FILENO. Addio, vecchiona. Parti che ne facci
a dritto ed a traverso? E poi al padrone
porta mille ciancette e vuol che creda
che questa sia la prima che ha venduto
e quel che fa sol faccia per servirlo,
come intera e da bene!
CRISAULO. Ecco Fileno.
Ringraziato sia Dio. Che nuove porti?
che t'ha risposto? verrá qui istasera?
ha fatto nulla?
FILENO. Non l'ho ancor trovata;
ch'era, m'han detto, andata fuori al monte
a cercar di certe erbe. Ho ben lasciato
che venghi, come giunge.
CRISAULO. A chi parlasti?
FILENO. A quei di casa, ché v'era una corte
che l'aspettava. Io so che quella strega
ha tutte le virtú cardinalesche
e l'arti liberali. Mi ricorda,
quand'entro in quella casa, de l'inferno,
a quel ch'ivi si vede.
CRISAULO. Che dirai?
T'intendo ben. Sei stato fino a sera
lá, con qualche carogna che ha per casa,
ed or vuoi far la scusa.
FILENO. Io non lo niego.
Ma non son giá carogne; ché, a la fede,
c'è di bei visi.
CRISAULO. Tanto avestú fiato.
FILENO. Vo' che vi venga, un tratto, e che tu veda
l'opre belle che fa questa tua arpia.
Il collo torto, il volto consumato,
quegli occhi lagrimosi accompagnati
con l'abito fratino e i paternostri
che sempre biascia inganneriano il tempo
che inganna ognuno.
CRISAULO. Di' che cosa è questa,
se lo sai dire.
FILENO. Io te ne dirò parte.
Tu vedi prima una casaccia antica
fatta al tempo de l'arca; e poi le stanze
fantastiche, affummate; e, per la casa,
vecchie sciancate che paion Creonte;
ed una infinitá di fanciullette
che tien (come faremmo noi i capponi
sotto la cesta) perché venghin belle.
E, quando poi son grasse e da qualcosa,
le vende, le trabalza e con danari
ne fa ogni derrata. Ivi tutte hanno
il lor proprio esercizio: una pesta ossa
e piú cose bizzarre; una crivella
le polveri e sementi; un'altra l'erbe
mette ne le strettoie e cava il sugo;
questa fa medicine; un'altra unguenti,
penso, da gambaracci e simil cose;
una è in lavar la trementina; e l'altra,
falserá sollimato e, con salnitro
e solforo, fará puzzar la casa.
E vedi poi, d'intorno, mille fatte
di lambicchi e campane da stillare,
bocce di vetro le piú contrafatte
del mondo. Ivi fornaci, scaffe e stufe,
orci, fiaschi, arbarelli e tarabaccole.
Per le fenestre fiori, erbe e sementi,
radici, zucche, zucchelle e pignatte,
laveggi, pignattini e speziarie
e cose strane. E ci vedrai d'augelli
piú membra; e piú animali scorticati;
e pelle e grassi e sangui come inchiostro;
unghie e capei morti.
CRISAULO. Io son giá sazio.
Non mi dir piú, ti prego.
FILENO. Odi ancor questa.
Oggi vidi stillare a una campana
che è fatta appunto com'un uom che s'abbia
le man miso in su' fianchi; che credetti
morir di rise. V'era cinque o sei
di quei visi affummati intorno al fuoco,
che parean le donzelle di Vulcano
giú nel regno di Dite. Ancor piú oltra
passando, vidi in una gran caldaia
il piú schifo belletto, che a la prima
mi fe' voltar lo stomaco a vederlo,
ove dicevano esser perle e gioie,
oro e coralli. Poi ne vidi un altro
d'un'altra fatta, che v'era ammarcito
un mondo d'uova e colombi favacci
e teste di castroni e pilpistrelli
e piú grassi e biturri e piú pastocchi
che qualche volta.
CRISAULO. Sú! Fornisse, un tratto.
Fa' che si ceni. Che ora può essere?
FILENO. È passato di poco un'or di notte.
Entriamo in casa.