NOTE:

[1] _Sublacus_ o _Sublaqueum_ ebbe nome dai laghi artificiali, dei

quali Nerone adornò ivi la sua villa. Menzione del luogo è fatta per la

prima volta in PLINIO, _Hist. Nat._ III, 17. Soltanto la fondazione del

convento fatta da san Benedetto diè origine al _Castrum Sublacum_. Vedi

il NIBBY, _Annal._ III, 120, e il JANNUCELLI, _Memorie di Subiaco_,

Genova 1856.

[2] Don LUIGI TOSTI scrisse la più recente storia del suo celebre

convento: _Storia della Badia di Monte Cassino_ (Napoli 1842, 3 vol.),

con documenti. Il favoloso documento della donazione di sette mila

schiavi di Sicilia con Messina e con Panormo, che Tertullo avrebbe

fatta a Benedetto incomincia: _Tertullus Dei gratia invictissimae

Reginae Coeli Terraeque civitatis Romanae Patricius, Dictatoribus,

Magistratib., Senatorib., Consulib., Proconsulib., Praefectis,

Tribunis, Centurionibus_ ecc. La sottoscrizione conta a olimpiadi! Il

Tosti riconosce che questa pergamena ha i caratteri del secolo X, e

che il rescritto di privilegio di papa Zacaria, in cui è data conferma

a questa donazione, esiste soltanto in copie posteriori al secolo XI.

La Sicilia, dove Benedetto mandò Placido da missionario, è il paradiso

dei Benedettini; il documento creato dall’imaginazione non manca nella

_Sicilia Sacra_ del PIRRO (p. 1155).

[3] Gli ultimi sette savî di Atene furono Damascio, Simplicio, Eulamio,

Prisciano, Ermiade, Diogene, Isidoro. Eglino si rifuggirono in esilio

presso re Cosroe di Persia. AGATHIAS, _Hist._ II, 30. Volle stranezza

di destino che i filosofi greci del primo tempo dovessero scampare

davanti ai Persiani, le conquiste dei quali già minacciavano il mondo

ellenico, e che undici secoli più tardi gli ultimi filosofi di Grecia,

esiliati di Atene dall’Editto di un Imperatore cristiano, dovessero

invece cercare riparo presso un Re di Persia: KUNO FISCHER, _Storia

della filosofia moderna_, 1865, I, 20.

[4] Il MONTFAUCON, nel _Diarium Ital._ p. 323, attingendo ad un Codice

cassinese del secolo XI, dipinge il ritratto di Benedetto e dell’antica

veste dei Benedettini. Così il TOSTI, I, 100 e segg., dove trovasi

anche la Regola di Benedetto tratta dal commentario di Paolo Diacono.

Il lettore può trovare la storia di Benedetto nei: DACHERII _et_

MABILLONII _Acta Sanctor. Ord. S. Bened._ e nel MABILLON: _Annales Ord.

S. Benedicti_.

[5] Anime generose facevanlo mosse da quell’impulso, di cui il Poeta

dice:

Werft die Angst des Irdischen von euch!

Fliehet aus dem engen dumpfen Leben

In des Ideales Reich!

_Sgombrate dall’ansia mente i terrestri ardori; dalla vita gretta e

vuota del mondo, fuggite nel regno dell’idea!_ SCHILLER. Così sulla

porta del convento di Grotta Ferrata sta scritto: Ἔξω γένοισθε τῆς

μέθης τῶν φροντίδων.

[6] Il TIRABOSCHI (III, l. c. 16) fa incominciare dalla monacazione

di Cassiodoro la completa ruina della letteratura italiana: _D’allora

in poi l’Italia non potè occuparsi in altro che nel piangere le sue

sciagure_. Egli dedica a Cassiodoro un eccellente Capitolo e con molta

dignità respinge le supposizioni del SAINT MARC riguardo ai motivi che

spinsero il Ministro a farsi monaco. Cassiodoro dettò nel chiostro la

sua Storia ecclesiastica, _Historiae ecclesiasticae tripartitae libri

XII_, un compendio di Sozomeno, di Socrate e di Teodoreto; scrisse

inoltre _De orthographia_ per istruzione dei suoi frati, che egli

esortò vivamente ad occuparsi di copie di codici. Vedi il TIRABOSCHI,

il BAEHR, _Storia della letteratura romana_ e le _Fonti storiche_ del

WATTENBACH.

[7] RUTILIO con versi eleganti e vivaci scaglia le prime frecciate di

satira che si conoscano scritte contro il monachismo (v. 489 e segg):

_Processu pelagi jam se Capraria tollit_,

_Squallet lucifugis insula plena viris_.

_Ipsi se_ MONACHOS _graio cognomine dicunt_,

_Quod soli nullo vivere teste volunt_.

_Munera fortunae meluunt dum damna verentur:_

_Quisquam sponte miser, ne miser esse queat?_

[8] Il NERINI, _De Templo et Coenob. S. Bonifacii et Alexii_,

Roma 1752, c. 4, reputava che questo convento sull’Aventino fosse

l’antichissimo di Roma. Il documento della donazione di Eufemio desta

appena un sorriso.

[9] _Gaudemus Romam factam Hierosolymam. Crebra virginum monasteria,

monachorum innumerabilis multitudo_ (S. HIERON., Ep. 126, _ad

Principiam_). Quando parlammo del saccheggio dei Goti trovammo

Marcello con Principia sull’Aventino, e la pia donna morì pochi dì

dopo la caduta di Roma. La più antica menzione di una monaca romana

nelle iscrizioni dei monumenti risale al 447. HIC QUIESCIT GAVDIOSA

C. ANCILLA DEI QVAE VIXIT ANNIS XL. ET MEN. V. DEP. X. KAL. OCTOB.

CALLEPIO VC. CON. Trovasi nel DE ROSSI, _Inscript. Christian._ I, n.

739.

[10] JOH. DIACON., _Vita S. Gregor._ I, c. 6. PAUL. DIACON., _Vita S.

Gregor._ c. 2. MABILLON, _Acta S. Ord. S. Ben._ I.

[11] Precisamente ottanta libbre contribuite dal «patrimonio di

san Pietro» che Gregorio, nella carezza cui era salita in Roma ogni

vettovaglia, giudica essere troppo poco. Così è la vita loro, dic’egli,

e la traggono in lacrime e in astinenze, laonde io credo che, se elleno

state non fossero, niuno di noi per sì lunghi anni avrebbe potuto in

questa città serbarsi in vita sotto la spada dei Longobardi. Lettera di

grazie da Gregorio indiritta a Teoctista e Andrea. _Ep._ 23, lib. VI.

Le donne che vivevano in religione claustrale appellavansi dal greco

_monastriae_; con dizione latina _sanctimoniales_.

[12] Il MONE, _Storia del paganesimo nell’Europa settentrionale_,

II, § 96, descrisse le costumanze pagane dei Longobardi. Il BORGIA,

_Memorie di Benevento_, II, 277, riporta un inno a Barbato dell’anno

667, in cui è discorso della cessazione del culto dei serpenti. Dalla

venerazione che i Longobardi tributavano al campeggio ed agli alberi

magici ebbe origine la credenza popolare degli Italiani che i Tedeschi

principalmente adorassero gli alberi. Il GÖTHE trovava ancora viva in

Italia quell’idea.

[13] PAOLO DIACONO, III, c. 11, dice che fu il Papa a far venire

granaglie.

[14] Il Ducato di Spoleto, che ebbe tanta importanza nella storia di

Roma, probabilmente fu fondato intorno al 569. La storia del Ducato

fu scritta dal benemerito abate FATTESCHI, che pel primo si giovò

dei documenti longobardi di Farfa: _Memorie Istorico-diplomatiche

riguardanti la serie dei Duchi di Spoleto_, Camerino 1801. La

cronologia dei primi tempi longobardici è buia.

[15] Colla caduta del regno i Goti non erano del tutto scomparsi

in Italia. Così in Roma come nella Campania eglino continuarono in

famiglie che assunsero costume latino.

[16] MENANDER, _Excerpt._, p. 126.

[17] MABILLON, _Annal. Benedict._ ad ann. 580; sennonchè il TOSTI

assume l’anno 589. Nella sua storia di Monte Cassino egli tratta dei

primi secoli assai brevemente e con discorso incerto; ed io seguo con

buon fondamento gli Annali dal MABILLON e gli _Acta SS. Ordinis S.

Benedicti_ editi dal Mabillon stesso.

[18] PAUL. DIACON., IV, c. 19 e il _Chronic. S. Monast. Casin._ I, c.

2, nel MURATORI _Script._, T. IV.

[19] Nei più tardi anni del medio evo scomparve ogni traccia di questo

convento di Benedettini presso il Laterano.

[20] SIGON. _De Regno_ 1, 17. — CARLO TROYA, _Cod. Dipl. Long._ 1, 62

pensa che la Città fosse governata dal Senato e dagli altri magistrati

di Roma finchè non v’era nè un Duce, nè un Maestro dei militi. Della

pace conchiusa parla Pelagio II, _Ep._ V ad Elia vescovo di Grado ed ai

Vescovi d’Istria e delle Venezie (nel LABBÈ e nel TROYA, _Cod. Dipl._

I, n. XIV). Il NORIS ed il MURATORI son d’accordo nel ritenere per data

l’anno 586.

[21] Per _Respublica_ non deve intendersi la Città, ma lo Stato. Del

pari, Childeberto, in una lettera a Lorenzo di Milano, dice: _Juxta

votum Romanae reipublicae vel Sacratissimi nostri Imperatoris_ (TROYA,

_Cod. Dip. Longob._ n. XI). — _Vel unum magistrum militum, et unum

ducem dignetur concedere;_ dunque i due officî erano distinti.

[22] La epistola (_ad Gregorium Diacon. Ep._ III, LABBÈ _Concil._ VI,

623) porta la data: 4. _Nonas Octobr. indict. III_. Il Muratori la

attribuisce all’anno 587, ma il TROYA I, n. 16, con buone ragioni la fa

risalire ai 5 ottobre 585.

[23] _Ep. IV ad Aunacharium Episc. Antisiadorensem: nec enim credimus

otiosum, nec sine magna divinae providentiae admiratione dispositum,

quod vestri reges Romano imperio in orthodoxae fidei confessione sunt

similes; nisi ut huic urbi ex qua fuerat oriunda, vel universae Italiae

finitimos, adjutoresque praestaret._ I Franchi furono considerati

_Leti_ ossia federati dell’Impero romano. A ragione il TROYA annette a

questo fatto importanza, e si riferisce ai versi che SIDONIO rivolgeva

ad Eorico re dei Visigoti:

_Eorice tuae manus rogantur,_

_Ut Martem validus per inquilinum,_

_Defenset tenuem Garumna Tibrim._

TROYA, _Storia d’Italia_, I, 1308. _Tav. Chronol._, p. 577. Si legga

nel _Cod. Diplom. Long._, n. 43, la lettera che Maurizio scriveva a

Childeberto, dove l’Imperatore discorre della _priscam gentis Francorum

et Ditionis Romanae unitatem_. Così si preconizza il tempo più tardo,

in cui un Pontefice diceva di Carlo Magno: _cujus industria Romanorum

Francorumque concorporavit imperium_. SERGIO, in un documento riportato

dal MAURISSE, _Hist. de Metz_, p. 190 e citato da GIORGIO WAITZ,

_Storia della costituzione germanica_, III, 185.

[24] GREGOR. TURONEN., _Hist. Francor._, X, c. 1. Vi attinsero GIOVANNI

DIACONO, _Vita S. Gregor._ I, c. 34 e PAOLO DIACONO, _Vita S. Gregor._

c. 3 e _De gestis Longob._ III, c. 23. — L’ALVERI, _Roma in ogni

stato_, I, 571 e segg., con molto ardimento e con grossi errori, dà la

storia di tutte le inondazioni del Tevere e di tutte le pestilenze di

Roma dalla fondazione della Città fino al 1660.

[25] GREGORIO DI TOURS, X, c. 1, PAOLO DIACONO _De gest. Long._ III, c.

23. La _Cronica_ di MARIO D’AVENCHE la chiama anche _variola, pustola_

e _glandula_.

[26] PROCOP. _De bello Persico_, II, c. 22, 23, PAUL. DIACONUS, _De

gest. Long._, III, c. 4.

[27] GREGOR., _Dial._ IV, c. 36. La descrizione di una visione

meravigliosa del Paradiso e del Purgatorio trovasi più tardi nella

lettera che San Bonifacio di Magonza indirizzava alla Domina Eadeburga,

nel BARONIO, _Annal._ IX, p. 11.

[28] _Hic fecit supra corpus b. Laurentii martyris basilicam a

fundamento constructam, et tabulis argenteis exornavit sepulchrum

ejus._ ANAST. _in Pelag._

[29]

_Praesule Pelagio martyr Laurentius olim_

_Templa sibi statuit tam pretiosa dari:_

_Mira fides! gladios hostiles inter et iras_

_Pontificem meritis haec celebrasse suis._

La iscrizione (di sei distici), ora quasi cancellata è riportata

completamente nel BUNSEN III, 2, 314 secondo la correzione introdotta

da GAETANO MARINI nel suo Codice manoscritto della Vaticana. Vedi

anche CIAMPINI, _Vet. Mon._ II, c. 13. — L’associazione di Lorenzo

e di Stefano è spiegata chiaramente in una sentenza di Leone I: _A

Solis ortu usque ad occasum Leviticorum luminum corruscante fulgore,

quam clarificata est Hierosolyma Stephano, tam illustris fieret Roma

Laurentio_. S. LEO PAPA, _serm._ 83 _in festo S. Laur. M._ pagina 169

(Edit. Lugdun. 1700); nel FONSECA, _de Basil. S. Laur. in Dam._ c. 3,

p. 137.

[30] Sotto il musaico con caratteri ammodernati leggesi il distico

antico:

_Martyrium flammis olim Levita subisti_

_Jure tuis lux templis veneranda redit._

[31] Della vita di Gregorio scrisse GIOVANNI DIACONO, contemporaneo di

Anastasio bibliotecario, in sull’882. Dapprima monaco di M. Cassino,

indi Diacono della Chiesa romana, GIOVANNI dettò quella biografia

dietro comando di Giovanni VIII (MABILLON, _Acta S. O. S. Ben._ T.

I). Anche PAOLO DIACONO, monaco di M. Cassino, scrisse una _Vita S.

Gregorii_, la quale tuttavia, nella forma in cui oggi la conosciamo,

gli è contestata (MABILLON, ivi). Vi ha inoltre la _Vita S. Gregorii_

nei Bollandisti e Maurini, ma essa non è che un raffazzonamento.

[32] Gregorio stesso (_Ep._ 2, lib. III) dice di aver tenuto

quell’officio: _Ego quoque tunc urbanam praefecturam gerens_. V’ha però

la lezione _praeturam_, nè GREGORIO DI TOURS nè PAOLO DIACONO, nè BEDA

(_Histor._ II, c. 1) non fanno alcuna menzione di ciò. Stando al PAGI,

_ad ann._ 581, n. III, Gregorio intorno all’anno 575 fu prefetto della

Città.

[33] Di tal guisa GREGORIO DI TOURS ben dipinge la pompa bizantina del

vestire, _Hist._ X, c. 1.

[34] _Clerus, Senatus, populusque romanus_, dice GIOVANNI DIACONO,

_Vita_ I, c. 39, ma in questa antica formula sotto nome di Senato

manifestamente non può intendersi altro che il titolo degli ottimati.

[35] S. GREGOR., _Ep._ 2, lib. XI.

[36] Secondo il MARTINELLI, santa Eufemia sorgeva nel vico Patricio non

lungi dal _Titulus Pudentis_.

[37] Di questa _Litania septiformis_ parlano GREGORIO DI TOURS, X,

c. 1 e PAOLO DIACONO, _De gest. Long._ III, c. 24, e in generale:

LADERCHIUS, _De sacris Basil. SS. Mart. Marcell._ etc. III, c. 10. Sono

qui dunque menzionate tutte le sette regioni ecclesiastiche; la _Reg._

III e la _Reg._ IV corrispondono alle antichissime denominazioni,

le altre no. Oltracciò non si parla di alcuna chiesa nel Trastevere,

perlocchè la processione non si attenne esattamente alla partizione

regionale.

[38] Benedetto XIV vi fece innalzare quella statua. L’angelo che ripone

nel fodero la spada sarebbe il simbolo più sublime del sacerdozio

che ha missione di dare al mondo la pace; sventuratamente però non si

affà alla storia dei Papi, che usurparono anche la podestà della spada

temporale.

[39] La iscrizione dice: _Lucae et Lucis opus. Virgo haec quam cernis

in ara circumvecta nigram dispulit urbi luem_. Il CASIMIRO, nella

sua _Storia di S. Maria in Araceli_, dà la descrizione dell’imagine

bizantina della Madonna ed una lunga ed arida dissertazione su

quell’argomento. Non mi è noto che al tempo di Gregorio fossevi l’uso

di trasportare in processione le imagini dei Santi. Oggidì ancora si

celebra la ricordanza di quella leggenda, poichè la grande processione

di san Marco, quando giunge al ponte adrianeo, canta l’antifona _Regina

coeli_.

[40] S. GREGOR. _Ep._ 4, lib. I. Le sue prime lettere, precisamente

quelle indiritte a Teoctista sorella dell’Imperatore, lamentano la

perduta felicità della vita contemplativa: _Contemplativae vitae

pulchritudinem velut Rachelem dilexi sterilem sed videntem et pulchram,

quae etsi per quietem suam minus generat, lucem tamen subtilius videt.

Lea mihi in nocte conjuncta est, activa videlicet vita, fecunda, sed

lippa, minus videns, quamvis amplius parens_. Dei simboli di Rachele e

di Lia usarono più tardi Dante e Michelangelo.

[41] S. GREGOR., _Ep._ 4, lib. VI: _Secretiora loca petere aliquando

decreveram_, e la _praef._ del _Liber Pastoralis_ dice: _Pastoralis

curae me pondere fugere delitescendo voluisse_. Anche GREGORIO DI

TOURS, X, c. 1, dice soltanto: _Cum latibula fugae praepararet,

capitur_. Ma GIOVANNI DIACONO, I, c. 49, riferisce la leggenda della

fuga, e PAOLO DIACONO, _Vita_, c. 11, racconta che egli si faceva

trasportare entro una cesta e che una colonna di luce indi ne tradiva

l’intento.

[42] _Evang. Lucae_, XXI, 10, 11.

[43] È questa la Omelia prima sugli Evangelî della Edizione dei

Benedettini, t. I, p. 1436. Mi presi l’arbitrio di compendiare la

predica verso la fine.

[44] S. GREGOR. _Ep._ 2, lib. I. Nelle lettere è usata più spesso

l’espressione di _sitonicum_ per _annona_.

[45] _Ep._ 3, lib. I.

[46] _Ep._ 32, lib. II, ind. X. _Theodosiani vero, qui hic remanserunt,

rogam non accipientes, vix ad murorum quidem custodiam se accomodant._

La voce ῥόγα significa _donativum_ o _stipendium_, ed _erogator_

tesoriere degli stipendi. V. l’_Ep._ 129, lib. VII, ind. II, indiritta

a _Donellus erogator_.

[47] HIERON. RUBEUS, _Hist. Ravenn._ IV, p. 187.

[48] PAUL. DIACON., _De Gest. Long._, IV, c. 9, e S. GREGOR. _Praefat.

in lib. II super Ezechiel._ e l’Omelia sesta.

[49] Dal testo di questa Omelia riunisco soltanto questi frammenti:

_Ubi enim senatus? ubi jam populus? Contabuerunt ossa; consumptae sunt

carnes: omnis in era saecularium dignitatum fastus extinctus est. Quia

enim senatus deest, populus interiit — jam vacua ardet Roma_.

[50] _In qua (urbe) sine magnitudine populi, et sine adjutoriis militum

tot annis inter gladios illaesi, deo auctore, servamur. Ep._ 23, lib.

VIII, Ind. I.

[51] _Ep._ 43, lib. IV, Ind. XIII.

[52] _Ep._ 40, lib. V, Ind. XIII. Merita considerazione questo periodo:

_Et quidem si terrae meae captivitas per quotidiana momenta non

excresceret_: vi parla una grande coscienza della dignità propria;

Gregorio sentiva di essere a capo del paese romano.

[53] Le lettere di Gregorio parlano del _Dux Sardiniae_ (_Ep._ 46, 47,

lib. I), del _Dux Arimini_ (56, I), del _Dux Campaniae_ (12, VIII), del

_Dux Neapolis_ (5, XII) ecc.

[54] Nelle vicinanze di Roma, e incaricati puranco di prestarle

soccorso, erano Veloce e Maurizio, maestri de’ militi, (_Ep._ 21,

XII, Ind. 7). Più di sovente è fatta menzione di Maestri de’ militi in

Sicilia ed in Napoli: 25, XII; 13, 71, 75, VII.

[55] _Ep._ 129, VII. _Ep._ 2, VIII, Ind. 3.

[56] _Praefectus Urbis Johannes: Ep._ 7, VIII: così il già menzionato

Gregorio era prefetto della Città. _Ep._ 40, V.

[57] _Georgius Praef. Italiae. Ep._ 22, 23, 37, 38, I, 24, XII, c.

1, V. Si noti la espressa distinzione: _Excell. Romanum Patricium_

(cioè l’Esarca) _et per emin. Praefectum atque per alios Civitatis

suae nobiles viros_. — _Praef. Africae_ 37, VIII, _Illyrici_ 21, II,

_Siciliae_ 38, II (qui altri Codici scrivono _Praetor_). Vi contraddice

pertanto il PANCIROLI il quale nella _Notitia imp. occid._, pag.

115, dice: _Italiae serius recuperatae suus Praefectus redditus non

invenitur_.

[58] _Proconsul Italiae_ (_Ep._ 20, VIII). Gregorio si lagna col

Proconsole che alla Diaconia di Napoli fosse tolta l’annona, e si

riferisce a quanto aveva fatto Giovanni suo predecessore nell’officio.

È cenno anche di un _Proconsul Dalmatiae_ (_Ep._ 3. VII). Non avevano

dunque anche i Proconsoli cessato di esistere, come il BIONDO e il

GIANNONE opinano a torto.

[59] _Ep._ 30, X: _Quia quid passurus sit, exemplo praecedentium non

nescimus_.

[60] _Ep._ 51, X, Ind. 3. Al punito, che era colpevole di

malversazioni, Gregorio indirizzava una bella lettera di conforto _Ep._

31, VIII. Il BARONIO compara mirabilmente le relazioni di Gregorio con

Leonzio a quelle di Cicerone con Verre.

[61] _Epp._ 54, 55, 56, 57, 58, VIII.

[62] FELIX CONTELORIUS scrisse _de Praefecto Urbis_ (Roma 1631): è

lavoro importante per la storia dei Prefetti nei più tardi anni del

medio evo; esso apre con bastante ingenuità la serie dei Prefetti

antichi da Adamo o da Romolo. A quello scrittore, con maggior cura,

ma soltanto fino all’anno 600, succedette il CORSINI, _de Praefectis

Urbis_, Pisa 1766. — Trovo che il prefetto Giovanni portava titolo

di _Palatinus_ e di _Patricius_ (51, 52, VIII), ed osservo che il

titolo di _Patricius_, più tardi proprio del solo Esarca, era in quel

tempo ancora diffuso largamente: _Opilio Patricius_ (_Ep._ 27, XII),

_Venantius Patricius_ (33, I, 42, 43, V), ecc., perfino la moglie di

lui si appella _Patricia_ (128, VII), e così la romana Rusticiana. Non

parlo del _Patricius Galliarum_, il cui titolo era allora conferito dai

Re franchi (33, II, 17, XII).

[63] Così un _Comes privatorum Beator: hic qui quasi comes privatorum

dici vult, venisse et multa contra omnes agere. Ep._ 26, XI, Ind. 6. —

Nella _Ep._ 29, XII, Gregorio parla dei _diversa officia palatii urbis

Romae_, pei quali raccomanda l’annona.

[64] Il TROYA, _Osserv. sul Gov. di Roma nel_ 595 (Nota al _Cod. Dip.

Long._, I, n. 131), s’industria a sostenere la esistenza del Senato.

A favor di questa opinione egli osserva (n. 401) che nell’anno 717

entra in corte di Liutprando un _Senator filius Albini_, nel quale

vuol ravvisare un _Senator Romanus_. Io trovo tuttavia che ancora in

sull’anno 874 un Vescovo di Torcelli porta nome di Senatore, del cui

titolo si fregiava anche Cassiodoro. Però il TROYA respinge l’idea del

SAVIGNY che il Decurionato esistesse nelle città italiche ad onta della

conquista dei Longobardi, e questo errore fu, dopo di lui, corretto

da CARLO HEGEL, il quale reputa che la designazione _Ordo_ (_Clero,

Ordini et Plebi_) usitata ai tempi di Gregorio, fosse unicamente una

forma dello stile di segreteria, e, dichiarando che per esso debbasi

intendere il ceto degli _Honorati et Possessores_, opina che le Curie,

massimamente in questo periodo, fossersi estinte (I, c. 2, della sua

_Storia della Costituzione dei Municipî_).

[65] Il conte VENDETTINI (_Del Senato Rom._ I, c. 2) si sforza indarno

di affermare che esistesse il Senato ad onta delle parole di questa

Omelia, e il TROYA appunta di esagerazione i detti di Gregorio. Il

SAVIGNY (I, 367, Nota c.) sostiene che nelle Lettere di Gregorio è

fatta menzione del Senato; io però in quelle Lettere non rinvenni

neppur un passo dove fosse il caso di trovarne motto, fuori di una

che parla dell’acclamazione con cui il clero ed il Senato accolsero

il simulacro di Foca: io la reputo però un’aggiunta posteriore alla

compilazione di quelle Lettere. _Senatus deest, populus interiit_,

dice Gregorio. Supposto pure che qui il _deest_ fosse soltanto un

rettoricume come l’_interiit_, e che quell’ambasceria di senatori

avvenuta nell’anno 579 provasse la continuazione del titolo senatorio,

ne sarebbe salvo soltanto un nome, non già l’essenza.

[66] La patrizia Rusticiana era emigrata a Bisanzio, e sembra che

Gregorio invano abbia invitata la pia e ricca donna a tornarsene a

Roma. Qui possedeva dei beni; ed ella consolava sè con pellegrinaggi

al monte Sinai, e il Papa con donativi; gli mandava dieci libbre d’oro

perchè riscattasse schiavi, e drappi di seta per ornamento della chiesa

di san Pietro, pretendendo con ambizione aristocratica che quei tappeti

dovessero essere trasportati alla basilica con pompa solenne. Gregorio

le scrisse cinque lettere.

[67] Così, nel documento della donazione a san Paolo di alcuni beni,

leggiamo i nomi dei _Fundi Antonianus, Cassianus, Cornelius, Primianus.

Ep._ 9, XII, Ind. 7.

[68] _Ut quisquis fuisset publicis administrationibus implicatus, ei

ad ecclesiasticum venire officium non liceret._ JOH. DIACON., _Vita S.

Gregor._ II, c. 16. Gregorio perciò venne in dissenso coll’Imperatore

(_Ep._ 62, 65, II). All’invece si presenta il solo caso di uno che

uscisse del chiostro per assumere un officio temporale. Il patrizio

Venanzio diventava _ex monacho Cancellarius_ d’Italia, e perciò n’ebbe

aspra censura da Gregorio (Ved. l’_Ep._ 33, I, ed altre lettere a lui

indiritte). Già Costantino, nell’anno 320, aveva dovuto promulgare una

legge, mercè cui proibiva che quegli sventurati schiavi delle finanze

dello Stato, ch’erano i Decurioni, rifuggissero nel sacerdozio (_Cod.

Theodos._ XVI, 2, 3). Del continuo gli Imperatori tentarono con editti

d’impedire che gli officiali dello Stato concorressero alle dignità

ecclesiastiche.

[69] Al tempo di Gregorio fannosi risalire le publiche lavande dei

piedi e i conviti di pellegrini a Pasqua: sono oggidì quelle scenate

da teatro, colle quali in Roma si mettono in maschera la povertà e la

umiltà cristiana.

[70] Si consultino JOH. DIACON., _Vita_, II, c. 53, e le numerose

lettere di Gregorio a questi suddiaconi.

[71] _Ep._ 70, lib. I.

[72] _Ep._ 30, lib. XII, Ind. 7. — Dopo ch’ebbero perduti i patrimonî

di Sicilia, i Papi andavano talvolta a cercar cavalli in Francia.

Adriano pregava Carlo di spedirgli alcuni «famosi» cavalli, per poter

cavalcare con decoro: _Tales nobis famosissimos mittite equos, qui

ad nostram sessionem facere debeant. Cod. Carol., Ep._ LXVII (nel

CENNI, LXXXI, p. 440). Per i rapporti colle colonie hanno importanza

la _Ep._ 44, I, Ind. 9, _ad Petrum Subd. Sicil._, e le altre: IV, 21,

Ind. 12; IX, 18, 19, Ind. 2, XIII, 34, Ind. 6. — Il canone in grano

è specificato così: _Pensionem integram et pensantem ad septuaginta

bina persolvant_. La prestazione è chiamata _pensio_ (da _pensum_),

talfiata anche _burda_ o _burdatio_ (forse il _Bürde_, fastello, fascio

dei tedeschi?), oppure _illatio burdationis_. Una imposta sui prodotti

del mercato è detta _siliquaticum_ o _siliquae_; così in Cassiodoro,

_Var._ lib. II, _Ep._ 30, III, 25. Se un colono prendeva moglie, pagava

al _Conductor_, a titolo di _nuptiale commodum_, un _solidus_. — Le

massime di Gregorio sono espresse nell’_Ep._ 44, I: _quia nos sacculum

ecclesiae ex lucris turpibus non volumus inquinari_: aurea sentenza e

meritevole che si tragga dall’obblio.

[73] _Cenni storici sull’agro Romano dal secolo VIII sino ai giorni

nostri_, Roma 1855, breve ed utile scrittura colla carta topografica

dell’agro romano, di EMILIO PITORRI.

[74] Gregorio impiegava il reddito di beni cospicui per alimentare

le lampade nella chiesa di san Paolo; erano i possedimenti _ad Aquas

salvias: Massam quae Aquas Salvias nuncupatur, cum omnibus fundis

suis; i. e. Cella vinaria, Antoniano, villa Pertusa in foro Primiano,

Cassiano Silonis, Cornelii, Thessalati atque Corneliano. Ep._ 14, XIV,

Ind. 7. Di tal guisa nella Campagna si salvano dal naufragio i nomi

ruinosi di antiche famiglie patrizie. Oggidì ancora la _Massa delle

acque Salvie_ colla Victoriola e colla Cesariana è la maggiore nel

patrimonio appiense. — Continuava ancora il nome del fiume Almo, come

emerge dalla stessa Bolla, che principalmente offre ottime notizie dei

dintorni del san Paolo. A destra fuori della porta esisteva allora

il convento di monache di santo Stefano, il fondo Pissinianico e la

_fossa latronis_. A sinistra erano i possedimenti del convento di santo

Edistio.

[75] Maurizio, intorno al 569, mandava trenta libbre d’oro perchè

fossero ripartite fra il clero e i poverelli; e Gregorio (_Ep._ 2,

VIII, Ind. 3) gliene fa quitanza rendendogli grazie. — Ma l’Esarca

prendeva denari a prestito dalla Chiesa: _Ep._ 129, VII, Ind. 2.

[76] Nepe: _Ep._ 2, XI, Ind. 10. — Napoli: _Ep._ 24, XII, Ind. 7:

_Universis militibus Neapolitanis — magnificum virum Constantinum

Tribunum custodiae civitatis deputavimus praeesse_. Qui ha motivo di

giubilare il cardinale Baronio. — Cagliari: _Ep._ 2, 5, VII, Ind. 2.

[77] _Ep._ 21, 22, 23, XII. Ind. 7 ai maestri de’ militi Veloce,

Maurizio, Vitaliano.

[78] _Ep._ 41, 42, VII, Ind. 2: Lettera di grazie di Gregorio ad

Agilulfo e a Teodolinda.

[79] _Ep._ 103, VII, Ind. 2, a Teodoro, curatore di Ravenna.

[80] Sui _Laurata_ vedi il BARONIO, _ad ann._ 603, i Benedettini

nella annotazione all’_Ep._ 1, XI, Ind. 6 e il DUCANGE nel Glossario.

— Adriano I scriveva a Costantino e ad Irene: _Neque enim quando

imperialis vultus et imagines in civitates introducuntur, et obviant

judices et plebes cum laudibus, tabulam honorant vel supereffusam cera

scripturam, sed figuram imperatoris_ (nel LABBÉ, _Concil._ VII, 758).

[81] _Ep._ 1, XI, Ind. 6: _Venit autem icona suprascriptorum Phocae

et Leontiae Augustor. Romam VII Kal. Maii, et acclamatum est eis in

Lateranis in basilica Julii ab omni clero et senatu: Exaudi, Christe:

Phocae Augusto et Leontiae Augustae Vita. Tunc jussit ipsam iconam Dom.

beat. et apostol. Gregorius Papa reponi in oratorio S. Caesarii mar.

intra palatium._

[82] Il BUNSEN ecc., III, 1, 507, opina che la _basilica Julii in

Lateranis_ sia stata l’antico Palazzo e si riporta ad ANAST. _Vita

Sergii_ I: _Basilica domus Juliae, quae campum respicit_. A me però

avviene di trovare il seguente passo nella _Vita s. Vitaliani_, dove,

di tempi anteriori, si parla della presenza in Roma dell’Imperatore

Costante: _Venit ad Lateranos et laetus ibidem pransus est in basilica

Julii_, prova evidente che si discorre di una sala o di un triclinio

dell’antico palazzo lateranense.

[83] Il BARONIO pensa a san Cesario nella via Appia, ma egli interpreta

erroneamente il passo della _Vita Sergii_ I. Un _oratorium S. Caesarii_

era nel Laterano, e il GALLETTI, _Del Vestarario_, p. 3, determina che

esso esistesse nel _Vestiarium_. Il GIBBON vi trova posto nel palazzo

de’ Cesari; le inesattezze di lui per quel che riguarda le località di

Roma sono altrettanto gravi che perdonabili. Come poteva un tanto uomo

ignorare che la Chiesa chiamava santi i papi ancor dopo san Gregorio?

[84] A Foca _Ep._ 38, XI, Ind. 6, del mese di giugno. A Leonzia _Ep._

44, XI, ed a Foca, _Ep._ 45, XI. — Il BARONIO lo scusa, denigrando la

fama di Maurizio; il MURATORI s’indigna celebrando il Maurizio; il

SIGONIO narra, senza assumere quella missione di giudice che spetta

allo Storico; ma il GIBBON e il BAYLE dicono la verità. Il gesuita

MAIMBOURG, _Histoire du Pontife St. Gregoire_, Paris, 1680, I, 257,

trova occasione di adulare Luigi XIV, dicendo che l’umiltà di Gregorio

fu sì ammirabile ch’egli ad un tiranno qual’era Foca scriveva _avec

tout le respect et toute la soumission qu’un sujet doit à son Prince_.

L’abate FLEURY con eleganza dice soltanto: _On voit par cette lettre,

combien saint Grégoire était peu content du gouvernement de Maurice_.

[85] La iscrizione leggesi nel BUNSEN, III, 1, 271 e in CARLO FEA,

_Iscrizioni di monumenti pubblici_, Roma, 1813 pag. 4. Del Senato non è

cenno qui, come non havvene al ponte che Narsete edificava sull’Anio.

Del resto diverte il comparare a quella iscrizione pomposa l’energica

enumerazione delle qualità che CEDRENO attribuisce a Foca: _Vinosus,

mulierosus, sanguinarius, rigidus_, ecc. _Hist. Comp._, p. 170.

[86] _Ep._ 30, III, Ind. 12.

[87] Colla _Ep._ 29, I, egli spedisce ad Andrea di Dibiria una di

quelle chiavicine: _Clavem a S. Petri Apost. corpore — quae super

aegros multis solet miraculis coruscare: nam etiam de ejus catenis

interius habet. Eaedem igitur catenae, quae illa sancta colla

tenuerunt, suspensae colla vestra sanctificent_. ARATORE, nel suo poema

della storia dell’Apostolo, dice sulla fine del primo libro:

_His solidata fides, his est tibi Roma catenis_

_Perpetuata salus, harum circumdata nexu._

_Libera sempre eris, quid enim non vincula praestent,_

_Quae tetigit, qui cuncta potest absolvere? cujus_

_Haec invicta manu, vel relligiosa triumpho_

_Moenia, non ullo penitus quatientur ab hoste_

_Claudit iter bellis, qui portam pandit in astris._

Gregorio VII rinnovellava l’uso di mandare in dono delle chiavi di

Pietro; egli ne spediva ad Alfonso di Spagna. _Reg. Greg. VII._ 6. —

Ancor nell’anno 1866 si fondava una confraternita delle catene di san

Pietro. — Mai catene furono portate sì a lungo quanto quelle di san

Pietro.

[88] Gregorio mandava alla regina Teodolinda un amuleto in croce d’oro,

che ancora può vedersi nel tesoro di Monza. L’uso degli amuleti trovasi

diffuso in Roma dopo il secolo quarto. Dapprima portavano appesi al

collo dei pesci di metallo che contenevano reliquie, ed anche de’ globi

d’oro come nell’antichità: soltanto nel secolo sesto gli amuleti in

forma di croce sembrano esser divenuti più frequenti, sebbene se ne

rinvenga anche nel quarto secolo. — Vedi il DE ROSSI, _Bullettino di

Archeologia cristiana_, Roma, maggio, 1863, n. 1.

[89] _Ep._ 23, VI.

[90] _Ep._ 34, VII: L’ex-console Leonzio gli manda _oleum sanctae

crucis et aloës lignum, unum quod tactu benedicat, aliud quod incensum

bene redoleat_. Il MARINI, _Pap. Dipl._ N. 143, riporta un documento da

Monza (intorno all’anno 600), che contiene un catalogo degli olii dei

santi Martiri di Roma; tanta copia ai tempi di Gregorio ne aveva fatta

venire la regina Teodolinda. Vedi inoltre il MARINI in nota alla pagina

377 e il DUCANGE: Ἔλαιον του ἁγισυ Σταυρο, nel _Glossario_.

[91] JOH. DIAC. _Vita S. Greg._, III, c. 58: _Vestes foras excussae_.

— FRANCESCO PAGI non si stupisce che un abito facesse miracoli, se ne

operavano i sudarî e le cinture di san Paolo. _Breviar._ p. 189, XXIV.

[92] _Dialog._ III, c. 30. Il diavolo era ariano, e con esso Gregorio

mirava a far breccia nei Longobardi.

[93] _Ep._ 19, II. Ind. II. Nè nella Roma del medio evo, nè in quella

odierna mi riescì di rinvenire una chiesa di questo Santo famoso del

Norico, il cui cadavere era dai suoi fratelli emigranti portato a

Napoli nel tempo di Odoacre.

[94] _Dialog._ IV, c. 40. Geenna è l’espressione adottata dai Padri

della Chiesa. Anche PRUDENZIO ne usa, principalmente in quel passo

stravagante con cui conchiude la sua _Hamartigenia: Avidae nec

flamma gehennae Devoret hanc animam mersam fornacibus imis. — Esto:

cavernoso, quia sic pro labe necesse est Corporea, tristis me sorbeat

ignis averno_. Sembra quasi accogliere un’idea del Purgatorio. — Nel

documento di una donazione, in Farfa nel secolo ottavo, si legge:

_Quisquis — metu gehennae aeterna incendia pertimescens_ (_Registri di

Farfa_ nel FATTESCHI ecc., p. 260). Nel secolo nono, il _Poeta Saxo_

dice: _Sevis tortoribus igne gehennae_. Secondo la dottrina di Gregorio

l’Inferno senza fondo (_Infernus_) era nella terra, e, come nel poema

di Dante, era diviso in parecchi scompartimenti (_poenales loci_). Chi

moriva nella fede doveva anzi tutto purificarsi nel Purgatorio.

[95] Ricavai questa leggenda da JOH. DIAC. II, c. 44, da PAOLO DIAC.

c. 27 e dal greco GIOVANNI DAMASCENO (del secolo ottavo) nell’opera

_De iis, qui in fide dormierunt_, tom. I, c. 16, ediz. di Parigi del

1712. Fa meraviglia che il Leggendario di JAC. DE VORAGINE non l’abbia

accolta. Della redenzione di Trajano fa menzione anche il _Chronicon_

di SIEGBERTO, ad ann. 591, ed il Cronista viveva intorno al 1100.

[96] BELLARMINO, _De Purgatorio_ II, c. 8, nel tom. I delle

Controversie.

[97] Lo spirto poetico di DANTE, come un tempo Gregorio nel foro,

scorse storiata quella leggenda nel Purgatorio fra gli intagli del

primo cerchio che attestano esempli d’umiltà:

_Quivi era storiata l’alta gloria_

_Del roman prence, lo cui gran valore_

_Mosse Gregorio alla sua gran vittoria:_

_Io dico di Trajano imperadore etc._

_Purgat._ Cant. X.

[98] PAUL. DIACON., _Vita S. Gregor._, c. 27: _Quod opere mirifico

constat esse constructum_. Nel Museo gregoriano del Laterano si

conservano due splendidi ornati in alto rilievo del foro di Trajano,

e un bel rilievo di parecchie figure, tra cui quella dell’Imperatore,

che deve aver fatto parte dell’arco di trionfo di Trajano: da quei

resti puossi argomentare la bellezza di quel foro, in verità _opus

mirificum_.

[99] VENANT. FORTUN., _Carm._ III, c. 23; ed inoltre VII, c. 8:

_Si tibi forte fuit bene notus Homerus Athenis:_

_Aut Maro Trajano lectus in urbe foro._

[100] Quei versi gli sfuggirono; ma questi ei serbò di una iscrizione

funeraria che VENANZIO compose per il vescovo Leonzio:

_Nobilitas altum ducens ab origine nomen_

_Quale genus Romae forte senatus habet._

Lib. IV, _poem._ 10. — VENDETTINI, _del Sen. Rom._, p. 17.

[101] OZANAM, _Documents inédits_ etc., p. 6, il quale toglie a

prestito il contenuto sostanziale del suo scritto dalla eccellente

dissertazione del GIESEBRECHT: _De literarum studiis apud Italos_.

[102] ARATORE, ligure di nascita (morto nel 556 o nel 560), scrisse due

libri _Historiae apostolicae_ (tom. X della _Max. Bibl. Veter. Patr._

Lugduni). La dedica all’abate Floriano in forma d’elegia non è priva di

grazia:

_Ad carmen concurre meum; pedibusque labanti_

_Porrige de placido saepe favore manum._

Del resto questo poema ha lo scopo di glorificare san Pietro, cui è

consecrato il primo libro, e san Paolo, cui è consecrato il secondo. —

Intorno ad Aratore si veda il TIRABOSCHI, III, I, c. X, e il GALLETTI,

_Del Primicerio_, p. 21. — Sette volte il poeta lesse i due libri in

publico. Il poema si contiene in un antico _Cod. Vatican._, n. 1665,

sulla fine del quale, Fol. 39, sono raccolte le notizie della sua

intitolazione a Vigilio e della lettura publica.

[103] Quei concetti non si spensero mai nella letteratura cristiana.

Idee e forme pagane ricomparvero ancora nella età della rinascenza

sotto di Carlo Magno. Il PIPER, che nella _Mitologia e simboli

dell’arte cristiana_, tom. I, p. 139, fa incominciare quell’età con

_Alanus ab insulis_ nel secolo duodecimo, avrebbe potuto completare

d’assai quel suo Capitolo con esempli tratti dal tempo di Aratore.

[104] S. COLUMBANI _Poemata Epist. ad Fedolium_, p. 34 (tom. XII della

_Max. Bibl._). Nel suo carme _De vanitate et miseria vitae mortalis_

già compaiono la rima e l’assonanza. Quell’ode egli scriveva vecchio di

settantadue anni, poco tempo prima di morire. — Gli studi più recenti

hanno dimostrato che il celebre _Cod. Argenteus_ di ULFILA apparteneva

al monastero di Bobbio. Alcuni preti goti convertiti dall’Arianesimo

donarono probabilmente quel gioiello a san Colombano: di là fu portato

in Vestfalia, indi ad Upsala. CASTIGLIONI, _Ulphilae Gothica Versio

Epistolae divi Pauli_, Mediol. 1829, in CARLO TROYA, _Cod. Dip. Long._

P. II, p. 24.

[105] _Ep._ 28, IX, Ind. 4.

[106] _Togata_ e _trabeata latinitas_, dice il barbarico frate di Monte

Cassino nel secolo nono. _Vita S. Greg._, II, c. 13.

[107] È notevole per il suo secolo la «barbara eleganza» con cui scrive

GIOVANNI DIACONO (II, c. 14): _Sola deerat interpretandi bilinguis

peritia, et facundissima virgo Cecropia_ (la lingua greca) _quae

quondam suae mentis acumina, Varrone caelibatum suum auferente, Latinis

tradiderat, imposturarum sibi praestigia, sicut ipse in suis epistolis

quaeritur, vindicabat._ — Gregorio confessa la sua ignoranza del greco:

_Quamvis Graecae linguae nescius. Ep._ 29, VI, Ind. XV, e _Ep._ 27, VI:

_Hodie in Constantinopolitana civitate qui de Graeco in Latinum, et de

Latino in Graecum dictata bene transferant, non sunt_. Si ha fatica a

crederlo.

[108] _Quia in uno se ore cum Jovis laudibus Christi laudes non

capiunt. Ep._ 48, IX.

[109] _Non barbarismi confusionem devito, situs motusque et

praepositionum casus servare contemno, quia indignum vehementer

existimo ut verba coelestis oraculi restringam sub regulis Donati.

Epist. ad Leandrum_ come introduzione alla _Exposit. Moral. in Libr.

Job._ — Questa confessione, cui il BRUCKER, _Hist. Crit. Phil._ III,

563, dà molto peso, è interpretata dal TIRABOSCHI, il quale difende

Gregorio con dignità e con acutezza. — W. GIESEBRECHT, _De litterar.

stud. apud Italos primis medii aevi seculis_, Berlino 1845, dice di

Gregorio: _Quamvis ipse doctissimus, non modo his studiis non favebat,

sed maxime iis erat inimicus. — C’est de tous les papes, celui dont il

nous reste le plus d’écrits_, dice il FLEURY, _Hist. Eccl._, VIII, 235.

[110] V’erano pagani a Terracina, GREGOR., _Ep._ 20, VII; in Corsica,

2, VII; persino in Sicilia, 26, III; e Gregorio veniva a sapere che il

prete Sisinnio di Reggio nelle sue case alzava preghiere a un idolo

(4, X). È probabile che questo uomo non fosse altro che un amatore

di belle arti. — La Sardegna aveva molti pagani, _Ep._ 23, ecc.,

III. Chiamavansi Barbaricini e loro duce era Ospizio, che, fattosi

cristiano, ebbe da Gregorio in premio un Breve. I Giudici dell’isola

per denaro tolleravano il culto pagano, _Ep._ 33, IV.

[111] OZANAM, ecc., p. 32: _On y enseignait assurément la métrique

latine, et les éléments de la langue grecque_. Gregorio scrisse il suo

_Antiphonarius_ sotto il dettato di un angelo nell’oratorio della santa

Croce nel Laterano: così almeno afferma GIOVANNI DIACONO, _De eccles.

Lateran._ nel MABILLON, _Mus. Ital._ II, 571.

[112] GIOVANNI DI SALISBURY (_Polycrat._ II, c. 29): _Doctor S.

Gregorius non modo mathesin jussit ab aula recedere, sed, ut traditur a

majoribus, incendio dedit probatae lectionis_

_Scripta Palatinus quaecumque tenebat Apollo_

(Horat., Ep. 3, I)

_in quibus erant praecipua, quae coelestium mentem, et superiorum

oracula videbantur hominibus relevare_. Si scorge chiaro che per

matematici intender si devono soltanto astrologi e auguri.

[113] _Ep._ 29, VII ad Eulogio di Alessandria. Egli vi dimostra che la

biblioteca della Chiesa non era affatto completa.

[114] Li trasse da un palimsesto che altre volte aveva appartenuto al

monastero di Bobbio. Vedi la prefazione alla sua edizione _M. Tullii

Ciceronis De Republica quae supersunt_. Romae, 1822.

[115] LEONIS URBEVETANI _Chronicon_, tom. V delle _Deliciae Eruditor._

di GIOVANNI LAMI, p. 104: _et ne erroris antiqui semen de cetero

pullularet, imaginibus Daemonum capita et membra fecit generaliter

amputari_ — descrizione per fermo preziosa di quest’amputazione

generale di statue! Di Gregorio narra lo stesso fatto, celebrandolo,

AMALRICO AUGERIO, _Vitae Rom. Pont._, MURATORI, _Scriptor._ III, 2, p.

55.

[116] PLATINA, _De Vitis Pontif. in Sabiniano I_. Qui e sulla fine

della vita di Gregorio lo difende con valore dall’accusa di vandalismo.

[117] BARGEO, di mente barbarica al paro di LEONE d’Orvieto,

difende Gregorio se distrusse statue e templi, locchè ei crede; ed è

massimamente opinione sua che i Romani medesimi per impulso dei Papi

violentemente devastassero la Roma antica. — Gregorio è discolpato dal

PLATINA, dal TIRABOSCHI, dal BANDINI e meglio che tutti dal FEA. Il

BAYLE stesso (_Dict. hist. et crit., article Gregoire I_), lascia stare

di quelle accuse; il BRUCKER, ecc. III, 590, seg., e nell’Appendice,

attacca con accanimento il Papa, ma dubita egli pure che si facesse reo

di quel vandalismo d’arte.

[118] _Ep._ 24, XII: _Quatenus cura formarum committi Augusto

vicecomiti debuisset. — Nam sic despiciuntur atque negliguntur formae

ipsae, ut nisi major sollicitudo fuerit, intra paucum tempus omnino

depereant_. La lettera è dell’anno 602.

[119] Gregorio accenna una volta alle terme di Agrippina dove fondava

un convento; un’altra volta parla di una _Taberna juxta Pallacenas_.

D’entrambe la _Ep._ 44, V. Le terme di Agrippina, sposa di Germanico,

sono situate nella valle di san Vitale, dove ancora si trovano i loro

avanzi. Ci è noto che il luogo _Pallasena_ fosse in vicinanza al san

Marco. Una sola volta negli scritti di Gregorio vengono a galla nomi di

porte antiche. _Ep._ 44, XI.

[120] _Servus servorum Dei._ Vedi GIOV. DIACON., II. c. 1. Il titolo

di _Papa_ a quei tempi era dato ancora ad altri vescovi. Il primo che

così ne appellò il Vescovo romano ad esclusione degli altri, fu Ennodio

di Ticino intorno all’anno 510. Vedi la annotazione nel GIESELER, I, p.

437.

[121] Oltre che sulle Chiese d’Italia, il Vescovo romano era fornito

delle prerogative patriarcali anche sopra l’Illirio e sull’Africa.

[122] Sulle relazioni di Gregorio colle Chiese germaniche, che, al

pari di quella stessa cattolica dei Franchi, stavano soltanto in lassi

rapporti con Roma, vedasi G. LAU, _Gregorio I magno nella sua vita e

nella sua dottrina_, Lipsia, 1846, p. 179 e segg., massime sui rapporti

con Idelberto e con Brunhilde.

[123] _Ad Christum Anglos convertit pietate magistra Adquirens fides

agmina gente nova — Hisque «Dei consul» factus laetare triumphis._ Così

sta scritto nell’epitaffio di Gregorio.

[124] _Angli quasi Angeli._ BEDA, _Histor._ II, c. 1; GIOV. DIACON.

_Vita_ I, c. 21. — Gregorio mandava il prete Candido nelle Gallie a

comperarvi fanciulli angli per il servizio dei conventi. _Ep._ 10, V.

[125] _Ep._ 59, 60, IX, e la lettera di Gregorio a raccomandazione del

monaco Agostino, 52 ecc. V. Con quanta abilità ei sapesse adattarsi al

Paganesimo, ce lo insegna la _Ep._ 71, IX, dove comanda che i templi

pagani sieno consecrati a chiese, e che i battezzati nella festa dei

Martiri sieno convitati a mensa in capanne di verzura disposte intorno

alle chiese.

[126] _Ep._ 59, 1, all’Esarca di Africa. Gli sventurati Còrsi erano

oppressi dagli officiali greci in modo sì atroce che vendevano i loro

proprî figliuoli. _Ep._ 3, VI.

[127] Ebbe sepoltura in san Pietro dove gli fu posto un monumento

ed una bella iscrizione sepolcrale. Fu scritta in verso da Oldrado,

arcivescovo di Milano e secretario di Adriano I, perciò in tempo assai

più tardo. Si consulti il CANCELLIERI, _De secretariis vet. Basilicae

Vaticanae_, p. 669. La iscrizione può vedersi nei miei _Monumenti

sepolcrali dei Pontefici romani_.

[128] GIOVANNI DIACONO descrive questi dipinti, _Vita_, IV, c. 83,

84. Degli occhi di Gregorio dice: _Oculis pupilla furvis non quidem

magnis sed patulis_ — si suole correggere in _fulvis_ forse a torto; e

il BAYLE dice che era in lui _le fond de toutes les ruses et de toutes

les souplesses dont on a besoin pour se faire de grands protecteurs et

pour attirer sur l’Eglise les bénédictions de la terre_. — ANGELO ROCCA

scrisse su quei ritratti una dissertazione (Tom. III della edizione dei

Maurini).

[129] PAOL. DIACON., _Vita S. Gregor._, c. 23, e _De Gest. Long._, IV,

c. 30.

[130] Questa storia di fantasmi leggesi in SIGBERTO, _Chron._ ad

ann. 607. Vedasi il PLATINA, _in Sabiniano_. Secondo alcune lezioni

di ANASTASIO, nella _Vita Sabin._, sarebbe detto che egli vendeva il

moggio di grano a trenta oppure a tredici _solidi_; secondo altre,

affatto inverosimili, egli avrebbe dato, per un _solidus_, trenta

moggia. D’una libbra d’oro si coniavano _solidi_ settantadue.

[131] _Funus evectum est._ ANAST. _in Sabin._ Un’altra lezione reca

_ejectum_, locchè del resto importa una grave differenza, e il VIGNOLI

assume la variante assai affaticata; _funus et lectus ejus ductus est_.

[132] È noto che Urbano VIII Barberini ne spogliava il tetto per

fonderne cannoni e per farne le torte colonne del tabernacolo nel

san Pietro. Di quel fatto vandalico tolse vendetta la pasquinata

imperitura: _Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barbarini_.

[133] Il più antico documento romano in cui appaia il nome di

_Pantheum_, data dal tempo di Nerone nell’anno 59, ed è una mirabile

tavola arvalica che fu rinvenuta nell’anno 1866 nel luogo ov’era

il tempio della _Dea Dia_ lungo la via di Porto. Ivi, fra altro, la

corporazione dei _Fratres Arvales_ dichiara che essa si congregava

_In Pantheo_... così è dato di conchiudere che l’edificio di Agrippa

già allora era rivolto a scopo di culto religioso. Vedi il DE ROSSI,

_Bullett. Archeol._ 1866, m. 4.

[134] Secondo DIONE CASSIO, LII, 27, vi si trovavano le statue di Marte

e di Venere, ma egli con finezza di spirito il nome Πάνθειον spiega

così: ὄτι θολοειδες ὄν, τῷ οὐρανῷ προσέοικεν. PLINIO, _Hist. Nat._

XXXVI, 24, 1, dice: _Pantheon Jovi Ultori ab Agrippa factum_. L’abate

PIETRO LAZERI, nel suo scritto: _Della Consecrazione del Panteon_, Roma

1749, XI, afferma che il Panteon non fosse un tempio, nè che tale dai

Cristiani fosse considerato (VIII); egli è però acconciamente confutato

dal FEA, _Sulle Rovine_, Nota C., p. 284.

[135] In un disegno dell’interno del Panteon fatto da Giuliano da San

Gallo, contemporaneo di Raffaello, si vedono ancora nelle edicole i

piedestalli antichi sui quali un tempo erano poste le statue degli Dei.

Questo disegno trovasi nella Barberina. Vedi il PASSAVANTI, _Raffaello

da Urbino_, I, p. 322.

[136] _Ep._ 71, IX, _Indict._ 4.

[137] L’ANONYM. VIENNENSIS (ed. Luigi Ross, Vienna 1840, n. 11) chiama

ancora il Partenone: ναὸς τῆς θεομήτορος, e favoleggiando aggiunge che

da Apollo e da Eulogio fosse edificato al non conosciuto Iddio, ὅν

ῴχοδόμησαν ἀπολλὼς και εὐλόγιος ἑπ’ ὀνόματι ἀγνὠσιῳ θεῷ. Il Belamio

di Eliopoli fu il primo tempio tramutato in chiesa cristiana intorno

all’anno 391. Vedi il GOTTFRIED, _Commentar. in Cod. Theodos._, XVI,

tit. 10.

[138] ANASTAS. _in Bonifacio IV: Hic petiit a Phocate Principe

templum, quod Pantheon vocabatur; quod fecit ecclesiam beatae ac

gloriosissimae et Dei genitricis semperque Virginis Mariae, et omnium

Martyrum Christi_. — PAOLO DIAC. _De G. Long._ IV, c. 37: _Idem alio

Papa Bonifacio petente jussit in vetere fano, quod Pantheon vocabant,

ablatis idolatriae sordibus, Ecclesiam beatae semper virginis Mariae,

et omnium martyrum fieri, ut ubi quondam omnium non deorum, sed

daemonum cultus erat, ibi deinceps omnium fieret memoria sanctorum_.

BEDA narra il fatto parimente.

[139] _Liber de Mirab. Romae_ nel MONTFAUCON, _Diar. Ital._ e la

_Graphia aureae urbis R._, la quale aggiunge: _In hujus autem templi

fastigio stabant duo tauri erei deaurati_. Ambedue, oltre che di

Cibele, parlano anche di Nettuno. Ai _Mirabilia_ attinse quasi alla

lettera LEONE DA ORVIETO nel _Chronicon Pontific._ nel LAMI ec.,

IV, p. 107; egli vi aggiunse anche Marte. Si compari finalmente il

_Martirolog. Romanum_, colla nota del BARONIO al dì 13 Maggio; ADONE,

nel _Chron._ e nel _Martyrologium_, e l’USUARDO.

[140] UGONIO, _Le stazioni_, p. 313. Altri conta diciotto carra, che

tuttavia avrebbero già dato una somma ragguardevole; ma il BARONIO da

un manoscritto di quella chiesa determina che fossero carra trentadue:

e se ne compiace.

[141] ADO VIENN., _Cronic._, 604; HERMANN. CONTRACTUS, 609; SIGBERTO,

_Chronic._, 609; MARIANUS SCOTUS, 610. Si dee però ancor dare la prova

che sia esatta la data del 609, assunta sulla fede degli _Annales

monasteriens._ nel PERTZ, _Mon. Germ._, III, 153: ad essi soltanto si

riferisce il JAFFÉ, _Regest. Pont._

[142] BARON., _Annotat._ al _Martyrolog. Rom._ 1 Novemb.

[143]

_Gregorio Quartus, jacet hic Bonifacius almus_

_Hujus, qui sedis fuit aequus Rector et aedis,_

_Tempore, qui Focae cernens Templum fore Romae,_

_Delubra cunctorum fuerunt quae Daemoniorum;_

_Hoc expurgavit, sanctis cunctisque dicavit._

Quest’iscrizione leggesi ancora nelle grotte del Vaticano.

[144] _Juramentum Senatorum Urbis_ nell’_Ordo Roman._ di CENCIO

CAMERARIO e nel MABILLON, _Mus. Ital._, II, 215: _Nominatim autem

sanctum Petrum, urbem Romanam, civitatem Leoninam, Transtyberim,

insulam, castellum Crescentii, Mariam Rotundam_.

[145] ANASTAS. _in Diodato_. Secondo la cronologia degli Esarchi data

da MARQUARDO FREHER (_apud Joh. Leunclavium Jus Graeco-Roman._ Francf.

1596, T. I), Giovanni Lemigio fu il quinto esarca, ed a lui successe

Eleuterio nel 616. Ecco la serie: Longino, Smaragdo 584, Romano 587,

Callinico 598, Smaragdo _iterum_ 602, Giovanni Lemigio 612, Eleuterio

616. Anche gli Esarchi, come i Re longobardi, assumevano il soprannome

di _Flavius_.

[146] ANAST., _in Bonifacio_ V, e PAOLO DIACON., IV, c. 45.

[147] Vedi a quest’anno il PAGI, _Critica in Baron._, e FRANCESCO PAGI,

_Breviar._

[148] Vedi i due PAGI.

[149] Il gesuita GARNERIO, editore del _Liber Diurnus_, crede che

la seconda formula, ossia il _Decretum de electione Pontificis_, sia

stata scritta dopo la elezione di Bonifacio V. È sottoscritto: _Clerus,

Optimates, et Milites seu Cives_; e ciò sarebbe di grave rilevanza

per la storia della costituzione della città di Roma se si potesse

accertare il vero tempo della compilazione di quel decreto.

[150] _Renovavit omnia cimilia b. Petri Apostoli_. ANAST., in _Honor._

[151] _Investivit regias majores in ingressu ecclesiae, quam vocant

medianam, ex argento_ etc. Il plurale indica i due battenti della

porta.

[152] La iscrizione è nel GRUTER, p. 1163, 5, secondo il _Cod.

Palatin._ Ne riferisco gli ultimi versi:

_Sed bonus Antistes dux plebis Honorius armis_

_Reddidit ecclesiis membra revulsa piis._

_Doctrinis monitisque suis de faucibus hostis_

_Sustulit exactis jam peritura modis._

_At tuus argento praesul construxit opimo_

_Ornavitque fores, Petre beate, tibi._

_Tu modo coelorum quapropter, Janitor alme,_

_Fac tranquilla tui tempora cuncta gregis._

[153] SEVERAN. ecc., I, 68. _Guidonea — per quella erano guidati —

i Peregrini_. Con questa spiegazione, il nome non può certo avere

appartenuto al secolo settimo.

[154] _Operuit etiam omnem ecclesiam ejus ex tegulis aereis, quas

levavit de templo, quod appellatur Romae_ (erroneamente _Romuli_) _ex

concessu Heraclii piissimi Imperatoris_. ANAST. _in Honorio_.

[155] _Fecit Ecclesiam beato Adriano martyri in tribus fatis._ ANAST.

[156] BUNSEN e PLATNER, III, 1, 359. Il MARANGONI, _Cose Gentil._, c.

53, la prende per il tempio di Saturno dov’era _Aerarium_. Il NARDINI,

II, c. 6, p. 200, combatte quest’opinione, che è pur quella del

MARLIANO.

[157] Il MARANGONI, _Cose gent._ c. 52, afferma che il san Teodoro sia

la terza chiesa della serie dei templi trasformati. Il PANCIROLI ecc.

p. 705, reputa che fosse stata tempio di Romolo e di Remo, e dice che

al suo tempo la lupa di bronzo venne di là trasportata in Campidoglio.

Altri dichiarano che fosse stato tempio di Romolo (VENUTI e MARLIANO,

c. 21); anche il NIBBY sembra decidersi per questa opinione (Nota

al NARDINI, II, lib. V, c. 4, 162). Il WINKELMANN, _Storia dell’arte

dell’Antichità_, III, 3, § 11, reputa non soltanto che il gruppo sia

quello antico famoso di cui parla DIONISIO DI ALICARNASSO (_Ant. Rom._

I, c. 79, p. 65), ma afferma altresì che il san Teodoro fu il tempio di

Romolo. Dionisio però non parla di un tempio, ma di un τέμενος, dove

egli vide elevarsi il gruppo antico nella vicinanza del Lupercale:

χάλκεα ποιὴματα παλαιᾶς ἐργασίας. Un secondo gruppo di quella maniera

era puranco nel Campidoglio. — La storia della chiesa di san Teodoro

fu scritta dal TORRIGIO: _Historia del Martirio di S. Teodoro soldato_,

Roma 1643; egli pure reputa che fosse il tempio antico di Romolo.

[158] VENUTI, _Descriz. delle antichità di Roma_, p. 1, c. 1. —

PANCIROLI, _Tesori nascosti_, p. 705. — TORRIGIO c. 6 e 7. — Al c. 21

egli riferisce le antiche preci di questa chiesa per gli infermi che

conchiudono così: _per signum sanctiferae Crucis, et in intercessionem

Beati Theodori liberet te Dominus noster Jesus Christus ab hac

infirmitate_. — Oggidì san Teodoro appartiene alla _Sodalitas Sacrati

Cordis Jesu_. Nel cortile un’ara antica serve ancora di _cantharus_.

[159] _Martyrol. Roman._ e l’USUARDO agli 8 di Novembre. — Si

veneravano in questa chiesa anche cinque Martiri che avevano vissuto da

scalpellini in Pannonia e s’erano rifiutati di scolpire idoli. S’ignora

il tempo in cui le loro reliquie venissero a Roma. La loro antica

leggenda fu narrata dal WATTENBACH. Vedi le sue _Fonti storiche della

Germania nel medio evo_, p. 28.

[160]

_Illic Orphea protinus videbis_

_Udi vertice lubricum theatri_ etc.

MARTIAL. X, 19.

[161] _Martyrol. Rom._, l’USUARDO al dì 21 Gennaio, il SURIO, t. I,

488 a 492, che attribuisce la leggenda a sant’Ambrogio, e JACOBUS DE

VORAGINE.

[162]

_Constantina Deum venerans Christoque dicata,_

_Omnibus impensis devota mente paratis,_

_Numine divino multum Christoque juvante,_

_Sacravit templum victricis virginis Agnes etc._

In BUNSEN e PLATNER ec. III, 2, 445. La iscrizione è attribuita al

vescovo Damaso, che molti epigrammi ebbe composto in onore dei Martiri,

e segnatamente anche quello a santa Agnese che leggesi nella chiesa di

lei, sopra una tavola di marmo. PRUDENZIO dedicava alla Santa l’inno

ben conosciuto.

[163] Nel GRUTER, 1172, 4. — Addì 14 Aprile 1855, trovandosi nel

cenobio di sant’Agnese, Pio IX ebbe la disgrazia di precipitare

al basso nelle stanze sottoposte insieme colle persone adunatevi,

poichè il pavimento della sala ove egli stava crollò. In gratitudine

di aver salva la vita, egli fece restaurare la chiesa; ma il mal

genio dell’arte odierna ebbe guasta la semplicità di quella chiesa

incantevole colle stonature dei dipinti collocati sulle pareti.

[164] _Martyrol. Roman._ al dì 22 Gennaio. Di san Vincenzo cantò

PRUDENZIO nei _Peristeph. Hym._ 5. — Il BARONIO scrisse una

dissertazione erudita sull’_equuleus_, ossia sullo strumento di tortura

con cui il Santo fu straziato, ed è cosa che per certo ci mette troppo

brivido in dosso. — Della traslazione delle reliquie di santo Anastasio

a quella chiesa parla ADONE nella Cronica dei tempi di Eraclio e nel

_Martyrol._ ai 22 Gennaio. La storia dei due Santi trovasi nel SURIO

che, secondo Simone Metafraste, la colloca ai 22 Gennaio.

[165] _Est haud procul ab hujus urbis muro et S. Pancratius Martyr

valde in perjuriis ultor._ GREGORIO DI TOURS, _de gloria Martyrum_, c.

25. — Il carmelitano PAOLINO, _De Basilica s. Pancratii disquisitio_,

Romae 1808, narra la storia della basilica. Egli lamenta che nell’anno

del terrore 1798 sparisse il cadavere del Santo e non ne rimanesse che

un osso del braccio: e neppure quest’osso valse a difendere il convento

duranti i moti dell’anno 1848.

[166] _Et ibi constituit molam in loco Trajani juxta murum civitatis,

et formam, quae ducit aquam a laco Sabbatino, et sub se formam, quae

conducit aquam ad Tiberim._ Così il testo, sulla fine della _Vita

Honorii_ nel VIGNOLI.

[167] Ciò si ricava da ANASTAS. _in Severino_, ed è l’opinione del

PLATINA nella Vita del medesimo Papa.

[168] ANAST. _Vita s. Silvestri_. Il lettore già sa che Costantino non

fu battezzato da Silvestro, ma che soltanto in fine di sua vita ricevè

il battesimo da un Vescovo ariano.

[169] ANAST. _in Sixt. III: hic fecit in Basilica Constant. ornamentum

super fontem, quod ante ibi non erat, i. e. epistylia marmorea, et

columnas prophyreticas erexit, quas et versibus ornavit_. Questi

distici si leggono oggidì ancora in caratteri moderni nell’architrave

sopra le colonne.

[170] Al di sopra di esse leggesi quest’iscrizione antica: _In

honorem B. Jo. Baptistae Hilarus Episcopus Dei famulus offert_.

Nell’altro oratorio la iscrizione rinnovata, che è sopra la porta,

dice: _Liberatori suo B. Joanni Evangelistae Hilarus Episcopus

famulus Christi_. Egli lo ebbe fondato in rendimento di grazie che,

cardinale diacono e legato di Leone I al sinodo brigantesco di Efeso

nell’anno 449, aveva potuto sfuggire alla morte. Certo si è che Ilario

massimamente deve avere contribuito all’edificazione del battistero,

perocchè ciò si paja da una iscrizione che leggesi nel GRUTER, 1163, n.

11.

[171] ANAST. _in Hilaro_, n. 69. Essi furono demoliti; l’oratorio della

Croce perì soltanto al tempo di Sisto V.

[172]

_Martyribus Christi Domini pia vota Johannes_

_Reddidit antistes, sanctificante Deo._

_At sacri fontis similis fulgente metallo_

_Providus instanter hoc copulavit opus;_

_Quo quisquis gradiens et Christum pronus adorans,_

_Effusasque preces impetrat ille suas._

Sulla storia della cappella vedi il CIAMPINI, _Veter. mon._ II, c. 45.

[173] _Et misit per omnia castra, quae erant sub civitate Romana per

circuitum_, dice ANAST. in Teodoro. Così è denotato il territorio della

Città, nè ancora è fatta menzione del _Ducatus Romanus_.

[174] ANAST. _in Teodoro_. — ERMIN. CONTRACT. determina l’anno 644 per

quello della ribellione, e lo segue il BARONIO. Il MURATORI racconta

l’avvenimento in quell’anno, senza accoglierne sicurezza di data. Erra

manifestamente MARQUARDO FREHER quando assume il 642 per l’anno della

morte d’Isacco, chè altrimenti quei fatti che il _Lib. Pont._ narra

nella Vita di Teodoro, sarebbero avvenuti soltanto un mese dopo la sua

ordinazione. Il MONTFAUCON pone la morte d’Isacco all’anno 641.

[175] La iscrizione che io lessi in Ravenna è migliore di quella che dà

il RUBEUS, _Hist. Rav._ IV, p. 202; MONTFAUCON, _Diar. Ital._, p. 98:

Ἐνταῦθα κεῖται ὁ στρατηγήσας καλῶς.

Ῥώμην τε φυλάξας καὶ φυλάξας τὴν δύσιν

Τρὶς ἕξ ένιαυτοῖς γαληνοῖς δεσπόταις

Ισαάκιος τὼν βασιλέων ὁ σύμμαχος,

Ὀ τῆς ἁπάσες Ἀρμενίας κὸσμος μέγας,

Ἀρμένιος ἦν γὰρ οὖτος ἑκ λαμπροῦ γένους.

Τούτου θανόντος εὐκλεῶς ἡ σύμβιος

Σώσαννα σώφρων τρυγόνος σεμνῆς τρόπῳ

Πυκνῶς στενάζει ἀνδρὸζ ἐστερημένη,

Ἀνδρὸς λαχόντος ἐκ καμάτων εὐδοξίαν,

Ἐν ταῖς ἀνατολαῖς ἡλίου καὶ τῆ δύσει

Στρατοῦ γὰρ ἦρξε τῆς δύσεως καὶ τῆς ἕω.

[176] Ciò narra non già ANASTASIO ma TEOFANE nella _Chronogr._, p. 275.

Il fanatico costume veniva di Grecia.

[177] MARTINELLI, _Roma ex ethnica sacra_, p. 301.

[178] LABBÉ, _Concil._, T. VII, p. 78 e seg.

[179] _Si autem — potueris suadere exercitui Romae consistenti, jubemus

hoc idem tenere Martinum — si autem inveneris aliquid contrarium in

tali causa, exercitum tacitum habeto_...... ANAST. _in Martino_. — La

lezione del BARONIO: _taciti abitote_, ha un buon significato.

[180] _Armans se cum exercitus virtute_, oppure _armans secum exercitus

virtutem_, come legge il VIGNOLIO nella Vita di Martino, n. V.

[181] _Profectus est in Siciliam adversus gentem Saracenorum, qui

ibidem inhabitabant._

[182] Il MURATORI dubita che Teodoro Calliopa effettivamente fosse

esarca due volte. Secondo il PAGI, Martino sarebbe stato trascinato

fuor di Roma nel 653, ed egli esclude l’anno 650, che è la data dal

BARONIO. V. il JAFFÈ, _Reg. Pont._

[183] _Quibus susceptis in palatio. Ep._ XV _Martini ad Theodor._, nel

LABBÈ, _Concil._ VIII, p. 66.

[184] Nella sua lettera indiritta a Teodoro narra Martino che egli

fu imbarcato in una nave a Messina; per certo era l’antico porto

_Misenum_, non già Messina: ciò si pare dal testo. La _Terra Laboris_,

di cui fa cenno la stessa lettera, sembra essere un corrotto della

_Terra Liparis_, anzichè nome della _Terra di Lavoro_. Così pensa

CAMILLO PELLEGRINO, _De Ducatu Benevent., Diss._ V. — _Misenum_ era

detto allora _Messena_ e _Mesenu, Lipari_ forse _Lebori_ o _Labori_.

[185] Ei lamentava amaramente che tutti i suoi amici e i Romani lo

avessero diserto nel loro oblio: _Quia sic funditus infelicitatis meae

obliti sunt, et nec scire volunt, ut invenio, sive sim super terram,

sive non sim_. Egli scongiura i Romani di mandargli dei viveri: dacchè

gli stessi stranieri sono in Roma pasciuti, avea ben egli, che un tempo

era stato pontefice, diritto a un po’ di cibo. Per verità, Giobbe fu

meno sventurato di quello che Martino fu nel suo esiglio di Crimea.

[186] Atene nel medio evo — è argomento di studî severi e grandiosi.

Si legge con altissimo allettamento la _Descriptio urbis Athenarum_

dell’ANONYMUS VIENNENSIS (τὰ θέατρα καὶ διδασκαλεῖα τῶν Ἀθηνῶν), che

è scrittura di un Greco del secolo decimoquinto, edita da LUIGI ROSS

(Vienna, 1840), il quale la trasse da un manoscritto esistente a Vienna

(oltre alle lettere di ZYGOMALÀS e di KABASÌLAS nella _Turcograecia_

del CRUSIUS). Se ne scorge che un eguale spirito di leggenda velava

nel buio i monumenti di Atene al paro di quelli di Roma. Come in Roma,

così anche in Atene, più d’un grande monumento si denotava col nome

di palazzo (παλάτιον o οἶκος), ma la ricordanza dei filosofi di Atene

abbelliva durante il medio evo parecchie di quelle ruine col titolo di

scuole ossiano διδασκαλεῖα; così si avevano le scuole di Socrate, degli

Eleati, dei Cinici e dei Tragici, di Sofocle, di Aristotele ecc. Gli

Istoriografi bizantini non fanno pur motto di Atene.

[187] PAOLO DIACONO, III, c. 32.

[188] GIANNONE, _Storia del Regno di Nap._, IV, c. 2, 3, e la

_Dissertazione_ di CAMILLO PELLEGRINO.

[189] ANASTASIO dice soltanto _suscepit cum_; l’_honorifice_, che è di

stile prammatico, rimase per un senso di pudore nella penna.

[190] _Pallium auro textile_ in ANAST.; similmente narra PAOLO DIAC.,

V, c. 11 e BEDA _De sex. aetat._ ad ann. 4625.

[191] Le giustificazioni del cardinale BARONIO si riassumono brevemente

in queste sue parole: _Dummodo catholicae veritati esset consultum_.

[192] Questa elegia trasse il MURATORI da un codice che si conserva

a Modena (_Antiq. Med. aevi_, XXI). Il verso _Ingenuique tui_ ecc.,

fu dal TROYA (_Cod. Langob._ I, 143, 144) e dal PIZZETTI (_Antichità

Toscane_, I, 322) interpretato di questa guisa: I senatori privati dei

loro beni decaddero in condizione di coloni. In qualunque modo, quel

passo parla della ruina della nobiltà. Il _servorum servi_ prende di

mira i Bizantini; e forse anche con ironia accenna ai Pontefici, dei

quali primo Gregorio I appellossi _Servus servorum Dei_. Non credo

che il carme fosse composto innanzi al tempo di Gregorio. I versi

ricorrenti _Roma subito_ ecc., sono un giocherello antico, e APPOLIN.

SIDON. (IX, ep. 14) lo cita come _illud antiquum_, ed un altro ne

aggiunge: _Sole medere pede, ede perede melos_. La associazione di Roma

e di Amore è antica e mistica; e trovo in GIOV. LYDUS, _De Mensib._,

IV, 50, un passo che ne dà spiegazione. Roma, dic’egli, ha tre nomi:

τελεστικὸν ἱερατικὸν πολιτικόν, τελεστικὸν μεν οἱονει Ἔρως, ὤστε πάντας

ἔρωτι θείῳ περὶ τὴν πόλιν πατέχεσθαι. Il nome sacerdotale era Flora, il

nome politico Roma.

[193] _Quamdiu stat Colyseus, stat et Roma: quando cadet Colyseus,

cadet et Roma: quando cadet Roma, cadet et mundus._ BEDA, _Collectan.

et Flores_, III, 483. — SCIPIONE MAFFEI accoglie l’opinione che il

nome derivasse dall’edificio stesso (_Verona illustrata_, IV, I, c. 4).

Anche l’anfiteatro di Capua nel secolo nono era appellato _Colossus_, e

quindi detto era _Colossensis_ il signor suo Guaifar. ERCHEMPERT, _Hist

Langob._, c. 56. — Il Beda moriva intorno al 734. — In Inghilterra

ai tempi di Edoardo I correva una strana profezia sul _Caballus

Constantini: Costantine, cades, et equi de marmore facti_, locchè

tuttavia più rettamente si poteva riferire ai due domatori di cavalli.

V. il PAULI, _Storia d’Inghilterra_, IX, 39, che è citato nell’articolo

della _Quarterly Review_, Jan. 1864, p. 225, dedicato a questa Storia

della città di Roma ed intitolato: _Rome in the Middle age_.

[194] _Omnia quae erant in aere ad ornatum civitatis, deposuit: sed

et Ecclesiam S. Mariae ad Martyres quae tecta tegulis aeris erat,

discoperuit, et in regiam urbem cum aliis diversis, quae deposuerat,

direxit._ ANASTASIO, e parimenti PAUL. DIAC. V, c. 11. Si vedano anche

i _Mirabilia, Cod. Laurent._, e l’ANONYM. MAGLIABECHIANUS. — Il FEA,

_Sulle Rov._, pag. 313, trova di che confortarsi colla certezza che

ancora rimasero alcuni bronzi, segnatamente nel palazzo dei Cesari,

dove, ancora nel secolo decimottavo, si dissotterrarono di consimili

frammenti.

[195] Ai tempi di Carlomagno in Roma non esisteva che una sola statua

equestre di bronzo; perocchè il così nominato ANONIMO DI EINSIEDELN,

che allora scriveva le sue notizie topografiche di Roma, oltre al

_Caballus_ o _Equus Constantini_, di cui soltanto fa menzione, altre

per certo ne avrebbe specificato se veduto ne avesse. Se dunque il

suo _Caballus_ fosse stato effettivamente quello di Costantino, dove

rimaneva quello di Marco Aurelio, e perchè egli non ne faceva cenno?

Io credo pertanto che il _Caballus Constantini_ dell’ANONIMO fosse

la statua equestre di Marco Aurelio, e che la iscrizione della vera

statua equestre di Costantino, da lui copiata, si leggesse ancora sul

piedestallo.

[196] Siracusa nel medio evo ha una storia buia. Non ne trovai lume

nè nella lettera del monaco TEODOSIO (anno 878, _ad Leonem Archid. de

Syracus. urb. Expugnant._ nella _Bibl. Sicul._ del CARUSO I), nè nel

PIRRI e neppure nel FACELLO. Lo stesso MICHELE AMARI, nella sua _Storia

dei Musulmani in Sicilia_, ne offre scarsi chiarimenti. Egli dice:

«Ratratta era la città nel nono secolo dal tempio di Giove Olimpico

e dalle Epipoli alla penisola: ratratto l’umano ingegno da Gelone al

monaco Teodosio.» — Al tempo di Costante il tempio di Minerva era stato

già tramutato in una chiesa, che è l’odierna cattedrale, e consecrato

a _Maria Theotocos_; è però difficile che Belisario ne compiesse la

edificazione (PIRRI, _Sicilia Sacra_, II, 123). — Il _Liber Junior.

Philos._, tra le città illustri di Sicilia nel secolo quarto, cita

Siracusa e _Catina_ (_Catanea_), e loro dà ancora il predicato di

_splendidae_: lo stesso Codice aggiunge anche _Palarmus_, ma il MAJ

editore la ritiene un’aggiunta appostavi da un frate della Cava, quando

Palermo era già cresciuto a potenza.

[197] Secondo il _Liber Pontificalis_ restaurò la chiesa di san

Pietro nel _Campus Meruli_ lungo la _via Portuensis_. Il BOSIO, _Roma

sotterr._, II, c. 20, 124, afferma che fosse collocato alla duodecima

pietra miliare, e dimostra che ancora in una bolla di Giovanni XIX

è fatta parola del _Campus Meruli_, che è oggidì il Campo Merlo in

Portese. Ho già riferito un passo dei Dialoghi di Gregorio (III, c.

11), secondo il quale il Campo Merlo sarebbe stato situato all’ottava

pietra miliare.

[198] Erasmo fu vescovo della Campania e martire ai tempi di

Diocleziano: vedi il _Martyrol. Usuardi_ ai tre di Giugno. La storia

del martirio di sant’Erasmo è il più orrido soggetto della pittura; si

miri il quadro di Nicolò Poussin che esiste nella galleria del Vaticano

e se ne rabbrividisca.

[199] UGONIO, _le Stazioni_, pag. 291; SEVERANO, _delle sette chiese_

p. 486.

[200] NARDINI III, 367; PLATINA, _in Dono I_. Gli è PIETRO MALLIO che

afferma il fatto nel suo scritto sulla basilica di san Pietro. Quel

così detto _Sepulcrum Scipionis_ è figurato in forma di piramide sulla

porta di bronzo del san Pietro. — Dono restaurò anche la chiesa che

nella via Appia era dedicata a Eufemia, celebre santa di Calcedonia,

che aveva una chiesa anche dentro di Roma nel _Vicus Patricius_ presso

il Titolo di Pudente. MARTINELLI, _Roma ex ethnica sacra_, p. 357. —

Ambedue quelle chiese sono perite. — Il _Liber. Pontif._, nella Vita

di Dono fa cenno di un convento siriaco, _Monasterium Boetianum_, in

cui quel Papa, a cagione delle eresie nestoriane professate dai monaci,

pose frati romani. Che fosse una fondazione di Boezio o che sorgesse

nelle case di lui?

[201] AGNELLUS, _Osserv. alla Vita di Mauro_, riferisce il notevole

privilegio da Costante largito alla Chiesa ravennate; la carta relativa

è data _Kal. Martias Syracusa_. Ivi è detto: _Sancimus amplius securam

atque liberam ab omni superiori Episcopali conditione manere et non

subjacere pro quolibet modo Patriarchae Urbis Romae, sed manere eam_

Αυτοχέφαλην. — Era allora (anno 666) esarca Gregorio.

[202] Ancora nel secolo nono la gelosia di Ravenna si manifesta con

fervida passione negli scritti di AGNELLO. Dopochè lo Storico ravennate

ha narrato della sottomissione di Teodoro, egli lo caccia in sepoltura

con ischietto compiacimento: _Cum multa alacritate Sacerdotum, et

omnium gratulatione submersus est, in Ardica B. Apollinaris subtus

jacet. Vita Theodori_, c. 4, 320.

[203] _Ep. Agathonis_, nel LABBÉ, _Concil._ D. VIII, 655.

[204] _Non quidem ut haereticus, sed ut haereticorum fautor._ FRANCESCO

PAGI, _Breviar._, pag. 243, XVIII, e ANAST. _Vita S. Leonis II_, n.

148.

[205] PAOL. DIACON. VI, c. 5. — ANAST. _in Agathone_ n. 141, parla

della peste di Roma, ma nulla riferisce della leggenda di Pavia.

[206] _Delatis ab urbe Roma beat. Sebastiani martyris reliquiis._

Il BARONIO e il SIGONIO leggono: _Ad urbem Romam_. L’UGONIO (_le

Stazioni_, p. 58) e il PANCIROLI (ecc. p. 212) affermano la stessa

cosa. Il MURATORI dà ragione ai Pavesi.

[207] Il quadro è attribuito ad Antonio Pollaiuolo fiorentino; sta a

manca di chi entra nella chiesa.

[208] Così è dipinto in uno dei più bei quadri del Sodoma nella

galleria degli Ufficî a Firenze.

[209] Così la leggenda secondo il SURIO, _De probat. Sanctor. Histor._,

Colonia, 1570, tom. I, p. 434-452, ai 20 di Gennaio. Il cardinale

WISEMAN, che ne trasse partito nel suo romanzo della _Fabiola_, si

fe’ lecite certe finzioni, delle quali egli dovrà chieder venia ai

Martirologi ed ai Martiri.

[210] Poichè la testa di san Paolo era caduta sotto la scure, nessun

altro Martire aveva virtù di resistervi. _Virtus Christianorum nonnisi

in ferro vincitur_, dice la _legenda aurea_ nella Vita di santa

Eufemia. La leggenda riccamente adorna di san Giorgio è una delle più

favorite tra le poesie di quelle specie. Vedi gli _Acta Sanctor._, addì

23 di Aprile.

[211] Duranti le crociate frequenti erano le apparizioni di san Giorgio

e del suo esercito biancovestito, e con lui si mostravano anche san

Teodoro e Mercurio. Per combattere gli infedeli la Chiesa romana soleva

invocare Maurizio, Sebastiano e Giorgio, come si pare dall’_Ordo Roman.

ad armandum Ecclesiae Defensorem vel alium militem_.

[212] JACOPO DE VORAGINE, domenicano e arcivescovo di Genova (morto

nel 1298), scrisse la sua _Legenda sanctorum_ (appellata _Historia

Lombardica_ e _aurea_, per la prima volta stampata a Norimberga), che

nell’età delle leggende costituì della vita dei Martiri un novellario

ad uso del popolo. Egli narra che a Silena, in Libia, un Re era

costretto a esporre la sua unica figliuola alla voracità di un drago,

e che san Giorgio montato sul suo buon destriero ne la liberava. —

Il PANCIROLI, p. 716, il BARONIO nel _Martyrol._, ed altri affermano

con senso schiettamente romano che la vergine raffiguri una provincia

chiedente soccorso. — Giustiniano innalzava una chiesa a san Giorgio, e

nell’antica Atene, forse già fin dal secolo quinto, il santo cavaliere

aveva preso possesso del tempio di Marte. Così le Divinità antiche

si trasformavano in Santi cristiani, e i vecchi templi degli Dei si

tramutavano in chiese del Cristianesimo.

[213] _Hujus almi Pontificis jussu, Ecclesia juxta velum aureum in

honorem beati Sebastiani aedificata est, necnon in honorem martyris

Georgii._

[214] S. GREGOR. _ep._ 68, IX, _ad Marinianum Ab: quia ecclesiam S.

Georgii positam in loco qui ad sedem dicitur_. L’UGONIO non venne alla

conghiettura che la espressione _ad sedem_ possa mettersi in relazione

coll’_Janus Quadrifrons_, sede dei banchieri, il quale dista soltanto

di alcuni passi dal san Giorgio. Invero presso la chiesa s’alza anche

l’Arco degli Orefici, ma esso è più piccolo, e per fermo la località

dev’essere determinata dal monumento maggiore.

[215] Nel portico della chiesa di san Giorgio la iscrizione, che

è dei tempi di mezzo, di un abate Stefano, dice: _Hic locus ad

velum praenomine dicitur auri_. Ancora nell’anno 482 era assai bene

conosciuto il nome antico. Lo apprendiamo da una iscrizione che si

legge nel DE ROSSI: _Inscriptiones Christian. Urbis Romae, VII saeculo

antiquiores_, I, n. 878: LOCVS AVGVSTI LECTORIS DE BELABRV....

[216] GIORGIO FABRICIO, _Antiquitatum_ p. 21, dice che nell’età di

mezzo, al _Janus Quadrifrons_ il popolo dava nome di _casa di Boetio_.

Io però ho ragione di dubitare che tal nome derivasse de quello

dell’illustre Senatore. È più probabile che discendesse da qualche

famiglia nobile che abbia fortificato il _Janus_. Per lo meno a’ tempi

di Gregorio IX, nel secolo decimoterzo, eravi un _Aegidius Boetii_.

Vedi _Vita Gregor. IX_; MURAT. III, 582.

[217] La iscrizione dice: _Basilica Semproniana S. Georgii Milit. Mart.

in Velabro_. MARTINELLI, pag. 106, e lo segue l’UGONIO, p. 18.

[218] In una cappella attigua è istoriato san Giorgio a cavallo che

combatte il dragone; non è però un quadro antico. Non vi trovai più

un altro dipinto di età più remota, del secolo decimoquarto o del

decimoquinto, che altra volta esisteva in sant’Eusebio. Nella chiesa

si mostra come reliquia la mitica bandiera del Santo. San Giorgio era

venerato quale duca e capitano del popolo cristiano. Nel medio evo il

Senato romano celebrava la sua festa addì 23 di Aprile, e gli offeriva

un calice in dono.

[219] Il MARTINELLI nomina ancora le chiese di san Giorgio _in Martio,

in Specie_ ed _in Vaticano_.

[220] È cosa singolare che san Giorgio ottenesse diffusamente culto

di patrono, persino nell’Abissinia; così ne informano le lettere della

spedizione di Abissinia di questi ultimi tempi (1868).

[221] Il MABILLON, _Mus. Ital._ II. _Comment. in Ordin. Rom._, CXVII,

confuta l’opinione del SIGONIO, _de Regno it._, p. 78 ad a. 682, che

prima di Leone II, il Pontefice fosse consecrato da un solo Vescovo, da

quello di Ostia. Il Vescovo di Ostia appoggiava il libro degli Evangeli

alla nuca del Pontefice e gli imponeva sul capo la mano; quello

di Albano salmeggiava la prima orazione: _Adesto supplicationibus

nostris_; il Vescovo di Porto cantava la seconda: _Propitiare, Domine.

— Ordo Roman._ XIV, nel MABILLON, pag. 272, e _Titul._ VII del _Liber

Diurnus_.

[222] _Hic suscepit divalem jussionem clement. principis Constantini

ad venerabilem clerum et populum atque felicissimum exercitum

Romanae civitatis, per quam concessit, ut qui electus fuerit in sede

Apostolica, e vestigio absque tarditate Pontifex ordinaretur._ Il

BARONIO esclama: _Restituta Romana ecclesia in pristinam libertatem!_

Ma, al paro degli avvenimenti della Storia, non si acconciano a

quest’opinione nè il _Liber Diurnus_, nè le _Professiones fidei_ che in

questo si contengono indiritte precisamente a quell’Imperatore.

[223] Ne era allora universale la costumanza. Il giovine Pipino era

adottato da Liutprando, re de’ Longobardi, colla recisione delle

chiome. Anche la recisione della barba si usava come simbolo di

adozione. PAUL DIACON., VI, 53. Le ciocche di capelli così tagliate

appellavansi _Mallones_, da μαλλὸς; «e _Malloni_,» dice il MURATORI

all’anno 684, «s’ode anche oggidì nel dialetto modenese.» — Taso e

Caco, giovani figliuoli di Gisulfo duca di Forlì, furono assassinati

a tradimento dallo esarca Gregorio, dopochè costui gli aveva adescati

e tratti a sè colla promessa di volerseli adottare per figli colla

recisione della barba. L’astuto barbiere tenne parola; rase la barba

di Taso, ma soltanto dopo che gli era stato troncato il capo (PAUL.

DIACON., IV, 41).

[224] Il Tit. IV del _Liber Diurnus_ dice: _Viros honestos cives,

et de exercitali gradu_; e, secondo il Tit. II, sottoscrivevasi il

decreto di elezione così: _Clerus, Optimates et Milites seu cives_.

La elezione avveniva: _convenientibus nobis, ut moris est_ (sec. 7),

_cunctis sacerdotibus ac proceribus ecclesiae, et universo clero,

atque optimatibus, et universa militari praesentia, seu civibus

honestis, et cuncta generalitate populi istius a Deo servatae Romanae

urbis_. Qui è assai difficile di porre rettamente a loro luogo le

particelle congiuntive _et_ e _seu_. In generale tengo opinione che

i _milites_ appartengano agli _optimates_, del pari che i _proceres

ecclesiae_ appartengono ai _sacerdotes_, e che i _cives honesti_

egualmente sorgano dalla _generalitas populi_. Io adotto pertanto

la interpunzione seguente: _cunctis sacerdotibus ac procer. eccl. et

universo clero; atque optimatib. et universa militari praesentia; seu

civib. honestis et cuncta generalitate populi_. Io credo che il _Miles_

fosse essenzialmente un cavaliere, ossia che appartenesse ai soldati a

cavallo. — CARLO HEGEL, I, 248, vuole distinguere del tutto i _Milites_

dai _Cives_, quasi che fossero un terzo e un quarto Stato; e tiene

(I, 252) i _cives honesti_ soltanto per il _populus_ ossia _plebs_.

Nel MARINI, _Pap. Dipl._, n. 112, 113, su cui egli si appoggia,

si trovano denotati per _viri honesti_, uomini che attendevano ai

mestieri. Sennonchè non avrebbero potuto questi forse appartenere

all’_Exercitus_, come obligati a prestar servigio nella milizia? Se i

nobili servivano a cavallo, quali Romani componevano le fanterie? Per

certo cittadini atti alle armi.

[225] Tit. V. _Lib. Diurn.: convenientibus Sacerdotibus, et reliquo

omni clero, eminentissimis consulibus et gloriosis judicibus, ac

universitate civium et florentis Romani exercitus_. — Qui i Consoli e

i Giudici stanno insieme colla cittadinanza, quali suoi giudici civili.

A questa partizione cittadina in altre città corrisponde manifestamente

la formula di elezione usata dopo di Odoacre: _Clero, Ordini et Plebi_;

così in Rimini, in Terracina, in Perugia, in Crotona e in Ravenna

stessa, come si rileva dalle Lettere di Gregorio: _Ep._ 56, I, 58,

I, 14, 27, II, 21, IV. Ivi però non si parla di esercito. Per Napoli

particolarmente, si aggiungono anche i _Nobiles: Clero, Nobilibus,

Ordini et Plebi_, 3, II. L’_Ordo_, onde in Roma non è fatto cenno, era

l’antica Curia, che s’era divisa in ottimati, possessori ecc.; come

opina C. HEGEL.

[226] _Suis judicibus, quos Romae ordinavit et direxit ad disponendam

civitatem._ ANAST. _in Conon._, n. V.

[227] Ecco le parole di ANASTASIO: _inito consilio, primates judicum,

et exercitus Romanae militiae, vel cleri seditiosi pars plurima et

praesertim sacerdotum, atque civium multitudo_: la moltitudine dei

cittadini, cioè a dire di quelli che non servivano nell’esercito.

[228] _Qui sic abdite venit, ut nec signa nec banda cum militia Romani

exercitus occurrissent ei juxta consuetudinem in competenti loco, nisi

in propinquo Romanae civitatis._ ANASTAS. _in Sergio_, n. 159.

[229] Il BARONIO ha buon dritto di dire: _Unus spiritus omnium

Romanorum pontificum_.

[230] La data dell’anno in cui si tenne questo concilio andò perduta

co’ suoi Atti. Il PAGI e il MURATORI assumono l’anno 691. Il suo nome

_Trullanum_ deriva dalla cupola, ossia _Trullus_ del palazzo; il nome

di _Quini-Sextum_ discende da ciò che si congregò a supplemento del

quinto e del sesto Concilio ecumenico.

[231] _Egressus — foris basilicam Domni Theodori Papae apertis januis

sedens in sede, quae vulgo appellatur sub Apostolis._ Questo però è

l’oratorio di san Sebastiano, edificato da papa Teodoro.

[232] AGNELLUS, _Vita S. Felicis_, c. 2, 352 segg.

[233] Vedi la lettera ad Elvia madre di lui.

[234] L’epitaffio è in BEDA, _Hist. Eccl. Gentis Anglor._ V, c. 7,

in PAOL. DIAC. VI, c. 15, e più correttamente nel tom. V _Classicor.

Auctor._ di ANGELO MAI, p. 404. — È probabile che la iscrizione fosse

poetata da BENEDETTO, arcivescovo di Milano. Ne riferisco alcuni

distici del principio e del mezzo:

_Culmen, opes, sodalem, pollentia regna, triumphos,_

_Exuvias, proceres, moenia, castra, lares;_

_Quaeque patrum virtus, et quae congesserat ipse_

_Caedual armipotens, liquit amore Dei,_

_Ut Petrum, sedemque Petri Rex cerneret hospes_...

_Sospes enim veniens supremo ex orbe Britanni_

_Per varias gentes, per freta, perque vias,_

_Urbem Romuleam vidit templumque verendum_

_Aspexit Petri, mystica dona gerens_...

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 2/8 · 第 30 / 33 题