Dalle piccole navi, ove s' assise
La vittoria, scendeano i nostri prodi,
Risonanti nell' armi, su la ferma
Terra, che poco pria tanto balzava.
Nel saluto che adiano, eran le voci
Come mar burrascoso, e di repente
Diveniva la terra e la sua polve
Un Olimpo di gioie; e in pianti e in grida,
Verso la testa degli eroi divina,
Stendean le braccia a modular parole
Degne dei vati, perocchè ciascuno
L' anima si sentia d' anime piena.
E i fanciulletti, e le pudiche, e schive
Degli sguardi e del sol, greche matrone,
Le fenestre occupàr fiori gittando,
Con mani che parean quelle dell' alba.
La vittoria così, Vate, talvolta
Coronar si solea; ma or tu col canto
Offri ad altra vittoria altra corona.
Grande e bella, ο Cantor, l' alma dell' uomo.
Sotto il riso d' un ciel che non ha nube,
Stan soffermate a ragionar fra loro,
Quinci un Anglica prua, quindi una Greca.
La gran donna del mar chiese: Ove vai ?
E a lei la disarmata navicella:
Vo camminando dall' un mare all' altro
— Cessa tosto e mi segui ov' io ti tragga,
Tu che dall' uno all' altro mar cammini. —
Un istante fu quello, un solo istante;
Ma allor terra non più, nè mar, nè cieli,
Nè presente alcun dio: ma Libertade
In que' petti ponea tutta sè stessa,
Ed in pensieri onnipotenti e molti
Ragionava là dentro, ed esultava
Siccome in mezzo all' oceàno il sole.
Nè tra lor fu più moto altro che un solo.
In breve spazio strinsersi concordi,
Tutti silenziosi e tutti fisi.
Cogli sguardi lucenti, all' erta face,
E all' ampio mar, che accoglierà fra poco
I devoti ad onor corpi distrutti.
E già è presso alla polve la favilla,
Ma corse l' Anglo e l' impedì col grido.
Or se tu canterai la nobiltate
Di chi fermõ ebbe il cor, la nobiltate
Dell' Anglo che l' cor volse al suo bel segno,
Godendo come suo l' atto divino,
Fia che sorga una voce e fia che dica:
Salve, d' eterna terra inclito figlio,
Ove grande fu sempre il canto e l' opra,
Nelle prospere sorti e nell' avverse;
Ove la pietra e l' arid' erba è buona;
Ove barbaro giunsi e tal non sono.