La verità non sarebbe verità se ciò che se ne scosta non fosse errore:
nè l'errore sarebbe errore se non cagionasse disordine. In conseguenza
l'autorità tutrice dell'ordine sociale deve reprimerlo. In tempo che
tutto avea per meta il cielo, sicchè chi mettesse impacci all'arrivarvi
era il gran nemico della società, bisognava collocare sotto la guardia
delle leggi la fede, come la vita, la roba, l'onore.
Che la società pagana non tollerasse le religioni diverse dalla legale,
è attestato non meno dal supplizio di Diagora e Socrate, che dalle
migliaja di martiri. I Padri della Chiesa proclamarono la libertà delle
credenze, finchè la loro fu perseguitata; ma come prevalse, e gli
eretici sorsero a turbarla, argomentarono che il reprimere gli errori
fosse diritto e difesa legittima contro della persecuzione e della
seduzione. Se la Chiesa è unica depositaria e interprete della verità, e
soltanto in essa vi è salute, non dovrà ella con ogni modo opporsi alla
propagazione dell'errore? Gl'imperatori di Roma cristiani, memori di
quando univano i due poteri di capi dello Stato e supremi pontefici,
moltiplicarono decreti in tal proposito; due Costantino, uno
Valentiniano I, due Graziano, quindici Teodosio I, tre Valentiniano II,
dodici Arcadio, diciotto Onorio, dieci Teodosio II, tre Valentiniano
III, tutti inseriti nel codice Giustinianeo. Diverse pene comminavano
agli eretici, di rado la morte, perchè i vescovi professavansi
avversissimi al sangue: a questi era affidato il decidere se un'opinione
fosse ereticale; al magistrato secolare l'avverar il fatto, e dare la
sentenza.
Così procedette la cosa nel declino dell'impero occidentale; così
continuò in Oriente. Ma fra noi, dopo l'invasione, se accadeva di punire
un violamento di leggi ecclesiastiche, i vescovi usavano quell'autorità
mista di sacro e di secolare, che ad essi era stata attribuita, e
talvolta ancora, considerando l'eresia come politica disobbedienza, la
reprimevano colla forza, siccome dicemmo aver fatto Eriberto arcivescovo
di Milano.
Ridesto il diritto romano, come alla tirannia, così vi si trovò appoggio
alle persecuzioni contro i miscredenti, poco ricordando che la legge
d'amore aveva abolita quella fiera legalità. L'imperatore Ottone III
poneva Gazari e Patarini al bando dell'impero e a gravi castighi.
Federico Barbarossa, tenuto congresso a Verona con papa Lucio III nel
1184, ordinò ai vescovi[97] d'informarsi per sè o pei loro delegati
delle persone accusate d'eresia, distinguendo i convinti, i pentiti, i
ricaduti; quelli convinti sieno spogliati dei benefizj se religiosi, e
abbandonati al braccio secolare; i sospetti si purghino, ma se ricadano,
vengano puniti senz'altro. Federico II, al tempo della sua coronazione
fulminò pene temporali contro gli eretici, e le ripetè da Padova con
quattro editti, ove, «usando la spada che Dio gli ha concesso contro i
nemici della fede», vuole che i molti eretici ond'è singolarmente
infetta la Lombardia, sieno presi dai vescovi e dati alle fiamme
ultrici, o privati dell'organo della lingua.
È questa la prima legge moderna di morte contro i miscredenti: e veniva
da un re accusato di enormi eresie dai contemporanei, e dai moderni
offerto modello di liberalismo antiecclesiastico. Egli stesso fece da
papa Onorio III rimproverare le città lombarde per averlo impedito di
procedere, come si era proposto, contro l'eresia[98]: all'arcivescovo di
Magdeburgo, legato in Lombardia, impose di usar il massimo rigore[99]; e
l'ordinò nelle _Costituzioni del regno di Sicilia_, dolendosi, che dalla
Lombardia, ove n'era il semenzajo, i Patarini fossero largamente
penetrati in Roma e perfino nella Sicilia[100] e a perseguitarli spedì
l'arcivescovo di Reggio e il maresciallo Ricardo di Principato. Nè men
severi editti fece Ottone IV[101]; da cui Giacomo vescovo di Torino,
sgomentato dell'aumentarsi de' Valdesi fra le Alpi, ottenne ampia
facoltà di espellerli dalla sua diocesi[102]. Sull'esempio e
coll'autorità dei decreti imperiali, le varie città emanarono statuti
contro gli eretici.
Questi aveano per centro Tolosa; e già potemmo vedere come impugnassero
la giustizia, la proprietà, la famiglia, la facoltà di punire, insomma i
fondamenti della società. Come nemici della società consideravansi
dunque, e Federico II, nella succennata costituzione, che passò nel
diritto comune per quasi tutta Italia, ordina a' suoi uffiziali
d'investigare contro gli eretici, anche senza denunzia e sopra sospetti
per quanto leggieri, ponendo l'eresia fra i delitti pubblici (_inter
cætera publica crimina_); anzi lo giudica più orribile che la lesa
maestà: e fin agli ecclesiastici comanda di esaminare se vi avesse
offesa anche contro un solo articolo di fede: _a viris ecclesiasticis et
prælatis examinari jubemus_.
Eresia era titolo che applicavasi a qualunque errore. Si sa che, nella
dieta di Roncaglia, Martin Gosia definì che l'imperatore è non solo
signore di tutto il mondo, ma anche di tutte le cose de' particolari. Or
bene, il famoso Bartolo non solo adottò quella sentenza, ma dichiarò
eretico chi credesse altrimenti.
L'eresia era dunque civilmente delitto: e Luca di Penna, per dirne uno
dei cento, dichiara «il misfatto d'eresia esser massimo e pubblico, per
offendere la maestà divina, e conturbare l'unità della Chiesa: aversi in
esso a procedere per inquisizione, e quelli che da' giudici
ecclesiastici son dichiarati rei, se non s'accusano e ritornano in seno
della Chiesa, siano dichiarati eretici, e consegnati al giudice
secolare, che deve bruciarli e incamerarne i beni, come nel misfatto di
maestà».
Da questi mali volendo Innocenzo III sbrattare la vigna di Cristo, spedì
monaci a predicare, esortando i principi a secondarli; e quando Ranerio
e Guido inquisitori avessero scomunicato uno, i signori doveano
confiscargli i beni e sbandirlo, e far peggio a chi resistesse. Di qui
cominciò la crociata contro gli Albigesi, che non è da questo luogo il
raccontare, ma dove la religiosa serviva di mantello alla quistione di
nazionalità. La Francia, smaniando ottenere quell'unità, che molti
agognano oggi a qualsiasi costo anche per l'Italia, voleva sottomettere
la Provenza e la Linguadoca, che avvezze alle romane, repugnavano dalle
ordinanze germaniche del paese settentrionale, e quell'occasione sembrò
opportuna. La spedizione fu segnalata dagli orrori delle guerre civili e
dello stato d'assedio, ma solo gli adulatori dei re potrebbero
riversarne ogni colpa sul papa e sulla religione. Oggimai la storia
accertò che Innocenzo, mal informato delle iniquità commesse da ambe le
parti, non avea mai cessato di predicar pace e moderazione, e dopo che i
crociati ottennero vittoria, spedì legato _a latere_ il cardinale Pietro
di Benevento, affinchè riconciliasse colla Chiesa gli scomunicati, e
riducesse Tolosa a repubblica indipendente, purchè convertita dagli
errori anticristiani e antisociali; assolse i capi dell'insurrezione, e
al figlio di quel Raimondo da Tolosa ch'era stato principale capo della
guerra, prodigò consolazioni, assegnò il contado Venesino, Beaucaire e
la Provenza, e ripeteva: «Abbi pazienza fin al nuovo concilio».
Sotto i papi succeduti, la guerra fu proseguita colla ferocia delle
nazionali, finchè la Provenza restò sottoposta affatto al re di Francia.
Questo re era san Luigi, e al nuovo acquisto volle accomunare i
provedimenti che vegliavano in Francia, dove l'eresia, secondo il
diritto comune, era considerata delitto contro lo Stato, e punita del
fuoco. Romano, cardinale di Sant'Angelo, raccolse un concilio, dove si
stabilì che i vescovi nominerebbero in ciascuna parrocchia un sacerdote
con due o tre laici, per _inquisire_ gli eretici, e farli noti ai
magistrati; punito chi ne celasse alcuno; distrutta la casa dove uno
fosse côlto.
Sono i fieri ordinamenti coi quali si svelle la ribellione, e pur troppo
li vediamo e li deploriamo oggi stesso minacciati e applicati, nel
meriggio dell'ostentata civiltà, e per cause assai meno certe, in questa
povera Italia.
Il tribunale dell'inquisizione fu dunque una corte speciale in paese
sovvertito da lunga guerra e da rinascenti sollevazioni. Invece delle
precedenti stragi armata mano, e dei consigli di guerra senza diritto di
grazia, l'Inquisizione era esercitata da ecclesiastici, gente più
addottrinata e meno fiera; ammoniva due volte prima di procedere; solo
gli ostinati e recidivi arrestava; riceveva al pentimento chiunque
abjurasse, e spesso contentavasi di castighi morali; col che salvò
moltissimi, che i tribunali secolari avrebbero condannati. Gregorio IX
poi, ad istanza del famoso teologo Rajmondo de Pegnaforte, la sistemò
col togliere ai vescovi la processura, e riservarla ai frati, che così
all'uffizio di combattere colla parola gli eretici unirono quello di
farli ricredenti o castigarli. Al priore de' Domenicani in Lombardia il
papa dirigeva la bolla _Ille humani generis pervicax inimicus_,
costituendolo esecutore contro gli eretici[103]. Dappoi Innocenzo IV,
con editto del 1251 da Brescia, ripartì le provincie fra Domenicani e
Francescani, a questi la Toscana, a quelli la Lombardia, la Marca
Trevisana, la Romagna, dando ai provinciali podestà d'istituire
inquisitori apostolici dapertutto, fuor della Sicilia ove n'aveano
privilegio i re: il vescovo dovea aver parte nel giudizio; le comunità
pagare le spese: e in XXXI capitoli, dappoi modificati perchè trovarono
reluttanza ne' magistrati, si diedero norme a tutti i rettori, i
consigli, i comuni per consolidar esso tribunale.
I frati costituivano una specie di giurati, circolanti al modo delle
assisie, e che aveano giurisdizione su tutti i laici, non esclusi i
dominanti, ed anche sul basso clero. Arrivato in una città,
l'inquisitore convocava i magistrati; e li facea giurare d'eseguire i
decreti contro gli eretici, ed ajutare a scoprirli e coglierli; se
alcuno renuisse, poteva sospenderlo e scomunicarlo, e mettere
all'interdetto la città. Le denunzie, che non poteano essere anonime,
aveano effetto soltanto quando il reo non si presentasse di voglia;
scorso il termine, era citato; e i testimonj interrogavansi
coll'assistenza dell'attuaro e di due ecclesiastici. L'istruzione
preparatoria riusciva sfavorevole? gl'inquisitori ordinavano d'arrestar
l'accusato, più non protetto da privilegi od asili. Cólto che fosse,
nessuno più comunicava con esso, faceasi la visita della sua casa, e il
sequestro de' beni.
Appoggiavasi l'inquisizione al diritto civile: e nella _Maestruzza_[104]
è definito: «Secondo la legge, indovinatori e malefici dee essere a loro
mozzo il capo, s'ei vi caggiono: e se eglino vanno a casa altrui; debbon
essere arsi: e i loro beni debbono essere messi in comune. Ma secondo la
Chiesa, gli è tolta la comunione, se egli è notorio; ma se egli è
occulto, imponsegli penitenza di quaranta dì» (cap. 42). Degli
indovinatori e sortilegi gl'inquisitori non possono e non debbono
intromettersi, se già manifestamente non temessero alcuna resia. Coloro
che ricaggiono nella resia di prima, la quale avevano negata, si debbono
mettere nelle mani della signoria secolare (cap. 91).
La colpa dunque era civile, la Chiesa non facea che mitigar la pena,
poichè i pentiti assolveva, anche i recidivi procurava riguadagnare.
L'inquisitore dovea dichiarare che l'accusato fosse veramente eretico, e
quindi non più appartenente alla Chiesa: da quel punto diveniva reo di
Stato: e lo Stato non eseguiva la sentenza dell'inquisizione, ma
applicava la pena stabilita dalla legge.
Una costituzione di Celestino III e d'Innocenzo III, accolta nel
_Diritto Canonico_[105], distingue le procedure per accusa secondo il
codice romano, quelle per denunzia, quelle per inquisizione; ma in tutte
sono pubblicate le testimonianze, ammesse le difese e il dibattimento.
Gli eretici dunque, giudicati secondo la legge canonica, poteano
conoscere i testimonj e l'accusatore, aver un consiglio, e pubblico
dibattimento. Solo quando lo stabilirsi dei principati sminuiva la
pubblicità, propria del medioevo, Bonifazio VIII dispensò gl'inquisitori
da tante formalità qualunque volta ne derivasse pericolo ai
testimonj[106]: Innocenzo VI, dichiarando che tal pericolo può
presumersi sempre, generalizzò la riserva, e di qui venne la procedura
secreta, per quanto vi ostassero i legisti e la nobiltà e gli uomini
comuni, che si trovavano esposti all'arbitrio. Piantato un tribunale,
potea sperarsi disforme dagli altri del suo tempo? onde vi si videro
rinnovate tutte le sevizie de' processi di Roma pagana, e il cavillo, e
la tortura, e supplizj esacerbati. San Tommaso trova legittima in tali
casi fin la pena capitale[107]. Ma la Chiesa, sebbene siasene valsa come
d'una legittima difesa e d'una prevenzione contro mali gravissimi, non
approvò mai, almeno in concilio, un'istituzione siffatta.
Fin dal nascere non mancò da fare all'Inquisizione in Italia. La
vicinanza del papa, e l'esservi egli anche principe temporale, incitava
a resistergli; e ne' conflitti di Guelfi e Ghibellini vedemmo mettersi
in discussione l'autorità di lui, passando, come troppo è facile, dalla
mondana alla spirituale. I Comuni aveano acquistato la libertà
strappandola ai vescovi, sicchè restava sminuita la riverenza a questi,
e in molte lettere i pontefici ne muovono querela alle nostre
repubbliche, le quali anche non di rado violarono e i possessi e le
persone degli ecclesiastici.
Uscente il XII secolo, Orvieto formicolava di Manichei, introdotti dal
fiorentino Diotisalvi, e da un Girardo di Marsano; e diceano che il
sacramento dell'eucaristia nulla rappresenta, il battesimo non occorre
alla salvezza; non giovasi ai morti con limosine ed orazioni. Espulsi
costoro dal vescovo, comparvero Melita e Giulita, uomini e donne
seducendo con aspetto di santità, finchè il vescovo, col consiglio di
canonici, giudici ed altri, ne esigliò ed uccise molti. Un Pier Lombardo
vi capitò poi da Viterbo, contro del quale Innocenzo III deputò Pietro
da Parenzo, nobile romano, che ricevuto fra ulivi e palme, proibì i
combattimenti carnevaleschi che finivano in sangue; ma poichè gli
eretici stimolarono a disobbedire, il primo giorno di quaresima si
mischiò fiera zuffa, e Pietro fece abbattere le torri, donde i grandi
aveano tirato sul popolo, ed emanò buoni provvedimenti. A Pietro
tornato, il papa domandò: — Come hai bene eseguiti gli ordini nostri?
— Così bene, che gli eretici mi cercano a morte.
— Dunque va, persevera a combatterli, chè non possono uccidere se non il
corpo; e se t'ammazzeranno, io ti assolvo d'ogni peccato.
E Pietro, fatto testamento e congedatosi dalla desolata famiglia,
ritornò[108].
Contro i molti Manichei di Viterbo Innocenzo mosse in persona, rimbrottò
i cittadini che tra quelli sceglievano i consoli, ed ordinò che,
qualunque fosse trovato sul patrimonio di san Pietro, fosse consegnato
al braccio secolare per castigarlo, e i beni divisi fra il delatore, il
comune e il tribunale giudicante[109]. D'altri abbiamo ricordo in
Volterra, dove gl'inquisitori, a malgrado del vescovo, atterrarono
alcune case d'eretici in Montieri[110].
Bandi severissimi contro Catari e Patarini e d'altro nome novatori,
pubblicò Gregorio IX, in qualità di sovrano di Roma e ad istanza di
questa città, volendo fossero mandati al fuoco, o, se si convertivano, a
carcere perpetuo; e guai a chi li raccogliesse o non li denunziasse.
Molti in fatto furono arsi, molti chiusi a penitenza nei monasteri di
Montecassino e della Cava[111]. Dei rimanenti si fece diligente
inquisizione, per cura di Annibaldo, capo del senato[112]; in presenza
del quale e del popolo, molti preti e cherici e laici, affetti di questa
lebbra, furono condannati; sopra testimonj e confessione propria.
L'editto di Gregorio IX fu poi ampliato da Innocenzo IV e Alessandro IV,
infine da Nicola III contro tutti gli eretici, e inserito nel diritto
canonico[113]. Il senato romano pubblicò varj capitoli, pei quali il
senatore doveva ogni anno diffidare i Catari, Patarini, Poveri di Lione,
Passagini, Giosefini, Arnaldisti, Speronisti e d'altro nome, e i loro
ricettatori, e fautori, e difensori: gli eretici côlti si devano
detenere, e otto giorni dopo condannati dalla Chiesa, punire: i loro
beni pubblicare, dandone una parte a chi li prese o rivelò, una al
senatore, una per restaurare le mura: dove teneano le congreghe facciasi
un mondezzajo; siano distrutte in perpetuo le loro case e di coloro che
da essi ricevettero l'imposizione delle mani; quegli che conoscendoli
non li riveli, sia multato in venti libbre; quei che loro diano ricetto,
perdano la terza parte dei beni, e la seconda volta siano espulsi di
città, nè possano citar alcuno in giudizio, nè esser assunti ad
impieghi, o ad atto legittimo qualsia.
In Milano fu posto _che qualunque persona a sua libera volontà potesse
prendere ciascun eretico; le case ove eran ritrovati si dovessero
rovinare, e i beni che in esse si trovavano fossero pubblicati_[114].
Enrico di Settala, arcivescovo di essa città, allora istituito
inquisitore, _jugulavit hæreses_, come lo loda il suo epitaffio; ma i
cittadini lo discacciarono. Vedesi ancora in Milano la statua equestre
di Oldrado da Trezzeno podestà, encomiato nell'iscrizione perchè
_Catharos ut debuit uxit_[115]. Nel 1303, al 1 novembre, i popolani di
Sesto Calende si univano, e nominavano due sindaci o procuratori, i
quali ricevessero le abjure di qualunque eresia o credenza, favore o
asilo o difesa prestata a eretici di qualunque sètta; e a giurar
sull'anima loro e di tutti quei del paese d'osservare la fede cattolica,
e perseguitare gli eretici credenti e i loro fautori[116].
Come ricettatore d'eretici fu assalito il conte Egidio di Cortenova nel
Bergamasco, e smantellatone il castello per istanza d'Innocenzo IV.
A Brescia operavano così sfacciati, che dissacravano chiese, e dalle
torri fortificate scagliando fiaccole ardenti, scomunicavano la Chiesa
romana e chi ne seguisse le dottrine. Contro di loro, papa Onorio III
inviò il vescovo di Rimini, il quale abbattè molte chiese da essi
contaminate, e le torri dei Gàmbara, degli Ugoni, degli Oriani, dei
Bottazzi, ch'erano stati i più violenti, con ordine che rimanessero
sempre mucchi di rovine, a ricordanza del fatto: le torri di quelli che
aveano infellonito in minor grado, fossero diroccate fino a metà o ad un
terzo, nè più si elevassero se non col consenso della Chiesa apostolica:
gli scomunicati per tali azioni, eretici fossero o loro fautori, non
venissero assolti se non presentandosi alla sede apostolica, salvo che
in articolo di morte[117].
Altri in Piacenza bruciò il podestà Raimondo Zoccola; sessanta a Verona
frà Giovanni da Schio in tre giorni, subito dopo aver riconciliate le
osteggianti città italiane nella famosa pace di Paquàra.
Nè il Napoletano mancava d'eretici, ed è probabilmente come protesta
contro le costoro predicazioni che un eremita calabrese andava attorno
gridando nel dialetto patrio: _Benedittu, laudatu e santificatu lu
Patre; benedittu, laudatu e santificatu lu Filiu; benedittu, laudatu e
santificatu lu Spiritu Santu_[118]. Dal registro angioino a Napoli si
trassero dianzi due diplomi: coll'uno del 1269, dato da Orvieto il
penultimo di maggio, Carlo d'Anjou scrive ai conti, marchesi, baroni,
podestà, consoli, conti, e chiunque abbia potere e giurisdizione,
esortandoli che, venendo i frati Predicatori di Francia come inquisitori
in Lombardia e in altre parti d'Italia, per investigare gli eretici e
quelli che per eresia dalle terre di Francia fuoruscirono, vogliano
ajutarli in tal ricerca, e renderli sicuri.
Coll'altro ai giustizieri, balii, giudici, maestri giurati ed altri
ufficiali e fedeli nel regno di Sicilia annunzia che frà Benvenuto
dell'ordine de' Minori, inquisitore, mandava i familiari suoi Regebato e
Jacobuccio a prendere alcuni eretici dimoranti nel suo regno: perciò a
loro requisizione vogliano coglierli, coi beni stabili e mobili, e
custodirli in luogo sicuro; i beni fedelmente conservino a utile della
curia reale; e di quanto staggiranno facciano fare quattro istromenti
simili, di cui uno terranno essi, uno daranno al depositario, un terzo
alla camera reale, il quarto ai ragionieri della gran curia. Seguono i
nomi degli eretici: Marco Pietro Neri, Regale de Monte, Gilia di
Montesano, Giovanni Bictari, Bigoroso, Bonadio del Regno, Bencivenga di
Vecchialana, Verde figlia di Guido Versati, Fiore di Colle Casale,
Benvenuto Malyen d'Acquapendente, Migliorata sua moglie, Sabbatina detta
Bona, maestro Matteo tessitore e Alda sua moglie, Giovanni Orso, Angelo
Orso di Guardia Lombarda, Vitale Maria sua moglie, Bernarda e Bernardo
suo marito, Gualterio provinciale, Bernardo calzolajo, Bernarda sua
moglie, Raimondo di Napoli, Pietro di Majo di San Germano, Benedetto
calderario, Pietro Malanotte e Maria sua moglie, e Maria loro figlia,
Salvia e Nicolao figlio di lei, Benedetto fratello di Salvia, Bona sua
figlia, Salvia di Rocca magnifico, Giudice Rainaldo, Giudice Guarino,
Bojano Capocia, Pietro Giannini e Guglielmo suo fratello, Giraldo Bonomo
di Odoriso, Giacobo Gerardone, Giovanni Mundi, Tommaso di Giovanni
Guarnaldi di Ferrara, Pietro Bictari nipote di Giovanni Bictari,
Margarita moglie del fu Zoclofo, Domino di Ferrara, Sibilla sua cognata
di Melfi, mastro Matteo tessitore, Alda sua moglie, mastro Mauro
mercante di Casalvere, Matteo Giovanni Golie, Giovanni e Gemma suoi
figli, Soriana, Matteo Maratono, Gemma sua donna, Binago di Alifia,
maestro Manneto di Venafro, Nicola fratello di Jacobo, Maria madre sua
di Bojano, Guglielmo d'Isernia, Sergio, Margarita sua moglie di San
Massimo, Viatrice sua figlia, Roberto figlio di Ugone suddetto, Giacomo
Ricco, mastro Rainaldo Scriba, Canapadula di Rieti figlio, Samuele di
San Sibato, Corrado Tetinico che dicesi stia a Foggia, Benvenuto Jazeo e
sua moglie che dimora presso San Martino, e stavano in Alifia.
Il decreto è dato nell'assedio di Lucera, il 12 agosto 1269.
Ivone da Narbona scriveva a Gerardo arcivescovo di Bordeaux, come,
viaggiando in Italia, e' si finse Cataro, lo perchè in tutte le città
ebbe lietissime accoglienze; e «a Clemona, città celebratissima del
Friuli, ebbi squisiti vini da' Patarini, robiole, ceratia ed altri
lachezzi»[119]. Costoro aveano per vescovo un tal Pietro Gallo, che
scoperto di fornicazione, fu cacciato di seggio e dalla società.
Contraddisse vivamente all'errore Antonio da Lisbona, il taumaturgo di
Padova, che a nome della religione e dell'umana libertà protestò contro
Ezelino, il quale professava aver più paura de' frati Minori che di
qualsiasi persona al mondo. Singolarmente in Rimini sant'Antonio
combattè gli eretici, non solo colla parola, ma coi miracoli. Perocchè
una volta, dice la legenda, non badandogli gli uomini, furono veduti i
pesci venir su per la Marecchia, e a bocca aperta collocarsi ad
ascoltarlo; un'altra, un giumento, da lungo tempo digiuno, si prostrò
davanti all'ostia consacrata, benchè il padrone patarino gli porgesse il
truogolo dell'avena.
Martello degli eretici fu detto san Tommaso d'Aquino, che nella _Summa
theologica_ espose tutti gli argomenti contro gli errori di essi, come
dicemmo: nè men fervoroso apparve san Bonaventura. Contro gli eretici di
Prato aveva proferito sentenza il vescovo di Worms, legato
dell'imperatore Enrico VI nel 1194[120], confiscandone i beni, ordinando
di disajutarli in ogni modo, e vietando di dar loro consiglio od ajuto,
nè di mettere ostacolo a lui quando li facesse carcerare. Nel resto
della Toscana troviam pure nominati fra gli eretici Guido da Cacciaconte
di Cascia in Valdarno; il prete del Ponte a Nieve, Migliore da Prato,
uno di Poggibonzi, due donne di Poppi, Andrea di Fede, una Meliorata con
suo padre Albese, un'altra fiorentina. Gherardo, dottore e cavaliere di
Firenze, fu scoperto eretico solo allorchè, morendo, non volle attorno a
sè che Patarini.
A Firenze, come negli altri Comuni, v'erano statuti _de hæreticis
diffidandis et baniendis; omnes hæreticos cujuscumque hæresis diffidare
et exhaurire debeant rectores civitatis, etc_. La prima e la seconda
domenica dell'avvento, il vescovo, celebrando in Santa Reparata, solea
richiedere i rettori della città che perseguitassero e sbandissero gli
eretici. E vescovo dal 1205 al 1230 vi fu Giovanni da Velletri, il
quale, vedendo propagarsi l'eresia, pensò ripararvi seriamente, e fece
catturare alcuni che si tenevano celati. Costoro vescovo era Filippo
Paternon, che avea fatto di molti proseliti. Gregorio IX papa, nel 1227,
ordinò a frà Giovanni da Salerno, compagno di san Domenico e priore di
Santa Maria Novella, che procurasse l'arresto del Paternon: il quale
côlto, abjurò i suoi errori, ma ben presto tornò ai conciliaboli, e la
potenza de' suoi settarj lo assicurava d'impunità. Quando la prudenza il
consigliò a mutar paese, gli furono surrogati nel ministerio Torsello,
indi Brunetto, infine Jacopo da Montefiascone, che, con un Marchisiano e
con un Farnese, da prima gli servivano di ministri. Farnese predicava
cogli occhi chiusi come chi dorme, ed asseriva che egli e i compagni
suoi talvolta in abiti preziosissimi assistevano alla maestà divina.
Contemporaneamente a frà Giovanni, il vescovo di Siena Bonfili ricercava
gli eretici nella sua diocesi, ajutato da altri Domenicani.
Il nuovo vescovo di Firenze Ardingo Feraboschi fece contro i Patarini,
varj decreti confermati da Gregorio IX, e vide stabilita regolarmente
nella sua città l'Inquisizione, con tribunale nel convento di Santa
Maria Novella, e pubblici notari. Frà Ruggero de' Calcagni, uscito da
famiglia di mercanti in Vachereccia, ne fu primo inquisitore, ed eresse
processo nel 1243, per trovare l'origine, il seguito e l'estensione di
tanto male, e servendosi dei processi fatti già prima in convento,
principiò cause terribilissime, e fin allora non più sentite nella
città. Il tribunale per lo più si teneva in quel monastero, e alle volte
nel luogo di Santa Reparata, assistendovi sempre l'inquisitore, il
priore di Santa Maria Novella, e due o tre altri frati de' principali.
Citavano i rei a comparire, sotto intimazione, prima di pena pecuniaria,
poi di censure: ed un'infinità d'eretici sì uomini come donne bisognò
venissero ad esibirsi, perchè i signori di palazzo da lettere papali
erano stati obbligati a dare i rei nelle mani degli ecclesiastici, onde
non v'era campo di poter esentarsene[121]. In fatto, Pietro e Andrea
furono mandati a Roma, ove abjurarono.
Non per questo cessavano gli eretici, e Gherardo di Ranieri Cavriani,
figlio d'eretico, davasi attorno apostolando, e spesso tornava in
Lombardia, e andava nelle case a dar la consolazione ai morenti. Altri
caporioni erano Baron del Barone e Pulce di Pulce, famiglia calabrese,
appoggiati dalla fazione imperiale, e secondati dai Cavriani, da Chiaro
di Manetto, da Cante di Lingraccio, da Uguccione di Cavalcante, dalle
famiglie Saracini e Malapresa, e da molte signore, fra cui Teodora
moglie del Pulce, un'Aldobrandesca, una Contrelda, un'Ubaldina erano
sempre le prime a dar impulso alle collette apertesi a favore de' poveri
e de' predicanti.
I quali insegnavano che Maria non era donna, ma un angelo: che Cristo
non prese carne da lei; che non si trovano il corpo e il sangue sacro
nell'eucaristia. Teneano loro adunanze in Firenze nella casa del
Manetto, del Lingraccio, e massime de' Baroni, che, come rilevanti
dall'impero, rimanevano esenti dalla giurisdizione comunale, e che
edificarono una torre a San Gaggio, fuor di città, apposta per ricettare
gli eretici; oltrechè aveano conciliaboli in una villa sul Mugnone. Frà
Ruggero, unito a frate Aldobrandino Cavalcanti, ne fe carcerare
alquanti; ma i Baroni, gelosi delle loro immunità, per forza li
rimessero in libertà. Con ciò venne la città a dividersi in due fazioni,
una avversa, l'altra favorevole all'Inquisizione, e bande prezzolate
insultavano per la via i fautori di questa e i Domenicani.
I Serviti, ordine allor allora istituito sul monte Senario, che prima
per la straordinaria pietà erano sospettati eretici, vennero ad
obbedienza dell'inquisitore, faticandosi a ribattere gli eretici; al che
valse pure il miracolo che allora si divulgò, d'Uguccione prete di
Sant'Ambrogio presso Firenze, il quale, detta messa, non asciugò bene il
calice, e al domani vi si trovò sangue vivo.
De' processi allora eretti, alcuna cosa fu pubblicata dal Lami, e parte
si conserva nell'archivio di Stato fra le carte di Santa Maria Novella,
e di là traemmo le notizie che precedono[122]. Le deposizioni sono la
maggior parte di donne, e principalmente di Lamandina Pulce, avversa
agli eretici quanto v'erano propense le sue consanguinee. Non appare vi
si usasse tortura, e quando l'esortazione uscisse inutile, i rei
venivano abbandonati al braccio secolare.
Il papa, che aveva confortato la Signoria a conservar forza alle leggi,
per appoggio inviò frà Pietro da Verona. Questi era nato da genitori
patarini, e resosi domenicano, spiegò zelo straordinario contro gli
eretici in Lombardia. Di là trasferitosi a Firenze nel 1244, predicava
nella piazza di Santa Maria Novella, la quale trovandosi angusta alla
folla accorrente per udirlo, ad istanza di lui fu fatta ampliare dalla
Signoria. Istituì egli la società de' Laudesi, che cantava Maria e il
Sacramento, quasi a sconto degli oltraggi dei Patarini.
Ma questi, non che rimanessero allibiti, opponevano la forza; lo perchè
Pietro sistemò alquanti nobili, che volonterosi si esibivano per guardia
al convento dei Domenicani, ed altri che eseguissero i decreti di
questi: donde originò la «sacra milizia dei capitani di Santa Maria».
Sulla facciata dell'uffizio del Bigallo, rimpetto a San Giovanni, due
sbiaditi affreschi di Taddeo Gaddi figurano il miracolo di quando un
cavallo infuriato si lanciò contro le turbe che ascoltavano la predica,
ma passò sovra le loro teste senza nuocere ad alcuno; ed esso Pietro,
quando a dodici nobili fiorentini consegna lo stendardo bianco colla
croce rossa per tutela della fede: il quale stendardo conservasi in
Santa Maria Novella, e si spiega nel giorno di quel santo.
Crebbero allora processi ed esecuzioni, e varie donne di Poppi furono
messe a morte. Frà Ruggero citò al suo tribunale i Baroni, i quali,
dichiarando quelle esecuzioni inumane ed illegali, s'appellarono
all'impero: e il podestà Pace da Pesannola, bergamasco, li tolse in
tutela, protestando contro le sentenze, e intimando si rilasciassero i
detenuti. Perciò dagli inquisitori fu messo con solennità
all'interdetto, onde ne nacque parte e tumulto: una domenica nel 1245,
mentre i fedeli ascoltavano la predica nella cattedrale, gli eretici gli
assalgono e feriscono: Pietro si pone alla testa de' suoi; sono di
sangue contaminate piazza Santa Felicita e il Trebbio, finchè i
Cattolici riescono superiori. La croce del Trebbio rammenta anche oggi
quel macello; e vuolsi che allora cominciasse l'uso di porre croci e
madonne sui crocicchi, onde tosto vedere chi le dileggiasse o riverisse.
Segnalato per tanto zelo, Pietro muove a farne prova sui Cremonesi e sui
Milanesi, i quali, esacerbati dalle battaglie mal riuscite contro
Federico II, bestemmiavano il Cielo, insultavano ai riti, e sospendevano
capovolti i crocifissi. Cominciò egli le processure; e predicando a
Milano sulla piazza di Sant'Eustorgio diceva: «So che gli eretici hanno
tramato la mia morte; che è già depositata la somma onde retribuire il
sicario. Sia quel che vogliono, s'accorgeranno ch'io farò contro loro
dopo morte più che non facessi da vivo». In fatto Stefano de'
Confalonieri di Agliate e Manfredi da Olirone congiurarono, e lo fecero
uccidere mentre il sabato _in albis_ passava da Milano a Como. Egli
trafitto intrise il dito nel proprio sangue, scrisse per terra _credo_,
e spirò[123]. Subito venerato col nome di Pietro Martire, ebbe un tempio
sul luogo dove cadde, e in Sant'Eustorgio a Milano una magnifica arca,
ch'è uno dei primi monumenti della scultura, con epitafio scritto da san
Tommaso:
_Præco, lucerna, pugil Christi, populi, fideique_
_Hic silet, hic tegitur, jacet hic mactatus inique_
_Vox ovibus dulcis, gratissima lux animorum,_
_Et verbi gladius, gladio cecidit Catharorum, etc._
D'egual moneta aveano i Patarini pagato frà Rolando da Cremona, mentre
sulla piazza di Piacenza predicava: Pietro d'Arcagnago, frate Minore,
scannato in Milano presso Brera per opera di Manfredo da Sesto,
caporione de' Patarini lombardi, con Roberto Patta da Giussano; frà
Pagano da Lecco, trucidato coi compagni mentre andava a stabilire
l'Inquisizione in Valtellina, e così altri. Nel 1279, avendo
gl'inquisitori condannata al fuoco una tedesca in Parma, i cittadini
insorsero, saccheggiando il convento de' Domenicani, alcuni anche
ferendone, talchè essi a croce alzata partirono. Ma il podestà e gli
anziani e i canonici li seguirono, e gl'indussero a tornare, promettendo
rifarli dei danni e punire gli offensori[124].
A san Pietro Martire successe come inquisitore in Lombardia frà Ranerio
Saccone, che più volte menzionammo, il quale spianò la Gatta, ritrovo
degli eretici, e fece bruciare i cadaveri di due loro vescovi, Desiderio
e Nazario, tenuti in venerazione; nè si rallentò finchè Martin Torriano,
signore del popolo, nol fe cacciare.
A Milano poco dopo comparve una Guglielmina, che diceasi oriunda di
Boemia e di stirpe regia, e che, a guisa de' Montanisti, non ammetteva
Cristo come ultimo termine del progresso morale e religioso, ma come un
progresso, che doveva essere sorpassato da una nuova missione: in lei lo
Spirito Santo essersi incarnato per redimere Giudei, Saracini e mali
Cristiani: averla Rafaele arcangelo annunziata a sua madre Costanza,
moglie del re di Boemia, il dì della Pentecoste: nata un anno dopo
quell'annunciazione: era vero Dio e vero uomo nel sesso femminile, come
Cristo nel maschile, e dal sacrosanto suo sangue resterebbero salvati i
miscredenti: come Cristo, secondo la natura umana, non secondo la
divina, dovea morire, risorgere, e alla presenza de' discepoli e dei
devoti salire al cielo per elevare l'umanità femminile. Quanto visse, il
popolo la venerò; morta nel 1282, fu tumulata splendidamente a
Chiaravalle, casa de' Cistercensi presso Milano, e tenuta in conto di
santa, e il suo sepolcro frequentato da devoti, illuminato giorno e
notte da ceri e lampade, e vi si celebravano tre feste annue, a san
Bartolomeo, all'Ognisanti e a Pentecoste, distribuendosi da que' monaci
pane e vino in commemorazione di lei, della quale si enumeravano la
virtù e i miracoli: e ceri ardevano davanti alla effigie di essa,
dipinta in Santa Maria Maggiore, in Santa Eufemia, alla Canonica e
altrove.
Come Cristo lasciò in terra san Pietro per suo vicario, affidandogli da
reggere la Chiesa, così la Guglielmina lasciò vicaria sua nel mondo
Mainfreda, monaca dell'ordine delle Umiliate di Santa Caterina in Brera.
Essa teneva adunanze de' fedeli, predicava, componeva litanie; e la
Pasqua del 1299, vestitasi d'abiti pontificali come altre compagne,
celebrò una messa in casa di Jacopo da Ferno, ove Albertone da Novate
recitò l'epistola, e Andrea Saramita una lezione di vangelo da lui
composto. Tempo verrebbe ch'essa Mainfreda più solennemente celebrerebbe
sul sepolcro dello Spirito Santo incarnato; indi nel duomo di Milano,
poi in Roma predicherebbe dalla sede apostolica; diverrebbe vera
papessa, colle autorità del pontefice odierno, il quale sarebbe abolito
e surrogato dalla Mainfreda, che battezzerebbe le genti ancor sedute
nelle tenebre. I quattro vangeli darebbero luogo a quattro altri, stesi
per ordine della Guglielmina. Il visitar la tomba di questa era
meritorio come il visitar quella di Cristo, onde da tutte le plaghe
s'accorrerebbe a Chiaravalle, ma i seguaci di essa sarebbero esposti a
tormenti e supplizj; non mancherebbe qualche Giuda che li tradisse, e li
desse nelle mani de' nemici, cioè dell'Inquisizione.
Tali opinioni vulgari apparvero dai loro processi[125], dai quali non
risultano però le turpitudini di che sono imputate queste deliranti; che
la Guglielmina rompesse a vergognoso commercio con Andrea Saramita; che
la Mainfreda, al termine delle congreghe, comandasse di spegnere i lumi,
e abbandonarsi senza distinzione di persone o di sesso. Fatto è che,
sparsesi tali voci, il vulgo, colla consueta versatilità, mutò il culto
in esecrazione, gl'inni in bestemmia, e l'Inquisizione colse la
Mainfreda, il Saramita, Jacopo da Ferno ed altri (20 luglio 1300), e ne
cominciò il processo. Jacopo abjurò; la Mainfreda e il Saramita furono
mandati al rogo sulla piazza della Vetra, il 6 d'agosto, insieme colle
reliquie della Guglielmina.
In Milano si formò poi un Ordine che pretendeva esser equestre,
intitolato della fede di Gesù Cristo, o della croce di san Pietro
martire: portavano una croce inquartata di nero e bianco; obbligavansi
ad esporre anche la vita per la diffusione della fede e la distruzione
dell'eresia, e realmente non erano che familiari della santa
Inquisizione. Forma eguale adopravasi da altri nelle diocesi d'Ivrea e
di Vercelli; e v'aveva indulgenze e privilegi a quei che crociavansi tra
costoro[126].
Inquisizione è una delle tante parole, attorno a cui suol levarsi tale
rumore, da impedire s'oda la voce del tempo; ma anche spogliata delle
esagerazioni, desta giusto raccapriccio o rammarico ad ogni buon
cristiano. Quanto narrammo non ci lascia dire cogli scrittori
dell'Enciclopedia francese, che l'Inquisizione di Spagna trascese
«nell'esercizio d'una giurisdizione, in cui gl'Italiani suoi inventori
usarono tanta dolcezza». Vero è che, oltre essere all'unisono co' tempi,
ed assai meno orribile, che non si sparnazzi dai soliti organi
passionati e di malafede, essa proponevasi un fine morale, a differenza
della Polizia moderna che sottentrò nelle sue veci, dalla quale si
procede e castiga spesso nell'interesse d'un principe, o per mantenere
un dominio costituito sulla forza o sull'intrigo: se restringeva il
pensiero, facealo, o credea farlo, per salvezza delle anime, non per
mero vantaggio d'un potere, d'un ministero, d'una consorteria dominante:
nè quegli spaventi tolsero che sorgessero grandi e robusti pensatori.
Noi avremo a riparlarne quand'essa diventerà un organo importante delle
società nuove: intanto avvertiamo come oggi di nuovo si risveglino
quelle antiche dottrine a proclamare la comunanza de' possessi,
l'abolizione della proprietà e dell'organamento civile: e la società
costituita arma tre milioni d'uomini in Europa contro siffatte teoriche,
le quali allora denominavansi eresie. Domandiamo se ciò deva
qualificarsi intolleranza; e se il secolo che così adopera possa
maledire a quelli che fecero altrettanto: e non comprendere che
l'odierna libertà della bestemmia non potè acquistarsi che
coll'introdurre altre feroci repressioni, eserciti innumerevoli,
tirannesche Polizie.
L'intolleranza è per avventura inseparabile dalle profonde credenze; e
la fede suppone l'esclusione di ciò che da essa differisce. Quando poi
la fede è considerata come il necessario legame fra i cittadini, chi la
intacca lede la società. L'Inquisizione proferì la pena di morte: ma la
proferiscono anche i nostri giurati. Le pene odierne sono destinate a
far rispettare istituzioni stabilite: e così era per quelle
dell'Inquisizione, verso istituzioni che la coscienza avea consacrate, e
che difendeansi pel diritto che alla società non si negò giammai. Forse
la repressione ci desta fremito perchè il delitto era religioso? Ma il
diritto positivo è meramente convenzionale; la sua autorità dipende
dalla confidenza che ispira. Oggi si puniscono colpe differenti; ma ciò
prova solo che gl'interessi sociali non sono sempre identici: quelli
d'oggi hanno il vantaggio d'esser attuali; quelli d'allora lo svantaggio
d'esser passati. Benediciamo Iddio d'averci fatti vivere in tempi,
quando ogni vero cattolico professa altamente la tolleranza, che non è
la parificazione della verità coll'errore, bensì l'applicazione della
carità nel mondo del pensiero, e che esclude l'intervenzione della forza
nell'ordine spirituale, neppure a servizio della verità.