DISCORSO VIII.

L'ESIGLIO D'AVIGNONE. IL GRANDE SCISMA. CONCILJ DI COSTANZA, DI BASILEA,

DI FIRENZE.

Intanto nell'esiglio avignonese i papi succedevansi, sempre col

proposito di ritornare all'antica sede, ma sempre permanendone lontani.

Avignone, città libera del contado di Provenza, che poi fu comperata dal

papa, era preferita dai cardinali, perchè non si trovavano a fronte

d'una plebe riottosa come la romana, nè di tracotanti baroni: adagiatisi

colà come in domicilio stabile, ornarono di palazzi suntuosi la piccola

città, e al papa persuadevano dover lui preferire la Francia, centro

dell'Europa, meglio governata e quieta che l'Italia, più santa di Roma

perchè religiosissima la chiamava già Cesare, e i Druidi vi esistevano

prima del cristianesimo. Ma la prolungata assenza disgustava

gl'Italiani, soliti a bersagliare i papi finchè li possedono, ribramarli

appena perduti. E tanto più che, cessando i vantaggi, non cessavano gli

sconci; e i papi continuavano guerre per sottomettere popoletti riottosi

o signorotti ribellanti. Mentre le spese della Corte aumentavano, le

rendite d'Italia andavano facilmente distratte: i regni stranieri

ricusavano pagare i censi che sarebbero caduti a vantaggio della

Francia; sicchè la curia per ripiegare si riservava benefizj e annate,

moltiplicava commende e aspettative, e gli altri artifizj di fare

denaro. La cattolicità poi non riguardava come abbastanza tutelata la

necessaria indipendenza del suo Capo, dacchè esso viveva in una città,

libera sì, ma chiusa fra dominj altrui.

Roma principalmente non sapea darsi pace di tale vedovanza; sossoprata a

vicenda da una plebe irrequieta e da una faziosa feudalità, più non

aveva amministrazione, non giustizia; i palagi cadeano in ruina; le

chiese deserte si sfasciavano; il culto isquallidiva. I Romani volgean

dunque la memoria e il desiderio alle antiche magnificenze, e Cola di

Rienzo, fattosi tribuno del popolo, si propose di richiamare i papi a

Roma, e ripor questa a capo del mondo civile. Sono note le scene sue,

tra fiere e buffe; ripetute poi tante volte e in sì varj toni, che non

si osa nè riderne, nè vituperarle. Fatto è che, elevato un momento

dall'aura popolare, e con altrettanta prestezza abbandonatone (1347),

dopo repressi i nobili, citati i re e fino l'imperatore a venire a

ricevere i decreti del popolo romano, a stento fuggì a cercare ricovero

tra i Fraticelli di Monte Majella.

Il papa, rintegrata la sua autorità, mandò il cardinale Egidio Albornos

spagnuolo (1353) per «ispegnere l'eresia, reprimere la licenza,

procurare la salute delle anime, e rintegrare l'autorità della Chiesa

colla pace e colla guerra». In fatti egli si sottopose i varj Comuni, in

ciascuno de' quali avea fatto nido un tirannello; e raccolti a Roma i

deputati di tutti essi Comuni (1357), d'accordo con loro dettò una

costituzione.

Il dominio temporale non ha che vedere colla fede, e in conseguenza non

è soggetto di eresia, e noi già indicammo come avesse un'origine più

antica e più popolare di qualunque altro, e qual concetto se ne portasse

allora. Qui però ci cade di osservare come i papi, conforme alle idee

del medioevo, tanto diverse dall'assolutismo dello Stato, introdotto dai

moderni, esercitassero il dominio in unione col popolo, cioè colla

repubblica romana. Allorchè essi stettero lontani, questa prevalse a tal

segno, che Cola citava l'imperatore e gli elettori di Germania a

giustificare i loro titoli davanti al popolo romano.

Fu il cardinale Egidio Albornos che tolse a stabilirvi una vera

sovranità, a quel modo che allora diveniva generale: distrusse i

signorotti, recuperò le città, ben liete d'obbedire al pontefice

piuttosto che a tirannelli; e colle _Constitutiones Ægidianæ_ garantiva

molti privilegi, pure procurando, massime nella Marca d'Ancona,

assicurare il libero esercizio della sovranità mediante l'unità delle

provincie. Quelle costituzioni rimasero il vero diritto pubblico della

Romagna, furono stampate nel 1472, e dipoi con aggiunte varie: la Santa

Sede, uniformandosi alle idee principesche le quali andavano prevalendo,

s'ingegnava d'ampliare le sue prerogative, mentre le provincie

attenevansi gelose ai proprj statuti: sicchè la sovranità pontifizia

rimaneva piuttosto nominale al modo antico, anzichè dispotica.

Così s'andò fino alla rivoluzione del 1797, che spossessò i papi; poi la

restaurazione del 1814 li ripristinò. Gli avversarj del dominio

temporale si sforzano di provare che questo dominio esercitavano essi

sempre in dipendenza della supremazia imperiale. Rinneghiamo tutta la

storia, e concediamo ai realisti questo fatto. Ma il sacro romano impero

nel 1804 era cessato, e tutte le dominazioni da quello dipendenti

restavano dichiarate di piena autorità; ne' congressi del 1815 si

convenne che ogni signoria mediata cessasse, e la sovranità fosse piena

in ciascuno e indipendente. Anche i papi dunque rimanevano padroni

assoluti del loro Stato, a fronte ai re. A fronte ai popoli avrebbero

dovuto osservare i privilegi, che loro aveano conceduti e mantenuti da

antico. Ma questi erano stati cancellati dalle illimitate signorie degli

usurpatori, che avevano avvezzati all'incondizionato despotismo. I

restauratori poi non voleano, e massime in Italia, che esistessero

costituzioni e diritti scritti di popoli: nemici alla storia, come

chiunque vuole tiranneggiare. Imposero dunque al papa di farsi re

assoluto, come essi erano, e fu allora che il cardinale Consalvi, non

abborrente dalle idee nuove, fece dettare dal papa il _motu proprio_,

che sistemava l'amministrazione pubblica con aspetto di legge generale,

invece delle antiche molteplici e parziali; dal centro doveano partire

le nomine de' magistrati, gli editti, le leggi finanziarie; solo delle

moderne avanie non si volle imporre la coscrizione, che pure è

indispensabile per sostenere le altre.

Novissimo dunque era l'assolutismo in terra di papa, e quando Pio IX

iniziava e benediva il moto italiano, nella costituzione 14 marzo 1848

protestò di non fare che «riprodurre alcune istituzioni antiche, le

quali furono lungamente lo specchio della sapienza degli augusti nostri

predecessori»; e che «ebbero in antico i nostri Comuni il privilegio di

governarsi ciascuno con leggi scelte da loro medesimi, sotto la sanzione

sovrana».

Ecco una delle mille prove che la libertà è antica, e nuovo il

despotismo; se non che, perduto ogni senso morale e politico, oggi si

applica all'uno il nome dell'altra.

Quest'esiglio d'Avignone viene allegato, nelle odierne controversie, per

indicare la possibilità di assidere il papa altrove che a Roma. Chi ciò

desidera, non potrebbe scegliere nella storia esempio più sfavorevole,

tutti essendo d'accordo nel deplorare quell'età, e mostrar che i papi

non devono essere cittadini di paese altrui. Inoltre si avverta che il

papa era sempre il vescovo di Roma, non mai il vescovo d'Avignone o di

Peniscola, e teneasi fuori della sua sede per circostanze sciagurate.

Già sant'Ireneo diceva che «la Chiesa di Roma ha un primato, pel quale

tutte le altre devono accordarsi con essa nella fede». Talchè, anche

data al problema l'unica soluzione possibile, l'espulsione forzata del

papa da Roma, neppure d'un passo s'avanzerebbe la soluzione.

Ma tenendoci ai tempi di quell'esiglio, Roma altalenò sempre fra insania

demagogica e oligarchica arroganza, or ribelle al pontefice per

bizzarria, or sottomessagli per paura. Le baruffe invelenivano ancora

più dacchè i papi, non risentendone gl'incomodi, poco curavano sopirle.

I papi stessi sentivansi fuori di posto in una terra dove vestivano

aspetto d'un esule ricoverato, piuttosto che di sovrano dei re; e dove

prelati quasi tutti francesi davano alla Corte un'aria nazionale, ben

diversa da quella cosmopolitica che soleva in Roma. Più volte dunque

proposero di ritornare, ma o nol fecero, o per breve, e solo dopo

settantun anno e tre mesi la santa sede fu restituita di Francia in

Italia.

Queste miserie diedero nuova scossa alla maestosa unità cattolica,

preponderante nel medioevo. Se gl'Italiani favorivano alla Santa Sede

pel vantaggio che ne traeva il loro paese, eransene intepiditi dacchè

quella esulava; e gli stranieri trovavano più oneroso questo migrare di

tanto loro denaro a paese che non era considerato seconda patria di

tutti come Roma. I vescovi dall'assenza del papa pigliavano esempio per

allontanarsi dalle loro diocesi. La contesa coi frati Minori aveva resa

ostile alla Santa Sede la milizia sua più devota; e al vedere condannate

persone pie, cui sola colpa dicevasi l'eccesso della povertà, si

richiamavano le declamazioni d'Arnaldo di Brescia contro i possessi

ecclesiastici e la corruttela derivatane. Le nazioni eransi formate

attorno ai vescovi, donde l'assoluto potere ecclesiastico, come di padre

sopra i figliuoli. Costituitesi, ingrandite, vollero svilupparsi dalle

fasce della Chiesa per vivere di vita propria, compresero che il

temporale potea sussistere disgiunto dallo spirituale: onde alla società

senza limite di spazio surrogavano società parziali e distinte,

all'andamento generale le particolari destinazioni.

I tentativi di Bonifazio VIII per rintegrare la supremazia richiamando

in vigore le precedenti decisioni canoniche, destarono ne' principi

quella gelosia, che proviene mentosto da usurpazioni reali che da

temute. Alle immunità attribuite ai beni ed alle persone degli

ecclesiastici, i Comuni più non aveano rispetto, e proferivano decreti

sopra di essi, in onta agli anatemi del pontefice e de' vescovi. Quando

l'edificio sociale era impiantato sulla fede, ogni opposizione si

risolveva in eresia, e il pontefice per le sue prerogative, il clero per

le immunità offese lanciavano scomuniche e interdizioni. Ma se queste

aveano fiaccato l'orgoglio e la possa degli imperatori Sassoni e Svevi,

perdeano efficacia dacchè venivano prodigate per intenti mondani; i

Siciliani durarono ottant'anni in rotta colla Chiesa; i Visconti di

Milano se ne vendicavano col pesare viepeggio sugli ecclesiastici; gli

avvocati ergeano la fronte contro i papi, ai quali dianzi erasi

incurvata quella dei re.

Non per questo si rinnegava la Chiesa: i Patarini erano scomparsi

d'Italia o nascosti; il popolo amava le splendidezze del culto, se anche

non ne venerava l'austerità, e compiaceasi del papa e della Corte

pontifizia. Ma dacchè questa erasi trasportata in Avignone, i Guelfi non

meno che i Ghibellini la bersagliavano, quasi cessasse d'essere

cattolica cessando d'essere romana. Franco Sacchetti mercante

fiorentino, il Petrarca canonico, il Pecorone frate, e persone di grande

scienza e di celebrata santità avventavansi contro la Babilonia: i

malcontenti del governo temporale vituperavano i papi spirituali: di

Clemente V non è male che non si dicesse: Giovanni XXII fu tacciato

d'eretico sì pel suo litigio che dicemmo coi Fraticelli, sì per sue

dubitazioni sulla beatifica visione: cioè se le anime elette vedano Dio

nella sua maestà subito staccate dal corpo, o solo dopo il giudizio

finale.

Lodovico il Bavaro, eletto imperatore di Germania, era venuto in Italia

per la corona (1324), e poichè Giovanni XXII gliela ricusava, egli

ostentò non aver bisogno dell'autorità di esso. Il papa allora dichiarò

l'Italia sottratta alla giurisdizione imperiale, in modo che non potesse

mai più essere incorporata coll'impero nè infeudata. Di ripicchio il

Bavaro s'appella al Concilio, e prodiga le solite ingiurie al papa; il

papa dichiara lui scomunicato, e interdetti i paesi che gli obbedissero;

onde Lodovico, che, sostenuto dai Ghibellini, si era fatto coronare a

Roma, e avea nominato un antipapa, presto si trova isolato e decaduto.

Per sostenersi aveva egli adoprato non solo le armi, ma le dottrine.

Guglielmo Occam, scolastico nominatissimo, contendeva l'infallibilità

non solo al papa, ma anche al concilio universale e al clero; ai laici

in corpo competere il decidere definitivamente; contro il papa potersi

all'uopo usare anche la forza, o stabilirne diversi, un dall'altro

indipendenti. Marsilio di Mainardino da Padova, eloquente professore

all'Università di Parigi, insinuò a Lodovico che a lui spettasse

riformare gli abusi della Chiesa, giacchè questa è sottomessa

all'impero; «Ho visto (egli diceva) prelati, abati, sacerdoti, così

sprovvisti di dottrina, che non sapeano tampoco parlare secondo

grammatica. Quei che hanno visitato la Corte di Roma, la conobbero casa

di traffico, spelonca di ladroni; quei che non l'hanno veduta udirono

ch'è fatta ricettacolo di quasi tutti i ribaldi, e trafficanti nello

spirituale come nel temporale; non v'è che malvagità; nessuna premura di

acquistare le anime»[179].

Col mistico Ubertino da Casale egli pubblicò il _Defensor pacis_, ove

già s'incontrano le negazioni di Calvino rispetto all'autorità e

costituzione della Chiesa; la potestà legislativa ed esecutiva di questa

fondarsi sul popolo, che la trasmise al clero; i gradi della gerarchia

essere invenzione posteriore; Gesù non lasciò alla sua Chiesa verun capo

visibile, e Pietro avea preminenza tra gli apostoli soltanto per

l'anzianità; il primato consistere unicamente nel convocare concilj

ecumenici e dirigerli, purchè il papa vi sia autorizzato dal legislatore

supremo, cioè da tutti i fedeli o dall'imperatore che li rappresenta;

eguali essendo i vescovi, l'imperatore solo può elevarne uno sopra gli

altri, e a grado suo abbassarlo: a lui solo spetta l'istituire i

prelati, eleggere il papa, giudicare i vescovi, al modo che Pilato

giudicò Cristo; convocare i concilj e regolarne le deliberazioni: nè la

Chiesa può infliggere alcuna pena coattiva se l'imperatore non assente.

Altrettanto sosteneva Giovanni Gianduno di Perugia; sì poco sono moderne

le dottrine che subordinano la Chiesa ai governi[180].

Giovanni XXII in una Bolla riprova tali errori, e avendo citato invano i

due autori, li condannò coi libri loro. Teoriche altrettanto assolute vi

opponeano i curialisti; e col VI e VII libro delle _Decretali_ e colle

_Estravaganti_ erasi estesa per modo la competenza del fôro

ecclesiastico, che qualsivoglia lite poteva anche in prima istanza

essere portata al pontefice.

Agostino Trionfo d'Ancona, agostiniano, che dettò a Parigi, poi a

Napoli, dedicò a Giovanni XXII una _Somma della podestà ecclesiastica_,

dove, elevando la potenza papale colla Bibbia, il vangelo, i miracoli,

le leggende, da Dio immediatamente la deriva; superiore ad ogni altra

perchè giudica tutti, da nessuno è giudicata; come spirituale, così è

temporale, perchè chi può il più può anche il meno: è assurdo appellarsi

al concilio, giacchè questo non trae autorità che dal pontefice, il

quale unico può proferire sui punti di fede, nè altri può investigare

dell'eresia senz'ordine di esso. Come sposo della Chiesa universale,

tiene immediata giurisdizione sopra le singole diocesi. Al papa devono

obbedienza Cristiani, Ebrei e Gentili; egli, e non i vescovi, può

scomunicare; egli punire i tiranni e gli eretici anche con pene

temporali; di là della tomba estende il potere per via delle indulgenze.

Potrebbe scegliere di qualsiasi paese l'imperatore, senza ministero

degli elettori, o renderlo ereditario: l'eletto dev'essere da lui

confermato e professarsegli ligio, e può da lui essere deposto: tutti i

re sono tenuti obbedire al pontefice, dal quale traggono la potestà

temporale: a lui può appellarsi chiunque si sente gravato dal principe:

e i principi egli può correggere per peccati pubblici, deporli anche,

istituire un re di qualsiasi regno: gli imperadori non donarono il

dominio ai papi, ma lo restituirono: Gesù Cristo dicendo che il suo

regno non è di questo mondo, intendeva del mondo vecchio, non del

rigenerato: il potere temporale deve stare unito allo spirituale perchè

l'uno serve di mezzo all'altro: rendere a Cesare ciò ch'è di Cesare vuol

dire permettere che l'imperatore eserciti la giurisdizione, sempre in

dipendenza dal papa: quanto alla povertà, Gesù Cristo possedea vesti,

viveri, denaro, con cui pagava il tributo[181].

Così procedendo, non c'è atto, non c'è abuso che non giustifichi.

L'esagerazione è sintomo di autorità minacciata; ma realmente declinava

ne' popoli lo spirito di soggezione. Di intromettersi nelle cose

ecclesiastiche avea troppi pretesti l'autorità secolare, quando la santa

sede, fatta ligia ai re, non valeva a frenare la corruzione fastosa de'

prelati, i quali sotto la stola mantenevano le abitudini dell'educazione

secolaresca e il lusso sfrenato delle famiglie signorili. Ned altro

testimonio ne voglio che il concilio Lateranense III, il quale,

avvisando i prelati quanto disdica il camminare con treno sì numeroso, e

il consumare in un pranzo l'intera annata della Chiesa che visitano,

impone ai cardinali s'accontentino di quaranta o cinquanta vetture, gli

arcivescovi di trenta o quaranta, i vescovi di venticinque, gli

arcidiaconi di cinque o sette, di due cavalli i decani; tutti poi vadano

senza cani da caccia nè uccelli. Per mantenere questo fasto profano

accumulavansi fin quaranta o cinquanta benefizj in una sola mano; e

vuolsi che Benedetto XII proponesse ai cardinali, se rinunziassero

all'averne più d'uno, assegnare loro centomila fiorini d'oro di rendita

e metà delle entrate dello Stato pontifizio; e ad essi non parvero

abbastanza.

La corruzione scendeva grossolana nel clero minore, dove ignoranza,

venalità de' sacramenti, comune l'ubbriachezza, sfacciata la libidine:

nelle chiese e ne' conventi si stabilivano bettole e giuochi; le monache

uscivano a volontà dai monasteri: trafficavasi di grazie, dispense,

perdoni. Degli antichi Ordini religiosi rilassavasi la disciplina, e

perfino in quel Monte Cassino, che già allora avea dato ventiquattro

papi, ducento cardinali, milleseicento arcivescovi, ottomila vescovi,

molti santi, i monaci vestivano sfoggiato, abitavano comodi,

riservavansi peculj particolari, anzi riceveano dal convento una

prebenda, colla quale vivere in case secolari.

Ai conforti del pio Marco, parroco in Padova, Luigi Barbo tolse a dare a

quell'Ordine regole più severe, che presto si estesero a Pavia, Milano e

più da lungi.

Il beato Giovanni Dominici fiorentino, oratore famosissimo, restaurò la

vita regolare in Italia e in Sicilia fra i Domenicani, infervorato da

Chiara de' Gambacurti, e ajutato da Raimondo da Capua, dal beato

Marconino di Forlì e da altri. A Siena Bernardo Tolomei fondava gli

Olivetani; Giovanni Colombino i Gesuati; Pietro Gambacurti di Pisa gli

Eremiti di san Girolamo, gli Eremiti di Fiesole il beato Carlo dei conti

Guidi.

Diedero odore di gran santità sant'Andrea Orsini, Bernardino da Siena,

Vincenzo Ferreri. Giovanni da Capistrano napoletano, convertitosi in

carcere, ispirava compunzione, scrisse dell'autorità del papa, e fu

apostolo d'una crociata contro Maometto. In tutti questi e in altri si

fanno sentire gemiti per la depravazione della Chiesa.

Urbano VI avventatosi a riformarla di colpo, vietò ai prelati d'usare a

tavola più d'una pietanza, egli stesso dandone l'esempio; minacciò non

solo i simoniaci, ma chiunque accettasse doni, e fe credere di volere

fermamente rimettere a Roma la Corte. Di ciò indispettiti, la più parte

de' cardinali separaronsi da lui e protestarono non era stato eletto

liberamente, ma sotto la costrizione del popolo romano tumultuante, e

gli sostituirono Clemente VII ginevrino. Parte della cristianità accettò

l'uno, parte l'altro papa; donde comincia il grande scisma, con una

doppia serie di pontefici paralleli.

Qual era il vero?

Personaggi di senno e santità grande parteggiarono per l'uno e per

l'altro; pruove in favore addussero questi e quelli, per modo che può

sostenersi la buona fede d'entrambe le parti. Ma per mezzo secolo fu

scissa la cristianità fra due campi ostili, fra pontefici che

rimbalzavansi accuse e taccia d'intruso e d'eretico. Ne restavano divise

le nazioni; divisi i cittadini; divisi gli scolari d'ogni Università, i

monaci d'ogni convento, i membri d'ogni famiglia; e da per tutto dispute

e collisioni fino al sangue; due vescovi, eletti dall'uno o dall'altro

pontefice, si contendevano la medesima sede; abborrivansi le messe degli

uni o degli altri. I due papi per procacciarsi partigiani riconoscevano

un re diverso, scialacquavano privilegi, connivevano a traviamenti e

usurpazioni, spoverivano il basso clero col lasciare trascendere l'alto;

questo riservavasi le migliori grazie e le commende e i benefizj,

dandole in appalto a persone dappoco, mentre i curati erano fino ridotti

a mendicare. Ciascuno insomma era ricorso a mezzi dissonanti da quelli

dell'apostolato: Bonifazio IX lasciò trafficare delle indulgenze e del

suffragio ai morti, pretendeva le annate dei vescovi eletti, a denaro

permetteva di accumular benefizj; Giovanni XXIII ebbe accusa di cavare

oro dalle medesime miniere, e moltiplicarlo colle usure.

Le piaghe del papato, come il cadavere di Cesare, furono allora esposte

agli occhi di tutti, invelenite dalla collera de' nemici non meno che

dalle ingiurie palleggiatesi fra' cardinali e pontefici rivali, che, per

non disgustare la loro fazione, erano costretti rassegnarsi a minacce, a

importunità, dissimulare e simulare, intrigare, congiurare, promettere,

concedere; infine guadagnare tempo fingendo di desiderare una

riconciliazione, di cui aveano in mano il mezzo; e compromettendo

un'autorità che si fonda interamente sulla virtù e sull'opinione.

Questo scapitare della santa sede nella venerazione, cresceva baldanza

a' principi di sminuirne l'autorità, ai dotti di chiamarla a severo e

passionato esame: le satire acquistavano peso quando uscivano dalla

bocca de' pontefici stessi, e portavano ad immediata applicazione.

Pertanto il dubbio filtrava nei cuori più sinceri; l'indifferenza ne'

più generosi, la disperazione ne' più robusti: e principi, Università,

giureconsulti, teologi, disputavano sui mezzi di ripristinare l'unità.

Il più ovvio sarebbe stato un concilio generale: ma poichè il convocarlo

attribuivasi da secoli al papa, a qual dei due competeva? Si dovette

ripiegare con sinodi particolari; ma che? oltre i due papi, v'ebbe fin

tre concilj.

Intanto che nel mondo cristiano perdevasi l'unità che n'è l'essenza,

Bajazet granturco stringeva Costantinopoli, aveva invaso l'Ungheria, e

la Polonia; e i Tartari, sotto il terribile Tamerlano, minacciavano

all'Europa le devastazioni che aveano recate all'Asia.

Gli animi, sgomentati fino alla disperazione, si volgeano a Dio, da lui

solo aspettando il termine a tanti guai. Già nel 1260, in occasione di

gravi sventure, s'eran diffusi per Italia i Flagellanti: compagnie

devote che, dietro a un crocifisso, passavano di paese in paese,

gridando misericordia e pace e penitenza, e traendo infinita gente,

intere città e provincie. Pare fossero primi i Perugini: trentamila

Bolognesi arrivarono così a Modena; alcuna volta crebbero fino a

centomila; e cercavano por rimedio agli scandali, alle discordie, alle

usure colla preghiera, la macerazione, la predica. Era una grande pietà

come quella de' frati Minori; erano innamorati della penitenza, come

questi della povertà, e come questi trascesero. Perocchè, oltre i

disordini inseparabili da tanto aglomeramento di persone, convertironsi

in setta ereticale, predicando che la remissione de' peccati non

otteneasi se non coll'appartenere un mese almeno alla loro compagnia;

confessavansi tra loro, sebbene laici; vantavansi d'operare miracoli e

cacciare demonj. Mentre dunque al cominciamento i principi e i prelati

li favorivano, dappoi li vietarono; i Torriani non meno che gli Estensi,

Manfredi di Sicilia al par dei Comuni, eressero forche se osassero

avvicinarsi[182].

Non per questo cessarono: e nel 1334 frà Venturino da Bergamo menavasi

dietro più di diecimila Lombardi, ricevuto a guisa d'uomo divino; e con

grandi limosine. Cresciuto a forse trentamila seguaci, e vaticinando

mali futuri, passò a Roma, poi anche alla Corte d'Avignone sperando

ottenerne grandi indulgenze; ma al papa sembrò scorgervi ambizione o

leggerezza, e frà Venturino fu messo al tormento e in carcere: donde poi

mosse colla crociata, e morì a Smirne.

Quella divozione rinfervorò nel 1399, d'Irlanda varcando in Inghilterra,

in Francia, poi in Piemonte; e i Flagellanti da una parte per Lombardia,

dall'altra per Genova voltarono su Roma. Erano donne, fanciulli, vecchi,

cenciosi, ricchi, dotti, imbecilli alla mescolata, con abiti strani come

suole la folla; giunti in una terra, intonavano lo _Stabat Mater_, il

_Miserere_, le _Litanie_, visitavano le chiese, riceveano alloggio e

cibo dalla carità, poi lasciati gli stanchi, e assunta nuova turba,

ripigliavano il pellegrinaggio[183].

Chi non vede quali disordini potesse addurre questa incondita pietà,

mentre non riparava a quelli cagionati dalla scissura della Chiesa?

Mentre i pii gemevano e pregavano, i diversi dal disordine esterno

passavano a criticare l'intima verità della Chiesa; si spargeano libri e

sermoni critici, anche in lingua vulgare[184]; Bartolino da Piacenza

verso il 1385 pubblicò alquante tesi legali sul modo di trattare il papa

qualora apparisse negligente, inetto a governare, o capriccioso in modo

da ricusare il consiglio dei cardinali (com'era il caso di Urbano VI); e

conchiudeva potere quelli mettergli de' curatori, al cui parere

foss'egli obbligato attenersi nello spacciare gli affari della Chiesa. I

roghi non bastavano a reprimere gli eretici in Francia; i Valdesi

pigliavano ardimento fra le Alpi, e Gregorio XI movea lamento perchè

dalle valli subalpine si propagassero, e discesi in Piemonte, avessero

trucidato un inquisitore a Bricherasio, uno a Susa[185].

Profittando di questa depressione, Carlo IV emancipò l'impero dalla

dipendenza papale, e i Francesi, colla prammatica sanzione di Bourges,

restrinsero i diritti pontifizj. In Inghilterra Giovanni Wicleff aveva

impugnato le indulgenze, la transustanziazione, la confessione

auricolare, domandato la secolarizzazione degli Ordini regolari e la

povertà del clero. Girolamo da Praga portò i libri di esso in Boemia,

dov'ebbero effetti più gravi, perocchè Giovanni Huss, che già aveva colà

alzato la voce contro la depravazione del clero, vi attinse argomenti

teologici e ardimento a proclamarli. Essendo poi venuti alcuni monaci a

spacciarvi indulgenze, e avendo l'imperatore proibito il sacrilego

traffico, si pigliò baldanza a declamare, in prima contro l'abuso, poi

contro le indulgenze medesime. Il popolo ascoltava avidamente; gli

studenti boemi se n'infervoravano; le quistioni religiose prendevano

colore politico d'aborrimento ai Tedeschi e d'aspirazioni repubblicane;

lo sparlare dei papi pareva indizio di ragione più elevata e di

carattere più franco, e se ne faceva argomento da piazza non meno che da

scuola, dove i professori fra la gioventù inesperta seminavano un vago

desiderio di sottrarsi ad ogni autorità.

Tante passioni, tanti errori, eppure fu ancora alla Chiesa una che la

cristianità si ricoverò; e sotto al manto del pontificato. Di questo non

erasi mai impugnata l'unità; benchè restasse incerto chi ne fosse

l'investito; disputavasi del possesso e dell'esercizio dell'autorità; ma

non dell'autorità stessa. E più erano ulcerate le piaghe, più speravasi

ne' rimedj che v'apporrebbe un concilio, che inoltre rannoderebbe i

principi cristiani per respingere la sempre crescente minaccia degli

Ottomani.

L'imperatore Sigismondo, fisso in animo di ricondur la Chiesa all'unità,

ottenne si convocasse il concilio a Costanza, città imperiale sulla riva

occidentale del bel lago che divide la Svevia dalla Svizzera. Assai

principi, signori e conti v'intervennero; si numerarono fino

cencinquantamila forestieri, fra cui diciottomila ecclesiastici e

ducento dottori dell'Università di Parigi: ma insieme trecenquarantasei

commedianti e giullari, settecento cortigiane, trentamila cavalli; e fra

lusso e tornei e sfide i gaudenti menavano baldorie, mentre i pii

oravano, i dotti preparavansi a lizze dialettiche.

Ma un'assemblea di tanta importanza, fino dal principio reluttò ai modi

sagaci, con cui gl'Italiani e il papa tentavano dominarla[186]. Mentre

la Chiesa nella sua universalità non distingue popoli, ed estima ciascun

uomo pel proprio valore, qui divisero il concilio in camera tedesca,

italiana, francese, inglese, spagnuola, le quali deliberassero

distintamente; mirando con ciò ad elidere la superiorità degli Italiani.

Tre papi sedeano allora; Giovanni XXIII, Benedetto XIII, Gregorio XII, e

vennero indotti a rinunziare (1417) terminando così uno scisma, che fu

la maggiore prova a cui la Chiesa andasse esposta[187].

Bisognava surrogare un pontefice degno. Sigismondo voleva che, prima

d'eleggerlo, si riformasse la Chiesa, per timore che il nuovo non

fallisse alla promessa; ma gl'Italiani incalzarono perchè prontamente si

eleggesse: e la scelta cadde su Ottone Colonna, che nominossi Martino V.

Sigismondo aveva preveduto giusto; poichè Martino trovò modo di rinviare

d'oggi in domani le chieste riforme, logorando il tempo in divisamenti o

in condiscendenze secondarie.

Il concilio, ancor prima della creazione di Martino V, avea condannato

le seguenti proposizioni:

«È contro la sacra scrittura che persone ecclesiastiche abbiano

possessi.

«I signori temporali possono ad arbitrio togliere i beni temporali alla

Chiesa, quando i possessori pecchino abitualmente, non solo attualmente.

«È contro la regola di Cristo l'arricchire il clero.

«Silvestro papa e Costantino imperatore errarono coll'impinguare la

Chiesa.

«Il papa con tutti i cherici sono eretici perchè possedono, e così quei

che glielo consentono.

«L'imperatore e i signori secolari furono sedotti dal diavolo perchè

dotassero di temporalità la Chiesa».

Ma già il concilio stesso era uscito dalla suprema sua missione, e nel

proposito di tôr via lo scisma, e considerando incerto il papa, si

credette autorizzato a comandare anche a questo, fino a decretare nella

V sezione che, qualunque siasi e di qualsivoglia condizione anche

papale, il quale sprezzi di obbedire a questo sacro sinodo o a qualunque

altro concilio generale, sia assoggettato a condegna penitenza.

A questo lo traeva l'essere la Chiesa scissa: anzi andò tant'oltre che

nella XXIII sezione, dichiarò potersi dal papa appellare al concilio.

Cessò allora d'essere tenuto per ecumenico; e papa Martino, proferitolo

sciolto, andossene a Roma.

I Padri, vedendosi sprezzati dal popolo per le capiglie e i baccani a

cui prorompeano, e divenuti sospetti nella fede dacchè eransi segregati

dal papa, vollero ostentare zelo della fede col perseguitare l'eresia, e

condannarono Giovanni Huss e Girolamo da Praga, i quali, malgrado il

salvocondotto dell'imperatore[188], furono dati al braccio secolare e

posti sul rogo. Tristo rimedio la violenza! La Boemia divampò d'un

incendio, a spegnere il quale non bastarono torrenti di sangue[189].

Eugenio IV, pontefice d'animo elevato, ma senza misura in nessuna cosa,

fece aprire un nuovo concilio a Basilea (1431), onde estirpare l'eresia,

ridurre in pace le nazioni cristiane, togliere il lungo scisma de'

Greci, e riformare la Chiesa. I Padri s'accinsero a quest'ultim'opera

senza preciso concetto di quel che volessero operare, nè de' limiti

dell'autorità propria e di quella che pensavano restringere;

denunziarono un dopo l'altro gli abusi parziali, senza proporre un

rimedio radicale. Da principio, non che attenuare la sovranità papale,

sanzionossi il Decreto di Graziano che la sublimava, i cinque libri

delle _Decretali_ di Gregorio IX, forse anche il sesto di Bonifazio;

solo si tolsero ai papi le riserve, il diritto di provvisione, e quello

di mettere imposte sulle chiese. Ma poi guidato a passione, il concilio

pensò non solo scemare la potenza papale come quel di Costanza, ma

sostituirvi la propria.

Vedendolo condursi con quella precipitazione, che sgomenta ogni autorità

dirigente, Eugenio sospende il concilio. I Padri, non gli badando,

citano lui pontefice, incolpandolo di disobbedienza; poi calata la

visiera, dichiaransi ad esso superiori, nè potere esso scioglierli, nè

traslocarli[190].

Allora, accannitisi alla riforma della Chiesa, mozzano assai diritti

curiali; determinano le forme dell'elezione del papa, e il giuramento

che deve prestare; restringono le concessioni ch'e' può fare ai parenti;

limitano i cardinali a ventiquattro, e ne escludono i nipoti.

Quel che di buono vi si trovava indubbiamente, era guasto

dall'incompetenza e dalla smoderatezza; del che rimproverandoli, Eugenio

trasferiva il concilio a Ferrara (1438). Ma dei Padri solo due ed il

legato si mossero, gli altri continuarono a cincischiare la

giurisdizione di Roma; anzi dichiararono scismatica l'assemblea di

Ferrara, Eugenio eretico e decaduto, surrogandogli Amedeo VIII duca di

Savoja, il quale accettò l'uffizio d'antipapa col nome di Felice V

(1439). Così rinnovavasi lo scisma.

Il concilio di Ferrara, trasferito a Firenze, restò memorabile per la

riconciliazione della Chiesa greca, allora fatta sotto la paura dei

Turchi[191]. Oltre i punti controversi con quella Chiesa, vi è

riconosciuto il primato del pontefice romano, vero successore di san

Pietro, vicario di Cristo, e padre e dittatore di tutte le chiese[192].

Ma appena i Padri greci rimpatriarono, le dimostrazioni di piazza

proruppero contro la riconciliazione: fu duopo disdirla: e si gridò

dapertutto «Piuttosto il turco che il papa». Furono esauditi; e nel 1453

il Turco impossessavasi di Costantinopoli e di tutta la Grecia, che

finora non ha abbandonata.

Il nuovo papa Nicola V (1447) mostrossi tutto disposto ad accordi,

talchè il sinodo di Basilea più non si resse; Felice V abdicò; la pace

fu restituita alla Chiesa; e il giubileo, celebrato l'anno appresso,

parve solennizzare il trionfo di Roma.

I due concilj di Costanza e Basilea sono di autorità disputata, e non

figurano nella serie di quelli dipinti in Vaticano. Se avessero con

prudenza e carità provveduto alla riforma della Chiesa, potevano

prevenire i disastri del secolo seguente. Ma rottosi l'accordo, mancata

la saviezza pratica degli affari e il cauto indugiare, una critica

indiscreta rischiò di surrogare agli abusi altri peggiori: come accade

nelle eccedenze, la podestà minacciata riuscì superiore senza neppure le

concessioni a cui mostravasi disposta. Laonde ne' popoli rimase

indebolita la certezza dell'assistenza divina; sottentrata al sentimento

la ragione, e alla fede lo spirito privato, i teologi sottilizzavano sui

diritti, e la cattolicità si trovò divisa in papali ed episcopali, gli

uni e gli altri esagerando. Mancata ne' vescovi l'assoluta soggezione,

essi divennero negligenti dei doveri non solo, ma anche dei diritti veri

per rinforzare i contestati, blandirono il potere laicale per averlo in

appoggio contro i papi, e fantasticavano chiese nazionali. Ne' papi

vacillò la coscienza della propria supremazia, sicchè per consolidarla

gettaronsi nella politica, cioè si fecero ligi agli interessi; e proni

ad una morale d'opportunità; a fronte dei sistemi allora introdotti

d'equilibrio locale e di convenienze meramente politiche, non diressero

più gl'interessi comuni della cristianità; mentre, lusingati

dall'apparente vittoria, svogliaronsi fino delle riforme sentite

necessarie, e s'assopirono in una sicurezza che doveva riuscire

funestissima.

Gli eretici d'Italia, vol. I · 第 29 / 82 题