§ 1.
Zaccaria papa nel 741. — Egli tratta con Liutprando. — Va a lui. —
Novella donazione dei Longobardi alla Chiesa. — Secondo viaggio del
Papa a Liutprando. — Il Re muore. — Rachi gli succede sul trono di
Pavia.
Morto Gregorio, la cattedra di san Pietro restò vacante quattro
soli giorni; tutti i voti concordi si unirono ad eleggere Zaccaria,
figlio di Policromio, ultimo siro o greco che abbia portato la corona
pontificia. Sebbene all’Esarca si desse annunzio della sua elevazione
al papato, nè di questo può dubitarsi, non si reputò più, ad ogni modo,
necessario di attenderne la conferma. Il Libro Pontificale celebrò
Zaccaria con lodi grandissime; e quantunque esso proemizzi la biografia
di ciascun succeditore di Pietro con elogi gettati in una forma
officiale, tuttavia l’onoranza tributata a Zaccaria è bene meritata,
se si guardi ai benefizî che la Chiesa s’ebbe da lui; perocchè questo
Papa abbia avuto un reggimento pacifico e fortunato di dieci anni, in
gran parte dovuto alla energia della sua volontà, alla saggezza ed alla
facondia sua. Per i suoi tempi, Zaccaria dev’essere stato uomo di vasta
erudizione; fu egli che tradusse in greco i Dialoghi di Gregorio.
Liutprando s’era proposto di riconquistare Spoleto e di punire Roma;
laonde pel novello Papa era còmpito urgentissimo di allontanare questo
pericolo. La morte di Carlo Martello e il disordine delle cose dei
Franchi, il cui governo adesso era venuto in mano dei tre discordi
figli di lui, Carlomanno, Pipino e Grifone, toglievano a Zaccaria
qualsiasi speranza di ottenere ajuto da quel lato; nel tempo stesso
non poteva egli neppur pensare di conseguire soccorso dalla parte di
Bisanzio, e pertanto deliberava di entrare in accordi amichevoli con
Liutprando. Fu conchiuso un patto; promise il Re di restituire le
quattro città, ed il Pontefice abbandonò Trasimondo ed anzi associò
l’esercito romano ai Longobardi per ajutarli a ridurre quel Duca
a soggezione. Siffatto esito ebbe il trattato che la Chiesa aveva
conchiuso con Trasimondo; quello stesso Duca che Gregorio già prima
aveva fervidamente difeso dall’accusa di fellonia, adesso era dal
succeditore di lui proclamato ribelle, era senz’altro sacrificato
ad una ragione di interesse, ed anzi la forza delle armi romane
adoperavasi per atterrarlo[313].
Come Trasimondo ebbe compreso d’esser perduto, si gettò a’ piedi del
Re, e n’ebbe grazia, purchè, raso il capo, lo nascondesse sotto un
cappuccio monacale. Tosto dopo, anche Benevento cadeva sotto la spada
di Liutprando, il quale, vincitore, tornava a Toscana, ma non faceva
neppur mostra di voler restituire le quattro città. Zaccaria perciò
partiva di Roma, e andava al Re per ammonirlo colla forza della sua
parola affinchè adempiesse il trattato. Allorchè Liutprando seppe che
a lui veniva il Pontefice, gli mandò incontro suoi legati affinchè lo
accompagnassero a Narni; indi, con comitiva solenne di Duchi e con
pompa guerriera, lo fe’ condurre a Terni (_Interamnium_) in quello
di Spoleto, ove egli stesso stette ad accoglierlo presso la basilica
di san Valentino. La eloquenza ammaliatrice del Papa otteneva pronta
vittoria sull’animo pio del Re; Liutprando d’altronde era già fiacco
per vecchiezza; restituiva Orta, Almeria, Polimarzio e Bleda, ma non
già all’Imperatore greco loro legittimo principe, sibbene alla Chiesa,
e confermava quella donazione con una scrittura che fu deposta nel
san Pietro[314]. Questa fu la terza donazione che i Longobardi, per
loro diritto di conquista, facevano al Pontefice. Zaccaria peraltro
sapeva cavare al vecchio Re qualche cosa di più, e cioè il patrimonio
della Sabina, che già da trent’anni era posseduto dai Longobardi, e i
beni ecclesiastici di Narni, di Osimo, di Ancona, di Numana e di Valle
magna presso Sutri, dei quali Liutprando s’era insignorito. E il Re
suggellava la generosità fino a confermare una tregua di quarant’anni
col Ducato di Roma, e, ad instanza del Papa, dimetteva in libertà tutti
i prigioni romani ossiano greci. Così grande era la arrendevolezza
del Re, così grande il genio dei preti di Roma! Ogni morsello di cibo
che Liutprando metteva in bocca alle mense del Papa, gli costava di
scotto un tratto di territorio, ma almeno il vecchio Re, alzandosi
di tavola, poteva sclamare con un gioviale sorriso: non ricordarsi di
aver mai pranzato più lautamente[315]. Nel lunedì il Papa ripartiva,
accompagnato da Agiprando, duca di Chiusi e da alcuni gastaldi che
gli facevano la consegna delle quattro città. Zaccaria «colla palma
della vittoria», rientrava nella Città, dove le acclamazioni del popolo
plaudente gli significavano che Roma era proprietà del Pontefice. Nel
san Pietro disse un sermone ai congregati Romani, i quali all’indomane
tennero una processione solenne; movendo dal Panteon e attraversando
il campo di Marte, vennero alla basilica del principe degli Apostoli,
e quivi offrirono preci e grazie del risultamento grandissimo ond’era
stata coronata l’opera del Papa.
Nel successivo anno 742, Zaccaria ripeteva il suo viaggio, avvegnachè
lo esigesse la gravezza degli avvenimenti. Infatti Liutprando, il
quale aveva conchiuso una tregua speciale col solo Ducato romano (e
ciò dimostra che egli lo teneva in conto di territorio independente),
moveva adesso assalimento contro Ravenna, contro l’Emilia e la
Pentapoli. Eutichio esarca invocava i buoni officî del Papa, e alle
lettere di lui facevano seguito quelle di Giovanni arcivescovo di
Ravenna, e i messaggi delle altre città minacciate. Zaccaria innanzi
tutto tentava di cattivarsi l’animo di Liutprando per mezzo di suoi
legati e di donativi, ma poichè ciò a nulla giovava, decise di andare
egli stesso; e lasciato il governo della Città a Stefano patrizio
e duce, si partì[316]. Il Re faceva di tutto per evitare l’incontro
dell’ospite impetuoso, che già l’Esarca aveva accolto con ogni maniera
di onori; ma nessun impedimento terreno poteva trattenere un Santo,
cui per via una nuvoletta aveva protetto dagli ardori del sole, cui nel
cielo precedeva ad annunciarlo una schiera di guerrieri di fuoco[317].
Giunto a Pavia addì 28 del mese di Giugno, il Papa entrava arditamente
in quella città capitale dei Longobardi. Dopo un lungo dibattersi,
alla fine il Re era ghermito dall’arte del Pontefice, la cui facondia
lo circuiva come per forza d’incantesimo; egli restituiva all’Impero
di Grecia le fatte conquiste, e di Cesena e del suo territorio, onde
trattavasi, riteneva in pegno soltanto una terza parte, obbligandosi di
restituire anche questa alla Republica, tosto che di Bisanzio fossero
tornati i legati ivi spediti per la pace[318].
Poco tempo era trascorso dacchè Zaccaria aveva fatto ritorno a Roma da
questa spedizione gloriosa, quando morte il liberava dal suo nemico.
Il magnanimo Principe longobardo trapassava di vita dopo trentadue
lunghi anni di regno, e con lui tramontava per sempre la splendida
stella del suo popolo. Pochi mesi dopo, la gioia di Roma crebbe ancor
più, avvegnachè Ildebrando, nipote e succeditore di Liutprando, fosse
cacciato del trono, e vi salisse Rachi, duca di Friuli. Zaccaria
mandava auguri e gratulazioni al novello Re, di cui gli era ben noto
il fervore per la fede cattolica, e da lui otteneva la conferma di una
tregua di vent’anni per tutta Italia. Così nella caduta di Ildebrando,
come nell’avvenimento al trono di Rachi, l’arte politica del Pontefice
aveva avuto sua parte[319].
§ 2.
Continua l’ossequio all’Imperatore. — Rapporti amichevoli con Bisanzio.
— Carlomanno viene a Roma e si fa monaco a Monte Soratte. — Rachi
professa fede monastica a Monte Cassino. — Astolfo succede a Rachi nel
749. — Il Papa acconsente all’usurpazione di Pipino. — Zaccaria muore
nel 752.
Le sorti d’Italia stavano omai strette in pugno del più fortunato
dei Papi. Restaurata era la pace, più amichevoli che dianzi erano
le relazioni con Bisanzio. Sebbene di fatto fosse independente, il
Vescovo romano tuttavolta riveriva il potere legittimo dello Stato,
che pur sempre era rappresentato in Ravenna dall’Esarca, in Roma dal
Duce: e per fermo soltanto alle sollecitudini del Papa, l’Imperatore
doveva esser grato se la sua autorità perdurava in quelle province
d’Italia[320]. Nelle Bolle e negli Atti dei Sinodi si inserivano
pur sempre i nomi degli Imperatori iconoclasti, e financo nel
tempo posteriore, allorchè i Franchi ebbero assunto durevolmente il
patrocinio della Chiesa, i Papi continuarono a render ossequio alla
maestà e alla signoria suprema degli Imperatori[321]. Con vigilata
prudenza eglino celavano alla cheta i loro disegni di signoria
temporale, e i diritti o i possedimenti che acquistavano, ricevevano
tuttora valida conferma di esistenza giuridica per via dell’autorità
dello Stato; Zaccaria anzi riceveva dall’Impero delle donazioni per
diritto efficaci. Costantino V Copronimo, che or soltanto otteneva
vittoria dell’usurpatore Artabasdo, di cui il Papa romano, senza
prendersi cura del giure legittimo di successione, aveva inserito il
nome negli Atti del Concilio avvenuto nell’anno 743, era fervente
iconoclasta pari al padre suo; eppure ei si vedeva costretto a
mostrarsi amico del Pontefice; e, a richiesta di lui, facevagli dono
del territorio di due città, di Ninfa e di Norma nel Lazio[322].
La fortuna concedeva oltracciò a Zaccaria due trionfi ancor maggiori
che accrescevano splendore alla Chiesa. Gli antecessori di lui,
dall’alto della scalea del san Pietro, avevano fatto vedere ai Romani
alcuni Re di Bretagna coperti della tonaca di novizî; adesso Zaccaria
loro mostrava gli effetti che la forza mistica della Chiesa operava
sopra due Principi possenti ancor più, che vestivano l’abito monacale.
Carlomanno, maggiore dei figli di Carlo Martello, nell’anno 747
deliberava di rinunciare alla possanza ed allo splendore della signoria
principesca, e volle farsi frate. Bonifacio, l’apostolo della Germania,
era stato una delle molle che avevano dato origine a questo dramma
di pietismo, per effetto del quale Pipino diventava solo erede del
padre, e Roma conseguiva preziosissima ventura. Carlomanno venne a
Roma, gittossi ai piedi del Papa, e implorò in grazia che gli fosse
concesso di recidere le chiome, di chiudersi nella cocolla monastica
e di poter morire in qualche romitaggio romano. Zaccaria di buon grado
a tutto questo consentiva, e quel Principe d’inferma fantasia recavasi
in un eremo incantevole della Tuscia romana. Vent’otto miglia discosto
da Roma, s’eleva solitario il monte Soratte, e domina la via Flaminia
e il prossimo Tevere. Cancellate s’erano le classiche ricordanze che
i pastori arpinati avevano serbato di quel monte, sacro al dio del
Sole; appena v’era un Romano che alla vista di esso avesse saputo
sovvenirsi dei versi che Orazio e Virgilio gli avevano dedicato[323],
e più facilmente avrebbe saputo ripetere ciò che la leggenda narrava,
che Silvestro vescovo, fuggendo prima che Costantino confessasse
il Cristianesimo, s’era ricoverato colà da anacoreta, nascondendosi
nelle grotte del monte[324]. Il luogo solingo, la splendida bellezza
della natura erano fatti apposta per la vita romita; ed ivi perciò
fin dapprincipio sorgeva uno degli antichissimi conventi della
Campania[325].
Quel sito selvaggio Carlomanno eleggeva a sepolcro della sua vita.
Egli vi edificava un convento intitolandolo a san Silvestro, od
altrimenti ampliava quello che già esisteva. Altri tre chiostri ei deve
avervi fondato; quello di san Silvestro dura sul monte Soratte oggidì
ancora[326]. Ma la positura del monte, prossimo alla via Flaminia,
esponeva il monaco principe alle curiose visite dei nobili Franchi
che peregrinavano a Roma, per la qual cosa, alcuni anni dopo, egli si
ricoverava tra i Benedettini di Monte Cassino.
L’età di allora tornava ad essere malata di fantasticherie mistiche.
In tutti i luoghi si edificavano conventi, dappertutto si consecravano
alla Chiesa e beni, e doni, e anime (_pro salute_ o _mercede animae_).
Nella potenza della Chiesa, che operava su tutte cose con forza
d’incantesimo, siedeva lo spirito che animava il mondo a quel tempo.
Peraltro, se destava meraviglia l’intendimento di un Principe franco
che si faceva monaco, quel fatto ricadeva nell’ombra innanzi a un altro
tratto di abnegazione, mirabile ancor più. Infatti, anche Rachi si
spogliava della porpora e la cambiava nel saio di san Benedetto. Quel
Re, nell’anno 749, aveva rotto la pace; aveva minacciato la Pentapoli
e stretto d’assedio Perugia. Zaccaria, rimesse in movimento sue arti,
andò a lui come era ito a Liutprando e non appena il pellegrino, cui
nulla resisteva, ebbe soggiornato alcuni dì nel campo di Rachi, questi
che era uomo pio altrettanto che inetto principe, protestò di voler
dimettere la corona.
Rachi, Tasia moglie sua di nazione romana, e Rotrude figliuola di
lui, deponevano sulla tomba di Pietro le loro vestimenta regali, e
dalle mani del Papa ricevevano mantello e velo monastico. Eglino pure
andavano a Monte Cassino, dove il Principe dei Longobardi, trattando la
marra in un vigneto del chiostro, si confortava alla vista del franco
Carlomanno, allorchè lo scorgeva attendere umilmente a vili officî
di servo: le donne regali scomparivano dietro la soglia di un vicino
convento di monache[327]. Ma il pentimento che più tardi incoglieva
Rachi di quel suo proposito, significa manifestamente che egli di
sua libera volontà non aveva operato; e forse l’orgoglio di nazione
dei Longobardi s’era sollevato contro la fiacchezza di lui e contro
i sentimenti propensi ai Romani che egli coltivava nell’animo: era
avvenuto precisamente come allora che il popolo goto s’era ribellato
agli Amalî, favoreggiatori di Roma. La nazione longobarda intendeva a
romperla con Roma, ed a fondare un reame italico sotto lo scettro dei
suoi Re[328]; laonde il popolo fu ben lieto di porre nel luogo di un
uomo imbelle un guerriero ardito, che era pronto a mettere in opera
quei gagliardi disegni.
Astolfo, fratello di Rachi, saliva al trono di Pavia col fermo
proposito di raggiungere quella meta donde il Papa, col terrore di
sue minacce, aveva rimosso l’animo mite del suo antecessore; pertanto
i suoi intendimenti ostili costringevano il Pontefice a riannodare
tosto relazioni coi Franchi. Dopo la morte di Carlo Martello, il Papa
non le aveva più coltivate, ed anzi avea smesso ogni pensiero di una
intervenzione franca[329]. Un avvenimento importante mutava adesso d’un
tratto la faccia delle cose, e su Roma e su Italia operava conseguenze
gravissime.
Pipino, che serrava in mano tutta la potenza del reame dei Franchi,
dopo di aver messo da banda i suoi fratelli, era divenuto unico erede
dei possedimenti e delle mire dell’illustre padre suo; ed ora vedeva
giunto il tempo in cui gli era concesso di impadronirsi della corona
regale. L’antica stirpe dei Merovingi era precipitata in decadimento
profondo; e Childerico III, ultima ombra di re, vana fuorchè
nell’aspetto, non era altro che un fantoccio dispregiato nel reame. Una
mutazione palese dinastica che Pipino da lungo tempo andava preparando,
stava ora per compiersi audacemente; ma conveniva che l’usurpazione
fosse giustificata dalla sentenza favorevole del Pontefice, oracolo
del volere di Dio. Un popolo libero aveva buon diritto di torre la
corona del suo paese dal capo di un uomo inetto per darla al valoroso
figliuolo di un eroe, senza badare alla lunga serie di antenati e di
ombre che se l’avevano tramandata; ma la coscienza dei grandi e dei
piccoli si travagliava nel dubbio se un giuramento potesse infrangersi,
e Pipino aveva bisogno di acchetare gli scrupoli popolari. Nell’anno
751, egli mandava a Roma Burcardo vescovo di Virzburgo e Folrado abate
di san Dionigi, per chiedere al Papa, se il popolo dei Franchi, volendo
deporre dal trono l’inetto Childerico e gridar re il suo glorioso
Duca, potesse essere sciolto del giuramento. Zaccaria comprese tosto
l’alta importanza di quella domanda, e rispose affermando; ammise che
l’origine di ogni potere, anche di quello regio, siede nel popolo, ma
subordinò quel diritto alla conferma pontificia. Non era soltanto il
timore di Astolfo che lo induceva a riverire come re un usurpatore del
trono; ei coglieva anzi tutto quella opportunità per pronunciare che
a lui di diritto si spettava l’officio altissimo di giudice supremo
fra re e popoli; per lo meno quell’officio ei si prendeva, dal momento
che offerto gli era. Di tal guisa, la necessità che era imposta
all’ambizione di un usurpatore, innalzò al di sopra d’ogni limite la
potenza del Vescovo romano; quel breve istante fu uno dei momenti più
importanti nella storia del papato; lo sgraziato esempio operò per
lunghi secoli effetti grandissimi, e diede agio ai Pontefici di bandire
il principio, che per la grazia di Dio loro si competeva l’autorità di
dare e di togliere corone[330].
È cosa probabile che Zaccaria continuasse a vivere ancor dopo
l’incoronazione di Pipino a re dei Franchi. Il Papa moriva addì 14 di
Marzo dell’anno 752: sembra che, poco tempo innanzi nella assemblea
di Soissons, Pipino fosse consecrato re dal vescovo Bonifacio legato
del Pontefice, e cingesse il capo del diadema di Childerico, dopo di
aver chiuso fra le mura di un convento quell’ultimo discendente di
Clodoveo[331].
§ 3.
Edificazioni di Zaccaria nel palazzo Lateranense. — Suoi tentativi di
porre colonie nella Campania. — Le _Domus cultae_. — Stefano II papa.
— Astolfo conquista Ravenna nel 751. — Egli leva pretese su Roma. —
Stefano cerca ajuto presso l’Imperatore, indi presso Pipino. — Va in
Francia. — Pipino e i suoi figli sono consecrati re nel 754. — Col
patto di Kiersy Pipino promette soccorso. — Il Re è eletto patrizio dei
Romani.
Quantunque il governo di Zaccaria durasse dieci anni lieti di
pace, tuttavia egli lasciava in Roma pochi monumenti che del suo
pontificato facessero ricordanza. Massima cura egli dedicava al palazzo
Lateranense, sede del Patriarcato; chè la dimora dei Papi meritavasi
di essere adorna con maggiore splendidezza, adesso che la loro potenza
era cresciuta così tanto. I palazzi Lateranensi, che si appoggiavano
con istretta aderenza alla basilica di Costantino, erano stati costante
dimora dei Papi, da Silvestro in poi. Essi costituivano il vero punto
di mezzo del loro governo così spirituale che temporale, laddove
il Vaticano era centro del culto, ossia era sede del principe degli
Apostoli. Il palazzo patriarcale conteneva gli archivî e gli scrigni
della Chiesa, ed era stanza dei Papi e della loro corte. Ampliato poco
a poco, oltre alla grande basilica comprendeva in sè parecchie chiese
minori, molti oratorî e triclinî o refettorî, parecchie cappelle, tra
le quali quella celebre del palazzo papale, di san Lorenzo, detta
più tardi _Sancta Sanctorum_. In vicinanza assai prossima erano il
battisterio, i conventi di Giovanni Battista e dell’Evangelista, quelli
dei santi Andrea e Bartolomeo, e probabilmente ancora un terzo dedicato
a santo Stefano ed un quarto consecrato ai santi Sergio e Bacco. Di tal
guisa, tutti questi edifizî, come oggidì il Vaticano, formavano per sè
soli una piccola città, che aveva aspetto di un labirinto[332].
Zaccaria aggrandì le case patriarcali e le rese più magnificamente
ornate. Fabbricò un portico guernito di una torre innanzi alla fronte
del palazzo, e l’edificio più tardi fu di preferenza appellato palazzo
di papa Zaccaria, e, nel linguaggio popolare, «casa maggiore»[333].
Il portico fu adorno di pitture; da esso si saliva alla torre, dove
trovavasi un triclinio in cui erano dipinti a colori i paesi della
terra[334].
Nuove chiese Zaccaria non edificò, ed occorre principalmente osservare
che l’architettura in Roma da qualche tempo in poi non creava più
nulla di grande. S’era continuato fino al secolo settimo a riempiere la
Città di chiese; laonde s’aveva adesso bel fare soltanto a conservare
quelle esistenti. Zaccaria restaurava santo Eusebio sull’Esquilino, e
altre basiliche forniva di arazzi di seta, che servivano da copertura
degli altari o da cortina negli intercolunnî delle navate. Con quelle
drapperie si iniziava un lusso sontuoso; la loro opera pesante di
arte bizantina si conformava al gusto della età dei musaici. Sovra di
esse si rappresentavano fatti biblici, e il Libro dei Papi con minuta
particolarità ci racconta che sul pallio d’altare, che Zaccaria facea
intessere per il san Pietro, era istoriata in ricamo d’oro la nascita
di Cristo[335].
Zaccaria ebbe merito di fervide cure rivolte alla coltivazione della
campagna di Roma, omai insalvatichita. Dappoichè la Città da gran tempo
aveva perduto i modi di trarre derrate dall’Africa, ed era stata adesso
rapita dei suoi granai di Calabria e di Sicilia, doveva star molto a
cuore dei Pontefici di accrescere i suoi redditi agricoli. Gli sparsi
possedimenti della Chiesa fornivano provvisioni, che ricavavansi di
Toscana e del Lazio; ma il bisogno cresceva, chè la popolazione di Roma
si faceva più numerosa, e molti abitatori delle campagne ricoveravano
nella Città, messi in fuga dai Longobardi. La Campagna non era allora
in istato così deserto e brullo come è oggidì; tuttavia con immensa
rapidità crescevane la desolazione, perocchè le proprietà libere
mancassero. La Chiesa per fermo, con sue compre e colle donazioni che
riceveva, allargava ognor più il suo possedimento di terre, eppure essa
non poteva sopperire a quanto era necessario, poichè non provvedeva
in grandi proporzioni alla fondazione di colonie; e ciò che fecero a
questo riguardo Zaccaria e, più tardi, Adriano I, fu opera particolare
di loro, e non s’ebbe imitatori[336]. Zaccaria fondò cinque così
appellate _Domus cultae_, ossiano masserie, nelle quali avevano albergo
i coloni che lavoravano le campagne circostanti. La prima colonia
fu _Laurentum_, colla _Massa Fontejana_: denominata _Paonaria_, era
situata nel territorio dei Laurentini, che si estendeva dalla foce
del Tevere fino ad Anzio; ciò fa supporre che l’antica Laurento fosse
spopolata, e che il Papa s’industriasse di rianimarla a vita con una
colonia[337]. La seconda di queste, era detta di santa Cecilia da un
oratorio esistente in quel borghetto, ch’era situato presso alla quinta
pietra miliare, lungo la via Tiburtina.
Quattordici miglia discosto da Roma, nel patrimonio di Tuscia, Zaccaria
impiantò una terza colonia che non fu denotata con nome speciale;
finalmente egli acquistò Anzio e Formia, che stavano, non v’ha dubbio,
nel territorio delle antiche città di questo nome.
A succeditore di Zaccaria era scelto Stefano prete, ma questi passava
ad altra vita tre soli giorni dopo la sua elezione; ed allora alla
cattedra santa saliva Stefano II, romano di nascita[338].
Col reggimento di questo Pontefice, che ebbe animo adatto alle grandi
faccende, incominciò per Roma un periodo nuovo. Poco tempo innanzi re
Astolfo aveva conseguito quello cui i predecessori di lui vanamente
avevano inteso i loro sforzi. La sede del reggimento bizantino in
Italia era caduta in suo potere, e già addì 4 del Luglio 751 egli
avea potuto promulgare un regio editto dal palazzo della conquistata
Ravenna[339]. Eutichio, ultimo degli Esarchi, era scomparso, e
l’imbecille governo dei greci eunuchi finiva per sempre, dopo due
secoli di esistenza. Di qui derivarono conseguenze importantissime;
perocchè or fosse a risolvere la questione, se il Re dei Longobardi
dovesse o no diventare il padrone d’Italia tutta. Conquistata Ravenna,
Astolfo tosto moveva verso il mezzogiorno per impadronirsi di Roma,
del Ducato e di tutte le province che ancora restavano ai Bizantini,
sulle quali ei vantava pretesa, quale succeditore dell’Esarca o
dell’Imperatore. Ma Stefano, per mezzo di suoi legati, riusciva a
rattenere il cammino dell’esercito (nel Giugno dell’anno 752); il Re
infatti cedeva, e financo giurava una tregua di quarant’anni col Ducato
romano. Ma quattro soli mesi dopo ei si pentiva di sua debolezza,
e chiedeva un tributo annuo di un soldo d’oro per ciascuna testa di
Romano, e protestava di voler riunire al regno suo la Città[340].
A rimuovere il pericolo di quella minaccia Stefano inviava a lui gli
abati di Monte Cassino e di san Vincenzo sul Volturno, nel ducato
di Benevento, che erano i due conventi più illustri di Benedettini
che fossero in quel tempo in Italia. Il Re non gli accoglieva, ma li
rimandava ai loro chiostri con divieto di vedere il Papa[341].
Nel frattempo l’Imperatore bizantino, atterrito della caduta
di Ravenna, domandava che gli fosse restituito l’Esarcato tolto
al suo Stato, ma ciò non chiedeva con forza d’armi, sibbene per
lettere, di cui Giovanni silenziario veniva latore al Papa ed al Re
longobardo. Stefano inviava quel legato ad Astolfo insieme a Paolo
fratello suo, ma, com’era a prevedersi, la ambasceria non otteneva
risultamento di sorta. Grave ognor più si faceva il pericolo; il Papa
esortava l’impotente Imperatore, suo signore supremo, a mandare un
esercito che salvasse Roma, e colle armi togliesse Italia alle mani
dell’inimico[342]; chè Astolfo con impetuosa violenza esigeva dedizione
senza patti, e minacciava di trucidare tutti i Romani, se fosse
costretto a prendere d’assalto la Città.
Premuto da difficoltà sì angosciose, Stefano congregava il popolo,
e, come il magno Gregorio aveva fatto in condizioni pari, lo ammoniva
con prediche; nei Romani ridestava sentimenti di pietà e di amore di
patria; bandiva letanie che movevano in pellegrinaggio a santa Maria
Maggiore, e il Pontefice in persona le guidava, portando sugli omeri
l’imagine del Redentore «non fatta di mano d’uomo»[343]. Alla croce
che la processione alzava in vessillo era attaccata la scritta con
cui Astolfo avea promesso pace; e ciò per prendere Dio e il popolo a
testimonio dello spergiuro di quel Re. Ma Stefano non si contentava di
sole processioni; prima ancora che Costantino avesse dato risposta al
legato suo chiedente soccorso, egli avea compreso che l’Imperatore non
era in condizioni da mandare in Italia un esercito, e da imprendere
di nuovo la conquista che Giustiniano in altri tempi avea fatto. La
storia d’Europa avviava oggimai le sue correnti verso Occidente, a que’
popoli germanici ch’erano poderosi di forza e di vita; furono lasciati
i Bizantini a lambiccarsi il cervello in loro sofisticherie dogmatiche,
e a combattere loro lotte coi Maomettani; e Roma, partendosi dai Greci,
si gettò in braccio ai Franchi.
A Stefano sovveniva ricordanza delle relazioni che il suo antecessore
aveva stretto col reame di Francia, la cui corona Pipino di recente
s’era posta in capo coll’adesione del Pontefice. Il pericolo
che incalzava lo costringeva a compiere un fatto i cui splendidi
risultamenti egli allora divinar non poteva. Per mezzo di un pellegrino
mandava secretamente sue lettere a Pipino richiedendolo di ajuto
ed esprimendo il desiderio di aver con lui un abboccamento: questa
prima lettera, che fu scritta nell’anno 753, malauguratamente ci
andò perduta. Il nuovo Re dei Franchi, cupido d’imprese, colse con
gioia una proposta che gli dava l’opportunità di annodare importanti
associazioni coi paesi esterni, e che poteva essere d’immenso vantaggio
allo svolgimento della potenza del suo regno. Egli inviava pertanto
di Gorizia a Roma l’abate Drottegango perchè trattasse col Pontefice,
e tosto dopo gli spediva Autari duca e Crodegango vescovo di Metz,
affinchè facessero scorta sicura al Pontefice fino in Francia[344].
L’usurpatore del trono di Childerico sentiva bisogno di ottenere
consecrazione solenne dalle mani proprie del Papa, affine di acchetare
il mormorio di querela, che continuamente serpeggiava in mezzo ai
Franchi. Da una parte e dall’altra s’intrecciavano fra loro ragioni
di necessità e di gratitudine di quei due uomini, del Papa da un
lato che si faceva ribelle alla autorità legittima dell’Imperatore,
e di Pipino dall’altro che aveva usurpato la corona legittima del suo
Re. Quelle ragioni mettevano capo a plasmare omai con forme nuove la
storia dei popoli, e, a successione di quei rapporti d’alleanza che si
costituivano fra Roma bisognosa di soccorso e la giovane dinastia dei
Carlovingi, facevasi innanzi l’Impero germanico romano, che ben presto
doveva derivarne come risultato. Il progressivo svolgimento di questo
sistema ecclesiastico politico, sorto da umili inizî e da necessità
temporanee, forma una delle pagine feconde di massimo ammaestramento
nella vita pratica della storia del mondo.
Roma era in balia di una trepidanza profonda. Trattavasi nientemeno
che di dar formalmente al Re dei Franchi un’autorità di patrocinio
sulla Città con titolo di Patrizio, e di sgombrare così a quel
Principe straniero una via di potenza in Italia ed in Roma. Troppo
grave era quel fatto perchè il Papa potesse compierlo di suo arbitrio
e sotto la sua sola malleveria. Non v’ha dubbio che ei ne sottopose
le proposte alla deliberazione del popolo romano, dell’esercito e
della nobiltà, congregati a parlamento; e da essi ottenne l’incarico
di conchiudere un trattato con Pipino, dopochè i Romani lui avevano
eletto a loro patrizio. Il viaggio del Papa nella terra dei Franchi
era un avvenimento che non avea riscontro d’esempli; ben è vero
che i suoi predecessori erano iti a Bisanzio allorchè l’Imperatore
colà gli avea chiamati, ma non peranco mai un Vescovo romano aveva
valicato le Alpi per andarsene ad un popolo germanico dell’Occidente.
Nell’autunno dell’anno 752 Stefano stava preparandosi al viaggio,
quando, coi suoi legati, giungeva di Bisanzio il silenziario Giovanni,
ed, invece di ajuto di armi, egli recava da parte dell’Imperatore
comando al Pontefice affinchè questi in persona si recasse alla corte
di Astolfo e lo inducesse a restituire l’Esarcato[345]. Non è facile
che Stefano desse al greco ambasciatore contezza di ciò che stava
negoziando con Pipino, i messi del quale, Autari e Crodegango, or
dovevano accompagnarlo nel viaggio che verso di lui imprendeva. Il Papa
toglieva con sè quei legati, il ministro imperiale, parecchi illustri
officiali della Chiesa ed alcuni maggiorenti della milizia romana per
andarsene anzi tutto ad Astolfo; partiva infatti di Roma, addì 14 di
Ottobre, munito di un salvacondotto del Re longobardo. Allorquando il
predecessore di lui era mosso a Liutprando, aveva affidato a un Duce il
reggimento della Città; adesso Stefano raccomandava «tutto il popolo
del Signore alla guardia del Salvatore e di Pietro principe degli
Apostoli»[346]. Non v’ha dubbio ch’egli affidava il governo delle cose
ecclesiastiche a un Vicario, nel tempo stesso che un Duce od un Console
eletto dai Romani assumeva il reggimento temporale.
Prima che Stefano, camminando attraverso le soldatesche longobarde
che tenevano occupato il Ducato, giungesse a Pavia, il Re con
suoi comandamenti lo ammoniva che non s’avvisasse di fargli motto
di restituzione dell’Esarcato e delle altre città dell’Impero;
rispondevagli il Papa, essere infruttuosa cosa il tentare
d’intimorirlo. Egli colmava il Re di donativi e di preghiere, e queste
con mesto aspetto il Silenziario imperiale raccomandava. Astolfo faceva
il sordo ai loro detti, e neppure voleva concedere al Papa che passasse
in Francia, ma i legati di Pipino con risolutezza chiedevano che il
consentisse. Il Re presentiva le conseguenze che sarebbero derivate
da quel viaggio, eppure impedirlo non potè. Stefano partì di Pavia,
addì 15 di Novembre dell’anno 752, con accompagnatura di vescovi e
di cardinali, e certo anche di maggiorenti romani che andavano da
plenipotenziarî della nobiltà e del popolo. Con rapido cammino giungeva
il Papa ai passi delle Alpi; al chiostro di san Maurizio, dove trovarsi
dovea con Pipino, gli venivano incontro soltanto, legati di lui,
Folrado abate e Rotardo duca, e lo invitavano a proseguire la via in
Francia, dove avrebbe raggiunto il Re al castello di Pontigon (_Pons
Hugonis_)[347]. Ivi infatti egli era accolto con ogni sorta di onori
dall’intiera famiglia regale, addì 6 del Gennaio 754, ed era condotto
a Parigi, dove prendeva stanza nel convento di san Dionigi. Del nome di
Parigi a quest’occasione per la prima volta fa cenno il Libro dei Papi,
e ci è duopo trascorrere un periodo di più che mille anni per rilevare
di bel nuovo i tardi effetti del viaggio di Stefano: gli è al tempo in
cui papa Pio VII se ne va a Napoleone usurpatore, e sono quasi identici
gli scopi che a questo viaggio altresì davano la ragione.
Stefano consecrò il re Pipino, la donna sua Bertrada e Carlo e
Carlomanno figliuoli di lui, e sotto pena di anatema proibì al popolo
franco di eleggersi mai a suo re uomo che fosse di stirpe diversa
dalla famiglia dei Carlovingi, di cui adesso la Chiesa proclamava
legittimo l’impero. L’animo riconoscente di Pipino non si restrinse
a vane parole di grazie. Nel castello Carisiaco, ossia di Kiersy, si
pattuì ciò che avrebbesi fatto dell’Esarcato e della Pentapoli, non
appena queste province greche fossero state colla forza delle armi
strappate ai Longobardi[348]. Pipino conchiuse una specie di trattato
colla Chiesa romana e col capo suo; per sè e pei successori suoi
fece sacramento solenne di provvedere alla difesa ed all’incremento
della potenza della Chiesa; il Papa d’altra parte promise che nè
egli, nè i suoi successori abbandonerebbero mai la novella dinastia:
fu conchiuso così un patto reciproco offensivo e difensivo[349].
L’autorità suprema dell’Imperatore bizantino era, come norma di
principio, ammessa tacitamente, ma non pertanto Stefano eleggeva il Re
dei Franchi a difensore della Chiesa e delle sue proprietà temporali.
Di tal guisa ei si arrogava audacemente i diritti dell’Imperatore,
e insigniva Pipino ed i suoi figli di quel titolo di Patrizio dei
Romani, che fino a quel tempo aveva appartenuto all’Esarca. Ma per
questo s’era già innanzi raccolto il voto dei Romani; la proclamazione
di Pipino a patrizio non poteva essere un atto che dipendesse dalla
volontà sola del Papa, sibbene il risultamento della deliberazione di
tutto il popolo romano; Stefano recava quel voto con sè in Francia,
ove lo accompagnavano alcuni ottimati di Roma, e Pipino senza
titubanza accettava la sua elezione a patrizio dei Romani. Indi in
poi, per un corso di secoli, il titolo di «Patrizio» fu per Roma di
somma importanza. In origine quel predicato non aveva significato
propriamente un officio; soltanto dopo di Costantino era stato una
dignità ragguardevole che durava a vita, e che si largiva anche a Re
barbari. Sembra che, dalla erezione dell’Esarcato in poi, quel titolo
gli Esarchi a preferenza assumessero; ad esso più tardi si aggiunse il
concetto che fosse còmpito del Patrizio di sopravvegliare all’elezione
pontificia e di avere l’avvocazia della Chiesa. Le relazioni in cui il
Principe dei Franchi trovavasi con Roma, col Ducato e coll’Esarcato,
furono perciò espresse con quel titolo romano, ma cosa meravigliosa si
è che le Lettere Pontificie ad esso non associno mai il concetto di
«Difensore.» Infatti non vi si fa mai cenno che il Re abbia obbligo
di difendere Roma per suo ufficio di patrizio dei Romani; la ragione
politica dei Papi derivò invece quest’obbligo soltanto dalla missione
che Dio avea imposto al Re, e di cui era simbolo la consecrazione;
perlomeno fe’ discendere quell’obbligo indeterminatamente dal trattato
conchiuso con Stefano; e sembra che avvisatamente i Papi intendessero
ad escludere la vera significazione del Patriziato, poichè volevano
che questo fosse riguardato non già come un diritto politico, ma
come un titolo onorifico, precisamente nel modo stesso con cui altra
volta Clodoveo, Odoacre e Sigismondo principe de’ Burgundi lo avevano
tenuto, in segno dell’onoranza loro conceduta dagli Imperatori[350].
Primo fu Carlo magno ad appellarsi nei documenti _Patricius Romanorum,
Defensor ecclesiae_; ed un formulario dei tempi posteriori esprime
manifestamente la connessione dei due concetti. Lo si trova nella
«_Graphia_ dell’aurea città di Roma», che è una scrittura la quale
risale alla seconda metà del secolo decimo, e contiene le discipline
ceremoniali con cui l’Imperatore dà l’investitura ad un Patrizio.
Allorchè questi è eletto, bacia in prima i piedi, le ginocchia e la
bocca all’Imperatore, indi dà il bacio a tutti i Romani, i quali tutti
sclamano: «Benvenuto sii!» E l’Imperatore gli dice: «Troppo grave
fatica ci sembrò di dover adempiere da soli all’officio che Dio ci
affidò. Te perciò togliamo in aiuto nostro, e ti impartiamo questo
onore, acciocchè tu faccia giustizia alle chiese del Signore ed ai
poverelli, di che indi dovrai rendere ragione al giudice supremo;»
indi lo veste del manto, gli pone l’anello nel dito indice della
destra, e di propria mano gli porge una pergamena su cui sta scritto:
«Sii Patrizio pietoso e giusto.» Poi gli impone sul capo un cerchio
d’oro e lo congeda[351]. Dobbiamo credere che Pipino non sarà stato
investito del patriziato con formula simigliante; però un pari concetto
di costituire un proteggitore alla Chiesa producevasi alla mente di
papa Stefano, sebbene ei cercasse di impedire che al patriziato dei
Franchi si congiungesse quella diretta podestà su di Roma, che gli
Esarchi avevano posseduto. Ma poteva forse avvenire che Pipino si
stesse contento ad un titolo vano, che a lui costava molto, senza ch’ei
pretendesse alla podestà che quel titolo in sè racchiudeva? Per lo meno
quell’autorità consisteva nella giurisdizione sull’Esarcato e su Roma,
che s’esercitava in nome dell’Imperatore e dello Stato, e nel diritto
di conferma della elezione pontificia. Pipino otteneva di essere
consecrato su quel trono che egli aveva usurpato ai Merovingi, e questo
per fermo era un’alta ricompensa per le guerre che egli prometteva
d’intraprendere in Italia a benefizio del Papa. Egli assumeva degli
obblighi, ma tosto a lui ne conseguivano effettivamente anche dei
diritti, e il patriziato dei Principi franchi, da un’avvocazia armata
che era, si elevò ad una podestà di giurisdizione suprema. Peraltro,
soltanto dopo lunghi indugi i Papi accondiscesero ad accordarla.
§ 4.
Falliscono i negoziati con Astolfo. — Ritorno di Stefano. — Pipino
scende in Italia. — Astolfo accetta la pace. — Primo documento di
donazione di Pipino dell’anno 754. — Il Re dei Longobardi entra nel
Ducato. — Assedio di Roma nel 755. — Devastazione della Campania. —
Saccheggio delle catacombe di Roma. — Lettera di Stefano ai Franchi. —
San Pietro scrive una lettera al Re dei Franchi.
Re Astolfo mirava con grande ira i maneggi del Papa e dei Romani; lui
avevano essi respinto, e l’autorità di tutela su Roma avevano dato in
mano al lontano Pipino. Prima dunque che questi coi suoi Franchi, mal
volenterosi di quella impresa, scendesse in Italia, Astolfo cercava
presso la corte Franca di porre impedimento ai disegni del Papa. Egli
costringeva il monaco Carlomanno ad abbandonare Monte Cassino, e ad
andare ambasciatore longobardo al fratel suo, per distoglierlo dai
trattati con Roma. Lo sventurato espiava la pena di quell’incarico
pericoloso, chè veniva chiuso nel chiostro di Vienna, dove in breve
tempo moriva. Pipino, patrizio, or ammoniva il Re de’ Longobardi,
affinchè i paesi conquistati restituisse; gli offriva persino una
considerevole moneta di riscatto, se egli volesse restituire «ai
proprietarî la proprietà,» ma, per buona ventura della Chiesa, Astolfo
rimaneva fermo nel suo diniego. Nè il Papa, nè i Franchi pensavano
che la valorosa nazione dei Longobardi fosse affralita dalle divisioni
interne, dai raggiri sacerdotali e dall’influenza del clima d’Italia,
nè credevano che il reame d’Alboino altro adesso non fosse che una
larva temuta.
Stefano partiva con una comitiva di Franchi, ed era accolto in Roma
con voci di giubilo che lo acclamavano salvatore e liberatore. Pipino
poi col suo esercito entrava, per le chiuse delle Alpi, da Val di
Susa, rinchiudeva i Longobardi entro Pavia, e nell’estate cingeva
questa città di assedio. Astolfo, messo alle strette più disperate,
accettava la pace che gli si profferiva, e giurava di cedere Ravenna
ed altre città[352]. In questi termini generali si esprime il Libro
Pontificale, il quale pertanto dimostra non essergli pervenuta contezza
di donazioni che fossero allora fatte al Pontefice; tuttavolta da due
lettere di Stefano, che appartengono alla fine dell’anno 754, si pare
che Pipino, dopo la conchiusione della pace, nell’autunno del 754,
effettivamente gli rilasciasse una scrittura di donazione. Soltanto non
se ne può determinare, se la restituzione onde si trattava si riferisse
ai beni della Chiesa, oppure alle province greche; nè si fa pur un
sol motto di Ravenna e dell’Esarcato. Lo stile della curia pontificia
tiene il concetto di _Respublica_ in una diplomatica indeterminatezza,
mentre sotto il titolo di «Republica dei Romani» si poteva ad arbitrio
intendere il concetto astratto dell’Impero od altrimenti il crescente
Stato di san Pietro, che era precisamente il Ducato romano[353]. La
frase officiale usata allora dal Papa per significare la cessione
delle province occupate dai Longobardi, fu quella «di reddizione o
restituzione» alla Republica dei Romani. Or sotto il nome di Republica
nella sua universalità, intendevasi un tempo tutto l’Impero, di cui era
capo legittimo l’Imperatore, e perciò si potrebbe credere che il Papa,
parlando di «restituzione», riferisse quella cessione all’Imperatore;
ma la posteriore donazione fatta da Pipino ci ammaestra, che il Papa
coll’appellazione di Republica romana denotava veramente Roma, capo
e sede del romano Impero, per virtù del quale la Città aveva dominato
Italia e il mondo[354].
Pipino aveva appena lasciato Pavia, che re Astolfo, quasi svegliandosi
di un sogno, era tratto a infrangere il patto. Egli chiamava in arme
tutto l’eribanno dei Longobardi, e, ancor sulla fine dell’anno 754,
assaliva il Ducato romano, e moveva contro Roma per castigarvi la volpe
che osava di strappare la preda dalla bocca del leone. Stefano vedevasi
ora abbandonato senza soccorso a pericolo estremo. Tosto dopo che
Astolfo aveva rotto sua fede, il Papa indirizzava ai Franchi lettere
di doglianza. Il latino di quelle scritture, come di tutte le altre
della collezione Carolina, è cosa barbara; tronfio ne è lo stile, e le
esagerazioni dei predicati di «Vostra grazia melliflua,» di «sguardo e
di volto dolci al paro di mele,» dimostrano quanto fossero nauseanti le
formule cortigianesche di quel tempo, in cui alle ampollosità di stile
della cancelleria bizantina andavasi ancora associando espressioni
bibliche[355]. A quel mele peraltro Stefano mesceva anche degli amari
rimbrotti contro la credulità leggera di Pipino; gli rammentava che
aveva intrapreso un viaggio in mezzo a mille pericoli per andare a
lui; che lo aveva consecrato re; che, in mezzo a tutti i Principi
della terra, Pietro lui aveva eletto a proteggitore della Chiesa: e lo
scongiurava a provvedere prestamente affinchè l’Apostolo ottenesse ciò
che per diritto gli spettava[356]. Le lettere partivano per Francia, ma
già i Longobardi stavano innanzi le mura di Roma.
Due secoli erano trascorsi dacchè Roma aveva sofferto l’ultimo duro
assedio onde Totila l’aveva cinta; chè tutti gli assalimenti successivi
dei Longobardi non avevano avuto soverchia gravità, oppure erano
stati evitati col pronto pagamento di un riscatto. Ora invece Astolfo
veniva con tutto il suo esercito poderoso per conquistare la Città, e,
nel giorno 1 del Gennaio 755, i Romani scorgevano avanzarsi le prime
schiere dell’oste nemica: procedeva questa divisa in tre battaglie, i
Longobardi di Toscana venivano per la via Trionfale, il corpo maggiore
dell’esercito condotto dal Re per la via Salara, i Beneventani per
la via Latina[357]. Per circuire tutt’intera la città Astolfo poneva
campo innanzi a porta Salara; i Toscani si attendavano fuori della
porta Portuense, i Beneventani si distendevano dal Laterano fino al san
Paolo.
I Longobardi beffavano con grida di scherno quelli ch’erano a guardia
delle mura, e: «Andate a prendervi i vostri Franchi,» sclamavano,
«che vi liberino dalle nostre spade.» Ma i Romani rispondevano con
una difesa risoluta; la milizia cittadina, già provata nell’arme in
alcune pugne, dava pegno onorevole del suo amore di patria. Non si fa
cenno peraltro di alcun Duce, nè di alcun Tribuno, e neppure del nome
di qualsiasi capitano romano, ma il Papa, con lusinghiere adulazioni,
nella sua lettera a Pipino, celebrava il franco abate Vernerio, che
essendo da legato nella Città, correva lungo le mura di Roma, vigilando
dì e notte, e faceva la parte da Belisario[358]. Possiamo accogliere
per vero che Vernerio fosse venuto a Roma con accompagnatura di un
drappello di guerrieri franchi, e che questi ora prestassero buoni
officî nella difesa.
Le mura antichissime di Roma, che per buona ventura Gregorio III
aveva restaurato, resistettero all’urto delle macchine guerresche
dei Longobardi, ma di dentro la Città era tratta ogni dì più allo
stremo. La Campagna era devastata senza pietà da un nemico sitibondo
di vendetta, e le scarse colonie della Chiesa erano da capo a fondo
distrutte. Astolfo per verità, mosso da reverenza religiosa, proibiva
che si toccasse alle basiliche di san Pietro e di san Paolo, che
stavano nella cerchia del territorio da lui occupato, ma tutte le
altre chiese e i conventi che stavano fuori della Città abbandonava
al saccheggio, e i frati e le monache erano sottoposti ai più
duri maltrattamenti. Sembrava che i Longobardi tornassero memori
dell’arianesimo dei loro padri, perocchè vituperassero con aperto
dileggio tutto ciò che si aveva veneranza di santo; ed Iconoclasti,
che erano forse greci assoldati nell’esercito, trafiggevano a punta
di spada le imagini dei Santi, e in gran falò le davano alle fiamme.
In pari tempo, nè v’ha contrasto che sia più spiccato di questo e
che denoti meglio la tempra di quel secolo, i Longobardi frugavano
nei cimiteri dei Martiri, e, ve li inducesse fervore pio o sete di
guadagno, si caricavano di ossa dei Santi. Il desiderio di possedere
reliquie (un secolo dopo diventava una vera mania di quell’età) s’era
già da gran tempo impadronito dei Longobardi: Liutprando, nell’anno
722, aveva comperato a peso d’oro dai Saraceni di Sardegna la salma
di santo Agostino, e, fra il giubilo delle genti, l’aveva deposta in
Pavia, nella basilica di san Pietro _in coelo aureo_. Ed ora Astolfo
profittava dell’assedio di Roma per raccattare dalle catacombe quante
ossa venerate di santità gli veniva fatto di trovare, e tante ne facea
trasportare in Lombardia. Quelle città sotterranee dei morti, cui fin
allora la profanazione non aveva mai offeso, erano di tal guisa, adesso
per la prima volta, date in balìa della devastazione[359].
Al giorno 23 di Febbraio erano già corsi cinquantacinque giorni
dacchè aveva principiato l’assedio; allora Stefano, per affrettare
il soccorso che con grande ansietà aspettava dai Franchi, spacciava a
Pipino l’abate Vernerio e due legati romani. Le sue lettere, scritte
fra le angustie degli assalimenti inimici, dipingono con vivi colori
le condizioni disperate in cui Roma si trovava. La prima lettera
indiritta a tutto il popolo Franco è scritta in nome del Papa, di tutto
il clero, di tutti i duci, dei cartularî, dei comiti, dei tribuni, del
popolo e dell’esercito dei Romani; la seconda è scritta da Stefano in
nome proprio. Egli vi esorta i Re a mandare prestamente soccorsi che
rechino a Roma salvezza, e in pari tempo gli ammonisce di adempiere
il dovere loro, perocchè «egli insieme con Dio abbia affidato alle
loro mani la protezione della Chiesa santa e della Republica romana.»
E il Papa rafforzava il valore di quegli ammonimenti nuovamente con
una terza lettera, la quale con istrana fantasia ei faceva che gli
dettasse la voce di Pietro, principe degli Apostoli. Non l’eresia
di Ario, non quella di Nestorio, nè altre che avevano minacciato la
fede cattolica nel suo fondamento più vitale, avevano mai indotto san
Pietro a scrivere lettere; e persino allora che Leone imperatore aveva
minacciato di distruggere il suo simulacro che era a Roma, l’Apostolo
non aveva pur dato segno di sua collera. Ma ora che grave pericolo si
addensava sulla sua città, o piuttosto sui suoi patrimonî, il Santo
si scoteva, e indirizzava una lettera di fuoco al Re dei Franchi, suoi
«figli adottivi.» Questa epistola meravigliosa è una delle più efficaci
testimonianze dello spirito grosso che animava non soltanto quel
secolo, ma anche la Chiesa di allora, perocchè questa non avesse più
riserbo «di servirsi delle ragioni più sante della religione, in pro
dei negozî di Stato[360].» Il latino della lettera era così zeppo di
barbarismi, che lo stesso san Pietro, il quale non sapeva scrivere che
l’ebraico od il greco, ne avrebbe arrossito di vergogna, e l’avrebbe
ripudiato; e le gonfie esagerazioni dello stile avrebbero messo nausea
a lui e a tutti gli Apostoli.
Vedasi a che meschina figura si era rimpicciolito nel secolo ottavo
il grande Apostolo, se il suo succeditore romano poteva mettergli
in bocca parole come queste: «Anche la nostra Signora, Maria madre
di Dio sempre vergine, associa le sue più officiose instanze alle
nostre; protesta, esorta e comanda; e a lei si uniscono i Troni, le
Dominazioni, e tutto l’Esercito della celestiale milizia; nè si stanno
indietro i Martiri e i Confessori di Cristo e tutti coloro che stanno
in grazia di Dio: eglino con noi esortano, scongiurano, protestano: se
vi prenda cura di questa città di Roma, che Dio ci affidò in custodia,
e del gregge del Signore che in essa dimora, e della Chiesa santa che
Dio mi confidò, affrettatevi; liberatela dalle mani dei Longobardi
persecutori, affinchè, Dio nol permetta! il mio corpo che per amore del
Signor Gesù Cristo sofferse, e la mia tomba dov’esso per comando di Dio
riposa, non ricevano da coloro contaminazione; affinchè il popolo che
mi appartiene non sia disperso e trucidato da questi Longobardi, rei
di turpi spergiuri, e trasgressori delle scritture divine.» E dopo che
l’Apostolo s’è abbassato a queste supplicazioni, in sulla conchiusione
si erige con fiero cipiglio, minacciando scomunicazione: «Se voi,
che nol vogliamo credere, vi farete colpevoli di pigri indugi o di
vigliacca diserzione, e non obbedirete tosto all’esortazione nostra,
e non libererete questa città mia di Roma, e il popolo che in essa
alberga, e la Chiesa apostolica che Dio mi affidò, e il suo sacerdote
supremo, per autorità della Trinità santa, per la grazia dell’officio
apostolico che Cristo Signore mi die’, voi sarete giudicati indegni
del regno di Dio e della vita eterna, colpa la inobbedienza alle
ammonizioni nostre[361].»
§ 5.
Pipino scende in Italia. — Astolfo leva da Roma l’assedio. — Venuta
di legati bizantini e loro disinganno. — Astolfo si sottomette. —
Documento della donazione di Pipino. — Fondazione dello Stato della
Chiesa. — La Chiesa è immessa nel possesso delle città donatele. —
Astolfo muore nell’anno 756. — Il monaco Rachi tenta di ottenere la
corona. — Desiderio è proclamato re dei Longobardi. — Stefano muore
nell’anno 757.
La lettera dell’Apostolo fu una ciurmeria che riuscì allo scopo
avvisato; ed infatti Pipino potè giovarsene a strascinare ad una
seconda spedizione in Italia i suoi Franchi, i quali mormoravano senza
che rispetto alcuno li rattenesse. Può darsi che la stravaganza di
quel trovato inducesse al riso financo un Re di quell’età, ma Pipino
non poteva far comparire in fallo san Pietro innanzi la moltitudine,
se anche egli non sentiva paura «di perdere corpo ed anima in mezzo
alle inestinguibili fiamme tartaree, in compagnia del diavolo e dei
suoi angeli pestiferi[362].» I suoi trattati col Papa imponevano a lui,
patrizio di Roma e difensore della Chiesa, il dovere di difenderla
colle armi; laonde ei s’apprestava alla guerra. La fama sola della
sua impresa bastava perchè Astolfo levasse da Roma l’assedio; ed egli
moveva subito in gran furia al settentrione per respingere i Franchi
dalle frontiere. Nel tempo istesso in cui Pipino s’avvicinava alle
chiuse delle Alpi tre legati bizantini venivano a Roma; il povero
imperatore Costantino fervidamente raccoglieva concilî sopra concilî
per distruggere imagini e reliquie, ma egli non aveva la forza di
riconquistare Italia perduta, nè soprattutto aveva l’intelletto
della vera condizione delle cose. Non conosceva ciò che nel trattato
fra Pipino e il Papa si conteneva, reputava che la restituzione
dell’Esarcato dovesse effettivamente andare a profitto dell’«Impero
romano,» e perciò mandava suoi ministri primamente a Roma, affinchè vi
chiedessero raccomandazione del Papa presso il Re dei Franchi.
L’Imperatore sperava nientemeno che di poter adoperare i Franchi in
servizio suo contro i Longobardi, come un tempo Zenone s’era servito
degli Ostrogoti a danno di Odacre: certo è che pensava di indurre
Pipino ad una spedizione di guerra contro Astolfo per averne egli
vantaggio. Ma appena giunti in Roma, i suoi legati aveano ragione di
essere atterriti, dacchè loro giungesse notizia che Pipino moveva
per la seconda volta contro le frontiere d’Italia; i diplomatici
presi di stupore a quell’annunzio, si gittavano in una nave, e
Stefano aggiungeva loro un suo messo, sotto pretesto di volerli
raccomandare a Pipino. Arrivati con rapido viaggio a Massilia, ivi
udirono che il Re era già entrato in Italia. Poichè loro dunque si
manifestava chiaramente come stessero le cose, ne furono profondamente
turbati[363], cercarono di lasciarsi addietro il nunzio apostolico, e
Gregorio, uno dei ministri imperiali, con veloci cavalli gli precorse
innanzi. Egli raggiunse l’esercito franco che moveva su Pavia, e con
profferte munificenti della riconoscenza dell’Imperatore, scongiurò
il Re affinchè l’Esarcato e le altre città restituisse al legittimo
loro signore. Ma Pipino, senza ambagi protestava, che alle due
imprese non era disceso in pro di uomo alcuno, ma per amore di Pietro
santo (qui torna in moto l’opera delle lettere celestiali), e per
la salute dell’anima sua; affermava che tutti i tesori della terra
non l’avrebbero indotto a infrangere la parola data all’Apostolo,
e diceva anzi che quelle città non volea restituire all’Imperatore,
ma dare tutte a san Pietro, alla Chiesa romana ed al Pontefice. Il
Bizantino, attonito per lo stupore, correva allora a Roma, vedeva il
Papa, e protestava, ma vanamente, contro quella lesione dei diritti
dell’Impero[364].
Frattanto Astolfo, chiuso per la seconda volta dentro di Pavia,
abbassava le armi nell’autunno dell’anno 755. Fu fatto tributario al
Re dei Franchi, e fu costretto ad adempiere nella sua interezza il
primo trattato, e ad aggiungere alle città restituite anche Comacchio
(_Comiaclum_). Il Biografo di papa Stefano, a questo punto narra per la
prima volta, che Pipino distendesse una scrittura di donazione, nella
quale alla Chiesa romana ed a tutti i Papi, per tutti i tempi venturi,
s’attribuiva il possedimento delle città; e aggiunge che questo
documento conservavasi ancora all’età sua (egli viveva nel secolo nono)
nell’archivio della Chiesa romana. Questo celebre documento sparve di
Roma, senza lasciar traccia di sè, nè ciò avvenne senza buone ragioni:
nessun erudito potè conoscere quai limiti geografici e politici
fossero statuiti in quella donazione, nè uomo alcuno seppe mai contare
precisamente quali e quante fossero le città donate, e ancor meno
definire se al Papa fosse dato su quei territorî soltanto il _Dominium
utile_, od altrimenti diritto effettivo di signoria assoluta[365].
Resta avvolta nel buio la condizione vera in cui si trovavano Roma
e il Ducato, del quale neppure si fa cenno; e poichè Pipino questa
provincia non ebbe conquistato, si arguisce che la donazione non poteva
estendersi ad essa, nè tampoco a Napoli, ch’era greco, nè a Gaeta.
Questo peraltro negarsi non può, che Pipino facesse una donazione
scritta, e che egli, nel suo diritto di conquista, cedesse alla Chiesa
romana l’Esarcato e la Pentapoli, ch’erano terre sulle quali la Chiesa
non possedeva titolo giuridico di sorta. Quelle greche province Pipino
toglieva all’Imperatore, che era divenuto incapace di strapparle
di mano ai Longobardi e di guardarle più a lungo; egli le cedeva al
Vescovo di Roma, non perchè questi era Principe spirituale, nè perchè
Pipino lo avesse in conto di Sovrano che stesse fuori della soggezione
allo Stato, sibbene perchè il Papa era capo effettivo della città
di Roma, colui che rappresentava la Republica romana nel significato
dell’Impero occidentale, dominatore d’Italia. Ma siccome il Papa questa
autorità di rappresentante dello Stato assumeva per ciò soltanto che
egli era capo supremo della Chiesa, la quale da sola teneva alta in
Occidente l’idea dell’Impero, così il Papa quelle terre riceveva nel
nome della Chiesa romana e di san Pietro capo invisibile di essa; così
egli stesso celava la sua usurpazione sotto la apparenza del titolo
di un pretendente santo, del principe degli Apostoli. Se però un tanto
pretendente era quello che più acconciamente si poteva opporre contro
alle reclamazioni di Bisanzio, tuttavolta astuzia di arte politica
esigeva che si prestasse ognora omaggio alla suprema autorità civile
dello Imperatore; laonde il Papa in quei paesi aveva sembianza di
vicario dell’Imperatore ossia di succeditore dell’Esarca, patrizio di
Ravenna. Ad ogni modo la podestà imperiale nel fatto s’era estinta;
quelle province non volevano più obbedire a’ satrapi bizantini, nè
esser suddite al Re dei Longobardi; esse accettavano l’autorità di
dominio territoriale del Papa, ch’era l’uomo più possente d’Italia,
omai riverito con onoranze idolatre, e capo della nazione latina[366].
Se anche Pipino non abbia voluto, con un conscio intendimento,
costituire uno Stato della Chiesa nel senso che vogliono sostenere
i campioni della sovranità pontificia, è tuttavia un fatto che egli
investiva il Papa del giure di principe territoriale sopra alcune
delle province più belle d’Italia; laonde egli fu fondatore dello
Stato della Chiesa, che ebbe più tardi svolgimento, e da cui per
lungo ordine di secoli fu impedita la unità d’Italia. A questo punto
poi si elevano considerazioni di diversa natura, perocchè siamo qui
giunti ad una nuova epoca della Storia della Chiesa. Questo sacro
istituto, congregazione dei fedeli, visibile sì, ma d’indole puramente
spirituale, s’era venuta costituendo coi principî fondamentali del
Cesarismo romano, e, a modo dell’organamento dello Stato, s’era elevata
ad un proprio imperio, in mezzo al quale il Vescovo di Roma esercitava
nelle cose religiose un’autorità cesarea. I canoni dell’arte politica
e del sistema imperiale antico, erano penetrati nella Chiesa e nella
sua gerarchia. La potestà del Papa era riverita negli argomenti di
dogma; il primato della sua sede apostolica s’era venuto fondando dai
tempi di Leone I e di Gregorio magno in poi; nelle lotte contro gli
Iconoclasti avea ottenuto affrancamento dall’Oriente, e l’independenza
della Chiesa aveva trovato la sua espressione politica anche nei moti
con cui Italia avea proclamata la independenza sua. L’Occidente si
separava dall’Oriente; la Chiesa, distogliendosi dall’Imperatore, si
collegava alla grande monarchia cattolica dei Franchi, la cui nuova
dinastia regale essa aveva consecrato colla sua autorità. Ormai essa
aveva il presentimento che questa monarchia compirebbe la restaurazione
dell’Impero occidentale; e la esistenza del reame franco fu ad ogni
modo buona ventura per l’Europa, avvegnachè sia stato esso che impedì
il sorgimento di un califfato europeo in Roma. Sebbene i Pontefici
romani di quell’età non potessero ancora sollevarsi ad intendimenti
più arditi, tuttavolta, dopo il secondo e il terzo Gregorio, eglino
concepirono in mente l’idea di porre sopra un fondamento di vita
pratica la loro supremazia religiosa, e di farsi signori d’una parte
di Italia. La caduta dell’Impero d’Occidente, che aveva ridotto Roma
a città essenzialmente ecclesiastica, la lontananza e la impotenza di
Bisanzio, finalmente il frastagliamento d’Italia, avevano dato buon
giuoco ai Vescovi di Roma; e la energia continuata di Pontefici sagaci
seppe raggiungere lo scopo di dare solidità di esistenza politica alla
loro Chiesa, e di costituirsi per sempre uno Stato ecclesiastico. Colla
fondazione di esso cessò il periodo della storia puramente vescovile e
sacerdotale, e si chiuse l’epoca più bella e più gloriosa della Chiesa
romana. Essa diventò cosa mondana; i Pontefici, che contro la legge
del Vangelo e contro le dottrine di Cristo associarono il sacerdozio
al principato, non poterono dappoi serbarsi più alla pura missione
di Vescovi apostolici. La loro duplice natura, contraddizione in sè
medesima, li strascinò ognor più al basso in mezzo all’agitazione
delle ambiziose arti politiche; laonde eglino per necessità furono
tratti a lotte depravatrici, affine di mantenersi nel possedimento
dei loro titoli temporali; furono costretti a discendere a guerre
civili interne contro la città di Roma, e a lotte continue contro le
podestà politiche. E l’avvenimento per cui si compieva la fondazione
di uno Stato della Chiesa romana, risvegliava in tutte le altre Chiese
avida sete di possedimenti; nel corso del tempo non vi fu abbazia,
nè vescovato, che non la pretendesse ad essere uno Stato sacerdotale
independente. L’esempio di Roma ebbe cupidi imitatori, e dalla notte
del medio evo le scritture di donazioni emersero a migliaia[367].
Il Re dei Franchi dava incarico all’abate Folrado di provvedere alla
esecuzione del trattato: Folrado andava nelle città della Pentapoli,
dell’Emilia e dell’Esarcato, toglievane statichi, riceveva le chiavi
delle loro porte, e queste, insieme al documento che n’era stato
scritto deponeva innanzi la Confessione del san Pietro. Tali erano gli
avvenimenti che tutto d’un tratto davano alle condizioni del Papato
un fondamento affatto nuovo e temporale, ed esercitavano una possente
influenza sulla storia d’Italia, ed in particolarità su quella della
città di Roma. Coll’anno 755 incomincia un periodo novello nei rapporti
interni ed esterni di Roma; il loro ordinamento fornirà un argomento
da approfondirsi in un Capitolo successivo; ciò soltanto per ora
possiamo stabilire, che, alla fine dell’anno 755, il Papa conseguiva
anche la signoria della città di Roma, senza che neppur adesso il suo
affrancamento dall’Impero greco fosse proclamato da alcuna delle parti
che avevano mano in quei negozî.
Il reggimento papale in Roma, non era per guisa alcuna di ordine
monarchico. La città stessa, già nel tempo della prima origine del
_Dominium Temporale_ dei Pontefici, manteneva il suo giure comunale.
Essa riveriva il Papa da signor suo (_Dominus_), ma serbava a sè
medesima i diritti del Senato e del Popolo; e questi trovavano la loro
miglior guarentia nella scelta del capo supremo, perocchè la elezione
pontificia procedesse da tutto il popolo riunito. Nelle tenebre della
storia andò perduto perfino il fatto della cessione della podestà
temporale, che i Romani facessero al loro Vescovo. Non v’ha alcuno
che parli di un patto scritto che intervenisse tra la Città ed il
Papa; nè alcuno v’ha che discorra del più meraviglioso di tutti i
parlamenti del popolo romano, che nel foro, per vecchiezza cadente, nei
_tribus fatis_, possa aver preso una deliberazione di tanto rilievo,
quale si era quella di trasferire nel Vescovo di Roma l’autorità di
Doge della Republica: e neppur sappiamo se questa autorità del Papa
massimamente sia derivata da un trattato di questa fatta, che sia stato
conchiuso al tempo di Pipino. L’origine misteriosa di questa signoria
pontificia è uno degli avvenimenti più meravigliosi nella storia, e
l’assoggettamento di Roma, compiuto dai succeditori di san Pietro alla
chetichella, sotto gli occhi degli impossenti successori di Costantino,
fu un capolavoro di arti lungamente coltivate e di accorte astuzie
dei preti. Quel possedimento prezioso era degno della grandezza dei
Papi; ma i successori di Stefano II ebbero compreso assai tosto che
esso aveva la natura del dono di Pandora. Ed invero, dopochè si fu
costituito lo Stato della Chiesa, vennero tra essi a cozzo continuo
i tre diritti che avevano radice in Roma; l’antichissimo diritto
municipale del popolo, il diritto antico della monarchia imperiale,
e il diritto recentissimo usurpato dai Papi. Pertanto la storia
della città di Roma, per lungo ordine di secoli, altro non è che lo
svolgimento del conflitto che questi tre principî sostennero fra sè,
l’uno contro dell’altro.
Re Astolfo non sopravvisse lungamente alle umiliazioni sofferte.
Già in sull’incominciamento dell’anno 756, Stefano poteva dare al
Re dei Franchi la novella che quell’acerbo inimico suo era morto; e
il Papa facevalo con feroci parole di odio: «Quel tiranno, socio del
diavolo,» esclamava, «quell’Astolfo che suggè il sangue dei Cristiani
e distrusse le chiese di Dio, fu trafitto dalla spada del Signore;
piombò nella voragine dell’inferno, proprio nei giorni in cui, or fa un
anno, egli si apprestava a distruggere la città di Roma[368].» Eppure
lo sventurato Principe, che morì di una caduta alla caccia, spirava
l’anima tra le braccia di monaci pii[369]. L’ira del Papa perseguitava
quel morto anche entro la tomba, perocchè egli non avesse ancora
reso parecchie città, e quindi Folrado non avesse potuto di tutte
raccogliere le chiavi, e deporle innanzi il sepolcro dell’Apostolo.
L’esercito dei Longobardi di Tuscia imprendeva ora a disporre del trono
vacante di Pavia, cui non v’era alcun erede che pretendesse, e gridava
re Desiderio duca. Ma appena ne giungeva novella a Rachi, che già s’era
separato dal mondo, egli infrangeva i voti che lo incatenavano a Monte
Cassino in eterna abnegazione di sè. Egli gettava la tonaca monacale,
radunava gli aderenti della sua famiglia, e ponevasi alla testa di un
esercito. Desiderio non sapeva ricorrere per sua difesa ad un alleato
che fosse più potente del Papa; gli offeriva considerevole moneta e la
cessione delle città che Astolfo s’era trattenuto, purchè lo conoscesse
per re, e lo affermasse sul trono longobardo. Il patto fu sottoscritto
in Toscana dai legati di Stefano, che furono Paolo fratel suo, Folrado
e Cristoforo; e Rachi, atterrito da minacce apostoliche, con sospiri
e con lacrime si nascose di bel nuovo sotto il saio monastico. La sua
fazione era più debole di quella di Desiderio, la quale, ove necessità
l’avesse chiesto, sarebbesi accresciuta di forze coll’aggiunta
dell’esercito romano e di un drappello di Franchi, che erano con
Folrado. Questo consigliere di Pipino, che soggiornava ancora in Roma
come _Missus_, ossia legato, aveva pertanto accompagnatura di alquanti
guerrieri Franchi; chè per quel drappello non può certo intendersi
la «Scuola di Franchi» che risiedeva in Roma[370]. Desiderio si ebbe
il trono di Pavia col favore della Chiesa, ed il Papa non frappose
ritardo ad occupare le città cedutegli, Faenza col castello Tiberiano,
Gabello, e tutto il Ducato di Ferrara: così egli «ampliò lo Stato della
Republica»[371]. Tosto dopo, quand’era giunto all’apogeo della sua
fortuna, Stefano II passava di vita, addì 24 di Aprile dell’anno 757.
Fosse caso o gloriosa coscienza di sè, la Chiesa non coronò il capo di
questo prete accorto coll’aureola dei Santi, che essa avea concesso a
Zaccaria predecessore di lui; peraltro Stefano era riuscito a cingere
la sua mitra del serto d’oro, meno etereo ma potente più, di principe
della terra.