PRIME ERESIE. CONSOLIDAMENTO DELLA PRIMAZIA PAPALE. GLI ICONOCLASTI.

Il sangue dei martiri non aveva ancora finito d'irrigare la pianta

immortale del cristianesimo, e già in seno a questo alcuni, come

l'antico serpente, valeansi della parola per diffondere l'errore, o

restringere a concetti particolari le verità generalissime enunciate

dalla Chiesa, creando scismi ed eresie[37]. Già al tempo degli apostoli,

alcuni ebraizzanti, pur riconoscendo la divina missione di Cristo,

voleano conservare il mosaismo, che, come troppo ristretto e nazionale,

era ripudiato dai nostri, aspiranti ad una religione universale[38]. San

Paolo si duole delle dissensioni nella nascente Chiesa; san Pietro venne

a Roma per oppugnare Simon Mago, il quale aveagli esibito denaro per

ottenerne la facoltà di conferire lo Spirito Santo: onde da lui è

denominata la prima e quella che sarà ultima delle eresie, la vendita

delle cose spirituali. E quel santo scriveva agli Ebrei: «Pascete il

gregge a voi affidato, senza sforzare, ma spontaneamente secondo Dio;

non per cupidigia di lucro, ma volontariamente». E ne' canoni apostolici

è registrato: «Se alcun vescovo o prete a denaro abbia conseguito la

dignità, venga deposto esso e chi l'ordinò; e dalla comunione affatto

escluso, come Simon Mago da me Pietro». Ecco la colpa, ecco il castigo.

Più il cristianesimo cresceva e illustravasi, l'orgoglio s'ingegnava a

trovarne qualche lato debole, e scalzarne le basi. Alcuni negavano

ricisamente il Cristo, mentre, mediante il platonismo, appuravano le

teoriche gentilesche. Altri ringiovanivano le ebraiche, massime colla

cabala: i Gnostici dicevano che Cristo fosse un mero simulacro, e

pretendevano a una scienza superiore ai culti pagani, alla religione

mosaica, alla cristiana, eppure indipendente dalla rivelazione,

togliendo alla Chiesa l'autorità infallibile per ridurla a un sistema,

da perfezionare coi sistemi imperfetti della filosofia, agognando di

raggiungere colle forze proprie un'altezza inaccessibile alla ragione;

eresia che tratto tratto rinacque coi mistici, credenti alla intuizione

immediata, e aspiranti ad una perfezione più che umana. Manete spiegava

l'esistenza del mal morale e del fisico col supporre una divinità

benefica ed una maligna. Gli spiriti forti diceano fin d'allora che le

differenti maniere d'intendere e adorar Dio fossero, non essenziali

forme di dottrina, solo varianti vedute dell'intelligenza cristiana.

Giustino martire, autore dell'_Apologia_, avea composto un libro contro

tutte le eresie e sètte, e lo esibiva all'imperatore Antonino[39]. Anche

Ippolito scrisse la Confutazione delle eresie; un Catalogo delle eresie

san Filastro vescovo di Brescia; e Tertulliano nelle _Prescrizioni_

sostiene che le eresie non sono strade ad appurare il cristianesimo,

perchè ciascuna è nuova in paragone della verità che esistea fin dal

principio: perchè l'eretico non ha regola nè fine nel disputar contro la

Chiesa, abbandonato com'è al proprio giudizio: perchè quelle opinioni

contraddicono una all'altra, e ciascuna pretende essere la verità.

Inoltre ciascuno si crede in diritto di cangiare e di modificare per

proprio talento ciò che ha ricevuto, come per proprio talento l'autor

della sètta lo ha composto. L'eresia ritiene sempre la propria indole

col non cessar d'innovare, e il progresso è simile all'origine; ciò che

fu permesso a Valentino, lo è pure ai Valentiniani; i Marcioniti hanno

la stessa facoltà che Marcione, nè agli autori d'un'eresia compete

maggiore diritto d'innovare che ai loro seguaci; tutto cangia in esse, e

quando se ne cerca il fondo si trovano nel loro seguito differire in

molti punti da quel ch'erano alla loro nascita[40].

Origene, volendo acconciare il platonismo col cristianesimo, indagava

nelle storie evangeliche un triplice senso: mistico, storico, morale: in

modo che una narrazione biblica poteva esser non vera letteralmente;

teoria di alcuni recenti esegeti tedeschi. Combattè molte eresie, ma

v'inciampò egli stesso o ne gettò i germi, forse solo perchè mancavagli

quella precisione del linguaggio, che derivò da distinzioni raffinate

nei dibattimenti.

Perocchè, nel silenzio e nell'isolamento cui li costringeva la

persecuzione, molti aveano concepito e insegnato in buona fede idee, che

poi si scopersero erronee allorchè la Chiesa parlò alto e d'accordo. Ma

questa non aveva definito molti punti; sicchè v'ebbe erranti fra' più

grandi maestri, quali Tertulliano, Eusebio da Cesarea e questo Origene;

o fra austeri monaci, e fin tra martiri. Talvolta anche il proposito di

sfuggir un errore traeva nell'opposto; perchè Origene sottilizzava i

corpi fino a spiritualizzarli, Audio ed Epifane abbassavano la divinità

sino alla figura umana; poi restavano le traccie del paganesimo

nell'insegnamento e nei costumi: poi intromettevansi gl'imperatori,

volendo coi decreti modificare la più libera delle facoltà, la

coscienza.

I Pagani, incapaci di discernere la linea sottilissima che il vero

disgiunge dal falso, voltavano in beffa quell'ostinarsi sopra inezie

cavillose e in quistioni di parole, e dichiararono semenzajo di garruli

litigi questa religione, che vantava d'essere una di fede, di spirito,

di culto. Ma erano ben altro che di parole le quistioni che doveano

assicurar le nozioni sull'essenza di Dio, contro il misto di idee

platoniche e cabalistiche colle evangeliche, insinuato da falsi dottori.

Adunque, dopo che i martiri ebbero mostrata la forza e la virtù, vennero

i Padri a sostenere la purezza e l'unità della fede, combattendo

l'orgoglio dell'intelletto e l'indocilità del cuore. San Girolamo

scriveva: «Restate nella Chiesa fondata dagli apostoli e sempre

sussistente. Se udite alcuni designati con altro nome che quel di Gesù

Cristo, sappiate che non sono la Chiesa di Cristo: e l'essere istituiti

posteriormente convince che son di quelli, di cui l'Apostolo predisse la

venuta. Nè vi lusinghi il sembrare che s'appoggino alle Scritture: anche

il demonio disse cose conformi alla Scrittura, nè basta leggere questa,

ma vuolsi intenderla. Che se non ci atteniamo che alla lettera, possiam

noi pure formare un dogma nuovo, e pretendere d'escluder dalla Chiesa

coloro che vanno calzati e che hanno due tuniche»[41]. San Cipriano, che

contribuì forse più che altri de' primitivi Padri a separare i due

ordini di fede e di esame, di rivelazione e di concetto, la cui

mescolanza produce o la schiavitù o il traviamento dell'intelletto,

mentre la distinzione schiude le barriere dell'infinito, traendolo dal

simbolo nella realtà; dopo avere nella Vanità dell'idolatria combattuto

il vecchio culto, nella Unità della Chiesa dissipava gli scismi,

stabilendo l'unità della fede nell'unità della cattedra romana. «Come

non v'ha che un solo Cristo, così non v'ha che una Chiesa sola, una sola

cattedra fondata sopra san Pietro per voce di Gesù Cristo; dunque un

solo altare, un solo sacerdote: nè può esservene due, nè un altro

differente, se non per rea demenza e sacrilega empietà. V'è un solo

episcopato, una parte del quale è tenuta in solido da ciascun vescovo:

in conseguenza una Chiesa sola, diffusa nella moltitudine de' membri

componenti. Così dal sole partono molti raggi, ma un solo n'è il

focolare; un albero ha molti rami, ma rampollano da un tronco solo,

profondamente radicato; da una fonte molti rivi defluiscono, ma unica è

la sorgente. Nè può un raggio separarsi dal sole, nè un ramo divelto più

rampolla; e un ruscello deviato dalla sorgente inaridisce»[42].

In Italia avea trovato molti seguaci Ario. Questo prete d'Alessandria

d'Egitto pretese spiegare chi fosse Cristo, e mentre la Chiesa lo tiene

come la conoscibilità divina, il pensiero eterno di Dio, coesistente

coll'eterna sua attività, e della sostanza medesima (ὁμούσιος), Ario

riconosceva in esso la forza, la verità, l'avvenire, ma ne formava un

essere distinto da Dio, benchè di sostanza analoga (ὁμοιούσιος), il tipo

che Dio creò per servir di modello alle creature. Alle donne domandava:

«Avete voi avuto figliuoli prima di partorire? Così Dio non potette

averne uno prima che il generasse». Gli uomini, che, fatti cristiani per

l'esempio o per comando della Corte, non aveano studiato abbastanza per

discernere il Cristo da uno di que' profeti che di tempo in tempo recano

qualche nuovo schiarimento all'insolubile problema dell'umanità,

gustavano le spiegazioni di Ario, che, pur mostrando conservare integro

il valore dogmatico, levavano via la nube che la trinità delle persone

recava all'unità di Dio. Non s'accorgeano che, se l'autor del

cristianesimo non è dio, eguale e consustanziale coll'autor

dell'universo, l'adorarlo è idolatria; più non esiste il mediatore

divino che colmi l'abisso fra l'uom peccatore e Dio: e in conseguenza

può ingannarsi quell'autorità suprema, sulla cui unità e infallibilità

fondasi il cristianesimo.

Da questo intaccare la persona di Cristo, cioè i fondamenti della fede,

il mondo fu commosso, e l'imperatore Costantino convocò un concilio

universale, nel quale la Chiesa, rappresentante dell'umanità divinamente

rintegrata nell'unità, si mostrasse una, riconoscesse qual era il comune

consenso, e definisse che cosa credere sopra la natura del Verbo.

Era la prima volta che tutti i popoli conosciuti, diversi di leggi,

d'usi, di civiltà, uniti in una fede, eppure indipendenti, inviassero

deputati popolari a trattar del come credere, come adorare, come

operare; e dove si proclamasse un simbolo d'unità universale.

Trecendiciotto vescovi raccolti a Nicea (an. 325), dopo lungo contendere

cogli avversarj, condannarono Ario, e compilarono il simbolo che

precisasse la vera fede.

Ario non si diè vinto, e con sottigliezze argutissime e variate sedusse

altri vescovi, e gl'imperatori. La tenue differenza tra ὁμούσιος e

ὁμοιούσιος sfuggiva ai nostri, più positivi de' Greci, e meno eruditi e

arguti nelle distinzioni; un simbolo in senso ariano fu sottoscritto da

quattrocento vescovi (an. 358), e lo stesso papa Liberio, o ingannato o

fiaccato dalla prigionia, parve aderirvi, ma appena fattone accorto si

ritrattò. Bandi imperiali e carceri intervennero contro la parola

_consustanziale_, e pretendeasi impor la fede co' soldati, «cattivi

apostoli della verità, la quale non conosce altr'arme che la

persuasione», come diceva sant'Atanasio, campione dei Cattolici in quel

diuturno conflitto.

Teodosio, imperatore d'Oriente, decretò poi che tutti aderissero alla

religione insegnata da san Pietro ai Romani, quale allora veniva

professata da papa Damaso e da Pietro vescovo d'Alessandria; i seguaci

di essa s'intitolassero Cristiani Cattolici; i dissidenti infamava col

nome di eretici, e minacciava di castighi[43]. Invece l'imperatore

d'Occidente Valentiniano II e sua madre favorivano l'arianismo, fino a

pretendere che sant'Ambrogio vescovo di Milano cedesse a questi una

delle due chiese, che eran allora in quella città. S'oppose egli con

fermezza, e vinse, e finalmente nel concilio d'Aquileja potè asserirsi

che più non esistevano Ariani fino all'Oceano.

Per sciagura i primi che apostolarono i Barbari settentrionali erano

stati ariani, sicchè con essi quell'eresia tornò in Italia coi Goti di

Teodorico e i Longobardi d'Alboino.

Vero è che il genio positivo degli Occidentali non sottilizzava tanto

come gli Orientali; e i Padri latini cercavano piuttosto la legalità,

senza artifizio di retorica nè raffinamenti di logica esponendo il

dogma, ed appellandosi alla lettera scritta e all'autorità. Le eresie

concernenti la natura dell'ente primo e necessario (Gnostici), o il

Verbo (Ariani), o lo Spirito Santo (Macedoniani), o la maniera ond'è

unita la divinità coll'umanità in Cristo (Nestoriani, Eutichiani,

Monofisiti, Monoteliti) agitaronsi di preferenza in Oriente; mentre da

noi discuteasi piuttosto sulla natura dell'uomo, perchè soffra tanti

mali sotto un Dio buono; quanto negli atti suoi sia ajutato dalla

Grazia, senza che questa ne inceppi la libertà. Sant'Agostino, ch'era

stato valorosissimo oppugnatore de' Manichei, rifletteva che le

quistioni relative alla creazione, all'origine dell'anima, agitate fra

san Girolamo e Rufino in proposito di Origene, riguardano solo il

passato, nè importano tanto come quelle della Grazia e della Redenzione,

che conducono alla salute. Ma il problema della Grazia implica quello

del generale sistema dell'universo, e può sollevare dubbj fin sulla

personalità del creatore e sulla suprema misericordia, qualora nel

libero arbitrio delle creature non si trovi il motivo delle miserie

umane. E fu sant'Agostino che più di tutti penetrò nell'incomunicabile

perfezione di Dio, nella sovranità assoluta e onnipotenza di esso:

posando una vera teologia, cioè la conoscenza della natura divina.

La Chiesa assisteva nella sua maestà a quei dibattimenti, attenta a non

imporre limiti alle credenze se non dove necessarj, nè volendo reprimere

la discussione finchè si attenesse ai dogmi sanzionati; frenando i

proprj difensori, anzichè spingere sulla via pericolosa delle teoriche,

persuasa che il suo sposo la condurrebbe alla meta. Per conservare e

consolidare l'unità eransi raccolti altri concilj ecumenici, cioè

universali; il II a Costantinopoli (381), il III a Efeso (431), il IV a

Calcedonia (451), importantissimi per la dogmatica cristiana e la

gravità dei punti ivi discussi e definiti: in quello di Costantinopoli

la divinità e consostanzialità dello Spirito Santo contro i Macedoniani;

in quello di Efeso l'unità di persona in Gesù Cristo, avente ad un tempo

due nature l'umana e la divina, cioè vero Dio Uomo, Verbo incarnato,

contro Nestorio che del figlio di Dio e del figlio di Maria faceva due

persone, fra loro amiche ma distinte; in quello di Calcedonia la

distinzione delle due nature in Gesù Cristo e la verità e interezza

dell'umana natura in Lui, contro Eutiche, il quale, dando nell'eccesso

opposto a quello di Nestorio che l'unica persona di Gesù Cristo scindeva

in due, le due nature di Lui confondeva in una, volatilizzando l'umanità

del Redentore, e facendola assorta e consunta dalla divinità.

Quest'ultimo concilio essendo stato tenuto contro gli Eutichiani, lasciò

correre come alieni dal suo proposito tre punti che pareano favorevoli

ai Nestoriani: cioè non proferì sentenza contro la memoria e gli scritti

di Teodoro di Mopsuesta, già maestro di Nestorio ed infetto della stessa

eresia e di pelagianismo; nè riprovò una lettera di Iba vescovo di

Edessa, nella quale era lodato esso Teodoro, e vituperati san Cirillo e

il concilio di Efeso tenuto contro l'errore di Nestorio; nè finalmente

condannò gli scritti di Teodoreto, nei quali parimenti trovavansi cose

contrarie a san Cirillo e al concilio di Efeso, e puzzanti di

nestorianismo. Che anzi il suddetto concilio di Calcedonia assolse Iba e

Teodoreto dacchè ebbero detto anatema contro Nestorio. Ora gli

Eutichiani, per prendere una rivincita contro esso concilio che aveali

condannati, misero in campo la causa di questi _tre capitoli_, e

l'imperatore Giustiniano, lasciatosi persuadere che colla

disapprovazione di que' tre punti avrebbe ridotto all'unità i nemici del

concilio calcedonese, convocò un altro concilio ecumenico a

Costantinopoli, e ve li fece condannare (542). I nostri non sapeano

molto di greco, nè aveano letto Teodoro e Iba; sapevano solo che non

erano stati condannati dal concilio di Calcedonia, del quale

s'infirmerebbe l'autorità col riprovarli per secondare una prepotenza

dell'imperatore. Incalzato dal quale, papa Vigilio li condannò, salva

l'autorità del concilio di Calcedonia, e purchè non se ne discutesse in

iscritto nè a voce. Questo partito era in se stesso ragionevole, perchè

da un lato que' capitoli erano riprovevoli, dall'altro era rea

l'intenzione di coloro che ne promoveano la condanna per iscreditare il

concilio di Calcedonia; pure sulle prime disgustò tutti: i Cattolici per

la condanna, i nemici dei capitoli per la riserva; e dal papa si

segregarono (553) i vescovi dell'Istria, della Venezia, della Liguria,

prendendosi a capo Paolino patriarca d'Aquileja, che in un sinodo

provinciale (556) ripudiò il concilio di Costantinopoli come contrario a

quello di Calcedonia, già ricevuto come ecumenico: onde comprometteasi

l'infallibilità della Chiesa. Da principio i nostri sono scusabili:

parendo s'intaccasse l'infallibilità de' primi concilj coll'aggiungervi

o togliervi, personaggi di virtù e dottrina grandissima rifiutarono il

quinto, e fra altri il celebre Cassiodoro, segretario di re Teodorico, e

i vescovi santi Onorato da Milano, Massimiano di Ravenna; i papi stessi

blandamente procedettero col patriarca e coi vescovi, discutendo con

ardore le ragioni del loro operare. Ogni scusa cessa quando si separano

dalla Chiesa universale, e condannano i propugnatori dell'opinione

opposta[44]. Fatto è che questo sciagurato scisma durò fino

al 698, quando un altro sinodo d'Aquileja accettò il concilio

costantinopolitano, e ripristinò queste chiese nell'unità.

Però tutte le eresie, o concernessero Cristo, o la potenza divina, o la

libertà umana, o la costituzione ecclesiastica, aveano faccie diverse,

ma le code legate insieme[45], secondo una frase ripetuta dai papi,

giacchè riduceansi a sottomettere la fede al raziocinio, la universale

credenza a particolari opinioni. Gregorio Magno, che vide terminato lo

scisma dei _tre capitoli_, e che vietava d'affliggere verun cattolico

sotto pretesto d'eresia, nè di usar violenza a scismatici, diede forma

definitiva alla Messa, all'Offizio e a tutta la liturgia; e al canto

impresse quel carattere solenne, al quale pur si ritorna dopo i

traviamenti della moda e le frivolezze profane. Il popolo, che più volte

egli avea nutrito col tesoro della Chiesa, dopo morto lo oltraggiò come

prodigo, e volea distruggerne gli scritti: poi lo venerò come santo;

consuete alternative; e fu messo quarto dottore della Chiesa con

Ambrogio, Agostino, Girolamo.

Era egli riuscito a trarre al cattolicismo Teodolinda regina de'

Longobardi, sul cui esempio tutta la nazione si convertì. Ciò non tolse

che quei re, ambiziosi di formare un gran regno d'Italia, non

minacciassero ed assalissero Roma. Questa città dipendeva sempre dagli

imperatori d'Oriente, sicchè i papi non vi aveano sovranità principesca,

bensì di dignità, sostenuta da immensi possessi non solo nella Sabina,

ma in Sicilia, in Calabria, in Puglia, in Campania, in Dalmazia, in

Illiria, in Sardegna, fra le Alpi Cozie e nella Gallia; possessi,

all'antica coltivati per mezzo di coloni, sui quali il pontefice

esercitava anche giurisdizione.

Oltre il governo di Roma e de' paesi meridionali, gli imperatori

d'Oriente dominavano la Pentapoli di Ravenna (Ancona, Rimini, Pesaro,

Fano, Sinigaglia) e l'esarcato, cioè il litorale della Venezia e il

paese che poi si disse la Romagna e le Marche. Come gli altri alla

violenza de' Barbari, così questi paesi erano esposti alla dotta

oppressione di que' Cesari, che turbavano le coscienze ora col _tipo_,

ora coll'_ectesi_, ora coll'_enoticon_, infine col proibire il culto

delle immagini.

Questo culto era stato vietato dal legislatore degli Ebrei sia per la

costoro proclività all'idolatria, sia per sceverarli viepiù dai Gentili,

che confondendo la copia coll'originale, adoravano le effigie di Dio o

dell'eroe. Ma i Cristiani, ricchi di spirito e aborrenti d'ogni

idolatria, ben presto cercarono quelle del Redentore e dei cooperatori

suoi, e se qualche Padre, per considerazioni particolari, ciò

disapprovava, la Chiesa trovò inutile il divieto, ogniqualvolta non

cadesse timore d'idolatria. Moltiplicaronsi dunque le figure de' santi e

del Salvatore, le storie del nuovo e vecchio Testamento, opportune sì a

dare alle arti belle il pascolo che aveano tratto fino allora dal

gentilesimo, sì ad allettare gli occhi de' Barbari, che talvolta da una

rappresentazione erano condotti a conoscere le morali verità del

vangelo. Avendo un vescovo di Marsiglia spezzato alcune statue di santi

perchè non fossero occasione d'idolatria, Gregorio Magno il rimproverò,

mostrando come da tutta l'antichità le storie de' santi furono

rappresentate in pittura, la quale all'ignorante serve come lo scritto a

chi sa leggere[46].

Si sarà abusato di questo, come d'ogni cosa umana, e prestato adorazione

alla figura, destinata ad elevare verso l'ente supremo; ma un tale

errore non potè divenire comune nei Cristiani: laonde i Maomettani che

lor rinfacciavano d'essere idolatri, non aveano maggior ragione che

quando li tacciavano di politeisti a causa della Trinità. Leone

Isaurico, da pastore divenuto imperatore d'Oriente (717), pensò levar

appiglio a quest'accusa col vietare le effigie devote, e mandò per tutto

l'impero ad abbattere o bruciare quanto prima erasi venerato. Il popolo

pronunziossi contro questo re teologo, l'intitolò spezza-immagini

(_Iconoclaste_), repulsò la violenza colla violenza, onde l'imperatore

fu costretto a moltiplicar ingiustizie e violenze, come chiunque tocca

alla religione con potere profano.

Nello scompiglio cagionato dall'invasione dei Barbari, dove si

schiantarono tutti i vincoli civili, unica la società cristiana era

rimasta immobile, perchè fondata non su contingenze, ma su idee

perpetue; alla forza opponeva freni di giustizia, d'amore, e consolidava

l'unità e l'indipendenza propria, non coll'eccitare le antipatie, ma col

connettere le nazioni tutte; e al governo de' Barbari, che, più o meno,

era uno stato d'assedio imposto ai vinti da un esercito vincitore,

affacciava esempj d'ordine, di pace, di personale dignità.

Le miserie del despotismo e la immoralità dei magistrati, regj o

municipali, spingeano a ricoverarsi agli ecclesiastici, che seppero

mantenersi indipendenti e onorati nelle relazioni civili e nella opinion

pubblica. Già nella prammatica dell'imperatore Giustiniano è stabilito:

«I giudici delle provincie vogliamo siano eletti dai vescovi e dai

primati di ciascuna regione, idonei e sufficienti all'amministrazione

locale, e tolti dalle provincie stesse che dovranno amministrare senza

donativi: la conferma ne è data dai giudici competenti». Teodorico,

benchè ariano, faceva scrivere a papa Giovanni II: «Voi siete guardiano

del popolo cristiano: voi col nome di padre ogni cosa dirigete; a voi la

sicurezza del popolo è dal cielo affidata; a noi spetta sorvegliare

alcune cose, a voi tutto; spiritualmente pascete il gregge affidatovi,

nè però potete trascurare ciò che riguarda il corpo, attesochè, doppia

essendo la natura dell'uomo, un buon padre le deve entrambe favorire»

(a. 534).

Pertanto gli ecclesiastici non usurpavano un potere, giacchè nol

toglievano a nessuno; ma lo raccoglievano dal fango dove era caduto pe'

suoi eccessi: acquistavano la superiorità naturale a chi è migliore.

Quando il regime sociale annetteva la giurisdizione ai possessi di

terre, dovette la Chiesa studiar di accrescere i proprj, e così

collocarsi colla più alta gerarchia anche umanamente. E infatto acquistò

smisurate ricchezze, sì perchè sola ordinata fra il disordine

universale, sì perchè coltivava i campi meglio che nol potessero i

secolari, e li garantiva coll'immunità concessa ai possessi

ecclesiastici: sia perchè la devozione, e l'idea allora dominante,

dell'espiazione, induceva molti a lasciare i proprj beni alla Chiesa:

altri ad essa li donavano per sottrarli alla rapina signorile,

ricevendoli poi da essa come livelli, o feudi, o benefizj, protetti

dall'immunità ecclesiastica.

I popoli nel pontefice non veneravano solo il vicario di Cristo, il

depositario dell'eterna verità, ma il tutore universale, il freno de'

prepotenti, l'oracolo della giustizia; i nuovi convertiti piegavansi a

questo, dal quale eran venuti ad essi i missionarj, e deferivangli le

cause più controverse. E a lui ricorsero nella persecuzione iconoclasta.

Gregorio II, invocato anche dai vescovi greci[47], esponeva

all'imperatore la dottrina della Chiesa cattolica su quel punto: e «se

aveste interrogato persone intelligenti v'avrebbero chiarito che, se

l'ignoranza può far credere che noi adoriamo pietre e muraglie o tavole,

noi vogliam con esse unicamente commemorare coloro di cui esse portano

il nome e le sembianze, ed innalzare il nostro spirito, torpido e

grossolano. Tolga il cielo che le teniamo per Dei, nè poniamo in essi

fiducia. Ma posti dinanzi a quella di Nostro Signore diciamo: _Signor

Gesù, soccorreteci e salvateci_; a quella della sua Santa Madre: _Santa

Maria, pregate il figliuol vostro che salvi le anime nostre_; ad un

martire: _Santo Stefano, che spargeste il sangue per Gesù Cristo, e

presso lui tanta grazia avete, pregate per noi_».

L'iconoclasta non usò altra risposta che quella usata da' prepotenti,

obbedissero, o guai: e, «Manderò a Roma a sfrantumar le immagini di san

Pietro, e il papa portar via carico di catene». Tutta Italia si mise in

fuoco; Ravennati e Napoletani insorti uccisero l'esarca, i Romani

trucidarono il duca Esilarato, venuto per arrestar il papa; e armati per

difendersi, rifiutando il peccato e il tributo, gl'Italiani gridano non

voler più il dominio di questi Greci, sprezzati come deboli, abborriti

come eretici, ed eleggono magistrati proprj, invece di quelli venuti da

Costantinopoli.

Qui sia lecito agli esageranti o vantare i papi d'aver voluto emancipar

l'Italia dagli stranieri, o bestemmiarli d'aver voluto crearsi un

dominio. Il vero è che Gregorio s'interpose fra il popolo e l'imperatore

onde riconciliarli, e ne rintegrò l'autorità a Napoli e a Roma; ma nella

sommossa gli ordini municipali aveano ricuperato i naturali poteri;

popolo, consoli, nobili s'adunarono per condannar l'opinione che

l'imperatore imponeva, e Gregorio si trovò naturalmente a capo d'una

federazione di città, le quali non voleano nè sopportare il giogo

bisantino, nè sottomettersi al longobardo, ma come simboli di libertà e

nazionalità sostenevano Roma e il papa.

Gregorio III (731) ripudiò gli editti iconoclastici, e raccolti

novantatre vescovi d'Italia, dichiarò anatema chi distruggesse,

profanasse, bestemmiasse le immagini. Leone Isaurico s'accinse a

ripristinar l'obbedienza colla forza, ma provò come feriscano le armi

impugnate per la patria e per la religione.

Di questi dissensi pensarono trar profitto i Longobardi, che già,

possedendo tanta parte d'Italia, miravano a ridurla tutta in loro

servitù, acquistando anche Roma, Venezia e la Liguria: e violentemente

invasero la Pentapoli e minacciarono Roma. I papi, vedendo pericolare

l'indipendenza della Chiesa, e con essa i resti della civiltà latina,

fecero quel che si è sempre usato da Narsete fino a Cavour; dapprima

strinsero alleanza col re de' Franchi[48], da poi l'invitarono a venir a

reprimere gli oppressori d'Italia.

Gli Italiani dalla parte de' Greci vedevano decreti tirannici, avida

burocrazia, teologastri armati; dalla parte de' Longobardi, barbari

senza fede nè costumi, devastatori che spropriavano i possidenti,

spopolavano le città a vantaggio di orde armate e di capitani sbuffanti;

re che patteggiavano e mentivano, minacciavano e tremavano; a fronte a

loro vecchi sacerdoti mansueti, venerandi pel carattere, per la pietà,

per la scienza, che faceano processioni onde placar Dio e gli uomini,

pregavano, esortavano, consigliavano, e rendevano ancora riverito al

mondo quel nome di romano, che per altrui cagione sonava vilipendio.

Pertanto il pubblico voto si pronunziava pei papi, e pei Franchi, da

essi invocati. In fatto Pipino, poi Carlomagno, sostenuti dalle simpatie

nazionali, facilmente abbatterono i Longobardi, e ne distrussero il

regno, e _restituirono_ al pontefice quel che già era signoria de'

Greci: sicchè i papi vi ebbero non soltanto il dominio utile, ma

veramente la sovranità, e dissero, «La nostra città di Roma, o di

Ravenna, o di Comacchio; il nostro popolo romano», e collocaronsi fra i

principi della terra.

Questa tanto bersagliata sovranità temporale de' papi non è consacrata

nè nella necessità, nè nel principio, nè dentro, nè fuori da verun

dogma. La fede non dice che il poter temporale sia indispensabile

all'esercizio dello spirituale: pure determina questo in modo che, date

certe circostanze, non può venire esercitato se non da un capo che non

sia suddito di altro re; laonde, senza che facciasi luogo ad eresia, la

quistione implica la necessità di scegliere tra lo spirito della Chiesa

e lo spirito della rivoluzione.

Volendo i papi rintegrare la grandezza romana, sicchè non restasse più

l'Italia a dominazione di Barbari, ridestarono l'impero abbattuto, da

questi, e Adriano papa incoronò Carlo Magno per imperatore d'Occidente.

Così originava quella sistemazione del mondo cristiano che durò tutto il

medioevo. Secondo questa, ogni autorità deriva da Dio. E Dio l'affidò al

suo vicario in terra, che virtualmente rimaneva capo dell'intera

umanità, raccolta nella chiesa universale, e avea dal cielo la potenza

spirituale e la temporale. La spirituale partecipa egli coi vescovi, che

la esercitano sotto la sua supremazia; la temporale egli affida

all'imperatore da lui consacrato, che, sotto la direzione del pontefice,

dopo unto da lui, e giuratogli d'osservare la legge di Dio e le

costituzioni de' popoli, diviene capo visibile della cristianità negli

interessi terreni. Come tale, primeggia sopra tutti gli altri re: giusta

il costume ecclesiastico, non è ereditario, ma scelto ogni volta, ogni

volta coronato. Le due podestà s'appoggiano l'una l'altra, onde non

possono separarsi; neppure possono distruggersi fra loro, diversa

essendo la natura della loro giurisdizione. L'imperatore qualche volta

pretenderà aver mano nell'elezione dei papi, ma questi zeleranno sempre

l'indipendenza della Chiesa e de' suoi capi. Se l'imperatore viola la

legge di Dio e i patti col popolo che lo elesse, il papa lo pronunzia

decaduto, e lo separa anche dalla congregazione dei fedeli mediante la

scomunica. Nei litigi fra l'imperatore e il popolo o i re, il papa

proferisce come arbitro supremo, e con una sanzione spirituale[49].

Un sacerdote, senz'armi, senza interessi domestici o dinastici, senza

pregiudizj di nazionalità, che decide le contese fra' regnanti, intima

l'onestà, la giustizia, la carità a quelli che non conoscono se non il

capriccio e la forza; e gli obbliga a obbedire in nome di Dio; è un tipo

sublime, che forse non fu mai attuato pienamente: ma esercitò ben

maggiore efficacia che non i tanti altri sistemi, fantasticati per

mantenere una libera alleanza fra i popoli civili.

Roma, dopo convertita, avea tenuta la Chiesa in dipendenza, come già

soleva la religione nazionale: tal dipendenza ora cessava. Fra i popoli

germanici antichi però i diritti e le funzioni ecclesiastiche erano

mescolati col potere civile; sicchè, dopo fatti cristiani, ammettevano i

vescovi ne' consigli del regno, come duchi e conti e re assistevano ai

sinodi ecclesiastici, intrecciandosi lo Stato e la Chiesa, il

cristianesimo e la nazionalità. I regni che formavansi di nuovo

cercavano una sanzione col fare omaggio al pontefice e dichiararsene

vassalli. Quando sol dalla scimitarra d'un soldato o dalla tracotanza

d'un feudatario erano decise le controversie, la Chiesa conservava forme

legali, esame di testimonj, scritture, contratti; sicchè fu un grande

acquisto di libertà pei popoli e un gran ritegno ai principi

l'estendersi del diritto canonico, complesso di ordinanze emanate

dall'autorità più disinteressata.

I vescovi, in nome di questo diritto e pel carattere che rivestivano,

come anche per la potenza cui erano saliti come grandi baroni ed

elettori dei re, ammonivano i potenti qualora sviassero dalla giustizia;

proteggeano la donna dagli arbitrj brutali; colla tregua di Dio e

coll'asilo ne' luoghi sacri rimediavano alle guerre, incessanti ove

vigeva il diritto del pugno, cioè della vendetta privata.

Qual meraviglia se il capo de' vescovi crebbe tanto di potenza? Questa

non è nell'essenza della sua missione, ma non vi ripugna, e diveniva

occasione di svolgere ed ampliare l'incivilimento. Roma provedeva anche

ai più lontani popoli, ricevendo reclami, scrivendo, citando, mandando

nunzj e istituendo tribunali di nunziatura ove nessun altro ve

n'avea[50]; ponendosi arbitra nelle contese dei principi, o di questi

coi popoli; dettando leggi comuni, fondate sulla giustizia eterna, e

delle quali, anche in circostanze sì mutate, possono alcune trovarsi

inopportune, nessuna ingiusta.

Se dunque l'autorità pontifizia giganteggiò, non fu un'ambizione,

tramandata per mille anni da un all'altro de' papi, così diversi di

origine, di patria, di regola, di costumi, di scienza, di partito, di

umori, di passioni, eppure consenzienti infallibilmente nell'ordine

delle cose superne; non un palmo di terra s'aggiunsero essi per via di

conquista, durante il medioevo; variarono di politica nelle vicende

terrene, or cacciati, or prigionieri, ora schiaffeggiati da que'

potenti, sui quali imperavano assolutamente nelle materie religiose, e

ai quali impedivano di rendersi tiranni.

Da questa mescolanza di diritti e d'interessi nascevano frequenti cozzi,

che costituiscono una gran parte della storia del medioevo, e diedero

origine alle eresie politiche, delle quali dovremo occuparci. E per ciò

giova chiarire la natura di questo _sacro romano impero_, che col titolo

stesso mostrava aspirare ad un primato morale, a modellare il consorzio

laico sulla gerarchia ecclesiastica, introdurre ordine legale fra i

popoli scomunati; lo che era pure l'intento de' pontefici. Quel primato

non vuolsi confondere colla monarchia universale; bensì unificava la

podestà laica per disciplinarla sotto la podestà di Dio: rendendosi

venerabile non per soldati e forza muscolare, ma pel diritto e per

l'idea del dovere, costituiva una gran federazione, dove, sotto un capo

elettivo, poteva sussistere qualunque forma di governo; superiorità, non

dominio, che rispettava le individualità delle nazioni, pur mettendole

d'accordo nello sviluppare ciascuna la propria, e tutte la generale

civiltà.

Gli eretici d'Italia, vol. I · 第 13 / 82 题