questo scriveasi avanti il secolo II, non nel XV o nel XIX: tant'è vero
che l'età nostra ci pare talvolta straordinaria sol perchè viviamo in
quella, non nelle altre. Ulfila tradusse la Bibbia pei Goti, altri per
gli altri popoli che si convertivano, nè forse v'è lingua che non ne
possedesse versioni anteriori alla Riforma. La Biblioteca Imperiale di
Parigi possiede ottomila ottocenventitrè Bibbie in sesto grande;
novemila trecentottanta in medio; diecimila quattrocendicianove in
piccolo; oltre trentasettemila quattrocentottantaquattro codici di
alcune parti; e tutti, o la massima parte anteriori alla stampa. Nella
Germania stessa noverano almeno sedici traduzioni nella lingua
letteraria e cinque nella popolare, anteriori a Lutero[365].
Restringendoci all'Italia, il latino vi era conosciuto da chiunque
sapesse leggere: pure Giambattista Tavelli di Fusignano avea fatto una
traduzione vulgare della Bibbia a istanza d'una sorella di Eugenio IV;
un'altra Jacopo da Varagine vescovo di Genova; quella di Nicolò Malermi
o Manerbi frate camaldolese fu stampata a Venezia nel 1471, _in kalende
agosto_. _In kalende octobrio_ è iscritta un'altra che pare dell'anno
stesso, e alcuno dubitò essere quella del Varagine, ma certamente è
lavoro più antico, e di veneziano, malgrado i toscanesimi[366]. Esso
Malermi nel prologo dice che «già per passati tempi è stato traducto
esso magno volume della Bibbia in volgare et in lingua materna», ma con
grandi errori e mancamenti, atteso i quali egli ripigliò il lavoro. E fu
stampato trentatrè volte, di cui nove innanzi la fine del secolo, e
cinque di esse a Venezia[367]. Nel 1472 si stamparono pure a Venezia per
Cristoforo Arnoldo _Le epistole e gli evangeli che si leggono in tutto
l'anno nella messa_, vulgarizzamento toscano, più volte riprodotto in
quel secolo, il che attesta come si leggessero dal pubblico; nel 1486 si
produssero _Li quattro volumini degli evangeli, volgarizzati da frate
Guido, con le loro esposizioni facte per frate Simone da Cascia_. Ora
appunto si stampa una Bibbia che credesi tradotta dal Cavalca[368].
È una delle rarità bibliografiche l'opera in-folio stampata a Venezia il
1512, per Zuane Antonio e fradeli da Sabio, col titolo _Epistole,
evangelii volgari historiadi_, di cui alcune tavole sono intagliate in
legno da Marcantonio Raimondi.
La biblioteca di Siena possiede un Vecchio Testamento in italiano,
appartenuto ad una confraternita, che nelle adunanze festive ne leggeva
alcuni brani. Altre versioni intere o di parti ha la Magliabecchiana di
Firenze, che già furono di Santa Maria Novella, altre la Ricardiana, la
Laurenziana, e due la imperiale di Parigi.
Anzi Jacobo Passavanti, nello _Specchio di penitenza_, si lagna che i
traduttori della sacra scrittura «la avviliscono in molte maniere, e
quali con parlar mozzo la troncano, come i Francesi e i Provenzali;
quali con lo scuro linguaggio l'offuscano, come i Tedeschi, Ungheri e
Inglesi; quali col vulgare bazzesco e crojo la incrudiscono, come sono i
Lombardi; quali con vocaboli ambigui e dubbiosi dimezzandola la
dividono, come Napoletani e Regnicoli; quali con l'accento aspro
l'irruginiscono, come sono i Romani; alquanti altri con favella
maremmana, rusticana, alpigiana l'arrozziscono; e alquanti, meno male
degli altri come sono i Toscani, malmenandola troppo la insucidano e
abbruniscono, tra' quali i Fiorentini con vocaboli squarciati e
smaniosi, e col loro parlare fiorentinesco stendendola e facendola
rincrescevole, la intorbidano e rimescolano, con _occi e poscia, aguale,
pur dianzi, mai, pur sì e berretteggiate_».
Censuravasi dunque il modo, non si condannava il fatto. L'ascetico
autore dell'_Imitazione di Cristo_ non vieta di leggere la Scrittura, ma
vuole «vi si cerchi la verità, non la dicitura; leggasi collo spirito
con cui fu fatta». Alfonso d'Aragona re di Sicilia avea letto
quattordici volte la Bibbia coi commenti di Nicolò da Lira, e la citava
ogni tratto.
E lettura assidua ne faceva il Savonarola, come appare dalle postille
che caricano le Bibbie che gli appartennero, o che (noi supponiamo) gli
erano date da' suoi devoti perchè le impreziosisse con sue annotazioni.
Egli poi ne' sermoni e negli opuscoli, ne faceva l'interpretazione
spirituale, la morale, l'allegorica, l'anagogica. A cagion d'esempio,
«Dio creò il cielo e la terra», oltre il senso letterale, ha il senso
spirituale di creazione dell'anima e del corpo; il senso morale vorrà
indicare la ragione e l'istinto; il senso allegorico o riguarda la
Chiesa ebraica, e cielo e terra significheranno Adamo ed Eva, sole e
terra significheranno il gran sacerdote e il re; o risguarda la Chiesa
cattolica, e significheranno il popolo eletto e i Gentili, il papa e
l'imperatore. Il senso anagogico si riporta alla Chiesa trionfante,
sicchè cielo, terra, sole, luna, stelle significheranno gli angeli, gli
uomini, Cristo, la Vergine, i beati, e così via[369].
Egli vedeva però che per tal uopo occorre conoscere bene la lingua e la
storia, avere molta famigliarità colla Bibbia, non urtare le opinioni
della Chiesa romana, non trascinare i sensi a fini nostri particolari,
per non mettere il nostro intelletto in luogo della parola divina, e
lasciarsi guidare dalla Grazia divina, meritandola colla purità del
cuore, col lungo esercizio della carità, coll'elevarsi sopra le cose
terrene. Buoni avvertimenti, ch'egli ripeteva ogni tratto a se stesso
onde tenersi in guardia; pure in fatto nella Bibbia trovava spesso i
pensieri suoi, le sue speranze, l'allusione alle cose pubbliche e
private, grandi e piccole, e le sue visioni e profezie.
Non per questo vogliamo negare che lo studio della sacra scrittura fosse
negletto. Un frate esemplarissimo e d'eccellenti intenzioni, al
Savonarola ancora novizio dimandava che servisse leggere il Testamento
Vecchio, e qual frutto si raccolga da avvenimenti di tanti secoli
fa[370]. In fatti il paese nostro e il tempo erano cattolici, nè
occorrevano controversie con eterodossi; laonde la Bibbia era piuttosto
serbata come un repertorio pei predicatori. Tutte le feste della Chiesa
si riferiscono ai fasti di Cristo e alla ricordanza delle persone che
più rifulgono nella storia di essa: onde il parroco, spiegando il
vangelo, non ha bisogno di discutere verità, che non sono poste in
controversia. La scarsità dei libri facea volgere più volentieri a
catene, a compendj, a concordanze di autori che aveano scritto sulla
Bibbia, e delle cui asserzioni si fiancheggiavano: e come per la
medicina adopravasi la _Somma_ di Taddeo e per la giurisprudenza quella
di Azzone, così per la teologia si ricorreva alle _Sentenze_ di Pietro
Lombardo, alla _Somma_ di san Tommaso e ad altre, prestandovi fiducia
illimitata, come avviene delle materie non discusse, e tenendosi
dispensati dall'esaminare nè la natura per le materie fisiche, nè i
testi per le morali, limitandosi ad applicarli con argomentazione
sottile; affare di logica e nulla più. I predicatori, allora come
oggidì, spesso ne alteravano il senso, e per trarne edificazione
amplificavano, esageravano i testi, oltrepassando i limiti del vero; o
per lo meno obbligati a fare un discorso a tempi fissi, non han tempo di
stare a esaminare colla filologia e coll'esegesi la lezione del vangelo
corrente; l'accettano come i più, o come essi stessi lo presero, fino
violentando la lettera per acconciarla al loro intento morale.
Pure non mancava chi la Bibbia commentasse. Pantaleone Giustiniani, che
fu frate Agostino da Genova, poi vescovo di Nebbio in Corsica, e
intervenne al Concilio lateranese, e sapea greco, ebraico, arabo,
caldeo, e fu adoprato da Francesco I a stabilire nell'università di
Parigi l'insegnamento delle lingue orientali, deliberato a pubblicare la
Bibbia in latino, greco, ebraico, arabo e caldeo, cominciò dal Salterio,
dedicato a Leone X il 1516, in otto colonne, una col testo ebraico, le
altre con sei interpretazioni e colle note; ma di duemila esemplari in
carta e cinquanta in pergamena, appena un quarto trovò compratori; il
resto naufragò con lui. L'università di Alcala in Spagna, fondata dal
cardinale Ximenes, pubblicò la prima Bibbia poliglotta, dedicata a Leone
X. Sante Pagnini lucchese, autore del _Thesaurus linguæ sanctæ_, opera
mirabile per tempi sì scarsi di mezzi, e che neppure oggi troverebbe chi
osasse rifarla, compì una nuova traduzione latina della Bibbia; Leone X
ne pagò la stampa, che, morto lui, fu pubblicata a Lione nel 1527. Il
padre Spirito Rotier, inquisitore a Tolosa, passava da Lione nell'agosto
1541, e sentendo sonare a morto tutte le compane, e vedendo trecento
uomini abbrunati accompagnare una bara fra tutto il popolo accorso,
domandò chi fosse morto, e gli fu detto, Sante Pagnini, un buon
domenicano da Lucca, di settantun anno, la cui voce e l'esempio avea
tenuto lontane le innovazioni luterane; che aveva istituito un ricovero
pei facchini, e indotto la città a fondare una leproseria, massime coi
doni dei ricchi mercanti fiorentini, e ogni giorno facea questue a
favore de' poveri[371]. La sua Bibbia, lodatissima da Huet e Touron, è
criticata acerbamente da Richard Simon; ma qui non è quistione del
merito, bensì del fatto. Il cardinale Adriano di Corneto, adoprato in
nunziature ed alti uffizj, sbandito da Giulio II e da Leone X, dirige a
Carlo V un trattato _De sermone latino_, nella cui prefazione racconta
come egli erasi accinto a voltare dall'ebraico in latino il Vecchio
Testamento; ma avendo dovuto, dallo sdegno del papa, rifuggire fra le
Alpi trentine, dove nessun ebreo ardisce venire per l'antica uccisione
del fanciullo Simone, erasi applicato a questi studj.
E solo per l'intelligenza della Bibbia si studiava l'ebraico; e il
Concilio di Vienna del 1311 stabilì che nelle Università di Oxford,
Parigi, Bologna, Salamanca, e dove siede la curia romana, v'avesse due
professori di lingue orientali; ordine inserito nel _Corpus juris
canonici_[372]. Il primo cristiano che ne desse lezioni in Italia, pare
Felice da Prato, israelita convertito, che nel 1515 pubblicò la versione
latina dei Salmi, e da Leone X fu invitato a Roma nel 1518. In quel
tempo lo insegnava anche Agatia Guidacerio di Catania, chiamato poi da
Francesco I nel collegio delle tre lingue, dove gli succedette Paolo
Paradisi di Canossa. L'Italia fu la prima che stampasse ebraico: nel
1475 a Reggio di Calabria e a Pieve di Sacco nel Padovano n'erano
tipografie, e subito dopo a Mantova, Ferrara, Bologna. Le sole edizioni
della Bibbia ebraica in quel secolo furono: 1ª quella di Soncino
cremonese nel 1488; 2ª quella del 1491 dai tipografi stessi di Soncino
trasferitisi a Napoli; 3ª quella del 1494 a Brescia. Nel 1482 stampossi
a Bologna il _Targum di Onkelos_, ch'è la migliore e più antica versione
caldaica del Pentateuco.
I migliori codici della versione dei LXX gli abbiam in Italia, e valga
per tutti il vaticano[373]. Nel secolo XV si fecero tre edizioni del
_Salterio greco_: a Milano nel 1481, a Venezia nel 1486; poi da Aldo nel
1497 e 98. In Italia è la maggior raccolta di codici biblici, e la sola
di Bernardo De-Rossi a Parma ne possiede settecendodici del testo
ebraico: cioè più che non ne siano in tutto il resto del mondo. Meglio
di cento edizioni della _Vulgata_ si fecero in Italia. A Fano si stampò
nel 1514 una raccolta di preghiere in arabo, nella stamperia fondata da
Giulio II[374]. Il suddetto Pagnini cominciò a Venezia l'edizione
originale del Corano[375]. Nel 1513 erasi pubblicato a Roma il Salterio
in etiope[376]; poi nel 48 il Nuovo Testamento per cura di Mariano
Vittorio di Rieti, che quattro anni più tardi diede la prima grammatica
abissina[377]; Teseo Ambrogio dei conti d'Albonese insegnò a Bologna le
lingue caldaica, siriaca, armena, delle quali e di dieci altre diede
un'introduzione (Pavia, 1539) coi caratteri di quaranta alfabeti.
Risorta la filologia, la critica, addestrata sopra autori profani,
volgeasi ai testi sacri; e nella baldanza d'un nuovo acquisto, ciascuno
volea cercarvi interpretazioni a suo senno. L'illustre tedesco Reuclin
fece molte emende alla Vulgata; e se le menti anguste ne riceveano
scandalo, Roma lo difese, tollerante fin dove non ne pericolasse l'unità
della fede. Dicemmo come la traduzione di Erasmo fosse da Leone X
francheggiata contro i censori. È dunque ciancia che soltanto dopo
Lutero venisse divulgata la Bibbia; anzi son tanti i lavori d'esegesi
sacra a quel tempo, che il protestante Mac Crie ammira la Provvidenza,
la quale faceva dai Cattolici stessi affilare le armi che doveano
trafiggerli.
Ma si ha da questo a indurre che la lettura della Bibbia abbia a
diffondersi tra il vulgo?
I Protestanti, per togliere importanza al clero, proclamarono il diritto
che ha ciascuno d'interpretarla; e asserirono che essa è facile,
accessibile a tutti. E così? Ma tutto fra noi è autorità e tradizione,
cominciando dal parlare, col quale riceviamo un'infinità di idee e di
giudizj. Persino le verità fondamentali di fisica, di matematica, di
giurisprudenza, di medicina pochi le attinsero alle prime sorgenti: e la
pluralità non trae la scienza che dalla asserzione altrui. Che sarà poi
d'una storia che in poche pagine compendia gli avvenimenti di
quattromila anni, che espone l'origine e la destinazione del mondo e
dell'uomo, le profezie e il loro adempimento, le costumanze pastorali e
lo sfarzo delle reggie, la predica dell'apostolo, la disputa del
dottore, le sentenze del savio, l'osanna della vittoria e il gemito
della schiavitù? Un libro scritto la più parte in una lingua conosciuta
da pochi, fedeli a una religione caduta; in uno stile che va dal più
semplice racconto fin alla più sublime lirica; collo spirito di
lontanissimi tempi e di civiltà diversissima, con allusioni, idiotismi,
sarà egli spiegabile da qualunque lettore?
La verità divina v'è espressa colle forme del pensiero umano, colle
condizioni dell'umano linguaggio, e però con tutte le condizioni di
questo, coll'arte dello scrivente, le figure, l'iperbole; ora s'annunzia
col mistero, ora per allusione e parabola; dirigesi all'immaginazione,
al cuore, alla coscienza, non soltanto all'intelletto, a convincere il
quale potrebbe dare una formola più precisa.
Quindi la varietà nell'intender le Scritture, e perciò nelle differenti
versioni la Bibbia fu alterata, a seconda de' traduttori. La più antica,
quella dei Settanta, è avvivata di spirito neoplatonico, e discosta
dalla parafrasi caldaica, fatta per tutt'altri lettori. Differisce da
entrambe la versione latina, fatta da san Girolamo, e che divenne la
base di quella che la Chiesa cattolica adottò poi come vulgata. Lutero
la repudiò e fece una versione tedesca pel comodo della nuova Chiesa;
gli altri riformatori lo imitarono, sicchè v'ebbe Bibbia calvinista,
metodista, sociniana, e via discorrete.
Più variate ancora sono le induzioni de' commentatori. Ogni errore vi
trova appoggio; ogni sistema, anche filosofico. Quanti dottori, quanti
libri disputarono sul vero senso di alcuni passi! Prendansi due de'
principali: «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue»: e «Tu sei
Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa»[378]. Quanto
discuterne e fuori e dentro del cattolicismo! or come mai un semplice
fedele pretenderà averne raggiunta la vera significazione? Un passo di
san Paolo a Timoteo eccita un'infinità di discussioni; e dà fondamento
alla moderna quistione intorno alla natura della theopneustia[379].
Quella risposta tanto precisa di Cristo al giovane, _Se vuoi entrare
alla vita osserva i miei comandamenti_[380], Lutero la dichiara non
compresa da nessuno, perchè reca impaccio al suo sistema, e porge buon
appoggio all'edifizio cattolico. Anzi, chi assicurerà che la Bibbia è
ispirata, se non ce lo dica la Chiesa? Lutero stesso parte accettava,
parte repudiava del testo sacro. Per esempio, l'epistola di san Giacomo
sulle relazioni tra la fede e gli atti del Cristiano contrariava le
opinioni sue, ed egli la dichiarò falsa, indegna, _straminea_; così
d'altri libri, che dappoi i suoi seguaci hanno ammessi.
Come dunque trovarvi quella solidità incrollabile ch'è necessaria alla
fede? come trarne lume al credere e all'operare? Per la sapiente
distribuzione della Scrittura, molti passi di essa non possono
intendersi se non confrontati con altri e col complesso; lavoro a cui
non possono essere capaci se non menti profondamente esercitate. In un
luogo leggiamo, _Qui credit in me habet vitam æternam_, ma in un altro,
_Fides sine operibus mortua est_. Alcuni possono fin riuscire di
scandalo, per esempio il Cantico de' Cantici, o le dispute di san Paolo
nella epistola ai Romani sovra il prepuzio e la circoncisione e alcuni
de' Proverbj[381].
Per interpretare giusto bisognerebbe sapere tutto, giacchè chi ignorasse
una cosa sola può dubitare che il conoscerla modificherebbe l'opinione
sua sopra le conosciute. Ora l'ortodosso non sa tutto; ma sa che quel
che sa è vero, perchè glielo dice la Chiesa che tutto esaminò[382].
Fu dunque prudenza il non divulgare la Bibbia, quand'anche non sapessimo
che tale era pure la sorte di tutti i libri prima che la stampa li
moltiplicasse. Divulgata che fu, ognuno v'attinse quel che alla passione
sua giovava: Mattia Harlem e Muncer vi trovarono il comunismo; Giovanni
de Leida il rimpasto della società; Fox feroci delirj; chi la bigamia,
chi l'entusiasmo, chi l'annichilamento, e tutti la fierezza dei mezzi
nell'attuare i loro delirj[383]. A fronte ai quali, l'intelligenza,
posta tutta sola in presenza della rivelazione biblica, mai non può
tenersi sicura, e precipiterà nello scetticismo. Ma la Chiesa destina un
interprete, se stessa, o vogliasi dire ispirata continuamente, o
vogliasi infallibile custode della primitiva tradizione, che non
dimenticò, nè falsò giammai.
Perocchè la Chiesa è anteriore al vangelo, avendola Cristo fondata, e
istituito i sacramenti, dato i precetti, fissato la gerarchia, insegnato
l'orazione, prima che tutto ciò fosse scritto. E agli apostoli non
disse, «Eccovi il libro che dev'essere norma del vostro credere: questo
mandate attorno»: bensì «Andate e predicate a tutti». La Chiesa dunque,
incarnazione permanente e continuazione dell'Uom Dio, ha certezza
immediata de' suoi insegnamenti: e ne' primi Concilj non allegò verun
passo scritturale in appoggio delle sue decisioni, giacchè esponeva le
verità ricevute immediatamente dalla bocca di Cristo, il quale «sarà con
essa fino alla consumazione de' secoli».
V'è di più: non ogni cosa fu scritta nel Testamento; san Giovanni
professa aperto essere innumerevoli i fatti che non pose nel suo
vangelo: san Paolo ripete nelle epistole d'avere parlato come ad uomini
carnali, e sottratto un cibo di cui non erano peranco capaci[384]. V'è
dunque una tradizione orale, di cui è parimenti depositaria la Chiesa, e
che viepiù le conferma l'autorità di unica interprete de' libri santi.
Questo titolo però non implica quel che i Protestanti asseriscono, che
fra i Cattolici non rimanga campo all'esegesi, e anzichè confondere la
fede colla disciplina, le opinioni d'un teologo col dogma, bisogna
discernere la fede dalla teologia, che è scienza umana, e non ha
promesse d'infallibilità. La Chiesa espone le sue decisioni sul dogma e
la morale, non altro: nè si cura dell'interpretazione filologica delle
parole e de' versetti singoli, delle particolarità archeologiche,
dell'ordine cronologico, del perchè san Giovanni, abbia pubblicato il
suo vangelo, o san Paolo indirizzato un'epistola anche ai Romani, nè chi
sia l'autore del libro di Giobbe, di che patria, di che tempo, a quale
scopo: nè tante altre quistioni, palestra scientifica. La Chiesa proferì
e approvò: di là da quei limiti l'arringo è schiuso; non si può pensare
contro le decisioni di essa, bensì di là da quelle. Ma la Chiesa non può
essere tale, eppure permettere che ogni individuo si formi un proprio
simbolo, o che si affermi e si neghi la stessa dottrina, che s'intenda
in modo differente il Cristo, che variino i modi di conseguire la
salute. Chi ad essa obbedisca quanto alla fede e alla morale, al di là è
sciolto da vincoli, e può svolgere il talento e l'erudizione, applicare
la cognizione crescente delle lingue e delle usanze, e il Concilio
tridentino vietò solo di «interpretare la Scrittura contro l'unanime
consenso de' Padri». Ora i Padri professano la stessa fede, la stessa
morale, ma differiscono grandemente nel commentarle e svolgerle, secondo
il genio particolare, nè la Chiesa ammise mai come proprie le opinioni
di alcuno di essi per quanto grande[385]; e si riporta alla _dottrina
de' Padri_ quando rappresentano le opinioni dell'antichità, cioè
testimoniano la fede della Chiesa.
A questo modo la Chiesa cattolica, volendo non solo l'unione, ma
l'unità, esclude tutto ciò che non è lei, eppure è universale; mentre
l'eresia unisce tutto a sè, eppure rimane locale. Si credette agevolar
il progresso col sopprimere ogni intermedio fra la ragione individuale e
la parola di Dio, e invece si crebbe la confusione.