Alessandro VI moriva, non colle circostanze date da diarj d'allora e da
romanzi d'oggi[286], pure inaspettatamente, nel rimestìo delle
ambizioni, colle quali preparavasi a fare suo figlio principe della
Romagna, delle Marche e dell'Umbria, assicurare i dominj della Chiesa
dai tirannelli che gli aveano usurpati, e introdurvi quiete e
regolarità. Il Valentino, che sperò, anche dopo morto il padre,
continuare coi delitti e le prodezze a fare l'Italia, fidando nelle
truppe come un re moderno, circondò il conclave per imporre la sua
volontà: ma il popolo sollevatosi lo cacciò; e i cardinali adunati
presero accordo che il nuovo papa convocherebbe tra due anni un
concilio. Pio III, de' Piccolomini di Siena, elettogli successore
(1513), s'affrettò di concertarsi all'uopo colle potenze, nell'intento
di riformare la Chiesa, incominciando (apertamente il professava) dalla
curia romana. Ma dopo ventisette giorni morì e gli succedeva Giulio II
genovese, che come cardinale Della Rovere era stato gran nemico di
Alessandro VI, e durante il costui papato erasi sempre tenuto in armi e
in difesa. Saliva papa, persuaso che la podestà pontifizia non potesse
assodarsi se non assodandone il dominio temporale; laonde, se Sisto IV e
Alessandro VI aveano mirato a fare grandi i loro figliuoli, esso volle
far grande la Chiesa, in modo da stare arbitra fra la Spagna e Francia,
e logorarle entrambe finchè le snidasse d'Italia. Fa arrestare il
terribile Valentino, e l'obbliga a cedere alla Chiesa i paesi ch'egli ed
altri n'aveano sottratti; ritoglie Bologna ai Bentivoglio, Perugia ai
Baglioni; da Venezia si fa restituire Rimini, Ravenna, Faenza, Cervia;
senza violenze procacciasi Urbino, e pone la Chiesa nella maggior forza
che mai fosse. Alle città sottoposte lasciava gli antichi o concedea
privilegi nuovi, formandone municipj indipendenti siccome nel Veneto; e
dove corporazioni di nobili, di borghesi, d'artieri si teneano in
reciproco rispetto. In Roma erano quotidiane le aggressioni e gli
omicidj, e non rare le vere battaglie, e Giulio le terminò coll'imporre
e volere il disarmo generale. La nobiltà romana stava divisa in guelfa e
ghibellina, per lo più tenendo bandiera guelfa gli Orsini, i Savelli e
il popolo; ghibellina i Colonna, i Conti, i prefetti di Vico. Ora
convennero tutti in Campidoglio, e giurarono concordia, stabilendo che
«in perpetua e memorosa dannazione et infamia, sia licito le immagini
de' contravenienti dipingere sottosopra al modo de' perfidi e crudeli
traditori, in faccia del Campidoglio et in altri luoghi pubblici dal
popolo frequentati, in perpetua commemorazione e testificazione di loro
scellerata vita»[287]. Battagliero come un prelato del Mille, e padre
de' suoi soldati, violento di natura, non dissimula le passioni, pure
non se ne lascia conturbare; ardito ai progetti, cauto nello scegliere i
mezzi, paziente nelle traversie, intrepido nei pericoli, ricevuto il
paese in pieno scompiglio, Giulio rimise al freno i baroni; compresse la
plebe; eroe se l'armadura e la fierezza non disconvenissero al
successore del pacifico pescatore di Galilea. Luigi XII scende a
vendicare Carlo VIII, e Giulio riesce a respingere i Francesi, e difende
anche una volta l'indipendenza italiana. Dicea voler «riunire la comune
patria sotto un solo padrone, e questi debbe essere perpetuamente il
pontefice romano. Ma mi affanna il pensiero che non potrò arrivarvi per
i gravi anni che mi ritrovo; e mi strazia l'idea di non poter compiere
tanto per la gloria d'Italia, quanto ne sente il mio cuore»[288].
Ma quando il vediamo obbligato ad accampare egli stesso sotto al tiro
del cannone, comprendiamo di versare in un'età troppo differente da
quando una parola di Gregorio VII bastava a trarre i re umiliati, dal
cuore della Sassonia, a baciare scalzi il suo piede nel castello di
Canossa. E di Giulio non è male che non dicano il Guicciardini, il
Budeo, Erasmo, Hutten[289] e la turma seguace. Ma chi al pari di lui
suntuoso nello spendere? Abbellisce la chiesa de' Santi Apostoli;
fabbrica un palazzo presso San Pietro in Vincoli; ingrandisce il Museo,
collocandovi capolavori e una stamperia; fa la via Giulia e la via de'
Banchi colla fontana iscritta «Italia liberata», e colà la zecca ove si
battono i giulj. Dell'antica ricchezza di fontane a Roma non restando
che l'Acqua Vergine, egli ne conduce un'altra al giardino del Vaticano,
e su quel colle mette le fondamenta della più vasta chiesa del mondo,
abbattendo l'antica basilica piena di sacre memorie[290] per eriger la
nuova con inarrivabile magnificenza. Michelangelo presume a centomila
scudi il valore della sua tomba, «Te ne darò dugentomila» dic'egli, e la
vuole la più insigne opera del mondo; rifabbrica e munisce Civitavecchia
ed Ostia, il castello ornandone con nobili pitture, come l'altro di
Grottaferrata. Insomma, Carlo Fea potè sostenere che da lui più che da
Leone X dovesse intitolarsi quel secolo.
Quanto all'ecclesiastico, non fece cardinali di case ricche, e pubblicò
una famosa costituzione contro le elezioni simoniache. Nel conclave
anch'egli avea preso impegno d'unire un concilio fra due anni, ma poichè
altre occupazioni il distraevano, i cardinali Borgia, Carvajal e
Briçonnet, stuzzicarono il re di Francia a raccoglierlo. Strano scambio
di parti si offerse allora: il capo della Chiesa combattere colle armi
mondane; il re di Francia torcer contro di lui le armi spirituali.
Convocati a Orleans poi a Tours (1510) i prelati del suo regno, Luigi
XII posò loro delle domande, a cui risposero che il papa non avea
diritto di fare guerra a principi stranieri; che questi, per riparare
un'ingiusta aggressione, poteano anche invadere per qualche tempo le
terre della Chiesa, e ricusare obbedienza al papa nemico, per difendere
i loro diritti temporali; che negli affari ecclesiastici bastava
attenersi al vecchio gius canonico, e non fare caso delle censure
pontifizie (settembre 1511).
Accordatisi anche con Massimiliano, imperatore eletto di Germania, i
cardinali indissero un concilio a Pisa, come necessario a reprimere
questo papa sfrenato, contro le cui censure protestavano
anticipatamente. Si pensi in quali furie ne montò Giulio II! e manifestò
al mondo che solo le contingenze politiche aveanlo impedito dal
convocare il sinodo, ma l'aprirebbe a Roma il 1 aprile 1512. I prelati
di Francia s'accorgeano d'essere meri stromenti alla politica ed
animosità del re; pure, sempre ligi al potere, il secondavano, ma
trovaronsi quasi soli allorchè a Pisa fu aperto il concilio ai 5
novembre, protestando non separarsi finchè non fosse compiuta la riforma
della Chiesa nel capo e nelle membra, e ristabilita la pace in Europa.
Intanto, calcando le orme del concilio di Basilea, cercavasi
ripristinare nella Chiesa il governo aristocratico, e si confermava il
decreto di Costanza che riconosceva superiore il concilio al papa.
Così, pur professando riverenza al pontefice, minacciavano di rinnovare
il grande scisma. Ma scarso assenso trovavano. De' prelati di Germania
nessuno venne, malgrado le istanze di Massimiliano, il quale mandava
circolari querelando che dalla nazione germanica ogni anno si
smungessero ingenti grosse somme per alimentare il lusso della Corte di
Roma, e che il concilio avrebbe, come il potere, così la volontà di
porvi rimedio. I più consideravano il sinodo come un conciliabolo; il
popolo pisano accoglieva a fischi i prelati; i Fiorentini mal soffrivano
di tenersi in paese quel seme di zizzania, onde si dovette trasferirlo a
Milano. Qui pure l'opinione popolare lo avversava; se que' prelati
entrassero in una chiesa, sospendeansi i sacri riti; ed essendo in quel
tempo, alla battaglia di Ravenna, caduto prigioniero de' Francesi il
cardinale De' Medici, che poi fu papa Leone X, gli uffiziali
affollavansi a implorare gli assolvesse d'avere guerreggiato il papa, e
lasciasse dare sepoltura ecclesiastica ai loro camerata, cascati
combattendo.
Fra ciò le sorti della guerra mutavansi; l'esercito pontifizio,
sostenuto dagli Svizzeri, snidava i Francesi dalla Romagna e gli
assaliva in Lombardia, sicchè i prelati migrarono da Milano ad Asti, poi
a Lione, e sebbene continuassero a intitolarsi concilio ecumenico, altro
non fecero che domandare sussidj al clero francese.
Giulio II non solo avea rejetto ogni accordo col conciliabolo, ma depose
e scomunicò i cardinali disobbedienti, e pose all'interdetto tutta la
Francia, e particolarmente Lione. Poi al 10 maggio aperse il concilio in
Laterano, ove convennero dapprincipio quindici cardinali e settantanove
vescovi, cresciuti poi a cenventi, quasi tutti italiani. Le cinque
sessioni tenutesi da vivo Giulio II, limitaronsi a riprovare il
conciliabolo.
Leone X, appena succeduto papa, fece allestire appartamenti in Laterano
volendo egli stesso assistere alle discussioni del concilio, e quando,
al 6 aprile 1513, aperse quivi la sesta sessione, esortò sovratutto a
rimettere pace fra i principi cristiani, e promise non chiuderlo finchè
l'opera non fosse compiuta. Anche Luigi XII, che per astio contro Giulio
II aveva accolto gli errabondi padri del conciliabolo di Pisa, ora
«vinto dall'importunità di sua moglie e dalle rimostranze de' sudditi
ch'essa suscitava d'ogni lato», cessò di favorirli, e aderì al sinodo
lateranense, al quale i capi dello scisma vennero a chiedere perdono e
l'ottennero.
Come in ogni concilio, così in questo, eravi una commissione per la
riforma, e si propose espresso di correggere molti abusi, e ricondurre
alla primitiva osservanza de' canoni[291]. Nell'apertura, frate Egidio
Canisio da Viterbo, famoso predicatore, esclamava: «Chi può vedere senza
lacrime la corruttela e i disordini del secolo malvagio nel quale
viviamo, il mostruoso sregolamento che regna ne' costumi, l'ambizione,
l'impudicizia, il libertinaggio, l'empietà trionfare nel luogo santo, da
cui questi vizj dovrebbero essere sbanditi per sempre?»
Nella nona sessione, Antonio Pucci magnificava l'eccellenza della
Chiesa, perchè maggiore apparisse il dovere di ridurla alla pristina
purezza; e tutti, ma egli maggiormente deplorare che a ciò si
opponessero le nimicizie de' principi cristiani: i quali rigurgitanti di
denaro, di popolazione, d'armi, di vigore, di genio, non sapeano
adoprarli che a sovvertire il mondo con ostilità reciproche, invasioni,
correrie, saccheggi, incendj, uccisioni d'innumerevoli adoratori di
Cristo. «O cuori affamati dei re, non mai satolli delle innocenti
viscere de' popoli! o terra sitibonda, abbeverata da un rivo fumante di
cristiano sangue! o cieca rabbia dei demonj, non calmata dagli
innumerevoli micidj umani! Da vent'anni, cinquecentomila cristiani
furono sgozzati di spada e ancor n'avete fame? e ancor sitite sangue?»
Male ben peggiore dichiarava l'essersi provocata la collera di Dio con
tante colpe; nè potere sopirsi la guerra esterna finchè non fosse tolta
l'interiore de' vizj: «Vedete il secolo, vedete i chiostri, vedete il
santuario; quali enormi abusi a correggere! Dalla casa di Dio bisogna
cominciare, ma non fermarsi là»[292].
I decreti di quel concilio furono tanto prudenti quanto rigorosi. Non
elevare al sacerdozio se non persone d'età piena, di costumi esemplari,
e studiose. Il concilio, risoluto a una riforma universale e a smorbare
il campo del Signore e promuoverne la coltura, non dissimula che ogni
giorno riceve lamentanze contro le estorsioni degli offiziali della
curia romana, e perciò vuole si moderino le tasse, gli emolumenti, le
regalie, i proventi, rimettendosi alle antiche consuetudini e alla
istituzione primeva degli uffizj[293].
Domandato venissero tolti agli Ordini mendicanti i privilegi accumulati
nella bolla _Mare Magnum_, non si osò, ma fu imposto che neppure essi
potessero predicare se non esaminati prima dal loro superiore con tutta
coscienza, e trovati idonei per costumatezza, età, dottrina, probità,
prudenza ed esemplarità[294]. Non si predichino superstizioni o
rivelazioni; non si dipingano fatti immaginarj, ma l'evangelica verità e
la sacra scrittura giusta la interpretazione dei dottori, approvata
dalla Chiesa o dall'uso diuturno, senza aggiungere cosa contraria o
dissonante[295]. I maestri non insegnino solo i classici, ma anche i
precetti divini, gli articoli di fede, gli inni, i salmi e le vite dei
santi.
Furono condannati i filosofi, che dicono l'anima esser mortale e una
sola in tutti gli uomini, mentre Clemente V nel concilio di Vienna
proferì che «l'anima è veramente ed essenzialmente la forma del corpo
umano; che essa è immortale e molteplice secondo il numero de' corpi ne'
quali è infusa». Pertanto il pontefice esortava i professori a non
agitare vane quistioni sulla natura dell'anima, e dimostrarne
l'immortalità anche secondo i principj scientifici; più della filosofia
platonica, si studii la teologia; solo chi questa conosca entrerà nel
sacerdozio, ove poi si deve vivere sobrj, casti, pii, astenendosi non
solo dal male, ma dalle apparenze. La casa de' cardinali sarà un porto e
un ospizio a tutti gli uomini dotti e probi, a' nobili e onesti poveri:
semplice, frugale la loro tavola; non lusso nè avarizia; pochi servi e
vigilati, castigandone i disordini, ricompensandone la morigeratezza. I
sacerdoti in servizio non s'adoprino a ministeri abjetti. A quei che
vengono a sollecitare impieghi non badino, bensì a quei che chiedono
giustizia; sempre disposti a sostenere la causa del povero e
dell'orfano. Hanno parenti bisognosi? È giusto soccorrerli, ma non a
spese della Chiesa. I vescovi facciano eseguire gli ordini del concilio,
e almeno ogni tre anni tengano sinodi diocesani per decidere de' casi di
coscienza e delle controversie. Risiedano nella loro diocesi, o se ne
affidarono l'amministrazione a persone probe, la visitino almeno ogni
anno per riconoscerne i bisogni e sindacare i costumi del clero. Morendo
non dimentichino che la Chiesa da essi amministrata ha diritto alla loro
riconoscenza: e vogliano modesti funerali, giacchè il bene che lasciano
appartiene ai poveri[296].
Fra altri punti vi si trattò di uno, tanto nuovo quanto importante, la
stampa; la forza più potente e lo stromento più formidabile, dopo la
parola, che Dio ponesse a disposizione dell'uomo. I papi ne aveano
favorito la diffusione, come dicemmo, e Alessandro VI (_Inter
multiplices_) riconosceva «sommamente utile che quanto concerne le sane
cognizioni e la sana morale sia messo in luce mediante caratteri e
lettere che fissano la verità in modo da porla sotto gli occhi degli
uomini più lontani nel tempo e nello spazio». Ma presto e letterati e
principi si accorsero che, quanta edificazione, tanto pericolo potea
venirne alla fede, al costume, all'onoratezza. Pertanto il concilio
decretò: «La stampa, per favore divino perfezionatasi ai nostri giorni,
è opportunissima a esercitare gl'intelletti, e formare eruditi, de'
quali godiamo che abbondi la Chiesa. Pure udiamo lamentare che molti
imprimano opere, contenenti errori e dogmi perniciosi, e ingiurie a
persone anche elevate in dignità; di modo che i libri, invece di
edificare, guastano e la fede e i costumi. Affine dunque che un'arte
felicemente trovata a gloria di Dio, a incremento della fede ed a
propagazione delle scienze utili, non divenga pietra d'inciampo ai
fedeli, e volendo che essa prosperi tanto più, quanto più vigilanza vi
si apporterà, stabiliamo che nessuna opera si pubblichi se prima non sia
riveduta dal maestro del sacro palazzo o dai vescovi, che vi metteranno
la propria firma gratuitamente e senza indugio». Erano ripari che una
barbarie mascherata doveva poi spezzare, per lasciar le verità più
venerabili come i diritti più sacri in balìa alle codarde speculazioni
d'una ciurma vilissima, sicchè un pontefice dovesse esclamare: «Siam
compresi d'orrore nel vedere da quali mostruose dottrine, anzi da quali
portentosi errori ci troviamo inondati per quel diluvio di libri,
d'opuscoli, di ogni genere scritti, la cui deplorabile eruzione sparse
l'abominazione sulla faccia della terra» [297].
Intanto Leone X a Bologna (1515) con Francesco I conchiudeva un
concordato, che derogava molti privilegi che la Corte francese
pretendeva nelle elezioni de' prelati secondo la prammatica sanzione;
concordato che, come nuovo trionfo della Chiesa romana, subito venne
approvato dal concilio Lateranese.
Parve dunque avere questo ottenuto il suo intento, difatto lo scisma,
regolata l'obbedienza della Francia, promosse molte riforme, talchè si
sciolse il 16 marzo 1517. Ma il cardinale De Vio generale de' Domenicani
sentiva il turbine in aria, onde insisteva perchè i prelati non si
separassero.
Chi non potrà negare questi fatti ripeterà quella poltrona frase de'
nostri giorni, «Troppo tardi».