UGO FOSCOLO

Breve il viaggio, faticose le strade, incerto il termine della

vita, ο cari petlegrini, che soffermaste cortesi per ascoltare.

E ciascheduno nel malagevol cammino tragge suo carco dove la

mente ed il cuore lo sprona, nè, per cadere che altri faccia

d' intornogli, si ristà dal battere l' ali della speranza

lontane, e monta l' erta studiando il passo. Ben avvertito

dalla caduta di quei sublimi intelletti, che più presero di

quella luce divina, che penetra mirabilmente per tutto il

Creato, si fa pensoso, e, secondo a che è inchinevole sua

natura, ο sente paga l' ascosa invidia, ο si sente compreso di

stupore, ο sente quietarsi finalmente l' inimistà, ο lo

sospinge a batter palma su palma il generoso dolore di veder

scemo di uno, il piccolissimo numero di coloro, che par che

nascano a rattemprare gli infiniti argomenti dell' umana

miseria. E questo avranno fatto quei buoni i quali, porgendo

gli occhi nelle carte, che ci vengono piene delle novelle

quotidiane del Mondo, avranno letto, «Ugo Foscolo è morto».

Nè questa isoletta, che ha nome di gentile presso gli estrani,

e che ebbe la gloria di vederlo nascere nel suo grembo, poteva

starsi vituperosamente infingarda all' annunzio della morte di

lui, il cui rumore, siccome quello della sua vita, farà

rimbombo in ogni loco che sia lieto di civiltà, mentre tutte

le Accademie d' Italia verranno spalancate per laudarlo e per

piangerlo, mentre il fiore della sapienza d' Europa gemerà

addormentato per sempre l' uomo che lasciò l' orme perenni. E

in tanta fama di lui ben è immaginar verosimile, che altri,

per dirlo suo, aiuterassi dell' idioma in che egli scrisse gli

alti dettati; altri della stanza lunga ch' ei fece, ed altri

quasi della spoglia mortale, a cui diede il supremo spazio di

terra. Ai quali invidiosi argomenti, non senza invidia anche

noi, farem risposta quest' oggi, col rimemorare piangendo,

essere quel glorioso nato fra noi. Ma lo spontaneo commoverci a

pubblico duolo non è soltanto debito di riverenza verso chi

quà nascendo, e di quà lontano vivendo, ci onorò; ma se è

debito alcuno nella corrispondenza degli affetti, ne stringe un

altro, fatto più forte per non esser pari le parti.

Imperciocchè egli, in quei paesi, i quali parlano un suono e

di nomi e di cose magnifico, nè per lontananza di luoghi, nè

per lunghezza di tempi, nè per la soavità della lode, che

così dolce giù stilla nelle viscere umane, e via via stempra

l' affezione che per i piccoli oggetti anticamente nudrivano,

non mai permise che si spegnesse l' amore che a questa povera

aiuola sì fortemente scaldavalo. Che anzi la fe' più bella in

tanti versi cantandola, e si piacque di fare attenti a quella

gli animi di coloro, i quali maravigliando ascoltavano. Laonde

in quel poema che, sotto i velamenti dell' antico favoleggiare,

lascia trasparire avere per altissimo scopo suo l' ingentilirsi

che fece l' umano genere, ha creduto il magnanimo che

mostrerebbe sè diverso al decoro del subbietto, se prima della

convalle di Bellosguardo, fra que' cipressi ove invitava il

Canova al rito delle Grazie, non volgeva alla Patria lo

salutevole cenno.

Salve, Zacinto! All' antenoree prode,

De santi Lari idei ultimo albergo

E de· miei padri, darò i carmi e l' ossa

E a te i pensier, che pïamente a queste

Dee non favella chi la Patria obblia.

E non si creda che m' abbia posti questi versi sul labbro una

vanitosa vaghezza, ma piuttosto l' onesta brama che ha l' uomo

naturalmente di ripetere qualche concetto dei grandi pur or

caduti, da loro espresso con quei nobili affetti che sol per

morte cessarono di sentire, e più ancora un prepotente

irrefrenabile istinto di espandere quelle calde parole per l'

aere di questa Chiesa, nella quale egli venia giovinetto,

inchinando il ginocchio e la mente ai piedi di questo Altare. E

nel loco, che nereggia di questo feretro, si sarà forse il

fanciulletto fermato a meditare la morte, per ben usar della

vita. E qui mi trovo per toccare di questo. Ma gli occhi arguti

che mi cercassero in sembiante, quanta speranza io m' abbia

nell' animo di dir parole che non sieno disconvenevoli alla

eccellenza del subbietto, faticherebbero indarno, imperciocchè

la coscienza dell' esser poco, ne allontana da prosunzione.

Laonde, con non ambiziosi ma dimessi ragionari, faremo prova di

riferire: — come Ugo Foscolo col suo poderoso ingegno, e con

quelle tali sue virtù, abbia aiutato la civiltà di un paese

già civilissimo. — Le quali cose io non disgiungerò

raccontando, ma lascierò, come fecevano in esso, che di

compagnia si manifestino.

La natura gli chiuse l' anima immortale in una di quelle salme,

che non potevi incontrare per via, senza sentirti vivamente

stimolato a domandar di colui che ti passava dinanzi. Credo che

a molti qui in Zante si giri ancora per lo pensiero come egli,

di tenera età, arrestasse gli occhi degli altri coll'

arditezza della sua fisonomia, fatta più osservabile dai forti

baleni degli occhi cerulei, colla volubilità delle parole, che

egli pronunziava con alto suono, colla rattezza de' suoi passi,

dal che la moltitudine, bieca ne' suoi giudizi, suol quasi

sempre argomentare follia, quasi che desse argomento d' alta

saviezza chi lentamente cammina. Delle due cose che si

riconoscono necessarie per riuscire eccellenti, cioè grandezza

d' ingegno, e studio costante, egli era in sommo grado fornito.

E intanto entrare nelle botteghe degli artefici, al come stare

attento, il perchè domandare, con tutti che poteva

interloquire, fisonomie e cose tutte guardare, e a ciò fare da

Natura era spinto, chè non ancora egli sapeva dell' usanza di

Socrate. Tutti già conosciamo l' efficacia di quelle prime

inpressioni, e sappiamo di che sieno cagione ove sieno molte, e

cadute in intelletto molto capace. Nè da altro dipende questo

nostro sapere, se non dal numero e dalla varietà degli oggetti

che ci vennero, dala profondità con cui si stamparono, dall'

ordine con cui si disposero, dalla mira a cui si diressero. E

di buonissima ora in Italia s' accorsero tutti a che era nato,

e i primi maestri lo chiamavano a sè, e Cesarotti, e poscia

Monti e il Parini, i quali lo incoravano, col consiglio e coll'

opera, alla cima ultima di quell' erta tanto scabrosa ai più

che, stanchi dell' inutile affaticarsi, si giacciono di qua dal

segno. Su via, gli avranno detto, giovane fortunato; fanne tu

fede essere quei vostri spiriti, brage coperte di cenere, che

non han d' uopo che d' una mano che le sommova, per scintillare

e render fiamma di nuovo. Deh! presso i giovanetti italiani,

fanne fede tu, e gli altri che con te vennero, essere la terra

da cui venisti quella medesima che a noi diede la eterna

immagine del bello. Fa presto ad essere quel che accenni, e l'

Italia ti darà corona, e noi non ti porteremo invidia, ma ci

sarà esorbitante prezzo delle cure che avremo preso di te.

Laonde, al parlare dei generosi, toglieasi possibilmente al

desiderio dei mille i quali lui volean vedere, lui udir

parlare, lui trattare mossi dalla rinomanza che di lui correva.

Non è da fare le maraviglie della tragedia, colla quale prima

uscì nel mondo, se non in quanto difficilissima è quella

specie di poetare, e l' età, in cui scrisse, insufficiente.

Per il che di leggieri si troverà naturale che allora in

Venezia s' alzasse tanto rumore, ed il giovine fatto segno

della pubblica ammirazione. Ma per tenermi stretto ai soli

componimenti che adeguarono il valore della sua mente,

lasciando gli altri che ad altri sarebber laude, dirò. Ma

primamente, vi ricorda, ο Uditori, nel primo Canto del Poeta,

come Achille corra colla mano alla spada, e la venga traendo

dalla grande vagina per trafiggere Atride? Vi ricorda, due

Canti prima che termini quella sublime Tragedia, come lo stesso

Achille stimola col flagello i cavalli, erto sul carro ove ha

legato l' ucciso sposo di Andromaca? Colui che credesse avere

tali cose dipinto Omero come laudevoli, ed offerte ad altrui

imitazione, mostrerebbe d' avere la mente come aveva gli occhi

il Poeta. Bene ha voluto dipingere un uomo, che ha sortito

dalla natura sentire iroso, e spinto dalle esterne cagioni a

trascorrere in atti, i quali fanno che s'argomenti ciascuno

onde correggere le ree inclinazioni dell' animo; e a ciò

ottenere più efficacemente, non pose innanzi un uomo mediocre,

ma il più valoroso, il più eloquente di quanti avesse

l'esercito. Con simile intenzione a noi pare che Ugo Foscolo

abbia dettato l' Ortis. E ià vedesi un giovino in cui natura

pose ogni studio, e le virtù che egli mostra si stanno pure in

suo cuore, e tali si sarian sempre restate, se il mondo non l'

avesse malamente allacciato, ed egli è preda d'una passione

che è tremenda come la Morte, finchè di misera in più misera

condizione di continuo cadendo, la sua mente si fa delira, e

butta in terra colle proprie sue mani il carco della vita, dono

di Dio, che l'uomo deve tenere, finchè a Colui, che glielo

diede, piaccia di richiamarlo. Infelicissimo giovine! Egli

lasciò la sua fine, esempio di terrore da lagrimarsi, e le sue

virtù da imitarsi. Leggeste com' è preso d' amore per la sua

patria, di pietà per il povero, di riverenza per gli uomini

grandi e per i propri genitori, di venerazione per le sacre

carte, che egli legge anche un momento pria di morire, e d'

altissima ammirazione per le bellezze del creato; affetti tutti

che Ugo Foscolo aveva nell' animo, e però caldamente li

colorò. Ma è nella Chioma di Berenice ove si legge quanto

studio s' avesse fatto, che è la seconda qualità che abbiamo

detto essere necessaria onde riuscire eccellente. Là pare che

molto addentro egli era nella sapienza Greca e Latina; e Poeti,

ed Oratori, ed Istorici non solamente e' conosceva, ma

giudicava. Onde noi non dubitiamo di porlo vicino all'Abate

Conti, come critico; ed è massima lode di tuttadue quei grandi

ingegni, avendo fatto l' uno in assai giovanile età, quello

che facea l' altro per rallegrare la mente dalla severa

Scienza, che gli die diritto di essere mediatore nelle

controversie di Newton e di Leibnizio. E con quel libro aperse

alla gioventù italiana nuova strada allo studio de' Classici,

e a sè apparecchiò materia sufficientissima e strabocchevole,

onde aiutare il potentissimo ingegno; lo che notino coloro che

credono l' ingegno bastare a sè senz' altro; credenza la

quale, per essere inimica a quella dei sommi, non può essere

che tòrta. E ben è dritto che quella porti seco naturalmente,

che ove le loro scritture pervengano ad orecchio civile, questo

oda, con sua massima noia, gli errori camminare di pari passo

coi suoni. Forse non è vano qui richiamare a quei che

professano erudizione, non come, mezzo di sapienza, ma come

scopo, la beffa che fece ai dotti che prima dotto non lo

dicevano. E l' artificio con cui rispose è affatto simile a

quello con cui il gravissimo Leibnizio persuase quei sapienti

di Norimberga, che cercavano la pietra Filosofale, di

ammetterlo alla loro Società; e mise in ischiera una filatessa

di nomi tenebrosi alla mente, ed all' orecchio durissimi. E

anch' egli Ugo sporcò senza misura ogni faccia di quel volume,

di nomi ed opere altrui, fingendo di far questo con arte bella:

utilissima e sublimissima arte in vero, se non che le scema un

cotal poco la maestà il poter fare altrettanto ciascheduno che

cercar voglia molti indici di libri stampati, avvertendo il

consiglio di non lasciare quell' ordine, ma imitare quell Dio

rubatore di bovi il quale, perchè venisse fallacemente

adormato, studiò i passi stampandoli, nella tornata,

retrogradi. A questa burla, con che accompagnò la vera

critica, non fu oso veruno dire ch' ei dotto non si mostrasse,

bensì che fosse ingegno pericoloso, quantunque quegli eruditi

fossero fòri d' ogni pericolo in sulla fine del libro, ove

svela aver ciò fatto per ridersi di tutti loro. Grazie per

tanto a lui giovinetto rendano gli Italiani che egli abbia

calcati quei mezzi onde la vana stupidità s'argomenta di

prender l' erta Cattedra della vera e fruttuosa Sapienza. Della

quale, ο Signori, egli fu norma quando, giunto da per tutto il

grido del suo valore, fu chiamato in Pavia a dettare grande

Letteratura, e gli ultimi che la professarono erano Villa

Ceretti e Vincenzo Monti. Con un parlamento sull' Origine e l'

Uffizio della Letteratura, e in compagnia di un amico

pericoloso, di che, nell' atto di mostrarsi, alcuni sogliono

compiacersi, voglio dire col nome d' uomo eloquente, montò la

Cattedra. So che Demostene temeva sul cominciare; so che temeva

Marco Tullio, e non solamente parlando a favor di Milone lo

mosse a temere la moltitudine armata, ma eziandio alla presenza

di Cesare, per lo Re Deiotaro, lo mosse la troppa solitudine

che gli tolse l' animo, e gli sminuì la veemenza del dire. Se

Ugo Foscolo temesse, nol so; ma se ciò fu, tenne la paura

imprigionata nel cuore, chè nullo indizio gli fu veduto in

sembiante, e lieto di onesta baldezza, incominciò. Era bello a

vedere un' aula di sterminata grandezza, tutta piena di genti

d' ogni età, d' ogni grado, d' ogni condizione, starsene

silenziose come se la vita la fosse muta. Bello a mirare quei

sapienti togati, i quai d' età gli eran padri, insieme a due

milla alunni starsi intenti al parlatore. Più bello udire dopo

due ore, le grida d' applauso e le palme battenti della

infinita moltitudine, che erompea fuor delle porte e facea

delle strade nuovo teatro d' applauso; ai quali Ugo si togliea

lagrimando di tenerezza, e riducevasi nelle sue stanze, ove

giugneano gli ultimi rumori della folla tumultuante. Questa

nostra natura che s' illude sì volentieri, e che desidera

ardentemente che tutti gli uomini facciano a suo rispetto

altrettanto, quantunque abbiano un interesse contrario, quando

vede venire a sè le spontanee acclamazioni di tutto un popolo,

non trova forze da opporre, e si resta fortemente agitata,

pagando così un tributo alla propria fralezza, nell' atto

stesso della sua gloria. Ed Ugo che di fama era vago, nè so

che fama spregiando si posa ben amare virtù, s' abbandonava

alla gioia colla stessa voluttà con cui creava, nè tentava

pur di nasconderla. Che se qualcuno, per essere in lui lo

sentire diverso, aquesto si mostrasse difficile, io gli

parlerei in tal guisa. Vedi di grazia, uom grave, come nell'

ora in cui Ugo ha molle il viso di pianto per lo piacere, il

giovinetto che l' ascoltò va passeggiando, e pensa se è atto

all' utile Letteratura; pensa che abbisogna di molto studio;

che deve provvedere con quello ai bisogni della sua Patria; che

deve amare il Vero; che non deve far la parola strumento d'

adulazione; che deve rispettare la Morale, la Religione; che

deve diventar sempre migliore, e così l' utilità dello stato

civile, e la sua gloria sono una cosa medesima; a questo pensa,

e già s' infiamma il generoso ali arringo che gli mostra il

maestro, e già lo prende colla speranza a rivale. E questo è

frutto della maschia Eloquenza; nè, col vero pacatamente

annunziato, in quei casi si viene a nulla. Perchè ne' più

degli animi s' abbarbica in cupa latebra la inerzia, la quale

dolcemente leva l' attività dell' oprare, e, per poter quivi

penetrare e cacciamela, bisogna colla parola fervente mettere

in moto tutte le nobili passioni. Ed è così che lo squillar

delle trombe, e le sinfonie bellicose addormentano nel cuor del

forte l' istinto della vita, e corre a spenderla. Ma chi ha

quella attitudine all' Eloquenza, porta seco necessariamente

che senta in sè ripercossi gli effetti che in altri produce,

che è la cosa che a te, uom grave, non piace, e che natura

assolutamente pur vuole. Chi avrà riguardo al perchè fu fatta

quell' Orazione, forse non troverà molto difettuoso che alla

lettura riesca soverchiamente concitata. E già aveva

preparato, con più pacata eloquenza, un corso di lezioni nelle

quali era sua mente di parlar prima della vita d' ogni

Scrittore, desumendone il carattere da' suoi scritti, poi dello

stato in cui erano le Scienze, e le Lettere, e le Arti a' suoi

tempi; e dei costumi, e della Religione, e degli istituti

politici, e della Filosofia, di tutto in somma, e credo che con

tutto questo tendesse a far risultare se lo scrittore era al di

sotto, a livello, ο al di sopra del suo secolo. Se non che per

quello stesso motivo che fu costretto a scrivere contro la

sentenza che cacciava la Lingua Latina, la sua Eloquenza non

ebbe più campo la cattedra di Pavia, nè per ciò sentì

consumuta ogni cagione dell' adoprarla, chè molti chiedevano a

lui difesa, ed egli difendeva per lo più improvvisando. Un

antico rettore lasciò scritto, che l' Oratore è come un

Generale d' armata di cui g2l' intendimenti ed i voleri

prendono qualità dal suolo su cui si trova, dagli uomini a cui

comanda, da quelli ch' egli vuol vincere. La qual similitudine

qui ridico perchè Ugo Foscolo, improvvisando le sue difese le

metteva in atto e perchè ci rammenta essere stato Capitano e

poscia Caposquadrone.

Altri si saria forse attristato a questo passo, che le

occasioni abbiano tolto ad Ugo di combattere, e a lui il

piacere di far orrida l' orazione dei sanguinolenti spettacoli

della pugna, i quali in quelle epoche, e per la natura di que'

Potenti, e per quella dei lochi, eran maravigliosi. E certo,

ove il correre all' armi non abbia sola cagione la prepotenza

dell' ambizioni, aiutata dalla forza, ma una giusta ed

importante, è bella ed invidiada la gloria che s' asside sulla

bara del prode. Che se altrimenti, non è da mover lamento,

chè il mondo non fu scarso giammai di coloro a cui è unica e

suprema Virtù quella dei corrucci e del sangue. Ben egli,

coll' edizione che diede del Montecuccoli, s' avvisò di far

prender spirto novello al coraggio degl' Italiani. Ed ove l'

originale era scemo del suo dettato, Ugo poneva il suo proprio,

imitando le forme, di che è rigido Montecuccoli, sì

bellamente che menti erudite e nello stile e nella Scienza

Militare, per notarne le differenze invano s' assottigliavano.

E questo partorì lode molta all' ingegno. Ma le note, con che

accompagnò l' Edizione, molto vantaggio portarono agi'

Italiani, perchè le une erano piene di classiche osservazioni

sul guerreggiar degli antichi, le altre rigiravansi per le Arti

tenute guerreggiando da Federico Secondo, e da quell' altro

Guerriero dei tempi nostri. Ma non è che la prima passione

della Letteratura non gli ardesse novellamente nell' animo; e

già, chiuso d' assedio in Genova, cantò quella bellissima

Lirica, della quale credo non sia altra da porre innanzi, e ben

la pareggiano le altre di quel Libretto, nelle quali però non

è alcuna che possa venir a gara con un poema, del quale ora

favellerò, come quello che gli partorì somma gloria.

Quando una nazione non è ancora incivilita, ed è selvaggia

dell' Arte, il Poeta che non è grande, tale apparirà di

leggieri se natura non gli fu in tutto matrigna. Allora i

miracoli dell' Arte antica non si conoscono, ο male, ed egli

non ha emuli, di chi tema, e resta facil signore delle menti, e

dei cuori che si commovono ad ogni cenno che tu faccia sulle

cose che sono ad essì care, come fanciulli che piangendo e

ridendo pargoleggiano. Non è uomo che non conosca che Epoca

fosse per le lettere quella in cui Ugo scrisse i Sepolcri; e

non di meno in sulle prime i letterati si tacquero, e non

ardirono giudicarli. Similemente Michelangelo Buonarotti,

disdegnando di porre le orme ove gli antichi poste l'avevano,

ruppe il filo del giudicare alla moltitudine degli artisti, che

consiste quasi sempre in confronti. Ma coloro che erano molto

via dentro all'arte (parlo di quella che l'Alighieri volle

sublimemente chiamare quasi nipote di Dio, volendo intendere,

parmi, essere sua figliuola Natura, e a questa l' Arte

figliuola), coloro dico, ed eram pochi, si sentirono presi di

maraviglia, e il primo fu Vincenzo Monti, uno di quei grandi

che hanno vergogna di essere circospetti nel laudare le cose

degli altri.

Molti daranno la preferenza all'ultimo episodio nel quale i

primi intendimenti dell' arte sono d' una grande altezza, ed

infiniti sono i personaggi di quella scena, e caldissime le

passioni, e differenti gli atteggiamenti. Ma, forse per la

natura degli oggetti ch'egli divisa, l'esecuzione non è così

palpabile come in quell'altro episodio che vendica il Parini

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Dopo aver detto essere i cimiteri chiusi, ecco che il suo

pensiero si riscalda all' idea che al Parini non fu eretto

alcun monumento; gli s' affacciano alla mente tutti i meriti di

Parini. Allora s'accende d' ira e lancia dardi avvelenati

contro i Milanesi. Ma che fa perchè il lettore sposi quell'

ira? Dipinge la sepoltura di Parini orrenda al di fuori,

perchè, in luogo del sospiro del passeggiero, non suona quivi

che la querimonia lunga del gufo che svolazza su per le croci,

ed il raspare della smarrita cagna. La dipinge più orrenda al

di dentro, perchè giacendo il Parini in uno dei cimiteri dove

si portavano anche i cadaveri dei giustiziati, il Poeta celo

mostra (oh vitupero de'Milanesi!) insanguinato dal teschio d'un

malfattore. Finalmente, e questo è l' ultimo artifizio, verum

occhio mortale non è pio d'un guardo a quella scena, e

solamente la luce delle stelle piove là sopra. E quel mettere

un cimitero che chiude le reliquie di migliaia d' uomini, in

faccia ai cieli seminati di stelle, ha gran virtù di farti

entrare in molti pensieri. La figura principale del quadro è

la salma del Parini; e Talia, e il tiglio che mormora, e il

capo mozzo del ladro, e il gufo, e la cagna, e la luce degli

astri sono accessori parte ideali, parte reali, i quali,

maestrevolmente mescolati, ti fanno un' illusione che ti si

stampa come la realtà della vita. Precipue qualità di quel

Carme ci sembrano la profondità e l' arditezza, e questa aiuta

quella ed arrivano qualche volta al sublime. E restringe in

poco spazio molte figure, non come fa Omero, ma come fa Dante,

il qual procedere, se nuocerebbe all' Epica dove si narra,

giova alla Lirica dove si canta rapiti da forte estro che non

ha tempo da perdere. Ma sua natura appare nei transiti, che

egli forma frequenti, e i quali trapassano sempre le idee

intermedie lasciandole ai lettori. E li forma, come facevano i

Greci, i Romani, e quegli Italiani che scrivevano nel trecento,

di tenui modificazioni di lingua, e di particelle che

acquistano senso e vita diversa secondo gli accidenti, il tempo

e il luogo. Parla breve ed assegnato; ed è franco quel suo

poetare, toccando con maestria, di Politica, di Morale, di Arti

e di fatti Storici. Loda la virtù degli uomini, e sferza i

loro vizi. Ove vede nobiltà ed altezza, ivi corre, e, per dar

lume al nostro secolo, corre ai secoli dimenticati e fa movere,

parlar, operare personaggi, al cui solo nome ti senti compreso

di riverenza. E si compiace dell' entusiasmo poetico che trae

il mare e l' inferno alla vendetta dell' ingiustizia, valendosi

della tradizione delle armi d' Achille. Cerca e vedi, chè dir

tutto sarebbe lunga fatica, ed a questo luogo non conveniente.

Intanto i molti che stavano taciturni, storditi dalla novità,

avvertiti dai pochi, cominciarono ad alzare il rumore sì che

per quei versi non era che una voce in Italia. Videro essi

aperta una nuova strada, e, credendo esser anche per essi, per

quella cominciarono loro cammino, ed imitando l'armonia de'

suoi versi, ora austera, ora sonora, ora mollissima, siccome

dentro gliela dettava l' affetto, e le parole e le frasi, non

quelle comuni che son di tutti, ma da lui fatte, bene appare

che a loro posta aiutavansi per istrappare al Poeta l' alto

secreto. Ma essi non potevano che accrescergli gloria, dando

loco al paragone, nè avria natura diversamente concesso. La

mente d' Ugo procedeva dal concetto dell' Arte sua, a quelle

esterne apparenze del pensamento colle quali suolsi

significare, e però erano con quello naturalmente nate e

cresciute; e la mente de' suoi imitatori, all' opposito,

facendo scala di quelle forme, sperava con quelle di salire

alle potenze intellettive di un altro, la cui esterna impronta

è, nell' arte dello scrivere, detta stile. E quel Timeo restò

deriso per aver voluto spingersi anch' egli, nella sua storia,

agli stessi combattimenti, a quelle stesse battaglie navali, ed

alle stesse concioni che il mondo ammirava in Tucidide ed in

Filisto, ed, usurpando la voce a Pindaro, dissero ch' ei non

andava neppure a piedi accanto di un cocchio Lidio. E noi

usurpando l'immagine ad Omero, tradotta mirabilmente dal Poeta

che vive, daremo la differenza che passa tra loro due e gli

altri, che senza voler imitarli, scrivono bene:

Διονυσίου Σολωμού - Άπαντα τα Ευρισκόμενα · 第 107 / 116 题