Al congresso che or dicemmo di Bologna tra Leon X e Francesco I, oltre i
consueti omaggi del baciare i piedi, tenere la staffa, condurre a
briglia il cavallo del papa, e fin sostenergli lo strascico, il re di
Francia stette inginocchiato per terra tutto il tempo della messa, nella
quale Leon X amministrò il sacrosanto pane ai francesi gentiluomini di
esso. E poichè di questi la folla era soverchia, un uffiziale esclamò:
«Santo Padre, giacchè non posso nè confessarmi al vostro orecchio, nè
comunicarmi dalle vostre mani, m'accuserò in pubblico d'avere combattuto
di tutta possa contro Giulio II». Il re soggiunse di trovarsi nel
medesimo caso, scusandosene perchè quel pontefice era il più avverso che
mai fosse stato alla loro nazione. Tutti i Francesi gridaronsi colpevoli
di altrettanto, e il papa gli assolse tutti.
Quel re cavalleresco, per cui combattevano i cavallereschi Gastone di
Foix e Bajardo senza paura e senza rimproveri, avea rese al papa Modena
volontariamente, Parma e Piacenza per forza; di modo che il dominio
temporale comprendeva le legazioni di Perugia (Umbria), Romagna,
Bologna, Spoleto colla marca d'Ancona, e il ducato di Benevento chiuso
nel napoletano; insomma le più belle contrade d'Italia dal Po a
Terracina; contrade pingui, benchè alcune infette dalla malaria;
schermite da attacchi stranieri, arricchite per la produzione dei
terreni, delle miniere, dell'allume; pel traffico, principalmente ad
Ancona; per l'aurea affluenza di forestieri. Il papa traeva da' suoi
Stati non più di diciottomila scudi d'oro, eppure potea levarvi
cinquemila pedoni e quattromila cavalli, oltre quelli dovutigli dai
vassalli, e dodici galee: e l'autorità, ormai organizzata col reprimere
i feudatarj e i tirannelli delle varie città, non sentivasi nè
impacciata, nè invisa, perchè lasciava la libera attività ai Comuni.
È ben vero che Alessandro VI, volendo sottomettere i tirannelli della
Romagna, avea di ciascun di costoro fatto un nemico, che nel principe
della Romagna bestemmiava il capo della Chiesa: poi Giulio II colle
superbe pretensioni aveva eccitato e serj e beffardi contrasti: ma
impacciavano poco più che le opposizioni de' moderni nostri parlamenti.
Inoltre il papa possedeva il Contado Venesino in Provenza e la città di
Avignone; i re di Napoli e Sicilia faceangli omaggio della loro corona,
ch'egli impediva fosse unita all'impero per non mettere a repentaglio
l'indipendenza italiana. Chi potrà poi calcolare il denaro che a Roma
proveniva da tutto il mondo per dispense, spogli, riserve, aspettative,
annate di benefizj[298], spedizioni di bolle e investiture, elezione di
quasi tutti i prelati?
E qual Roma fosse quando stava al vertice della società cristiana colle
sue memorie e le sue grandezze; e quasi la seconda patria di tutti, il
punto di partenza della storia d'ogni paese, si argomenti dal veder
come, anche adesso che rimase indietro dalla civiltà convenzionale
d'altre contrade, mostri originalità di costumanze e di caratteri,
alterezza nel popolo, dignità fin nel depravamento, e insieme devozione,
amor di famiglia, ingenuità; un complesso inesplicabile, per cui un
esercito vincitore o la rivoluzione demolitrice s'arrestano davanti alle
eterne sue mura. Che doveva essere allora, quando vigeano le idee del
medioevo? Sapeasi che da Roma erano partiti i missionarj per conquistare
al cristianesimo e alla civiltà tutta Europa e il nuovo mondo; di là i
decreti che fransero la schiavitù; di là elemosine per ogni bisogno,
rese possibili dal colarvi rendite d'ogni paese.
L'anno santo del 1500 fu celebrato con una pompa, che mai la maggiore;
il papa di propria mano smurò la porta santa, dopo che per tre giorni
erano sonate a festa tutte le campane: di Francia, di Germania, di
Boemia innumerevoli vennero a domandare l'assoluzione dalle censure
incorse per avere adottato le eresie degli Ussiti ed altre; per bastare
ai devoti che accorreano alla basilica Vaticana dovette aprirsi la via
che ancor si chiama Borgonuovo; e il continuato concorso indusse ad
allungare il tempo delle indulgenze. Derivano da quella occasione le
maggiori solennità che tutt'ora accompagnano quel rito, e la
consuetudine di concederlo l'anno seguente a tutto l'orbe cattolico.
Scoprivansi intanto un nuovo varco all'estremo Oriente e l'America e le
isole Oceanine; e il primo oro che se ne trasse veniva, quasi primizia
della divinità, mandato a Roma che l'adoprava a indorare la soffitta
della basilica Liberiana: col secondo viaggio di Cristoforo Colombo
spedivasi una colonia di Benedettini, che annunziassero la fede ai
popoli nuovi; ben presto Alessandro Giraldini d'Amelia era inviato primo
vescovo a San Domingo, e alle popolazioni scoperte facevasi
un'intimazione ove, dichiarata la fratellanza delle genti come uscite da
un solo ceppo, esponevasi che Dio aveva costituito san Pietro qual capo
della stirpe umana, «sottoposto l'intero mondo alla giurisdizione di
lui, ordinatogli di piantare sua sede a Roma, e datogli podestà di
estendere l'autorità sua su tutte le altre parti del mondo, e governare
e giudicare tutti i Cristiani, Ebrei, Mori, Gentili e di qualunque fede;
ed è chiamato papa, che vuol dire gran padre, tutore, ammirabile, il che
durerà per tutti i secoli de' secoli».
E perchè tra le due nazioni scopritrici potea nascere conflitto sul dove
cominciassero i dominj dell'una e finissero quelli dell'altra ne' paesi
trovati, fu deferita la gran quistione al papa, ed egli di propria mano
sulla mappa tracciò una linea meridiana, assegnando alla Spagna i dominj
a ponente, e al Portogallo quelli a levante di essa[299]. Sublime
immagine, il pontefice che divide il mondo per impedire la guerra, o
che, dietro agli audaci scopritori, agli avidi trafficanti, ai
sanguinarj conquistatori invia una milizia inerme che missiona,
converte, battezza, incivilisce. E al tempo di Leon X venivano a Roma
poveri Domenicani per denunziare al padre de' fedeli i barbari
trattamenti che i conquistatori faceano soffrire agli Indiani,
reclamando per questi i diritti di fratelli di Cristo.
Rinnovatrice del sacro romano impero, che, nella comune soggezione alla
legge divina, dovea combinare le due potestà; antemurale all'invasione
dell'Islam; cultrice della morale eterna, la santa sede avea potuto
salvare dalle regie libidini l'inviolabilità del matrimonio e la dignità
della famiglia; consolidare la sacerdotale disciplina, sdruscita dal
contatto e dalla mistura coi signorili interessi, derivante dalla
feudalità: ma dal costituire sovra base solida e riconosciuta le
relazioni fra Stato e Stato, e fra lo Stato e la Chiesa fu impedita
dalla gerarchia feudale, dalle comunali oligarchie, dalle consuetudini
nordiche dominanti. Restava dunque nell'attuazione esterna difettivo
quel cristianesimo applicato, onnipossente nella vita, profondamente
umano, fautore dell'arte, affettuosamente comunicabile, amico della
povertà, dell'obbedienza, della fedeltà, che nel mondo riconosce il
governo della providenza, ispira agli uomini fiducia degli uni negli
altri e in Dio, credendo che il cibo mortale possa convertirsi in pane e
vino d'eterna vita.
La Chiesa non soffogava l'attività del pensiero e l'esercizio della
ragione, ma tutelava i dogmi, e ben presto si conobbe che con quelli
tutelava la verità e il diritto. Però di tutte le istituzioni è nemica
inevitabile la diuturnità: dell'antica civiltà che il cristianesimo avea
sanata, dimenticaronsi gli sconci, e parve bello il ritornarvi; il dogma
tenne saldo, ma l'autorità non bastò a impedire le evoluzioni sociali, e
dall'età credente si passò all'età politica, per quanto Roma avesse
cercato ostarvi coll'accentrare i suoi poteri.
Ora sulla cattedra di san Pietro sedeva Leon X, rampollo di famiglia
mercadante, ricchissima, abituata allo spendere largo, alle
splendidezze, a proteggere le scienze, le lettere, egli stesso, scolaro
del Poliziano, del Calcondila, del Bolzani, nel fiore degli anni, colto,
amabile, agognante alle voluttà dello spirito, e a vedersi attorno
faccie contente, e udire da tutti acclamare la beatitudine del suo
tempo. Pel suo ingresso si spendono centomila scudi in addobbare le vie;
altrettanti in sussidj ai poveri. Avvezzato alle Corti e ai campi, male
si rassegna al contegno ecclesiastico: sconcerta il suo cerimoniere
uscendo senza rocchetto e talvolta fino in stivali; Cervetri e la villa
Magliana sul Tevere lo vedono a cavallo cacciare per giornate intere, a
pescare Bolsena; ogni anno chiama da Siena la compagnia comica dei Rozzi
per rappresentare commedie; fa musica, e accompagna a mezza voce le
arie: tiene per convivi abituali un figliuolo del Poggio, un cavaliere
Brandini, un frà Mariano che in un boccone inghiotte un colombo, e sorbe
fino quaranta ova: altri buontemponi che inventano celie e piatti
bizzarri, e che sopportano qualunque tiro dal papa e dai suoi: ad un
fiorentino de' Nobili, detto il Moro, «gran buffone e ghiotto e
mangiatore più che tutti gli altri uomini, per questo suo mangiare e
cicalare il papa avea dato d'entrata d'uffizj per ducento scudi l'anno»
(SER CAMBI). Sopra cena, tratteneva sei o sette cardinali dei più
intimi, coi quali giocare alle carte, e guadagnasse o perdesse, gettava
manciate di fiorini agli spettatori.
Ama le lettere, ma invece di rispettarle come matrone, le accarezza come
bagasce; dichiara arcipoeta Camillo Querno improvisatore, gran
mangiatore, gran bevitore, che gli si era presentato col poema
dell'_Alessiade_ di ventimila versi, e di sue lepidezze gli ricreava la
mensa. Vede alcuno preso da vanità? Esso gliela gonfia con onori e
dimostrazioni, finchè divenga il balocco universale, come avvenne col
Tarascon suo vecchio secretario, cui fece persuaso fosse improvisamente
divenuto gran musicante, onde si pose a stabilire teoriche stravaganti,
e finì pazzo. Così il Baraballo abbate di Gaeta a forza di encomj fu
indotto a credersi un nuovo Petrarca, e Leone volle incoronarlo; e
fattolo mettere s'un elefante donato da Emanuele di Portogallo, con la
toga palmata e il laticlavio de' trionfanti, lo mandò per Roma, tutta in
festa e parati, e non guardossi a spese acciocchè il poetastro salisse
in Campidoglio ad onori che l'Ariosto non ottenne. Altre beffe usava a
Giovanni Gazzoldo, a Girolamo Britonio poeti, all'ultimo de' quali fece
applicare solennemente la bastonata per avere fatto de' versi cattivi.
Questi e simili spassi del papa sono descritti da Paolo Giovio vescovo
di Nocera, con un'ilarità, che anch'essa è caratteristica in un prelato;
com'è notevole la conchiusione a cui riesce, cioè ch'essi sono degni di
principe _nobile e ben creato_, sebbene gli austeri li disapprovino in
un papa.
A quel tipo informavasi la Corte. Il cardinale Bibiena si fece
fabbricare sul Vaticano una villetta, dipinta voluttuosamente da
Raffaello; sovrantendeva alle splendidezze della Corte, ai carnasciali,
alle mascherate; persuase il papa a fare rappresentare la _Mandragora_
del Machiavelli e la propria _Calandra_, alle cui scene da postribolo
assistevano Leone in palco distinto[300], Isabella d'Este e dame delle
più eleganti d'Italia. Chi pari a costui per trarre a far pazzie i
meglio assennati?[301]. Si congratulava che Giuliano De' Medici menasse
a Roma la principessa sua moglie, e «la città tutta (dice) or lodato sia
Dio, che qui non mancava se non una Corte di madonne, e questa signora
ce ne terrà una, e farà la Corte romana perfetta»[302].
Accanto a loro, monsignore Giovanni Della Casa componeva capitoli di
mostruosa lubricità, e domandava il cappel rosso non per le virtù
proprie, ma «in mercè della perpetua fede e della sincera ed unica
servitù che avea sempre dimostrata ai Farnesi». E questi, e il
Bembo[303], e il cardinale Ippolito d'Este, e tropp'altri ostentavano
figliuoli.
Così la società ecclesiastica scherzava coll'irruente scetticismo, nè
accorgevasi di scavare l'abisso sotto i proprj piedi; non volevasi che
nessuna apprensione turbasse le feste dell'arte, siccome i Coribanti
attorno a Giove danzavano perchè non se n'udissero i vagiti; e
l'autorità credeva attingere forza dalla bellezza, appoggiandosi a
Rafaello e Michelangelo, all'Ariosto e al Bembo.
Tipo di quel raffinato epicureismo e di quel paganizzamento della
coltura, che altrove imputammo al suo tempo, Leone X nel fulgore del
bello offuscava il sentimento del giusto. «Avendo l'Ariosto fatto libri
in lingua e verso vulgari, col titolo d'_Orlando Furioso_, in maniera
scherzevole, ma con lungo studio e riflessione e molte veglie attesa la
splendidezza del suo ingegno, e la devozione verso la sua famiglia»,
trova bene ch'e' se n'assicuri il guadagno, e possa altre volte
pubblicarlo migliorato[304]: sicchè minaccia di scomunica chi
ristampasse quel poema, del quale accetta la dedica, come
dell'_Itinerario_ di Rutilio Numaziano, uno degli ultimi pagani
accanniti contro il nascente cristianesimo; aggradisce le annotazioni
d'Erasmo al Testamento Nuovo, che poi furono messe all'Indice, e la
dedica del libro di Hutten sulla donazione di Costantino, dal quale
Lutero disse avere attinto tutto il suo coraggio; e concede ad Aldo
Manuzio il privilegio per la stampa delle costui insolenti _Epistolæ
obscurorum virorum_.
Quell'idolatria pel bello e per una letteratura tutta di sensi non di
spirito, era secondata da tutta la Corte. Quando recitava versi
l'_unico_ Accolti, chiudeansi le botteghe di Roma: quando nel giardino
di Tito si disotterrò un gruppo, che il Sadoleto riconobbe tosto pel
Laocoonte, descritto da Plinio, sonarono tutte le campane, e fu tratto
per Roma con cerimonie serbate ad auguste reliquie, fra ghirlande e
musiche e canti di poeti. Guerrieri e artisti, prelati e principi,
cortigiane e santi concorreano a porgere occasione di feste. Giovanni
Coriccio, ogni giorno di sant'Anna teneva in sua casa una gara di poeti,
in lode di questa santa, di sua figlia e di Cristo. L'Ariosto si
rallegrava perchè in quella Corte
al Bembo, al Sadoleto, al dotto
Giovio, al Cavallo, al Blosio, al Molza, al Vida
Potrà ogni giorno e al Tibaldeo far motto[305].
Ivi Paolo Giovio, bugiardo gazzettiere de' fatti contemporanei, e il
Valeriano indagatore de' fasti egizj: ivi il Castiglione e il Della
Casa, precettori di belle creanze. Celio Calcagnino scriveva latino e
greco, leggeva nell'originale Omero e i profeti, e sosteneva che il
cielo è fermo e la terra si muove. Teseo Ambrogio dei conti d'Albonese,
canonico di San Giovanni Laterano, parlava il greco come Musuro di Creta
e il latino come Erasmo, oltre che da solo apprese tutte le altre
lingue, e seppe servirsene cogli accorsi al concilio di Laterano;
insegnò il caldeo a Bologna, e da quella lingua tradusse la liturgia
orientale; meditava una grammatica poliglotta, e preparò molti lavori,
che andarono poi dispersi nel sacco di Roma.
Leone manda Fausto Sabeo, detto cacciatore di libri, a rintracciarne
nelle badie di Francia, di Germania, di Grecia, al qual uopo spedisce
pure in Germania e in Danimarca Giovanni Heytmers, e nelle provincie
venete il Beazzano: lodi e privilegi dà a Francesco de Rossi ravennate,
che andò a raccoglierne di greci ed arabi in Oriente e specialmente
nella Siria[306]: paga cinquecento zecchini un manuscritto di Tacito,
più completo di altro ch'erasi stampato a Milano, e promette larga
cortesia a chi gli porterà opere antiche inedite: fonda un collegio
greco coll'opera di Demetrio Lascari, Benedetto Lampridio e Favorino.
Sono ricordate ricche biblioteche dei cardinali Sadoleto, Bembo, Pio da
Carpi, dov'era il Virgilio riveduto nel secolo V dal console Rufo; del
Grimani, il cui breviario oggi è il giojello della Marciana di Venezia.
Il Chigi, appaltatore delle miniere d'alume e protettore di Rafaello,
aveva montato una stamperia, preseduta dal Lascari, donde uscirono le
tragedie di Sofocle, gli Scolj d'Omero, gli opuscoli di Porfirio, il
Tolomeo, il Pindaro, il Teocrito, ed altre edizioni oggi ancora
apprezzatissime.
L'italiano ormai s'adoprava generalmente invece d'un latino, che
stomacava i bongustai, dacchè eransi studiati i classici. Personaggi
abili alle meditazioni filosofiche quanto alle fantasie poetiche,
maneggiavano l'analisi e il calcolo come il dibattimento e gli affari; e
a tutte le conquiste della filologia e delle scienze univano un gusto
squisito. Roma era insomma il centro della civiltà, e a buon dritto lo
Zanchi poteva cantare:
_Omnia romanæ cedunt miracula terræ,_
_Natura hic posuit quidquid ubique fuit._
Vero è bene che gli studj ecclesiastici erano assai meno careggiati che
i letterarj; e lo stesso cardinale Pallavicini imputa Leone X d'averli
negletti; pure nel ruolo dell'archiginnasio romano, pubblicato da
monsignore Gaetano Marini, bella parte tiene la teologia con professori
illustri e ben retribuiti; da Leone fu fatto stampare il Pagnini; a lui
è dedicata la Bibbia poliglotta del cardinale Ximenes; a lui la
grammatica ebraica di Guidacerio calabrese, a lui la traduzione
dall'arabo della filosofia mistica d'Aristotele per Francesco Rosi
ravennate; a lui tre opere di Paolo di Middleburg, di Basilio Lapi, di
Antonio Dulciati sulla riforma del calendario: nella reggia stessa di
Leon X troviamo un cardinale Cajetano, teologo de' più profondi; un
Egidio, ch'egli andò a cercare in una selva di Viterbo per decorarlo
della porpora, un Paolo Emilio Cesio, che diceva essere meglio mancare
del necessario che lasciare soffrire gli altri; un Bonifazio Ferreri di
Vercelli, che eresse a sue spese un collegio a Bologna; il Sadoleto che
spesso loderemo; il Giberti, sornomato padre de' poveri e de' letterati.
Che se Leone bacia l'Ariosto e festeggia il Bibbiena, indica però al
vescovo Vida il soggetto della _Cristiade_; col Sannazzaro, cantore del
_Parto della Vergine_, si congratula perchè possa riuscire un David che
colpirà Golia; riconosce l'attitudine del veronese Flaminio, e lo fa
studiare, sicchè poi verseggiò in latino i salmi ben meglio del francese
Marot.
Anche i sommi artisti venivano adoprati a fare santi e madonne, erigere
ed ornare chiese. Michelangelo, vigorosa individualità, gemente sulle
miserie del suo tempo, e voglioso di «non vedere, non udire finchè
duravano il danno e la vergogna», ribellasi alle tradizioni accademiche,
e vuol ogn'opera sua riesca singolare, originale; nudi che affrontano il
pudore, sibille virili, profeti ideali, la maggiore cupola del mondo, la
sublimità della scultura nel Mosè. Sebastiano del Piombo ritraeva
sentitamente la santità; a un punto inarrivabile d'espressione e di
bellezza era sorta la pittura con frate Angelico, e con Raffaello, che,
per ordine di Giulio II, nella stanza della segnatura dipinse un
grandioso poema, la vita intellettuale nelle sue quattro manifestazioni
di teologia, filosofia, poesia, giurisprudenza; nella prima sovratutto
esprimendo l'apoteosi del Corpo di Cristo, circondato da quanti furono
più insigni conoscitori e maestri della scienza divina; e fu Leone X
stesso che gli commise il giudizio di Leone III, la coronazione di Carlo
Magno, la rotta dei Saraceni a Ostia, il miracolo di Bolsena, l'incendio
di Borgo. Avesse voluto divenire cardinale, avesse voluto sposare una
nipote di cardinale, Rafaello il poteva: ma in verde età morì, e nel
testamento lasciava mille scudi onde celebrare dodici messe l'anno per
l'anima sua; lascito assicurato sopra una casa in via de' Catinari, che
esistette fino al 1805, quando, nelle vicende consumato il capitale,
essa fu ricostruita.
Oltre che questi artisti erano solenne protesta contro la riforma
iconoclasta de' Tedeschi, ci provano che non mancavano nè studj serj, nè
sentimento religioso. Di Leon X vedemmo le cure date al concilio e alla
riforma della Chiesa: s'applicò a spegnere gli avanzi degli Ussiti in
Boemia; propagava il cristianesimo fra gli ancor barbari Moscoviti;
cercava revocare dallo scisma i Maroniti e gli Abissini; fondava nuove
chiese in America; il lungo e indecoroso litigio sui Monti di Pietà, se
fossero usura od opere di misericordia, terminò dichiarando non vedervi
nulla d'illecito od usurario; introdusse la commovente liturgia della
settimana santa nel palazzo pontifizio. Con limpida integrità conferiva
i benefizj, raccomandando a' suoi favoriti non lo inducessero a
concedere grazie di cui dovesse pentire e vergognare, e piuttosto ai
supplicanti soddisfaceva colla propria borsa. Sobrio sempre fra tante
squisitezze, fra poeti e naturalisti che celebravano, e cuochi che
raffinavano le leccornie della sua mensa, astenevasi da carni il
mercordì, al venerdì mangiava solo legumi e verdura, al sabato lasciava
la cena, sempre beveva solo acqua. Ce lo attesta il Giovio, che nel
lodarlo ne infamò i costumi[307], mentre Lutero, suo gran denigratore,
non trovava da appuntarli.
Quando si crede vivamente, confondesi la pietà coll'entusiasmo del
bello; ma più non si era a quelle credenze ingenue, e Leone, abbagliato
dallo splendore del bello, credette che l'immaginazione e il cuore
abbiano tanta parte nell'intelligenza umana quanto la ragione: pensò
forse quel che altri sostennero, che la poesia e l'arte in teodicea
valgano più che la filosofia; colle dignità ecclesiastiche retribuiva
non insigne zelo ed esemplare bontà, ma spesso l'ingegno, comunque
applicato. S'avventurò ad una politica di capriccio, senza concetti
elevati; come un nuovo ricco sprecò nella pace i tesori accumulati da
Giulio II in mezzo alle guerre, ne cercò di nuovi col vendere
indulgenze, o coll'imporre tasse gravose; impegnò le gioje di San
Pietro, vendette le statue dei dodici apostoli regalategli dall'Ordine
teutonico: nominò ad un tratto trentun cardinali, fra cui due figli
delle sue sorelle Orsini e Colonna, mentre da un pezzo si avea cura di
non crescere con dignità la potenza pericolosa di quelle famiglie;
inventò tante cariche da vendere, che a quarantamila zecchini elevò le
spese annue della Chiesa; e tutto avea consumato quando morì.
E morì in fresca età, e corse un epigramma che diceva lui non avere
presi in quell'estremo i sacramenti, perchè gli avea venduti[308]. Non
esageriamo coi detrattori, ma neppure accettiamo certe apologie[309], di
cui troppo si compiacquero alcuni nostri contemporanei per ricolpo al
calunnioso vilipendio dei padri nostri. Buon signore, papa e principe
non lodevole, potea stare su qualunque trono più competentemente che su
quello di Roma; potea succedere al magnifico Lorenzo, non a Pietro
Bariona; vedendo nella santa sede non una cattedra ma un trono, non un
faro per illuminar il mondo, ma un piedistallo alla personale grandezza;
meno pronto a richiamare i traviati al Calvario, che ad invitare le
divinità dell'Olimpo ad esilarare il Vaticano.
E questa reviviscenza del paganesimo cercò realizzarsi durante la
vacanza. Scoppiata peste furiosa, la più parte de' cardinali fuggirono
di Roma, dove il guasto era cresciuto dal disordine che suol gittarsi
durante l'interregno: e il popolo sbigottito rompeva alle violenze. Un
tale Demetrio spartano volle rinnovare cerimonie della superstizione
antica, e coronato un bove, e legatogli un sottile filo alle corna, lo
condusse per Roma, poi nell'anfiteatro lo sagrificò. Non era che una
delle ciarlatanerie, ripullulanti ne' grandi disastri, e costui
secondava l'andazzo col ridestare memorie gentilesche; ma altri vollero
vederci operazioni magiche e culto ai demonj; sicchè il popolo, temendo
non ne restasse aggravato il male pubblico, volle solenni espiazioni: e
a folla uomini e fanciulli mezzo nudi passavano in processione da Chiesa
a Chiesa flagellandosi e gridando misericordia, seguiti da lunghissime
file di matrone, con ceri alla mano, anch'esse piangenti e supplicanti.
Quasi per contrapposto ai colti epicedj de' suoi cortigiani, uno di quei
predicatori popolari e grotteschi che dicemmo, frà Callisto da Piacenza,
ch'era de' meglio lodati, sermonando a Mantova il 1537 sul testo
_Seminastis multum et intulistis parum_, prorompeva: «Povero papa Leone,
che s'aveva congregato tante dignitadi, tanti tesori, tanti palazzi,
tanti amici, tanti servitori; e in quell'ultimo passaggio del pertugio
del sacco, ogni cosa ne cadde fuori, e solo vi rimase frate Mariano, il
quale per essere leggero (ch'egli era buffone) come una festuca, rimase
attaccato al sacco. Arrivato quel povero papa al punto di morte, di
quanto e' s'avesse in questo mondo nulla ne rimase, eccetto frate
Mariano, che solo l'anima gli raccomandava dicendo, _Ricordatevi di Dio,
santo padre_; e il povero papa, in agonia constituto, a meglio che potea
replicando dicea, _Dio buono, o Dio buono!_ e così l'anima rese al suo
Signore. Vedi se egli è vero che _qui congregat merces, ponit eas in
sacculum pertusum_».