MISTICI. L'EVANGELIO ETERNO.

Mentre costoro traviavano per abuso della ragione, e alla rivelazione e

all'autorità opponeano la negativa e l'indagine, altri erravano per

abuso del sentimento, col che accenniamo alle sètte mistiche e

comuniste. Il misticismo, cioè l'apprezzar la natura delle cose divine e

dei loro rapporti colle umane piuttosto secondo il sentimento che

secondo la ragione, fino a presumere di mettersi in diretta relazione

col mondo soprasensibile, senza tener conto della materia e dei mezzi

ordinarj di conoscere, deriva da uno degli elementi della natura umana,

la fede; che non trovandosi soddisfatta da argomenti, maledice e tenta

annichilare il corpo e il pensiero, per cercare riposo nella

contemplazione delle cose superne; stornasi dalla terra, ch'è nostro

asilo d'un giorno, per attendere la morte, svolgendo intanto le pagine

del libro de' cieli.

Di siffatte aspirazioni è nido e sede l'Oriente, e massime l'India, ove

Dio è il riposo, mentre per noi è l'attività (_actus purissimus_); è un

principio, sovrastante agli esseri che governa con azione continua; idea

conforme agli istinti d'una gente, ove la volontà dirige perfino

l'intelligenza.

Il cristianesimo che diede il concetto del Dio personale, e nel culto

sostituì le idee alle passioni e ai loro emblemi fisici, non restò però

sempre immune dagli eccessi del misticismo, e la religione di Budda

v'influì forse ne' suoi primordj, e viepiù nelle crociate, in tempo

delle quali sorgono e i Templari e san Francesco[127], nel quale si

riscontrano tante somiglianze coi pii solitarj dell'India, nobilitate è

vero da un amore disinteressato e operoso.

E mistici ebbe in ogni tempo il cattolicismo, ma all'età appunto delle

crociate si segnalò sopra tutti Gioachimo da Cosenza in Calabria.

Educato alla corte di Ruggero duca di Puglia, pellegrinato in

Terrasanta, ivi passò un'intera quaresima fra gli anacoreti del Monte

Tabor, con fervorosissima pietà. Rimpatriato (1183), si vestì

cistercense nel monastero di Corazzo, poi ottenne dispensa dall'uffizio

per poter darsi tutto alla meditazione della Bibbia, e ad istanza dei

papi scrisse varie opere teologiche. Aspirando a maggior rigore di vita,

a Flora, fra l'Albula e il Neto nei recessi della Sila, fondò una

celebre badia, alla quale diede una regola più austera, approvata da

Celestino IV, ed estesa a molti conventi. Udendo da lontano le vicende

del mondo, intendendole e spiegandole a suo modo e coll'esaltazione

causata dal digiuno e dalle discipline, esponeva concetti profetici nel

tono dell'Apocalissi, i quali erano raccolti dal monaco Ranieri, unico

suo compagno, e in forma di salmi erano mandati pel mondo, accolti

coll'avidità, onde ne' momenti critici si aspira a prevedere una

decisione[128]. Per queste profezie, che san Tommaso comprendea derivar

piuttosto da acuto discernimento che da lume soprannaturale, fu venerato

e creduto; Riccardo Cuor di leone, movendo per la crociata, andò a

consultarlo; Costanza imperatrice volle confessarsi da lui; persin

Federico II colmò di beni la sua badia, dove visse sino al 1201. Fu

censurato dal concilio lateranese del 1215 per alcune opinioni sulla

Trinità in opposizione a Pietro Lombardo[129], ma egli avea chiesto un

esame di tutti i suoi scritti, e dichiarò ritrattare quanto se ne

disapprovasse.

E molti sono questi scritti: la _Concordia del nuovo coll'antico

Testamento_; _sulla Sibilla Eritrea e sul profeta Merlino_; il _Salterio

delle dieci corde_, o _commento a Geremia, Isaia ed altri profeti_.

Carattere di questi lavori era la giustificazione non solo, ma la

glorificazione della vita monastica, alla quale dava il sembiante d'una

rinnovazione sociale, preordinata dalla Providenza. E diceva: «Iddio

divise il mondo in tre epoche successive; nella prima, il Padre opera

per mezzo de' patriarchi e profeti; nella seconda, il Figlio opera per

mezzo degli apostoli e discepoli; nella terza, lo Spirito Santo opererà

per mezzo dei frati».

Era naturale che que' libri fossero accolti passionatamente dai

Minoriti; ricopiati, interpretati, esagerati, discuteansi in pubblico;

ebbero apostoli di grido, come Ugo di Montpellier, Rodolfo di Sassonia,

e si giunse a dichiarare che il Nuovo Testamento non avea condotto alla

perfezione; che Gesù Cristo non era imitabile quando fuggì o si nascose,

quando bevve vino e mangiò carni, quando possedette denaro; primo dovere

dell'uomo spirituale essere la povertà volontaria.

Ciò veniva a condannare i possessi ecclesiastici, dal che facilmente si

passava ad abolire la gerarchia e le funzioni sacerdotali. Monaci non

ascritti ad alcun ordine, vagavano per Italia predicando l'umiltà e la

povertà, come fossero sufficienti a costituir l'uomo in una santità,

quale basta per conferire i sacramenti, e sciogliere e legare.

Sebbene l'abate Gioachimo non avesse prefisso tempo all'adempimento

delle sue profezie, da' suoi testi, stiracchiati ad applicazioni

attuali, si dedusse che il 1260 sarebbe predestinato pel nuovo regno di

Dio; Federico II morrebbe; l'anticristo comparirebbe, immediato

predecessore della nuova epoca religiosa. Federico anticipò di dieci

anni la morte, ma l'inadempimento delle profezie non basta a

disingannare; più tardi esse servirono ai necromanti, e alcune corrono

finora, credute da coloro che ne aspettano l'adempimento. Gioachimo, chi

lo fa santo, e «di spirito profetico dotato», chi impostore, chi

mentecatto; ma dee figurare nella storia come capo del misticismo, sceso

poi a Giovanni da Parma, a Gerardo da san Donnino, a Ubertino da Casale,

a frà Dolcino, e ai mistici tedeschi.

A questa scuola molti Francescani furono tratti dal disprezzo delle cose

terrene e dall'amor delle soprasensibili, ch'appariva tanto pronunziato

nel loro fondatore. La regola del quale imponeva tali austerità, che

alcuni la sentenziarono d'impossibile e micidiale. Guglielmo di

Sant'Amore e Sigerio, dottissimi scolastici di Parigi, scrissero e

sporsero a papa Clemente IV un libello contro la povertà dei Mendicanti;

ed egli lo trasmise al maestro Giovanni da Vercelli perchè, ponderatolo,

vi facesse rispondere da Tommaso d'Aquino. Dalla confutazione di questo

appare che ai frati già s'imputavano le colpe che più tardi: colpe che

costituivano il merito loro in faccia al popolo; come il vestir

grossolano, le opere di carità, il predicar vulgare, lo stretto accordo

dei membri fra loro, l'opporsi ai settarj e sostenere il proprio Ordine;

oltre che all'intero Ordine s'attribuivano i difetti di qualcuno.

Dappoi papa Nicolò III, che personalmente aveva conosciuto san

Francesco, e da cui eragli stata vaticinata la tiara, credette dovere

spiegare che i frati Minori erano tenuti osservare il vangelo, vivendo

in obbedienza, in castità, in povertà: lo spossessamento totale per Dio

esser meritorio; averlo Cristo insegnato colla parola, confermato

coll'esempio, e gli apostoli ridotto in pratica: ciò facendo, i

Francescani non rendeansi suicidi, nè tentavano Dio, giacchè, pur

confidando nella Providenza, non ripudiavano i mezzi suggeriti dalla

prudenza umana[130].

Alla pontifizia decisione si chetarono gli avversarj, ma tra i Minoriti

alcuni ne trassero motivo d'un misticismo fanatico, da una parte

asserendo che la regola di san Francesco fosse il vero vangelo,

dall'altra che la spropriazione doveva essere così totale, che fin delle

cose necessarie alla vita non avessero che il mero uso.

Pier Giovanni d'Oliva, di Serignan in Linguadoca, fatto francescano a 12

anni, predicò siffatta dottrina, per disapprovare le condiscendenze di

frà Matteo d'Aquasparta, generale de' Francescani, che aveali lasciati

rilassare, e per raffaccio alla Chiesa, ricca e mondana, cui i Minoriti

erano destinati a rigenerare[131]. Gli avversarj lo tacciarono d'esser,

nel suo zelo, trascorso in eresie: di che il Wadding, annalista dei

Minori, vuol purgarlo: ma Giovanni XXII condannò come pregne d'eresie le

sue chiose all'Apocalisse, scritte verso il 1278. Pure ottenne

venerazione come santo da molti proseliti, che professavano poter l'uomo

giungere a tale perfezione da ridursi impeccabile, e conseguire la

beatitudine in questa vita come nell'eterna.

Federico II, sempre malvolto alla Santa Sede, accolse i costui seguaci

perseguitati, che in Sicilia presero a capo Enrico di Ceva, professando

sempre che la Chiesa era divenuta una sinagoga, lupo il suo pastore, e

sovrastare una riforma.

Tra i dibattimenti avendo alcuno asserito che Gesù Cristo nè i suoi

apostoli, via di perfezione seguitando, nulla aveano in proprietà, la

proposizione fu rejetta dai Domenicani e da altri, e invece sostenuta

dai Francescani, e nominatamente in un capitolo generale a Perugia. E

poichè la costoro regola diceasi vera applicazione del vangelo, tornava

sott'altra apparenza il medesimo concetto dell'assoluta spropriazione.

Non era che un eccesso d'ascetismo, ma gli avversarj ne profittavano per

impugnare i possessi della Chiesa; onde la proposizione fu condannata da

papa Nicola IV. I Minori spedirono frà Bonagrazia di Bergamo per

dimostrarla al papa, con lettera di frà Michelino da Cesena, maestro

generale dell'Ordine, e si ostinarono nella loro opinione anche dopo che

il papa proferì contro di essi. Michele, chiamato ad Avignone, ove

allora il papa risedeva, esitò ad andarvi, poi subito ne fuggì, e

apostatando ricovrossi all'imperatore. Questi era Lodovico il Bavaro,

che era venuto in rotta con papa Giovanni XXII perchè negava

riconoscerlo, e dichiarava l'Italia sottratta dall'imperiale

giurisdizione, in modo che non potesse essere incorporata nè infeudata

all'impero (1324). A vicenda l'imperatore proferiva scaduto il

pontefice, chiamandolo con titoli ingiuriosissimi, e invitando giuristi

e teologi a scatenarsi contro la Corte pontifizia. I frati Minori

restarono dunque avversissimi alla facoltà teologica di Parigi e al

papa, che in un capitolo tenuto a Perugia il 1322 dichiararono eretico.

Frà Michelino contro il papa scrisse libercoli, e commentò beffardamente

le bolle di esso in un libro, che poi, per divulgarlo, compendiò ad

istanza di Lodovico il Bavaro, dove sosteneva potersi, anche senza

decisione del Concilio, dichiarare il papa scaduto ed eretico. Fu egli

scomunicato da' suoi frati e dal papa: ma colla protezione imperiale,

alcuni suoi seguaci erano penetrati in Firenze, e vi teneano segrete

adunanze notturne: onde si fece uno statuto contro quella «pessima

generazione che volea condire la falsa dottrina col mele di nomi in

apparenza favorevoli e religiosi, per ingannare meglio i semplici»[132].

Il famoso pittore Giotto scrisse contro di loro una canzone, che

comincia,

Molti son già che lodan povertade;

Guido Cavalcanti, filosofo e poeta, amico di Dante, ne toccò in una

canzone, dicendo:

O povertà, come tu sei un manto

D'ira, d'invidia e di cosa diversa!

e Antonio Pucci, in due sonetti ne punse l'ipocrisia:

Vera cosa è che non toccan denari,

E 'nsaccherebber con le cinque dita.

Non mangian carne

Sopra il taglier, perchè non sia veduta,

Se fosse in torta o in tondo battuta,

Sicuramente allor posson mangiarne;

e il beato Giovanni da Catignano scriveva a Guido di Neri fiorentino:

«Altro non dico ora se non che ti guardi da questi membri d'anticristo,

cioè questi Fraticelli eretici, i quali già molta gente hanno ingannata

e ingannano tuttodì».

A papa Celestino V, che inclinava al viver cenobitico, mandarono

Liberato e Pietro da Macerata, chiedendogli licenza di vivere con tutto

il rigore e dove volessero senza contraddizione, ed esso gli autorizzò a

costituirsi in nuova congregazione, detta degli Eremiti Celestini. Poi

riconosciuti per esagerati, presero abito e capi particolari, quali

Pietro da Macerata e Pietro da Fossombrone, cui s'unì il rifiuto di

tutti i conventi: e massime per la diocesi di Pisa e tra i monti del

Vecchiano e di Calci, seguivano vita rigorosissima, alla Chiesa

visibile, ricca, carnale, peccaminosa, contrapponendone una frugale,

povera, virtuosa; e dicendo che neppure il papa potrebbe concedere ai

Francescani di possedere granajo e cantina[133]. Seguirono quelle

dottrine Corrado da Offida, Pietro da Monticolo, Tommaso da Treviso,

Corrado da Spoleto.

Tali quistioni insinuarono ne' Minoriti uno spirito di sottigliezza,

contrario all'intento tutto pratico del loro fondatore; e ne pullulavano

altre quistioni, a dir poco, oziose: se la regola astringesse sotto pena

di peccato mortale o soltanto veniale; se obbligasse ai consigli del

vangelo quanto ai precetti; se alle ammonizioni quanto ai comandi: dal

che facilmente si passò a sofisticare sul decalogo e sul vangelo; ed

oltre la disputa sempre accesa sull'immacolata concezione di Maria,

un'altra ne ebbero coi Domenicani, se il sangue di Cristo, uscito nella

passione, restasse non per tanto ipostaticamente unito al Verbo.

Il papa aveva concesso ai Francescani conventuali di possedere; ed ecco

i Fraticelli negano ch'esso abbia diritto di interpretare la regola di

san Francesco, e che il vero sacerdozio essi soli possedevano; ad essi

l'autorità di sciogliere e legare, e d'impor le mani per infondere lo

Spirito Santo; Dio solo doversi venerare; la preghiera esser più

efficace quando facciasi in assoluta nudità; condannavano il lavorar per

vivere, prendendo per fondamento la _libertà dello spirito_, diceano,

unito questo a Dio, non si può più peccare, come neppur crescere nelle

virtù: le quali massime conduceano al quietismo.

Tutti costoro e le Beghine, e i Beguardi o Bizzoccheri, e gli Zelanti, e

i Fanciulli del vangelo van compresi nella sètta dei Fraticelli della

povera vita, Frati spirituali, che ebbe per canone il Vangelo Eterno, e

considerava per suo istitutore l'abate di Flora Gioachimo. Si elessero

anche un papa, e non v'è scelleraggine che a costoro non trovisi

imputata. In fatto intaccavano i cardini della fede e della giustizia, e

sono una forma antica del comunismo, e il resistere e la superbia che

facilmente nasce dall'austerità eccessiva, li portarono a farsi

accanniti detrattori della Santa Sede. Sta nella Biblioteca Palatina di

Firenze un manoscritto senza titolo, opera d'un seguace de' Fraticelli,

certo posteriore a Giovanni XXII, dov'è esposta la costoro dottrina.

«Quella di che nell'articolo della fede si dice: _Io credo nella santa

Chiesa Cattolica_, nota bene che dice _santa_, a differenza di quella

che non vive santamente, anzi viziosamente. _Cattolica_ dice, a

differenza di quella che erra nella fede e buoni costumi. _Una_ dice, a

differenza della Chiesa de' malignanti ed eretici..... La fede innanzi a

tutte le altre cose si debbe cercare. Nella quale Chiesa, o Cristo ci è

abitatore o no. Se Cristo ci abita, quella debb'essere eletta per

abitazione: se non ci abita, o che il popolo fosse perfido ed iniquo,

ovvero che lo comandatore, cioè il prelato, fosse eretico, o che

deformasse o guastasse l'abitazione della Chiesa di Cristo, allora

debb'essere schifata, e come partecipazione di eretici, come sinagoga di

satanasso si debbe fuggire». E dopo rimproverato Giovanni XXII «falso

papa che aprì il pozzo dell'abisso di molte eresie», conchiude di

«cercare ed entrar nell'arca di Noè, cioè seguitare e cercare quelli

pochi di san Francesco, e la sua dottrina evangelica, a ciò che possiate

campare da siffatto diluvio di questi falsi religiosi, perseguitatori e

distruttori della vita evangelica». Potrebbe farsi un bel libro notando

gli errori sociali che, in ogni tempo e paese, si mescolarono agli

errori religiosi: il che darebbe il motivo di molte persecuzioni, che

realmente colpivano l'errore sociale, più che il dogmatico.

Papa Giovanni XXII condannò i Fraticelli, riflettendo che «Così va la

cosa, che primamente gonfiasi l'infelice animo per superbia; quindi,

nella disputa, dalla disputa nello scisma, dallo scisma nell'eresia,

dall'eresia nella bestemmia con infelice progresso, anzi precipizio si

cada». Per tal ragione egli attirossi le diatribe di molti scrittori,

che vollero sin farlo passare per eretico; e saviamente egli rifletteva

che «gran cosa è la povertà, più grande la castità, ma superiore

l'obbedienza[134]». Bonifazio VIII li combattè vigorosamente, e perchè

poco poi furono anche aboliti i Templari, giudicò taluno che ai papi

dessero ombra gli Ordini monastici che aspiravano a dominazione

spirituale o temporale. È però forza dire che Bonifazio favoriva i

Francescani; li sottrasse alla giurisdizione dei vescovi, per sottoporli

ai loro priori, i quali poteano giudicarne senza stare alle prescrizioni

del diritto, ma secondo le costituzioni dell'Ordine: e confermò la Bolla

_Mare Magnum_, in cui eransi compendiati tutti i loro privilegi, e diede

ad essi autorità di predicare dapertutto, anche senza permissione del

vescovo. Ciò poco piaceva a vescovi e parroci.

Quanto ai Fraticelli, proferitili eretici nella famosa bolla _Nuper ad

audientiam_, dichiarando che il papa ha autorità di sciogliere e legare,

li fece processare e perseguitare da frà Matteo di Chieti,

principalmente negli Abruzzi e nella Marca d'Ancona. Da ciò l'odio

mortale ch'essi posero a quel papa, e se alcuni limitaronsi a dirne

tutto quel male che poi la storia pedestre adottò e che fu immortalato

da Dante, altri passarono fino ad eleggere un altro papa: e cinque

Fraticelli sacerdoti e tredici Beghine elessero un Dedodicis, frate

provenzale, aizzando il popolo contro Bonifazio come eletto

illegalmente, attesochè l'abdicazione di papa Celestino non valeva. Essi

ricovrarono in un'isola dell'Arcipelago e in Grecia e in Sicilia,

cantando un inno che cominciava: _Godi o Chiesa meretrice_, aggregando a

sè chiunque tra i Francescani voleva mettersi a regola più austera; cari

al vulgo per l'aspetto di maggior perfezione, e avendo per generale il

mistico Ubertino da Casale, sotto cui si tenne un capitolo generale a

Genova nel 1310.

Gerardo Segarella, frate Minore di Parma, dedito alla contemplazione, e

fissando un quadro ov'erano rappresentati gli apostoli avvolti in

mantelli, cogli zoccoli e la barba, credette doverli imitare in quel

vestimento, e fin nel circoncidersi; faceasi fasciare come un bambino, e

adagiare in un presepio al modo di Cristo; dichiarava tutto dover essere

comune, anche le mogli; l'uomo non poter possedere nulla in proprio, non

far da magistrato; e che le anime salvate non godono la beatifica

visione di Dio prima del giudizio universale. Formò seguaci che si

dissero Apostolici; vendette quanto possedeva, e dalla ringhiera di

Parma gittò il denaro a una ciurmaglia che giocava; ed iva predicando,

da chi creduto santo, da chi sentina di vizj. Opisone vescovo il fe

cogliere (1280) e tener in prigione cortese nel vescovado, dove

impazzito o fintosi, divenne ludibrio del servidorame, poi sbandito, e

al fine richiamato e processato da frà Manfredi, fu arso il 18 luglio

1300.

Ermanno Pungilupo ferrarese, condannato più volte dagli inquisitori, si

ritrattò, e fu sepolto ecclesiasticamente, ma dopo trentun anno levato

di terra sacra, e dispersene le ossa, per ordine di Bonifazio VIII.

Frà Jacobone, de' Benedettini di Todi, valente nel diritto e nella

poesia, godea della fama e de' piaceri del mondo, quando in una festa

cadendo un palco, vi restò morta la dilettissima e bellissima moglie di

lui: e sul corpo le si trovò un aspro cilicio, ch'ella sotto alle

pompose vesti celava per ripararsi dai pericoli, cui la volontà del

mondano marito l'esponeva. Colpito da quella morte e da quella

penitenza, diedesi tutto a Dio, rinunziando ad ogni avere ed anche alla

gloria col fingersi imbecille e attirarsi gli scherni plebei, comparendo

seminudo, carpone, or colla cavezza a guisa di giumento, ora unto di

mele e voltolato tra piume a guisa d'uccello. Metteasi come servigiale

sulle piazze, ed uno avendogli dato de' polli da recar a _casa sua_, e'

va, e li getta nel sepolcro di lui, come vera casa. Una volta compra

interiora di capretto per farsene cibo, poi pentitosene, le appicca

all'uscio della sua cella, e ne fiuta il fetore, e quando gli altri

frati lo scoprono al puzzo, confessa la sua ghiottornia perchè lo

riprovino[135].

Passava dunque per pazzo; ma per esser accolto nei Francescani dimostrò

non esserlo con un bel trattato sul disprezzo del mondo; e scrisse prose

e versi di stile squisitamente plebeo, che sono de' primi dell'italiana

favella, sebbene lo zelo e il mistico vedere lo facessero talvolta

oscuro, talvolta irriverente. Tra le rozzezze sue è a cernire molto oro,

se qui ne fosse il luogo.

Chi Gesù vuol amare

Con noi venga a far festa,

Ed in quella foresta

Sì gli potrà parlare.

Chi vuol esser salvato

Da Gesù Salvadore,

Pianga con gran dolore

Ogni colpa e peccato,

Pianga con gran dolore

Ogni suo fallimento,

Il qual egli ha commesso:

E con contrito core

Chiegga perdonamento,

Pentuto e ben confesso.

E con lacrime spesso

Dica: Signore mio,

Mercè t'addimand'io

Ch'io t'ho molto fallato.

Deh peccator, moveratti tu mai

A seguir me che ti ricomperai?

Io ti ricomperai del sangue mio

In sulla croce con crudel tormento....

A lui è dovuto lo _Stabat Mater_, prosa senza pari per profondità di

dolore, e che cantata popolarmente da tutte le plebi nostre per ormai

cinque secoli, fu vestita di numeri musicali dai maggiori maestri

moderni, Palestrina, Hayden, Gluck, Händel; Pergolesi lo puntò

nell'ultima sua malattia, Rossini dopo i più magnifici trionfi[136].

Mal rassegnandosi alla sentenza di Bonifazio VIII, ne parlò con ira:

compassionò i Colonnesi come perseguitati, e compose un cantico che

comincia: _Piange la Chiesa, piange e dolora_, e un altro: _O papa

Bonifazio, quant'hai giocato al mondo_.

Allora dunque ch'ebbe presa Palestrina, Bonifazio lo fece metter in

ferri a pane e acqua (1278), in fetido carcere, dove fe un cantico: _O

giubilo del core che fai cantar d'amore_; e dicono che, avendogli esso

papa domandato, «Quando uscirai di prigione?» rispondesse: «Quando

c'entrerai tu». Liberatone infatti alla cattura di Bonifazio, visse sino

al 1306. Venuto in fin di morte, i suoi fratelli, l'esortavano a

ricevere i sacramenti, ed egli ripeteva non essere giunta l'ora: e

poichè insistevano che non morisse come un Giudeo, egli raccoltosi,

disse:

Io credo in Dio padre onnipotente,

E tre persone in un essere solo,

E che fe l'universo dal nïente,

E credo in Gesù Cristo suo figliuolo

E nato di Maria e crocifisso.

Morto e sepolto con tormento e duolo.

I frati gli soggiunsero non bastava il credere; doversi anche ricevere i

sacramenti: ed egli replicava voler aspettare frà Giovanni d'Alvernia.

Or questi era ben lontano da Collazzone, e nulla sapeva: ond'essi viepiù

stimolavano frà Jacopone. Il quale allora disse un cantico, di cui

produciamo qualche cosa:

Anima benedetta

Dall'alto Creatore,

Risguarda il tuo Signore

Che confitto ti aspetta.

Risguarda i piè forati

Confitti d'un chiavello,

Sì forte tormentati

Di così gran flagello!

Pensa ch'egli era bello

Sovr'ogni creatura,

E la sua carne pura

Era più che perfetta.

Vedil tutto piagoso

Per te in sul duro legno

Pagando il tuo peccato!

Morì il Signor benigno

Per menarti al suo regno

Volse esser crocifisso

Anima, guardal fisso

Ed in lui ti diletta.

Allora pure compose un delizioso cantico alla Vergine:

Maria Vergine bella

Scala che ascendi e guidi all'alto cielo,

Da me leva quel velo

Che fa sì cieca l'alma tapinella.

Vergine sacra, del tuo Padre sposa,

Di Dio sei madre e figlia.

O casa piccolina, in cui si posa

Colui che il Ciel non piglia,

Or m'ajuta e consiglia

Contro i mondani ascosi e molti lacci.

Pregoti che ti spacci

Nanzi ch'io muoja, o verginetta bella.

Donami fede, speme e caritate,

Notizia di me stesso.

Fammi ch'io pianga ed abbia in Dio pietate

Del peccato commesso.

Stammi ognora da presso

Ch'io più non caschi nel profondo e basso.

Poi nell'estremo passo

Guidami sue a la superna cella.

Si perdoni se ci badiamo tra fiori poetici: non sarà l'ultima volta. Chè

dove si vuol rinnegare una porzione dell'ente umano per ridurlo alla

pura ragione, noi faremo rivalere i titoli del sentimento, e appelleremo

al bello, non contro il vero, ma in sussidio al vero.

L'Ordine dei Minori veniva osteggiato principalmente (fenomeno

ordinario) da altri Ordini e dal restante clero, e se vediamo le accuse

lanciate contro l'uno o l'altro, ci pajono tornati allora que' tempi di

universale delazione, che si videro al decader dell'impero romano, e che

ripete il giornalismo odierno. Veramente san Francesco avea distolto i

suoi frati dall'imparare: _non curent, nescientes literas, literas

discere_; ma essi ben presto attesero agli studj, stabilirono scuole,

gareggiarono in sapienza teologica co' Domenicani, ed ebbero cattedre

nell'Università di Parigi. Se n'adombrarono i vecchi maestri, come

suole, e per parte de' professori di quell'Università nacque un fiero

litigio, al quale presero parte san Luigi, e i papi Innocenzo IV e

Alessandro IV; e non passò senza tumulti di piazza e sangue. I

Francescani proclamarono la libertà dell'insegnamento e ne conservarono

il diritto, ma ne rimasero odiati dai vinti, che trovarono a sfogarsene

quando apparve l'_Evangelium æternum_.

Quest'opera che, levò tanto rumore, non l'abbiamo noi, e poco si può far

conto dell'estratto che ne dà il cronico di Ermanno Cornero, domenicano

e perciò nemico[137]. Vollero attribuirlo all'abate Gioachimo, perchè,

come divisammo di lui, vi si asseriva la perfettibilità successiva anche

delle dottrine rivelate, e l'_Evangelio Eterno_ essere superiore al

vecchio e al nuovo Testamento: questo finirebbe nel 1260, per

surrogarvisi l'altro tutto spirito: al pontefice non è affidata la

cognizione spirituale della Santa Scrittura, ma solo la letterale. Iddio

colmerà di benefizj anche gli Ebrei perseveranti nell'errore: è

scusabile lo scisma de' Greci, i quali camminano secondo lo spirito più

che i Latini, e come il Figlio opera la salute di questi, così di quelli

il Padre. Cristo e gli apostoli non raggiunsero la perfezione della vita

contemplativa. La vita attiva giovò sino al tempo di Gioachimo, ma di

poi fu resa inutile, fruttuosa restando solo la contemplativa. I

predicatori del nuovo stato, perseguitati dal clero, passeranno agli

infedeli, ed è a temere non eccitino questi a guerra contro la Chiesa

romana. Gli Ordini mendicanti sono predestinati alla religiosa

trasformazione del mondo, surrogandosi al clero secolare, e riformando

la vita de' Cristiani.

Questa aspirazione alla supremazia, per mezzo degli argomenti che soli

allora aveano valore, i teologici, adombrò i dottori dell'Università

parigina: e Guglielmo di Santamore, già nemicissimo dei Mendicanti,

scrisse _De periculis novissimorum temporum_, denigrando quegli Ordini,

fino a negare che in essi potesse giungersi a salvazione.

Eccessi provocati da eccessi: sempre così; e l'Evangelio Eterno fu

denunziato al pontefice come riboccante d'empietà e bestemmie.

Giovan da Parma, generale de' Minori, e che da molti ne fu creduto

autore, e che mostrò sempre gran venerazione per l'abate Gioachimo,

locchè tolse venisse beatificato, si portò a Parigi a difendere davanti

all'Università i suoi frati; e facendo atto di sommessione, conchiudeva:

«Voi siete signori e maestri nostri: noi vostri servi, figliuoli e

scolari: e se qualche scienza abbiamo, la vogliamo riconoscere da voi.

Io espongo me stesso, e i fratelli che dipendono da me, alla disciplina

e correzione vostra; siamo nelle vostre mani; fate di noi quello che vi

parrà meglio».

Alessandro IV condannò entrambi i libri; e Guglielmo di Santamore, _quod

in electis maculam imponere voluit_, fu sbandito in perpetuo da Parigi.

Nessuno accerta l'autore dell'_Evangelium Æternum_, neppur il breve di

censura; ma frà Salimbene di Parma l'attribuisce a frà Gherardino da

Borgo San Donnino, minorita, lettore di teologia a Parigi, e

appassionato dietro alle dottrine dell'abate Gioachimo calabrese; e dice

ch'egli il conobbe pieno di capacità e di virtù, finchè con quegli

errori non elise tutti i suoi meriti. Impedito di più insegnare nè

predicare, fu posto dai Minoriti in carcere, sostentato dal pane della

tribolazione e dall'acqua dell'angustia; ma per quanto ammonito da san

Bonaventura, non volle recedere dall'errore, e morto in carcere, fu

sepolto in un canto dell'orto[138].

Angelo, plebeo senza lettere, della vallata di Spoleto, avea radunati

molti Fraticelli. Frà Dolcino e Margherita da Trento sua donna

predicavano attorno a Novara, inveendo contro ogni autorità

ecclesiastica, togliendo ogni restrizione fra i sessi, e permettendo lo

spergiuro in materie d'inquisizione, e il furto ogniqualvolta fosse

negata la limosina; traevansi dietro migliaja di proseliti, sinchè per

ordine di Clemente V, furono cerchiati e presi, ed egli fatto a pezzi,

ella bruciata con sessanta discepoli[139].

Clemente V esortava Rainero vescovo di Cremona ad estirpare questo mal

seme, e li fulminò nel concilio di Vienna. Ne seguirono persino sommosse

a Narbona, in Sicilia, in Toscana; pure i Fraticelli durarono contumaci

appellando al futuro concilio, onde ebbero definitiva condanna.

Lo statuto di Firenze, libro III, rubrica XXXXI, è contro i Fraticelli.

Dei quali gran numero restava a Siena ai tempi di santa Caterina, che li

vide sconfitti dai Domenicani, e dove moltissimi fecero abjura la

pentecoste 26 maggio 1315[140]. Nell'archivio di Stato a Firenze, tra le

pergamene di Santa Croce vedemmo un'epistola del 5 febbrajo 1322,

diretta dal vicario generale di Lucca al pontefice, per assicurarlo che

colà il terz'ordine visse sempre secondo la fede cattolica, lontano

affatto dall'eretica pravità dei Beghini di Narbona.

Conosciamo maestro Francesco da Pistoja, arso a Venezia il 1337 come uno

de' Fraticelli più insolenti: frà Lorenzo Gherardi, Bartolomeo Greco,

Bartolomeo da Buggiano, Antonio d'Acquacanina ed altri mandati al

supplizio. Frà Michele della Marca, che predicava a Firenze la quaresima

del 1389 accusato e processato, fu ucciso, e n'abbiamo una vita scritta

da un suo compagno, tutta ira contro i persecutori e ammirazione al

_santo_[141]. «Mentre che stette in prigione, tutto il suo studio era o

in confortare il compagno, o in leggere in un breviario d'un prete,

ch'era in quella prigione, o in istarsi in orazione. E diceva: «Io ho

udito dire a li poveri, che molto è grande rischio d'apostasia,

quand'altri è in prigione, il troppo dormire, o vero dilettarsi in

pigliare del cibo corporale, o veramente l'oziositade». E così non si

curava di niuna sua fatica corporale, pensando pure ne l'onore di Dio

spendere il suo tempo».

Consegnatone il processo ai Signori, il frate raffermò le deposizioni

alla stanga: «che Cristo, in quanto uomo viatore e mortale, via di

perfezione mostrando, non era stato re temporale per ragione civile e

mondana: e che esso Cristo e gli apostoli suoi, stando nello stato di

perfezione, non poterono avere niuna cosa per ragione civile e mondana:

e delle cose avute non ebbero se non il semplice uso del fatto, senza

niuna ragione civile e mondana: e che papa Giovanni XXII era eretico

perchè diceva il contrario». Rimesso in carcere, gli si diede penna e

calamajo, e fra tre giorni potesse scrivere quel che voleva, e se si

ritrattasse sarebbegli perdonato, se no si consegnerebbe alla Signoria

secolare. Continuaronsi e variaronsi un pezzo le pratiche per farlo

ricredere; confessava essere peccatore sì, ma cattolico, eretico no:

eretico invece dichiarava il papa e l'arcivescovo, dal quale fu

sconsacrato, poi consegnato al capitano, dov'ebbe molte ingiurie perchè

non credeva al papa, ed egli dovea soffrire «le bestianze del popolo, il

quale, sotto atto di grandissima compassione, tormentava l'anima del

santo il dì e la notte». Fino agli ultimi istanti gli si continuarono

esortazioni, ed egli persisteva a dire che Cristo non possedette nulla:

che Giovanni XXII fu eretico perchè lo negava: eretici i suoi successori

che nol riprovarono, e nulli i loro atti, non quanto a giurisdizione, ma

quanto a sacramenti. Mentre era tratto al supplizio a tutti

rincrescendone, «diceangli: _Deh non voler morire_. Ed esso rispondeva:

_Io voglio morire per Cristo_. E dicendogli: _O tu non muori per

Cristo_, esso diceva: _Per la verità_. E alcuno gli dicea, _Tu non credi

in Dio_, ed esso rispondeva, _Io credo in Dio e nella vergine Maria e

nella santa Chiesa_.... E ai fondamenti di santa Reparata dicendogli

alcuno, _Sciocco che tu sei! credi nel papa_, que' disse alzando il

capo: _Questi vostri paperi v'hanno ben conci_.... E giungendo in

Mercato Nuovo, essendogli detto _Pèntiti, pèntiti_, e' rispondeva

_Pentitevi di peccati, pentitevi dell'usure, delle false mercatanzie_».

«E alla piazza del Grano, uno cominciò a dire: _Voce di popolo voce di

Dio_, ed e' disse: _La voce del popolo fece crocifiggere Cristo, fe

morire san Pietro_. E qui gli fu data molta briga, e dicevano, _Egli ha

il diavolo addosso_.... Ed essendovi alcuni de' fedeli che riprendeano

coloro che diceano che negasse, alcun birro e altra gente si cominciò

avvedere del fatto, dicendo: _Questi sono de' suoi discepoli_: onde un

poco se ne scostò alcuno.»

Abbreviammo assai questa turpe scena di un popolo che insulta al

suppliziato; pure la riferimmo qual anticipazione di quella del

Savonarola. Già chiuso nel cappannuccio, si cercava svolgerlo col

fingere di mettere fuoco, col mostrare un giovane de' priori, venuto per

rimenarlo salvo se si convertisse; ed egli durò: e bruciò; e chi dicea

_Egli è martire_, chi _Egli è santo_, chi il contrario: e n'è stato

maggiore rumore in Firenze che fosse mai.

Gli inquisitori dovettero pure fare disepellire le ossa d'Ermanno da

Ferrara, e abbattere un altare erettogli, e così d'una inglese, che

spacciavasi lo spirito santo incarnato per redimere il sesso femminile.

Domenico Savi di Ascoli, uomo di gran pietà, in patria eresse un

ospedale e un oratorio sul monte Pelesio, dove vivea modestissimo con

alquanti begardi e beghine, ma inebbriatosi di confidenza in sè, asserì

molti degli errori correnti; non esservi colpa nella lussuria; i bambini

anche senza battesimo salvarsi per la fede de' parenti; la flagellazione

in pubblico a corpo nudo valere meglio che la confessione. Condannato

dapprima, si ravvide, poi ricaduto fu dato al supplizio in Ascoli nel

1344.

Il Garampi, nelle _Memorie ecclesiastiche_, dice trovarsi a Bologna un

processo fatto dall'inquisizione di Napoli il 1362 contro Lodovico di

Durazzo, frà Pietro da Novara, frà Bernardo di Sicilia, frà Tommaso

vescovo d'Aquino, Francesco Marchesino arcidiacono di Salerno poi

vescovo di Trivento, donde appajono tre maniere di Fraticelli, cioè

frati della povera vita, frati del ministro, frati di frate Angelo.

Nel 1421 altri ne comparvero, detti Fraticelli dell'Opinione perchè

opinavano che Giovanni XXII fosse punito da Dio per le sue costituzioni

sulla povertà di Cristo e degli apostoli, e Martino V deputò due

cardinali a ricercarli e punirli, massime a Fabriano. Nel 1466 Paolo II

li vedeva ripullulare nel Piceno e in Poli presso Tivoli nella Sabina,

esecrando il papa romano, dichiarando non essere vero vicario di Cristo

se non chi ne imita la povertà. Il pontefice, (adopriamo le insulse

parole del Bernino) «convinseli maravigliosamente bene tutti, non a

forza di dispute ma a forza di battiture, e fattine legare quattordici

da' sbirri, li fece poi esporre sopra un alto palco nella sommità di

quella parte di Ara _Cœli_ che volge verso il Campidoglio, con una

mitera di cartone in capo per uno, all'improperio delle genti e alle

fischiate del popolo. Dopo le quali, confessato il loro inganno avanti

il pontificio vicario di Roma, che colà comparve con cinque vescovi a

riceverne l'abjura, furono essi assoluti, e per marco di professata

penitenza vestiti con una lunga veste di lana con croce bianca al petto

e alla schiena, dinotante il loro ravvedimento ed eresia[142]».

D'altri eretici troviamo menzione in quei tempi. Nicola V ordina

all'arcivescovo di Milano, che vegli con maggiore attenzione

sull'eretico Amedeo recidivo, che di false bolle si prevaleva onde

accreditare alcune sue eresie[143]. Calisto VII udiva che nelle città e

diocesi di Bergamo e Brescia laici ed ecclesiastici spacciavano errori

intorno a Gesù Cristo, alla sua madre, alla Chiesa militante, molti

traendo a perdizione: e raccomanda d'insistere per isvellerli di là come

dal Veronese, Cremasco, Piacentino, Lodigiano, Cremonese[144].

Andrea Papadopulo Vretò pubblicò ad Atene nel 1864 un _Catalogo de'

libri stampati in greco moderno o in greco antico da Greci, dalla caduta

dell'impero bisantino sino alla fondazione del regno ellenico_. Ivi è

nominato Barlaam da Seminara, cioè uno de' Greci della Calabria, che

verso la metà del XIV secolo scrisse, fra altre cose, un libro contro il

primato e il temporale del papa e il purgatorio; pel quale perseguitato,

dovè fuggire a Costantinopoli. Il raccoglitore dice che questo libro fu

stampato la prima volta in Olanda, e divenne quasi irreperibile: ma egli

avutone un esemplare, l'applicò alla biblioteca d'Atene.

Questo libro non ci riuscì di vedere, onde nulla possiam dire nè della

sua autenticità nè del suo contenuto.

Gli eretici d'Italia, vol. I · 第 25 / 82 题