FONDAZIONE E STABILIMENTO DELLA CHIESA.

L'uomo era stato creato di retta intelligenza, e favorito di superne

comunicazioni, ma libero e però capace di errare[3]. In fatto, mutando

la coscienza del somigliar a Dio colla pretensione d'esser identico ad

esso, peccò di superbia e disobbedienza; e il reato di quella colpa,

trasmesso per generazione dal primo stipite a tutta la sua discendenza,

quasi al modo che ne' rami e ne' frutti della pianta trapassa il guasto

della radice, costituisce il più profondo mistero, non accettando il

quale si moltiplicherebbero altri misteri. Ottenebrata allora la verità

che l'uomo avea ricevuta coll'immediata intuizione di Dio e col

linguaggio; venuti in disaccordo l'intelletto, la volontà e la potenza,

la stirpe umana decadde dall'altezza in cui era stata costituita, e

perdette la piena conoscenza del vero e la pratica del bene. Pure a

queste non cessò d'esser destinato; ma, per ristabilire il rotto

accordo, non basta la ragione, e richiedesi la coscienza, appoggiata

sulla fede, la quale è data solo dalla rivelazione. Tale rivelazione era

conservata da un popolo eletto, per tradizione orale e in libri santi.

In questi promettevasi un redentore o mediatore, che ripristinerebbe la

comunicazione tra l'eterna giustizia e la creatura peccatrice. Chi

poteva far ciò altri che un Dio?

Giunta la pienezza de' tempi, vaticinata dai profeti, figurata in tanti

fatti e tanti simboli, deposti in libri conservati da coloro che lo

avrebbero più risolutamente osteggiato, Cristo figliuol di Dio nasceva

da una vergine, in paese colto e ricco, a due ore dalla città più famosa

d'Oriente[4], nell'età più splendida di Roma, l'età dell'oro della

letteratura. Così dal Dio esistente in se medesimo e nascosto passavasi

al Dio conoscibile, manifestato e conversante fra gli uomini;

all'Emanuele, cioè Iddio fra noi. Il dogma dell'incarnazione costituendo

l'unità personale della natura divina e dell'umana nell'uomo-dio,

additava come fine dell'uomo l'unione divina; passo essenziale

dell'umanità sulla strada che la riconduce a Dio.

Egli era luce nelle tenebre, e le tenebre non lo compresero; venne fra'

suoi, e i suoi non l'accolsero; gl'ipocriti e gl'intriganti lo

perseguitarono; mossero l'ira consueta dei depravati contro chi vuol

rigenerarli, e come riottoso e seduttore fattolo denunziare dalla

pubblica opinione, cioè dagli schiamazzatori di piazza, trionfarono del

vederlo messo legalmente a morte obbrobriosa, dalla quale resuscitò più

vigoroso.

Venuto a riordinar la scienza e l'amore, l'intelligenza e l'opera, che

il peccato avea sconnesse, recava la redenzione, e in conseguenza la

legislazione religiosa. Tutto era insegnato a tutti, e il mistero non

era una parte della credenza, arcana al volgo e riservata ai sapienti,

ma imponevasi egualmente a ognuno, perchè trascende l'umana ragione, sia

colta o ineducata[5].

Cristo conferì a' suoi ministri la facoltà di sciogliere e legare i

peccati tra l'effusione della grazia, e lo stupendo privilegio d'immolar

il Figlio al Padre, vittima incessante per le colpe, sotto le specie del

pane e del vino, sotto le quali si acchiude l'incarnata divinità (se

immagine umana può adombrare il mistero) come l'idea nella parola. Il

qual sacramento, assunto da' fedeli in commemorazione di lui, esprimesse

la debolezza degli uomini, e comunicasse la forza che viene da Dio.

Nulla scrisse egli, e il Cristo storico non ci è noto che per

tradizione, avendone raccolto le parole e gli atti alcuni di coloro che

l'udirono, e postane in iscritto parte, professando che molt'altro ne

tacevano.

Acciocchè la verità non tornasse più ad offuscarsi, Cristo fissava una

fiaccola viva e indefettibile, la Chiesa; la quale, avvivata dallo

Spirito Santo che sempre la inabita, come l'anima il corpo vivo, e

serbando intemerato il deposito delle verità rivelate, adempie

perennemente nel mondo una doppia missione.

La prima, di trasmettere infallibilmente, in coloro che rigenera di mano

in mano colle parole e co' sacramenti, la vital verità e quel medesimo

spirito di cui ella vive, presso a poco siccome la madre nel figliuolo

tramanda la sua stessa vita e natura umana, e l'allatta della sua

sostanza, e l'istruisce col linguaggio comune della società[6]: e come

niuno può darsi da se medesimo l'essere e la natura d'uomo, ma deve

riceverla dalla natura, e riceverla tal quale gli è data, prima d'ogni

suo giudizio, essendo assurdo che il bambino volesse giudicare il latte

della madre, e più ancora il germe da cui lo genera, così l'essere e

natura di cristiano fa duopo ricevere dalla Madre Chiesa senza previo

giudizio. Che se, per mantenere inalterata la schiatta umana, Iddio

ordinò leggi impreteribili alla natura, per tramandare inalterata la

vita cristiana alle ultime generazioni deve aver fatta infallibile la

Chiesa. Sotto questo primo aspetto si deve essa considerare qual madre

di tutti i viventi, con autorità che non grava o lega le coscienze,

bensì le forma e le genera, come la madre non è di aggravio al bambino,

nè la radice esercita violenza sui rami. Uno è il capo, da cui prende

vita tutto il corpo; una la radice che germina tutta la pianta; una la

madre di prole sì numerosa: dal suo seno nasciamo, del suo latte siamo

nodriti, del suo spirito animati[7], per modo che tutti i Cristiani son

germogli della radice apostolica e della Chiesa[8].

L'altra missione della Chiesa è di tenere nell'unità, coloro che

dall'arbitrio individuale sarebbero indotti alla varietà e al fallo. In

ciò la Chiesa fa sentire la sua potestà, costituita sopra le coscienze;

potestà, alla quale spetta di risolvere ogni dubbio, determinare le

credenze, non avendo altre arme se non la persuasione, la grazia

invocata e la infallibilità promessa da Colui che prega in cielo

affinchè la fede di Pietro non venga meno.

Così il vangelo, promulgato per testimonio divino, doveva esser

conservato e tramandato per testimonio indefettibile. Senza una tale

istituzione infallibile non si dà conservazione certa della verità

rivelata, nè quindi dogma fisso, o alcun dovere determinato, o

possibilità della vita cristiana. La Chiesa è la sintesi della

incarnazione, e svolgesi nell'esercizio d'una religione, i cui elementi

sono, per parte di Dio, la rivelazione; per parte dell'uomo, la fede.

Ascolta e guarda: ascolta la voce ch'è in te; guarda la bocca che ti

risponde. Non è necessario che tutti conoscano le dimostrazioni e le

confutazioni, cioè che abbiano ponderato la storia: basta guardino il

presente, i caratteri della Chiesa attuale, per esser certi del suo

passato e del suo avvenire, della sua storia e della sua destinazione. E

perciò Cristo disse alla sua Chiesa: «Chi ascolta voi ascolta me[9]

perchè io sono con voi[10], e chi resiste alla voce vostra resiste alla

mia»[11]. Cristo è così chiaramente colla Chiesa, che ella dee

considerarsi come una prova della rivelazione; e per lo splendore de'

suoi caratteri è il primo de' motivi di credibilità.

Ad ogni uomo di buona fede si può domandare: «Voi conoscete che tutti

han sete della felicità e della vita, orrore della morte: voi volete

vivere, felice, sempre: in fondo al cuor vostro c'è l'invincibile

inclinazione alla vita futura. Ma che cos'è questa vita futura? che

possono dirvene gli altri uomini? Lo sguardo dell'anima non vi penetra,

l'esperienza non ce ne dice nulla; intorno a Dio, alle cose invisibili

l'uomo non vuol ascoltare che Dio. In fatto di religione, la ragione

domanda la fede divina. E perciò la fede è un fatto generale quanto la

ragione: l'umanità credette sempre che Dio non l'ha gettata sulla terra

senza istruirla del suo fine e della legge con cui raggiungerlo. Questa

testimonianza divina la ragione umana non la cerca in una voce morta, in

un libro finito; non chiede un oggetto di studio, ma un maestro,

un'autorità viva e parlante. Or dove sta quest'autorità divina

insegnante? autorità distinta dalle umane, improntata del suggello

divino? Non può variare, questa non può insegnare ora il sì ora il no.

Deve dunque esser una, perpetua, universale, infallibile: tal la vuole

la coscienza umana; a tali caratteri la riconosce, appena le si mostri.

E la coscienza e la storia ci attestano che un'autorità divina è

manifestamente necessaria all'uomo e al mondo.»

Or la ricerca de' testi, il paragone de' sistemi non sono possibili alla

generalità: eppure l'uomo ha bisogno di tal certezza. Fuori del

cattolicismo, nessuna Chiesa pretende all'infallibilità nè

all'universalità.

Quei che raccomandano la Bibbia, la sola Bibbia, suppongono

l'infallibilità di tutti; il che è un evidente assurdo: i Protestanti

stessi nol credono: tant'è vero, che predicano. Per la missione che il

cristianesimo aveva di rintegrare l'unità religiosa e morale nel mondo,

bisognava l'autorità, mentre la ragione individuale è fonte e materia

eterna di scissura. Se al primo momento avesse potuto ognuno

interpretare a sua voglia le Scritture, e applicare i precetti

evangelici, ognuno avrebbe avuto un sistema proprio; non potea proferire

«Questo è l'errore», nè come san Paolo dire «Un solo Cristo, un solo

battesimo, una sola fede». Sin dall'origine sant'Ignazio raccomanda:

«Siate soggetti all'autorità stabilita da Cristo. Rimanete uniti a Dio,

a Gesù Cristo, ai vescovi, ai precetti degli apostoli».[12] E san

Clemente ai Corintj: «Cristo è venuto a stabilir la comunione de' cuori

come degli spiriti: in conseguenza bisogna l'unità. Ma l'unità,

l'ordine, l'armonia richiedono una sommessione assoluta alle leggi

divine: e senza umiltà non v'è sommessione. Il pontefice (vescovo) ha

incarichi particolari, particolari il prete, il levita; il laico è

tenuto solo ai precetti di laico».[13]

La Chiesa ha uno scopo soprannaturale, e però il potere di essa dovea

provenire dall'alto; e la forma di reggimento meglio appropriata doveva

essere la monarchica.[14] Da principio essa fu tale necessariamente

nella persona di Cristo. Morto, non potendo più sensibilmente

esercitarla, dovea sostituire chi ne facesse visibilmente le veci. Disse

dunque a Pietro, «Sopra te edificherò la mia Chiesa»; e agli Apostoli,

«Andate e predicate a tutto il mondo». Così Pietro pronunzierebbe la

verità; gli altri la propagherebbero: e la Chiesa visibile, vivificata

da invisibile virtù soprannaturale, otteneva l'unità di governo.[15]

Pietro stesso avea rinnegato Cristo: onde, nonchè esser superiore alle

debolezze umane, rappresenta l'umanità peccabile. Pietro pone dapprima

la sua cattedra in Antiochia, dove applica il nome di cristiani ai nuovi

credenti. Passa poi a Roma, e quivi la stabilisce: fatto che gli

eterodossi negherebbero volentieri, perchè così negherebbero

l'apostolica istituzione della sede romana, divenuta la primaria del

mondo cattolico; ma che è provato da abbondantissimi argomenti. I nostri

videro un miracolo provvidenziale nell'esser cadute le chiese di

Gerusalemme, d'Antiochia, d'Alessandria, fondate in origine, e di cui

conosceasi quando cominciarono; solo Roma offre una serie di vescovi,

non mai interrotta fra tanto avvicendare di accidenti.

Quando Pietro fu ucciso, potea credersi spento il cristianesimo, poichè

trovavasi di fronte il politeismo signoreggiante colla forza e

coll'ingegno, e il mosaismo coi miracoli e la legge; nessuna temporalità

sorreggeva il papato, e il mondo non vedeva in effetto che pochi

visionarj, sparpagliati per l'orbe. Eppure i raggi dalla stalla di

Betlem e dalle catacombe di Roma si diffondeano per tutta la terra, e

cominciava quella concatenazione di atti stupendi, ove incontra il

miracolo chi studia puramente la storia.

Paolo, da persecutore de' Cristiani divenutone l'apostolo, diffuse il

vangelo tra le genti colla parola e con epistole, ove discute le idee

degli Ebrei che pretendeano miracoli, e dei Gentili che pretendeano il

legame logico delle idee. Uomo della ragione, argomenta ed estende ai

varj membri le verità universali; mentre san Pietro, anche quando

scrive, è l'uomo dell'autorità che proclama il dovere e la sommissione.

Ma «non sia chi s'intitoli di Pietro o di Paolo, ma solo di Cristo»;

intima Paolo: «Solleciti di conservare l'unità dello spirito mediante il

vincolo della pace; un solo corpo, un solo spirito, una sola speranza,

un solo signore, una sola fede, un solo Dio padre di tutti e per tutte

le cose»[16].

Intanto san Matteo avea scritto pel primo la storia di Cristo, la più

abbondante di fatti, come palestino ch'egli era e testimonio diretto.

Marco, discepolo di Pietro, la espose in greco qual l'aveva udita, e

così Luca antiocheno, più colto e dignitoso, che appare anche autore

degli Atti degli Apostoli, narrazione sublime per semplicità.

Giovanni ebreo, che ebbe parte nelle scene della redenzione, e poi fu

vescovo e martire, vedendo diffondersi molti errori sulla natura divina

del Redentore, scrisse ultimo il suo vangelo, men curandosi di ripetere

i fatti già prodotti dagli altri, che di combattere le dottrine

gnostiche. Poi da narratore mutato in contemplatore, nell'_Apocalissi_

manifestò le visioni soprannaturali, in cui gli furono predette le

persecuzioni e i trionfi della Chiesa, la distruzione del mondo e i

gaudj della superna Gerusalemme.

Altri vangeli, epistole, costituzioni, la Chiesa o riprovò o non

riconobbe, ma per la loro antichità possono servir di testimonio; come

la tradizione costante che risulta da monumenti storici, prova

apostoliche alcune verità, sebbene non scritte[17].

Il simbolo detto apostolico, primo compendio della teologia cristiana,

non consta sia stato composto dagli apostoli avanti dividersi; tale però

lo vuole la tradizione costante: e forse vi furono fatte aggiunte

posteriori, sebbene non sembri probabile che a quella formola

battesimale si attaccasse qualche nuovo articolo man mano che una nuova

eresia rendeva necessaria una protesta. Certo è concepito in modo tanto

generale, che anche i maggiori dissidenti poterono conservarlo[18].

Ciò che distinse ben tosto il cristianesimo da tutte le altre religioni

e filosofie, è il pretender subito all'universalità. Fin allora non si

conoscevano che religioni nazionali o di Stato; ciascun popolo teneva le

sue divinità, i suoi culti; la religione serviva a discernere popolo da

popolo. Il cristianesimo pel primo, rotte queste barriere particolari,

dichiarò esser destinato a tutto il mondo, esser capace di abbracciare

tutte le nazioni, qualunque ne fosse la civiltà, di soddisfarne tutti i

bisogni religiosi, e fondare una chiesa dell'umanità, un regno di Dio

indipendente da frontiere geografiche o governative. In conseguenza non

presentasi come attuamento d'alcuna teorica particolare, non s'appoggia

a veruna scuola, nè cerca alcuna alleanza: oppone francamente la follia

della croce alle osservanze ebraiche come alla bellezza greca e alla

legalità romana, talchè subito è considerato come una empietà, una

ignoranza, una ribellione, la negazione di Dio, della scienza, della

legge, il nemico del genere umano[19].

L'opera del Cristianesimo era di preparare un nuovo mondo, assodandone

la base, cioè la fede: fede superiore a qualunque ostacolo. Pertanto il

primo secolo dovette essere più pratico che speculativo, più d'azione

che di parola: la dottrina era perpetuata da una tradizione orale e

viva; era concentrata in alcune parole gravi e semplici. La fede

provavasi colla testimonianza di quelli che aveano udito e veduto l'Uomo

Dio: le disparità che nascessero restavano appianate dal detto d'un

discepolo; la gran giustificazione consisteva nel rinovellarsi del

mondo, e la dichiarazione di fede nell'escludere dalla comunione d'una

Chiesa chi credesse altrimenti, cioè chi alla verità generale surrogasse

una restrizione di particolar suo giudizio.

E poichè quaggiù il bene e il male sono in perpetua lotta, il

cristianesimo dovè combattere, prima col martirio, dappoi colla ragione,

l'erudizione, l'eloquenza. E qui s'apre lo spettacolo della

controversia, dove gli apologisti che erano stati filosofi, cominciarono

quel conflitto dell'errore colla verità, che finirà solo coi secoli;

dove il cristianesimo, combattendo gli Ebrei e i Gentili, parla alla

ragione e all'intelletto; l'esegesi biblica è creata; una scuola

cristiana fondasi accanto alle altre dell'êra alessandrina.

San Giustino nell'_Apologia_ descrive le usanze, le assemblee, i riti

dei primi Cristiani. «Terminate le orazioni, al preside vien presentato

del pane e una coppa di vino e acqua. Presili, egli glorifica il Padre

nel nome del Figliuolo e dello Spirito Santo, e ringrazia dei doni, e i

diaconi distribuiscono quel pane e quel vino e acqua. Questo cibo da noi

chiamasi eucaristia, e non può assumerlo chi non creda la nostra

dottrina, e non sia stato terso de' suoi peccati, e non si conduca

giusta i precetti di Gesù Cristo. Imperciocchè questo non è da noi

mangiato come pane e bevanda comune; ma come per la parola di Dio si è

incarnato Gesù Cristo, così quel cibo, santificato per l'orazione del

suo Verbo, diviene la carne e il sangue del medesimo Gesù Cristo

incarnato, e diverrà carne e sangue nostro per la mutazione che accade

nel cibo».

Tennero dietro que' grandi che chiamiam Santi Padri, la più splendida

luce che sfolgori sul mondo, in tempo che vi si addensavano tutte le

sciagure.

Più attenti ad abbatter l'errore che a dichiarar sistematicamente la

verità, i Padri non ci lasciarono veruna sistematica esposizione della

fede, sino a san Gregorio taumaturgo e a Cirillo vescovo di Gerusalemme.

Origene dà una spiegazione metodica della dottrina rivelata, e una

teologia cristiana pone come corona della scienza enciclopedica; tutto

ciò nel mentre l'antica società si sfasciava. Il loro studio sarà sempre

la più solida confutazione di coloro che negano o l'esistenza o la

divinità di Cristo, o che attribuiscono a moderne intrusioni i dogmi e i

riti più sacri.

Ma non vi si cerchi l'espressione più precisa e sistematica de' dogmi;

la dottrina al pari che l'organamento si vanno svolgendo e assodando via

via che la disputa costringe alla definizione più esatta e al

chiarimento. Dapprima i dogmi sono, direi, fatti; è la parola di Cristo

che costituisce l'insegnamento degli apostoli, non allegando altra

autorità che la rivelazione divina: in appresso divien necessario

formolare le basi del cristianesimo, e imprimervi un carattere, che più

non possa alterarsi. A tal uopo Gesù Cristo avea promesso alla Chiesa

l'indefettibile assistenza dello Spirito Santo. Essa nel cenacolo ha la

stessa fede come quando è diffusa in 200 milioni di credenti: sicchè

bisogna ammettere o un miracolo permanente, o che Cristo non abbandonò

al capriccio della ragione individuale l'interpretare il senso delle

verità rivelate.

Se san Paolo avea fulminato la ragione umana[20], certamente intendeva

gli abusi che ne faceva allora la filosofia, come alcuni cattolici ai dì

nostri condannano la libertà, poichè di questo nome si ammanta l'abuso

del potere. Ma i Padri, e Giustino avanti a tutti, concilia la fede

colla ragione, il vangelo colla vera filosofia, mostrando che quanto

essa ha di vero e di buono l'ha dedotto _da noi_: assegnano i limiti

della ragione e della fede, senza confonderle.

De' quali insegnamenti una gran pruova si ha nel vedere come gli etnici

allora, cambiando sistema, togliessero a dimostrare che i Cristiani

aveano dedotto ogni cosa dalla filosofia gentile: fino artifizio di

colpirli appunto colle armi, di cui essi eransi muniti.

Ed è notevole come, nel valutare il lavoro spontaneo della ragione e i

soccorsi della tradizione, i Padri concordino con ciò che poco fa[21]

proclamò la più venerata autorità, cioè che fra la ragione e la fede non

può darsi antagonismo, perchè entrambi emanano dalla fonte stessa; che

la ragione può provar l'esistenza di Dio, la spiritualità dell'anima, la

libertà dell'uomo; che l'uso della ragione precede la fede e a questa

conduce: che della ragione non sono colpa gli errori in cui cadde la

scienza superba.

Cristo disse agli apostoli: «Io dispongo per voi del regno, come il

Padre ne dispose per me, in modo che mangiate e beviate alla mia mensa

nel regno mio e sediate in trono a giudicare delle dodici tribù

d'Israele». E a Pietro: «Simone, Simone, ecco Satana vi cercò per

vagliarvi come il grano. Ma io pregai per te acciocchè la fede tua non

venga meno; e tu rivolto conferma i fratelli tuoi[22]».

Qui evidentemente Cristo lasciava a' suoi apostoli il sacerdozio come

privilegio particolare; e dava a Pietro lo special dovere di assodare i

fratelli nella fede. Non è dunque il sacerdozio accomunato a tutti i

fedeli. Negli _Atti degli apostoli_, per l'elezione de' primi diaconi è

consultato il popolo, ma il ministero è conferito dagli apostoli. Sorge

contestazione sulla necessità o no de' riti giudaici? si fa appello agli

apostoli e agli anziani. Nel concilio di Gerusalemme gli apostoli e i

seniori non consultano tutti i fedeli sull'astinenza dalle carni

immolate e dalla fornicazione; san Paolo ingiungeva il da farsi, e

scrive ai Tessalonici: «Vi supplichiamo di riconoscere le cure di quei

che vegliano sopra di voi, e vi governano secondo il Signore».

Ecco la superiorità di diritto divino de' preti sopra i laici, ch'è

negata dai Protestanti quasi non vi fosse altra distinzione fra la plebe

credente e il governo della Chiesa, tranne quella di fatto e diritto

meramente umano, che corre fra il popolo mandante e i suoi mandatarj. La

superiorità della gerarchia sopra i fedeli somiglia alla superiorità de'

padri sui figliuoli, che non dipende da delegazione di questi, ma si

fonda s'un titolo anteriore, e da essi indipendente. I preti non sono

costituiti dal popolo suoi mediatori appo Dio, ma sono costituiti da Dio

suoi ministri sopra il popolo: l'autorità vien dall'alto al basso, non

il contrario. È dunque fuor di ragione il sostenere che, chiunque

conosce la verità, può annunziarla, senza bisogno di carattere o

missione speciale.

Ma gli acattolici dicono che i pastori della Chiesa perdettero la

missione dacchè insegnarono l'errore. E qual tribunale sentenziò tal

decadenza? e qual legge avea prefisso che, insegnando il falso,

perderebbero il carattere e la podestà, e i popoli avrebbero diritto di

rivoltarsi? Quei che li condannarono furono gli stessi che gli

accusarono; ammessa la colpa, li dichiararono decaduti; agli spossessati

surrogarono se stessi. Tre atti di eguale illegalità.

Ed oggi stesso, ampliando que' precedenti, si sostiene che i sacerdoti

sono semplici mandatarj del corpo de' fedeli; e che non ad essi, ma a

tutto quel corpo fu demandato l'insegnare e governare; che il potere de'

sacerdoti non essendo d'istituzione divina, non può obbligare i fedeli

in coscienza; e quindi le loro decisioni non hanno vigore se non

accettate dalla congregazione dei fedeli. Aggiungono che i sacerdoti non

possono avere autorità indipendente da quella del principe: sta ad essi

la decisione della fede, ma la pubblicità di questa e del ministero dee

dipendere dai governi; nè i sudditi possono essere legati che per

podestà dell'imperante.

Certo queste teoriche non le deducono dal vangelo, dove non appare mai

che Cristo domandasse dal principe licenza di predicar la redenzione; e

i primi apostoli annunziarono la verità a dispetto dello Stato, tanto

che legalmente furono uccisi.

Siffatto governo della Chiesa parrebbe dispotico, giacchè estendesi

sulle coscienze, impone quel che s'ha a credere, e proscrive il

dissenso. Sì: appunto come la stella polare inceppa l'azione del

nocchiero, additandogli il nord, e impedendogli di errare. E la

infallibilità deriva da un principio superiore all'uomo, di modo che la

ragione vi si acqueta. Tutto poi fa in pubblico, per lettere,

dibattimenti, assemblee diocesane, provinciali, nazionali, universali,

nulla determinando se non dopo deliberazione comune. L'obbedienza dunque

nasce dalla persuasione; e solo a Dio, vero e primo sovrano, ed al

Cristo suo si sottomettono il pensiero e la coscienza; i principi

cessano d'aver diritto su questa, e si limitano a tutelarla, e a

provvedere che la giustizia sia rettamente distribuita.

V'è chi nega obbedire, persiste nel peccato, scandalizza i fratelli? la

pena più severa sarà l'escluderlo dalla comunione della Chiesa, talchè

non partecipi alle preghiere e al convito de' buoni.

Uomini di nessun credito, di mediocre scienza, sprovisti di ricchezze e

di spade, fra un mondo ripieno di «opere della carne, dimenticanza di

Dio, incostanza di matrimonj, avvelenamenti, sangue e omicidj, furti e

inganni, orgie, sacrificj tenebrosi, persone uccise per gelosia, o

contaminate coll'adulterio, tutte le cose confuse, e una gran guerra

d'ignoranza che la follia degli uomini chiama pace»[23], deploravano la

perversità del secolo, senza per questo staccarsene ed abborrirlo, come

Cristo sedeva alla mensa de' banchieri; e vi opponevano la voce,

l'esempio, il martirio, colle aspirazioni della vita interiore, colle

virili gioje dell'astinenza e del sacrifizio, colla fratellanza della

preghiera e delle opere, «coi frutti dello spirito, che sono carità,

gioja, pace, pazienza, bontà, longanimità, dolcezza, fede, modestia,

temperanza, castità»[24]. Così la luce propagavasi con miracolosa

rapidità, di mezzo alla sfrenata potenza di quell'idolo senza viscere,

che si chiama lo Stato, alla febbre de' progressi materiali,

all'orgoglio degli Stoici, alla grossolanità de' Cinici, alla

depravazione degli Epicurei, allo scetticismo degli Accademici, alle

raffinate voluttà, allo spietato egoismo, all'indifferenza d'una

religione ove si appajano la superstizione e l'incredulità,

all'inebriamento della forza e della scienza, ai savj ed ai gaudenti

che, sdrajati in orgogliosa noncuranza, limitavansi a domandare «Che c'è

di nuovo?», e all'annunzio della buona novella rispondevano «Abbiam

altro da fare»; oppure «Vi ascolteremo domani». Quella dottrina, che

all'opinione, all'esitanza, al timore opponeva virtù ignote, la fede, la

speranza, la carità: al panteismo filosofico e al popolare la personale

spiritualità di Dio e l'individualità dell'uomo; alla disperazione la

providenza; all'amor proprio la carità: che rivelava l'inesplorabile

profondità della natura divina: che al gran mistero della vita porgea

spiegazione in ciò che la precedette o che la seguirà: che rimettea la

pietà del cuore nella religione dond'era partita: questa dottrina,

esposta in omelie e catechismi, forme diverse d'una fede sola e d'una

sola speranza, adattate alla capacità d'una plebe, bisognosa di ragione,

d'industria, di benevolenza, rendea comune la cognizione delle attinenze

dell'uomo con Dio per via del mediatore, i principj che importano

all'ordine sociale, e la scienza che è essenziale, quella de' proprj

doveri. Soddisfacendo ai bisogni intellettuali e morali, che la

tirannide o le sventure reprimono non spengono, e sottraendo alla

società la parte più eletta dell'uomo, asilo di Dio, responsale de'

proprj atti, piantava la libertà vera, generata dalla cognizione della

verità, dalla pratica della virtù, dalla fede in Colui pel quale regnano

i re.

Date le convinzioni, grandeggiano i caratteri; veggonsi fanciulli e

donne soffrire e morire per render testimonianza alla più sublime delle

cause, la verità; e gli Atti de' martiri sono il libro d'oro

dell'umanità rinobilitata; della coscienza che ripulsa gli attentati

della forza. I martiri rigenerarono il mondo per via dell'amore, quando

la persecuzione spingerebbe a sovvertirlo coll'ira; attestano la propria

vita col ricever la morte senza darla, e procedere al supplizio colla

croce in mano, e sul labbro la confessione del vero.

La Chiesa, non avendo regno in questo mondo, avvicinava più sempre gli

uomini al regno di Dio, il quale consiste nell'unità di credenze e

d'affetto. Quel governo spirituale, diritto di Dio introdotto fra gli

uomini, non metteasi in urto col temporale, anzi avea precetto

d'attribuire a Cesare quel ch'è di Cesare, serbando a Dio quel ch'è di

Dio. Ma a fronte del Cesare, adorato e trucidato a vicenda, ergeva

dottrine che innovavano la società, surrogando alla violenza il

consiglio, al castigo affliggente la penitenza emendatrice, insomma allo

Stato la Chiesa, al dominio d'uno o di pochi sopra moltitudini

asservite, l'eguaglianza di tutti davanti alla legge morale, che trae

forza unicamente dall'infallibilità di chi l'impone.

Da poco più d'un secolo era morto il discepolo prediletto, quando il

suffragio unanime della Chiesa portava a capo della cristianità uno

schiavo, che avea fatto girar la macina d'un molino, e che divenne uno

de' papi più insigni col nome di san Calisto. Qual rivoluzione! Tutto il

mondo era diviso, stando la potenza, la ricchezza, la libertà da un

lato, dall'altro la schiavitù, l'oppressione, la miseria; sol nella

famiglia cristiana tutte le classi e le posizioni s'avvicinano; essa

possiede la più alta autorità morale che mai comparisse sulla terra, e

la confida a uno schiavo. E questo schiavo divenuto pontefice, prosegue

l'opera dell'emancipazione e dell'affratellamento dei popoli: e mentre

le leggi Giulia e Papia dichiarano illegittimo il matrimonio d'un figlio

di famiglia senatoria con persone di classi inferiori, Calisto predica

che il patrizio e il servo ebbero da Dio gli stessi doveri, che Dio li

giudicherà coll'egual rigore, nè permetterà mai che l'orgoglio rompa

l'unione da lui consacrata. Papando Calisto, s'istituì che, nella nomina

dei vescovi convocassesi il popolo, non perchè eleggesse, ma perchè

dichiarasse se l'eletto pareagli degno o no del sublime suo ministero:

altra insigne modificazione della legge romana, ammirando la quale,

Alessandro Severo decretò che nelle varie provincie si facesse

altrettanto per l'elezione dei prefetti.

Gli estremi di fierezza e d'iniquità, che ad essi consentiva la legge,

furono fatti dagli imperatori per reprimere la nuova fede; ma ormai il

mondo divideasi in due gran parti, idolatri e cristiani. Costantino

sentì la nuova forza innovatrice[25], e le concesse parità di diritti; e

tanto bastò perchè presto divenisse prevalente. Alla nuova Chiesa egli

profuse doni ricchissimi[26]; e sebbene sia falsa la carta con cui a

papa Silvestro concedeva la sovranità di Roma e dell'Italia[27], parve

adempiere un decreto della Providenza quando egli trasferì a Bisanzio la

sede dell'impero, lasciando libera la metropoli del cristianesimo[28].

Alle chiese fu attribuito il diritto che già spettava alle congregazioni

pagane, di possedere beni sodi, e subito gliene furono profusi a segno,

che Valentiniano I vietò al clero d'accettare eredità: ove san Girolamo

riflette non esser deplorevole il divieto, ma il meritarlo.

Uscita dai nascondigli, la Chiesa manifestò e compì quell'organamento

esterno, che durò sempre colla stabilità che essa imprime alle opere

sue. Entrato nella vita civile, il clero adottò la magnificenza che

parea necessaria a colpire le immaginazioni e onorar le cose sacre.

Della religione bisognava ordinar l'arte, cioè il culto, moderandolo in

guisa che il sentimento non trascenda, determinandone l'oggetto e i

confini, acciocchè l'anima soddisfi al bisogno d'elevarsi a Dio, e di

svolgere la divina idea che crede. E pel culto aggiungendo alla fede e

alla scienza il sentimento, più che per la costituzione clericale, la

Chiesa esercita l'apostolato civile, e, pur mettendo Iddio come unico

fine, come verità da conoscere e bene da conseguire, opera tanto

sull'umana società.

Nella fanciullezza della vita morale, la Chiesa parlava men tosto col

linguaggio della speculazione dogmatica, che col merito e il demerito,

il premio e il castigo. Perciò bisognavano tipi, ed erano i santi, il

cui culto crebbe quello di Cristo, estendendolo a coloro che meglio a

lui si conformavano. Modelli di virtù parziali, variate, molteplici,

erano più accessibili che non la perfezione divina, erano quasi

decomposizioni dell'unico esemplare, altri tipi d'una bellezza

inarrivabile. Quel culto derivava dunque necessariamente dall'amore e

dalla devozione al Redentore; e ciascuno sceglievasi un protettore per

virtù o meriti ed uffizj speciali; e tutti vi trovavano un ideale

diverso, e lo atteggiavano artisticamente nella leggenda, nella poesia,

nel disegno.

A una dottrina, che è per essenza universale, tornava indispensabile

l'unità del sacerdozio, ordinato in guisa da perpetuare la rigorosa

conformità di credenza nell'infinita varietà di popoli, effettuando una

civiltà cattolica, cioè universale. Con questo introdusse una

distinzione, ignota a Greci e Romani, quella di ecclesiastici e laici. I

primi, destinati a speciale servizio divino, riceveano la missione e la

dignità dal vescovo. Ogni comunità aveva un vescovo eletto da essa, e

che agli altri vescovi annunziava la propria elezione con lettere

pastorali, in cui faceva la professione di sua fede; gli uni agli altri

partecipavansi la lista degli scomunicati, rilasciavano lettere di

raccomandazione _demissorie_ pei fedeli che dalla propria passassero in

un'altra diocesi.

E diocesi, con nome dedotto dalla nuova distribuzione dell'impero,

chiamavasi il territorio su cui un vescovo avea giurisdizione.

Al clero fu di buon'ora imposto il celibato, tantochè Nicolao

d'Antiochia, eletto dagli apostoli per sovvenire ai fedeli bisognosi, fu

incolpato perchè, anche dopo diacono, s'accostasse alla moglie[29]. Con

ciò formossi una milizia, pronta a lanciarsi ne' pericoli d'ogni guisa,

senz'esser rattenuta dai legami domestici, vie più forti quanto che

legittimi.

Ma il clero era poco numeroso: in ogni città per lo più un'unica chiesa

e una messa o due, fino a considerare scismatica l'adunanza di fedeli

dove non assistesse il vescovo: egli solo potea consacrare, sebbene

nelle città maggiori, come Roma, il pane da lui consacrato fosse

distribuito anche da qualch'altro prete, senza diritto però di assolvere

o di scomunicare. Entrante il Vº secolo, Roma gloriavasi di possedere

ventiquattro chiese e settantadue sacerdoti. Lo sconcio di mandare

attorno le sacre specie indusse poi a permettere anche ai plebani di

consacrare, e poi di amministrare pure gli altri sacramenti, eccetto

l'ordine e la cresima, riservati ai vescovi, come l'assoluzione d'alcuni

peccati.

I vescovi, depositarj dell'autorità, non doveano stare assenti più di

tre settimane dalla loro diocesi; e applicandovi le norme del

matrimonio, si proibì il divorzio, cioè d'abbandonar una chiesa per

un'altra, se non l'esigesse il bene universale. Abitualmente il vescovo

veniva scelto nella diocesi stessa, laico o sacerdote: ma poteva anche

essere uno straniero, come tanti dei primi papi; come i Milanesi vollero

vescovo il loro governatore Ambrogio da Treveri.

I vescovi sin dapprincipio furono subordinati al papa; ma alcuni si

sottoponeano anche a quello della città più illustre, o la cui sede

fosse fondata da qualche apostolo, formando così provincie, il capo

delle quali intitolavasi metropolita, arcivescovo, patriarca: non aveva

superiorità spirituale, ma convocava a concilio i vescovi della

provincia, perciò chiamati suffraganei: li consacrava prima che

entrassero in funzione; rivedeva le loro decisioni: vigilava sulla fede

e la disciplina di tutta la provincia.

Quando morisse un vescovo, il metropolita destinava un sacerdote che,

sede vacante, amministrasse la diocesi; e in presenza di questo, il

clero proponeva, e l'assemblea del popolo eleggeva il successore; ma la

nomina doveva essere approvata dagli altri suffraganei, e confermata dal

metropolita.

Una due volte l'anno accoglieansi i vescovi a concilio sotto il

metropolita, di cui erano quasi i consiglieri. Le decisioni (_canoni_),

invigorite dal consenso comune dei vescovi, sostenute dalla

rappresentanza del popolo e dal diritto divino, acquistavano forza di

leggi per tutta la provincia.

La Chiesa di Roma, oltrechè eretta nella maggior città d'allora, era

stata fondata prima d'ogni altra d'Occidente e dal maggiore degli

apostoli, e consacrata col sangue di esso e di san Paolo. Consideravasi

dunque come supremo gerarca il vescovo di essa, benchè gli altri

patriarchi talvolta competessero; e se questa supremazia non ebbe sulle

prime occasione di mostrarsi quale apparve secoli dopo, se rifulgea più

per dignità che per esercizio di potere, esisteva in genere; il papa in

radice aveva ragione di giurisdizione sopra gli altri vescovi, che nei

casi più gravi non mancò di manifestarsi, e più dacchè gl'imperatori

cristiani ingiunsero che ogni vescovo potesse dalle sentenze del

metropolita appellarsi al papa della città eterna.

Quando erano difficili le comunicazioni fra le varie chiese, frequenti

concilj si teneano presso le singole; pure ricorreasi sempre a Roma, e

sant'Ireneo diceva: _ad hanc ecclesiam propter potiorem principalitatem

necesse est omnem convenire ecclesiam_[30]; e già san Girolamo era

tutt'occupato nell'assistere papa Damaso a rispondere ai consulti che

gli venivano dall'Oriente e dall'Occidente[31]; il concilio di

Calcedonia chiese da san Leone la conferma de' suoi decreti; i vescovi

d'Oriente scrissero a papa Simmaco, riconoscendo che le pecore di Cristo

furono confidate al successore di Pietro «in tutto il mondo abitato»;

papa Ormisda nel 318 stese un formulario, che i vescovi doveano

trasmettere firmato ai metropoliti, e questi al pontefice, come simbolo

dell'unanimità colla sede apostolica «in cui risiede la verace e intera

solidità della religione cristiana».

Quella superiorità divenne anche legale nell'ordine civile quando

l'imperatore Giustiniano ordinò che tutte le Chiese fossero soggette

alla romana[32], _quum ea sit caput omnium sanctissimorum Dei

sacerdotum, vel eo maxime quod, quoties hæretici pullularunt, et

sententia et recto judicio illius venerabilis sedis coerciti sunt_; e a

papa Giovanni II scrivea: _Nec patimur quidquam quod ad ecclesiarum

statum pertinet, quamvis manifestum et indubitatum sit, ut non vestræ

innotescat sanctitati, quia caput est omnium sanctarum ecclesiarum_.

Pietro fu eletto da Cristo: i successori suoi da un senato

ecclesiastico, poi quando a quella dignità si unirono ricchezze che non

cercò, ma che non doveva ricusare, sicchè mescolò la sua vita alla

convivenza civile, all'elezione concorsero il clero e il popolo; quando

quel posto divenne ambito, gl'imperatori s'intromisero, a titolo

d'impedir le sedizioni; e anche di poi pretesero confermar l'elezione.

Odoacre, che spossessò l'ultimo imperatore d'Occidente, vietò di

eleggere il vescovo di Roma senza prima consultare il re o il prefetto

della città, ma il decreto non tenne (482). Gelasio, papa in quel tempo,

è notevole per avere, in concilio, distinti i libri canonici dagli

apocrifi, determinato a quali scrittori competesse il titolo di Padri

della Chiesa, e definiti ecumenici i quattro sinodi di Nicea,

Costantinopoli, Efeso e Calcedonia. Egli scriveva all'imperatore

Anastasio: «Il mondo è governato dall'autorità pontificia e dalla

podestà regia: la sacerdotale è più grave perchè dee render ragione a

Dio per l'anima dei re. Tu sovrasti a tutti per dignità, pure t'inchini

devoto ai capi delle cose divine, o da loro impetri i mezzi di salute, e

comprendi che, pei sacramenti e per l'ordine della religione, devi

sottometterti a loro, anzichè sovrastare; e in tali materie pendere dal

giudizio loro, anzichè ridurli alla tua volontà. Se nell'ordine della

pubblica disciplina, anche i capi della religione obbediscono alle leggi

tue perchè a te fu conferito l'imperio per disposizione suprema, con

quale affetto non dovete voi obbedire a coloro, che hanno incarico di

dispensare gli augusti misteri?»

I re barbari conquistatori s'ingerirono sempre più o meno nelle nomine

dei papi fino ad Adriano II nel 867, quando l'elezione fu restituita al

clero e al popolo; ma da Giovanni XII fin dopo l'antipapa Silvestro (dal

956 al 1102) i tirannelli e gli imperatori vi ebbero gran tresca; tornò

poi l'elezione al clero e al popolo fino all'antipapa Vittore nel 1138.

Allora il diritto elettorale fu ristretto ne' cardinali; poi

nell'elezione d'Innocenzo V (1276) si regolarizzò il conclave nella

forma prescritta poco prima dal suo predecessore Gregorio X, e che

tuttavia conserva. Oggi il papa è sempre scelto fra i cardinali, sicchè

uno di loro è predestinato ad avere l'infallibilità. Lo Spirito Santo

illumina gli altri a riconoscere il predestinato, che essi non

costituiscono propriamente, ma nominano, quasi come cosa che già

esisteva. Per tal modo connettonsi vescovi e papa.

Damaso, poi Gregorio Magno presero il titolo di _servo de' servi di

Dio_; Benedetto III quel di _vicario di san Pietro_; e dopo il secolo

XIII si adottò quello di _vicario di Gesù Cristo_.

Questa monarchia elettiva e rappresentativa, accoppiava l'obbedienza

perfetta dovuta al capo, benchè tolto dal popolo, colla libertà e

l'eguaglianza; una gerarchia, indipendente da ogni eredità, poteva

svilupparsi indefinitamente, eppure sottostava a una magistratura

suprema infallibile, e tutti erano sottoposti, ma unicamente alla legge

di Dio, promulgata e interpretata dalla Chiesa, alla quale Iddio disse,

«Chi ascolta voi, ascolta me; pascete le mie pecore; ciò che voi

sciorrete sarà sciolto, ciò che legherete sarà legato».

L'infallibilità del pontefice s'induce dalle espressioni con cui Cristo

costituì Pietro fondamento della Chiesa: benchè altri opini che dalle

espressioni stesse non traggasi a rigore l'infallibilità dogmatica.

Questa è interpretazione di passo scritturale, e perciò non dipende da

criterio privato, bensì da decisione della Chiesa; e poichè la Chiesa

non la proferì, nessuna delle due parti può sentenziare d'eretica

l'altra; e viviamo tutti nello stesso vincolo della carità. Se mai

potesse fallare il vescovo di Roma, come parrebbe avvenisse nel caso di

Onorio e di Liberio, la sua definizione non resterebbe accettata dal

corpo dell'episcopato, il quale è infallibile, come infallibile chi

definisce qual capo di esso.

Infallibili, i papi non sono però impeccabili. E il severo Tertulliano

dicea: «Che m'importa qual sia la condotta dei prelati, purchè insegnino

la verità? La verità della fede non dipende dalle persone; bensì dalla

fede noi argomentiamo l'autorità delle persone».

E sant'Agostino: «Giuda predicò il vangelo al par degli altri, e chi lo

rigettò, rigettò Cristo medesimo, che disse, _Chi sprezza voi sprezza

me_[33]. Quand'anche tutti i prelati e vescovi fossero uomini viziosi,

tu non devi staccarti dalla cattedra di Pietro, colla quale tutti sono

congiunti per l'unità della dottrina»[34].

Quasi compimento all'esterna attuazione della Chiesa vennero i monaci,

vittoria del soprasensibile sul sensibile, perfezione del cristianesimo,

del quale vogliono adempire non solo i precetti, ma anche i consigli.

Già durante l'Impero, alcuni ritraevansi nella solitudine, stomacati del

mondo e con eccessi di ascetiche penitenze colpivano l'immaginazione de'

Barbari. Ma se in Oriente il monachismo parve solo un'avversione ai

sensi, evangelizzatore di civiltà nuova mostrossi in Occidente, dove si

preferì unirsi in comunità di preghiere, di studio, d'operosità. In

questo senso dettò una regola di condotta permanente e uniforme san

Benedetto. Da Norcia nella Sabina, dond'era nativo e signore, ritiratosi

a Subiaco, poi a Monte Cassino, formò dodici conventi (529), ove

sperimentò quella sua legislazione, la quale operò per più lungo tempo e

su maggior numero d'individui che qualunque altra principesca; ammirata

anche da grandi statisti, che aveano sperimentato quanto sia difficile

sistemare una società. Tutto v'è democratico ed elettivo, senz'altro

riguardo che alla dottrina, alla santità, all'abilità; ogni monaco

abbandona i titoli e sino il nome di famiglia, e accomuna i possessi,

come Cristo che, _cum esset dives, egenus factus est_: ma può esser

eletto fino alla suprema dignità. Nulla di aspro e di grave[35]; ma

uomini, cose, tempo, tutto v'è disciplinato; tutte le volontà sono

sottomesse a quella dell'abbate, che una volta eletto, esercita potere

assoluto, ma avvinto dalla regola e dalle consuetudini, le quali

determinano le più minute particolarità della vita, come vestire, quando

lavarsi o radersi; in che giorni alle fave e alle erbe aggiunger olio e

grasso, o il frugal desco rallegrare di ova, pesci, frutta.

Benedetto introdusse nella vita monastica la perpetuità di voti solenni.

Provata la vocazione in lungo noviziato, tra mortificazioni e prove, che

dirà vane e puerili sol chi non le conosca dirette a ottener la

sommessione della carne allo spirito, e quella libertà che consiste nel

padroneggiare le passioni, proferivano i voti di castità, obbedienza,

povertà, e così nel vilipendio d'ogni godimento materiale, davansi alla

ricerca esclusiva della vita superiore.

Associavansi in tal modo la prudenza e la semplicità, la libertà e la

sommessione, il coraggio e l'umiltà. Nell'uffizio di sottrarre lo

spirito alla materia concentrandolo, gli si dava un concetto

elevatissimo della sua natura, dell'alto principio e del fine suo; con

istraordinarj atti convinceasi che l'uomo, assistito dalla Grazia, può

vincere le passioni brutali, e viver da angelo in terra. Ricordando il

detto dell'Apostolo _Qui non vult operari nec manducet_, tutti

industriavansi a qualche arte; copiar libri, predicare, comporre, ovvero

domesticar selve all'agricoltura e alla civiltà, fondare conventi che

divenivano come stazioni al progresso dell'incivilimento, o nucleo di

villaggi e città che ancor ne serbano il nome; alimentavano anche il

sentimento delle bellezze naturali e artistiche, educando fiori, ornando

chiese e altari, avvivando le solitudini colla delizia del canto. In

questi centri d'attività e di studj, ricovero d'anime afflitte o

disingannate, di grandi decaduti, di violenti ammansiti, di innocenti

oppressi, di spose tradite, di vedove che col marito aveano perduto il

lustro di lor dignità, fondeansi i Romani coi Barbari, i vincitori coi

vinti nella uniformità della disciplina.

Fra i tumulti d'un'età robusta e di transizione, molti agognavano la

solitudine dello spirito, la pace della coscienza, le elevazioni del

cuore, voleano interporre uno spazio fra le procelle della vita e la

calma del sepolcro; e non entrava ne' chiostri soltanto chi fosse stanco

dell'attività o disilluso delle passioni e delle speranze; ma anime

infervorate, che accanto alla penitenza collocavano le virtù naturali e

le civili.

E i monaci sottentravano ai martiri, i quali spesso imitavano anche nel

coraggio e ne' tormenti; fra società mutevoli rappresentavano la

sapienza della durata colla volontà liberamente sottomessa alla fede e

coi mezzi che dà lo spirito di corpo, unito a severa disciplina; fra le

cupidigie ambiziose, essi soli per istinto rimanevano contenti alla loro

sorte, ma il torzone e il canepajo poteano diventar guardiani e priori,

e ottenere il cappello rosso e il triregno; il mondo ammirava in essi

una dottrina e una virtù, che considerava egualmente come sopranaturale.

Altri Ordini si fondarono poi[36], esercito volontario e attivo in favor

della Chiesa, ma con armi e ordinamenti diversi dalla comune società.

Alcuni erano contemplativi; e son quelli che, ne' momenti ove i popoli

operano e non pensano, pensan per essi, e adocchiano l'istante in cui

richiamare certe verità, che rimettano in equilibrio l'azione e la

riflessione, e far giudicare i fatti non dall'esito, ma da canoni

morali. Altri portavano il lavoro, la fecondità, la forza,

l'intelligenza umana nelle solitudini, dianzi invase dalle fiere, o

dalle paludi, o dalle sabbie; là introducevano la vite, i pomi, le

mandrie, le pecchie, l'irrigazione, la coltura del riso, la fabbrica de'

formaggi, e risedeano sui beni proprj costantemente, il che quanto

importi lo sanno i contadini del nostro secolo; il ricavo ne versavano

tutto a miglioramenti, cioè a crescere il capitale di cui vantaggiano i

poveri agricoltori; non esigeano da questi che tenui affitti o moderate

retribuzioni, a differenza de' piccoli possidenti che vi succedettero.

Il nostro secolo, glorioso d'averli distrutti, gl'incolpa che non

ricavavano dai terreni tutto quel che si poteva; al qual biasimo non so

quanto applauda la plebe, che vivendo giorno per giorno, non si trova

più nulla nel passato, nulla nell'avvenire.

Il povero, del quale in oggi tanto si ciancia e per cui così poco si fa,

trovavasi onorato e consolato quando vedeva la povertà eletta

volontariamente e considerata come meritoria. Le loro sollicitudini

agricole insegnavano il rispetto alla proprietà. Il grande avea sgomento

di questi cucullati, che senza speranze, senza timori, venivano al suo

castello o alla sua reggia a rimproverarne le prepotenze, a chieder la

riparazione d'un'ingiustizia, a intimare castighi da cui non li

salverebbero nè i torrioni nè i bravi.

Carlomagno dicea loro: _Optamus vos, sicut decet ecclesiæ milites,

interius devotos et exterius doctos esse_, e in fatti è da loro soli che

ci vennero conservati i libri e le cognizioni di tutta l'antichità.

Uomini di preghiera e di penitenza, pure non si credeano estrani alla

politica, anzi parlavano alto ai re, teneano i conti e le casse delle

città, ripristinavano le paci, tesseano le leghe de' popoli, dettavano

nelle Università, raccoglievano gli artisti.

Ma della missione civile li lodano anche i profani e gl'increduli; nè

questa era la loro speciale, bensì il purificar il mondo colla carità,

domarlo colla rassegnazione, edificarlo con quella sublime vocazione,

che lungi dall'invidiosa povertà d'un amore esclusivo, fa che l'uomo si

dia tutto a tutti, nei doveri consultando unicamente l'interesse

spirituale: e nell'amor di Dio portato all'eroismo, cerca un rimedio

supremo all'amor delle creature; sforzandosi a domare i bassi istinti,

resistere alla natura corrotta, ed accostarsi alla perfezione cristiana.

Mentre disputavano ne' concilj, dettavano nelle Università,

maneggiavansi ne' congressi, tu li trovavi al focolare casalingo, senza

rumore, senza apparato, in opere di misericordia, in oscuri sacrifizj,

purificando i costumi, arrivando fino agli abissi della colpa o della

virtù, rigenerando colla fede, colla carità, col dovere,

coll'abnegazione. Questa suprema forma del sentimento cristiano tirava i

Barbari a civiltà mediante il sentimento; l'umiliazione, la carità

universale, l'eroismo di penitenza, divenivano esempj a gente calda

d'ire e di concupiscenza; la intera sommessione a un capo, a una regola

infondea la coscienza del diritto.

La preghiera, che attestando la debolezza dell'uomo, è potente sino ad

espugnare il cielo, e l'ardente confidenza negli effetti di essa, erano

carattere del medioevo, quanto divengono incomprensibili all'età nostra,

dacchè in tanti luoghi essa ammutolì. Tutti inoltre riconoscevano la

solidarietà de' peccati e dell'espiazione, considerando la vita come un

castigo, una prova, una preparazione; anche il peccatore domandava la

preghiera, la domandava come un'elemosina, ed in ispecialità ai frati,

potenza mediatrice presso Dio sdegnato.

Tali ce li dà la storia: e per quanto esecri la verità, il secolo dee

rassegnarsi a sentirlo ripetere da chi n'ha il coraggio. L'esservene

sempre stati attesta come s'annettano strettamente colla Chiesa, benchè

non essenziali ad essa. In fatti, chiunque volle intaccarla cominciò

sempre dallo screditare questa sua milizia, che rappresenta la guerra

che l'ideale fa al reale.

Non sono essenziali alla religione, dicono. Verissimo; ma è uno de'

sofismi più usitati e più speciosi il rispondere alle objezioni con una

proposizione vera in sè, ma che non ha a fare con quella di cui si

tratta; stornando così l'attenzione, e mettendo per conclusione quel che

è soltanto un divagamento. Verissimo; non sono essenziali, ma neppur lo

sono e la chiesa e la predica, e tant'altre cerimonie, introdotte in una

religione di spirito e di verità: ma forse alla società civile sono

indispensabili i re, gli eserciti, le monete, anzi nè tampoco il

vestire? Non sono essenziali alla Chiesa, perchè nessuna cosa

contingente è essenziale a ciò che è eterno; ma son necessarj a

mantenere l'alito ecclesiastico.

Più accortamente si dice che poterono esser buoni un tempo, ma

perdettero opportunità. I frati son pianta repubblicana, e per intendere

san Francesco ci vuole il popolo, non società principesche e costumi

cortigiani e pensare aristocratico quali oggidì, nè l'abdicazione

dell'attività, della volontà, delle opinioni di ciascuno in man d'un

governo o d'un giornalista: ci vorrebbe quell'Italia alla vecchia, tutta

democrazia, e forze distinte, e fede, e municipj. Il materialismo d'oggi

che ha mai a vedere in questi sacrifizj di spirito, fatti in vista di

premj che non sono denari, nè godimenti? Eppure anche tra le beatitudini

odierne, tra questo ammirato incremento dell'industria e degli interessi

materiali, il cuore ha de' bisogni che non restano appagati dal teatro,

dalla borsa, dal telegrafo; anela a qualcosa di più alto e più grande,

che i padri nostri chiamavano Dio. Trascinati nel vertiginoso progresso,

noi variamo ogni giorno pensamenti, convinzioni, bandiera, modo di

pensare e d'operare, di nulla stabilmente convenendo; sino la

beneficenza riducesi a un'istituzione civile, a soscrizioni, lotterie,

amministrazione. Ma giacchè si vanta come conquista del tempo la

tolleranza, vogliasi consentirla anche a chi pensa che, in tale

sfasciamento, non abbiano a riuscire superflui questi Ordini; che tra

l'indifferenza eretta in teoria, e i pregiudizj malevoli, e il vitupero

chiassoso, e l'avido urtare di tutti contro tutti, possano svolgere e

applicare le istituzioni caritatevoli, educare la classe più numerosa,

non foss'altro, a sopportare una disuguaglianza, della quale non vede la

ragione, non conosce i compensi; a risparmiare i gendarmi, unica

salvaguardia quando è tolta la difesa morale; a pregare per coloro che

li maledicono.

Ecco per quali guise la Chiesa svolgeva il benefizio della redenzione

nella società civile, adoprando continui strumenti l'autorità, la

ragione, il sentimento; non usurpava, ma raccoglieva i poteri che

cascavan di mano alle antiche autorità; alla violenza de' nuovi padroni

opponeva la ragione, la santità, la scienza, e il diritto che avea di

giovare alla plebe cristiana; ristabiliva i dogmi della responsalità

personale e dell'autorità, scassinati dall'accentramento romano;

mediante un potere ammesso e consentito dalle anime, costituiva una

repubblica morale, dove la moltitudine non diveniva confusione perchè

ridotta a unità, nè l'unità diveniva tirannide perchè era moltitudine, e

la cieca sommessione era mutata in ragionevole obbedienza.

Gli eretici d'Italia, vol. I · 第 6 / 82 题