I PAPI POLITICI. ALESSANDRO VI. IL SAVONAROLA.

A mali siffatti, pur beato quando si trova ad opporre fervido zelo, soda

pietà, scienza matura! Nessun vorrà credere che lo spirito di verità e

di santità, immorante colla Chiesa in eterno, non apparisse allora.

Principalmente negli Ordini religiosi sorgeva chi ravvivasse il

sentimento religioso, e tutti, a chi cercasse, offrirebbero personaggi

insigni per virtù e per scienza. Bernardino da Siena per tutta Italia

menava su' suoi passi la pace e la limosina, e moltiplicò chiese,

conventi, spedali, missionarj che spedì in ogni parte del mondo.

Bernardino da Feltre allettava il popolo coll'eloquenza e la virtù, e

col raccogliere i gemiti delle vedove e de' pupilli; propagò i monti di

pietà, allora appena introdotti da un Barnaba francescano a Perugia, per

salvare i bisognosi dagli usuraj (1494). Giacomo di Mombrandone,

patriarca delle Marche; Pier da Moliano e Antonio da Stroconio

nell'Umbria; Pacifico da Ceredano nel Novarese, Angelo da Chivasso,

riverito principalmente a Cuneo; Giacomo d'Illiria, frate presso Bari;

Vincenzo d'Aquila dedito a stupende austerità, e altri assai

Francescani, ottennero culto. De' Domenicani cercarono la riforma

Antonio de' Marchesi di Roddi, vercellese, e sant'Antonino, che eletto

arcivescovo di Firenze, conservò la frugale regolarità monastica, d'una

mula accontentandosi per tutti i servigi, mentre il palazzo, la borsa, i

granaj teneva aperti a chiunque; e profondea nelle pesti e ne' tremuoti;

«contro a molti che dicono i prelati usare le pompe per essere stimati,

giunto a Roma con una cappa da semplice frate, con un mulettino vile,

con poca famiglia, era in tanta reputazione, che quando passava per la

via s'inginocchiava ognuno a onorare lui, assai più che i prelati con le

belle mule e con gli ornamenti de' cavalli e de' famigli»[260]. Fondò a

Firenze il ricovero delle orfane e vedove decadute, ed altre istituzioni

che durano fin oggi, o fin jeri, come i provveditori dei poveri

vergognosi, anticipazione de' Paolotti: e lasciò una _Summa theologica_

di temperate conclusioni, che passa ancora per delle meglio ordinate; e

ch'egli stesso compendiò in italiano ad uso de' confessori. Matteo

Carrieri da Mantova, portentoso per richiamare al cuore famose

peccatrici, e coltivare nascenti virtù: catturato da un corsaro e

ottenutane la libertà, la esibì a riscatto d'una signora, presa

anch'essa colla figlia; onde il pirata commosso rilasciò tutti i

prigionieri (1450). Era domenicano, come Costante da Fabriano, diviso

fra lo studio, la preghiera e le macerazioni, e che già vivo ottenne,

direi, culto; Giovanni Licci da Palermo che edificò quell'Ordine in

cenquindici anni di vita; Sebastiano de' Maggi di Brescia, che alle lodi

di letterato rinunziò per attendere alla conversione de' peccatori ed al

rappacificamento de' nemici, massime a Genova, ove morì nel 1494.

Francesco di Paola, istitutore de' Minimi, assunse per divisa la parola

CHARITAS; non tacque il vero ai regnanti di Napoli; a Luigi XI di

Francia, che mandò a cercarlo nell'ultima sua malattia, annunziò che la

vita dei re sta come le altre in man di Dio e a questo si preparasse a

renderla. A quella Corte lo chiamavano _il buon uomo_, titolo che colà

rimase a' suoi frati, e ad una qualità di pere, di cui egli aveva

portato l'innesto.

Francesca di Busso fu esempio delle matrone romane, massime ne'

patimenti per l'invasione di re Ladislao e nella peste; per trent'anni

servendo ai malati negli ospedali senza negligere le cure domestiche;

infine istituì le Oblate. Caterina da Pallanza, udendo a Milano il beato

Alberto da Sarzana predicare la passione di Cristo, a questo dedicò la

sua verginità, e altre fanciulle raccolse sul monte di Varese ad

ascetica perfezione. Veronica, di poveri parenti milanesi, costretta al

lavoro continuo anche dopo entrata agostiniana, la notte imparava da sè

a leggere e scrivere, e fu da Dio graziata d'insigni favori. Caterina,

figlia d'un Fiesco di Genova vicerè di Napoli, costretta a sposare un

Adorno qual pegno di riconciliazione fra le due emule famiglie, dopo

dieci anni di paziente martirio, riuscì a convertire il marito; servì i

poveri nello spedale, e nelle pesti del 1497 e del 1501; consolata da

superne illustrazioni, lasciò opere, che per elevatezza e fervore

emulano quelle della sua contemporanea santa Teresa.

Luigia d'Albertone romana, Caterina Mattei di Racconigi, Maddalena

Panatieri di Trino, Caterina da Bologna, autrice delle _Sette armi

spirituali_, la carmelitana Giovanna Scopello di Reggio; Serafina,

figlia di Guid'Antonio conte d'Urbino, e moglie malarrivata di

Alessandro Sforza signore di Pesaro; Eustochia dei signori di Calafato a

Messina, fondatrice del Monte delle Vergini; Margherita di Ravenna,

provata da Dio con penosissime infermità, fondatrice della confraternita

del Buon Gesù; Stefania Quinzani d'Orzinovi, che le città s'invidiavano,

e a cui il senato veneto e il duca di Mantova e quel di Milano chiedeano

direzione; Margherita di Savoja, vedova del marchese di Monferrato che,

offertole da Cristo d'essere provata colla calunnia o la malattia o la

persecuzione, tolse di subirle tutte,... sono un piccolo saggio delle

donne che infioravano il giardino di Cristo.

Ma la pietà di questi e de' troppi che ommettiamo non bastava a quella

riforma, che sarebbe dovuta venire dall'alto; come già vedemmo dal fondo

della corruzione essere cavato il mondo per la forza di Gregorio VII, e

per lo zelo e gli esempj de' santi Francesco e Domenico.

All'alito di Dio e sotto l'ale del cristianesimo era sbocciata la

società moderna; e Dio, unica fonte d'ogni potestà, credevasi avere

commesso l'esercizio della temporale non meno che della spirituale al

suo vicario in terra; il quale, occupato delle anime, e di conservare

integro il dogma e pura la morale, aveva affidato una delle due spade

all'imperatore; l'imperatore, unto dal Cristo in terra, consideravasi

come capo dei re, come rappresentante il potere temporale della Chiesa

in quella grande unità, la quale nell'ordine religioso chiamavasi

_cattolicismo_, e nell'ordine temporale _sacro romano impero_. Concetto

sublime, che sottraeva il mondo all'arbitrio della forza per porlo in

tutela della fede, piantava dominj non per conquista o per nascita, ma

per riverenza ed opinione; preveniva spesso le guerre mediante

l'arbitrato supremo, appoggiato alla minaccia delle scomuniche; sempre

le rendeva meno micidiali; garantiva i re e i popoli dai mutui attentati

col chiamare gli uni e gli altri a rendere ragione di loro condotta

avanti ad un tribunale, inerme eppure potentissimo perchè fondato sulla

coscienza de' popoli, e resistendo ai forti non in nome della rivolta,

ma della sommessione che si deve a Dio più che agli uomini.

Al sublime divisamento vedemmo quali ostacoli s'attraversassero, sicchè

rimasero male determinati i confini delle due autorità. I papi, per

tutelarsi in un'età guerresca e quando ogni potenza derivava dal

possesso de' terreni, dovettero procacciarsi un dominio temporale, ma

tristo il guadagno che n'ebbero, avvegnachè li mise più d'una fiata in

punto di scambiare per supremazia principesca quel ch'era tutela e

arbitramento, affidato dalle coscienze, e fondato in un regno che non è

di quaggiù. Di rimpatto gl'imperatori pretendevano dominare sopra i re,

fare da tutori ai papi più che non fosse compatibile coll'indipendenza

de' primi e colla dignità del padre comune dei fedeli. Di qui la

diuturna contesa fra il pastorale e la spada, solo temporariamente

sospesa mediante transazioni che all'uno e all'altra impedivano di

trascendere, ma toglievano di spiegare intera la loro efficacia. Dopo le

deplorate scissure di Basilea e di Costanza, ove ambedue i partiti

ebbero bisogno del braccio dei re, questi, che aspiravano a concentrare

in sè la pubblica potestà, colsero quel destro, e reluttando alle

antiche prerogative di Roma dissero: «Noi conosciamo e sappiamo far il

bene, meglio della Chiesa; noi non dobbiamo dipendere da nessuno;

nessuno vi dev'essere nei nostri Stati, che da noi non dipenda».

Nella comune propensione di quel secolo a consolidare i principati sulle

rovine delle repubbliche e dei Comuni, anche i papi procacciarono più

solertemente negl'interessi temporali, o condotti dalla carne e dal

sangue s'affissero a dare opulenza e stato alle proprie famiglie, da un

lato accarezzando i potentati per averli conniventi alle loro

aspirazioni, dall'altro spremendo i deboli. Al concilio di Basilea un

oratore, quel desso che valse a fare eleggere l'antipapa Felice, diceva:

«Tempo già fu che io pensava sarebbe utile separare affatto la podestà

temporale dalla spirituale: ora mi convinco che la virtù senza la forza

è ridicola, che il papa romano senza il patrimonio della Chiesa non

rappresenta che un servo dei re e dei principi».

Ed uno de' politici meglio accorti, Lorenzo de' Medici, scriveva a

Innocenzo VIII esortandolo a rendersi forte coll'impinguare i suoi

parenti. «Non solo Vostra Santità è dispensata dalla modestia e dalla

riserva in faccia a Dio e agli uomini, ma potrebbesi biasimarla di non

farlo, e attribuirlo ad altri motivi. Lo zelo e il mio dovere obbligano

la mia coscienza a rammentare a Vostra Santità che nessuno è immortale;

che un papa ha tanta importanza quanta vuole averne, e poichè non può

rendere ereditaria la sua dignità, non può dire suoi se non gli onori e

i benefizj che fa ai suoi»[261].

Lorenzo era ispirato da interesse personale, ma avrebbe fatta

dichiarazione così esplicita se tale non fosse stata l'opinione comune?

Era il tempo che si ergevano tutti i principati sulle ruine delle

tarlate repubbliche, e il papa seguiva l'andazzo col rinvigorirsi

anch'esso. Inoltre le potenze fissavano cupidi occhi sullo Stato romano;

onde fattone quistione non di diritto, ma di forza, i papi poteano

adoprarsi ad acquistarlo come gli altri, e contro gli altri proteggerlo.

L'esiglio avignonese avea fatto sentire più che mai la necessità che il

papa stesse in terra indipendente, e quindi il bisogno di convalidare e

crescere il suo dominio. Martino V ed Eugenio IV si valsero del modo di

guerra allora usitato, cioè de' condottieri, per sottomettere le città

rivoltose. Nicolò V tentò un tratto confederar tutti gli Stati d'Italia

per opporli ai Turchi, che aveano presa Costantinopoli il 29 maggio

1453, e riuscì a conchiudere la pace di Lodi; ma questa assicurava i

varj dominanti, non li federava per l'offesa e la difesa. Internamente

la congiura del Porcari aveva offerto pretesto ai papi d'integrare il

proprio dominio su Roma, annullando l'autorità popolare dei capi di

rioni.

Quest'assoggettamento bisognava estenderlo a tutto lo Stato, reprimendo

l'anarchico arbitrio de' signorotti che se lo divideano, e a ciò

mirarono tutti i papi successivi, annaspando una politica non immune di

violenze e di frodi, a cui dà risalto il carattere ond'erano rivestiti.

Nella congiura de' Pazzi, prelati cospirarono ad assassinare i Medici in

chiesa, e il popolo in vendetta appiccava fino un arcivescovo; pruova di

deperita religiosità, ancor più della violenta diatriba, in

quell'occasione avventata a Sisto IV, credesi da Gentile de' Becchi

vescovo d'Urbino. Sebbene non crediamo che questo pontefice partecipasse

a tale assassinio, nè i tant'altri gravami contro la sua memoria, forza

è dire che esercitò trista politica; a titolo di mettere in pace

l'Italia per armarla contro i Turchi, sparnazzò scomuniche, massime

contro i Veneziani; sostenne la cadente libertà fiorentina contro

l'usurpazione dei Medici, ed aspirò all'indipendenza italiana, ma

mostrandosi ambizioso e corrotto, disgustò anche i repubblicani, e

mentre non attutì le irrequietudini intestine, lasciò che i rigori

dell'Inquisizione si trapiantassero dalla Spagna nel paese nostro: per

fare denari non abborrì da strani mezzi; creò nuovi uffizj da vendere,

impose l'esoso dazio sul macinato, decime sui prelati: elevò

impudentemente i parenti suoi, concesse perfino ad Alfonso, bastardo di

re Fernando d'Aragona, appena di sei anni, l'arcivescovado di Saragozza.

Nè più saviamente si maneggiarono i suoi successori, l'andamento delle

fortune d'Italia alterando per collocare, stabilire, dotare i loro

figliuoli o nipoti; e guardandosi come capi dello Stato, più che capi

della Chiesa. Non riscossi dalle minaccie di Basilea e Costanza

addormentavansi nella sicurezza del possesso, e lasciavano nella stessa

metropoli del cattolicismo preponderare lo spirito secolaresco. I

cardinali aveano facoltà di imporre condizioni nel conclave al futuro

pontefice, ma Innocenzo VI avea dichiarato che nessun giuramento

anteriore all'elezione può restringere l'autorità pontifizia, atteso

che, sede vacante, alla Chiesa non compete altro diritto che di eleggere

il successore. Morto Sisto IV, i cardinali stesero una costituzione, ma

tutta a loro mero vantaggio; non avessero meno di quattromila zecchini

d'entrata; non rimanessero colpiti da censure o scomuniche o giudizj

criminali, se non colla sanzione di due terzi del sacro collegio; non

oltrepassassero il numero di ventiquattro, un solo de' quali potesse

essere della famiglia del papa.

Siamo contenti di non esser obbligati a raccontare il regno di Innocenzo

VIII, salito papa col promettere, e connivendo a indegni favoriti che di

tutto faceano bottega.

Allorchè questi morì nel 1492, si manifestò più che mai nella

cristianità il bisogno di riformare la Chiesa; «Lionello vescovo di

Concordia n'espresse davanti ai cardinali il voto nel giorno che

entrarono in conclave, in un magnifico discorso rappresentando come la

romana, madre e radice della Chiesa universale, cadesse di giorno in

giorno in maggiore dispregio; estremo il lusso del clero; i principi

cristiani accanniti gli uni agli altri fino a distruggersi. Il dolore

della figlia di Sionne è grande come il mare. Rimedio sia l'eleggere un

pontefice santo, istruito, valente. Tutta la Chiesa ha gli occhi sopra

di voi; ne aspetta un capo che, col buon odore del suo nome, attiri i

fedeli alla salute; fedele come san Giacomo, ortodosso come san Paolo,

che dalla Babilonia dell'apocalisse spinga la Chiesa verso i testimonj

dell'Eterno»[262].

L'eletto fu Alessandro VI[263]; e il nome basterà per quelli che

accettano bell'e fatte le opinioni. Trovava egli ancora il paese

sovvertito dagli Orsini e dai Colonna, coprenti l'ambizione personale

sotto i titoli di Guelfi e Ghibellini; ed egli vi mosse guerra risoluta,

come ai Varani e Fogliani che possedeano le Marche: ai Della Rovere,

signori di Sinigaglia, ai Montefeltri di Urbino e di Gubio, ai Vitelli

di Civita di Castello, ai Baglioni di Perugia, agli Sforza di Pesaro, ai

Malatesta di Rimini, ai Riario di Imola, ai Manfredi di Faenza, ai

Bentivoglio di Bologna; tutti in gara di violenze e di tradimento, e che

promossero o favorirono la funesta calata de' Francesi con Carlo VIII, a

cui Alessandro si opponea. Che se come uomo rimase tipo d'una più

romanzesca che storica scelleraggine, egli salito pontefice a sessantun

anno; se, mentre da capitano andava a combattere i Savelli, gli Orsini,

i Colonna, lasciava il governo a sua figlia Lucrezia Borgia, fin

coll'arbitrio d'aprire le sue lettere: se Cesare Borgia, eroe del

delitto, infamato dalle lodi attribuitegli dal Machiavello, chiarì

quanto potesse osare un figlio di papa, e in conseguenza quanto fosse

opportuno il celibato de' preti: Alessandro come pontefice emanò savie

costituzioni; colla sì ingiustamente beffata delimitazione delle terre

scoperte prevenne i conflitti della Spagna col Portogallo nel nuovo

mondo; i contemporanei s'accordano a lodarlo d'avere tarpate le minute

tirannidi, e molti confessano, come fu detto di Tiberio, che in lui

andavano pari i vizj e le virtù. Dove non veglino i tirannici

ordinamenti che la cristianità sconosce, neppure l'inettitudine o la

malvagità d'un capo abolisce la bontà delle istituzioni e la consistenza

degli intenti[264].

Rinunziando a discolpe, che potrebbero scambiarsi per

giustificazioni[265], torciamo dal genio delle tenebre verso un angelo

di luce.

Qual Italia abbiamo? Le idee pagane sono in piena rifioritura: si

rovistano gli avanzi di libri, di statue, di fabbriche; sulle antiche si

modellano le opere nuove, a scapito dell'originalità e della

naturalezza; l'autorità d'un filosofo o d'un poeta reggesi in bilancia

con quella della Scrittura e d'un santo padre, fino a insegnare, Cristo

dice così, Aristotele e Platone dice colà; la sottigliezza scolastica

offusca la ragione col pretesto di illuminarla; la sublimità platonica

invanisce in delirj teosofici; si magnificano solo le virtù pagane, e i

nomi di greci e romani surrogansi a quelli ricevuti nel battesimo.

In quella civiltà cresciuto e fattosene adoratore, Lorenzo De' Medici

cantò inni sacri per compiacere sua madre, e osceni carnascialeschi per

compiacere alle brigate; e moriva circondato da tutto il fasto d'una

Corte popolana, fra capi d'arte antichi, o moderni che gli emulavano;

fra libri cercati di lontanissimo; fra olezzi di fiori, tratti

dall'India; fra delicature tributategli da tutto il mondo. Ma i suoi

sguardi su che si fissavano in quel memore punto? Sopra un crocifisso di

legno rusticamente intagliato, stretto fra le mani d'un frate. Era frà

Girolamo Savonarola. Nato di buona gente a Ferrara, già da fanciullo

amava la solitudine; nelle campagne fin colle lacrime esalava la piena

dell'affetto, e al Signore diceva: _Notam fac mihi viam in qua ambulem,

quia ad te levavi animam meam_. Educato all'aristotelica, a Firenze

verge ai Platonici e al misticismo, ma da' traviamenti lo rattiene

l'ammirazione sua verso san Tommaso, per omaggio al quale entrò

nell'Ordine dei Domenicani, adottandone il vero spirito nell'astinenza,

nell'obbedire, nell'adempiere a' più umili uffizj. Abbandonato fin ciò

che prediligeva, alcuni libri e immagini, portava abitualmente un

piccolo cranio d'avorio, che gli rammentasse il nulla delle onorificenze

umane, e passava di città in città predicando, esortando, commentando,

consigliando, confessando. Venuto nell'alta Italia, queste eccelse

montagne coronate di ghiacci, quasi bastite erette da Dio a difesa di

paese prediletto, e i colli degradanti in limpidi laghi o in pianure

sconfinate l'incantavano; sicchè fermandosi dalla pedestre

peregrinazione, sedeva sotto qualche albero guardando, e cercava nella

memoria alcun versetto di salmo che esprimesse gli affetti onde

sentivasi inondato. Nei dubbj del pensiero, nelle fiacchezze della

volontà pregava, pregava. Fatto nel 1488 priore del convento di san

Marco in Firenze, poc'anzi riformato dal santo arcivescovo Antonino, si

mostrò severo coi traviati quanto mite coi ravveduti; e parendogli che

da Dio gli fosse ispirato il modo con cui dovesse favellare, tonava

contro l'universale pervertimento. Predicava egli sotto un gran rosajo

damasceno, e malgrado la debile voce e l'accento lombardo, l'uditorio

gli crebbe tanto, che dovette trasferirsi in Duomo.

Oratori avidi d'applausi, con iscolastiche argomentazioni, scienza

profana, frasi armoniose, blandivano a que' popoli, fortunati di soavi

aure, piene di vita, d'una civiltà sviluppata ne' materiali godimenti,

sotto principi senza pari nel fasto e nel buon gusto, onorati e cerchi

da re lontani, cantati dai poeti, inneggiati dal popolo.

Chi oserebbe rompere quel concerto di encomj e di gioja? Il Savonarola,

che non conosce civiltà senza della virtù, e che, unendo la persuasa e

fino entusiastica devozione di frate alla franchezza di tribuno,

comincia a gridare, Sventura, sventura: e a declamare contro i viluppi

d'una politica subdola, le profanità degli artisti, l'abominazione

introdottasi nel santuario. Ed esclamava: «Tristo chi si vende al mondo!

guai ai padri che allevano alla peggio i loro figliuoli! guai ai

governanti che opprimono i popoli e ne fomentano le dissensioni, e

gl'istinti malevoli e l'odio alla verità! guai ai cittadini e mercanti

che non considerano se non il guadagno, come le donne agognano alle

futilità, i villani al furto, i soldati alle bestemmie! guai ai prelati

che, invece di menare il loro gregge a pastura intemerata e fresca,

l'avviano seco alle fonti avvelenate! guai ai preti che scialacquano i

beni della Chiesa, destinati ai poveri! guai ai sapienti che ignorano le

verità della fede o si stomacano della semplicità del catechismo! guai

agli artisti che, per amore dell'arte, perdono la fede, sagrificano il

costume! guai ai maestri che spiegando autori pericolosi, avvezzano alla

lubricità, prima che nelle Università si divaghino in una logica

petulante, nella arroganza dell'argomentazione, surrogata al buon senso

e al vangelo!»

Non sapeva egli perdonarla a que' predicatori, che fanno gemere e

piangere e stupire, ma non correggono nè emendano, ed eccitano emozione

femminea, anzichè salutare fervore; invece del vangelo annunziano baje,

spacciano pruriginose novità, volendo emulare la poesia di Virgilio o la

scienza di Platone, la soavità d'Isocrate o l'impeto di Demostene;

avviluppano Cristo nelle passioni umane; tolgono le distinzioni fra il

cristianesimo e il paganesimo: delle futilità de' filosofi e della sacra

scrittura fanno un miscuglio, e questo vendono su pei pergami, mentre le

cose di Dio e della fede lasciano da banda.

«Questa pecora smarrita (diceva) Cristo l'ha perduta: il buon prete la

ritruova, e deve renderla a Cristo; ma il malvagio la blandisce e la

scusa, e le dice: So che non si può sempre vivere castamente e astenersi

dal peccato; e così l'allontana più sempre da Cristo, e le fa perdere la

testa e la tiene per sè. Io non nomino alcuno, ma la verità bisogna

dirla. Se sapeste quel ch'io so! cose schifose, cose orribili; e ne

fremereste, ed io non so frenare le lacrime pensando che i cattivi

pastori si fanno mezzani per condurre l'agnella in bocca del lupo. Non

serve che preti e frati vadano ogni giorno a piazzeggiare, e fare visita

alle comari, ma che studiino la Bibbia. Dopo notti passate nel vizio,

che vuoi tu fare della messa?»

«Le scienze (diceva ancora) bisogna adoprarle per dimostrare la fede, ma

prendere la fede in semplicità, non dissiparsi in dissertazioni e

ciancie, ma studiare la Bibbia e i Padri». Ed egli infatto alla Bibbia

si appoggia continuamente; in nome e colle espressioni di quella,

minaccia o loda, esalta fulmina; e crede che, nel senso mistico, si

applichi non solo ai fatti generali della storia, ma anche ai

particolari di ciascun tempo, qualora la Grazia ajuti a combinare i

testi.

E più che al dogma, nella predicazione bada egli alla pratica; e tanto

fino politico, quanto poco lo fu Lutero, vede gli imminenti pericoli, sa

le notizie, vuole stabilire la repubblica evangelica, l'eguaglianza di

ricchi e poveri. A differenza del Machiavello, sa che forza ed armi non

bastano dove così profonda è la depravazione: il male sta nell'anima;

questa bisogna rigenerare, e il miracolo sarà fatto. E professando la

virtù essere necessario fondamento d'ogni libertà, e arte della tirannia

pervertire i costumi, doleasi che per questa via le antiche repubbliche

italiane «sobrie e pudiche», s'andassero precipitando nella tirannide; e

proclamava che buon governo e moralità vanno inseparabili.

Perciò, quando Lorenzo de' Medici lo chiamò al letto della sua agonia,

dicono che il frate gli ponesse come patto dell'assoluzione il

restituire a Firenze la proprietà migliore, la libertà.

Come altri pretesi redentori d'Italia, mirò con compiacenza l'invasione

di Carlo VIII, salutando i Francesi quai liberatori, e godette che per

opera loro fossero cacciati i tiranni di Firenze: ma quando essi

abusavano della vittoria, affacciossi a Carlo, e gli indirizzò quel che

più sgarba ai potenti, la verità; e perchè quel re s'inchinava a lui

davanti, e' gli mostrò un crocifisso dicendo: «Non venerare me, ma

questo, che ha fatto il cielo e la terra, ch'è re dei re, e manderà a

rovina te con tutto il tuo esercito se non desisti dalla crudeltà». Come

Carlo partì, fece stabilire a Firenze il regno di Cristo, cioè il

governo a popolo, e parve l'idolo della città, alla vigilia di divenirne

l'esecrazione.

Noi non abbiamo a qui discorrere de' suoi fatti politici e governativi,

benchè fossero tanta cagione delle sue ultime vicende. Solo diciamo come

le sue prediche fossero benedette di frutto stupendo; e per un momento

parve che la Firenze del Pulci, delle giostre, de' carri

carnascialeschi, fosse mutata in una città di santi. Dalle ville che

popolano il Val d'Arno e le pendici dell'Apennino, affluivano contadini;

e appena le porte si schiudessero, precipitavansi nella città, dove

trovavano accoglienza e nutrimento dalla eccitata carità. Giovani,

donne, fanciulli, vecchi, d'ogni classe, con giubilo devoto affollavansi

ad aspettare le prediche del frate, ognuno queto al suo posto, con un

lumicino per leggere l'uffizio o libri devoti; e non s'udiva uno zitto;

se non che a tempo a tempo alcuno sorgeva ad intonare una laude, alla

quale rispondeasi a vicenda: e le tre, le quattr'ore attendevano sinchè

il frate venisse a spargere la parola or minacciosa, or confortante.

Pareva proprio una primitiva Chiesa, dice un contemporaneo; dapertutto

un conversare pieno di carità, un guardarsi, incontrandosi, con letizia

inestimabile, fossero pure forestieri, bastando ch'erano figliuoli di

quel gran padre: per le vie e pel contado non più canzoni e vanità, ma

cantici spirituali, e per le strade vedeansi le madri andar recitando

l'uffizio co' figliuoli, a modo de' religiosi; alle mense, fatta la

benedizione, si leggeva qualche libro devoto; non si vendea più carne i

giorni proibiti: la sera i giovani accoglievansi al focolare paterno a

recitare il rosario; le donne ripresero la modestia nel vestire; sino i

fanciulli chiesero dal magistrato regolamenti per proteggere il buon

costume. Gli uomini viziosi s'asteneano, per paura d'essere additati dai

fanciulli, come le donne addobbate in foggie disoneste. Voleano

divertirsi? Adunavansi a brigatelle di venti o trenta, in qualche

deliziosa postura; e comunicatisi, consumavano la giornata cantando

salmi, o in pii sermoni, o recando in processione la Madonna e il

Bambino: e le domeniche, côlti rami d'ulivi, uscivano sui prati e

ripeteano laudi che il frate avea composte, adattandovi arie dedicate

già alla frivolezza e all'immoralità.

Più si abbondava nelle opere di carità; faceasi venire grano a sollievo

della carestia dominante; si eresse un monte di pietà per riparare alle

usure; moltiplicaronsi altri atti che attiravano lo scherno de'

gaudenti, i quali chiamavano costoro stroppiccioni, piagnoni, frati.

Al Savonarola doleva che la letteratura e le arti avessero preferito le

vie di Betsabea a quelle di Betlem; lo studio della natura e dell'antico

al sentimento intimo; e si ostentassero nudità fino sugli altari, come

ne' versi le divinità e i sensi pagani usurpavano il luogo a Cristo e

alla pensierosa severità, quasi volesse farsi rivivere ciò che è

defunto, e per sempre. Perocchè le belle arti, rinnovellatesi non a nome

dell'idea, ma della pratica e del bello plastico, si erano rivoltate

contro il medioevo a nome dell'antichità; prima vagheggiando i prestigi

classici, poi dimenticando la sostanza per la veste, e surrogando il

gusto all'entusiasmo. Il Savonarola cercò istituire scuole o

congregazioni, onde ricondurle nel santuario, dove erano sbocciate; e a

quell'anima entusiasta, sotto il bel cielo d'Italia, nella città altrice

delle arti, come dovea sorridere il pensiero di rigenerarle, e di

ricollocare la bellezza in grembo all'Eterno, dal quale essa deriva!

Molti artisti convertironsi a lui, non già per distruggere e abolire il

bello, come fecero i Protestanti, ma per consacrare il pennello, lo

scalpello, il bulino a soggetti edificanti.

Anzi il Savonarola osò per amore un fatto, che troppo fu ripetuto per

ira in altri paesi. I giovinetti, ch'egli educava nella pia austerità

mandò attorno per la città a farsi dare libri sconci o di sorte, laide

immagini, tessuti lascivi, canzoni amatorie, ritratti di bellezze

divulgate, e di tutte queste _vanità_[266] il giorno di berlingaccio del

1498 fu fatta una gran catasta in piazza e postovi fuoco a suon di

trombe e di canzoni. I savj secondo il secolo ne presero scandalo, e

dicevano sarebbonsi potute vendere, e col denaro fare limosina; «come

dissero già (riflette il Nardi) i mormoratori del prezioso unguento

sparso da quella devota donna sopra i piedi di Cristo; non considerando

che i filosofi pagani e gli ordinatori delle polizie, e Platone

specialmente, scacciavano tutte quelle cose che oggi sono vietate più

severamente dalla cristiana filosofia».

Del clero massimamente rimproverava frà Girolamo l'indegno vivere, e il

non credere che nel sacramento sia Cristo, cioè l'accostarvisi

indegnamente. «Fatti in qua, ribalda Chiesa, dice il Signore; io ti avea

dato le belle vestimenta, e tu ne hai fatto idolo: i vasi desti alla

superbia, i sacramenti alla simonia; nella lussuria sei fatta meretrice

sfacciata; tu sei peggio che bestia; tu sei un mostro abbominevole. Una

volta ti vergognavi de' tuoi peccati, ma ora non più. Una volta i

sacerdoti chiamavano nipoti i loro figliuoli; ora non più nipoti ma

figliuoli, figliuoli per tutto. Tu hai fatto un luogo pubblico, hai

edificato un postribolo per tutto. Che fa la meretrice? Ella siede in

sulla sedia di Salomone, e provoca ognuno; chi ha denari passa, e fa

quel che vuole; chi cerca il bene è scacciato via. O Signore, Signore,

non vogliono che si faccia il bene. E così, o meretrice Chiesa, tu hai

fatto vedere la tua bruttezza a tutto il mondo, e il tuo fetore è salito

al cielo. Tu hai moltiplicato le tue fornicazioni in Italia, in Francia,

in Ispagna, per tutto. Ecco che io stenderò le mie mani, dice il

Signore; io ne vengo a te, ribalda, scellerata: la mia spada sarà sopra

i tuoi figli, sopra il tuo postribolo, sopra le tue meretrici, sopra i

tuoi palazzi: e sarà conosciuta la mia giustizia. Il cielo, la terra,

gli angeli, i buoni, i cattivi ti accuseranno, e non vi sarà persona per

te, io ti darò in mano di chi ti odia»[267].

E altre volte: «Quand'io penso alla vita dei sacerdoti, mi bisogna

piangere. O fratelli e figliuoli miei, piangete sopra questi mali della

Chiesa, acciò il Signore chiami a penitenza i sacerdoti. La chierica

mantiene ogni scelleratezza. Comincia pure da Roma: e' si fanno beffe di

Cristo e dei santi: sono peggio che Turchi, peggio che bovi. Non

solamente non vogliono patire per Dio, ma vendono perfino i sacramenti.

Oggi vi sono sensali sopra i benefizj, e si vendono a chi più ne dà.

Credete che Dio voglia più sopportarlo? Guai, guai all'Italia e a Roma!

venite, venite, sacerdoti; venite, frati miei: vediamo se possiamo

resuscitare un poco l'amore di Dio»[268].

E vi applicava quel che Amos diceva contro i sacerdoti ebrei: «La nostra

Chiesa ha di fuori molte belle cerimonie in solennizzare gli ufficj

ecclesiastici, con belli paramenti, drappelloni e candellieri d'oro e

d'argento, e tanti bei calici che è una maestà. Tu vedi là quei prelati

con mitre d'oro e di gemme preziose in capo, con pastorali d'argento e

piviali di broccato, cantare bei vespri e messe, con tante cerimonie e

organi e cantori, che tu stai stupefatto; e pajonti costoro uomini di

grande gravità e santimonia, e non credi ch'e' possano errare, ma ciò

che dicono e fanno s'abbia a osservare come l'evangelo. Gli uomini si

pascono di queste frasche, e rallegransi in queste cerimonie, e dicono

che la Chiesa di Cristo Gesù non fiorì mai così bene, e che il culto

divino non fu mai sì bene esercitato quanto al presente, e un gran

prelato disse che la Chiesa non fu mai in tanto onore, nè i prelati in

tanta reputazione; e che i primi erano prelatuzzi, perchè umili e

poverelli, e non avevano tanti grassi vescovadi nè tante ricche badie,

come i nostri moderni. Erano prelatuzzi quanto alle cose temporali, ma

erano prelati grandi, cioè di gran virtù e santimonia, grande autorità e

reverenza ne' popoli, sì per la virtù, sì pei miracoli che facevano.

Oggidì i Cristiani che sono in questo tempio, non si gloriano se non di

frasche; in queste esultano, di queste fanno festa e tripudiano; ma

interverrà loro quello ch'io vidi, che il tetto rovinerà loro addosso,

cioè la gravità de' peccati delle persone ecclesiastiche e de' principi

secolari cadrà sul loro capo, e ammazzeralli tutti in sul bello della

festa, perchè si confidano troppo sotto questo tetto.

«I demonj ed i prelati grandi, perchè hanno paura che i popoli non

escano loro dalle mani e non si sottraggano dall'obbedienza, hanno fatto

come fanno i tiranni delle città: ammazzano tutti i buoni uomini che

temono Dio, o li confinano, o li abbassano che e' non hanno uffizj nella

città; e perchè non abbiano a pensare a qualche novità, introducono

nuove feste e nuovi spettacoli. Questo medesimo è intervenuto alla

Chiesa di Cristo: primo, essi hanno levato via i buoni uomini, i buoni

prelati e predicatori, e non vogliono che questi governino: secondo,

hanno rimosso tutte le buone leggi, tutte le buone consuetudini che avea

la Chiesa, nè vogliono pure ch'elle si nominino. Va, leggi il Decreto;

quanti belli statuti, quante belle ordinazioni circa l'onestà de'

cherici, circa le vergini sacre, circa il santo matrimonio, circa i re e

i principi come e' s'hanno a portare; circa l'obbedienza de' pastori;

va, leggi, e troverai che non s'osserva cosa che vi sia scritta; si può

abbruciare il Decreto, che gli è come se non ci fosse. Terzo, hanno

introdotto loro feste e solennità per guastare e mandare a terra le

solennità di Dio e de' santi.

«Se tu vai a questi prelati cerimoniosi, essi hanno le migliori paroline

che tu udissi mai; se ti conduoli con essoloro dello stato della Chiesa

presente, subito e' dicono: _Padre, voi dite il vero, non si può più

vivere se Dio non ci ripara_. Ma dentro poi hanno la malizia, e dicono:

_Facciamo le feste e le solennità di Dio feste e solennità del diavolo,

introduciamo queste coll'autorità nostra, col nostro esempio, acciocchè

cessino e manchino le feste di Dio, e sieno onorate le feste del

diavolo_. E dicono l'uno all'altro: _Che credi tu di questa nostra fede?

Che opinione n'hai tu?_ Risponde quell'altro: _Tu mi sembri un pazzo; è

un sogno, è cosa da femminucce e da frati. Hai tu mai visto miracoli?

Questi frati tutto il dì minacciano, e dicono, e' verrà, e' sarà; e

tutto il dì ci tolgono il capo con questo loro profetizzare. Vedi che

non sono venute le cose che predisse colui. Dio non manda più profeti, e

non parla con gli uomini; s'è dimenticato de' fatti nostri, e però gli è

meglio che la vada così, e che governiamo la Chiesa come abbiamo

cominciato_. Che fai tu dunque, Signore? Perchè dormi tu? Levati su,

vieni a liberare la Chiesa tua dalle mani dei diavoli, dalle mani de'

tiranni, dalle mani de' cattivi prelati; non vedi tu che la è piena

d'animali, piena di leoni, orsi e lupi, che l'hanno tutta guasta? Non

vedi tu la nostra tribolazione? Ti se' dimenticato della tua Chiesa, non

l'hai tu cara? ell'è pure la sposa tua! non la conosci tu? È quella

medesima, per la quale discendesti nel ventre di Maria; per la quale

patisti tanti obbrobrj; per la quale volesti versare il sangue in croce.

Vieni, e punisci questi cattivi, confondili, umiliali, acciocchè noi più

quietamente ti possiamo servire»[269].

Nè già disapprovava egli i possessi temporali degli ecclesiastici, ma il

tristo uso che faceano delle ricchezze[270]; e violento diveniva quando

toccasse i vizj di Roma, sicchè per verità poco divario corre fra quel

suo linguaggio e quel di Lutero; anzi, alcuni di coloro che guastano il

bene coll'esagerarlo, coniarono allora medaglie, ove a Roma vedeasi

soprastare una mano col pugnale e la legenda _Gladius Domini super

terram cito et velociter_[271].

Intanto coi libri de' letterati e colle corrispondenze dei mercanti di

Firenze divulgavasi il nome del Savonarola; «perfino d'Alemagna (diceva

esso) ci vengono lettere dei seguaci che va acquistando la _nuova_

dottrina». Riconosceva dunque egli stesso una nuova dottrina, la quale

porse titolo d'accusarlo al pontefice, ch'era Alessandro VI. Questi,

pauroso d'uno scisma, più volte l'ammonì, poi gli attaccò processo

d'eresia, e gli interdisse di predicare. Il Savonarola non pensava

staccarsi dalla Chiesa, e scrisse al papa: «La Santità Vostra si degni

indicarmi quale tra le cose che dissi e scrissi io deva ritrattare, e

subitissimo il farò». Non impugnava dunque l'autorità delle somme

chiavi, ma poichè allora le teneva un pontefice, che coi costumi proprj

e de' suoi deturpava una cattedra, onorata da tanti sapienti e tanti

virtuosi, il Savonarola sostenne fosse stato eletto iniquamente, e

braveggiò la scomunica, dicendo, che se ingiusta non obbliga[272], che

il papa potè essersi ingannato.

Scrisse ai principi, testificando «_in verbo Domini_, che questo

Alessandro non è papa, nè può esser ritenuto tale; imperciocchè,

lasciando da parte il suo scelleratissimo peccato della simonia, con cui

ha comperato la sedia papale, ed ogni dì a chi più ne ha vende i

benefizj ecclesiastici, e lasciando gli altri suoi manifesti vizj, io

affermo ch'egli non è cristiano, e non crede esservi alcun Dio», ed

esortava i principi a raccoglier il concilio in luogo _atto e libero_,

dov'egli tutto ciò proverebbe.

Alessandro VI volle ancora scorgervi piuttosto trascendenza di zelo che

vera malizia: e per lasciargli aperta la via al pentimento, non lo

dichiarò eretico, bensì _sospetto d'eresia_, e cercò che la Signoria lo

inducesse a chiedere l'assoluzione, la quale esso non gli negherebbe,

come in appresso gli renderebbe anche il predicare[273].

Ma frà Girolamo, fin nell'ultimo suo discorso esclamava: «Bisogna

rivolgersi a Cristo che è la causa prima, e dire: _Tu sei il mio

confessore, vescovo e papa: provvedi tu alla Chiesa che rovina_. — O

frate, tu debiliti la podestà ecclesiastica. — Questo non è vero: io mi

sono sempre sottoposto e mi sottopongo anche ora alla correzione della

romana Chiesa: non la debilito punto, anzi l'aumento. Ma io non voglio

stare sotto la potestà infernale; ed ogni potestà che va contro al bene

non è da Dio, ma dal diavolo».

E spesso ripeteva che un giorno _darebbe volta alla chiavetta_, e

griderebbe, _Lazare, veni foras_; accennando al concilio, a cui

s'appellava, e che non da lui solo, ma da molti era considerato come

unico rimedio ai disordini della Chiesa. E questo chiedere la riforma

per mezzo del concilio era tanto più comune dacchè in quel di Costanza

erasi stabilito di radunar la Chiesa ogni dieci anni. Nel processo del

Savonarola v'è l'esamina di un Giovanni Combi, che dice: «Sono giorni

circa quaranta, che, trovandomi a casa ozioso, mi venne in animo di

mandar allo imperatore il libro del _Trionfo della fede_ fatto da frà

Girolamo, avendo inteso ch'era bello libro, e mandavalo allo imperatore

come a uomo dotto e che si diletta di cose simili. E così feci una

lettera a S. M. nella quale narravo come il detto frà Girolamo era gran

profeta, e prediceva cose future, massime la conversione de' Turchi, la

ruina d'Italia e la renovazione della Chiesa. E che non era dubbio la

Chiesa stava male, come S. M. può ben sapere, e che a S. M. prefata

s'apparterrebbe remediare, come si faceva pei tempi passati, per mezzo

de' concilj. Di poi andai con tal mia lettera a San Marco, non per

trovare frà Girolamo, ma per fare scrivere tal mia lettera in latino: e

trovati frà Silvestro e Girolamo Benivieni, la lessi loro. Di poi la

lasciai a Girolamo Benivieni perchè la facesse latina; e lui così mi

promise di fare. Di poi a tre giorni andai a San Marco, e mi ha detto

che io facessi motto a frà Girolamo che mi voleva parlare. E così andai

a lui, ed inginocchiatomegli dinanzi, e' mi disse: «Io ho visto la bozza

della tua lettera allo imperatore: sia contento non l'avere per male».

Poi soggiunse: «La sta secondo il gusto mio e poco manca». E che voleva

aggiungere alcune parole, e darmi copia di una lettera che aveva scritto

al papa, perchè ve la inchiudessi. Ed io risposi essere contento a

tutto, ecc.».

Ma poichè il frate procedea più sempre fino a non voler riconoscere

altre autorità che di Dio e della propria coscienza, stimolato dalle

nimistà cittadine, dalla gelosia d'altri monaci, e massime di frà

Mariano da Genazzano, che in predica intitolava il Savonarola ebreone,

ribaldone, ladrone, il papa rinnovò la scomunica «perchè alle

apostoliche ammonizioni e comandamenti non ha obbedito», e vietava di

ajutarlo, frequentarlo e lodarlo «siccome scomunicato e sospetto

d'eresia».

I suoi discepoli, anche colla pruova del fuoco, si profersero a

sostenere contro frati Francescani[274], 1º che la Chiesa di Dio ha

bisogno d'esser rinnovata; 2º ch'essa verrà percossa; 3º dopo i flagelli

essa e Firenze saran rinnovate e prospere; 4º gl'infedeli si

convertiranno in Cristo; 5º queste cose si compiranno ai giorni nostri;

6º la scomunica contro frà Girolamo è nulla; 7º nè peccano quelli che

non ne tengono conto.

Deponiamo l'entusiasmo che simpaticamente è eccitato dagli entusiasti, e

viepiù dalla nobile e austera sembianza del Savonarola, e che cosa vi

vediamo in somma? Il frate sostenere che la giustizia è perita, e in

conseguenza restano esautorati il governo temporale e lo spirituale. Ma

con ciò egli ergeva se stesso in giudice di tutti: non sarebbe stata

giudice meglio competente la santa sede? No (egli risponde) perchè non è

più santa, mentre santi sono i Piagnoni, i quali induce ad astinenze, ad

austerità, a indietreggiare ai tempi di san Francesco e de'

Fraticelli[275].

Per dimostrare che la sua missione era superiore agli altri,

abbisognavano profezie e miracoli; or le profezie sue democratiche

fallirono; quanto ai miracoli, uno gliene chiedeva Carlo VIII[276] come

la gentuccia; esibitagli la pruova del fuoco, non potè cansarla, e non

gli riuscì; donde scredito, e quel facile mutare degli amori fanatici in

fanatiche esecrazioni.

La plebe, secondando i menapopolo, domanda una vittima; assale il

convento di San Marco, ferendo, uccidendo: arresta frà Girolamo; ed essa

che dianzi l'adorava, ora ebra di furore lo schiaffeggia, e sputacchia,

dicendo: «Profetizza chi ti ha percosso», e «Salvati con un

miracoluccio». E frà Girolamo se ne va, ripetendo ai suoi frati:

«Rammentatevi di non dubitare: l'opera del Signore andrà sempre innanzi,

e la mia morte non farà che accelerarla».

Esultarono i tristi preti del cessato attacco; esultarono i Compagnacci

che la voce di rimprovero fosse soffogata; esultarono i patrioti d'aver

tolto di mezzo il turbatore della pace pubblica; avversarj fatti giudici

lo esaminano, e perchè non trovano titolo a condannarlo, v'è chi

esclama: «Un frate più o meno, che cosa importa?» Stirato e squassato

alla fune, egli debole e affranto di corpo, confessa quel che vogliono,

essere stato eretico, aver negato Cristo, finto profezie e rivelazioni;

poi subito nega, e «Non ho mai detto di credermi ispirato; bensì di

appoggiarmi solo alle scritture sante. Non cupidità delle glorie del

mondo mi mosse, e desideravo che per opera mia si congregasse il

concilio, nel quale speravo fossero deposti molti prelati e il papa, e i

costumi si riformassero, a modello de' tempi apostolici. Circa alla

scomunica, benchè a molti paresse che la fosse nulla, niente di meno io

credevo ch'ella fosse vera, e la osservai un pezzo: ma poi parendomi che

l'opera mia andasse in rovina, presi partito di non la osservar più,

anzi manifestamente contraddirla e con ragioni e con fatti, per onore e

per riputazione».

Rimesso alla tortura, confessava di ricapo quel che volevano, e meritar

mille morti[277]. Ma interrogato se avesse voluto scinder la Chiesa di

Cristo: «Giammai! (rispondeva risolutamente) se pur non si voglia

intender d'alcune cerimonie, colle quali restrinsi la vita de' miei

frati. Vero è che non ebbi mai paura delle scomuniche».

Ma la sua morte era un sacrifizio domandato da quella tiranna che,

allora come adesso, s'intitolava opinion pubblica, e che dianzi ne

chiedea l'apoteosi: sempre vulgo. Quando se ne discuteva nella Pratica,

fra i minacciosi tremanti ardì alzarsi un Agnolo Pandolfini, e dire che

pareagli esorbitanza il porre a morte un uomo, di sì eccellenti qualità

che appena se ne vedeva uno in un secolo; e che potrebbe non solamente

rimettere la fede nel mondo quando fosse mancata, ma ancora le scienze.

Perciò proponeva di tenerlo prigione, e dargli modo di scrivere, acciò

il mondo non perdesse i frutti del suo ingegno.

La Pratica accolse male la proposta, e gli si objettò non era a fidarsi

nei magistrati futuri, che rinnovavansi ogni due mesi; talchè il frate

sarebbe potuto tornar libero, e metter la città di nuovo a soqquadro.

Nemico morto non fa più guerra: l'insegnò il Machiavello, e lo praticò

Saint-Just.

E morte gli decretarono i concittadini, e l'assentirono i commissarj

apostolici; e fu posto vivo sul rogo con due compagni, davanti al

Palazzo Vecchio, dove sta ancora la lapide col decreto, pel quale egli

avea fatto dichiarare unico re de' Fiorentini Gesù Cristo. Ai condannati

il papa avea mandata l'assoluzione, onde l'assistente disse: «Piacque a

sua santità liberarvi dalle pene del purgatorio, e concedervi

l'indulgenza plenaria dei vostri peccati. L'accettate voi?»

Tutti tre chinarono il capo, e dissero sì. Così ai 23 maggio 1498 moriva

frà Girolamo tra gl'insulti della plebe, che struggeasi di metter fuoco

alla pira, come un tempo di cogliere i fiori del rosajo ov'egli

predicava; tra gli osceni strappazzi del boja, che schiaffeggiandolo

attiravasi pubblici applausi: e la Signoria informava i principi «quei

tre frati aver avuto fine condegna alle loro pestifere sedizioni». Ma

che? Subito il Savonarola fu decorato del titolo di santo, di martire; i

tizzoni del suo rogo, qualche avanzo di ossa, le ceneri si conservarono,

e mostravansi a' suoi devoti, come adesso ai curiosi; e ad ogni

anniversario la gioventù ne espiava il supplizio con ispargere fiori sul

luogo ov'egli perì.

Il Savonarola fu eretico? I Protestanti lo dipinsero qual loro

precursore, e che avesse insegnato la giustificazione operarsi per la

fede senza bisogno d'opere, e l'uomo esser uno strumento passivo in mano

di Dio, il quale lo elegge e lo ripruova, senza ch'egli possa

contribuire alla propria salvezza. Ultimamente Meyer e Rudelbach[278]

con molta scienza ne scrissero gli atti in tale intento, ma con quel

sistema di modificazioni e reticenze, per cui fu facile allineare coi

Protestanti gl'ingegni più ortodossi. Perocchè analizzandone le opere,

le mutilano, le scontorcono così, da esprimere quel che essi

prestabilirono, e principalmente sopprimono quel che vi ripugna. Per un

esempio, delle tre prime parti del _Trionfo della Croce_, le dottrine

sono comuni ai Protestanti e a noi: onde il Rudelbach le divisa con

diligenza, industriandosi volta a volta di estrarne qualche senso

protestante. Ma trasvola al IV libro ove frà Girolamo tratta dei

sacramenti da perfetto cattolico. Il Meyer asserirà che il frate parla

ben poco della Beata Vergine, quasi mai del purgatorio: ma non tien

conto che in qualche luogo spinge il culto della madre di Dio fino ai

limiti della superstizione, e raccomanda ai fedeli di suffragare pei

defunti; e conchiude che «chi si parte dalla dottrina della Chiesa

romana, si parte da Cristo».

E in quel famoso mistico carro, del quale più fiate egli ragiona, figura

Cristo vittorioso, piagato, coi due Testamenti in una mano, nell'altra

la croce e i segni della passione; a' piedi il calice, l'ostia, i

simboli de' sacramenti; poi la Vergine Maria colle urne de' martiri; il

carro è tirato da apostoli, predicatori, profeti; è seguito dalla

moltitudine de' fedeli e de' martiri. E da quel carro dicea doversi

dedurre una nuova filosofia, i cui canoni supremi sono che Cristo è

stato crocifisso, adorato, e ha convertito il mondo; e la Vergine, i

martiri, la Santissima Trinità sono _adorati_ dai Cristiani. Nè di rado

il Savonarola ritorna sulla necessità delle opere, sul libero arbitrio,

sulla cooperazione dell'uomo alla Grazia; che se l'espressione non è

sempre esattissima come dopo le definizioni tridentine, abbastanza

rivela di pensar come la Chiesa cattolica; quantunque la Grazia diasi

gratuitamente, noi dobbiamo apparecchiarci a riceverla forzandoci di

credere, pregando, operando[279]. «Vuoi tu ricevere l'amor di Gesù

Cristo? fa di consentire alla divina chiamata; il Signore ti chiama, fa

tu pure qualche cosa»[280]. Aveva anzi in gioventù addottato questo

motto: «Tanto sa ciascuno quanto opera»: talmente era lontano dalla

passiva aspettazione della Grazia.

Ma nella meditazione sul _Miserere_ fatta in prigione, poneva: «Spererò

nel Signore, e presto sarò liberato da ogni tribolazione. E per quali

meriti? Pe' miei non già, ma per i tuoi, o Signore. Io non offerisco la

mia giustizia, ma cerco la tua misericordia. I Farisei si gloriarono

nella loro giustizia; onde non hanno quella di Dio, la quale si ha solo

per grazia; e nessuno sarà mai giusto innanzi a Dio, solo per aver fatto

le opere della legge.

«O cavaliere di Cristo: di che animo sei tu in queste battaglie? Hai tu

fede o no?

«Sì, la ho.

«Ben sappi che questa è una grande grazia di Dio, perchè la fede è suo

dono, e non per nostre opere: acciò nessuno si possa gloriare».

Queste parole parvero asserire la giustificazione indipendente dalle

opere; sicchè quell'opuscolo fu diffuso in Germania da Lutero nel 1523,

con una prefazione, ove dichiarava il Savonarola suo precursore,

«sebbene ai piedi di questo sant'uomo sia ancora attaccato del fango

teologico»[281], e aver lui sostenuto «la giustificazione per mezzo

della sola fede, e PERCIÒ venne bruciato dal papa»; e soggiungeva:

«Cristo lo canonizzò perchè non appoggiossi sui voti o sul cappuccio,

sulle messe o sulla regola, ma sulla meditazione del vangelo della pace;

e rivestito della corazza della giustizia, armato dello scudo della

fede, dell'elmo della salute, si arrolò non all'ordine de' Predicatori,

ma alla milizia della Chiesa cristiana».

Noi sappiamo che non dal papa fu bruciato, e non per questo motivo; ma

il libro stesso a cui Lutero s'appoggiava lo smentisce, poichè,

primamente, che la fede sia dono gratuito di Dio è sentenza comune di

tutti i teologi e del concilio di Trento: poi in esso libro il

Savonarola continua: «Chi addurrà un peccatore, sia pur grandissimo, il

quale, rivoltosi e convertitosi a Dio, non sia stato accetto e

giustificato?... Or non hai tu udito il Signore, che dice, _Qualunque

volta piangerà il peccatore, e si dorrà de' suoi peccati, io non mi

ricorderò delle sue iniquità?.._. Cadesti? lèvati, e la misericordia ti

riceverà. Rovinasti? grida, e la misericordia verrà».

Poi sollecitato dal carceriere a lasciargli qualche ricordo, frà

Girolamo sulla coperta di un libro scriveva una _Regola del ben vivere_,

più volte ristampata, ove dice: «Il ben vivere dipende tutto dalla

Grazia; onde bisogna SFORZARSI D'ACQUISTARLA, e quando s'è avuta,

d'accrescerla... Essa è certamente un dono gratuito di Dio; ma

l'esaminar i nostri peccati, il meditare sulla vanità delle cose

mondane, c'indirizza alla Grazia; la confessione e la comunione ci

dispongono a riceverla... Il perseverare nelle buone opere, nella

confessione[282], e in tutto quello che ci ha avvicinato alla Grazia è

il vero e sicuro modo d'accrescerla».

Il Savonarola era piuttosto un mistico; e a indicarlo tale, se non

bastassero alcuni passi da noi addotti, ben altri potrebbero adunarsi, e

per darne uno, quello ove definisce, «L'amore di Gesù Cristo è quel vivo

affetto, per cui il fedele desidera che la sua anima diventi quasi parte

di quella di Cristo, e che la vita del Signore si riproduca in lui, non

per esterna imitazione, ma per interna e divina ispirazione.

Vorrebb'egli che la dottrina di Gesù Cristo fosse in lui cosa viva,

patir il suo martirio, salir con lui misticamente sulla croce. Amore

onnipotente, che non può aversi senza la Grazia, perchè eleva l'uomo

sopra se stesso, e la creatura finita congiunge al Creatore

infinito»[283].

Ne' processi nega d'essersi spacciato mai come ispirato; pur realmente

davasene l'aria, forse come artifizio a cattivar una plebe, che vuol

sempre essere illusa[284]. Una volta salì in pulpito, ed: «Ho a

rivelarvi un secreto celeste, che ancora non ho voluto manifestare ad

alcuno, perchè non ne ero finora ben certo. Voi conoscete tutti il conte

Pico della Mirandola, morto testè. Dicovi che l'anima sua, per le

orazioni de' nostri frati, ed anche per alcune sue buone opere che fece

in questa vita, e per altre orazioni, è nel purgatorio. _Orate pro eo_».

Di tratti consimili è sparsa la sua vita, e ne' discorsi accenna spesso

a rivelazioni speciali, o ad interpretazioni nuove di passi scritturali.

Uom di fede, di superstizione, di genio, abbondò di carità; credette

all'ispirazione personale, all'opposto di Lutero che tutto affidavasi al

raziocinio; e argomenti in favore e contro di lui possono raccogliersi

nelle sue opere, dal cui complesso risulta come abbia cercato l'armonia

della ragione colla fede, della religione cattolica colle franchigie

politiche.

In ogni modo non impugnò l'autorità della Santa Sede, benchè reluttasse

a colui che egli credeva tenerla illegittimamente, e contro di questo

invocasse il concilio che doveva riformar la Chiesa legittimamente: la

superbia degli applausi, il puntiglio delle contraddizioni lo fecero

trascendere, ma operava con coscienza pura, senza ambizioni personali:

non cercò propagar le sue persuasioni colla forza, sibbene coll'esempio,

cioè credeva alla potenza del vero. E diceva: «Entrai nel chiostro per

imparar a patire, e quando i patimenti vennero a visitarmi, gli ho

studiati, ed essi m'insegnarono ad amar sempre, a sempre perdonare». Ma

interposto Iddio fra il pensier suo e la sua persona, sottomise la

prudenza umana all'ispirazione; credette guidar il popolo per mezzo

della passione e delle grida di piazza, e a queste soccombette, come

sempre avviene. Eretico non è se non chi si ostina in un'opinione

contraria ad un punto di fede definito. La sua fama restò bilanciata tra

il cielo e l'inferno, ma la sua fine fu deplorata da tutti, e forse

primi quelli che l'aveano provocata. In Santa Maria Novella e in San

Marco è dipinto in figura di santo, e da Raffaello nelle logge vaticane

fra i dottori della Chiesa; ritratti e medaglie sue si tennero e

venerarono, non solo fra que' pii che in Firenze continuarono ad opporsi

alla depravazione e alla servitù che ne deriva, ma anche da gran santi.

Nel 1548, il severo Ambrogio Catarino stampò a Venezia un _Discorso

contro la dottrina e le profezie di frà Girolamo Savonarola_, dedicato

al cardinale Del Monte, dove ne raduna molte proposizioni, che crede

repugnanti al dogma cattolico: ma «dichiara di oppugnar in questa opera

non il Savonarola, giudicato piuttosto degno di compassione che di

vituperio, bensì la dottrina e gli errori di lui, che ancora viveano

nella riputazione di coloro che, non senza scandalo e pericolo delle

loro anime, a lui prestarono fede».

Forse in conseguenza di tale denunzia quegli insegnamenti furono presi

in esame sotto Paolo IV, e quando la commissione ne leggeva dinanzi a

questo alcuni brani, egli esclamava: «Ma questo è Martin Lutero! cotesta

è dottrina pestifera»; maturato però l'esame, non furono che _sospese_

quindici prediche e il dialogo della _Verità profetica_: il padre

Paolino Bernardini lucchese, fondatore della congregazione di Santa

Caterina da Siena, compose _Narrazione e discorso circa la

contraddizione grande fatta contro le opere del r. p. frà Girolamo_,

sostenendo che la dottrina di esso «non poteva esser dichiarata nè

eretica, nè scismatica, nemmanco erronea e scandalosa», e nell'indice

del Concilio di Trento que' libri figurano solo _donec emendati

prodeant_, cioè come intaccati solo d'errori accidentali. Dicevasi che

Clemente VIII, nel 1598, avesse fatto voto, se riusciva ad acquistare

Ferrara, santificare il Savonarola. Serafino Razzi, domenicano

fiorentino, infervorato di frà Girolamo, v'esortò più volte il papa,

scrisse anche una vita del frate, poi vedendo menarsi la cosa in lungo,

comperò un asinello, e settuagenario com'era, l'anno santo recossi a

Roma. Ma il papa «temendo dei tanti contraddittori», non volle tampoco

vederlo, nè gli permise di stampare quella vita; e invano i Domenicani

aveano preparato un'uffiziatura propria del Savonarola[285]. Se il

filosofico Naudet lo intitolava Ario e Maometto moderno, il devoto padre

Touron lo intitolava inviato da Dio; san Filippo Neri e santa Caterina

de' Ricci lo veneravano per beato, e Benedetto XIV lo disse degno di

santificazione. Al raccogliere de' conti fu un credente del medioevo,

non un ragionatore del cinquecento: un'elegia del passato, piuttosto che

una tromba dell'avvenire; ma quanto al voler associare la morale colla

politica, vivono oggi ancora discepoli suoi, e combattono buona guerra.

Nessuno dei seguaci di frà Girolamo figurò fra i discepoli di Lutero, nè

fra i traditori della patria libertà: Michelangelo, che edificava

bastioni per la patria e il maggior tempio del Cristianesimo, l'ebbe

sempre in venerazione; il Machiavello, che non s'avventurava ad opinioni

contrarie alle correnti, dapprincipio ammirò il Savonarola; lo prese in

beffe allorchè ebbe spiegata intera quella sua politica senza Dio, senza

providenza, senza moralità; un'innata malvagità senza peccato originale

e senza redentore; e la speranza del rigeneramento d'Italia volle non

solo senza la Chiesa, ma a dispetto della Chiesa: insomma il preciso

contrario del Savonarola.

Gli eretici d'Italia, vol. I · 第 37 / 82 题