CAPITOLO PRIMO.

§ 1.

Gregorio II sale al pontificato nel 715. — Indole e operosità di

Gregorio. — Bonifacio converte la Germania. — Leone l’Isaurico. — Culto

delle imagini dei Santi in Oriente e in Occidente. — Statua di bronzo

del san Pietro in Vaticano.

Dopo la successione di sette Papi di origine greca o assira, Gregorio

II fu il primo dei Romani che salisse alla cattedra di Pietro. Il

vecchio nome romano di Marcello padre di lui, desta la ricordanza del

tempo antico, e ci fa credere ch’egli discendesse di illustre stirpe

patrizia. Manifesto è che il popolo eleggeva a pontefice un uomo

di nazione romano, per muovere opposizione a Bisanzio. Gregorio, da

diacono, era stato col suo predecessore Costantino a quella corte,

dove, nelle disputazioni sugli articoli del sinodo Trullano, s’era

conquistato gloria di erudizione, di eloquenza e di animo coraggioso.

Fu fatto papa addì 19 Maggio 716, nel terzo anno dell’impero di

Anastasio.

Il popolo longobardo era governato in quel tempo da re Liutprando,

principe fornito di molta energia e di saviezza grande, che nella mente

nutriva altissimi disegni. Poichè egli si rifiutava di confermare la

donazione di Ariberto II, Gregorio II si dava ogni cura d’impedire che

ne avvenisse una rottura. I suoi nunzî riescivano in quest’intento,

ma il Papa reputava necessario di restaurare quelle cadenti mura di

Aureliano, che erano i baluardi dell’independenza nazionale di Roma.

Aperte fornaci di calce, s’imprese a riedificare le mura incominciando

dalla porta di san Lorenzo, ma presto insorsero ostacoli a impedire

la prosecuzione del lavoro[270]. Il Tevere inondava colle sue acque la

Città, e gravi danneggiamenti recava nel campo di Marte[271].

Non abbiamo contezza di altri fatti riguardanti propriamente la città

di Roma, che siano avvenuti duranti i primi anni del pontificato di

Gregorio II; si fu massimamente la mancanza di Cronisti contemporanei

che ebbe in parte seppellito nella tenebra la grande operosità di

questo Pontefice. Ei ci fa ricordare Gregorio I. La sua autorità di

comando si estendeva fin sull’Italia meridionale, dove i Longobardi

di Benevento avevano conquistato il castello di Cuma, che a quel tempo

ancora continuava ad essere un forte arnese di guerra. A Giovanni, duce

di Napoli, il Papa statuiva il modo di condurne il reggimento[272]; e

quando la fortezza fu di bel nuovo tolta ai Longobardi, egli pagò del

tesoro della Chiesa settanta libbre d’oro come prezzo di cessione.

Al pari del magno Gregorio, che alla Chiesa aveva conquistato

province remote, anche Gregorio II conseguì trionfi, e furono ancor

più avventurati. Gli Anglosassoni che il primo aveva convertito,

diventavano adesso i missionarî dell’Allemagna; Gregorio II elevava a

dignità di vescovo tedesco il celebre Vinfredo ossia Bonifacio, e lo

mandava da legato apostolico in quelle contrade ancor incolte e coperte

di selvagge foreste, dove quel servo ossequiente del Papato poneva il

fondamento alla dominazione della Chiesa romana. Di tal guisa, dopo

secoli lunghi di una vita oscura delle sue stirpi guerriere. Germania

tornava ad associarsi con fervidi vincoli a Roma; nè lungo tempo doveva

trascorrere perchè esercitasse influenza poderosa sui destini della

Chiesa e su quelli di tutto Occidente.

L’età onde discorriamo, era massimamente affaticata da forze operose

di svolgimento di una vita nuova. Dopo che nel secolo settimo s’era

compiuta la caduta del mondo romano, incominciava da quell’immensa

vastità di diluvio a sollevarsi un continente novello; e già la Chiesa

romana lo aveva tutto trascinato e chiuso entro la sua orbita. Infatti

era la religione cristiana che in una legge ed in un culto comune

aveva riunito fra essi e colle reliquie della nazione latina i popoli

germanici, quanti di loro nell’Inghilterra, nelle Gallie, nelle Spagne

e in Italia per mezzo di essa erano stati accolti entro il giure civile

romano; di tal maniera per opera della Chiesa s’era costituito un

dominio occidentale di popoli, che in processo di tempo doveva assumere

ragione e sembianza di romano Impero. Peraltro, contro questo regno

unito dei Germani e dei Latini, allora da Oriente moveva minaccia

di grave pericolo. Nel bel fiore della sua potenza, l’Oriente arabo

insorgeva alla pugna contro l’Occidente; già i Maomettani assalivano

Costantinopoli, i Saraceni dominavano il mar Mediterraneo, minacciavano

Italia e Roma, e dalle Spagne conquistate scendevano nelle province

meridionali delle Gallie per abbattere il reame dei Franchi e, insieme

con esso, il baluardo della Chiesa romana in Occidente. E in mezzo a

quel turbinio avveniva d’altra parte un fatto che a Roma e ad Italia

doveva dare una forma nuova.

Dopo che s’erano compiute due rivolte militari, che aveano precipitato

del trono gli imperatori Anastasio e Teodosio, vi si era assiso Leone

l’Isaurico addì 25 del Marzo 717. Quest’uomo valoroso aveva respinto

gli Arabi dalle mura di Costantinopoli ed aveva ispirata vigoria di

vita novella al greco Impero. Insieme col suo tempo si perdette la

rinomanza gloriosa di sue geste guerriere, ma l’acerba lotta per l’uso

o per l’abuso delle imagini nella Chiesa, lotta che egli con un suo

editto revocava in vita, ebbe reso immortale il nome di Leone. Il

passionato fervore dei Bizantini per le cose di teologia s’impadroniva

anche dell’animo soldatesco e semplice di questo Imperatore: e

quantunque per fermo egli non fosse atto a comprendere le sottigliezze

delle cose dogmatiche, tuttavia, impetuoso e ardito, ei concepiva

il disegno di voler purificare dalla servilità idolatrica il culto

cristiano; il guerriero isaurico credeva che a compiere quella fatica

di Ercole gli bastasse di promulgare un editto imperiale. Le grida

chiassose di scherno dei Maomettani che nelle conquistate città di

Palestina e di Siria avevano fatto vitupero alle imbelli imagini

dei santi, e i maligni epigrammi degli Ebrei della sua corte, erano

cagione che egli si rodesse per l’onta e pel dispetto. I Cristiani,

dicevano quei miscredenti, che se la pretendono di adorare il Dio vero,

hanno riempiuto il mondo di una torma d’idoli più numerosa di quella

che eglino, dopo i tempi di Costantino, trovassero da distruggere

nei templi pagani; nè i confessori dell’Evangelo hanno a schivo di

volgere in publico loro preci a de’ bambocci di metallo, di pietra e di

legno, e a de’ musi dipinti in tela, e alle brutte imagini di stregoni

innumerevoli. Il mondo romano s’è rifatto in paganesimo come prima era,

nè il Cristianesimo altro è che un culto d’idolatri, laddove le moschee

e le sinagoghe nostre, pure e monde di simulacri, non sieno adorne

altro che dello spirito di Dio uno e vero, e della legge del Profeta.

Oltracciò, quei Vescovi greci nei quali metteva cruccio l’abuso

introdotto nel culto delle imagini, comparavano a quell’età loro

il costume dei primi secoli cristiani, nei quali non s’erano visti

simulacri. Anticamente erano stati i gentili a rovesciare lo scherno

sui Cristiani, perocchè nella povertà di loro religione plebea non

possedessero templi, nè altari, nè statue splendide, ed allora i

Cristiani così avevano loro risposto: «Credete forse che noi celiamo

l’oggetto della onoranza nostra perchè non abbiamo templi, nè altari?

A che dovrei farmi un simulacro d’Iddio, se in verità l’uomo di

Dio è simulacro? perchè dovrei edificare un tempio, se il mondo

universo, opera delle sue mani, nol può comprendere? io uomo avrei

nel mondo tanto spazio di dimora, e la onnipotenza di Dio dovrebbe

essere racchiusa in una cella angusta? Non è forse meglio che noi

consecriamo a Dio un albergo nel nostro spirito e nel profondo del cuor

nostro?»[273]. Ma i tempi di Minucio Felice non erano più, ed ora gli

infedeli con acerbo dileggio ritorcevano quelle domande. Il sinodo di

Illiberis, ancora in sui primi anni del secolo quarto, aveva divietato

l’uso delle imagini nelle Chiese, perchè si temeva che ne venisse

pericolo alla fede; ma nel secolo sesto non sarebbe più stato possibile

di promulgare un pari decreto[274].

Non è mestieri di dire che in sull’incominciamento del secolo

ottavo tutti i paesi cristiani di Oriente e dell’Occidente erano

pieni di imagini e di simulacri del Cristo, della Vergine e dei

Santi. Fino al quinto secolo il culto ne era stato immune; l’imagine

stessa della Croce era venuta in costume universale gran tempo dopo

di Costantino[275]; ma, dappoi, la fantasia dei popoli orientali

primamente, indi quella degli occidentali, nella rappresentanza delle

imagini dei Santi, s’era sospinta al di là di ogni limite. Simulacri

miracolosi, effigie del Cristo Salvatore e di Maria Vergine «non

fatte da mani umane (ἀχειροποίητος)», ma tratte con mistiche impronte

dalle fattezze degli originali, oppure opere di angeli o dell’apostolo

Luca, nel secolo sesto sbucavano fuori da parecchie città di Asia e

di Europa; e turbe numerose di pellegrini traevano a quelle chiese che

si gloriavano di possedere di quei ritratti genuini, e, per vero dire,

profittevoli di lucro.

L’esempio di Oriente trovava imitazione in Occidente, e nel secolo

sesto s’erano approvigionate le chiese di quei ritratti dei Santi,

condotti in pittura ed in iscultura, dai quali occorre peraltro

distinguere le imagini effigiate del Cristo e dei Santi, che ancora

anticamente erano disegnate nelle catacombe, negli archi di trionfo e

nelle tribune delle chiese. Soltanto le storie di martirio s’evitava

di rappresentare nelle chiese di Roma, per modo che in quelle onde fin

qui abbiamo discorso, non si trova neppure una storia dei tormenti di

un confessore; diversamente invece avvenne nei tempi assai posteriori,

allorchè sembrarono necessarie forme sì rudi a risvegliare il

sentimento religioso omai affievolito[276]. Non una delle pitture delle

catacombe di Roma, non una delle sculture degli antichi sarcofaghi

cristiani, attingono il loro soggetto dalla passione di Cristo o

dal martirio di qualche Santo. Esse raffigurano soltanto il Cristo

che ammaestra i suoi discepoli, che risana gli infermi o che opera

miracoli. Può darsi che il possedimento, onde Roma così grandemente

s’allietava delle salme dei Santi più illustri, tenesse ivi per lungo

tempo remota od almeno ristretta la venerazione di imagini portentose;

ma allorquando Edessa e Panea, quando Gerusalemme od altre città di

Asia menarono altissimo vanto di possedere ritratti e simulacri genuini

del Cristo, neppure Roma volle starsi lor dietro; ed è possibile cosa

che il sudario della Veronica già nel secolo settimo all’universale

onoranza si esponesse[277]. Ai tempi di Gregorio I, Roma affermava di

possedere la vera imagine del Cristo, della Vergine e dei due principi

degli Apostoli, avvegnachè quel Papa ne spedisse delle copie al vescovo

Secondino, ma avesse argomento di ammonirlo che quelle imagini, e

ben sel doveva egli sapere, eran fatte perchè gli servissero non come

oggetto di adorazione, ma soltanto di ricordanza. Alcuni Vescovi delle

Gallie forniti di colto ingegno, vedevano a malincuore quegli abusi

idolatri, e con ragione temevano che la moltitudine superstiziosa

novellamente tramutasse il Cristianesimo in culto pagano. Sereno di

Marsiglia un giorno deliberava di abbattere nella sua chiesa alcune

imagini di Santi, ma Gregorio scriveva a quel Vescovo: «Lodevole è

lo zelo che tu rivolgi a impedire che si adori l’opera delle mani

dell’uomo, ma è mio giudizio che mal festi a porre in pezzi quelle

immagini. Avvegnaddio la pittura sia usata nelle Chiese acciò coloro

che di lettere non sanno, almeno legger possano collo sguardo nei

quadri che pendono dalle pareti[278].» Questa era l’opinione di

Gregorio sull’uso cui servir dovevano le imagini nelle chiese, ed i

Papi che combatterono a loro difesa avrebbero dovuto appoggiarsi su

quell’autorità. La moltitudine però non comprendeva, nè partecipava a

quel principio composto a temperanza, e la venerazione cieca assumeva

indole di adorazione, indiritta a chi nell’imagine era effigiato.

Artisti in gran numero, e massimamente monaci nei conventi, davano

opera, con vera industria di fabbrica, a colorire di quelle imagini di

Santi; e le chiese, che in particolare possedevano di quei simulacri

portentosi, ne ritraevano ragguardevoli redditi. Ai dipinti succedevano

le sculture, perocchè, parte in causa dell’abborrimento nutrito dai

primi Cristiani contro le statue, parte per altri motivi, la statuaria

fosse rimasta assai dietro alla pittura. Se pure in Roma, al principio

del secolo ottavo, non si era peranco stabilita la consuetudine di

trarre in processione simulacri scolpiti in legno, tuttavia v’era nelle

chiese buona copia di statue del Redentore, della Vergine, dei Santi,

modellate in oro, in argento, in bronzo; e, posteriormente al secolo

quinto, la celebre statua in bronzo del san Pietro, dall’alto del suo

trono torreggiava nell’atrio della sua basilica, e già fin d’allora

sporgeva il piede al bacio degli adoratori, simile al celebre Ercole

di bronzo del tempio di Agrigento, di cui si legge in Cicerone, che a

furia di baci dei devoti aveva il mento levigato e rilucente[279].

Della celebre statua dell’Apostolo abbiamo già discorso a proposito

della storia di Leone I, e qui la richiamiamo alla ricordanza, perocchè

l’Imperatore, avverso alle imagini, segnatamente la togliesse di mira

quale oggetto dell’ira sua, e papa Gregorio II la dichiarasse oggetto

dell’amore fervidissimo di tutta Roma. Quel simulacro di bronzo aveva

dai Romani venerazione di palladio, ed eglino vi nutrivano affetto

pari a quello con cui i loro antenati pagani avevano difeso la statua

della Vittoria. Il simulacro rappresenta l’Apostolo seduto, che alza

la destra in atto di benedire, e nella sinistra tiene le chiavi.

L’origine è incerta, ma antica; energiche ne sono le forme, belli i

panneggiamenti. Se pure non meriti fede quanto si narra che questa

statua sia stata fusa col bronzo del Giove Capitolino, o se pure

v’abbia quasi la certezza che essa sia soltanto una statua trasformata

di qualche imperatore o di qualche console, tuttavolta il suo stile

non è bizantino, ma antico e bello, al pari di quello delle sculture

dei migliori sarcofaghi cristiani o della statua di marmo del santo

Ippolito che oggi si mira nel Museo cristiano del Laterano. L’Apostolo

di bronzo allora s’ergeva nel convento di san Martino, presso la

basilica di san Pietro.

La foggia ond’è per consueto rappresentato il principe degli Apostoli,

colle chiavi nella mano, colla chioma breve e crespa a mo’ di lana,

colla barba tagliata in tondo, a differenza del san Paolo, al quale si

diede chioma liscia e lunga barba, potrebbe farsi derivare da questa

statua del Vaticano, il cui tipo fu ognor conservato nell’arte[280].

§ 2.

Editto di Leone contro il culto delle imagini. — Resistenza di Roma

e sollevazione di alcune province italiane. — Attentato alla vita di

Gregorio. — I Romani e i Longobardi prendono le armi. — Ribellione

contro Bisanzio. — Tentativi da Napoli contro Roma. — Lettere di

Gregorio all’Imperatore.

Si era nell’anno 726 che Leone l’Isaurico promulgava il celebre editto,

in cui ordinava che dalle chiese del suo Impero si bandissero tutte le

imagini dei Santi[281]. Un’agitazione violenta scoppiava allora come

turbine nell’Oriente e nell’Occidente. La moltitudine, che le forme

materiali della figura scambiava con Dio stesso, si commoveva ad ira

fanatica, e i preti innumerevoli comprendevano che la podestà loro

sovra il popolo in gran parte si raccomandava all’apparato del culto

che operava sui sensi. L’Oriente e alcune province dell’Occidente si

coprivano delle ruine di statue e di musaici fatti in pezzi, e le ombre

degli ultimi gentili di Roma avrebbero potuto con maligno compiacimento

contemplare tanta mutazione di cose. Però il Papa difendeva la

mitologia cristiana, sorta dopo il tempo pagano, con fervore più vivo

ancora di quello con cui Simmaco aveva combattuto contro gli Imperatori

cristiani in favore degli idoli antichi e dell’altare della Vittoria.

Anche a Roma Leone spediva il suo editto, e Gregorio con una bolla

protestava che l’Imperatore non aveva autorità di comando in cose di

fede, e che a lui lecito non era di contraddire ai decreti antichi

della Chiesa. A quel diniego risoluto del Papa, Leone rispondeva

emanando nuovi decreti, coi quali minacciava di deporre Gregorio, se

ricusasse obbedienza. Ma Gregorio non cedeva; ammoniva con lettere

i Vescovi e le città d’Italia a resistere contro gli intendimenti

ereticali dell’Imperatore, e, per usar le parole del Libro Pontificale,

s’armava contro lo Imperatore come contro un nemico. Le sue lettere

pastorali operarono dappertutto effetti gravissimi. La Pentapoli e

l’esercito dei Veneziani impugnarono l’armi e proclamarono di voler

difendere il Papa. Gregorio vide destarsi in Italia la fiamma del

sentimento di nazione; un cenno solo di lui avrebbe bastato a muovere

tutto il paese a rivolgimento, ma motivi rilevanti lo inducevano ad

impedire un’aperta sollevazione contro l’Impero. È cosa incerta se il

Ducato romano veramente negasse di pagare il tributo all’Imperatore;

sembra però che in fatto Gregorio si opponesse a una nuova imposizione

che vi ordinavano i Bizantini[282].

Roma e le province, dalle bocche del Po fino alle Calabrie, erano tutte

in commovimento, e si schieravano intorno al Papa loro proteggitore

e interprete de’ loro sentimenti di contro a Bisanzio. Alla notizia

di quei fatti, l’Imperatore armava un naviglio, ma, prima ancora che

questo mettesse alla vela per la foce del Tevere, volle liberarsi

di Gregorio secondo la costumanza bizantina. Il duce Basilio,

Giordano cartulario e Lurione suddiacono, insieme con Marino, che

l’Imperatore in quello aveva mandato da Duce a Roma, tramavano di

uccidere Gregorio, ma la repentina cacciata dell’ultimo di questi

officiali mandava a vuoto l’attentato. Giordano e Giovanni furono

fatti in pezzi dal popolo, e Basilio riuscì a salvarsi ricoverando in

un convento. Frattanto Paolo, novello Esarca, veniva a Ravenna con

ordine assoluto di soffocare a qualunque costo la sollevazione dei

Romani. Egli spediva un esercito contro Roma, ma perfino i Longobardi

di Spoleto e di Tuscia, indotti senza dubbio dal Pontefice a farsi

alleati suoi, si levavano, proteggevano le frontiere del Ducato

romano, e, uniti ai Romani, impedivano all’oste che s’avanzava di

passare oltre ponte Salaro. I Greci tornavano indietro, e l’Esarca,

contro cui il Papa scagliava la scomunica, era minacciato di pericolo

dentro alle mura stesse di Ravenna. La Pentapoli apertamente gli

negava obbedienza, le città tutte del mezzo d’Italia cacciavano gli

officiali bizantini, eleggevansi Duci loro proprî, e minacciavano

di acclamare un novello Imperatore e di condurlo a Bisanzio[283].

Questo disegno è invero meritevole di nota, avvegnachè significhi

che gli Italiani sollevati neppure remotamente pensavano a restaurare

l’impero romano di Occidente, e nemmeno a dividere lo Stato. Gregorio

però si opponeva a quel proposito, non tanto perchè sperasse nella

conversione dell’Imperatore, quanto perchè temeva che una rivoluzione

tanto violenta di cose desse Italia e Roma in balia dei Re longobardi.

Ragione di utilità loro propria imponeva ai Papi di impedire che

in Italia sorgesse una monarchia, e di tenere da sè lontana la sede

della podestà civile. L’Imperatore che sedeva a Bisanzio, loro per

certo era men pericoloso di quello che sarebbe stato un Re che avesse

ridotto Italia a unità sotto il suo scettro e indi per necessità avesse

preteso a Roma come a sua città capitale. Oltracciò, il Papa doveva

schivare tutto quello che avesse potuto dargli sembianza di ribellione

alla autorità legittima dell’Impero; laonde con prudente moderazione

temperava la foga degl’Italiani, e gli ammoniva a non rompere la

sudditanza all’Imperatore[284]. Per questo motivo tollerava in Roma

la presenza di Pietro, duce imperiale, sebbene lasciasse che i Romani

nel palazzo dei Cesari l’assediassero, e indi lo cacciassero oppure lo

trucidassero[285]. Può darsi che i Romani allora si eleggessero un Duce

loro proprio, come le altre città italiane avevano fatto, ma non può

certo darsi la prova che Roma solennemente proclamassero a republica,

e che a loro capo temporale elevassero il Papa; ciò d’altronde sarebbe

stato contrario all’arte politica di Gregorio[286]. Nel frattempo,

Esilarato duce di Napoli, era entrato con sue soldatesche nella

Campagna, e quivi dalle milizie romane era battuto e ucciso. La

signoria bizantina si vedeva ben tosto ristretta al solo possedimento

di Napoli, la quale, essendo città animata dal commercio che vi

facevano i Greci, gli Ebrei e le genti del Levante, sarebbe stata a mal

punto condotta se avesse perduto le sue relazioni coll’Oriente. Di qui

l’antico esarca Eutichio tentava indarno di promuovere in Roma moti di

reazione; un suo ministro ivi era colto; e se salvava la vita, dovevane

gratitudine soltanto alla intercessione del Pontefice, la cui prudenza

anche a questa occasione lo rivela statista perfetto. L’Imperatore

istizzito incamerava adesso i redditi della Chiesa nell’Italia

meridionale, e questo era il solo modo, ma fiacco assai, con cui

riusciva a vendicarsi del Papa. In Roma la sua influenza era spenta

affatto; appena v’era chi parteggiasse pei Bizantini, e Gregorio II

poteva reggersi da vero principe della Città, quantunque ei facesse le

viste di non volerne essere altro che vescovo. Il rivolgimento contro

gli officiali dell’Impero aveva qui operato un novello ordinamento di

cose, e aveva dato vita a un reggimento cittadino, a capo del quale

stavano i _Judices de Militia_. Roma ricomparisce adesso per la prima

volta nell’aspetto di città independente da Bisanzio, con forme di

republica aristocratica; oscuro ci rimane qualmente si attuassero, ma è

probabile che la Città fosse retta da magistrati con nome di Console e

di Duce, sopra i quali il Papa esercitava tacitamente la sua autorità.

I Romani, che non volevano più star soggetti al reggimento di satrapi

bizantini, riverivano invero pur sempre la podestà dell’Impero, ma si

ponevano sotto la protezione del loro Vescovo potente, che difendevano

con coraggio animoso contro l’Imperatore. Il Papa era capo naturale

della nazione romana; di tal guisa, durante la controversia delle

imagini, che nelle sue origini è coperta di un velame, in Roma e nel

Ducato sorgeva quella podestà temporale del Pontefice, la quale col

procedere del tempo assumeva vita e forme istoriche.

La controversia tuttavia continuava anche dal lato dommatico, e

proseguivasi colla penna acerbamente. Abbiamo due lettere che Gregorio

scriveva all’imperatore Leone nel tempo in cui fervevano i rivolgimenti

di Roma. La lingua vi è zeppa di barbarismi, la forma rozza e acre

per passione; l’ingegno colto di Gregorio I non avrebbe per certo

scritto così. Ma quelle lettere di spiriti ribelli, che il Vescovo

romano indirizzava al sire dell’Impero, esprimono omai altamente

il valore della legge gerarchica ond’erano poste le fondamenta; e

la consapevolezza che ha il Papa della sua supremazia di capo della

Cristianità, vi parla con ardimento sì risoluto, che i Pontefici dei

tempi avvenire poterono torne i concetti a esemplare[287]; già vi si

svela nei suoi primi tratti l’idea che informò il pontificato dei tempi

posteriori, all’età di Gregorio VII e di Innocenzo III.

«A scriverti», dice Gregorio nella sua prima lettera, «dobbiamo usare

di stile incolto e rozzo, perocchè tu sia uomo incolto e rozzo;» indi

al demolitore delle imagini rammenta le tavole di Mosè, i Cherubini

dell’arca dell’alleanza, e il dipinto originale del volto di Cristo,

che il Redentore con un suo scritto autografo aveva mandato a re

Abgaro di Edessa[288]; e gli dice, molte essere di quelle imagini alle

quali accorrevano pie torme di pellegrini. Quei simulacri, soggiunge,

non sono divinità, e neppure i Santi vanno come tali considerati; si

invocano soltanto affinchè s’adoprino a intercedere presso di Cristo.

«Redimi», così parla all’Imperatore, «l’anima tua dalle imprecazioni

onde il mondo ti copre, perocchè perfino i bimbi irridano a te. Entra

in una scuola di quelli che sono ammaestrati dell’abbiccì, e di’ loro:

io sono colui che abbatte e perseguita le imagini, e d’un tratto ti

scaglieranno sul capo le loro tavolette da scrivere. Noi, che abbiamo

da san Pietro potenza e autorità, volevamo infliggerti castigo, ma

poichè tu stesso di maledizione ti sei coperto, basti essa sola per

te e pei consiglieri tuoi». Nei tempi avvenire il Papa non avrebbe

esitato di scagliare contro l’Imperatore l’anatema, ma in quell’età

non osava ancora di far uso di quest’arme, che più tardi divenne tanto

terribile: erano ancora lontani e di molto i tempi in cui si lanciava

la scomunica contro Re possenti e contro Imperatori. Gregorio per

altro, con sentimento della sua dignità, accennava alla ribellione

delle province, e con sarcasmo diceva all’Imperatore che i popoli

d’Italia irritati calpestavano con oltraggio i simulacri di lui; che,

cacciati i ministri suoi, altri in vece di loro avevano eletto, e che

erano venuti al punto di dare a Roma ciò che Bisanzio non aveva potenza

di conservare. Indi proseguiva: «Tu tenti di metterci indosso paura, e

dici: io manderò a Roma e farò abbattere la statua di san Pietro; anzi

io mi voglio trarre in ceppi papa Gregorio, come un tempo Costante fece

incarcerare Martino. Sappi peraltro, che se con audace tracotanza e con

minacce a noi ti appressassi di troppo, noi non avremmo pur bisogno di

scendere a siffatta pugna, perocchè, se il Papa si dilungasse da Roma

e s’inoltrasse di soli ventiquattro stadi nella Campagna, ti gioverebbe

badare donde spira il vento[289]». Indi Gregorio torna a parlare della

celebre statua del principe degli Apostoli, che l’Imperatore riguardava

come l’idolo principale dell’Occidente, e s’accende a tale fervore

da contraddire a sè medesimo. «Tutti i popoli d’Occidente», esclama,

«mirano con venerazione e con fede a quello di cui tu, millantatore, ci

minacci di distruggere il simulacro; mirano, dico, a Pietro santo, che

tutti i reami occidentali onorano quale Dio in terra[290]. Desisti dai

tuoi propositi; la tua violenza e la tua rabbia nulla possono operare

contro Roma, nè contro la città sola, nè contro le sue marine, o contro

i vascelli suoi. Tutto Occidente tributa venerazione al santo principe

degli Apostoli; protestiamo che se tu manderai gente per atterrare

l’imagine di lui, noi saremo innocenti del sangue che si spargerà e

che ricaderà sul capo tuo. Noi riceviamo in questo momento dalle terre

più remote dell’Occidente supplicazioni del così nomato Septeto, il

quale, in nome della grazia di Dio, anela a mirare la faccia nostra, e

chiede che a lui moviamo per amministrargli il santo battesimo: e noi

vogliamo cingere i nostri lombi affine di non essere indotti a opere di

negligenza.»

Non sappiamo a quale sconosciuto Re barbaro di Germania il Papa con

quel nome accennasse; manifesto si è qualmente egli volesse significare

all’Imperatore, che la influenza della Chiesa si estendeva fino

all’estremo Occidente, e che di qui stavano preparati tutti i popoli

a difendere il Papa. E sembra che egli a quel battesimo associasse

singolare importanza, perocchè egli ne discorra anche nella seconda

lettera. Ai Franchi, che il succeditore di lui pochi anni dopo chiamava

a proteggere Roma, Gregorio per fermo non pensava.

In una seconda scrittura, con migliore nesso logico di discorso,

egli spiega la differenza che esiste tra la podestà spirituale e la

temporale, o, come egli si esprime, tra il Palazzo e la Chiesa; e

traccia i limiti dell’autorità del Giudice supremo che decide colla

spada delle cose del mondo e punisce nel corpo gli uomini con carcere

e con morte, e determina i limiti dell’autorità del Vescovo supremo

che «inerme e indifeso» punisce coll’anatema l’anima peccatrice,

non per ucciderla senza misericordia, ma per ricondurla alla vita

divina. Qui si paiono per la prima volta nella storia dell’era

cristiana queste memorande definizioni di Gregorio II, e determinano

il momento in cui la podestà temporale si separò affatto dalla

podestà spirituale, la Chiesa si distinse dallo Stato, e, quai due

autorità disgiunte e diverse, si ersero l’una contro l’altra armate.

Questo dualismo influente nella storia del mondo, che empiè la vita

di tutto il medio evo e veramente dura anche ai tempi odierni, era

stato ignoto all’Antichità; chè la Chiesa pagana, causa il politeismo

ond’era frastagliata, null’altro fu che una forma di culto, allo

Stato ossequiosa e da esso dominata. Quel dualismo era stato puranco

ignoto a Costantino ed ai suoi succeditori, avvegnaddio, dopo che il

Cristianesimo era divenuto religione dello Stato, andasse da sè che gli

Imperatori si reputassero, per natura delle cose, capi della Chiesa

imperiale. Era questa una massima di diritto publico, e ravvisavasi

così evidente che Leone l’Isaurico, non per soverchianza di despotismo,

ma nella calma consapevolezza della maestà del suo impero, aveva

scritto al Papa: «Io sono imperatore e sacerdote»[291]. Ed era questo

motto che dava occasione a quelle gravissime dichiarazioni di Gregorio,

e, quasi due mondi diversi, l’uno dall’altro separava l’ordine

religioso dal politico, la Chiesa dallo Stato: così tutt’a un tratto

si rivelava che nel lavorio di centocinquant’anni, appena avvertito

nel mondo, la Chiesa romana coll’organamento gerarchico suo proprio,

colla separazione da Bisanzio che aveva lasciato Roma in abbandono,

coll’operosità teologica che si manifestava nelle lotte contro la

Chiesa greca, coll’amor di nazione che si destava fra le genti latine,

s’era elevata a podestà independente, nella quale adesso s’accentrava

la vita di tutto l’Occidente.

§ 3.

Contegno di Liutprando. — Egli conquista Ravenna. — Dona Sutri al Papa.

— Il Papa, i Veneziani ed i Greci si collegano contro Liutprando. —

Il Re muove contro Roma, indi si ritira. — Un usurpatore in Tuscia.

— Gregorio II muore nel 731. — Gregorio III è eletto papa nel 731.

— Sinodo romano contro gli Iconoclasti. — Condizioni dell’arte in

Occidente. — Edificazioni di Gregorio III. — Restaurazione delle mura

della Città.

Dell’acerba lotta che ferveva tra i due contendenti, tra l’Imperatore

romano e il romano Vescovo, un terzo in quel tempo avrebbe potuto

ricavare grandissimo giovamento, se energia e genio gli avessero

soccorso. Questi era Liutprando, re dei Longobardi. La meta elevata, a

raggiunger la quale s’adoperavano i Principi di questo popolo germanico

in cui già si iniziavano vita e costumanze romane, si era la conquista

di Ravenna e di Roma. Se pur Liutprando non ravvolgeva in mente il

disegno ardito di impadronirsi della corona imperiale, tuttavia gli

sorrideva la speranza di restaurare il trono di Teodorico e di riunire

sotto il suo scettro Italia tutta. Questo paese manifestamente si era

scisso dall’Oriente greco, ai cui Imperatori omai mancava la possa

di dominarlo. La nazione latina, che ormai cresceva robusta, dava

presagio della possibile restaurazione di un reame nazionale romano,

siccome aveva avuto esistenza fino ai tempi di Odoacre. Ma poteva

il Papa volgere il suo sguardo ad un Re che era alle porte di Roma?

Liutprando aveva bastante accorgimento per respingere le proposte

seducenti di un’alleanza con Bisanzio, ed anzi con gioia vedeva

agitarsi a sollevazione le province greche, e di certo in quella egli

aveva avuto sua parte. Come dunque, nell’anno 727, Paolo esarca era

stato trucidato dai Ravennati ribellatisi, il Re moveva contro Ravenna,

e finalmente per via di tradimento entrava in quella celebre città

ch’era la capitale dell’Italia greca[292]. S’impadroniva tosto dopo

delle città dell’Emilia e della Pentapoli, e penetrava anche nel Ducato

romano, dove prendeva Narni e Sutri. Un suo movimento ardito su Roma

avrebbe messo la Città nel più grave pericolo, ma con donativi, con

lettere supplichevoli e con destre rimostranze diplomatiche Gregorio

sapeva indurre il Re a ritornar sui suoi passi. Liutprando, principe

cattolico, ispirato a sensi di pietà e inchinevole a subir l’influenza

dei preti, non aveva animo adatto alla grande impresa, di cui le più

favorevoli opportunità di tempo sembravano schiudergli l’agio. Nè

soltanto dal Ducato si ritirava, ma perfino, operando per diritto di

conquista, faceva donazione della città di Sutri al Pontefice, il quale

in nome dell’apostolo Pietro levava sue pretese su quella legittima

proprietà dell’Imperatore greco. Era questa la prima città che la

Chiesa ricevesse in dono, laonde può dirsi che con Sutri fu posto il

fondamento primo degli Stati della Chiesa[293].

L’astuto Gregorio avvinceva a sè dunque Liutprando per via di un

trattato, nel tempo stesso in cui macchinava di torgli al più presto

la Romagna. Ciò che un principe potente non osava di compiere, or

tentava il Papa di conseguire; chè egli stesso aveva già agognato di

fare dell’Esarcato il retaggio della Chiesa. Ormai i Vescovi romani

palesavano in forme manifeste e chiare quel disegno di ottenere il

dominio d’Italia, che forse Gregorio Magno aveva presagito nella sua

mente, seppure concepito per sè non l’aveva. L’intelletto politico

di un Papa era più acuto di quello di un Re; il Papa la vinceva di

furberia. Gregorio II si volgeva alla Republica di Venezia, che allora

cresceva in bel fiore, e la eccitava a liberare Ravenna: i legati

pontificî s’incontravano nella città delle lagune con quelli del greco

Imperatore che v’erano venuti collo stesso intendimento. Il timore

della potenza di Liutprando faceva che il Papa si ravvicinasse perfino

all’Imperatore; e nelle lettere che indirizzava al Doge Gregorio

non si vergognava di segnare con marchio di vitupero i Longobardi,

appellando «gente infame» quegli alleati suoi, che erano cattolici

fervidissimi e zelatori del culto delle imagini, laddove ai suoi

nemici, all’Imperatore ed al figliuol di questo, Costantino Copronimo,

dava nome di «signori e figli suoi»[294]: nè per fermo gli si fa

oltraggio se si afferma che secretamente egli abbia eccitato i Duchi di

Spoleto e di Benevento a ribellarsi contro Liutprando. Per tal maniera,

da Gregorio II incomincia la storia di quell’arte diplomatica dei Papi,

che con lunga tradizione di scuola, divenne loro retaggio, e per destri

accorgimenti superò le ragione politica di tutti i principi e di tutte

le corti. Una flotta veneziana veniva innanzi a Ravenna, ne cacciava i

Longobardi, e vi installava l’esarca Eutichio. Liutprando abbandonava

allora le città marittime e le Romagne, ma, con opera pari ricambiando

il Papa della fede mancata, conchiudeva con Bisanzio non soltanto la

pace, ma un trattato d’alleanza; e tosto si univa all’Esarca primamente

per punire i Duchi di Spoleto e di Benevento, indi per riconquistare

Roma alla soggezione dell’Imperatore.

I due Duchi fecero sottomissione in Spoleto, ed il Re, spirante

vendetta e seguìto dall’Esarca, comparve innanzi Roma e s’attendò

nel campo di Nerone. Se ora la Città fosse divenuta conquista di

Liutprando, è cosa probabile che le sorti di essa e quelle d’Italia

e dei Papi avrebbero assunto indirizzo e forme differenti da quelle

che ebbero. Ma sembrava che una forza arcana e fatale ravvolgesse

Roma entro suoi scongiuri, e vietasse ai conquistatori germanici

d’impadronirsi di quest’unica città, e di cancellarne i caratteri

della storia universa del mondo che portava in fronte scritti. La

fortuna e lo ingegno dei Papi furono in vero maggiori della fortuna

e dell’ingegno di Cesare. In mezzo a quelle aspre difficoltà Gregorio

moveva inerme e animoso al campo di Liutprando, e, non appena gli avea

rivolto un discorso nello stile di Leone Magno, il Re, che pur era

sdegnato per la grave offesa, era visto cadere sulle sue ginocchia;

il fattucchiero sacerdotale adduceva tosto il nemico disarmato alla

tomba dell’Apostolo, e il Re deponeva il suo manto di porpora, e

la sua spada, e la sua corona e tutti i suoi propositi arditi ai

piedi del morto Santo. I preti esultanti di gioia inneggiavano col

loro TE DEUM al trionfo del Papa, si conchiudeva pace, si celebrava

la riconciliazione, e, ai preghi di Liutprando, il Papa assolveva

anche l’Esarca dall’anatema. Di tal guisa una brevissima ora decise

dell’avvenire del Papato dominatore del mondo, e forse nella storia dei

Pontefici quell’ora risplende ancor più vivamente che il leggendario

pellegrinaggio di Leone ad Attila: di tal guisa, trecento anni prima

del celebre avvenimento di Canossa, si svelava al mondo l’altezza

cui era pervenuta la potenza misteriosa del Vescovo di Roma. La

gente umana, smarrita in oscuri deliramenti, si prostrava davanti al

sacerdozio della Chiesa, nella quale venerava la sola podestà divina

che fosse sulla terra; e il capo venerato della Chiesa, nelle cui mani

credeva che si accogliessero le benedizioni del cielo e i suoi anatemi

mortali, le appariva come un essere santo, di natura sovraumana.

Liutprando, ammaliato e scosso nel profondo dell’animo, non entrò pure

in Roma; umilemente sciolse il campo e partì per la via Flaminia.

Di tal guisa la corona di Roma e d’Italia, che per un istante s’era

librata sul capo di lui, sfuggì per sempre a quel Principe che non

possedette il valore ardito ch’era necessario per conseguirla; e forse

fu sventura di questo paese, di cui egli avrebbe potuto riunire le

membra sparte. La genuflessione di Liutprando espiavano ben presto i

successori e il popolo di lui, colla tragedia della loro caduta.

I conati di un usurpatore cagionarono a Liutprando un’onta novella,

avvegnaddio in tale travaglio fossero allora tutte cose, che

invaghivano ogni uomo di spiriti audaci a strapparsi un bocconcello

di signoria. Tiberio Petasio, duce di una città della Tuscia romana,

aveva raccolto aderenti, e nell’anno 730 di repente si proclamava

Imperatore. Il Papa tosto facea muovere l’esercito romano sotto

la capitananza dell’Esarca, che tuttavia trovavasi in Roma, e la

mozza testa del ribelle era mandata a Bisanzio. Gregorio pertanto si

confessava ognor sempre soggetto alla podestà suprema dell’Imperatore;

ei s’era rappacificato coll’Esarca, nè meglio vagheggiava che di

ristabilire relazioni amichevoli con Bisanzio. Fra i motivi che ciò gli

rendevano desiderato, non era soltanto la tema della crescente potenza

dei Saraceni nelle Spagne, ma v’era per certo eziandio una cura più

grave; perocchè pensasse, che ove caduta fosse la legittima autorità di

governo, tosto o tardi egli stesso avrebbe dovuto entrare in lotta coi

Romani. La Chiesa a quel tempo comprendeva che condizione essenziale

della sua esistenza si era la conservazione della podestà dello Stato.

Gregorio II nel frattanto moriva addì 11 del Febbraio 731, dopo un

reggimento di quindici anni, per grandi fatti memorando. Il clero ed il

popolo con voto concorde eleggevano adesso un prete di origine assiro,

che salì al santo seggio sotto nome di Gregorio III, nel giorno 18 del

Marzo 731. Ciò che più ne aveva raccomandato la scelta, era forse la

cognizione profonda del greco idioma, che per un Papa, nelle condizioni

di quel tempo, aveva altissimo valore: tuttavolta, anche senza di

ciò, Gregorio III era fornito di qualità eccellenti che lo rendevano

degno successore del secondo Gregorio. Questi gli trasmetteva, incarco

gravissimo, il retaggio della controversia sulle imagini, la quale

altro non era che un simbolo della lotta che s’agitava tra la Chiesa

e il principio dello Stato despotico. Il primo ardore, fervido di

passione, in quella controversia memorabile era ormai sbollito, e da

una parte e dall’altra era sottentrata una specie di tregua, senza

però che v’entrasse arrendevolezza. Non sì tosto però Gregorio III

fu salito alla sedia di Pietro, si affrettò egli a indirizzare sue

lettere all’Imperatore, professandovi le dottrine alle quali s’era

ispirato il suo predecessore. Il nunzio che doveva recarle alla corte

dell’Imperatore, tremando dell’ira di Leone, non osò di adempiere

all’incarico, e, tornato a Roma, gettossi piangendo ai piedi del Papa.

Ci vollero i preghi di un sinodo e della nobiltà romana perchè il Papa

tramutasse in una penitenza ecclesiastica la deposizione del messaggero

codardo, che aveva mostrato sì poca vaghezza di sostenere il martirio

per la causa delle imagini sante. Il Cardinale fu costretto a partire

di bel nuovo colle lettere pontificie per Bisanzio, ma, per buona

sorte di lui, il Patrizio imperiale lo arrestò in Sicilia, dove un anno

intero fu sostenuto prigione.

Addì 1 del Novembre 731, Gregorio III apriva un concilio; novantatre

Vescovi d’Italia, il clero romano e i rappresentanti del popolo e della

nobiltà, ai quali il Libro Pontificale a questo luogo dà appellazione

di «Consoli,» si radunavano in san Pietro[295]. Il Concilio pronunciava

scomunica contro gli Iconoclasti. Le decretazioni del sinodo e nuove

lettere del Papa furono affidate a Costantino defensore, affinchè

le recasse a Bisanzio; ma anch’egli era incarcerato in Sicilia.

Ivi furono trattenute puranco le suppliche colle quali le città del

Ducato romano chiedevano che si tollerasse il culto delle imagini;

e i latori di quelle istanze languirono per otto lunghi mesi nelle

angustie dei carceri di Sicilia, donde furono poi cacciati con

vitupero. L’Imperatore non voleva più accogliere da Roma legati,

nè lettere. Peraltro la discordia con Bisanzio si restringeva alle

cose di dogma religioso; il rivolgimento d’Italia s’era spento in

sè stesso; l’autorità dell’Imperatore era dappertutto riverita, e

il Pontefice stavasi con l’esarca Eutichio in relazioni ottime, sì

che questi gli faceva un presente di sei preziose colonne di onice,

che derivavano da qualche monumento romano anzichè da Ravenna[296].

Gregorio le adoperò ad abbellirne la Confessione del san Pietro: vi

sovrappose delle travi cerchiate d’argento, sulle quali alcune imagini

in cesello rappresentavano il Salvatore, gli Apostoli ed altri Santi.

Ciò era fatto evidentemente a disfida contro gli Iconoclasti. E con

quell’intendimento, a bella posta il Papa forniva le chiese di Roma di

simulacri di Santi e di reliquie, chè a Costantino Copronimo, figlio di

Leone l’Isaurico, non bastava più la persecuzione delle imagini; egli

osteggiava vivamente anche l’onoranza delle reliquie e il culto dei

Santi.

Contrariamente agli editti di Bisanzio, l’arte or trovava in Roma

novello alimento, e gli artisti con gratitudine dedicavano il loro

ingegno al servizio della Chiesa che li proteggeva. Chi ragiona con

calmo intelletto si dichiara senza dubbio dalla parte degli Iconoclasti

di Bisanzio, che intendevano a purificare il culto della religione

dello spirito, da tutto quello che vi si era introdotto di pagano;

peraltro a più mite sentenza induce il pensiero che le arti sono pur

sempre un bisogno dell’umanità. Presso i Greci antichi, del paro che

presso i popoli cristiani, l’arte derivò dal culto dei templi e dalla

religione. Per quanta repugnanza destino i subbietti ai quali l’arte

s’ispirava in quei secoli barbarici del Cristianesimo, per quanto

la sua forma appaia difettosa a noi che viviamo oggidì, tuttavolta

essa ebbe altissimo valore per la cultura dei tempi suoi. Dalla rozza

materialità della fede essa sollevò l’uomo alle spere dell’idea, ed

eresse al di sopra di lui un regno del bello, in cui ogni tenebra si

diradò e si ampliò nel senso arcano dei simboli; l’arte sola rimase

conforto della immiserita gente umana, e, forma assisa sopra un raggio

di luce, discese a temperare la notte della superstizione. La lotta

dei Papi contro Bisanzio salvò l’arte nell’Occidente; e Italia, che

serbò il politeismo insieme col culto delle imagini, ebbe tarda ma

splendida scusa innanzi alla ragione offesa, allorchè diede al mondo

le meraviglie del genio di Giotto, di Leonardo e di Raffaello[297].

Nel tempo in cui durava la persecuzione delle imagini, molti artisti

orientali venivano in Italia e a Roma, dove erano certi che loro

si preparavano accoglienze ospitali. Eglino forse contribuirono

a diffondere in Italia la secchezza dello stile dogmatico della

pittura bizantina, e forse, colla confermazione di tipi tradizionali,

impedirono il più libero svolgimento dell’arte occidentale. Gli Storici

però tacciono delle scuole di pittura fuggitive d’Oriente[298].

Con pari alacrità, dal Levante si trafugavano anche molte imagini di

Santi per salvarle in Occidente. Può darsi che molti di quei quadri

antichissimi, anneriti e rozzi, effigiati del Cristo o della Vergine,

che oggi miransi allogati nelle chiese di Roma, quivi al tempo della

persecuzione trovassero rifugio; nè è inverosimile che fra essi pur

fosse quell’effigie del Cristo «non fatta di mano d’uomo», che si serba

nella cappella _Sancta Sanctorum_. È più facile che qualche Bizantino

fuggente la recasse con seco, di quello che il quadro, sfuggendo in

Costantinopoli di mano allo sventurato vescovo Germano, venisse a Roma

sull’ala dei venti; fatto sta che qui esso venne, come vennero molti

altri bozzetti dell’apostolo Luca, che dicevansi dipinti dal pennello

invisibile degli angeli.

Gregorio III erigeva alcune chiese ed alcuni oratorî. Nel san Pietro

edificò una cappella, che fece tutta coprire di pitture[299]. Fondò il

convento di san Crisogono nel Transtevere, ed alzò dalle fondamenta la

chiesa diaconale di santa Maria in Aquiro nel campo di Marte[300]. Ed

una gran parte delle mura di Aureliano, al riparo delle quali il suo

predecessore aveva appena posto mano, fe’ restaurare, provvedendo al

dispendio del lavoro col tesoro della Chiesa[301]. Anche Centumcella

cinse di nuove mura, per temenza dei Saraceni che già avevano invaso

la Sardegna, e per sospetto eziandio di uno sbarco dei Bizantini. Si

scorge chiaro che nel Ducato romano egli la faceva da principe.

§ 4.

Leone l’Isaurico manda un’armata in Italia. — Apprende i beni della

Chiesa romana. — Il Papa acquista Castel Gallese. — Conchiude alleanza

con Spoleto e con Benevento. — Liutprando entra nel Ducato. — Gregorio

III chiede aiuto a Carlo Martello. — Muoiono Gregorio III, Carlo

Martello e Leone l’Isaurico nell’anno 741.

L’imperatore Leone non aveva rinunciato al suo disegno di punire Roma

e le altre province ribelli. Nell’anno 733, egli spediva una flotta

sotto il comando dell’ammiraglio Mane, ma nel mare Adriatico essa si

sommergeva sventuratamente. Allora l’Imperatore apprendeva tutti i

patrimonî che la Chiesa romana possedeva nelle Calabrie e nell’isola

di Sicilia, e dai quali ricavava un reddito annuo di trentacinque

mila pezzi d’oro[302]. Numerosi beni teneva la Chiesa in Sicilia,

e san Pietro possedeva puranco molti latifondi in quel di Napoli,

a Sorrento e a Miseno, a Capua e a Napoli, e persino nell’isola di

Capri[303]. La perdita della Chiesa fu di grave rilevanza; essa però

cercò di indennizzarsene in altre parti, e precisamente in quel tempo

acquistò Castel Gallese nella Tuscia romana, di cui s’era impadronito

il longobardo Duca di Spoleto e che or Trasimondo rendeva a Gregorio:

il Libro dei Papi con singolarità di frase dice che egli congiunse

Gallese alla Republica santa ed all’Esercito romano[304]. Quantunque

il Pontefice di nuovo riunisse quella città al Ducato di Roma, che

pur sempre apparteneva allo Stato (_Respublica_), tuttavolta egli

volle assolutamente tenerla in conto di possedimento pertinente al

territorio romano, ossia al più stretto circondario della Città.

Quella ambigua espressione di _Sancta Respublica_ può applicarsi

parimenti al Ducato, su cui il Papa incominciava a muovere pretesa

come a patrimonio di san Pietro, ed al _Sacrum Romanum Imperium_. I

Papi con grande accortezza lasciavano che le forme dell’Impero romano

continuassero in vita; laonde l’accrescimento della loro signoria sopra

di Roma è ravvolto nella mezza luce di un’astuta arte diplomatica.

Eglino andavano debitori di quella podestà loro, alle condizioni di

disordine tenebroso ond’era involta Italia, alla debolezza impotente di

Bisanzio, ed all’arditezza e alla forza loro proprie. Liberarono Italia

dal giogo dei Greci, e questa contrada riposero in alto luogo nella

storia del mondo. Rialzarono la nazione latina dal suo decadimento,

e Roma sede della Chiesa salvarono dalla sorte che divenisse città

capitale dei Longobardi. L’incominciamento della podestà temporale del

Papato s’associa al primo risorgimento nazionale d’Italia, e la storia

di tutti i secoli successivi ci ammaestra che i Papi in Italia furono

all’apogeo della potenza ogni qual volta alzarono il vessillo della

nazione; debolissimi furono, quando lasciarono cadere a terra quella

bandiera.

La cessione di Gallese fu conseguenza di un trattato segreto che

s’era conchiuso tra Gregorio e il Duca di Spoleto. Trasimondo e

Godescalco di Benevento cercavano loro prò nella confusione delle cose

d’Italia, per rendersi independenti dal Re dei Longobardi: Gregorio

dava loro mano, e gli eccitava a ribellione contro Liutprando di cui

mirava a fiaccare la potenza. Come dunque il Re mosse contro Spoleto,

Trasimondo, nell’anno 739, si ricoverò a Roma, dove cercò e ottenne

la protezione del Papa. Liutprando entrò in Spoleto, e chiese che gli

fosse consegnato il ribelle, ma il Papa e l’esercito romano, a capo

di cui trovavasi l’ex-patrizio Stefano col grado di Duce di Roma,

negarono di farlo. La menzione che si fa di questo Duce associato al

Papa ed all’esercito romano, dimostra pertanto che in Roma anche allora

trovavasi un officiale dell’Impero che teneva il reggimento del Ducato;

e ci apprende inoltre che Gregorio operava d’accordo coll’Esarca di

Ravenna[305]. Conseguenza del diniego si fu che Liutprando invadesse

il Ducato; prese Amelia, Orta, Polimarzio e Bleda; lasciò soldatesche

a presidio di queste città; indi, nell’Agosto 739, tornossene a Pavia:

nè è vero che assediasse Roma, e meno ancora, come fu asserito, che

mettesse a sacco il san Pietro. Ed allora il Pontefice concesse al

bandito Trasimondo il soccorso dell’esercito romano affinchè le sue

terre nuovamente conquistasse; ed infatti nel mese di Dicembre, il Duca

ebbe ricuperato Spoleto.

Dopo che Trasimondo coll’aiuto dei Romani e dei Beneventani fu

rientrato nei suoi dominî, egli rifiutò di servire più oltre ai disegni

del Papa, e massime di dargli aiuto a riconquistare le quattro città.

Liutprando nel frattempo s’apprestava a nuova spedizione di guerra

contro Spoleto e contro Roma, per la qual cosa il Papa era minacciato

di pericolo gravissimo. Comprendeva egli che l’alleanza italica e

bizantina non bastava a proteggerlo dalla giusta vendetta del Re

Longobardo, e perciò si volgeva a Carlo Martello, che allora era il

più potente uomo di tutto Occidente. L’illustre figliuolo di Pipino

d’Eristallo, l’eroe di Poitiers, dal cui campo sanguinoso di battaglia

egli aveva per sempre liberato dai Saraceni le terre dei Franchi,

era il vero reggitore di quel regno, quantunque avesse apparenza di

ministro del Re fantoccio. Già da gran tempo i Papi avevano intento

loro sguardi ai Franchi; ancor nell’anno 726, l’antecessore di Gregorio

III aveva chiesto soccorso a Carlo Martello[306], ed ora Gregorio

ne seguiva l’esempio. Ci rimangono due delle lettere che il Papa

indirizzava al Principe franco[307]. Nella prima ei si lagna che Carlo

non lo ajuti, che porga ascolto a false rimostranze di Liutprando

o di Ildebrando nipote di lui, e che tolleri i movimenti ostili dei

Longobardi, i quali con ischerno andavano vociando: «Venga pur Carlo,

cui rifuggiste; ben venga coi suoi eserciti franchi; e, se valgono, vi

salvino dalle nostre mani.» Di tal guisa si accenna a supplicazioni

che ancor prima aveva fatto il Pontefice, ed a qualche messaggio di

Liutprando. La prima lettera di Gregorio, che andò perduta, dev’essere

stata scritta precisamente nel tempo in cui il Re moveva guerra a

cagione della lega coi ribelli di Spoleto e di Benevento; e le due

lettere che si conservano, appartengono all’anno 739 oppure al 740,

prima cioè che Liutprando prendesse le quattro città onde dicemmo,

avvegnachè della loro conquista quelle lettere non facciano motto.

Certo è che il Papa avrebbe alzato un gran gridio della perdita loro,

laddove adesso non lamentava che la devastazione dei beni della Chiesa

nel territorio di Ravenna, e il saccheggio del Ducato romano[308].

«Oh qual dolore sconsolato», sclama Gregorio nella prima lettera, «ci

accora a cosiffatte accuse, dacchè sì illustri figli non ardiscono di

soccorrere alla loro madre spirituale, alla Chiesa santa e al popolo

che le appartiene[309]! Il principe degli Apostoli, colla potenza che

Iddio gli concede, ben potrebbe, o diletto figlio, difendere da sè

stesso la sua casa e il popolo suo, ma ei vuol mettere a prova il cuore

dei suoi fedeli. Non prestare fede alle arti e alle suggestioni di quei

Re, perocchè sia falso tutto quello che ti scrivono. Danno a pretesto

che i Duchi di Spoleto e di Benevento sono ribelli, ma è menzogna: li

perseguitano non per altro motivo fuor di questo, che nell’anno decorso

eglino non vollero muovere in danno nostro, nè si indussero a devastare

le proprietà del santo Apostolo e a derubare il popolo suo; avvegnaddio

quei Duchi dicessero: noi non pugniamo contro la Chiesa di Dio e contro

il popolo che le appartiene; siam legati ad esso con un patto, e dalla

Chiesa ricevemmo fede giurata. I Duchi sono presti ad obbedire secondo

il costume antico ai Re, ma questi usano contro di essi persecuzione

per cacciarli, per porre in loro vece dei Duci nella violenza maestri,

per opprimere ogni dì più la Chiesa, per mettere a ruba la proprietà

del principe degli Apostoli, e per condurre in cattività il popolo

suo.»

Così scriveva il Papa per dare sembianze oneste alla sua alleanza coi

ribelli, chè il fatto negare non poteva. Già appellava Roma e il Ducato

col nome di popolo «pertinente» a san Pietro; di tal guisa, audacemente

scaltro, introduceva nel linguaggio del diritto quel concetto nuovo.

Pregava Carlo Martello di mandare un suo legato in Italia, affinchè

delle necessità della Chiesa si convincesse; e lo supplicava che

all’amore del principe degli Apostoli non preferisse l’amicizia del Re

longobardo, ma imprendesse a difendere Roma. In pari tempo, per mezzo

di Anchardo, latore della lettera, spedivagli il donativo pregevole

onde da lungo tempo solevansi presentare i Principi cattolici, e che

ora aveva significazione il doppio più importante; mandavagli cioè

delle chiavi d’oro della tomba dell’Apostolo, a simboleggiare che di

quel sacrario voleva farlo custode[310]. Carlo Martello però non volle

mischiarsi nelle cose di Italia, che era impresa rischiosa; e ciò anche

per un senso di devozione al Re longobardo, cui legavanlo rapporti

di personale amicizia; ed invero Liutprando non soltanto aveva fatto

accoglienze paterne in Pavia al giovane Pipino, ma nell’anno 739 lo

aveva ajutato a cacciare i Saraceni dalle Gallie meridionali.

Una seconda lettera inviava il Papa a Carlo Martello, ma indarno

anche stavolta. Nè più nè meno di ciò contenevano quelle lettere di

Gregorio III, soli documenti autentici di quelle pratiche del Papa,

che più tardi dovevano recare conseguenze gravi sì, che occhio a mala

pena poteva scernere. Vi si chiedeva solamente che il Principe franco

prendesse a difendere la Chiesa di Roma contro Liutprando[311]; nè vi

era fatto cenno di alcun dritto fuor dell’ordine comune, che il Papa

venisse offerendogli sopra di Roma. Tuttavolta si affermò che Gregorio

III avesse proposto di dare a Carlo Martello podestà efficace su Roma

col titolo di Patrizio o di Console dei Romani; e questa opinione si

raccomandò soltanto alla fede di un Cronista, che racconta, qualmente

Gregorio, nell’anno 741, mandasse una seconda ambasceria a Carlo colle

chiavi della tomba, colle catene di Pietro e con donativi cospicui,

e che gli offerisse il consolato romano, cioè a dire, la assoluta

giurisdizione su Roma; avvegnacchè egli non volesse più prestar

ossequio all’Imperatore[312]. Sennonchè una sì grave determinazione

di cedere il patronato e l’autorità temporale su Roma ad un Franco,

che sebbene possente e celebrato, non era dappiù che il ministro del

suo Re, non è a reputarsi conforme all’arte politica di Gregorio,

nè all’indole di quel suo tempo. Non sappiamo che cosa rispondesse

Carlo Martello al Pontefice; dubbio non v’è che per mezzo di suoi

legati ricambiasse l’ambasceria di lui, e si protestasse disposto a

intraprendere officî di paciere fra Liutprando e Roma. Per altro il

Re longobardo proseguiva nel suo cammino contro di Spoleto e di Roma.

In quello, passava di vita Gregorio III, addì 27 di Novembre dell’anno

741. Poco prima di lui, nel dì 22 di Ottobre, era morto Carlo Martello,

e ai 18 di Giugno aveva finito di vivere Leone l’Isaurico: così la

morte aveva rapidamente spazzato via un dopo l’altro i tre uomini

maggiori di quell’età.

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 2/8 · 第 16 / 33 题