LA NAVICELLA GRECA (213).

Dalle piccole navi, ove s' assise

La vittoria, scendeano i nostri prodi,

Risonanti nell' armi, su la ferma

Terra, che poco pria tanto balzava.

Nel saluto che adiano, eran le voci

Come mar burrascoso, e di repente

Diveniva la terra e la sua polve

Un Olimpo di gioie; e in pianti e in grida,

Verso la testa degli eroi divina,

Stendean le braccia a modular parole

Degne dei vati, perocchè ciascuno

L' anima si sentia d' anime piena.

E i fanciulletti, e le pudiche, e schive

Degli sguardi e del sol, greche matrone,

Le fenestre occupàr fiori gittando,

Con mani che parean quelle dell' alba.

La vittoria così, Vate, talvolta

Coronar si solea; ma or tu col canto

Offri ad altra vittoria altra corona.

Grande e bella, ο Cantor, l' alma dell' uomo.

Sotto il riso d' un ciel che non ha nube,

Stan soffermate a ragionar fra loro,

Quinci un Anglica prua, quindi una Greca.

La gran donna del mar chiese: Ove vai ?

E a lei la disarmata navicella:

Vo camminando dall' un mare all' altro

— Cessa tosto e mi segui ov' io ti tragga,

Tu che dall' uno all' altro mar cammini. —

Un istante fu quello, un solo istante;

Ma allor terra non più, nè mar, nè cieli,

Nè presente alcun dio: ma Libertade

In que' petti ponea tutta sè stessa,

Ed in pensieri onnipotenti e molti

Ragionava là dentro, ed esultava

Siccome in mezzo all' oceàno il sole.

Nè tra lor fu più moto altro che un solo.

In breve spazio strinsersi concordi,

Tutti silenziosi e tutti fisi.

Cogli sguardi lucenti, all' erta face,

E all' ampio mar, che accoglierà fra poco

I devoti ad onor corpi distrutti.

E già è presso alla polve la favilla,

Ma corse l' Anglo e l' impedì col grido.

Or se tu canterai la nobiltate

Di chi fermõ ebbe il cor, la nobiltate

Dell' Anglo che l' cor volse al suo bel segno,

Godendo come suo l' atto divino,

Fia che sorga una voce e fia che dica:

Salve, d' eterna terra inclito figlio,

Ove grande fu sempre il canto e l' opra,

Nelle prospere sorti e nell' avverse;

Ove la pietra e l' arid' erba è buona;

Ove barbaro giunsi e tal non sono.

Διονυσίου Σολωμού - Άπαντα τα Ευρισκόμενα · 第 71 / 116 题