_Quasdam praecipuas pulcra Ravenna dedit._
_Cod. Carol._ LXVII; nel CENNI LXXXI, 439: _Nos quippe libenti animo et
puro corde, cum nimio amore vestrae Excellentiae, tribuimus effectum,
et tam marmora, quamque mosivum, caeteraque exempla de eodem palatio
vobis concedimus auferenda_. Aggiungo che Carlo Magno fece trasportare
di Ravenna ad Acquisgrana anche la statua equestre di Teodorico. Nel
secolo decimo il palazzo di Ravenna era già in ruine, e Ottone II vi
edificava intorno al 971 un palazzo nuovo. Vedi il FANTUZZI, ecc. Tom.
V, nel Prospetto § 13.
[478] _Cod. Carol._, LXXXIV; nel CENNI LXXXIII, 459. I Veneziani
(_Venetici_) avevano _praesidia_ e _possessiones_ nelle terre
ravennati, ed allora già tendevano a impadronirsi di Ravenna.
[479] ANASTASIO, n. 222.
[480] _Cod. Carol._, LXV; nel CENNI LXIII: _Quia nos nec navigia
habemus, nec nautas, qui eos comprehendere potuissent, tamen naves
Graecorum gentis in portu civitatis nostrae Centumcellensium comburi
fecimus_ etc. Nel Volume III avrò argomento di riportarmi alla Storia
della marineria pontificia scritta dal GUGLIELMOTTI, bibliotecario
dei Domenicani in santa Maria sopra Minerva: di questo libro è or ora
incominciata la stampa[481].
[481] Il primo volume della _Storia della Marina pontificia nel Medio
Evo dal 328 al 1499_ del P. ALBERTO GUGLIELMOTTI fu edito di recente
(1871) a Firenze, coi tipi dei Successori Lemonnier. L’originale
del secondo volume (2. ediz.) di questa Storia della città di Roma,
publicavasi nel 1869. (N. del T.).
[482] Il GIANNONE ecc. tratta bellamente di questo argomento e delle
relazioni con Benevento, Lib. VI, c. 1 sgg.
[483] _Cod. Carol._, LIX; nel CENNI LVII, 343 sq.: _Qualiter —
proximo Martio mense adveniente, utrosque in unum conglobarent, cum
caterva Graecorum et Athalgiso, Desiderii filio, et terra marique ad
dimicandum, super nos irruant, cupientes hanc nostram Romanam invadere
civitatem_.
[484] Dalla conquista del Friuli data la divisione dei Ducati
longobardi in Contee; ma la costituzione del _gau_ e il feudalismo dei
Franchi furono trapiantati in Italia: LEO, _Storia d’Italia_, III, 1,
p. 206.
[485] _Cod. Carol._, LXXXIII; nel CENNI LX, p. 357 sg. La lettera è
anteriore al 781, e il dubbio del MURATORI che essa possa appartenere
all’anno 791, è confutato dal CENNI che la attribuisce all’anno 777. Il
GIANNONE, VI, c. 1, sulle orme di CAMILLO PELLEGRINO, trae erroneamente
da questa lettera la conseguenza che i Beneventani avessero preso
Gaeta, donata da Carlo alla Chiesa, e che l’avessero restituita ai
Greci. A fior d’evidenza si tratta qui di alcune città della Campagna
(_aliquantas civitates nostras ampaniae_). Io tengo opinione che Gaeta
allora fosse ancora greca, quantunque possa negarlo il FEDERICI (_Degli
antichi Duchi e Consoli Ipati e della città di Gaeta_, Napoli 1791, p.
30, Introduzione).
[486] _Nos quidem pro nihilo deputamus ipsam civitatem Terracinensem_
etc., _Cod. Carol._, LXIV; nel CENNI LXV, p. 377.
[487] _Nefandissimi Neapolitani, et Deo odibiles Graeci — subito
venientes, Terracinensem civitatem, quam servitio beati Petri et vestro
atque nostro subjugavimus, nunc autem — invasi sunt._
[488] La frase: _Ut sub vestra atque nostra sint ditione_, e l’altra,
spesse volte ripetuta, _in servitio vestro, pariterque nostro_, non è
già espressione cortese, ma denota l’_altum dominium_ del Re. Sembra
che la lettera sia stata scritta tosto innanzi all’anno 781. L’amicizia
tra Roma e Napoli durò soltanto breve tempo. Nell’epitaffio di Cesario,
figlio di Stefano duce di Napoli, è detto:
_Sic blandus Bardis eras, ut foedera Grais_
_Servare sapiens inviolata tamen._
[489] A quel battesimo ed alla presenza di Carlo in Roma hanno
argomento alcuni versi che leggonsi in DOM. BOUQUET, V, 401; ivi Carlo
è appellato Console. Ne tace la _Vita Adriani_. Noto in essa per lo
meno due specie di redazione; la più antica descrive completamente gli
avvenimenti politici fino alla caduta di Pavia: ciò che sussegue spesso
non è altro che un duplice compendio dei Registri di chiese. — Può
vedersi il _Chronic. Laurisham. Moissiac._ gli _Annal. Laurissenses_ e
quelli di EINHARDO, ad ann. 781.
[490] EINHARDO, _Annal._ ad ann. 786, _Annal. Lauristens._, 787,
TILIANI (787), il _Poeta Saxo_, ann. 786. — Il _Chronicon Mon. Casin._
I, c. 12 (nel MURATORI, _Script._ IV) riferisce le condizioni di pace.
La Storia di ERCHEMPERTO scorre di volo sul reggimento di Arichi.
[491] Quindi in poi la Chiesa romana fu veramente la lupa, di cui il
poeta dice:
_Ed ha natura sì malvagia e ria_
_Che mai non empie la bramosa voglia;_
_E dopo ’l pasto ha più fame che pria._
[492] _Praesertim et partibus ducatus Beneventani idoneos dirigere
dignetur missos, qui nobis, secundum vestram donationem, ipsas
civitates sub integritate tradere, in omnibus valeant: Cod. Carol._,
LXXXI, nel CENNI, LXXXVIII, 475; XC, nel CENNI LXXXIX, 480; XCII, nel
CENNI XC, 483. — _De Capua quam b. Petro — pro mercede animae vestrae,
atque sempiterna memoria, cum coeteris civitatibus obtulistis_,
LXXXIII, nel CENNI XCI; LXXXVI, nel CENNI XCII.
[493] Nel diploma di Lodovico il Pio (BORGIA, _Breve Istoria_ ecc.
Append. III, p. 19) è detto; _in partibus Campaniae Soram, Arces,
Aquinum, Arpinum, Theanum et Capuam_.
[494] Vedi la _Sacra Imper. ad Papam_, nel LABBÉ, _Concil._ VIII, 678
ecc., negli Atti del _Concil. Nicaen._ II. — Dopo l’assestamento della
controversia delle imagini Adriano chiese la restituzione dei patrimonî
di Sicilia e di altri luoghi, ma Bisanzio non vi diè risposta. Se ne
duole il Papa nella sua lettera indiritta a Carlo (LABBÉ VIII, 1598).
— La controversia delle imagini fu definita nell’anno 842 per opera
dell’imperatrice Teodora, ma i _Libri Carolini_ di Carlo e di Alcuino,
e il Concilio di Francoforte del 794 si pronunciarono decisamente
contrarî alla adorazione (προσκύνησις) delle imagini.
[495] _Cod. Carol._ LXXXVII; nel CENNI XCI, 488: _Spatarios duos ad
Patricium eum constituendum, ferentes secum vestes auro textas, simul
et spatam, vel pectinem, et forcipes, sicut illi praedictus Arichisus
indui et tondi pollicitus fuerat_.
[496] ERCHEMPERT. c. IV, sq. — Grimoaldo II morì nell’anno 806; i
Beneventani, piangendolo, scrissero sul suo sepolcro:
_Perculit adversas Francorum saepe phalangas,_
_Salvavit patriam sed, Benevente, tuam;_
_Sed quid plura feram? Gallorum fortia regna_
_Non valuere hujus subdere colla sibi._
(ANON. DI SALERNO, c. 22.)
L’epitaffio, che vorrebbesi scritto da PAOLO DIACONO per Arichi,
trovasi nell’ANONIMO DI SALERNO, c. 16, e nel PELLEGRINO, _Tumuli
Princ. Longob._ nella sua _Historia Princip. Longob._, t. III, p. 305.
Tanto le iscrizioni funerarie dei Principi di Benevento quanto quelle
dei Consoli e dei Duci di Napoli (ivi) riescono di sussidio alla storia
di quell’età, e meritano di esser lette.
[497] _Evellens portam usque ad arcum qui vocatur Tres Faccicellas:_
ANAST. n. 356. Il VIGNOLI legge più esattamente _falciclas_. Ignota è
l’origine del nome, che significherebbe tre fiaccole od altrimenti tre
falciuole. — Il FEA, _sulle Rovine_, p. 380, pensa che fosse l’arco
vicino al san Lorenzo in Lucina, fatto abbattere da Alessandro VII
nell’anno 1662, e che nel più recente medio evo era appellato «delli
Retrofoli» e «di Portogallo.» I _Mirabilia_ dicono: _arcus triumphalis
Octaviani ad s. Laurentium in Lucina_.
[498] _Usque ad Pontem Antonini._ Non convengo col FEA che questo ponte
fosse il _Sublicius_, nè col VIGNOLI che fosse il ponte «Quattro Capi,»
nel medio evo detto _Fabricii Judaeorum_. I _Mirabilia_ con esatta
serie enumerano: _P. Antoninus, Gratiani, P. Senatorum_; la _Graphia_
specifica: _Neronianus ad Sassiam_ (il distrutto ponte Vaticano presso
santo Spirito), _Antonini in arenula, Fabricii in ponte Judaeorum_ ecc.
I _Mirabilia_ parlano di un _theatrum Antonini juxta pontem Antonini_;
e l’_Ordo Roman. XI_, nel MABILLON, _Mus. Ital._, II, p. 126, fa che il
Papa vada _ad majorem viam Arenulae, transiens per theatrum Antonini_.
Questo teatro pertanto non può essere stato altro che quello di Balbo
(presso il palazzo Cenci). Vedi il NIBBY, _Roma_ nel 1838, II, 588 ed i
PLATNER e BUNSEN, III, 3, 65.
[499] _Totas civitates tam Tusciae, quamque Campaniae congregans, una
cum populo Romano, ejusque suburbanis, nec non et toto Ecclesiastico
patrimonio:_ ANAST., n. 236, 355.
[500] ANAST., n. 331: _Simulque in balneo juxta eandem ecclesiam sito,
ubi et fratres nostri Christi pauperes, qui ad accipiendam eleemosynam
in paschalem festivitatem annue occurrere et lavari solebant_;
dimostrazione dell’antico costume delle lavande dei piedi che fannosi
a Pasqua nel san Pietro. Anche nel Laterano era un bagno simile,
che probabilmente aveva origine dagli antichi palazzi: ANAST., _Vita
Stephani III_, n. 271 e _Vita Hadriani_, n. 333. — Sulla restaurazione
dell’_Aqua Trajana_, vedasi ALB. CASSIO, _Corso delle acque_ ecc., I,
pars. 1, n. 39, p. 359.
[501] Il CASSIO assume l’anno 776 senza esporne la ragione. Ei parla
(p. 361) di una seconda restaurazione della _Trajana_ effettuata per
opera di Adriano, ed è probabile che lo traesse in errore un’altra più
breve notizia data da ANASTASIO, n. 346. Gli sfuggì l’avvertenza che la
seconda parte della _Vita Hadriani_ consiste di una duplice redazione,
per lo che ne deriva la ripetuta enunciazione degli stessi edificî.
[502] _Dum vero forma, quae Claudia vocatur, per annorum spatia
demolita esse videbatur, unde et in balneis Lateranensibus de ipsa aqua
lavari solebat, et in baptisterio ecclesiae Salvatoris domini nostri
Jesu Christi, et in plures ecclesias in die sancto Paschae decurrere
solebat:_ ANAST., n. 333. Io credo pertanto di aver colto nel vero
senso con ciò che ho detto più sopra nel testo.
[503] _Sicut antiquitus abundantur, decurrere fecit:_ ibid.
[504] _Forma quae Jobia vocatur:_ ANAST., n. 332. Tal nome le è dato
anche dall’ANONIMO DI EINSIEDELN. — Il CASSIO ha su questo punto un
lungo e arido capitolo, I, n. 30. Ei si decide per la _Marzia_, e forse
la _Jobia_ era una ramificazione dell’_Aqua Marzia_ che dava la più
squisita acqua potabile di Roma, vero dono degli Dei, dice PLINIO. Il
VIGNOLI, all’invece, vuol correggere _Julia_ in luogo di _Jobia_.
[505] _Forma, quae Virginis appellatur, dum annorum spatia demolita,
atque ruinis plena existebat, vix modica aqua in urbem Romam
ingrediente — noviter eam restauravit, et tantam abundantiae aquam
effudit, ut pene totam civitatem satiavit:_ n. 336. L’ANONIMO DI
EINSIEDELN vide ancora i suoi archi ruinati in vicinanza della colonna
di Antonino: _forma virginis fracta_.
[506] Oggidì la proporzione dei possedimenti è la seguente: di 362
«Tenute» dell’_Ager Romanus_, persone private laiche ne possedono
236; Capitoli ecclesiastici, conventi, ospitali ed altri luoghi pii ne
possedono 126. Vedi EMIDIO PITORRI ecc., p. 59.
[507] Nella collezione DEUSDEDIT, trovansi locazioni date a soldati,
come a Gemmulo e ad Alfio, al primo cuoco del Papa, a notai, a donne.
[508] Sugli _Angariales_ vedi il MARINI, _Papiri_, n. XLVI, documento
dell’anno 1027.
[509] Sul colonato danno illustrazioni le Lettere di SAN GREGORIO,
il _Liber Diurnus_, i papiri del MARINI, i documenti di Farfa, il
_Glossario_ del DUCANGE. Riferisco di una _matricola_, ossia canone
enfiteutico nel territorio di Ravenna (nel MARINI, n. 137): _Colonia...
praestat solidos numero... tremisses... siliquas... in xenio laridi
pondo... anseres... gallinas... ova... per ebdomadam opera... lactis
pondo... mellis pondo_... — Oppure: _Angariae quatuor cum bovibus
et quinque a manibus_ etc.: MARINI, p. 371, a. 3. — Nei documenti di
Farfa vedasi al n. 33 (nel FATTESCHI, p. 263, anno 750), una donazione
di Lupo duce di Spoleto, all’Abazia di Farfa, in cui nominatamente si
specificano molti coloni.
[510] La celebre _chartula manumissionis_ nell’_Ep._ 12, V, di SAN
GREGORIO, in cui egli dimette in libertà due schiavi, Montana e
Tommaso, fu assunta a _praeceptum libertatis_ nel _Liber Diurnus_, c.
VI, tit. 21, e dice: ... _cumulo libertatis largito, ab omni servili
fortuna et conditione liberum esse censemus, civemque Romanum solutum
ab omni subjectionis noxa decernimus_. E il notevole testamento di
Mananes dell’anno 575 (MARINI, _Pap._ n. 75, p. 116): _ingenuos esse
volo civesque Romanos_. — Nel secolo ottavo trovasi nei _Reg. Farfa_,
n. 94, FATTESCHI, n. XXIV: _servi et ancillae, quos pro animarum
nostrarum ademptio liberos dimittimus_; ibid., n. 97, XXVIII: _Bonosulo
clerico liberto nostro_; n. 148, XXXVII, anno 792: le persone sono
fatte libere, ma devono prestare all’Abazia annualmente _angariae et
pullos et pecus_.
[511] Questa Galeria, che oggi è in completo decadimento ed è di veduta
grandemente pittoresca, conta appena novanta abitatori. Rimase senza
risultamento il proposito accolto nell’anno 1830 di volerla popolare
(W. GELL ecc.) — E. PITORRI (ecc. p. 18) reputa che la odierna tenuta
di santa Maria di Galera o in Celsano, sia il luogo dove esistesse una
delle _Domus cultae_ di papa Zaccaria.
[512] ANAST., n. 328: _seu Monasterium b. Laurentii, positum in insula
portus Romani, cum vineis ei pertinentibus, simulque et lecticarium,
quae vocatur Asprula_. Fa meraviglia la spiegazione che il DUCANGE
dà di questa oscura parola; egli afferma chiamarsi _lecticarius_ il
_fundus_, perchè vi si andava in lettiga.
[513] _Calvisianum_ è uno dei nomi antichi, dei quali molti ancora
si rinvengono a quel tempo. In una iscrizione esistente nella
chiesa di santa Maria in Cosmedin (secolo ottavo) e nella Collezione
DEUSDEDIT, trovo ancora parola del _Fundus Pompejanus_, che è Mompeo,
odierna tenuta nel Sabinate. Nel secolo ottavo durava tuttavia
un _Fundus Mercurianus_. Nelle affittanze di Gregorio II trovansi
un _Campus Veneris_, e terreni appellati _Hostilianum, Porcianum,
Coccejanum, Pompilianum, Servilianum_ e perfino _Lucretianum_ (nel
territorio Gabinate). Invece hanno suono italiano moderno: _Casa nova,
Cervinariola, Casavini, Casa simiama_.
[514] Ivi la Chiesa ereditava da Leonino, prima console e duce, poi
monaco, tre _unciae_ del suo patrimonio detto _Massa Aratiana_ ecc.
La _Uncia_ era la duodecima parte di un _Jugerum_, ossia un tratto di
terra lungo venti piedi, largo dieci.
[515] Di questa chiesa, consecrata ad un Vescovo di Brindisi, e di un
convento eretto ivi presso, fa menzione una volta anche SAN GREGORIO.
Due volte se ne trova cenno anche nella _Vita Benedicti III_ (ANAST.,
n. 559, 561), indi per l’ultima volta sotto Gregorio VII. Ancor nel
secolo decimottavo se ne mostravano le ruine presso Torre del Quinto.
Vedi il GALLETTI, _del Primicerio_, nota alla pag. 54.
[516] L’allevamento dei majali aveva avuto larghe proporzioni al tempo
degli Imperatori, ed era considerevole anche adesso. In un diploma di
Farfa (FATTESCHI, n. XXI), Teodicio, duce di Spoleto, nell’anno 764,
concede a quell’Abazia la pastura estiva nei suoi boschi per duemila
porci: _debeant papulare in gualdis nostris_.
[517] _In porticu — ubi et ipsi pauperes depicti sunt_; bellissimo
degli ornamenti per un palazzo vescovile. Ecco l’indice delle
provvisioni: per cento poverelli _decimatas vini duas_ (la _decimata_
corrisponde a sessanta libbre, dunque libbra 1-1/5 a testa), oppure
_cuppam capientem calices duos_, che corrisponde ad una foglietta
all’incirca; _caldaria plena de pulmento_, da cui ogni persona riceveva
_carnem de pulmento_. Il _pulmentum_ non era sempre una vivanda di
carni; nella _Cronica_ di BENEDETTO DA SORATTE è detto: _pulmentum
ex milio factum_, vivanda fatta con farina di miglio, ossia vera
_polenta_. — Intorno a _Capracorum_ (_posita in territorio Vigentano_)
vedasi ANAST., n. 327, 328, 339. — Ebbi chiara idea del reggimento di
queste colonie ecclesiastiche, allorchè vidi i dominî dei Certosini
di Trisulti nelle campagne di Frosinone; ivi trovai sei monaci dalla
bianca tonaca e dalla lunga barba, che facevano da ispettori di quelle
tenute rurali, governando un popolo di mille coloni.
[518]
HANC TURREM
ET PAGINE UNA. F
ACTA. A MILITIAE
CAPRACORUM
T[=EM]. D[=OM]. LEONIS
QU[=AR]. [=PP]. EGO AGATHOE (patrono della milizia).
Questa iscrizione, che ancor si vede infissa nel muro sopra la porta
per cui s’entra dalla via di porta Angelica, ed un’altra iscrizione che
riguarda la _Militia_ di Saltisine, leggonsi nel MARINI (Annot. n. 48,
240). Egli spiega acconciamente la parola _Pagina_ per fronte del muro
posta fra due torri; nel nome di Saltisine egli si studia di scoprire
il significato di _Calvisianum_.
[519] Nella _Militia_ di _Capracorum_ scorgo un raro esempio della
trasformazione di coloni in liberi agricoltori. Il nome _Milites_,
almeno nel secolo undecimo, è talvolta traslato dal presidio dei
soldati agli oppidani (_Collez._ DEUSD. nel BORGIA, docum. I, p. 7,
8). _Capracorum_ è espressamente nominato come castello (Vedi le bolle
nel MARINI, Nota I al n. 48, e n. 46, p. 73, n. 48, p. 81). — Il COPPI
in una piccola scrittura intitolata: _Capracorum colonia fondata da s.
Adriano I_ (Roma 1838), segue la storia delle sorti di questa terra,
e pensa che l’antico _Capracorum_ sia l’odierno Campagnano, vicino
a Nepi. Il MARINI ed altri si lasciano indurre dal nome di Caprarola
(presso Viterbo) a cercare colà il luogo di _Capracorum_.
[520] Al cominciamento del portico (_caput porticus_) era la chiesa di
santa Maria (oggidì Traspontina), che deve distinguersi da un’altra di
pari nome nell’Adrianeo; ambedue Adriano elevò al grado di diaconie:
ANAST., _in Adr._ n. 337: _unam quidem s. — Dei genitricis Mariae —
quae sita est in Adrianio. Aliam — quae sita est — in caput porticus_.
Il VIGNOLI, in vece di _Adrianio_, legge (e fa meraviglia) _Atriano_,
spiegando la dizione così: _in atrio prope Vaticanum_. Le annotazioni
di questo benemerito editore del _Liber Pontificalis_, il più di
sovente, sono fiacche.
[521] ANAST. n. 341: _plusquam duodecim millia tufos in littore alvei
fluminis in fundamentis ponens_. Se queste pietre di tufo provenivano
da edifizî antichi, la devastazione dovette essere grandissima. Tufi
qui significano quadroni di pietra travertina.
[522] ANAST. n. 342.
[523] ANAST. n. 356: _Portas aereas majores mirae magnitudinis
decoratas studiose a civitate Perusina deducens in basilicam b. Petri
Apostoli ad turrem compte erexit_. Il BUNSEN ecc. II, p. 1, p. 64,
opina che la Vita di Adriano attribuisca all’opera di questo Papa anche
la torre dell’atrio; essa però parla soltanto della torre che è accosto
al palazzo patriarcale del Laterano: quella del san Pietro ebbe origine
da Stefano II.
[524] Questa inscrizione riferisce il GRUTER, seguendo il _Cod.
Palatinus_, p. 1163, n. 8. Eccone il passo:
_Tradit oves fidei Petro pastore regendas,_
_Quas vice Hadriano crederet ille sua:_
_Quin et Romanum largitur in urbe fideli_
_Vexillum famulis qui placuere sibi._
_Quod Carolus mira praecellentissimus rex_
_Suscipiet dextra glorificante Petri._
Il BUNSEN, p. 90, col PAPEBROCH, pone _Imperium famulis_ invece di
_Pontificatum famulis_, come ha il GRUTER. _Pontificatum_ non avrebbe
alcun significato, e, dopo che ebbi esaminato i musaici del triclinio
di Leone III, io correggo senza dubbiezza il senso, scrivendo:
_vexillum famulis_, e penso che su quelle lamine ne fosse rappresentato
il disegno: ne parla in favore anche il _suscipiet dextra_, locchè
presuppone il braccio che impugna una bandiera. La lezione _Imperium_
è preferibile naturalmente per la metrica; parimenti sotto questo
riguardo non potrebbesi accogliere che solamente _vexillum_.
[525] Ivi il solo Adriano collocava sessantacinque di quei _Vela: per
universos arcus ejusdem Apostolorum Principis basilicae de paliis
tyriis atque fundatis fecit vela numero sexagintaquinque_. La voce
_arcus_ fu usata sbadatamente; chè sulle colonne del san Pietro posava
un architrave a linea retta.
[526] In progresso di tempo si continuò a illuminare la chiesa di san
Pietro prima con quella lampada a croce, indi con una minore, finchè
quell’uso ne fu affatto sbandito nell’anno 1814. All’età di PIETRO
MALLIO (in sul 1180) ardevano ogni giorno centoquindici lampade nel
san Pietro, ed egli descrive la luminaria dei giorni festivi nel Cap.
VI della sua _Histor. Basil. Vatican._ — Al tempo di Adriano, o poco
dopo, un pellegrino di Salzburgo compilò un elenco delle chiese romane,
dove numerò tutte le cappelle e tutti gli altari che erano dentro
e intorno al san Pietro. Può dirsi che questa scrittura sia la più
antica descrizione della basilica Vaticana. È compresa sotto il titolo
di _Notitia Ecclesiarum urbis Romae_ nel Vol. II, T. II delle _Opere_
ALCUINI, ed. Froben, p. 597.
[527] _Per unumquemque titulum viginti, et linea viginti._ — ANASTASIO
ne enumera 440, locchè, al tempo di Adriano, darebbe ventidue chiese
titolari a vece di ventotto. L’ANONIMO DI SALISBURGO specifica perfino
solamente ventuna chiesa nella Città. — Al contrario si desume il
numero di sedici diaconie in proporzione di sei tappeti per ciascuna,
su novantasei. Adriano stesso fondò tre novelle diaconie, le due
già menzionate di santa Maria, e quella di san Silvestro presso il
Vaticano.
[528] Trovasi nel MURATORI, Dissertazione XXIV delle _Antiq. med.
aevi_: fu tratto da un codice di Lucca.
[529] Lo si può raccogliere dalla biografia di Adriano e da quella
di Leone III. — A significare la porpora usavasi la voce _blattyn_;
_blatteus_ adopera Eutropio, e Sidonio appella _blattifer_ il Senato.
_Blatta_ poi è chiamato l’insetto, del cui sangue si cava il colore
cremisino. I _vela_, i _pallia_, le _vestes_, spesse volte hanno
nome semplicemente dal loro colore e dalla loro stoffa, ad esempio
_holoserica, alba, rosata, prasina, rubea, alythina_ o _de stauracin_
(da _storax_ oppure da σταυρος: trapunto a croci). Dalla manifattura o
dagli ornati hanno queste appellazioni: _cum periclysi_ (con galloni),
_de blatta ornata in circuitu de olovero_ (tutto porpora da ὸλος; e
_verus, sc. color_), _de chrysoclavo cum historia_ (a bottoni o a punti
d’oro), _quadrapola_ (secondo il BULENGERUS nel DUCANGE, ai quattro
angoli _auro textae, aut serico, vel tabulis auroclavatis_), _fundata_
(ossia _auro textus, acu pictus_). Pei lavori d’oro e d’argento
battuto, è usata la solita espressione _anaglyphus_ ossia _sculptilis_.
Il Museo cristiano del Vaticano dà soltanto alcuni deboli saggi di
quell’arte antica.
[530] TERTULLIANO pel primo parla del martirio di Giovanni in Roma: _in
oleum igneum demersus nihil passus est, in insulam relegatur_. Vedasi
il _Martyrolog. ad diem 6 Maii_. — Il discorso usitato è questo: _Ante
Portam Latinam in ferventis olei dolium missus est_; così anche nei
_Mirabilia_. La esatta espressione: _juxta Portam Latinam_, usata da
ANASTASIO è tramutata in _ante_, e la chiesa oggidì ancora è detta «san
Giovanni avanti Porta Latina» oppure «a Porta Latina.» Ne scrisse la
storia il CRESCIMBENI: _L’istoria della chiesa di S. G. a P. Latina_,
Roma 1716: ivi egli riferisce anche le leggende.
[531] La festività del Santo, che cade nel giorno 6 di Maggio, è di
già compresa nel _Liber Sacramentalis_ di Gregorio I; credesi pertanto
che la chiesa esistesse fin dal secolo quinto, e che fosse edificata
sulle rovine del tempio di Diana: CRESCIMBENI l. c., II, c. 1. —
Il territorio che ivi si stende tra la via Latina e la via Appia, è
illustre per le tombe degli Scipioni e per i più celebri colombarî di
Roma.
[532] Più sotto del tempio della Pudicizia Patricia, ed in vicinanza
di esso, erano il tempio rotondo di Ercole Vittorioso e l’Ara massima.
Di ciò vedi il DE ROSSI: _L’ara massima ed il tempio d’Ercole nel Foro
Boario_, Roma, 1854, pag. 7. Al tempo di Sisto IV, dai ruderi di un
edificio rotondo fu disotterrato il famoso Ercole capitolino scolpito
in bronzo dorato: è figura disaggradevole per il suo ammanieramento, e
rimonta alla età di mezzo dell’Impero.
[533] Lo si ricava dall’ANONIMO DI EINSIEDELN, il quale, additando la
via che conduce al san Paolo, fa questa distinzione: _Inde per scholam
Graecorum, ibi in sinistra ecclesia Graecorum_. Nell’itinerario dello
stesso Anonimo si rinviene ancora la denotazione di _Schola Graeca in
Via Appia_. — Si menziona in Ravenna una _Schola Graeca_ in sul 572;
MARINI, _Pap._ n. CXX, 185: _Leonti Medici ab Schola Graeca_. — Nel
NERINI, _de templo S. Bonif._ ecc., Append. I, il diploma di Ottone
III, che ivi è riferito, dice: _seu in rippa Graeca, vel in Aventino_
etc. Vedi il CRESCIMBENI, _Istoria della Basil. di S. M. in Cosmedin_
(Roma, 1715), opera che quel canonico e custode dell’Arcadia ampliò
nell’altra: _Lo Stato della Chiesa di S. M. in Cosm._, Roma, 1719.
[534] L’ANONIMO DI SALISBURGO (in ALCUINO, l. c., p. 600) enumera le
seguenti chiese di Maria in Roma: _Maria Major_ (così chiamavasi di già
allora la _S. Maria ad Praesepe_), _Maria antiqua, Maria rotunda, Maria
transtyberim_. Non parla della _Schola Graeca_, dacchè è probabile che
egli scrivesse prima dell’edificazione di Adriano. Che questa _Notitia_
fosse compilata nel secolo ottavo e non prima, ricavo da ciò che lo
Scrittore conosce la cappella di santa Petronilla in san Pietro.
[535] _Diaconiam vero s. Dei Genitricis, semperque virginis Mariae
Scholae Graecae, quae appellatur Cosmedin..... veram Cosmedin
amplissimam a novo reparavit:_ ANAST. n. 341.
[536] NERINI, _De Coenob. ss. Bonif. et Alex._, p. 33, 37: _Monasterii
S. Bonifacii — et Alexii — quod ponitur in Abentinum loco, qui dicitur
Balcerna_. L’_in Cosmedin_ e l’_in Blachernis_ corrisponde, in Ravenna,
al _S. Apollinaris in Classe_ e, in Roma, al _S. Georgio in Velabro_
etc. L’_in_ determinava luogo o titolo, come _in Lucina, in Damaso_
ecc., ma talvolta significava anche qualità; alcune chiese in Italia
erano infatti dette _in coelo aureo_ dai loro tetti scintillanti di
dorature; una chiesa di Roma è da un suo altare detta in _Ara coeli_.
— Ricordo finalmente che anche Carlo magno chiamò _in Lateranis_ il suo
palazzo di Aquisgrana, a ricordanza di Roma.
[537] _Maximum monumentum de Tiburtino Tufo super eam dependens per
anni circulum plurimam multitudinem populi congregans — demolitus est._
È probabile che se ne adoperassero le pietre per costruire il portico
del san Pietro.
[538] Nel muro del portico vedesi oggidì infissa una scultura antica
che rappresenta una specie di frontispizio d’edificio ad otto arcate,
colla iscrizione seguente che fu illustrata dal CRESCIMBENI:
_Honoris Dei et sanctae Dei Genitricis Mariae_
_Pontificatus Domini Adriani Papae ego Gregorius Notarius._
Ritengo quella scultura non essere altro che un arabesco di fregio
ornamentale.
[539] In Roma le torri di santa Maria Nova (oggidì Francesca Romana)
e dei santi Giovanni e Paolo hanno costruzione pari a quella di santa
Maria in Cosmedin.
[540] _Item Bineas Tabularum 115, qui sunt in Testacio._ Devesi
intendere vigneti nel _campus Testaceus_. Le _Tabulae_ sono misura
di superficie dei campi. Del resto, quelle iscrizioni sono monumenti
preziosissimi del latino barbarico di quell’epoca. — Oggidì Monte
Testaccio è coronato di taverne, coperte di rottami di orci; gramo
quadro della vita, che avrebbe ispirato un Orazio o un Hafis.
[541] Il NIBBY, _Roma nel 1838_, I, p. 32, crede che il Testaccio non
sorgesse prima del secolo quarto, perocchè essendovi state scavate
delle grotte, vi si trovarono delle antiche sepolture; ed opina che
non si elevasse soltanto allora che quei vasi antichi erano iti fuor
d’uso; può darsi che al tempo di Teodorico già fosse sorto. Al secolo
terzo lo attribuisce anche il REIFFERSCHEID (_Bullettino dell’Instit.
di Corrispond. Archeologica_, n. XI, Novem. 1865), e lo crede formato
di vasi che riempievano i magazzini dell’emporio tiberino. Il NARDINI,
_Rom._ III, _ant._ p. 320, lo fa derivare dalla corporazione dei vasai
che fin dall’antichità dimorava in quelle vicinanze; ANDREA FULVIO e
LUCIO FAUNO accolgono eguale opinione. Il FICORONI lo crede formato
del cumulo di ruine di colombarî. Per me sono lieto che il Testaccio
si celi agli sguardi degli Archeologi, ravvolgendosi entro un velame di
poesia.
[542] Nella dedicazione ad Adalberga, che è preposta alla _Historia
Miscella_, PAOLO celebra il genio della Principessa, dicendo: _Ipsa
quoque subtili ingenio sagacissimo studio prudentium arcana rimeris,
ita ut philosophorum aurata eloquia poetarum gemmea tibi dicta in
promptu sint: historiis etiam seu commentis tam divinis inhaerens, quam
mundanis._ — I sarcofaghi dei Principi di Benevento furono ornati con
lunghe poesie. Di Arichi celebrava il Poeta:
_Quod logos et physis, moderans quod ethica pangit,_
_Omnia condiderat mentis in arce suae._
Di Romualdo:
_Grammatica pollens, mundana lege togatus._
Vedi questi epitaffi nel PELLEGRINI, l. c.
[543] Nel tom. V. _Classicor. Auctor._ del MAI, p. 420 segg., tra
i _Carmina varia aevi Karolini_ trovansi parecchi epigrammi sulla
grammatica, sulla rettorica, sulla dialettica, sull’aritmetica, sulla
geometria, sulla musica, sull’astronomia, sulla medicina. Sono tolti
da un codice del secolo decimo, che contiene poesie latine del secolo
ottavo. Dappoichè in una di quelle (n. XXI) Boezio è appellato NOSTER,
sembra quasi che derivino da iscrizioni poste sopra edificî di scuole
di maestri romani. — Nella scuola di TOURS, in una sala dove gli
amanuensi attendevano a copiare, leggevansi dei versi di ALCUINO, nei
quali era raccomandata cura sollecita dell’arte loro: J. J. AMPÈRE,
_Hist. littéraire de la France_ etc, III 74.
[544] _Tremulas vel vinnulas, sive collisibiles vel secabiles voces in
cantu non poterant perfecte exprimere Franci, naturali voce barbarica
frangentes in gutture voces_, dicono gli _Annales Lauriss._, a. 787,
_Mon. Germ._ I.
[545] ANGELO MAI, nel tom. III dei _Classic. Auctor._, publicò tre
Mitografi vaticani. Ancor nel secolo sesto un MARTINO, vescovo di
Braga in Portogallo, scriveva un libricciuolo intitolato: _De origine
idolorum_, ibid., p. 379.
[546] BENEDETTO (morto nel 725), da diacono scriveva in versi un
_libellus medicinae_, ossia un epigramma sulla cura di parecchie
malattie: ANGELO MAI, V, 391.
[547] _Praecellentissimos atque nitidissimos Deo dicatae regalis
praecelsae scientiae vestrae mellifluos suscepimus versus, quod
reserantes atque sigillatim relegentes, eorum robur cum nimio
amplectimur amore: Cod. Carol._ LXXXI, nel CENNI LXXXIII, 473
(dell’anno 787).
[548] Questa epistola poetica trovasi in DOM. BOUQUET, V, 403, e nel
LABBÈ _Concil._ VIII, 584, come prefazione al _Cod. Canonum_, che il
Papa regalò in Roma a Carlo.
[549] La questione tanto discussa sull’origine della lingua italiana,
fu anche recentemente trattata da CESARE CANTÙ: _Sull’origine
della lingua Italiana_, Dissertazione, Napoli 1865. Il CANTÙ vuol
dimostrare che l’italiano è una conversione naturale del latino antico.
Quest’opinione, cui interamente mi associo, sarebbe suffragata dalla
teoria dei trasmutamenti insegnata dal LYELL (Vedi il suo celebre libro
_Dell’antichità del genere umano_, massimamente al Cap. XXIII).
[550] Mi riporto alla Dissertazione XXXII del MURATORI.
[551] Dai diplomi di Farfa e di Subiaco si ricava un ricco florilegio
di barbarismi, dove, tratto tratto soltanto, si trovano effettivamente
tracce di influenza longobarda (ad esempio _gualdus, guadia, burda_
etc.). Il cambiamento del _b_ e del _v_ (_bictoria, cavalli_ ecc.) è
ancor più antico. Nomi di città hanno omai assunto suono italiano; in
iscritture di quell’età trovo: _ad Salerno_; in Roma dicevasi già nel
nominativo: _Porta Majore_; così: _casale, quod dicitur castro majore_;
dopo il secolo ottavo adoperavansi di buon grado nel nominativo e
nell’accusativo i casi che finivano in vocale; ad esempio: _Leonem
religioso et angelico abbate — per Saburrum vel germano suo — regno
tendentes Francorum — faciens quotidiana missa._ — In luogo di _meo_
usasi diggià _mio_: spesso _iri_ a vece di _ire_. — La più antica
espressione volgare che io da documenti mi conosca, appartiene ad una
iscrizione funeraria dell’anno 391: PITZINNINA IN PACE. Vedila nel DE
ROSSI, _Inscription. Christian. urbis Rom._, I, n. 404.
[552] PROCOPIO, _De Bello Goth._ IV, 27, si esprime così: τῶν ἐπὶ τοῦ
παλατίου φυλακῆς τεταγμένων λόχων, οὕσπερ σχολὰς ὀνομάζουσιν. Vedi la
illustrazione del VALESIO ad lib. XIV, c. 7. AMMIAN.; ed il MURATORI,
Diss. 75, p. 455, tom. VI _Antitiquit. Med. Aevi_.
[553] Nella espressione: _scholae cum patronis_, che trovasi spesso in
ANASTASIO, reputo doversi intendere i patroni della milizia, non come
officiali della corporazione, nè come condottieri militari, ma quai
socî di onore, nel senso spiegato nel testo. Può darsi che anche il
vessillo della _schola_ fosse affidato al patrono in segno di onoranza.
[554] In alcuni documenti del convento di santo Erasmo, che
appartengono al secolo nono e al decimo, _publicus numerus seu bandus_,
nel significato di corporazione, è posto allato dei _loca pia_. La
formula barbarica è così concepita: _qui si filiis, aut nepotem minime
fuerint, duobus etiam extraneis personis cui voluerint relinquendi
habeant licentiam, excepto piis locis vel publicis numero militum seu
bando:_ GALLETTI, _del Primic._, p. 137, 179, 189, 191. Il predicato
_publicus_ appartiene al _numerus_, come si pare dalla frase seguente:
_vel publico numero militum seu bando: Dipl._ VI, 191; _Registro di
Subiaco_, p. 140, e MARINI, _Pap._ n. 136. Suppongo che questi beni
di proprietà del _publicus numerus militum_ oggi corrisponderebbero al
concetto di beni comunali cittadini.
[555] La Collezione DEUSDEDIT chiama i cittadini romani col nome di
_Milites_; e lo stesso Carlo magno era _Miles_ della Chiesa.
[556] Questo significato dei _Numeri_ fu svolto egregiamente dal
BETHMANN-HOLLWEG: _Origine delle libertà municipali in Lombardia_,
Bonna 1846, p. 182 sgg.
[557] Da ciò che avveniva in altre città, presumo che anche in Roma
esistessero di tali sodalizî. In quel tempo si fa espressa menzione
soltanto di Scuole pontificie, com’erano, oltre a quella dei notai,
le altre dei _vestararii_ e _cubicularii_, e dei _cantores_ col loro
Priore (_Ep._ 35 _Cod. Carol._, nel CENNI 43). Le diciasette Scuole
specificate nell’_Ordo Roman._ XII, nel MABILLON, _Mus. Ital._ II,
195, appartengono soltanto al secolo duodecimo. In GREGORIO, _Ep._ X,
26, si trova un passo relativo ai saponai di Napoli che fanno a lui
lamentanza, perocchè il ministro greco si trattenga il tributo pagato
dai socî della corporazione al momento di loro ingresso, e molesti
l’_ars_ (oggidì «arte») con innovazioni: eglino protestano di non
volersi discostare dai loro statuti: _adjiciens quoque pactum inter
se de quibusdam rationabilibus artis suae capitulus juxta priscam
consuetudinem — atque id sacramento — firmatum_ etc. — Nella _Ep._ IX,
102. Ind. 2, è fatto cenno della _ars pistoria in Hydruntum_. — Nel
MARINI ecc. p. 179 e 343, si trovano i _saponarii_ di Classe; al secolo
decimo ed all’undecimo, nei documenti ravennati del FANTUZZI, trovansi
Scuole dei _piscatores_ e dei _negotiatores_: CARLO HEGEL ecc., I, 256.
[558] Il sistema delle corporazioni dei Romani è antico, e lo si
attribuisce a Numa. Durante la Republica vi erano ammessi otto
sodalizî, ed erano i _collegia_ dei _fabri aerarii_, dei _figuli_, dei
_tibicines_, degli _aurifices_, dei _fabri tignarii_, dei _tinctores_,
dei _sutores_, dei _fullones_, ai quali più tardi si aggiunsero anche i
_pistores_. Inoltre v’erano i _collegia funeraria_, confraternite dei
morti. Vedi TEOD. MOMMSEN nello scritto _De Collegiis et sodaliciis
Romanor._, p. 31.
[559] Per vero dire, gli è la prima volta nel secolo duodecimo che
gli Israeliti sono formalmente riuniti in una _Schola_ (_Ordo Roman._,
XII, nel MABILLON, II, 195); ciò non esclude però che la loro sinagoga
esistesse in ogni tempo. All’età degli Ottoni, gli Ebrei nelle solenni
occasioni cantavano le laudi dell’Imperatore, come si rileva dal
Rituale detto _Graphia Aureae Romae: Dominator — hebraice, graece et
latine fausta acclamantibus, Capitolium aureum conscendat_.
[560] _Vita Leon. III_, n. 372: _Cunctae Scholae Peregrinorum,
videlicet Francorum, Frisonum, Saxonum, atque Longobardorum_. Non si
contano tra essi i Greci e gli Israeliti.
[561] MATH. WESTMONAST. ad ann. 727 (p. 137 nell’edizione del 1601):
_Fecit in civitate domum, consensu, et voluntate Gregorii papae, quam
scholam Anglorum appellari fecit — fecit — ecclesiam — in honorem b.
virginis Mariae_ etc. Il Cronista narra all’anno 883, che Marino I, per
preghiera di Alfredo, esentuò questa _Schola_ dal tributo; lo stesso
fece pure Giovanni XIX, nell’anno 1031.
[562] MATH. WESTM. ad ann. 794: _Dedit ibi — sigulos argenteos de
familiis singulis_. Egli stesso nella biografia di Willegod, abate
di sant’Albano, narra della fondazione dello xenodochio di santo
Spirito: _Qua e schola propter peregrinorum confluxum ibidem solatia
suscipientium, versa est in xenodochium, quod S. Spiritus dicitur.
Ad quod exhibendum, Rex Offa — denarium, qui dicitur S. Petri —
concessit._ — FRANCESCO PAGI, _Brev._, p. 330. — L’ordine del santo
Spirito però appartiene soltanto al primo tempo del secolo decimoterzo.
Il SEVERANO, _Le sette Chiese_, p. 297, attribuisce erroneamente la
chiesa di Santo Spirito ai Sassoni di Carlo, anzichè agli Anglosassoni.
[563] _Quae vocatur Schola Saxonum_: MARINI, _Pap._, n. XIII, dell’anno
854. Il _Martyrol. Roman., in SS. Tryphone, Ruspicio et Nympha_, dice:
_in Saxonia_. Vedi il BARONIO ad ann. 804. La chiesa di Ina era detta
in origine: _S. Dei Genetricis Mariae Schola Saxonum_.
[564] Il predicato deriva piuttosto dal quartiere degli Anglosassoni
anzi che dai Sassoni tedeschi. Il PANCIROLI, _Tesori_ ecc., p. 151,
sostiene a torto differente opinione, dacchè egli faccia derivare
quel nome dai Sassoni confinati a Roma da Carlo. Secondo gli
_Annal. Lauresham._, ann. 799, Carlo avrebbe disperso i Sassoni per
varie terre, ma non è fatto espresso cenno che una loro colonia si
trapiantasse a Roma. Ad ogni modo prevalevano i Frisoni, dacchè la
chiesa di san Michele, intorno all’anno 854, fu detta a causa di loro:
_Ecclesia S. Michaelis quae a schola Frisonorum_; così nel MARINI,
_Dipl._ XIII.
[565] Ivi esiste un’iscrizione che rimonta alla fine del secolo
decimoterzo, la quale attribuisce la sua edificazione a Leone IV e
a Carlo magno (che ivi erroneamente sono detti contemporanei). È più
probabile che Leone IV, al tempo di Lodovico II, abbia edificato questa
chiesa ad onore dei Frisoni, i quali trovarono la morte nell’anno
846, quando i Saraceni assalirono il Vaticano. Fu favoleggiato che sul
_Mons Palatiolus_ esistesse un palazzo di Nerone; ma questo _Palatium
Neronis_ senza dubbio non era altro che il circo Vaticano. Nella
piccola chiesa mirabile, è sepolto il sassone Raffaele Mengs.
[566] _Ita est autem ipsa Eccl[=a] propter tradendi sepulturas pauperes
et divites nobiles et innobiles quos de ultra montanis partibus venturi
cernuntur._ Così è detto in un diploma barbarico e apocrifo del secolo
undecimo (nel MARINI, n. LXXI). Il predicato _in Macello_, per certo
erroneamente, vi fu dato a memoria dei Cristiani uccisi nei giardini
di Nerone. Si vedono ancora avanzi di questa chiesa nella parte
posteriore del palazzo dell’Inquisizione. Invece, in una bolla di Leone
IX dell’anno 1053, ha nome di _Ecclesia D. N. Salvatoris quae vocatur
Francorum_ (_Bullar. Vatican._ I, 23 e 25).
[567] _Saxonum, Langobardorum domos ac porticum concremans:_ ANAST.,
_Vita Leonis IV_, n. 505.
[568] Il SEVERANO, ecc., p. 294, dice che quella chiesa apparteneva ai
Longobardi, e che in origine era detta di santo Giustino. Peraltro,
secondo il PANVINIO, _De basil. Vatic._, III, c. 14, una chiesa _S.
Justini in monte Saccorum_, era stata destinata da Leone IV a sepoltura
degli Italiani.
[569] _Cod. Carol. Ep._ XXXVI, nel CENNI XV. La successiva lettera
XVI, spiega il significato di _omnis senatus: salutant vos et cunctus
procerum senatus, atque diversi populi congregatio_. Nella _Ep._ XXVI
(nel CENNI XL), Paolo distingue: _universi Episcopi: presbyteri etiam
et cunctus — clericorum ordo_, cui corrisponde: _procerum optimatum
et universi populi — congregatio_. Di questi paralleli havvene
molti. Adriano scrive (_Ep._ LIX, nel CENNI 354): _Cum cuncto clero,
senatu et universo nostro populo_; ma anche (_Ep._ LXIII, 368): _pro
cunctis Episcopis, diversis sacerdotibus, senatu et universo — populo
Francorum_. Inoltre, p. 369: _cum nostris episcopis, sacerdotibus,
clero atque senatu, et universo nostro populo_. Di qui può darsi la
spiegazione di quel passo della _Vita Adriani_, n. 339, in cui è detto
che il Papa consecrò _Capracorum cum cuncto suo, senatuque Romano_. Nel
_Chron. Moissiacen._ Ann. 804 è detto: _Seu senatu Francorum, necnon
et Romanorum coronam — imposuit_. Così di Senatori franchi si parla
nella _Vita Walae_ II, 561 (_Mon. Germ._ II,); nella _Domus Carolingiae
genealogia_ (_Mon. Germ._ II, 308). I poeti franchi usano spesso il
titolo di Senato; così nel _Carmen Frodoardi de Stephano II_, (in DOM.
BOUGUET, V, 440): _Tum Rex cum regni Satrapis claroque Senatu_ etc.
— oppure in ERMOLDUS NIGELLUS III (_Mon. Germ._ II, 500): _Regibus et
Francis coram, cunctoque senatu_.
[570] Vedremo che in un’occasione importante, in cui per certo il
Senato avrebbe fatto mostra di sè ove avesse esistito, e cioè nella
elezione di Carlo a imperatore, non si fa cenno di esso. Dove nelle
Croniche se ne fa parola, ha significazione identica del _Senatus
Francorum_. Così la Cronica di Farfa (MURATORI II, _Script._, p. 2,
641) dice: _Carolum coronavit — et una cum omni Senatu Romano imperium
illi per omnia confirmavit_.
[571] La incertezza a questo subbietto è grande. Il SAVIGNY che
sostiene aver continuato le Curie antiche a durare, trova probabile
«che quei Consoli altro non fossero che Decurioni» (_Dir. Rom._ I,
369); in pari tempo egli li distingue anche dal Senato, ed afferma che
questo era un collegio che volgeva sue cure alla sola amministrazione
della Città, e dal grembo del quale uscivano i giudici della Città e
del territorio; egli opina che il Senato si conservasse ancora, ombra
dell’antico Senato dell’Impero, e pretendesse a dignità illustre
(p. 378). — Similmente afferma il LEO (_Storia d’Italia_, I, 191)
che i Decurioni adesso si appellassero Consoli e costituissero un
collegio (_Consulare_), che attendeva al governo delle proprietà
civiche e all’amministrazione della giustizia civile e criminale sui
cittadini. Il PAPENCORDT (p. 115) dice: «A capo del reggimento stava
ognora il Senato, i cui presidî, nel grado del loro officio, avevano
nome di Consoli. _Senatus_ e _Senator_ sono adesso espressioni che
significano Curia e Decurioni.» Fu merito di CARLO HEGEL di avere
con grande chiarezza confutato tutte queste opinioni; peraltro anche
questo profondo erudito non giunge che a risultamenti negativi, e
lascia nell’indeterminatezza le forme dell’amministrazione cittadina.
La incertezza nel SAVIGNY si accresce per ciò che egli accoppia
alla rinfusa i secoli, fino al duodecimo. Io escludo da queste
considerazioni tutto ciò che esce fuori del secolo ottavo.
[572] _Vita Gregorii III_, n. 192, al Sinodo del 732, dice: _Cum cuncto
clero, nobilibus etiam consulibus, et reliquis Christianis plebibus
astantibus decrevit_. Nella _Vita Agathonis_, n. 142, la nobiltà a
Bisanzio si denota così: _Patricii, hypati, omnesque inclyti_. Se i
Consoli avessero formato in Roma un collegio cittadino, sarebbero stati
menzionati nella lettera di Stefano II a Pipino (nel CENNI VIII). — Al
tempo di Gregorio II si nomina ancora in Roma perfino un Ex-console
Stefano (_Collect._ DEUSDEDIT, p. 12); e questo è una meravigliosa
reliquia del Consolato onorario.
[573] Per il secolo ottavo trovasi nella _Vita Hadr._, n. 333: _Consul
et dux Leoninus; Theodatus consul et dux_, ibid., n. 291. Così:
_Theodorus dux et consul_ (_Cod. Carol._, nel CENNI, pag. 353, 356,
385). Nel secolo nono ne occorre spesso citazione nei diplomi di Farfa
e di Subiaco.
[574] Se intorno all’anno 828, compare un _Johannes in Dei nomine
consul et tabellio urbis_ (istromento di Subiaco nel COPPI, _Discorso
sul consiglio e Senato_ ecc., p. 12), non si può dubitare che, di già
nel secolo ottavo, Consoli si chiamassero i tabellioni o notai. Per
i secoli nono e decimo, haccene una lunga serie nel GALLETTI, _Del
Primicerio_ ecc.
[575] Nella _schola militiae_, ossia nel _florentissimus atque
felicissimus Romanus exercitus_, dopo il settimo secolo può
espressamente cercarsi la base anche politica della costituzione
municipale romana. In tempo assai posteriore ci si para innanzi una
mirabile analogia. Dopo l’anno 1356 i Romani costituirono una società
di difesa: _felix societas balestrariorum et pavesatorum_; e i suoi
capi, i _banderenses_, sedettero nel supremo consiglio di governo
della Città (vedi il vol. VI di questa Storia). — Se la città di Roma
nel secolo ottavo non fosse ricoperta di una tenebra impenetrabile,
ben potremmo scorgervi che i suoi _Numeri_, ossiano reggimenti della
milizia, a somiglianza di quello che avveniva in Ravenna, erano
ripartiti per regioni, e che l’ordinamento militare, al paro del
municipale, si associava allo scompartimento territoriale della Città.
[576] Ho già espressa l’ipotesi che i beni del _publicus numerus seu
bando_ in quest’età avessero la significazione di beni comunali. Che
la Città ne possedesse si pare da un passo nella _Vita Adriani_ (n.
326, 355), in cui il patrimonio civico è distinto da quello pontificio:
_Totas civitates Tusciae, quamque Campaniae congregans, unacum populo
Romano, ejusque suburbanis, nec non et toto Ecclesiastico patrimonio_
(precisamente si tratta dell’opera imposta pella ricostruzione delle
mura della Città).
[577] GALLETTI, _del Primicer._, p. 179, 186, 190, 192, 198. Il primo
_Chartularius et magister censi urb. Rom._, è dell’anno 822, giusta
un istromento di Subiaco. — Il BETHMANN-HOLLWEGG, che afferma la
continuazione del Senato, vuol ravvisare in quell’officiale il preside
della sua cancelleria. — Il GALLETTI opina che fosse un officiale del
Comune, il quale teneva i conti dei pagamenti che facevano i Romani
nello scrigno comunale, e lo dichiara Archivista della Città. Anche
il titolo di _exmemorialis_ gli spetta come a custode dell’Archivio:
alcuni documenti di santa Maria in Trastevere dell’anno 879 (nel
GALLETTI p. 192 e nel MARINI, n. 136) sono sottoscritti da _Stefanus
Scriniarius Memoriali hujus Rome_, ma nel testo ei si appella _in
Dei nomine consul ex Memorialis urbis Rome_. — Un tabellione o notaio
della Città si sottoscrive nel MARINI, n. 93 (secolo sesto o settimo)
coll’indicazione della sua residenza, ed è cosa meritevole di nota:
_Ego Theudosius vh. Tabell. urbis Rom. habens stationem in porticum de
Subora reg. quarta_.
[578] In ANAST., _Vita Hadr._ n. 302, si trova un _Chartularius_
mandato a Ravenna dal Papa: _Anualdi Chartularii tunc ibi existentis
civis Romani_; miglior lezione è: _civitatis Romanae_. I _Chartularii_,
che in Oriente erano in grandissimo onore ed erano fregiati dell’anello
d’oro, fungevano spesso anche in Roma le veci di giudici pontificî,
sebbene di loro istituto fossero _Chartophylaces_, ossiano custodi
degli istromenti publici. Vedi il BARONIO, _Annal._ VIII, p. 26.
[579] I _Judices dativi_, giudici eletti dall’alto, trovansi in Roma
soltanto nel secolo decimo, ed è perciò che io non devo qui prenderli
in riguardo.
[580] Vedi il frammento: _Judicum alii sunt Palatini_ etc., in una
descrizione del Laterano, attribuita a GIOVANNI DIACONO (nel secolo
duodecimo), edita per la prima volta dal MABILLON, _Mus. Ital._, II,
570, indi più completamente dal BLUME, _Mus. Ren. di Giurispr._,
V, p. 129 (da un codice Vaticano), ed anche dal GIESEBRECHT sulla
fine del vol. I della _Storia dell’Impero tedesco_. — Non v’ha alcun
dubbio che anche questa notizia appartiene al tempo di Ottone III. —
Del Primicerio tratta la nota opera del GALLETTI (_Del Primicerio_),
dov’egli parla anche degli altri giudici del Palazzo, ordinandoli
cronologicamente. Il primo dei Primicerî ivi citati per nome è
Surgenzio in sul 544, il primo Secondicerio è Mena intorno all’anno
536. — Nel secolo duodecimo esisteva in Roma una chiesa di santa Maria
del Secondicerio.
[581] Così è detto di Teodato, _Consul et Dux_, nella iscrizione
esistente in sant’Angelo in Pescaria, e di Eustazio duce, nella
iscrizione in santa Maria in Cosmedin.
[582] _Tertius est Arcarius qui praeest tributis. Quartus Saccellarius
qui stipendia erogat militibus, et Romae sabbato scrutiniorum dat
eleemosynam_ etc. Dal frammento più sopra citato. — _Saccus_ era
appellato il _Thesaurus fisci; Saccellarius_ il distributore del denaro
che l’_Arcarius_ conservava nell’_Arca_: GALLETTI, p. 124.
[583] _Quintus est Protoscriniarius, qui praeest scriniariis quos
Tabelliones vocamus:_ ibid.
[584] _Sextus primus defensor, qui praeest defensoribus, quos advocatos
nominamus._
[585] _Septimus adminiculator, intercedens pro pupillis et viduis, pro
afflictis et captivis._
[586] Il frammento contiene una importante notizia sulla giurisdizione
dei _Judices palatini_ e dei _Judices consulares et pedanei_: ad essa
avrò occasione di riferirmi in appresso. — Suppone il NIEBUHR che il
numero sette dei _Judices_ abbia servito di esemplare ai posteriori
sette Cardinali vescovi ed ai Principi elettori tedeschi (SAVIGNY, I,
381, e _Descriz. della Città_, I, 225).
[587] In un diploma dell’anno 857, Pipino si sottoscrive _Consul et
Dux, atque Vestiarius_, accumulazione di titoli degna di osservazione
(GALLETTI, _del Vestarario_, p. 38 e VENDETINI, ecc., p. 36). Di
quest’officio trattano amplamente il GALLETTI (_del Vestarario_, Roma,
1758) e il CANCELLIERI (_de Secretariis_, t. I, part. 3, c. 5). Il
titolo si attribuiva perfino alle mogli degli officiali; nel GALLETTI
(p. 46) si parla di una _Theodora vesterarissa_. — L’officio si estinse
nel secolo undecimo.
[588] La bolla è contenuta nell’_Exc. Chron. Farf._, nel MURATORI, II,
p. 2, 346, e nel GALLETTI, _del Vestarario_, pag. 25 sgg.
[589] _Paulus Afiarta cubicularius et superista:_ ANAST., n. 294 — e
_Gratianum eminentissimum magistrum militum, et Romani palatii egregium
superistam ac Consiliarium:_ ANAST. n. 554. Sembra che più tardi il
_Superista_ fosse considerato primo degli ottimati laicali. Vedi il
GALLETTI, _del Primic._, p. 18, e per il secolo nono anche alcuni passi
nel PAPENCORDT, p. 147.
[590] Il GIESEBRECHT, ecc., p. 805, ed altri reputano che soltanto
i sette ministri fossero _Judices de clero_, ma, nella estensione di
questo concetto e nella giurisdizione effettiva dei parecchi officiali,
ad esempio, del _Vestiarius_, questa opinione è ad ogni modo erronea.
Adriano una volta appella questi officiali di palazzo addirittura
_servitia nostra_ (così nella inquisizione dell’abate Potho, _Cod.
Carol._, 72, nel CENNI 78).
[591] In un istromento di Farfa è fatta menzione di un _Numerus
Centumcellarum_ dell’anno 769: FRANGIPANI, _Istoria dell’antichissima
città di Civitavecchia_, Roma, 1761, n. XII.
[592] Su questo argomento è degno di nota quanto è detto nel _Cod.
Carol._ LIV; nel CENNI LI: _Nam praenominatas civitates — Emiliae —
detinens, ibidem actores, quos voluit, constituit, et nostros, quos
ibidem ordinavimus, projicere visus est. Inoltre: Noster praedecessor
cunctas actiones ejusdem Exarchatus — distribuebat, et omnes actores ab
hac Romana urbe praecepta earundem actionum accipiebat_ (cioè a dire i
loro diplomi). — Ep. LXXXVII; nel CENNI p. 472: _petimus ut per comites
vestros_ (i Franchi), _qui in Italia sunt actores_ etc.
[593] Nella lettera medesima: _Nam et judices ad faciendas justitias
omnibus vim patientibus — direxit, Philippum videlicet illo in tempore
presbyterum, simulque et Eustachium quondam ducem._ — Il _quondam_ si
riferisce al tempo di lui che scriveva, non dell’officiale.
[594] CARLO HEGEL (I, 212, 213) ha confutato l’opinione del SAVIGNY,
che i _Duces_ esercitassero soltanto giurisdizione militare; e lo
fece riportando il passo di una lettera di Leone III, dell’anno
808 (_Monum._ del CENNI, II, ep. 5): _Solebat dux, qui a nobis erat
constitutus per distractionem causarum tollere et nobis more solito
annue tribuere — unde ipsi Duces minime possunt suffragium nobis
plenissime praesentare_. Durava pertanto tuttavia il mercato degli
officî, perocchè _suffragium_ fosse il denaro occorrente per ingredire
in carica.
[595] A quest’argomento il MURATORI dedica un’intiera dissertazione:
_Antiq. Med. Aevi_, I, V, _De ducibus atque principus antiquis
Italiae_. Egli non potè raccogliere tutto il grande numero dei _Duces_.
[596] Negli Atti del Concilio dell’anno 769 si narra che, dopo
l’usurpazione del pseudopapa Costantino, fu assassinato Gregorio duce.
Lo si chiama _habitator provinciae Campaniae_, locchè è una formula
consueta nei documenti del tempo posteriore; ad esempio: a. 1012:
_Roffredo Consul et Dux Campaniae, habitator civitatis Verulanae._ —
Credo di non errare, se affermo che quel Gregorio fosse Duce pontificio
nella Campania. L’officio di _Consul et Dux_ si trasmutò indi in quello
di _Comes Campaniae_.
[597] Nella Città sono nominati quai _Duces_: Teodato, Eustazio,
Grazioso uccisore di Toto, Giovanni fratello di Stefano (_Vita Hadr._,
n. 297), Teodoro nepote di Adriano, Crescenzio e Adriano delegati
per Benevento (_Cod. Carol._, ep. 92; nel CENNI p. 496); finalmente
Costantino e Paolo (_Cod. Carol._, ep. 94; nel CENNI, p. 501). Accusati
innanzi a Carlo, questi ultimi sono a lui raccomandati dal Papa
come _duces nostri vestrique_, e _fideles erga B. Petri Apostolorum
principis vestri, nostrique servitium_.
[598] Nei registri delle fittanze di Gregorio II trovansi parecchi
Tribuni che sembrano appartenere alla Campania o alla Tuscia, e,
una volta, si trova il titolo attribuito ad una femmina: _Studiosae
Tribunae seu Petro jugalibus_ (_Collect._ DEUSD., p. 10). Nei
documenti del secolo ottavo, non comparisce l’associazione di _Consul
et tribunus_, come avviene più tardi. — Trovammo Gracilis tribuno in
Alatri, e Leonato in Anagni: _Vita Hadr._, n. 297; _Vita Stephani_, n.
273. — Nel _Cod. Carol._, _ep._ LIV, nel CENNI p. 335, si nomina fra
le città dell’Emilia un _Tribunatus decimus_, locchè dimostra che in
alcuni distretti il governo era affidato a Tribuni.
[599] _Dominicum — comitem constituimus in quandam brevissimam
civitatem Gabellensem, praeceptum ejus civitatis_ (ossia investitura
dell’officio) _illi tribuentes_. Potrebbe pertanto paragonarsi ad un
gastaldo. _Cod. Carol._ LI, nel CENNI LIV.
[600] ANAST. _Vita Hadr._, n. 333: _alias sex uncias a Petro Comite_
etc. E nella _Collect._ DEUSD., p. 11: _Anastasius, Philicarius
Comites_, ai quali erano locati dei _fundi_.
[601] In questo riassunto io seguo la _Tabula Chorographica_ di GIOV.
BARRETTA, che è pur sempre il miglior lavoro in tale argomento. La
_Geographia Sacra_ di CAROLO A SAN PAULO _cum notis_ LUCAE HOLSTENII,
Amsteld. 1704, nel complesso chiarisce poco, e l’_Italia Sacra_
dell’UGHELLI, al paro dell’_Italia Ant._ del CLUVER, giova assai più
per notizia di singole città, di quello che per la determinazione dei
confini dei paesi.
[602] La via Aurelia, al di là di Centumcellae, fu diseppellita in
quei secoli. Da essa l’ANONIMO DI RAVENNA (circa nel secolo settimo)
determina quasi tutta la Toscana; n. XXXVI: _Item juxta Romam, Via
Aurelia_ etc. — Per la prima volta trovo _Via Flaminea quae vocatur
Campana_ in un documento dell’archivio di santa Maria in Trastevere: è
dell’anno 879, n. 136 nel MARINI.
[603] Il diploma di Lodovico il Pio enumera nelle _Tusciae partibus:
Portum, Centumcellae, Caere, Bleda, Marturanum, Sutrium, Nepe, Cast.
Gallisem, Hortam, Polimartium_; e vi aggiunge quattro città, poste al
di là del Tevere, ch’erano Ameria, Todi, _Narnia_ ed _Otriculum_: per
ragione di territorio esse appartenevano all’Umbria ed alla Sabina.
Inoltre il diploma specifica: _Perusia cum tribus insulis suis, id est
majorem et minorem Pulvensim_.
[604] Agli Atti del Concilio del 769 apponevano loro sottoscrizioni
Pietro di _Caere_, Maurino di _Poli Martium_, Leone di _Castellum_
(Civita Castellana, oppure _Castellum Amerinum_, ovverossia
_Gallesii_?), Adone di _Horta_, il Vescovo di _Centumcellae_, Bono di
_Marturianum_, Gregorio di Silva Candida, Potho di Nepi e Cidonato di
Porto.
[605] Così dichiara anche PAOLO DIACONO, _De gest. Langob._ II, c.
17. — CAMILLO PEREGRINO, _Antiq. Capuae_, p. 77, e, accedendo a lui,
DOMENICO GEORGIO, _De antiq. Italiae metropolibus_ (Roma 1722), c.
VII, 88, opinano che, dopo il tempo di Gregorio I, la Campania fosse
distinta in Romana e in Capuana: la prima, dalla Città si stendeva fino
a Terracina, la seconda aveva Capua da città capitale. Certo è per lo
meno, che nel secolo ottavo il Lazio antico teneva nome di Campania.
[606] Il libro dei pellegrini, che è posto in fine delle _Opere_ di
ALCUINO, dice: per la via Appia _pervenitur ad Albanam civitatem_.
[607] Allorquando l’ANON. RAVENN. enumera: _Circellis, Turres Albas,
Clostris, Asturas, Antium, Lavinium, Ostia Tiberina_, egli attinge ai
Geografi antichi, ed è quanto concede quella sua età; parimenti quando
egli nomina _Stabium, Samum, Pompeji, Oplontis, Herculanum_. Anzio
tuttavia durava colla sua chiesa maggiore di santo Ermete; e della
mirabile Astura trovasi discorso di bel nuovo in un diploma del secolo
decimo, nel NERINI, app. 382.
[608] PROCOPIUS, _de Bell. Goth._ I, 15; μεθ’ οὓς Καμπανοὶ ἄχρι ἵς
ταρακήνην πόλιν οἰχοῦσιν, οὓς δὴ οἱ Ῥώμης ὅροι ἐκδέχονται.
[609] Il silenzio mantenuto per quelle terre fece meravigliare anzi
tutti il BORGIA, _Breve Istoria_ ecc. p. 288 sgg. Egli crede che il
Ducato romano abbia compreso la Campagna odierna, non la Marittima;
ed in ciò sembra che la sua opinione sia suffragata dal fatto della
donazione di Norma e di Ninfa. Però il diploma di Lodovico non enumera
neppure Ostia, che per fermo apparteneva al Ducato. Nel Concilio
dell’anno 769 sono nominati Eustazio di Albano e Pino di _Tres
Tabernae_, il cui vescovato Gregorio I in antico aveva riunito con
quello di Velletri; inoltre v’entra Bonifacio vescovo di _Privernum_
nelle montagne dei Volsci: tuttavolta non si parla nè di Cora, nè di
_Sulmo_ (Sermoneta), nè di _Setia_.
[610] Laonde nel _Dipl. Ludovici Pii: In partibus Campaniae Signiam,
Anagniam, Ferentinum, Alatrum, Patricum, Frisilinam_ (Frosinone) _cum
omnibus finibus Campaniae_.
[611] Il testo originale, coll’esattezza richiesta dal tempo in cui
era edito (anno 1869), qui aggiunge: «... dove attualmente, presso
Ceperano, è il confine dello Stato della Chiesa...» Nella traduzione
ommettiamo questo periodo, poichè avventuratamente al di d’oggi non
vi sono più frontiere che scindano le terre italiane una dall’altra.
(_Nota del Trad._)
[612] Nell’anno 769 apponevano loro sottoscrizioni i vescovi Sergio
di _Ferentinum_, Giordano di _Signia_, Nirgozio di _Anagnia_, un
innominato di Alatri.
[613] Potrebbesi accogliere col BARRETTA che la frontiera fosse
costituita dal fiume Melfi al di là del Liri; ma non è che un’ipotesi.
[614] Il FATTESCHI, _Memorie_ ecc., p. 130, 131, afferma che la vera
Sabina «non Romana, ma Longobardica» incominciava al fiume Allia. Di
_Cures_, un tempo città capitale dei Sabini, è fatta ancor menzione da
GREGORIO, _Ep._ 20, lib. II (_in Curium sabinorum territorio_); già fin
d’allora era decaduta così, che egli ne riuniva il vescovato con quello
di _Nomentum_. Oggidì capoluogo della Sabina è Malliano (_Manlianum_);
la Sabina che è la ricchissima delle diocesi, comprende cinquanta terre
borgate che sono enumerate dall’UGHELLI, I, 156.
[615] BARRETTA, n. 110; ESCHINARDI, _dell’Agro Romano_, pagina 229;
UGHELLI, _Ital. Sac._ I, p. 154 segg. L’accurato FATTESCHI, _Memorie
dei Duchi di Spoleto_ descrisse la Sabina p. 127, 159. La _Sabina
sacra_ dello SPERANDIO in complesso mi offerse poco aiuto.
[616] EGINARDO vide scorrere le lacrime di Carlo: _sic flevit, ut
filium aut si fratrem amisisset carissimum_ (_Vita Karoli M._, c.
19). — Gli _Annal. Lauresham._ ad ann. 795 dicono: _Postquam a planctu
cessavit — epitaffium aureis literis in marmore conscriptum jussit in
Francia fieri, ut eum partibus Romae transmitteret ad sepulturam summi
pontificis Adriani ornandam_.
[617] _Annal. Laurissens._ ad ann. 796: _Leo mox, ut in locum
ejus successit, misit legatos cum muneribus ad regem, claves etiam
confessionis S. Petri, et vexillum Romanae urbis eidem direxit_.
Parimenti il REGINON. _Chron._ (ad ann. 796), che copiò da quegli
Annali; così gli _Annal._ EINHARDI ed il _Poeta Saxo_ che li tradusse
in verso. — _Annal. Bertiniani; Tiliani_ ad ann. 796.
[618] _Rogavit ut aliquem de suis optimatibus Romam mitteret, qui
populum Romanum ad suam fidem atque subjectionem per sacramenta
firmaret: Annal._ EINHARDI.
[619] _Ep. ad Leonem Papam apud_ ALCUIN. Ed. Froben II, pars. 2, App.
559: _illique omnia injunximus, quae vel nobis voluntaria, vel vobis
necessaria esse videbantur, ut ex collatione mutua conferatis, quidquid
ad exaltationem S. Dei Ecclesiae, vel ad stabilitatem honoris vestri,
vel Patriciatus nostri firmitatem necessarium intelligeretis... vestrum
est, s. Pater, elevatis ad Deum cum Moyse manibus nostram adjuvare
militiam_. — Mi tolsi licenza di significare l’idea della _Militia_
col concetto di «cavalleria» che venne in uso più tardi, ma che
tuttavolta vi si acconcia ottimamente. Si noti che è discorso soltanto
dell’_honor_ del Pontefice; ma _honor_ non ha qui un senso astratto,
sibbene, come nella lingua feudale del posteriore medio evo, denota un
diritto positivo.
[620] Per verità gli _Annal. Laurissens._ ad ann. 800, dicono: _qui
benedictionis causa claves sepulcri dominici ac loci calvariae,
claves etiam civitatis et montis cum vexillo detulerunt_ (oppure,
secondo il _Chronic. Moissiacense_ ad ann. 801: _et montis Sion cum
vexillo crucis_); ma l’EINHARDO, loro compilatore e continuatore,
nulla dice delle chiavi «anche della Città,» e parla soltanto di
quelle del sepolcro e del monte Calvario. — Nel secolo decimoquarto
MATTIA DI WESTMINSTER (_Flores Historiar. — de reb. Britann._ ad ann.
801) narrava che il Patriarca di Gerusalemme aveva mandato a Carlo
un vessillo d’argento e le chiavi dei luoghi santi (_claves locorum
sanctissimorum dominicae resurrectionis_). EGINARDO, _Vita Carol._ c.
16, dice di Harun soltanto, che egli _Carolo sacrum illum et salutarem
locum, ut illius potestati adscriberetur, concessit_.
[621] Io rifiuto l’opinione del LE COINTE (_Annal. Eccl. Francor._
ann. 796, n. 11), il quale crede che queste chiavi fossero gli amuleti
costumati in antico; convengo invece coll’ALEMANNI (_De Lateran.
parietinis_, c. 14, p. 95), il quale dice: _Sed quibus templi Vaticani
aptabantur fores, vel quibus Petri monumenti adyta et penetralia
servabantur_. Che questa fosse la mente di quel tempo ce ne ammoniscono
i versi di TEODOLFO DI ORLEANS (DOM. BOUQUET, V, 421): egli dice a re
Carlo:
_Coeli habet hic (sc. Petrus) claves, proprias te jussit habere,_
_Tu regis Ecclesiae, nam regit ille poli,_
_Tu regis ejus opes, clerum, populumque gubernas._
E i versi dei _Poeta Saxo_ del nono secolo (vers. 4, 5, ann. 796),
dicono:
_Confestim claves, quibus est confessio sancti_
_Conservata Petri, vexillaque miserat urbis_
_Romuleae._
L’ALEMANNI avrebbe potuto giustificare splendidamente la sua idea con
questi documenti. — I Vescovi franchi, già fin d’allora, senza più
consideravano Carlo come capo e reggitore di tutta la Chiesa, e di lui
il Papa era suddito.
[622] PAGI, _Critic._ ann. 796, n. IV e ann. 740, n. XI.
[623] Il PAGI appella la bandiera col nome di _vexillum s. Petri_
oppure _Ecclesiae_, e l’ALEMANNI non dice soltanto _vexillum urbis_, ma
anche _patriciatus_.
[624] DE MARCA, _De Concordia_ etc. I, c. XII, n. 4: _Patricii nomen
duo quaedam complectebantur, et jurisdictionem qua Reges in urbe ex
consensu Pontificis et populi Romani potiebantur, et protectionem seu
defensionem quam Romanae Ecclesiae polliciti erant:_ e lo segue il
PAGI, anno 740, n. VIII. — Il LE COINTE s’industria di sostenere la sua
opinione, che Roma fino al tempo di Leone III avesse ancora obbedito
all’Imperatore greco, e pertanto nel patriziato di Carlo nulla vede
fuor della _protectio_ (_Annal. Eccl. Francor._, anno 754, n. 57; anno
796, n. 15). — L’ALEMANNI vuol ravvisare nel _Patricius_ soltanto il
_Defensor_ e il _filius adoptivus_ (_De Lateran. parietin._, p. 64).
[625] Prima di adesso egli si sottoscriveva: _Carolus gratia Dei Rex
Francorum, vir inluster_. Vedi il MABILLON, _De re diplom._, c. II, 3,
p. 73, e i _Diplomata Caroli Magni_ in DOM. BOUQUET, V.
[626] EGINHARD. _Vita_, c. 23: _Romae semel, Adriano pontifice petente,
et iterum Leone successore ejus supplicante, longa tunica et clamide
amictus, calceis quoque Romano more formatis utebatur._ — Il MABILLON
(_Supplem. de re diplom._ c. IX, III, 39) dà la dipintura di Carlo da
patrizio, traendola da un codice antico di PAOLO PETAVIO.
[627] Quest’è anche opinione del DE MARCA ecc., III, c. XI, n. 8:
_Fides illa et subjectio populi Romani jure patriciatus debebatur
Carolo; quam novis sacramentis adhibitis confirmari Leo cupiebat_.
[628] Il concetto di «Stato della Chiesa» nel suo senso fondamentale
non si acconcia in verun modo alle condizioni di quella età. Il Papa
teneva in Roma i diritti di _Dux_ (_Ducatus_), parimente come altri
Vescovi conseguivano i diritti di _Comes_ (_Comitatus_).
[629] I musaici della tribuna di santa Susanna furono distrutti intorno
al 1600, ma se ne conserva una copia. Le figure di Leone e di Carlo
possono vedersi nell’ALEMANNI, _de Lateran. pariet._, p. 7, e nel
CIAMPINI, _Veter. Mon._, II, tab. XLII. Peraltro, laddove l’ALEMANNI
ombreggia il volto di Carlo soltanto di mustacchi, il CIAMPINI lo
dipinge con faccia tutta piena di barba, e gli pone in capo una benda
che termina in giglio. L’UGONIO vide il musaico; senza alcun fondamento
egli attribuisce all’anno 800 l’età della sua costruzione.
[630] Il disegno dei musaici di Ravenna è nel CIAMPINI, _Veter. Mon._
II, tab. XXII.
[631] ANAST. _in Leone III_, n. 367: _Triclinium majus super omnia
triclinia nomine suae magnitudinis decoratum_. Leone III costrusse
ancora nel Laterano un’altra sala da mangiare con undici tribune,
e l’ALEMANNI la appella _triclinium minus_. Questo custode della
Vaticana, editore della _Historia arcana_ di Procopio che egli
trasse alla luce, dedicò a quel primo triclinio la sua opera _De
Lateranensibus parietinis restitutis_ (Roma, 1625), edito nuovamente
a Roma nel 1756 con un’appendice. Egli fu invitato a comporla dal
cardinale Francesco Barberini, nipote di Urbano VIII, che fece
restaurare la tribuna di Leone. Il disegno del celebre musaico si vede
oggidì nella nicchia isolata della cappella _S. Sanctorum_, perocchè,
dopo la caduta della tribuna, Benedetto XIV intorno al 1743, ne facesse
ivi collocare una copia fedele, ricavata col sussidio di disegni
esistenti nella Vaticana.
[632] _Euntes docete omnes gentes baptizantes eos in nomine Patris, et
Filii et Spiritus sancti_ ecc., e _Gloria in excelsis Deo, et in terra
pax hominibus bonae voluntatis_. Nel mezzo della tribuna, il nome di
Leone si avvolge intorno al monogramma di Cristo.
[633] Oggidì non v’ha alcuna scritta che denoti la figura del Papa.
In questa dichiarazione io seguo l’ALEMANNI, e respingo l’opinione
del MURATORI (ad. ann. 798), il quale reputa la figura del Papa essere
quella di san Pietro, e quella di Costantino rappresentare Costantino
V. Ancor meno sostenibile è la sentenza dell’ASSEMANNI (_Excerpta de
sacr. Imag._, appendice all’ALEMANNI) che quivi fossero raffigurati
Adriano e Carlo. L’ALEMANNI dimostra che la prima figura era quella
di Silvestro, e il parallelismo lo manifesta chiaramente. Chi poi può
credere che in questa età il Papa allogasse in un musaico del palazzo
Lateranense il ritratto di un Imperatore bizantino? Il quadrato che
incornicia la testa di Costantino, si spiega dal contrasto colla
aureola di gloria, che cinge il capo a Silvestro, a meno che qui
ed altrove non si voglia accoglierlo coll’ALEMANNI per il simbolo
allegorico delle quattro virtù cardinali. Il PAGI spiega la lettera
_R_, che è sopra Costantino, per _Rex_; altri, poco acconciamente, per
_Roma_. Ben è la traduzione del _Basileus_ che significa autocrazia.
[634] Una moneta di Leone III, dal BARONIO falsamente attribuita
di già a Leone I, tiene da un lato la scritta: _D. N. Leoni Pape_,
e sul rovescio il busto di san Pietro, colla chiave che gli scende
sulla spalla. Ma su di essa si elevano dei dubbi, e non le è dato
accoglimento nella più recente opera di ANGELO CINAGLI intitolata: _Le
Monete dei Papi descritte_ ecc. Fermo 1848. Del tempo carolino non
v’hanno monete pontificie, fuor delle apocrife di Gregorio III e di
papa Zaccaria. Le prime monete dei Papi che sieno giunte fino a noi,
appartengono ad Adriano I, una delle quali porta ancor la leggenda:
VICTORIA DNN. CONOB. — Vedasi l’opera del CINAGLI, che è più completa
dei lavori del VIGNOLIO e del FIORAVANTI.
[635] Riunisco qui queste importanti sentenze: PAULI (DIACONI) _Gesta
Episcop. Metens._ (_Mon. Germ._ II, 265): _Romanos praeterea, ipsamque
urbem Romuleam, jam pridem ejus praesentiam desiderantem, quae
aliquando mundi totius domina fuerat, et tum a Langobardis depressa
gemebat, duris angustiis eximens, suis addidit sceptris_. — L’_Epitaph.
Hildegardis reginae_ di PAOLO (ibid.) dice:
_Cumque vir armipotens sceptris juxisset avitis_
_Cigniferumque Padum Romuleumque Tybrim._
Il _Chron. Moissiac._ (_Mon. Germ._, I, 305) dice: _Quia ipsam Romam
matrem imperii tenebat_, e, copiando da esso, la _Vita S. Willehadi_
(II, 381), _Annal. Lauresham._ ad ann. 801: _ut ipsum Carolum — regem
Francorum, imperatorem nominare debuissent, qui ipsam Romam tenebat_.
[636] L’ALEMANNI cerca di dimostrare che i musaici sieno di tempo
posteriore all’anno 800, e monumento così della restaurazione di Leone,
come della _Translatio imperii_. Peraltro, io convengo col PAGI (ann.
796, n. VI), il quale dice, Carlo essere appellato _Dominus_ nella sua
condizione di patrizio per cui esercitava in Roma la giurisdizione. —
Il DE MARCA ecc., _de Concor._, III, c. XI, si esprime parimenti che i
musaici fossero monumento del Patriziato, ma afferma erroneamente che
il _consortium dominii_ durasse fino all’800, e perciò accoglie perfino
l’idea di un _consortium imperii_. NAT. ALEXAND. (_Hist. Eccl._,
dissert. 24, tom. IV), segue servilmente quelle opinioni, ed anche
il GIANNONE, VI, c. 5, si fonda sul DE MARCA. Peraltro non è certo
necessario di prenderla così a rigore col concetto di _Dominus_; Paolo
I, già nell’anno 756, era appellato _Dominus_ dai Romani, e gli Atti
del Concilio del 799 hanno queste parole ad introduzione: _Praecipiente
gloriosissimo ac piissimo domino nostro Carolo_.
[637] Teodoro era _Dux et Consul_, e parecchie volte fu ambasciatore
di Adriano: _Cod. Carol._, nel CENNI p. 353, 356, 359: _Theodorum
eminentissimum nostrum nepotem_ (di tal guisa incomincia in Roma
il nepotismo); p. 385: _Theodorum eminentissimum Consulem et Ducem,
nostrumque nepotem_; p. 358: _Paschalem nostrum nepotem_.
[638] Certo è che furono massimamente i nepoti di Adriano ad eccitare
la ribellione. Lo dice anche THEOPHANES, _Chronogr._, p. 399: οἱ ἐν τῇ
Ῥώμῃ συγγενεῖς τοῦ μακαρίου πάπα Ἀδριανοῦ συγκινήσαντες τὸν λαόν ecc.
Campulo nell’anno 754 era notaio della Chiesa; il CENNI reputa che egli
fosse fratello di Pasquale (_Cod. Carol._, Ep. 78, alias 72, e Nota 5,
ivi, pag. 427).
[639] _Vita Leonis_, n. 368: _Scindendo expoliantes eum, crudeliter
oculos ei evellere, et ipsum, penitus coecare conati sunt. Nam
lingua ejus praecisa est. — Annal. Lauresham._, ann. 799: _Romani —
absciderunt linguam ejus, et voluerunt eruere oculos ejus. — Annal._
EINHARDI: _Erutis oculis, ut aliquibus visum est, lingua quoque
amputata_ etc. — Il poeta ANGILBERTO dice con barocca eleganza:
_Carnifices geminas traxerunt fronte fenestras,_
_Et celerem abscindunt lacerato corpore linguam._
(_Monum. Germ._, II, 400).
[640] ALCUINO (_Ep._ XIII _ad Regem_) si contenta di dire: _Deus
compescuit manus impias — volentes — lumen ejus estinguere_; e il poeta
TEODOLFO (in DOMENICO BOUQUET V, 421) esclama:
_Reddita sunt? mirum est. Mirum est auferre nequisse._
_Est tamen in dubio: hinc mirer, an inde magis._
GIOVANNI DIACONO, _Chron. Episcop. S. Neap. Eccl._ del secolo nono
(MURATORI, I, 2, 312), dice: _cum vellent oculos eruere — unus
ei oculus paululum est laesus_. Il Papa affermò la credenza di un
miracolo; egli consecrò in san Pietro un arazzo _habentem historiam
caeci illuminati, et resurrectionem_ (_Vita Leon._, n. 379). Ancora
in tardi tempi si rammemorava questo prodigio, e MATTIA DI WESTMINSTER
narra perfino che la Madonna restituisse a papa Leone la mano che egli
si era fatto troncare, poichè la aveva baciata una femmina, colla quale
un tempo egli aveva avuto commercio.
[641] ANAST., n. 370, nomina Mauro Nepesino come uno dei capi oltre
a Pasquale e a Campulo. Gli _Annales_ EINHARDI ad ann. 801, dicono:
_Hujus factionis fuere principes Paschalis nomenculator, et Campulus
saccellarius, et multi alii Romanae Urbis habitatores nobiles_.
Parimenti gli _Annal. Bertinian._
[642] I messaggeri videro Roma da monte Mario:
_Culmina jam cernunt Urbis procul ardua, Romae_
_Optatique vident legati a monte theatrum._
Il frammento del poema di ANGILBERTO è nel CANISIO, II, 474, nel
DUCHESNE, II, p. 188, in DOM. BOUQUET, V, p. 388, e nel PERTZ, II,
p. 393. È una delle migliori poesie del tempo dei Carolingi; la vena
poetica di ANGILBERTO è vivace più di quella di ALCUINO.
[643] _Exoritur clamor, vox ardua pulsat Olympum._
[644]
_Aurea namque tument per mensas vasa falerno._
_Rex Carolus simul et summus Leo praesul in orbe_
_Vescitur, atque bibunt pateris spumantia vina._
_Post laetas epulas et dulcia pocula Bacchi_
_Multa pius magno Carolus dat dona Leoni._
La miscela di idee pagane coi concetti cristiani si ripetè quasi
in tutte le epoche. ALCUINO scrive (_Ep._ IX): _Mitis ab aetherio
clementer Christus olympo_; nei poemi di ANGILBERTO e di TEODOLFO,
Iddio è spesso chiamato _Tonans_, come all’età di ARATORE. I Poeti di
Carlo si appellavano _Mopsus, Damoetas, Candidus, Flaccus, Corydon,
Homerus_, come se eglino avessero appartenuto all’Arcadia di Roma.
Carlo stesso prendeva nome di David. Non v’ha maggior contrasto di
quello che corre tra il Carlo dei libri cavallereschi e il Carlo della
storia, dal quale procedette questa prima età di rinascimento.
[645] _Falsa adversus sanctissimum Pontificem imponere crimina, et post
eum ad praedictum mittere Regem: Vita Leon._ III, n. 372.
[646] ALCUIN. _Op., Ep._ XI, _ad domnum Regem: Componatur pax cum
populo nefando, si fieri potest. Reliquantur aliquantulum minae, ne
obdurati fugiant: sed in spe retineantur, donec salubri consilio ad
pacem revocentur. Tenendum est quod habetur, ne propter adquisitionem
minoris, quod majus est amittatur. Servetur ovile proprium, ne lupus
rapax devastet illud. Ita in alienis sudetur, ut in propriis damnum non
patiatur_. — Per _propria_ significansi certamente i diritti di Carlo
su Roma, gli _aliena_ sono le cose di Sassonia, e cioè il territorio
straniero del popolo sassone non peranco soggiogato. Lo ha dimostrato
il DÖLLINGER nello scritto: _L’Impero di Carlo Magno e dei suoi
successori_ (_Annali storici di Monaco del_ 1865).
[647] Il luogo ove avvenne l’accoglimento del Papa, fu subito innanzi
a ponte Molle. ANAST., n. 372: _Tam Proceres clericorum cum omnibus
clericis, quamque Optimates et Senatus, cunctaque Militia, et universus
Populus Romanus — connexi ad pontem Milvium — susceperunt_.
[648] Nella inquisizione, condotta contro Potho abate di san Vincenzo
sul Vulturno, che era reo di maestà, sedevano nel tribunale, fra altri,
Possessore legato franco e arcivescovo, quattro Abati, Ildebrando duce
di Spoleto, Teodoro duce nipote di Adriano, e gli officiali pontificî
di palazzo, che erano il Bibliotecario, il Saccellario, e Campulo
notaio, quel desso che ora era citato a giudizio: _Cod. Carol., Ep._
LXXII, nel CENNI LXXVIII.
[649] _Me fumo sordentia Turonorum tecta auratis Romanorum arcibus
praeponere_ etc. ALCUIN. _Ep._ XIII.
[650] Questi versi degni di nota, che pronosticavano l’Imperatore, sono
nel Poema CCLXXI, _Oper._ ALCUIN., ed. Parigi, 1617:
_Roma caput mundi, primi quoque culmen honoris,_
_In qua gazarum munera sancta latent._
_Quae modo dirupto plangent sua viscera foetu,_
_Per te sanet saucia membra cito..._
_Talia compescat tua, rex, veneranda potestas,_
_Rectorem regni te Deus instituit..._
_Ipsa caput mundi spectat te Roma patronum_
_Cum patre et populo pacis amore pio..._
_Rector et Ecclesiae per te rex rite regatur,_
_Et te magnipotens dextra regat Domini._
_Ut felix vivas lato regnator in orbe,_
_Proficiens facias cuncta Deo placita._
[651] _Annal. Lauriss._ ad ann. 800: _Occurrit ei pridie Leo papa et
Romani cum eo apud Nomentum, duodecimo ab urbe lapide. Nomentum_ però
era situato a quattordici miglia e mezzo fuor della porta. Questa
antichissima terra latina portava dunque tuttavia il nome antico che
si legge in VIRGILIO (_Eneide_ VI, 773). Più tardi, nel medio evo,
ebbe nome di _Castrum Nomentanae_, da cui derivò l’odierna Lamentana
ossia Mentana. La piccola terra fu resa illustre dalla famiglia dei
Crescenzi, che combatterono in Roma, campioni della libertà, contro il
Papato e l’Impero. Dopo lunga età in cui difettò di storia, _Nomentum_
ridivenne chiara negli annali dei giorni nostri, per la pugna
sanguinosa che Garibaldi ivi diede, addì 3 del Novembre 1867, contro i
Pontificî e i Francesi collegati, continuatore dell’antichissima lotta
che fu combattuta contro quel potere temporale dei Papi, che ebbe Carlo
magno a fondatore. Sto scrivendo questa pagina, in Roma, tre giorni
dopo la battaglia di Mentana. Sono pur meravigliosi i raffronti di
epoche lontane della storia, come sono queste del 23 di Novembre 800 e
del 3 di Novembre 1867[652]!
[652] L’illustre Autore attendeva nel 1867 alla revisione di questo
Volume, e ne preparava la seconda edizione, che fu publicata nell’anno
1869 (N. del T.).
[653] _Vita Leonis_ in ANASTAS., n. 374.
[654] _Qui universi dixerunt: nos sedem Apostolicam, quae est caput
omnium Dei Ecclesiarum, judicare non audemus. Nam ab ipsa nos omnes,
et vicario suo judicamur, ipsa autem a nemine judicatur, quemadmodum et
antiquitus mos fuit. Sed sicut ipse summus pontifex censuerit, canonice
obediemus. Venerabilis vero praesul inquit: praedecessorum meorum
pontificum vestigia sequor_ etc. ANASTAS., n. 374.
[655] Gli _Annal. Lauresham._, ad ann. 800 (oppure i _Lambeciani_
nel MURATORI, II, 2) dicono: _Et venerunt in praesentia qui ipsum
apostolicum condemnare voluerunt, et cum cognovisset rex, quia non
propter justitiam, sed per invidiam eum condemnare volebant_ etc. Il
Biografo di Leone tace con avvertita intenzione; gli _Annal. Lauriss._
e quelli dell’EINHARDO dicono: _Postquam nullus probator criminum esse
voluit_ (meglio si legga: _potuit_) — _se criminibus purgavit_.
[656] Questa formula universale, tratta dall’_Ordo Romanus_, è nel
RASPONIUS, _De Basilica et Patriarch. Lateran._, lib. IV, appendice
all’ALEMANNI, p. 120; nel SIGONIO; nel BARONIO; nel LABBÉ ecc. Il fatto
poi è narrato in ANAST., n. 375, negli _Annal. Lauriss._ e in quelli
di EINHARDO, ad ann. 800. Gli _Annal. Lauriss. minor._ pongono la
purificazione di Leone al giorno terzo innanzi il dì di Natale.
[657] ANAST. n. 374. ha soltanto: _Tunc illos comprehendentes praedicti
missi magni Regis, emiserunt in Franciam_. Gli _Annal. Lauriss._,
e quelli di EINHARDO, pongono il giudizio in tempo posteriore
all’incoronazione di Carlo, e dicono: _Ut majestatis rei, capitis
damnati sunt — exilio deportati sunt_. La sentenza fu pronunciata sullo
spirare dell’anno 799. I condannati si appellarono, furono sostenuti
in custodia, e, dopo che il Papa prestò il giuramento di purgazione,
furono mandati in bando. La breve scrittura: _De imperatoria Potestate
in urbe Roma_ (nel PERTZ, V, 719) narra per verità altre cose di Carlo:
_uno die in campo Lateranensi fecit trecentos decollari_; ma tutti i
Cronisti tacciono di questa fola.
[658] _Quia jam tunc cessabat a parte Graecorum nomen imperatoris, et
femineum imperium apud se habebant, tunc visum est et ipso apostolico
Leoni...: Annal. Lauresham._ ad ann. 801.
[659] Lo dice espressamente GIOVANNI DIACONO, _Vita s. Athanasii_
(MURAT., I, n. 2, p. 312): _Hic autem fugiens ad Carolum Regem,
spopondit ei, si de suis illum defenderet inimicis, Augustali eum
diademate coronaret_.
[660] Oltre alla lettera accennata, si aggiunga anche la _Ep._ 103, p.
153, colla quale ALCUINO trasmetteva a Carlo un codice della Bibbia
in presente natalizio, accompagnandolo colle parole: _ad splendorem
Imperialis potentiae_. Vedasi FR. LORENTZ, _Vita di Alcuino_, p. 235
sgg. Gli altri argomenti addotti dal LORENTZ non sono assai validi; io
attribuisco maggiore importanza alla presenza del figliuolo di Carlo,
di quello che al dono natalizio. Secondo due diplomi degli anni 780 e
781, sarebbesi diggià attribuito a Carlo il titolo di _Imperator_ prima
ch’ei fosse tale; ma della genuinità di quelli, dubita il MURATORI.
Vedasi la _Diplomatica Pontif._ di MARINO MARINI, p. 50.
[661] Lo dice espressamente l’imperatore Lodovico, nell’anno 871, nella
sua lettera indiritta all’Imperatore greco Basilio: _Nisi Romanorum
Imperator essemus, utique nec Francorum. A Romanis enim hoc nomen et
dignitatem assumsimus:_ ANON. SALERNIT. c. 102. Sempre affermarono i
Romani che Carlo magno ricevette la corona dal Senato e dal popolo. Nel
secolo undecimo il CRONISTA DI FARFA scriveva: _Carolum coronavit — et
una cum omni senatu Romano imperium illi per omnia confirmavit_ (MUR.
II, 2, p. 641). Nell’anno 1328, il Parlamento dei Romani proclamava:
_suas esse partes Imperium conferre, Pontificis autem consecrare,
iisdem auspiciis: Carolum enim magnum tunc demum coronatum esse,
postquam Populus Romanus eum imperare jussisset_ (Nicol. Burgundus, ad
a. 1328).
[662] La _Vita Villehadi_ (_Mon. Germ._ II, 381) dice: _Per electionem
Romani populi_; ed _electio_ non è _acclamatio_. Vedasi il _Chron.
Moissiacense_ (ibid. I, 305). La frase: _Omnes majores natu Romanor._,
sembra qui significare tutti gli abitatori della Città, abili a dar il
voto. Il _Lib. Pontif._ dice con brevità: _Ab omnib. constitutus est
imperator Romanorum_.
[663] Vedi EGINARDO, c. 28, e l’_invitus Papa cogente_ del _Poeta Saxo_.
[664] Vedasi l’opinione del Waitz, _Storia della costituzione
germanica_, III, 175, e quella del DÖLLINGER nell’accennata
Dissertazione _sull’Impero di Carlo Magno_.
[665] _Carolo piissimo Augusto, a Deo coronato, magno, pacifico
Imperatori, Vita et Victoria._ ANASTAS. ed i Cronisti ANN. LAURESHAM.
E MOISSIAC. — La prima incoronazione di un monarca, che siasi compiuta
per mano di un Vescovo, fu quella dell’imperatore Leone il Trace, che
avvenne per opera del Patriarca di Bisanzio, nell’anno 457.
[666] THEOPHANES (_Chronogr._ 399) dice con maligna esagerazione che
Carlo fu unto dal capo alle piante: χρίσας ἐλαίῳ ἀπὸ κεφαλῆς ἕως ποιῶν
καὶ περιβαλών βασιλικὴν ἐσθῆτα καὶ στέφον. La _Chronica Synopsis_ di
COSTANTINO MANASSE (DOM. BOUQUET V, 397) segue quella narrazione in
alcuni versi, nei quali il Greco scismatico sembra deridere lo spreco
dell’olio, perocchè i Bizantini ungessero i loro Imperatori soltanto
nel capo:
Ἐκ κεφαλῆς μέχρι ποδῶν ἐλαίῳ τούτον χρίει;
Οὐκ οἶδα τίσι λογίσμοις ἤ ποίαις ἐπινοίαις.
[667] _A Pontifice more antiquorum Principum adoratus est: Chron.
Moissiac._
[668] La questione della traslazione dell’Impero è assai dibattuta.
Il BARONIO e il BELLARMINO (_De translatione imperii Romani adversus
Illyricum_) ne hanno affermato l’avvenimento a beneficio dell’autorità
pontificia, laddove, contrariamente alle massime dei Canonisti, sorsero
oppositori il CONRIGIUS (_De imperio Romano-Germanico_), lo SPONHEIM
(De ficta translatione imperii), il GOLDAST (_De translatione Imperii
Romani a Graecis ad Francos_), ed altri. Ancor di recente il DÖLLINGER,
nella sua Dissertazione _sull’Impero di Carlo Magno_, dimostrò ad
eccellenza la falsità del concetto della traslazione. Sopra di queste
teorie vedasi anche James Bryce, _the Holy Roman Empire_, p. 120 segg.
— Il PÜTTER, _Specimen juris pudici et gentium Medii aevi_, Goetting.,
1784, p. 34, molto esattamente afferma che il rapporto di Carlo
coll’Impero derivò da unione personale. Dall’errore, dic’egli, onde
si affermò che il romano Impero fosse trasferito ai Franchi ed alla
Germania, discese l’altro errore della monarchia mondiale dell’Impero:
_De dominio mundi_, p. 164.
[669]
Οὔτω μητρὸς καὶ θυγατρὸς μέσον ἐπέπτη σπάθη,
Διχάζουσα καί τέμνουσα μετὰ θυμοῦ ῥομφαία
Νεάνιν τὴν εὐπρόσωπον τῆν νεωτέραν Ῥώμην,
Ἐκ τῆς ῤυότης καὶ παλαῖας καὶ τριπεμπέλου Ῥώμης.
CONSTANT. MANASSE.
[670] Il rinnovellamento dell’Impero è rappresentato in una bolla
di piombo, sulla quale da una parte è il ritratto di Carlo colla
scritta: _Dominus Noster Karlus Pius Felix Perpetuus Augustus_; sul
rovescio è figurata una porta di città, fra due torri, con sopra una
croce inalberata; sotto è scritto: _Roma_, ed intorno alla cornice:
_Renovatio Romani Imp._ Trovasi nel VIGNOLI, ANAST. _Vita Leonis III_,
p. 254.