Venendo di notte Filocrate a la posta a Lúcia e non
vedendola, si pensa che una pignata, ove era steso un
fassoletto, sia essa e non li voglia rispondere: onde se ne
parte tutto pien di sdegno. Pilastrino, in questo, cercando
Listagiro, si imbatte a veder tutto quello che fa
Filocrate; ed apre piú la cosa e mostra che la cena si
indugerá a l'altra sera per non aver trovato Listagiro.
FILOCRATE solo, FRONESIA fante a la fenestra, PILASTRINO.
FILOCRATE. E ch'io mi sia ingannato
non può giá star; ché questa è pure appunto
l'ora che m'ordinò. Vo' ritornare
un'altra volta. Vincer pur devrebbe
la lunga servitú, la mia pazienza
sí cruda mente. Visch'! visch'! isch!
Oh! Eccola; è venuta. Pensai bene:
ché, s'io non ritornava, forse ch'ora
s'andava al letto; c'ha la scuffia in testa.
Guarda come riluce! T'ho aspettato
qui, giá tre ore. Io non credo che pensi
a me, se non a caso; e, per quai merti,
o qual mio fallo, mi sei sí crudele?
Ci debbe esser di nuovo qualche amante
che ti de' tôr di mente la mia fede,
l'amor, la servitú che tanto tempo
hai visto in me.
FRONESIA. Chi sento giú? È Filocrate.
Ma con chi parla?
FILOCRATE. Prego che mi dica
la cagion del tuo indugio perché dentro
giá 'ncominciava a sentir tanto sdegno
che forse anco avrei preso de' partiti.
Non vo' dire altro.
FRONESIA. Odi. Costui vaneggia.
Oh! Va', ché tu m'hai pien del tuo cervello.
Parla con l'aere.
FILOCRATE. Tu non mi rispondi,
Lúcia? A chi dico? E' non sta però bene
far tanto strazio di chi sai che t'ama
piú che la vita propria. Aimè, che torto!
Lúcia, ti prego, attende a quel ch'io dico.
Non mi lasciare andar cosí istasera
beffato a casa, ch'io ti do mia fede
che te ne pentirai.
FRONESIA. Oh! co! co! Parla
a una testaccia, che v'ho steso sopra
un fassoletto.
FILOCRATE. Aspetto ancora alquanto,
se ti muove piatá.
FRONESIA. Puoi aspettare.
Chi nasce matto non guarisce mai.
Il mal tuo non è a lune.
FILOCRATE. Deh! Se mai
ti venne in cuor del mio lungo servire
poco ricognosciuto e de la fede
e di quanto per te giá mai soffersi
amando e di giá tanti spesi giorni
ne' tuoi servigi render qualche cambio,
mostrami tutto in questo; e fammi grazia
d'una parola.
FRONESIA. Ve' che bella predica!
Cosa appunto da lui, oh! far l'amore
a una pignata e voler convertirla
con sí belle parole!
FILOCRATE. Aimè! che in vano
prego un sasso, una tigre e mi querelo.
Altronde porti i miei lamenti il vento;
ch'io mi risolvo al tutto di cangiarmi
di sentimento, poi che piace al cielo.
La prima non è giá, ma ben fia forse
l'ultima. Sí, che ancor ne piangerai!
FRONESIA. Oh! Sta', ché si scorruccia. Voglio andare,
ch'io creperei. Tratterrò in tanto Lúcia,
ché non venisse a sorte a la fenestra
e guastasse la torta. Oh! co! co! co!
FILOCRATE. Abbi speranza in donne! abbi in lor fede!
credeli il paternostro! Ahi reo costume!
Chi tanto ha posto in voi di falso e vano?
tanto di crudo, iniquo, acerbo ed empio?
Chi vi ci fa suggetti? Ma che! Forse
la sorte mia, perché non peni sempre,
sempre non mi ritrovi in quello errore
in che ora sono e perché n'esca un tratto,
sí mi governa. Assai mi fia acquistato,
questa sera, d'aver l'empia natura
cognosciuto di voi. Prometto a Dio,
per l'avenir, come foco e veleno
e mortal peste, di fuggirvi sempre.
Troppo era lieto de la mia fortuna
che, sovr'ogni altra cosa desiata,
ti m'avea dato. Ma cognosco or chiaro
che tutto era a la mia futura vita
amaro tòsco; perché, alfin, tai frutti
si ricoglie di voi e di tai fiori
tai fronde e rami suol vostra radice
produr fra noi. Pianta empia, rea, mal nata!
Che 'l ciel la sterpi. Ma di Giove l'ira
a tanta iniquitá punire è tarda.
Venga almen, poi, cosí grave e focosa
che n'arda anca il terren con le radici.
Voglio, prima, di questo consigliarmi
con Sofomide mio. E, se ci è via
che la possa lasciar, che a l'onor mio,
mancando, non mancassi, anzi morire
son risoluto che mi ponga in casa
un drago tal, sí velenosa vipera
m'allevi in seno.
PILASTRINO. Io sono stato un'ora
a sentir questo pazzo. Che può avere?
Tanti lamenti e tante bravarie!
Debbe esser, certo, a la fenestra Lúcia,
ché fa lo squartator; Vo' fare anch'io
l'amore. È quella? Sta'. Non è? È pur dessa.
Dico non è, potta de la fortuna!
ch'è, credo, una pignata. Oh! co! co! co!
Io so che l'è col manico. La voglio
puor fra le cose del piovano Arlotto:
come quell'altra che fece Listagiro
per uscir di prigion; che si fe' morto
e, quand'il portâr fuori a sotterrarlo,
se ne fuggí, pestato prima il volto
a un di quegli sbirri che 'l portavano
con un gran pugno. Or veggio ben che Amore
fa travedere appunto a questi sciocchi
come fa 'l vino a me. La vo' contare
in piú di cento luoghi, anzi ch'io dorma.
Io lancio de la fame; ché ho cercato
quest'altro parasito tutto il giorno.
Or mi risolvo che non è possibile
che ceniamo istasera. E che 'l vecchione
impari, un tratto, a fare a la civetta
in terzo con duo mastri di rapina!
Forza è che l'indugiamo un dí vantaggio
per farla netta; ché a trovar Listagiro
non basteria 'l piú valente pilotto
che guardi carta. Io so che in Pizzimorti
non è stato oggi; e ancora in Fiaccalcollo
né in Gattamarcia non è capitato.
Sempre che abbiam da far qualche bel tratto
par che intravenga questo. Fia forse ito
verso 'l tinel del cardinal de' Medici
a cortegiare il cuoco. Oh! Quel signore
devria adorar ciascun, poi che senz'esso
ogni virtú mendicherebbe un pane,
come soleva, _nunc et usque in seculi_.
Io mi muoio di fame; ed ho pensato
di stendermi in fin lá, dove, se 'l truovo,
scroccherò prima anch'io, poi daremo ordine
a questo offizio per diman da sera.
Lasciami caminar, perché a la mensa
_beati primi_.