LÚCIA. Aimè, caro Filocrate!
Son pur passati giá tre giorni interi
e non ti veggio. Ove son le promesse
che cosí caldamente, tante volte,
a mia madre ed a me festi di tôrmi
e sempre amarmi? Di quante lusinghe,
quante false parole e quanti inganni
son sempre pieni, omini senza fede!
Quante son quelle che nel fin rimangono
da voi ingannate! Ahi quante crude morti!
quante passion portiam per creder troppo!
Non posso desiar di te vendetta;
né, potendo, vorria: perché piú quella
sopra di me verria che a te medesmo,
quando la ti venisse. Sol ti prego
che vogli aver di sí dogliosa vita
qualche pietade.
FRONESIA. Io te l'ho detto sempre
che non bisogna fare in lor disegno
mai di fermezza; ché son fatti appunto
come le foglie e, con modi e parole
e, come dicon, con lor servitú,
trattengon tutte. E, s'avesser con mille
commoditá, tutte gli son padrone;
tutte li fan morir. Poi, vedi, al fine,
i portamenti lor mostran l'amore
e il lor poco cervello.
LÚCIA. Orsú, Fronesia!
Voglio che vadi a dimandar di lui
in qualche luogo e che non torni a casa
se non me ne dái nuova interamente.
E pregal quanto puoi da parte mia
ch'io li vorrei parlar.
FRONESIA. Mi metto in via.
E lascia fare a me, ché non è un'ora
ch'io l'ho parlato. Ma tu, se madonna
gridasse, sappi trovar qualche iscusa.
Ed io son qui in un punto.
LÚCIA. Va', sorella:
e sappi far.