SCANDALI NELLA CHIESA. RIMPROVERI FATTILE E TOLLERATI.

Chi non ravvisa in tutto ciò come il mondo civile s'innovasse? Pensieri

elevati, bisogni meglio che materiali attestano come vi fosse tutt'altro

che torpore e negligenza nella società d'allora; nè supina indifferenza

pei diritti e i doveri, quale vorrebbero farci credere coloro, che dalla

patria di Hutten e di Goetz von Berlichingen giudicano quella di Ficino

e Pico, di Savonarola e Machiavello.

I re si venivano assodando coll'abbattere la feudalità; e le plebi

restringeansi ai troni come ad asilo di ordine e di giustizia, come

rimedio alle ineguaglianze oppressive ed offensive; la monarchia, benchè

non avesse ancora schiacciato l'aristocrazia e la democrazia, crescea le

ingerenze sue fin sulle cose ecclesiastiche: tra i varj governi s'erano

stabilite relazioni più intime e frequenti, donde una specie di politica

generale. Pertanto scemava il bisogno di domandare agli ecclesiastici

regole per gli atti, protezione per gli interessi; il risorto diritto

romano facea vagheggiare il coordinato accentramento degli antichi, in

luogo delle istituzioni paterne, delle franchigie locali, e della

personale indipendenza, introdotte dai Germani. La repressione della

feudalità chiamava un maggior numero a partecipare ai diritti

universali. Sopravviveva però lo spirito delle antiche repubbliche,

concitato anzi dal resistere a coloro che le spegnevano; lo slancio

cavalleresco non era ammortito dalla fredda ragione: metteasi passione

nell'erudizione come nella filosofia, calore e amore nella luce. Rotti i

ceppi del medioevo, non ancora assunti quelli delle convenienze, l'uomo

seguiva gli istinti, la fantasia, la coscienza, virtuoso o ribaldo ma

francamente, senza nè insuperbirne, nè vergognarne; donde una originale

varietà di atti come di componimenti; epicureismo sfacciato a fianco

d'una devozione fin mistica; serenità delle arti in mezzo alla

devastazione di eserciti brutali, che strappavano alla patria nostra

l'indipendenza; violazioni d'ogni diritto, e pregiudizj inumani e

servili, mentre grandeggiava la giurisprudenza, e poneansi i fondamenti

al diritto pubblico.

Nobili intelligenze elevavansi, guidate dalla critica a riprovare la

filosofia scolastica, l'architettura gotica, il latino chiesastico, la

servile riverenza all'autorità, richiamando ai modelli classici nella

letteratura e nelle arti, ai sommi filosofi, all'esame, all'esperienza;

ma con un'esuberanza di forze, un entusiastico trasmodare, una

indipendenza arrischiata, un'imitazione imprudente, un fervore pel

bello, separato dal buono. E a vero dire, la riforma protestante, se si

consideri come un ritorno verso l'antichità, era cominciata dai nostri

umanisti: perocchè anch'essi voleano annichilare quattordici secoli di

progresso, non per tornare ai primordj della Chiesa come poi Lutero, ma

per riaccreditare la civiltà pagana, sovvertita dal cristianesimo: non

già solo per distruggere come esso Lutero, ma per ripristinare gli

ordinamenti antichi, e far che la materia rivalesse ancora sopra la

morale. Come i re aveano trovato la polvere e i cannoni, così il popolo

avea trovato la stampa: e Roma la accolse, la favorì, non avendo paura

di nessun progresso: i primi libri si pubblicarono in badie, e dedicati

a papi, che li proteggeano a diffondere non solo la verità, ma anche la

civiltà pagana, e che presto doveano divenire i maggiori propagatori

della tentazione protestante. Ma quando annunziavasi che il mondo non

consisteva nelle sole tre parti antiche; che in America si trovava una

differente vita animale e vegetale, e uomini e civiltà d'altra specie;

che la terra gira e il sole sta; che ne' libri talmudici e nella cabala

era riposta profonda scienza; che l'India possedeva una lingua, madre

delle altre; che il Turco non era più barbaro dell'Ungherese; poteva la

mente tenersi queta e soddisfatta ne' canoni che avea sin là venerati

tacendo? Non doveano colle nuove idee destarsi bisogni nuovi e lo

spirito d'esame?

Non va mai senza inconvenienti un improvviso effondersi di cognizioni.

Stampa, scoperte di paesi nuovi e di codici antichi, secolo d'oro della

letteratura, aumento di comodità e dilicature, fomentavano la vita

sensuale, e per ricolpo le declamazioni contro il rilassato rigore

cristiano ed ecclesiastico.

Per verità a sì grandi mutazioni bisognerebbe si trovassero pari coloro

che guidano il mondo. I principi pretesero farlo col rendersi forti,

accentrarsi ne' proprj possessi, ritrarre allo Stato le prerogative, in

prima sparpagliate fra i possessori del suolo. La Chiesa videsi

costretta fare altrettanto, e poichè principalmente l'esiglio avignonese

(dov'era parso che il pontificato suddito comunicasse la sua servitù a

tutto il mondo, come altre volte ne tutelava le libertà) avea mostrato

l'indipendenza temporale essere necessaria garanzia della spirituale,

dovette essa pure assettarsi a guisa di principato, fino a negligere

quella che è essenza sua, la virtù, e il continuo migliorare di atti

nella persistenza delle dottrine.

Molti dell'alto clero, assorti in cure secolaresche, investiti

feudalmente di obblighi militari e fors'anche di diritti osceni[241], a

nulla pensavano meno che ad istruirsi in quella fede, che per ufficio

avrebbero dovuto tenere immacolata e diffondere. Fra le guerre

incessanti del medioevo, ad alcune chiese non provedeano quelli a cui

spettava canonicamente di eleggere i successori: onde i prelati, affine

di non lasciarle scoperte, le _raccomandavano_ a qualche prete; oppure

esse medesime, per sottrarsi a prepotenze, raccomandavansi a qualche

signore. I protettori ne vollero un compenso: e fossero laici o prelati,

teneansi parte della rendita, mentre del resto investivano amici o

parenti. L'abuso dapprima fu corretto con editti; ma come è trista

natura dell'uomo il facilmente abituarsi alle ingiustizie, i pontefici

stessi conferirono commende, anche a vita, e concedendo gl'interi frutti

al commendatario come al titolare; e mentre prima raccomandavasi la tal

chiesa acciocchè _intanto_ fosse governata, dappoi si disse: «Ti

raccomandiamo la tal chiesa acciocchè tu possa con maggior decenza

sostentarti». E poichè costoro erano instituiti dal pontefice, i vescovi

locali non potevano frammettersi al governo che facessero di quella

chiesa i commendatori, che vedendovi unicamente una fonte di guadagno,

trascuravano e le anime e le temporalità[242].

Alcun vescovo rinunziava alla sede, riservandosi la collazione de'

benefizj e certe propine; altri a denaro faceansi destinare de'

coadjutori, ch'era uno spediente per trasmettere il vescovado ai così

detti nipoti; fin arcidiocesi importantissime lasciavansi quasi retaggio

a famiglie principesche, come la milanese agli Estensi; poco importando

se l'investito fosse illetterato o fanciullo. Filippo, figliuolo del

duca Lodovico di Savoja, da bimbo era vescovo di Ginevra, e fatto

maggiore, depose l'abito clericale; come fece più tardi Emanuele

Filiberto, eletto cardinale di due anni. Giovan Giorgio Paleologo

vescovo di Casale, nel 1518 depose la tonaca, e menò moglie, e così nel

1515 Ranuzio Farnese, vescovo di Montefiascone a nove anni: a quindici

nel 1520 Giovan Filippo di Giolea era vescovo di Tarantasia.

Ne derivò l'ubiquità, cioè di poter godere i frutti delle prebende

dovunque si dimorasse, talchè uno poteva essere cardinale d'una chiesa

di Roma, vescovo di Cipro, arcivescovo di Glocester, primate di Reims,

priore di Polonia, e intanto alla Corte del cristianissimo trattava

forse gli affari dell'imperatore. Giovanni de' Medici, che fu poi Leone

X, appena adolescente si trovava canonico delle cattedrali di Firenze,

di Fiesole, d'Arezzo; rettore di Carmignano, di Giogoli, di San

Casciano, di San Giovanni in Valdarno, di San Pier di Casale, di San

Marcellino di Cacchiano; priore di Montevarchi, cantore di sant'Antonio

di Firenze, prevosto di Prato, abbate di Monte Cassino, di San Giovanni

di Passignano, di Miransù in Valdarno, di Santa Maria di Morimondo, di

San Martino, di Fontedolce, di San Salvatore, di Vajano, di San

Bartolomeo d'Anghiari, di San Lorenzo di Coltibuono, di Santa Maria di

Montepiano, di San Giuliano di Tours, di San Giusto e di San Clemente di

Volterra, di Santo Stefano di Bologna, di San Michele d'Arezzo, di

Chiaravalle presso Milano, del Pin nel Poitou, della Chaise-Dieu

presso Clermont. Il cardinale Innocente Cibo suo nipote tenne

contemporaneamente otto vescovadi, quattro arcivescovadi, le legazioni

di Romagna e di Bologna, le abbazie di san Vittore a Marsiglia e di san

Ovano a Rouen. Il cardinale Ippolito d'Este, a sette anni era primate

d'Ungheria, poi vescovo di Modena, Novara, Narbona, arcivescovo di Capua

e di Milano, la qual ultima dignità rinunziò a un nipote di dieci anni

riservandosene l'entrata: e questo nipote fu pure vescovo di Ferrara,

amministratore dei vescovadi di Narbona, di Lione, d'Orleans, di Autun,

di Morienne, a tacere un'infinità di badie. Il patriarcato d'Aquileja

stette ne' Grimani dal 1457 al 1593: il vescovado di Vercelli da forse

un secolo poteva dirsi ereditario nelle famiglie Rovere e Ferreria;

Giuliano Della Rovere, divenendo papa, ne investì il cardinale Ferrerio,

benchè già tenesse la sede di Bologna, e molte ricche badie. Al concilio

tridentino il vescovo di Pamplona manifestò che, quand'egli salì a

questa sede, da ottant'anni non vi risiedeva alcun vescovo, perchè erano

cardinali.

Adunque i signori nella vigna di Cristo trovavano desiderabilissimi

appanaggi ai loro cadetti; la curia romana, che male si confonde colla

Chiesa, ne faceva pingui ricompense a' suoi devoti, conferendole meno

per merito di scienza ed esemplarità, che per servigi resi in curia, o

ancora peggio per raccomandazioni di principi; con molteplici serie di

promozioni mirava a lucrare dalla vacanza e dalle collazioni de'

benefizj, e moltiplicare le tasse di cancelleria. I vescovi, educati nel

fasto spensierato anzichè a studj teologici, puntigliosi sul decoro

della famiglia ed emuli del lusso fraterno, amanti del ben vivere più

che del vivere bene, per trescare nelle Corti, o sollecitare posti a

Roma, abbandonavano le diocesi a vicarj spirituali, e per economia

preferivano sceglierli tra' frati mendicanti, i quali non esigevano

mercede. I cardinali, dice il piissimo Bellarmino, non divenivano santi

perchè aspiravano a divenire santissimi: le chiavi di san Pietro erano

desiderate, non perchè aprono il cielo, ma perchè erano d'oro[243].

Gli inferiori sogliono foggiarsi sull'esempio dei capi. Recitavasi la

messa con indifferenza meccanica, per abitudine, non altrimenti d'un

rito qualunque, senza spirito nè unzione, senza conoscere come

storicamente le sue cerimonie s'annettano a quelle della primitiva

Chiesa. Molti possedeano il titolo di dottori in teologia, ma non la

teologia; e come adesso non si leggono più libri serj e profondi, ma

enciclopedie e giornali e compendj, così allora, invece dei Padri e

della Scrittura, si stava alle _Somme_, ai _Fiori_, ai _Manuali_.

Innocenzo VIII dovette rinnovare la costituzione di Pio II, che ai preti

vietava di tenere macello, albergo, bettola, casa di giuoco, postribolo,

o di fare da mediatori per denaro; e se _dopo tre ammonizioni_

persistessero, non godrebbero più l'esenzione del fôro[244]. Silingardo

vescovo di Modena, dirigendo la sua _Somma di teologia morale_ al

cardinale Morene, diceva avere «nella visita di quella diocesi trovata

tanta ignoranza della lingua latina nella maggiore parte de' sacerdoti

curati, accompagnata da così poca pratica della cura delle anime, che

verisimilmente si può temere una gran ruina e precipizio del gregge». I

tre stati di Savoja, raccolti a Ciamberì nel febbrajo 1528, faceano

istanza a quel duca perchè fossero frenati e moderati gli ecclesiastici,

che trascendono in abiti e pompe mondane, ed esercitano l'usura con gran

danno del popolo minuto, e che godono pingui benefizj senza adempirne

gli obblighi di limosine e messe[245]. Insomma il sacerdozio

consideravasi come uno stato, non una vocazione; le penitenze, lo

studio, il predicare rimanevano incombenza de' frati.

Ma in questi pure appariva come sia pessima la corruzione dell'ottimo.

Commendate le badie ad uno che mai non le vedeva, o vi compariva con

treno secolaresco di cani, donne, cortigiani per raccorvi i frutti e far

caccia nelle selve, chi più curava la disciplina de' monaci? E qual

meraviglia se i conventi, già centri all'attività del pensiero, delle

arti, della devozione, intepidivano nella rilassatezza dell'opulenza, o

gareggiavano solo nella profana gelosia d'un Ordine coll'altro?

Mentre nell'Aretino e pari suoi si perdonava non solo ma si applaudiva

la scostumatezza, la perfezione a cui devono aspirare i monaci rendeva

rigorosi verso di loro; che d'altra parte obbligati per professione a

sopportare e umiliarsi, non davano timore di ripicchio. Eccoli pertanto

bersaglio alle leggerezze e alle arguzie. Lelio Capilupo di Mantova,

famoso pei lubrici centoni, ne fece uno _inimitabile_ contro i monaci,

ch'è inserito in fine del _Regnum papisticum_ di Naogeorgus. Chi non

conosce i nostri novellieri?

Non è men vero che i monaci venivano rimproverati anche dagli austeri;

se non che questi il facevano con carità, con esagerazione i depravati:

questi pel maligno gusto di rivelare spettacoli stomacanti, quelli collo

scopo di rimediarvi. Ambrogio abate generale de' Camaldolesi, dotto e

pio, adoprato da Eugenio IV nelle controversie e nella carità, nel 1431

e 1432 visitando i varj conventi d'Italia trovò disordini, ch'egli, nel

suo _Hodœporicon_, per prudenza dinota con voci greche; monache ch'erano

vere εταιριδα; altrove _omnes ferme_ πορνας ειναι; un'abadessa gli

confessò τεκνον ποιησαι: d'un'altra un prete geloso pubblicò lettere

oscene. Noi ci siamo tanto compiaciuti in lodare i frati, che non saremo

imputati di malevolenza se deploriamo con pari franchezza che le

istituzioni umane, al par che le verità, si disgradano quando sieno

esposte al vento e alla pioggia del mondo. Chi ignora con qual buon

senso stizzoso san Girolamo rivelasse i disordini de' monaci fin dal suo

tempo? Vedemmo come, a riformarli, s'istituissero gli Ordini mendicanti,

ma la costoro degenerazione fu tanto prossima all'istituzione, che san

Bonaventura, generale de' Francescani, già nel 1257 querelavasi co'

provinciali e guardiani, perchè, sotto veste di carità, i fratelli

s'impacciassero d'affari pubblici e privati, di testamenti, di segreti

domestici; sprezzando il lavoro, cadono nell'infingardaggine; e mentre

pregano a ginocchi e meditano nelle celle, sbadigliano, dormono, si

danno a vanità, o dai libri che composero traggono un orgoglio, qual non

prenderebbero col tessere stuoje o fiscelle come i primi romiti;

vagando, riescono d'aggravio agli ospiti o di scandalo; per rifarsi

della stanchezza mangiano e dormono oltre il prefisso; scompigliano le

regole del vivere; domandano con tale importunità da farsi schivare come

ladri. E segue a dire che la vastità dei conventi incomoda gli amici, ed

espone a sinistri giudizj; ai parroci spiacciono perchè si danno attorno

a funerali e a testamenti. Così un loro amorevole; che non doveano dirne

Pier delle Vigne e Mattia Paris loro avversissimi?

L'Ordine francescano nel secolo XIV avea già dato cinque papi,

quarantatrè cardinali, più di cento canonizzati. Venerandoli per

santità, disinteresse, acume, le città chiamavano que' frati a compor

litigi, ad amministrare finanze, a riformare statuti; i papi li

deputavano a dilicate missioni, perchè nè costavano spesa, nè

accampavano pretensioni; il Sant'Uffizio li riduceva a una specie di

magistrati criminali, con bidelli, famigli armati, carceri e imperio

sovra il magistrato secolare; essi che erano stati istituiti a profonda

umiltà, a povertà assoluta. Allorquando nel 1457 se ne celebrò il

_capitolo generalissimo_ in San Francesco di Milano, con indulgenza pari

a quella di Santa Maria degli Angeli d'Assisi, immenso numero ne

concorse, pel cui sostentamento si raccolsero meglio di diecimila scudi

di limosine: il duca Francesco Sforza prodigò ad essi trattamento e

onorificenze, e sedette al loro pranzo frugale, mentre centomila curiosi

affluirono a vederli.

Ricchi di privilegi, tra cui invidiatissimo quello di confessare, e

predicare dovunque si trovassero, e farsi cedere il pulpito da ogni

curato, ne ottenner di nuovi da Sisto IV, epilogati nella famosa Bolla

dell'agosto 1474, fratescamente qualificata _mare magnum_, che

minacciava sino di destituzione i parroci che non obbedissero ad essi. I

vantaggi che traevano dall'opinione di santità tornarono a danno di

questa; e resi mondani, con mille brighe cercavano le dignità; e (dice

il cardinale Caraffa) «si veniva ad omicidj non solo con veneno, ma

apertamente col coltello e colla spada, per non dire con schioppetti».

Le gravissime controversie tra i più o meno rigidi Osservanti, procedute

fino all'eresia de' Fraticelli, da molti papi si tentò invano toglierle

di mezzo, finchè Leone X nel 1517 gli obbligò ad eleggere un solo

generale, nè portar altro titolo che di Minori Osservanti.

Che dirò delle smancerie usate per sostenere un santo speciale, una

speciale divozione, ciascun Ordine, ciascun villaggio, ciascuna chiesa?

Ne' panegirici si trascendea fino alle assurdità, per dabbenaggine più

che per frode moltiplicando i miracoli, le grazie, le reliquie, e

attirando al santo prediletto un culto vulgare, che rasentava

all'idolatria. Il fervore, non sempre disinteressato, per certe

devozioni nuove, come il rosario de' Domenicani e lo scapolare dei

Carmeliti, faceva proclamarle quale espiazione sufficiente a tutti i

peccati, che perdevano l'orrore quando annunziavasi così facile il

redimerli, e ne veniva presunzione a chi le osservasse, e confidenza

d'una buona morte dopo vita ribalda.

Altri frati, che s'occupavano nel trascrivere libri, si trovarono

ridotti all'ozio dalla stampa. Non che cessare, cresceva il mal vezzo di

gettarsi a quistioni di poca arte e molti cavilli, a dubbj curiosi e

controversie puntigliose, facendo schermaglia di sillogismi, surrogando

le sottigliezze scolastiche al vangelo, e alla logica attribuendo i

diritti della ragione, come oggi all'audacia: aggiugnendovi un ingombro

di indigeste autorità.

Se la beatissima vergine fu concepita anch'essa nel peccato originale;

se i Monti di pietà sono un'istituzione opportuna, o un'usura riprovata

dal vangelo, furono causa di lunghi abbaruffamenti fra Domenicani e

Francescani. Jacopo delle Marche minorita, predicando a Brescia nel

1462, affermò che il sangue, da Gesù Cristo versato nella sua passione,

era separato dalla divinità, e perciò non gli si doveva l'adorazione. Se

ne levò tanto rumore, che Pio II volle fosse messo in disputa alla sua

presenza da famosi teologi; i quali si bilanciarono in modo, che esso

papa non potè se non imporre silenzio su tal quistione[246].

Al concilio di Basilea fu condannata un'opera teologica di Agostino

Favaroni da Roma, composta di tre trattati; uno del sagramento

dell'unità di Cristo, e della Chiesa; l'altro di Cristo e del suo

principato; l'altro della carità e dell'amore infinito di Cristo verso

gli eletti; dove si trovavano proposizioni ereticali: per esempio, che

Cristo pecca ne' suoi membri, cioè nei fedeli; che la natura umana in

Gesù Cristo è veramente Cristo. L'autore le spiegava in senso cattolico,

e si sottopose al giudizio della Chiesa.

Sul pulpito la più parte non recavano studj profondi e dogmatica

precisione, ma zelo e modi popoleschi, con improvida applicazione alle

evenienze giornaliere. Di quegli aridi tessuti di scolastica e di

morale, rinzeppati di brani e brandelli d'autori sacri e profani, con

dipinture ridicole o misticismo trasmodato, non ci spiegheremmo i grandi

effetti che la storia ci ricorda, se non attribuendoli al gesto, alla

voce, allo spettacolo, e più alla persuasione della santità. E non il

talento, bensì la fede e l'amore fanno i grandi predicatori, quali

furono Bernardino da Siena, Michele da Carcano, Alberto da Sarzana ed

altri, famosi per conversioni e per pacificamenti. Una novità aveva

cercato introdurre Ambrogio Spiera, trevisano, servita e famoso teologo,

i cui sermoni, stampati nel 1476, poi nel 1510, sono piuttosto trattati

teologici, divisi in varie conclusioni, dove raccoglie tutto quanto in

proposito dissero le sante scritture, i Padri ed altri dottori. Così

evitava le opinioni particolari, ma quell'aridità sconveniva

all'eloquenza del pulpito.

Mescolando sacro e profano, serio e burlesco, col nuovo, col bizzarro,

col sorprendente attiravasi l'attenzione, ponendo i mezzi sopra lo

scopo. Paolo Attavanti ogni tratto cita Dante e Petrarca, e se ne gloria

nella prefazione. Mariano da Genazzano, levato a cielo da Pico della

Mirandola e dal Poliziano, «predicava attraendo con l'eloquenza sua

molto popolo, perciocchè a sua posta aveva le lagrime, le quali

cadendogli dagli occhi per il viso, le raccoglieva talvolta e gittavale

al popolo»[247].

Non è raro il trovare una pietà sincera e un'ingenuità profonda

associate senza gusto col buffo e col teatrale; e a riso anzichè a

compunzione eccitano i sermoni di Roberto Caracciolo da Lecce, dai

contemporanei supremato nell'eloquenza. Sale in pergamo a predicare la

crociata? traendosi la tonaca, rivelasi in abito da generale, come

pronto a guidare egli stesso l'impresa. Un'altra volta esclama:

«Dicetemi, dicetemi un poco, o signori; donde nascono tante e diverse

infermitadi in gli corpi umani, gotte, doglie di fianchi, febre,

catarri? Non d'altro se non da troppo cibo ed essere molto delicato. Tu

hai pane, vino, carne, pesce, e non te basta; ma cerchi a toi conviti

vino bianco, vino negro, malvagìe, vino de tiro, rosto, lesso, zeladia,

fritto, frittole, capari, mandorle, fichi, uva passa, confetione, et

empi questo tuo sacco di fecce. Émpite, sgónfiate, allargate la

bottonatura, et dopo el mangiare va, et bòttati a dormire come un

porco»[248]. E a costui fioccavano e brevi in lode, et onorevoli

commissioni, e mitre, e titolo di nuovo san Paolo.

Giacomo, arcivescovo di Téramo, poi di Firenze, fra varie opere, scrisse

una specie di romanzo col titolo _Consolatio peccatorum_ o _Belial_,

dove immagina che i demonj, indispettiti del trionfo di Cristo sopra

Lucifero, eleggano procuratore Belial per chiedere giustizia a Dio

contro le usurpazioni di Cristo; Dio commette la decisione a Salomone; e

Cristo citato, manda per rappresentante Mosè, il quale adduce a

testimonj giurati Abramo, Isacco, Giacobbe, Davide, Virgilio, Ippocrate,

Aristotele, il Battista. Belial li scarta tutti, eccetto l'ultimo,

sostiene la sua causa con finezza diabolica, pure la decisione esce a

lui contraria. Si appella, e Dio demanda la causa a Giuseppe; se non che

Belial preferisce comprometterla in arbitri; e sono Aristotele ed Isaia

per Mosè, per Belial Augusto e Geremia. I testi più venerabili sono

stiracchiati beffardamente; e dopo tutti i garbugli della

giurisprudenza, ove Belial imbarazza sovente Mosè men versato ne'

cavilli, gli arbitri danno di quelle vaghe decisioni, che lasciano ad

ambe le parti cantare trionfo.

_Nescit prædicare qui nescit barlettare_, dicevasi in onore di Gabriele

Barletta, i cui discorsi ebbero moltissime edizioni nel secolo di Leon

X[249], e pajono burlette. Per Pasqua racconta che molte persone

offrironsi a Cristo onde annunziare la sua risurrezione alla madre: egli

non volle Adamo, perchè, goloso dei pomi, non si indugiasse per istrada;

non Abele, perchè andando non fosse ucciso da Caino; non Noè, perchè

correvole al vino; non il Battista pel suo vestire troppo distinto; non

il buon ladrone, perchè aveva rotte le gambe; bensì donne per la

popolosa loquacità. Ma ben doveva esser applaudito quando, blandendo un

sentimento troppo vulgare, predicava: «O voi, donne di questi signori e

usuraj, se si mettessero le vostre vestimenta sotto il pressojo, ne

scolerebbe il sangue de' poveri».

Sempre poi conchiudevasi coll'accattare: e uno diceva: «Voi mi chiedete,

fratelli carissimi, come si vada in paradiso. Le campane del monastero

ve l'insegnano col loro suono: dan-do, dan-do, dan-do».

Il vizio non era nuovo, che già avea tonato l'Alighieri:

Ora si va con motti e con iscede

A predicare; e pur che ben si rida,

Gonfia il cappuccio, e più non si richiede.

I quali versi commentando, Benvenuto da Imola adduce alquante

scempiaggini di Andrea vescovo di Firenze, che mostrava dal pulpito un

granello di seme, poi si traeva di sotto la tonaca una grossissima rapa,

e diceva: «Ecco quanto è mirabile la potenza di Dio, che da sì picciol

grano trae sì gran frutto». Poi: _O domini et dominæ, sit vobis

raccomandata monna Tessa cognata mea, quæ vadit Romam; nam in veritate,

si fuit per tempus ullum satis vaga et placibilis, nunc est bene

emendata; ideo vadit ad indulgentiam_[250].

A dir vero, questi modi, se men dignitosi, erano più efficaci che non le

esanimi generalità, le perifrasi schizzinose, e i consigli senza

coraggio dei secoli d'oro. Ma se a persone semplici e credenti recavano

edificazione, se doveva poi con sciagurata efficacia imitarli Lutero,

nel nascere della critica e della negazione davano appiglio ad accuse,

alla loro volta esagerate. Della tecnica compagine stomacavansi gli

schizzinosi letterati, e il Bembo, chiesto perchè non andasse a predica,

rispose: «Che ci ho a veder io? Mai altro non s'ode che garrire il

dottore Sottile contro il dottore Angelico, poi venirsene Aristotele per

terzo e terminare la quistione proposta»[251].

E l'erudito Bracciolini fa dire da Cincio in un suo dialogo: «Parmi che

tanto frà Bernardino da Siena, come altri troppi vadano errati per

istudio di brillare più che di giovare; non vôlti a curar le infermità

dell'animo delle quali si annunziano medici, quanto a ottenere gli

applausi del vulgo, trattano qualche volta recondite e ardue materie,

riprendono i vizj in modo che pare gl'insegnino, e per desiderio di

piacere trascurano il vero scopo di loro missione, quello di render

migliori gli uomini».

Alcuni non mancavano di merito letterario, quali frà Cavalca, il

Passavanti, frà Giordano di Rivalta. Come quest'ultimo distinguesse le

devozioni dagli abusi, giova mostrarlo a coloro, che in que' tempi e in

que' frati non ritrovano che superstizione: «Viene (diceva egli) viene

l'uomo, ed andrà a santo Jacopo in pellegrinaggio, ed anzi ch'egli sia

là, cadrà in un peccato mortale, e forse in due, e talora in tre, e

forse più. Or che pellegrinaggio è questo, o stolti? Che rileva questa

andata? Dovete sapere che, chi vuole ricevere le indulgenzie, conviene

che ci vada puro, come s'egli andasse a ricevere il corpo di Cristo. Or

chi le riceve così puramente? E però le genti ne sono ingannate. Di

queste andate e di questi pellegrinaggi io non ne consiglio persona,

perch'io ci trovo più danno che pro. Vanno le genti qua e là, e credonsi

pigliare Iddio per li piedi: siete ingannati, non è questa la via;

meglio è raccoglierti un poco in te medesimo e pensare del Creatore, o

piangere i peccati tuoi o la miseria del prossimo, che tutte le andate

che tu fai».

Parole altrettanto libere aveva proferite l'anno innanzi in Santa Maria

Novella a Firenze. «Molti si credono fare grandi opere a Dio; tra noi ce

ne facciamo grandi beffe. Verrà una femmina, e porrà sull'altare una

gugliata di refe e tre fave, e parralle avere fatto un grande fatto: or

ecco opera. Simigliantemente de' pellegrinaggi. Oh come pare grande

opera questa, e di gran fatica cotal viaggio! E vanterassi, e dirà: _tre

volte sono ito a Roma due volte ito a santo Jacopo, e cotanti viaggi ho

fatto_. E se vedesse in Roma le femmine a girar cinque volte e sei

all'altare, e' par loro avere fatto un grande deposito, e rimproveranlo

a Dio, come quel Fariseo che dicea, _Io digiuno due dì della settimana_,

or ecco grande fatto! e mangi, il dì che tu digiuni, una volta, e quella

mangi bene e bello. Questo andare ne' viaggi io l'ho per niente, e poche

persone ne consiglierei, e radissime volte; chè l'uomo cade molte volte

in peccato, ed hacci molti pericoli; trovano molti scandoli nella via, e

non hanno pazienza; e tra loro molte volte si tenzonano e adirano, e con

l'oste e co' compagni; e talora fanno micidio ed inganni e fornicazioni;

e caggiono in peccato mortale»[252].

Altri, massime dopo il Savonarola[253], stuzzicava l'attenzione col

mescere ai discorsi allusioni di politica; chi predicando pei Guelfi,

chi pei Ghibellini, chi pei Medici o per lo Sforza; talora erompendo in

aperti attacchi contro principi non solo, ma contro prelati e papi.

Non rimestiamo più a lungo questo fango senza ricordare come la

discordanza della teorica dalla pratica sia cosa umana, generale, e che

non si tratta di riformare il precetto, bensì di cercarne l'adempimento.

Infatti, se gli scandali erano vecchi, vecchio era pure il

disapprovarli; anzi è degna di nota la franchezza con cui, da per tutto

ma viepiù in Italia, si censuravano gli abusi degli ecclesiastici. Dante

rimproverò i pontefici con una franchezza, che parve ereticale ai nostri

secoli, adulatori de' principi e del vulgo. Francesco Petrarca ne'

sonetti invocò «fiamma del cielo sulle treccie dell'avara Babilonia,

scuola d'errori, tempio d'eresia», e peggio nelle lettere; eppure egli

viveva alla Corte pontifizia, e in lui come in Dante i rimbrotti

venivano da riverenza e dal desiderio di correzione.

Dopo di loro, sminuendosi le idee repubblicane e popolari col crescere

delle principesche, la letteratura credette far pompa di non pericolosa

libertà col volgere le spalle al dogma, invece di esso cantando armi ed

amori. Allora allo sdegno di zelo e di ragione di Dante contro i vizj

nella Chiesa, Giovanni Boccaccio sostituì lo scherno plateale e

l'epigramma delle società gaudenti; ridendo fra i disastri dell'umanità,

e dei mali della patria consolandosi coll'egoismo, fa cominciare in

chiesa l'osceno suo Decamerone, dove i vizj e i disordini de' monasteri

sono il tema prediletto; e papi, santi, devozioni, misteri vi vengono

trascinati, non per correggere il male, ma per celiarne. Che se in frà

Cipolla non fa che canzonare gli spacciatori di reliquie, e in ser

Ciappelletto le bugiarde conversioni, precipita affatto al razionalismo

nella famosa storiella dell'anello, certamente d'origine musulmana e

dalla scuola d'Averroè.

Gli altri novellieri, imitandolo, affastellarono arguzie ed avventure a

carico dei monaci, e nessuno peggio del Novellino di Masuccio

salernitano. Del quale ci viene specialmente al balzo la novella X, il

cui argomento è, «Come un vecchio penitenziere, non in villa o in luogo

rustico, che l'ignoranza il potesse in parte iscusare, ma nell'alma

città di Roma e nel mezzo di San Pietro, per somma cattività e malizia

vendea a chi comperare il volea come cosa propria il paradiso, sì come

da persona degna di fede mi è stato per verissimo raccontato».

Non osando avventarsi contro l'impero e contro i tiranni, la satira si

trastullò dunque contro la lassa disciplina. Il Poggio, che fu

segretario di tre papi, descrivendo in lettera a Leonardo Bruno il

supplizio di Giovanni Huss e Girolamo da Praga, li compassiona inveendo

contro Roma: nelle invereconde sue _Facezie_, raccolta degli aneddoti

che correano per le anticamere della cancelleria romana, insieme col

vulgo e cogli aristocratici, cogli eruditi e coi parlatori, berteggia

insolentemente gli ecclesiastici e la Corte pontifizia: eppure si

stamparono in Roma stessa il 1469. Battista Spagnuoli, dalla patria

detto il Mantovano, dettò satire virulente contro il clero. Giovian

Pontano satirico, che aveva sempre un calcio pei vinti, pronto a

carezzarli quando tornassero vincitori, spesso bersaglia gli

ecclesiastici, e nel dialogo _Caronte_ introduce vescovi, cardinali,

monaci a far confessioni spudorate. Antonio Vinciguerra, segretario

della repubblica fiorentina, verseggiò contro i peccati capitali che

infestavano la Chiesa e l'Italia.

Leonardo Aretino (_Libellum contra hypocritas_) dice ai frati: «Tra i

vostri grandi e deformi vizj, primeggiano l'orgoglio, l'avarizia,

l'ambizione. Volete ricoprirli colle lunghe cappe e coi cappucci; perciò

avviluppate i corpi onde asconder l'orgoglio sotto l'abito dimesso,

l'avarizia e l'ambizione sotto apparenza di povertà..... Ma se

desiderate esser persone dabbene, quali vorreste sembrare, bisognerebbe

cacciar i vizj dalle anime vostre, e non asconderli sotto le

tonache..... A tali ostentazioni io non credo; io non credo neppur a te,

o ipocrita, perchè sospetto che sotto quei panni s'asconda qualcosa. Chi

potesse guardarvi per entro, vedrebbe una cloaca di vizj turpi, e il

lupo rapace sotto le vestimenta d'agnello. E come l'esca serve a

pigliare i pesci, così le tonache grossolane coprono le vostre malvagità

per ingannare gli uomini. A questo travestimento è congiunta la

emaciazione del volto e lo sbattimento, che son pure grandi stromenti

d'ostentazione e di ciurmeria. Ipocrito, perchè sì tristo? che vuol dire

cotesto collo torto? che cotesti occhi abbassati, coteste finte di

integrità e di innocenza? Potete tenervi dal ridere quando vedete un

altro dello stesso mestiere?»

Questi libri erano lo stillato delle conversazioni: e piaggiavano

l'opinione pubblica, come suol chiamarsi l'opinione vulgare; ma quello

scandolezzarsi della costumatezza del clero sa di strano in iscritti

d'un libertinaggio perfin teorico, che rivelavano una depravatezza ben

più profonda nella società laica. Non erano dunque frutti d'una

filosofia indipendente: seguitavasi l'istinto, non la riflessione; lo

scetticismo usufruttavasi, non per iscassinare la fede, ma per

solleticare l'arte, la quale gavazzava in licenza sfrenata, eppure

arrestavasi davanti all'albero proibito, senza formolare veruna dottrina

eterodossa; indipendenti nell'oggetto, sommettevansi cattolicamente

nello spirito; e nessuno metteva in discussione seria, cogli altri nè

con se stesso, quei punti che sono il mistero della società, della

credenza, della vita.

Vanno dunque a gran pezza dal vero quelli che raccolsero tali satire o

declamazioni per designare de' precursori alla protesta religiosa.

Abbastanza ci fu veduto come tutte le eresie, dal mille in poi,

chiedessero la riforma, ben prima che si passasse dalle sètte entusiaste

alla forma sintetica e scientifica del protestantismo. E sempre piissimi

uomini e vescovi in prediche e in pastorali gemevano de' traviamenti

curiali ed ecclesiastici, e reclamavano un rimedio. Già al suo tempo san

Bernardo esclamava: «Chi mi darà che, avanti morire, io possa vedere la

Chiesa di Dio qual era ne' primi giorni?» Eppure con forza ineluttabile

si oppose ad Abelardo e ad Arnaldo, appena li vide intaccare la Chiesa.

Crebbe tale libertà nel grande scisma, allorchè non ben determinavasi

qual fosse la Chiesa vera, e Clemengis faceva a Gerson una pittura

orribile della Corte di Roma, da pura e santa mutata in bottega

d'ambizione e rapina, dove tutto si vende, dispense, ordini, sacerdozio,

peccati, sacramenti, messe; per denaro si elevano al sacerdozio

imbecilli che neppure sanno quel che leggono e cantano. Evvi un

fannullone, inetto al lavorare? Si fa ecclesiastico per vivere in

voluttuoso ozio. Talmente è convenuto che dai preti non si osserva la

castità, che i laici non vogliono un curato se non ha la concubina, per

così garantire il letto maritale[254].

Ed Enea Silvio Piccolomini, che poi fu papa: «La corte di Roma non dà

nulla senza denaro: vi si vende fin la imposizione delle mani e i doni

dello Spirito Santo; non vi si dà perdonanza de' peccati che a quelli

che han denaro»[255].

Nella città, ove tante radici mise poi l'eresia, Caterina da Siena

scriveva al suo confessore: «Il nostro dolce Cristo in terra crede, e

così pare nel cospetto di Dio, sarebbero a levare via due cose

singolari, per le quali la sposa di Cristo si guasta. L'una si è la

troppa tenerezza e sollecitudine di parenti; l'altra si è la troppa

misericordia. Oimè, oimè! questa è la cagione che i membri diventano

putridi pel non correggere. E singolarmente ha per male Cristo tre

perversi vizj, cioè la immondizia, l'avarizia e la superbia, la quale

regna nella sposa di Cristo, cioè ne' prelati, che non attendono ad

altro che a delizie, e stati, e grandissime ricchezze. Veggono i demonj

infernali portare le anime de' sudditi loro, e non se ne curano, perchè

son fatti lupi, e rivenditori della divina grazia. Quand'io vi dissi che

v'affaticaste nella Chiesa santa, non intesi solamente delle fatiche che

voi pigliate sopra le cose temporali; ma principalmente vi dovete

affaticare insiememente col padre santo, e fare ciò che voi potete in

trarre li lupi e li demonj incarnati dei pastori, che a veruna cosa

attendono se non in mangiare, e in belli palazzi, e in grossi cavalli.

Oimè, che quello che acquistò Cristo in sul legno della Croce, si spende

con le meretrici. Pregovi, se ne doveste morire, che voi ne diciate al

padre santo che ponga rimedio a tante iniquitadi. E quando verrà il

tempo di fare li pastori e' cardinali, che non si facciano per lusinghe,

nè per denari, nè per simonia; ma pregatelo quanto potete, che egli

attenda e miri se trova la virtù e la buona e santa fama nell'uomo, e

non miri più a gentile che a mercenario, perocchè la virtù è quella cosa

che fa l'uomo gentile e piacevole».

Brigida, nobile svedese, che reduce da Terrasanta, morì a Roma il 1373,

ebbe e scrisse rivelazioni, riprovate dall'insigne Gerson, approvate dal

cardinale Torquemada, e tradotte in tutte le lingue; fu canonizzata da

Bonifazio IX; eppure si era avventata gagliardissima contro la Corte

pontifizia sino a dire, «Il papa è l'assassino delle anime; disperde e

strazia il gregge di Cristo; più crudele che Giuda, più ingiusto che

Pilato, più abbominevole che gli Ebrei, peggiore dello stesso Lucifero.

Convertì i dieci comandamenti in un solo, _portate denaro_. Roma è un

baratto d'inferno, e il diavolo vi presiede, e vende il bene che Cristo

acquistò colla sua passione, onde passa in proverbio:

_Curia romana non petit ovem sine lana;_

_Dantes exaudit, non dantibus ostia claudit;_

invece di convocare tutti, dicendo, _Venite e troverete il riposo delle

anime_, il papa esclama: _Venite alla mia Corte, vedetemi nella mia

magnificenza maggiore di Salomone; venite, vuotate le vostre borse, e

troverete la perdita delle vostre anime_». Revelatio S. Brigitæ, l. 1,

c. 41, ed. Romæ 1628.

Ben però discernete come questi zelanti non risparmiassero l'individuo,

foss'anche il papa, perchè anelavano la purezza della Chiesa; anzi

l'affiggere ciascun fatto particolare ai depositarj dell'autorità

spogliava questa dalla scoria, lasciando intatta la persona morale.

Imitavano Cristo, che aveva insegnato a rispettare la cattedra di Mosè

malgrado le cattive opere degli Scribi e Farisei, sedutisi in quella:

mentre da poi detestaronsi i dottori, e per essi anche la dottrina che

insegnavano, e l'autorità che teneano da Dio d'insegnarla.

Il cardinale Giuliano rappresentava ad Eugenio IV i disordini del clero,

principalmente tedesco; donde l'odio che il popolo gli portava, fino a

temere che i laici gli s'avventino al modo degli Ussiti: «Gli accorti

tengono l'occhio a quel che faremo, e pare deva nascerne qualcosa di

tragico: il veleno che nutrono contro noi si manifesta: bentosto

crederanno fare opera accetta a Dio maltrattando e spogliando gli

ecclesiastici, come esosi a Dio e agli uomini; la poca devozione che

ancora sopravvive verso l'ordine sacro si perderà: si riverserà la colpa

di tutti questi sconci sopra la Corte romana, considerandola come causa

di tutti mali».

Gian Francesco Pico, principe della Mirandola, noto per la tragica sua

fine (1533), scrisse un opuscolo[256], che i riformati ristamparono a

Würtenberg nel 1521 per fare onta al papa, e per noverar fra i loro

precursori quel principe, di cui ristamparono pure l'orazione _De

reformandis moribus_, che egli recitò nel concilio lateranense, dove

pone al pallio l'ambizione, l'avarizia, la scostumatezza del clero. E la

recitava in un concilio, e la dedicava a Leone X, al quale pure dedicò

quattro libri dell'Amor Divino; e tutto è pietà nel suo _De morte

Christi, et de studio divinæ et humanæ philosophiæ_ (1497); e nella

dedica che Aldo pose all'opera di lui _De immaginatione_, accenna a

commenti de' Salmi, che aveva lasciati incompiuti, e che si allestivano

per la stampa: come ha pure tre inni eroici alla Trinità, a Cristo, alla

Beata Vergine.

Lorenzo Valla, uno de' più battaglieri fra quegli eruditi che nel secolo

XV empivano di risse la repubblica letteraria, nella prima giovinezza

avendo invano domandato di succedere a suo zio come segretario

apostolico, si vendicò con epigrammi contro la Corte romana: scrisse

_del Piacere_ anteponendo Epicuro allo stoicismo, contraddicendo a

Boezio, come fece pure in un dialogo _De libero arbitrio_[257]; giostrò

poi contro gli Aristotelici nelle _Disputazioni dialettiche_; nelle

_Eleganze della lingua latina_ mostrò molte improprietà nella traduzione

vulgata della Bibbia e ne' padri della Chiesa. Francamente esercitò

costui la critica con annotazioni al _Nuovo Testamento_, ponendo la

vulgata in paragone coll'originale[258]; dimostrò spuria la lettera di

Cristo al re Abgaro; falsa la donazione di Costantino a papa

Silvestro[259]; nè che gli apostoli componessero ciascuno uno degli

articoli del _credo_, e la dissertazione terminava esortando principi e

popoli a frenare l'indebito imperio del papa, e avvertirlo che

spontaneamente si tenga in porto, e rimanga soltanto vicario di Cristo.

«O romani pontefici, esempio d'ogni ribalderia agli altri pontefici; o

malvagi Scribi e Farisei che sedete sulla cattedra di Mosè, e fate

l'opera di Natan e Abiron, si conviene egli al vicario di Cristo celesta

pompa, e il vestire e le cavalcate? Non s'oda _partito della Chiesa, la

Chiesa guerreggia contro i Perugini, contro Bologna_. Non è la Chiesa

che combatte i Cristiani, ma il papa. Allora il papa si dirà e sarà

padre santo, padre di tutti, padre della Chiesa: nè ecciterà guerra fra'

Cristiani, anzi le eccitate da altri accheterà colla censura apostolica

e colla maestà del papato».

I declamatori, e massime gli odierni, ammirano il _gran coraggio_ del

Valla, ma noi diremmo piuttosto la _violenza_, con cui satireggia

prelati e papi e grandi che gli tardassero qualche favore. Nel dialogo

dell'avarizia e della lussuria flagella i cattivi predicatori, e

specialmente i Minori Osservanti, e in quello sull'ipocrisia tutti i

frati, e il clero in generale: eppure accusato al Sant'Uffizio, andò a

Roma a giustificarsi, e ad Eugenio IV scrisse bassamente, confessando

aver ingiuriato lui e il concilio: e se da questo non ottenne grazia, il

nuovo papa Nicolò V lo accolse come scrittore apostolico, gli diede

incarichi letterarj, benchè il Poggio, altro critico maligno, dal Valla

provocato, cavasse da' costui scritti una sequela di proposizioni

ereticali: Calisto III lo elevò anzi a segretario apostolico, e morto

tranquillamente nel 1465 fu sepolto nella basilica lateranense. Il suo

libro fu poi messo all'Indice dal concilio di Trento.

Tutto ciò pruova, non che si inclinasse già alla negazione protestante,

bensì che si confessavano gli abusi, e che senza pericolo li

denunciavano quelli che riferivansi alla forma, non mai alla sostanza.

E vaglia il vero, quando un potere non è contestato, e agli occhi di

tutti serba il carattere sacro, si può giudicarlo severamente eppur

riverirlo, nè reca scandalo il biasimo che sia portato sugli abusi non

sull'essenza, e al quale non affigge concetto distruttivo nè chi lo fa,

nè chi lo riceve. Ben altrimenti di quando, mancato il rispetto

irriflessivo, si sottilizza il raziocinio, e s'insinuano non solo il

dubbio erudito o la incredula beffa, ma la risoluta negazione.

Gli eretici d'Italia, vol. I · 第 34 / 82 题