SQUARCI DI POEMETTO

_(in lode di un suo amico)_

Alla Diva del campo è consacrato

Un bosco di Zacinto, in sulle arene

Semplice altare in mezzo è collocato

Che '1 simulacro della Dea sostiene

Sempre al bosco d' intorno l'infiorato

Odorifero maggio si mantiene

Ed al ruscello il mormorio risponde

Degli augelli, dell' aure e delle fronde.

Salve ο Diva del ciel bella fra quante

Albergano lassù dive leggiadre

Tu coll' inno subblime risonante

I cuor tu bei delle celeste squadre,

Forse ad immago sua quel tuo sembiante

Di sua mano ha formato il sommo padre,

Prima che fra il seren cielo notturno

Rispledesse di Cericia il riso eburno.

Tutto, ο Diva, tu puoi, per te fur votte

Del gran fato le leggi inesorate,

Quando fra il buio delle inferno grotte

Di cetra armato andò l' Adrisio vate,

Sentì il Re crudo dell' eterna notte

I palpiti d' amore e di pietate,

E ogni alma in mezzo al suo tormento atroce

Si restò senza moto e senza voce.

In cupo tenebroso orror profondo

Tutte giaceano di quaggiù le cose,

Tu sentisti pietate, e l' inno al mondo

Mandasti con le corde armoniose,

Toccò la cetra, ed a quel suon giocondo

Sputarono fragrante erbette e rose,

Spuntar vive le chiome agli arbuscelli

E per l' aure correa canto d' augelli

A quel magico incanto al cangiamento

Di natura totale ed improvviso

Tutti i mortali ad ascoltare intento

Fermano il mesto rabbussato viso;

Ognuno il cuor d' insolito contento

E di dolcezza si senti conquiso,

E i volti ov' era pria mestizia accolta,

Di sorrisi brillar la prima volta.

D' amoretti seguito da un bel coro

Sciolse amore dal cielo il vol non tardo

Sulla terra quetò le penne d' oro,

E volse intorno dolcemente il guardo,

Poi sulla molle scorza d' un alloro

Con l' ancor innocente aurato dardo

Incise, aprendo un sorriso giocondo:

Incise, aprendo un sorriso giocondo:

Io farò sempre avventuroso il mondo.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

E oltre quelle virtù, figlie del cielo,

Che in esso riconosco, egli avrà accolta

Forse qualche altra entro il suo core e un velo

L' asconde ai grandi, e in se la tiene avvolta

Così nascose nel materno stelo

La regina dei fior giace talvolta

E benchè ignota al guardo sia, l' aurora

La conosce la nutre e la colora.

SQUARCI D' UN POEMETTO

_(in morte di un giovane Poeta)_

E quinci tutto esterefatto in faccia

Col pensier mi spingea sopra la dura

Tenaria porta e protendea le braccia.

E d' averno (vedrei) il custode inesorato

Fra le bramose fauci viarse

Gorgogliar lo tergemino latrato.

E il fioco pianto e il duro lamentarse

Gli urli feroci e le vampe sanguigne

La frà il cupo indeggiante acre quetarse.

. . . . .

E cauto incederla per l' aer tetro

Pensando ai desiati abbracciamenti

E allor ma no che volgeriami indietro.

Sì dicendo dell' alma i marimenti

Fremean cosi che indietro gli occhi torsi

Di desiderio che di temenza ardenti.

E una fiammella rilucente io scorsi

A me venir che lieve approsimando

Uno spirto in suo grembo aver m' accorsi.

. . . . .

E dell' aure portato in sulle penne

L' innalzava quel nuvolo celeste

E la giunto tra gli astri astro divenne

. . . . .

E ogni astro pel sereno aere s' udia

Salutar il compagno astro novello

Gareggiando di luce e d' armonia.

. . . . .

Saliano lente al ciel nuvole inteste

Di freschissime rose, e fuor gli amori

Sporgean le bionde ricciutelle teste

. . . . .

E per l' ampia degli astri aurea famiglia

Spirto amante t' aggiri, e del tuo verso

Altre labbra coroni ed altre ciglia.

. . . . .

Si fermò di quell' onda annunciatrice

Fra il tremulo degli astri aureo sorriso

La silente dei cieli imperatrice.

. . . . .

Fisse in cielo i sereni occhi ridenti

E dal volto la vaga ombra mettea

D' amoroso desir fiammeggiamenti.

. . . . .

Indi chi è costei che move il piede

Leggiadra al par dell' amorosa stella

Che solinga tra il puro etere incede?

. . . . .

E geme a guisa d' agnelletto quanto

In fra i mesti silenzi della notte

La perduta compagna va belando.

. . . . .

Le squille che pareano in lontananza

Pianger flebile il giorno che moria

Di quel dì . . . . . . la rimembranza.

. . . . .

In che l' amico infelice sentia

L' estrema approsimarsi ora, ed estrema

Ad Elivira cantò la melodia.

. . . . .

E tu quel grande imiterai che seco

Neil' ultima vallea pennelleggiando

Ritrasse il di cui sarà muto ogni eco

. . . . .

Torna spesso alla terra ov' ei riposa

La prima volta che cade la neve

La prima volta che s' apre la rosa

. . . . .

Io lo veggo sull' ale, e pari a lento

Bisbigliamento di funerea fronda

Lungo per l' aere il sibilo ne sento.

. . . . .

Forse là, mentre a lui dentro le vene

Bollia l' estro ond' è Italia emula a Roma

Il fragor lo scuotea delle catene.

. . . . .

Ed oggi ancor mi trema nella mente

Qual la madre alla sponda accelerava

Tutta cogli occhi alla nave fuggente

. . . . .

E giunge e tutto il pelago guatava

Pallida, e colla mano n' attignea

Deprecandone l' ira e lo baciava

. . . . .

Misero la suprema ora sentia

Appressarglisi, e gli occhî amor di fama

Gli affaticava al sol che gli fuggia

. . . . .

Giammai gleba giammai te di verdura

Il bell' anno ristori ma ti porti

Su qualche abbandonata sepoltura

. . . . .

Dolce a quisa di flauto che frange

I lontani silenzi della notte

Balzò la donna innamorata e piange.

. . . . .

Διονυσίου Σολωμού - Άπαντα τα Ευρισκόμενα · 第 68 / 116 题