Mentre il suo labbro si ornava di quella peluria fitta, morbida,
gentile, sul mento gli spuntavano qua e là certi peli isolati, duri
come setole; vere spine, che gli amareggiavano di molto la sua gioia.
Avevamo una serva, che aveva varcato il passo doloroso della
cinquantina, e che, appunto, aveva il mento deturpato da quelle setole.
Le tagliava con le forbici, ma questo non faceva che renderle più dure
e più buffe.
Mio fratello era mortificatissimo di quella comunanza di sventura con
la Maddalena. Si era aspettato ben altre glorie dalla sua barba, e
quell’esordio infelice era un vero disinganno per lui.
Un giorno venne a pranzo col mento liscio come noi. Non aveva più
neppure una setola.
Lo guardammo stupefatte, poi la Giuseppina gli accarezzò il mento con
una mano, e disse:
— Un velluto addirittura!
Io gridai:
— E le setole? Le hai tagliate con le forbici! Confessa! Come la
Maddalena!
Mario era molto indispettito; scrollava le spalle per respingerci
con lo stesso garbo che usano i ciuchi per respingere le mosche, e
mangiava, col naso nel piatto, per non risponderci.
La Giuseppina gli diede una gomitata e disse:
— Via, rispondi, ghiottone! Che cosa ne hai fatto «dell’onor del mento»
che non pungi più come una spazzola?
Non eravamo molto gentili fra noi fratelli. Mario rispose con la bocca
piena:
— Me la son fatta fare.
— Oh! dal barbiere?
— Che domanda sciocca! Da chi volete che me la facessi fare? Dal
tosa-cani?
— Ma perchè non fartela da te?
— Già, come fa il nonno, eh? Per comparir poi tutto coperto di ferite,
come un eroe del quarantotto!
Il nonno rideva e mangiava senza parlare. Non prendeva mai parte
ai nostri battibecchi, se non qualche volta, di rado, per dire a
mio fratello che, a’ suoi tempi, gli uomini erano più cortesi colle
signore. Al che Mario rispondeva, facendo dei garbacci a me ed a mia
sorella:
— Belle signore! E gentili poi!
Ed il battibecco continuava, più aspro di prima. Ma tutto questo per
burla, per spavalderia. In fondo ci si voleva tanto bene, quanto quelli
che si fanno mille smancerie.
Quel giorno cessai di bisticciarmi con Mario, per dire al nonno:
— Ma sì, appunto, nonno; perchè non va dal barbiere, invece di
tagliuzzarsi tutto il viso a quella maniera?
Il nonno inghiottì la cucchiata di minestra che aveva in bocca, poi
rispose:
— È laggiù, lontano, il perchè. Nel milleottocentoquattordici, mi pare.
E sorrideva tra sè guardando nel vuoto, come faceva sempre, quando
rivedeva col pensiero uno de’ suoi ricordi remoti.
Gli domandai:
— Allora, è una storia?
Il nonno rispose:
— Un aneddoto, piccino...
Mario disse con disprezzo:
— Un aneddoto dei tempi barbari? Via, lo dica, nonno. Servirà a farci
ingoiare quest’altra barbarie della carne lessa.
Il nonno esitò un pochino, dicendo:
— Veramente... veramente... quell’aneddoto non è fatto per far
ingoiare... tutt’altro...
Poi soggiunse:
— Ma via! Alla vostra età si ha lo stomaco forte, e non si guarda tanto
pel sottile.
E cominciò a raccontare, rivolgendosi a Mario:
«Alla tua età, anzi un anno prima, a sedici anni, avevo già il mento
coperto di quelle setole rade e disuguali, che tu avevi fino a ieri...
Io non potei a meno di dire ironicamente a Mario:
— Consolati. È una bellezza di famiglia.
Il nonno continuò:
«Dopo parecchi mesi, le mie setole erano cresciute tanto, che avevo una
barba ispida.
«Mio padre, che aveva sempre portato il volto sbarbato, come l’ho poi
sempre portato anch’io, non poteva soffrire quel mento barbuto, del
quale io andavo superbo.
«Un giorno mi disse:
« — Bada, non ti voglio più vedere quella barba da zappatore. Prendi i
miei rasoi, e levatela.
«Allora i figlioli, anche grandi, usavano obbedire ai genitori senza
rimbeccarsi, e, per quanto il privarmi della barba m’increscesse, non
mi venne neppur in mente di volerla portare, dal momento che spiaceva a
mio padre.
«Però mi sgomentai all’idea di mettermi sul volto il rasoio, che non
sapevo maneggiare affatto, ed osservai:
« — Ma non so fare, babbo. Mi tagliuzzerei tutto il viso.
«Il babbo sorrise, poi mi diede sei soldi e disse:
« — Allora prendi. Questi sono i quattrini. Se ti basta l’animo, va a
fartela fare dal barbiere.
«Non capivo perchè mi dovesse _bastar l’animo_, come se si trattasse di
un atto eroico.
«Ad ogni modo, ben contento di poter andare a farmi fare la barba con
i quattrini in mano come un signore, e come un uomo, la mattina dopo
andai dal barbiere.
«Cerano parecchi avventori. Il parroco, che era già seduto
coll’asciugamani sotto il mento e col volto insaponato; il vecchio
Lavatelli, quello dalla zampogna; ed un uomo di mezza età, che
masticava tabacco e sputacchiava nero.
«Sedetti ad aspettare mentre il barbiere faceva la barba al parroco,
appunto sulla gota destra, dove aveva un’enorme gonfiezza.
«L’avevo veduto la sera prima in farmacia, e pensavo:
— Come mai gli è gonfiato il viso a quella maniera in una notte? Ieri
sera stava bene...
«Tirai fuori il libro di scuola che avevo in tasca, e, per passare il
tempo, rilessi due volte un pezzo di latino difficile. Poi guardai
a che punto stava la barba di Don Domenico, e, con mia grande
stupefazione, vidi che la gonfiezza gli era passata dalla guancia
destra alla sinistra, che appunto il barbiere stava radendo.
«Pensai:
« — È l’insaponatura che gli fa quest’effetto. Soffre forse di
flussioni... Ma è strano che gli vengano tanto istantaneamente, e
scompaiano colla stessa rapidità.
«Intanto il barbiere aveva finito. Prese le due estremità
dell’asciugamani che pendeva sul largo petto di Don Domenico, glielo
buttò sul viso, stropicciò forte per togliere ogni residuo d’umidità
e di sapone, poi staccò l’asciugamani, ed il volto del parroco rimase
bianco, con una lieve sfumatura turchina al posto della barba, e
regolarissimo senza la menoma gonfiezza da nessuna parte.
«La mia stupefazione fu al colmo. Cosa poteva essere quel fenomeno? E
doveva accadere anche a me?
«Guardai attentamente l’uomo che sputacchiava nero. Sedette col volto
dritto e regolare. Il barbiere gli pose l’asciugamani sotto il mento
facendoglielo entrare un pochino tra il collo ed il goletto. Poi prese
il bacino, glielo mise sotto il volto e, presto presto, con la mano
che aveva libera, gli inondò la faccia di spuma bianca. Quando depose
il bacino per prendere il rasoio, il paziente aveva la guancia destra
gonfia, come dianzi Don Domenico.
«Non staccavo più un istante gli occhi da quel prodigio, ansioso di
scoprirne il segreto. Ad un tratto il barbiere disse:
— «Un po’ più alto...
«Ed immediatamente la gonfiezza salì più alto sulla guancia.
«Finalmente avevo capito, e risi di cuore della mia ingenuità. Si
gonfiavano la guancia empiendola d’aria, e stringendo forte le labbra,
per impedire che sfuggisse. Era una cosa che avevo fatta tante volte
per chiasso.
«Sicuro. Come mai non l’avevo capito subito? Ecco. Finita la guancia
destra, quell’uomo sputacchiò due o tre volte, mentre il barbiere
passava dall’altro lato, poi gonfiò la guancia sinistra. Era buffo. Non
vedevo l’ora di provare anch’io quel gioco. Intanto lo provavo da me,
nel mio cantuccio.
«Mentre il barbiere stropicciava coll’asciugamani il volto dell’uomo
che sputava nero, il vecchio Lavatelli, che era molto affezionato a
tutti noi, mi disse:
— «Se vuol farsi la barba prima di me, signor Andrea, io non ho
premura...
«Non mi parve vero, e corsi a sedermi sulla poltroncina. Appena fui
conciato, coll’asciugami sotto la gola, mi empii la bocca d’aria, e
mi gonfiai le gote, come un amorino paffuto, tenendo le labbra bene
strette e respirando a stento dal naso.
«Il barbiere prese il bacino con la saponata e mentre mi passava la
mano sulla bocca ripetutamente, disse:
— «La palla.
«Capii che voleva una sola palla, e che chiamava così la tensione delle
guance, e spinsi tutta l’aria nella gota destra come avevano fatto gli
altri.
«Ma cominciavo a soffocare, e stringevo più che mai le labbra per
contenere l’aria in bocca. Il barbiere tornò a dire:
— «La palla.
«Ed intanto mi premeva a tutta forza un corpo duro sulla bocca, dicendo:
— «Ma apra dunque.
«Mi spinsi indietro sbalordito per poter guardare, e vidi... una palla
d’avorio!
«Quella che aveva gonfiate le gote del parroco, e dell’uomo che sputava
nero!
«Afferrai l’asciugamani che avevo dinanzi, e stropicciandomi il volto
in fretta, balzai in piedi, poi scaraventando l’asciugamani dietro a
me senza saper dove, fuggii di corsa fuori della bottega, e via per
le strade, come un ladro inseguito; e non mi fermai che nella nostra
farmacia.
«Mio padre, vedendomi arrivare a quel modo, fece una risatina, e disse:
— «La palla, eh? Non t’è bastato l’animo!
«Da quel giorno cominciai a farmi la barba da me. Non ci ho attitudine;
riesco male; mi tagliuzzo tutto il volto. Ma non ho più potuto vincere
quella prima avversione che m’hanno inspirata le botteghe de’ barbieri,
sebbene la palla sia passata di moda da un pezzo.
_Come il nonno non si vestì di nuovo_
Altre volte, nelle scuole, anche civiche e governative, gli esami alla
fine dell’anno scolastico si facevano in pubblico, alla presenza del
sindaco, del prefetto, e di tutte le autorità cittadine.
Specialmente nelle scuole femminili, gli esami erano una pompa, e
vi si faceva più mostra di vanità che di sapere. Le interrogazioni
e gli esperimenti erano combinati in modo da far figurare le allieve
migliori, e da lasciare nell’ombra le mediocri.
Ogni insegnante chiamava quella che sapeva meglio istruita nella sua
specialità, e pregava qualche personaggio autorevole d’interrogarla.
Ed il pubblico, dopo aver uditi tre o quattro pappagallini ammaestrati
ripetere le gesta di qualche eroe più o meno leggendario, enumerare dei
fiumi e dei monti, e delle città capitali, eseguire qualche operazione
aritmetica irta di moltiplicazioni e di segni difficili a capire,
rimaneva sbalordito di tanta scienza.
Era buono, e facile di contentatura il povero pubblico.
Bisognava sentire, che sorta di pillole gli si facevano ingoiare,
coi nostri componimenti letterari, declamatorii, gonfi, ridicolmente
rettorici!
E bisognava vedere, come si commoveva, e si soffiava il naso, per
nascondere l’inumidirsi ed il luccicare degli occhi!
Rammento ancora una lettera sul tema: «Rimproverare ad una compagna la
sua cattiva condotta in iscuola, e darle dei buoni consigli.»
Io scrissi una specie di predica terribile, in cui parlavo di onore e
di disonore, di giustizia, umana e divina, di maledizioni paterne, di
rimorsi al letto di morte, d’ogni sorta d’orrori; per poi stemperarmi,
nella seconda parte, in una gran tenerezza di pentimenti, d’espiazione,
di ravvedimento, di riabilitazione, di virtù ideali ed inverosimili,
di morte rassegnata del giusto, di gioie mistiche ed eterne in un mondo
migliore.
Tagliata in due, avrebbe potuto essere una requisitoria contro un
malfattore della peggiore specie, ed una predica del padre confortatore
ad un condannato a morte.
Meritavo io, una condanna per quel delitto letterario.
Ma il pubblico ne fu commosso fin nelle viscere, non seppe frenare gli
applausi, sebbene fossero proibiti, e, finiti gli esami, una signora
anonima mi mandò a regalare dalla cameriera un astuccio, con un
finimento da lavoro in argento.
Era naturale che una delle cose a cui più si badasse in quegli esami
d’apparato, fosse il vestito. Era una gara di eleganza.
Noi avevamo un vestitino di mussola bianco, che ogni anno, in quella
circostanza, si rimetteva a nuovo, ben lavato, insaldato, teso e
scricchiolante come un vestito di carta.
Ne andavamo superbe; tanto più, che vi si aggiungeva una cintura di
velluto nero, legata dietro la vita con un fiocco smisurato, i cui capi
ci sbatacchiavano sulla schiena e sui fianchi, come le ale d’un grande
corvo, che ci avesse affondato il becco nelle reni e ci succhiasse il
sangue.
Queste cose mostruose, le dico ora, volgendo uno sguardo retrospettivo
a quell’abbigliatura, coll’occhio educato ai gusti moderni.
Ma allora, tanto io che mia sorella, la credevamo bellissima.
Furono le compagne ricche ed eleganti che scossero la nostra fede beata.
Quell’anno era di moda un certo colorino roseo, cangiante, con dei
riflessi argentei, che si chiamava «_nuage d’aurore_» (nube d’aurora).
Quelle signorine si erano fatto un abito del colore di moda per
portarlo agli esami, e ne parlavano continuamente in iscuola.
Un giorno una di loro, dopo aver fatto una descrizione pomposa del suo
bell’abito, si rivolse a noi, e disse con disprezzo:
— «Voialtre già, ricomparirete col solito abito di carta, e l’avoltoio
nella schiena!
Di carta! L’avoltoio!
Vidi mia sorella farsi pallida, mentre sentivo una vampa di rossore
salirmi al volto; ed il cuore si mise a saltarmi nel petto come un
passero in gabbia.
Quella critica ci giungeva nuova, inaspettata. Eppure la nostra vanità
intuì subito che la mussolina insaldata e la cintura nera di velluto
avevano inspirato l’umorismo crudele di quella ragazza.
Intesi pure che quella burla non era nata allora, e che doveva averci
circolato intorno negli anni precedenti, mentre noi ci pavoneggiavamo
beatamente, nella nostra abbigliatura di gala.
Fu una spina che ci si pose nel cuore; e ne soffrimmo, come, più
tardi, quando l’esperienza ci ha dimostrato che queste contrarietà sono
meschine e ridicole, si soffre per contrarietà più vere e gravi.
Pel nostro mondo piccino e per la nostra piccola età, quell’idea di
ricomparire vestite male, all’antica, in mezzo alle ragazze eleganti,
era una grande umiliazione.
Aspettammo con ansietà la domenica, e la visita al nonno.
Quando venne corremmo in parlatorio tutte eccitate, lo salutammo in
fretta, poi io gridai:
— Sa, nonno? Ci vuole un vestito nuovo....
E la Giuseppina soggiunse:
— Per gli esami; un vestito color «_nuage d’aurore_.»
Il nonno rimase un tratto attonito, senza poter rispondere, poi esclamò:
— Che cos’è questo «_nuage d’aurore_?» Siete matte? Non avete il
vestito bianco?
La Giuseppina borbottò dispettosamente:
— Oh! il vestito di carta!
Il nonno ripetè stupefatto:
— Di carta?
E la Giuseppina riprese:
— Ma sì; insaldato a quel modo la mussola sembra una carta.
Il nonno scrollò le spalle, e disse con fare conciliante:
— Si può fare a meno d’insaldarla.
Ma io mi figurai subito quel cencetto molle, cascante languidamente
sulle gonnelle, e soggiunsi sospirando:
— E quella cintura nera che sembra un corvo?
Questa volta il nonno si mise a ridere, e disse:
— Che strane idee vi siete messe in testa!
Poi riprese sempre conciliante:
— Del resto, se la cintura sembra un corvo, non ve la mettete. C’è modo
di accomodare ogni cosa.
— Bel modo! Sembreremo in camicia, con un vestito tutto bianco e non
insaldato.
— E allora, fatelo insaldare.
— Parrà di carta...
— Ma insomma, cosa posso farci io?
Questa era la vera domanda che aspettavamo, e ci affrettammo a
rispondere:
— Può farcene un altro, nonno.
— Color _nuage d’aurore_, nonno.
Il nonno scrollò il capo ridendo, e rispose:
— Questa è appunto la cosa che non posso fare. Posso invece raccontarvi
una storiella...
— Oh, nonno!
— È inutile protestare. La storiella può insegnarvi a non esser troppo
esigenti, ed a contentarvi di quanto vi si può dare. Per conseguenza
non ve ne faccio grazia. Tanto, debbo aspettare qui la Giovannina, che
verrà anche lei a vedervi.
Chinammo il capo un po’ imbroncite, ed il nonno, a bassa voce, per
non disturbare gli altri gruppi di collegiali e di visitatori, che
ingombravano il parlatorio, cominciò subito la storiella:
«Ogni anno, alla stagione dei bachi, mio padre ne allevava una
grossa partita, e voleva che tutti in casa, piccoli e grandi, ce ne
occupassimo senza risparmio di fatica.
«Io ebbi sempre una repulsione per quei vermiciattoli che, per quaranta
giorni, crescevano, crescevano, mangiavano senza posa, e diventavano
grossi come maccheroni.
«S’era appena finito di rizzare un palco di sei, sette stoie,
sovrapposte l’una all’altra, che già i bachi lo avevano invaso tutto, e
bisognava rizzarne un altro.
«E quando non c’era più spazio per nuovi palchi, i bachi crescevano
ancora, e bisognava posare le stoie sui mobili, in tutte le stanze,
accanto ai letti.
«Si doveva star sempre rinchiusi con una copertaccia di lana appesa
contro gli usci, perchè quegli animalucci stessero ben caldi. E, tra il
calore, la mancanza d’aria, l’odore della foglia verde, l’atmosfera non
era più respirabile.
«Ma non importa; bisognava starci, e lavorare. Staccare la foglia
dai rami, tritarla, spargerla sulle stoie. E guai se pioveva! Allora
bisognava accendere un bel fuoco, e stendere i rami di gelso ad
asciugare, perchè i piccoli bachi soffrivano a mangiare la foglia
umida.
«Ed intanto, tutti quegli avanzi di erba rosicchiata si accumulavano
sulle stoie, formando un letto umidiccio e fitto, che minacciava di
fermentare.
«Ogni due giorni si cambiava il letto, cioè si traslocavano tatti i
bachi per togliere quello strato fetido che avevano sotto, e rimetterli
sulle stoie con la carta pulita, perchè la insudiciassero un’altra
volta.
«Erano quaranta giorni d’un lavoro incessante, febbrile; la fame dei
bachi era insaziabile. Si doveva alzarsi una o due volte nella notte
per somministrare il pasto a quelle centinaia di migliaia d’insetti.
«Poi, ad un tratto, non mangiavano più; scappavano da tutte le parti;
e bisognava affrettarsi a circondare le stoie con frasche ed eriche,
perchè i bachi si arrampicassero a fare il bozzolo.
«Io ed i miei fratelli ci sentivamo come rinascere, quando tutti
i bachi erano arrivati a frasca; e non ci pareva vero di uscire
all’aperto, e di non curarcene più.
«Ma il babbo e la mamma continuavano a guardare l’orizzonte, ed a
spaurirsi ad ogni nuvola che compariva, perchè bastava un temporale,
una giornata umida, una variazione di temperatura, perchè i bachi
interrompessero il loro lavoro, ed il bozzolo riescisse difettoso.
«Quando ebbi dodici anni, mio padre mi disse che, per avvezzarmi
a coltivare i bachi con tutta la cura dovuta ad una cosa tanto
importante, mi faceva dono dell’_ospedale_.
«Dovevo occuparmene da solo; ed il prodotto sarebbe messo da parte
come una mia assoluta proprietà, della quale potrei disporre per ogni
necessità impreveduta.
«L’ospedale era la parte più repulsiva di quella gran faccenda
repulsiva. Tutti i bachi stentini, giallini, rossastri, molli, bavosi,
si toglievano dalle stoie, e si mettevano da parte in una stoina
piccola, che era l’ospedale.
«Quelle bestiole infermiccie mangiavano lentamente, dormivano con
ritardo, ed alle quattro mute, non riescivano mai a togliersi del tutto
la vecchia pelle, che serbavano languidamente raggrinzata sulla coda. E
finalmente filavano dei bozzoli piccini, storti, molli, incompleti, che
si vendevano per pochi denari.
«Il primo anno però, il babbo, sempre allo scopo di innamorarmi dei
bachi, ne fece passare nell’ospedale di molti, che, a rigore, avrebbero
potuto stare coi sani; e quando fu il tempo di sbozzolare, raccolsi
non solo della faloppa, ma anche un paniere di bozzoli buoni, e misi da
parte trentacinque lire.
«Infatti, dopo quel guadagno, compresi l’utilità dei bachi, e li
coltivai con maggior cura, specialmente l’ospedale.
«Dopo un paio d’anni cedetti l’ospedale ai miei fratelli, ed io ebbi
un bel pizzico di seme, ed allevai la mia piccola partita speciale di
bachi buoni.
«Il denaro andò aumentando. Quando se ne parlava, la mamma diceva che
servirebbe a vestirmi tutto di nuovo quando dovrei andare a Novara per
studiare al liceo.
«Non si trattava di mettermi in gala, nè di farmi un vestito color
_nuage d’aurore_, piuttosto che di un altro colore. Si trattava
unicamente di vestirmi come vestivano i ragazzi di città, perchè a
Ceràno io portava i calzoni di fustagno corti fino al ginocchio, delle
grosse calze di cotone bigio, degli scarponi con la suola di legno, ed
una cacciatora di fustagno come i calzoni.
«Tutto il costume dei contadini del basso Novarese, che a Novara mi
avrebbe reso ridicolo. Per conseguenza, i miei genitori consideravano
come una necessità il vestirmi di nuovo.
«L’ultimo anno mi dedicai con un ardore straordinario alla coltivazione
de’ miei bachi; e, mentre mi arrampicavo sui palchi, pulivo le stoie,
tagliavo la foglia, avevo sempre in mente i bei calzoni di panno
turchino lunghi fin al collo del piede, gli scarpini, il gilè color
_nanchino_ ed il casacchino corto uguale ai calzoni, tutto l’abito
cittadino che dovevo farmi per andare in città.
«Quell’anno il raccolto andò maluccio; ma c’era il denaro degli anni
precedenti, e fra tutto faceva una bella somma. Circa dugentocinquanta
lire.
«Bastava a farmi un bellissimo corredo.
«In principio d’ottobre, mio padre ebbe la nuova che il marito di sua
sorella, medico condotto ad Oleggio, era gravemente ammalato.
«E tra il babbo e la mamma cominciarono a fare quei soliti discorsi
crudeli, che si fanno sempre in simili circostanze, considerando
già il povero malato come se non esistesse più, dandosi pensiero
unicamente dei superstiti, e compiangendo loro soli, quasichè la vita
di quell’uomo non avesse importanza, se non per l’utile che recava a
quegli altri.
— Quella povera vedova! E con cinque figlioli! E quel povero uomo
benedetto, che non volle mai saperne di privazioni!... Non avrà
lasciato un soldo di risparmio...
«E della gente buona come i miei genitori, rimproveravano già a
quel morto, che non era morto ancora, di non aver aggiunta anche
l’infelicità delle privazioni alla sua povera esistenza di lavoro, per
lasciare un po’ di benessere a quelli che rimanevano, vivi e sani, dopo
di lui, mentre lui se ne andava sotterra.
«Mi fece pena questa ingiustizia del mondo verso i poveri morti, e
dissi:
— «Io compiango lui, povero zio, che se ne va. Gli altri lavoreranno
come ha lavorato lui, ad ogni modo s’accomoderanno sempre...
«Mio padre chinò più volte il capo pensosamente, e disse:
— «È facile dire, s’accomoderanno...
«Verso la metà d’ottobre la malattia s’aggravò tanto, che mio padre
dovette partire per Oleggio. Lo zio era moribondo.
«Intanto il San Carlo s’avvicinava, e bisognava pensare a prepararmi
per andare a Novara.
«La mamma mi condusse a scegliere le stoffe per gli abiti, ad ordinarmi
le scarpe, le camicie, le pezzuole...
«Ma sulle stoffe ero irresoluta. Non ero avvezza a comperare senza
consultare il babbo. Si fece mandare le pezze a casa, per vederle
meglio, e per sentire anche dal sarto quali fossero più convenienti.
Intanto chi sa? Potrebbe darsi che lo zio stesse meglio, e che il babbo
tornasse per vedere anche lui...
«Infatti il babbo tornò, appunto la mattina seguente, mentre noi si
stava osservando le stoffe alla gran luce del giorno, nella farmacia.
«Entrò tutto frettoloso ed impensierito, rispose appena in fretta
«addio, addio» ai nostri saluti, poi domandò:
— «Che cos’è questa roba?
«La mamma rispose:
— «Sono le stoffe pei vestiti d’Andrea.
«Allora il babbo cercò me cogli occhi, e, guardandomi un po’
accigliato, disse:
— «Eh sì! C’è altro da pensare che a vestirsi ora, figliolo mio! Quelli
laggiù sono in mezzo ad una strada; e c’è un povero morto da portare al
campo santo.
«Noi restammo tutti sbigottiti senza rispondere. Il babbo riprese,
sempre guardandomi:
— «Tu non volevi aver pietà dei superstiti, e compiangevi il povero
morto. Ora è proprio il povero morto che ha bisogno di te. Io ho i
superstiti da provvedere. E tu, li vuoi dare i tuoi quattrini per i
funerali?
«Più tardi deplorai di non aver potuto vestirmi di nuovo; ma in
quel momento non sentii altro che un’immensa, un’infinita pietà per
quell’uomo che avevo veduto poche volte, ma sempre allegro e sano,
e che ora aveva bisogno de’ miei poveri soldi per esser portato al
camposanto; e dissi con tutto il cuore:
— «Sì che voglio darli, babbo! e corsi di sopra a prendere la cassetta
con i denari.
«Quando gliela portai, il babbo mi disse:
— «Bravo figliolo. Dopo quest’atto che fai, puoi portare con orgoglio
i tuoi vecchi abiti da contadino anche al liceo di Novara. Ti fanno
onore.
«Io pure pensavo così, e partii col cuore soddisfatto, ed entrai per la
prima volta in iscuola con la fronte alta, come un ragazzo contento di
sè.
«Durante la prima lezione vidi che i ragazzi mi guardavano, poi si
guardavano fra loro e ridevano nascondendo il volto sul banco. Ma
pensai che non sapevano il motivo per cui ero vestito così.
— «Alla prima occasione lo dirò, ed allora sarà finita. Mi
giudicheranno come merito.
«Appena terminata la lezione, mentre il maestro di latino usciva, e
s’aspettava quello di geografia, un ragazzo gridò:
— «Eh, massaio, quanto costa al sacco il grano?
«Guardai in giro per vedere dove fosse il massaio; ma un altro mi venne
proprio davanti e mi gridò in viso:
— «E il concime l’hai sparso sui campi, massaio?
«Capii che parlavano con me. Tutti ridevano e si burlavano dei miei
vestiti da contadino. Mi alzai rosso, rosso, per rispondere; ma mi
ripugnava, davvero, mi ripugnava il vantarmi pubblicamente del poco
bene che avevo fatto.
«In quel mentre entrò il professore di geografia, e tutti tacquero
e tornarono ai loro posti. Ma dopo quella seconda lezione, appena il
maestro aveva chiuso l’uscio dietro a sè, sentii qualche cosa di duro
colpirmi alla nuca, mentre una voce gridava:
— «Eh! ortolano! Prendi il concime!
«Ed un altro:
— «Questo è buon letame, raccogli!
«E da destra, da sinistra, da tutte le parti mi piovevano addosso
torsoli di mele, bucce, noccioli di frutta, vecchie croste di pane,
pallottole di carta stropicciata bagnate nell’inchiostro, che mi
colpivano nel volto, nel petto, sul dorso, e lasciavano la macchia.
«Mi alzai per parlare, ma una salva di fischi, di grida, di risate
coprì la mia voce. Imitavano il muggito del bue, il raglio dell’asino,
il gracidare delle galline, il canto del gallo; pareva d’essere in una
fattoria.
«Allora, tutto fremente di sdegno, corsi fuori dalla scuola, ed appena
giunto dalla vecchia parente dov’ero alloggiato, scrissi a mio padre
tutta quella scena. Nella mia disperazione gli dicevo:
— «Bisogna fare qualunque sacrificio per vestirmi come gli altri, da
cittadino; altrimenti sarà impossibile che io continui a studiare.
Intanto sospendo d’andare al liceo.
«Mio padre rispose:
— «Se credevi l’opera buona che hai fatta, tanto facile e senza
conseguenze per te, non meritavi l’ammirazione con cui l’accolsi.
Dare il denaro dei tuoi abiti pel tuo povero zio morto, voleva dire
rassegnarti a frequentare, per un tempo indeterminato, la scuola
vestito da contadino, esporti a qualche burla, a qualche umiliazione.
Abbi dunque il coraggio della tua buona azione. La vita ha ben
altre lotte, ben altre contrarietà, e devi avvezzarti di buon’ora a
sopportarle, se vuoi fare la tua strada nel mondo e diventare un uomo.
Io non voglio intervenire in questa puerilità. Sbrigati come puoi, e
sopratutto non lasciare lo studio, che è la parte seria della vita, per
codeste suscettività d’amor proprio, che ne sono la parte ridicola.»
«Sulle prime quella lettera mi parve crudele ma, ripensandoci, compresi
che era giusta nella sua severità. E tornai al liceo, e sopportai con
dignità le insolenze de’ miei compagni, rispondendo appena con qualche
scappellotto ai tentativi più violenti.
«Così si avvezzarono a vedermi vestito da contadino, e, a misura
che mi facevo onore negli studi, s’avvezzarono anche a rispettarmi.
S’avvezzarono tanto bene, che quando, dopo sei mesi, mio padre mi
regalò un bel vestito da città, al primo vedermi vestito così, i più
grulli cominciarono a burlarmi di nuovo. Ma i loro scherzi non furono
secondati, perchè la maggioranza aveva imparato a giudicarmi più
seriamente.»
Eravamo un po’ commosse, ma non tanto da aver completamente dimenticate
le occhiate ironiche e le risate di scherno delle compagne eleganti.
Io risposi, esitando un poco, ma facendomi coraggio:
— «Ma noi non abbiamo nessuna bella azione da raccontare, per
giustificare il nostro vestito vecchio.
Il nonno, col volto, non più conciliante, ma serio serio, rispose:
— «Fra tutte le belle azioni, la più bella è fare il proprio dovere.
Il vostro dovere è di accettare la situazione che Dio ha fatta al
vostro nonno ed a voi. Non siamo ricchi; dobbiamo accontentarci, io
di non farvi un abito nuovo, voi di non portarlo. Ho una gran paura
che nelle vostre testoline sia entrata tanta vanità, da farvi parere
un sacrificio, un atto eroico addirittura, il confessare la vostra
condizione modesta. Ebbene, confessatela, e se vi costerà molto, avrete
una buona azione da raccontare, una vittoria riportata sulla vostra
vanità. E vi farà del bene.
Non confessammo nulla. Non eravamo abbastanza dignitose e forti per
farlo. Ma l’abito di carta coll’avoltoio nella schiena, ricomparendo
ancora, confessarono per noi. Però quel giorno osservammo che erano
molte le compagne che portavano gli abiti degli anni precedenti, ed
il gruppo delle eleganti era così piccino, che ci accorgemmo d’averne
esagerata l’importanza. Tutte le più brave erano vestite modestamente;
ed anche noi facemmo un bell’esame. E ne avemmo una soddisfazione, che
il bel vestito non ci avrebbe dato di certo. Dopo l’esame la Giuseppina
mi disse, un po’ tardi, ma meglio che mai:
— Sono contenta ora, che non abbiamo fatto fare un sacrificio al nonno
per vestirci.
_Come il nonno troncò una serie di rappresentazioni_
Passati gli anni di collegio e di scuola, e finiti gli studi, la nostra
vita da signorine di provincia cominciò ad essere assai monotona.
Non si doveva più pensare ad altro che a diventare donne di casa, buone
massaie. L’ordine della casa, il bucato, la cucina, dovevano occuparci
interamente. Se ci veniva in mente di cominciare un ricamo, il nonno,
che badava all’igiene, diceva che quel lavoro sedentario e fine nuoceva
alla salute e sciupava la vista.
Se poi ci mettevamo a leggere, le zie esclamavano spaurite:
— Per carità! Che non avessero a credervi dottoresse!
Erano persuase che tutti i guai, tutte le miserie dell’umanità,
derivassero dalla lettura, specialmente per le donne; e dicevano, con
un risentimento pieno di convinzione:
— Ah! quei maledetti libri!
Tanto, che noi si pensava sovente, perchè ci avessero fatto imparare a
leggere.
Ma doveva essere per abilitarci a leggere «La cuoca piemontese» il solo
libro che trovasse grazia agli occhi delle zie.
Si doveva fare, noi due ragazze, una settimana ciascuna alternandoci
in cucina, cercando di mettere in pratica gli insegnamenti di quel
ricettario.
Il nonno però, che era condannato a mangiare i prodotti dei nostri
esperimenti, non aveva lo stesso ardore delle zie, nello spingerci a
fare da cuoche; e preferiva che ci occupassimo della «tenuta dei libri
di casa» come diceva pomposamente. In realtà si trattava di notare
le spese giornaliere; ce lo faceva fare in francese per tenerci in
esercizio.
Era un esercizio assai limitato, «Lait, pain, sel, ris, beurre, poulet,
viande, fromage...» un centinaio, mettiamo anche dugento parole
di questo genere, che si ripetevano ogni giorno con una monotonia
desolante. Metteva proprio conto d’avere imparata una lingua per
questo!
Intanto la nostra piccola famiglia, composta di noi due ragazze,
del nonno, e di nostro fratello, non ci dava da fare abbastanza
per occuparci tutto il giorno. Avevamo una donna di servizio
laboriosissima, a cui la nostra presenza in cucina dava noia, e che
stirava mezzo bucato, nel tempo che noi si stirava una camicia.
Per conseguenza le giornate erano molto lunghe per le nostre
occupazioni da massaie, e ci lasciavano molto tempo da fantasticare,
mentre lavoravamo meccanicamente di cucito, sole, perchè le zie
venivano spesso a vederci e ci accompagnavano fuori, ma non abitavano
con noi.
L’argomento sul quale si fantasticava più volentieri, era,
naturalmente, la nostra propria sorte. Ci domandavamo l’una all’altra:
— È questa la gioventù allegra, la gioventù serena, felice, piena
d’illusioni, di poesia; la bella gioventù, che dura appena una quinta
parte della vita, e che si continua a rimpiangere per gli altri quattro
quinti, inconsolabilmente?
Domandavo a mia sorella:
— Sei felice d’avere diciassett’anni?
E lei mi rispondeva:
— E tu sei felice d’essere quel personaggio ideale, l’incarnazione
della gioia e del sorriso, «_la giovinetta trilustre_?»
E tutte e due concludevamo:
— Era più bello esser bimbe. Ci si divertiva di più.
Ed infatti, in quei due anni, i nostri divertimenti erano stati scarsi.
Eravamo state una volta ogni carnevale al teatro di musica, con un
vecchio fratellastro del nonno, che chiamavamo zio, e con una sua
figlia, un po’ troppo matura, che chiamavamo cugina.
Lei si metteva in gran gala: abiti di tulle scolacciati, nastri, fiori,
trine. Noi portavamo il nostro vestito da estate più bello, che era
sempre brutto accanto a quegli abiti da sera. La cugina si faceva dare
del tu da noi, per ringiovanirsi; ma ci metteva una gran soggezione.
Entrando nel palco si fermava subito allo specchio, e si accomodava
lungamente l’acconciatura, ingombrando tutto lo stretto spazio, senza
badare che noi si rimaneva sull’uscio.
Poi andava a sedere al posto migliore, dove c’era un guancialone sulla
poltrona, in modo che lei rimaneva in alto, con tutta la vita sporgente
dal parapetto.
Mia sorella, che sedeva in faccia a lei, senza guanciale, sembrava
piccina piccina, e non figurava punto. Quanto a me, ero condannata alla
tortura del panchettino, sul quale si vedeva sorgere la mia vita di
lana colorata, fra i rigonfi della gonna bianca leggiera di mia cugina,
che si stendeva pomposamente sulle mie ginocchia.
Lei, che andava sovente al teatro, conosceva la musica, le belle
signore dei palchi, i bei giovinotti, e salutava, graziosa, chinando il
capo ed il ventaglio.
Noi, che si stava sempre in casa e solitarie, nessuno ci salutava; ci
sentivamo fuori di posto, come due campagnole.
E quel secondo anno, il giorno dopo quella serata memorabile, quando
il nonno ci domandò se ci eravamo divertite, cominciammo a gemere le
nostre lagnanze.
La Giuseppina disse:
— Come vuole che ci si diverta, nonno, andando al teatro una volta
all’anno? Non si conosce nessuno...
Ed io, che rammentavo quelle ore passate appollaiata sul disgraziato
panchettino, col capo teso innanzi fra mia cugina e mia sorella, e la
persona indietro per non schiacciare i rigonfi leggeri che avevo in
grembo, esclamai con premura:
— Ed in tre in un palco! Sembravamo tre galline in una stia...
Il nonno agitò le mani in alto con le dita aperte in atto di scandalo e
di stupefazione, ed esclamò:
— Oh! che gioventù! che gioventù! Ma non sapete prendere i divertimenti
come vengono, senza amareggiarveli con l’amor proprio, con le
aspirazioni della vanità? Ci vuole il racconto, ho capito.
E cominciò uno dei soliti racconti.
«La Giovannina, alla vostra età, e anche molto dopo, non aveva mai
veduto un teatro. Perchè ai nostri tempi — parlo del principio di
questo secolo — la società aristocratica si spassava quanto adesso
e forse più, faceva una vita dissipata, vestiva con molto cattivo
gusto, ma con uno sfarzo maggiore d’adesso. Ma le famiglie della
borghesìa menavano vita affatto casalinga, e non avevano la pretesa di
rivaleggiare coi signori. I nostri divertimenti ce li pigliavamo fra
noi, modestamente, e sapevamo contentarcene, per meschini che fossero.
«La Giovannina abitava allora in piazza del Rosario, ed aveva un gran
balcone al primo piano.
«Fino a diciotto anni, dunque, non aveva mai veduto un teatro; quando
verso la fine d’ottobre capitò a Novara un burattinaio, ed una bella
sera si vide comparire sulla piazza del Rosario, e proprio dirimpetto
al balcone della zia, la baracca dei burattini.
«Figuratevi la gioia della Giovannina! Sebbene la sala del balcone, di
solito, stesse sempre chiusa, perchè l’aria e la luce non facessero
scolorire le seggiole ed il divano di _reps_, quella sera ella si
piantò sul balcone appena vide la baracca, e non si mosse più finchè la
burattinata fu finita ed i lumi spenti.
«Il giorno dopo stette in grande ansietà per paura che il burattinaio
non tornasse. Ma tornò, e lei, tutta felice, domandò ai suoi parenti
il permesso di mandare a prendere due amiche, perchè godessero con lei
quello spettacolo.
«E per parecchie sere, le tre fanciulle si divertirono immensamente,
attentissime alla commedia, che poi il giorno dopo ripetevano a chi
voleva sentirla.
«Io, che ero appunto a Novara per studiare al liceo, fui invitato dalla
Giovannina alle burattinate, e quando non avevo molto da studiare, ci
andavo e mi divertivo la mia parte.
«Ma quell’anno l’ottobre era eccezionalmente freddo, e la commedia
finiva tardi, verso le dieci. Le ragazze infreddarono tutte.
«Allora tutti i parenti proibirono di stare al balcone di sera,
compresa mia zia, che intimò a sua figlia d’andare a letto alle otto,
finchè non le fosse passata la tosse.
«La Giovannina non disse nulla, perchè sua madre non le permetteva di
discutere le sue risoluzioni. Ma la tosse continuava e si faceva anzi
più acuta, nonostante gli atroci decotti di orzo indolciti col miele,
che la zia faceva ingollare alla malata.
«Intanto io, che non avevo bisogno del balcone per godere le
burattinate, la prima sera che i miei studi me lo permisero, andai in
piazza del Rosario, con l’intenzione di sentire la commedia in piedi.
Ma la folla era già compatta, e non mi fu possibile di farmi strada fin
sotto il balcone della zia, per essere in faccia alla baracca. Rimasi
invece dietro la baracca ed in faccia al balcone chiuso.
«Quando non si vedono gli attori, l’attenzione è meno accaparrata
dallo spettacolo. Io dunque guardavo in giro, un po’ qua, e un po’ là,
e più spesso sul balcone della zia, pensando che lassù avrei veduto
tutto, e sarei stato più comodo che lì dietro, pigiato tra la folla,
dove sentivo la voce in falsetto d’una infelice ambiziosa defunta, che
urlava tra le fiamme dell’inferno: «Per trent’anni di regno, tutta
un’eternità di pene!» Vedevo i bagliori rossi del fuoco eterno di
paglia, che ardeva sul davanti della baracca, ma non potevo vedere nè
l’inferno, nè i diavoli, nè la regina.
«Ad un tratto, a quella luce rosseggiante, vidi moversi qualche cosa
di bianco sopra un gran testo, nel quale cresceva una magnifica pianta
d’oleandro, sul balcone della zia.
«Guardai attentamente, ma pare che l’inferno avesse cessato di
divampare, e la piazza ricadde nell’oscurità.
«Che l’eternità fosse già finita?
«No. I diavoli, più attenti di molte vestali, non lasciano spegnere il
fuoco infernale. S’udirono sibilare, movere i tridenti per rattizzarlo,
la piazza rosseggiò un’altra volta irradiata dalla vampa in cui
si dibatteva la regina col suo monotono lamento, ed a quella luce
sanguigna, abbagliante, vidi distintamente la Giovannina, leggermente
vestita d’una gonnella e d’un giubbino da notte, accoccolata sul testo
dell’oleandro, che contemplava esterrefatta quella scena diabolica.
«Il suo vestiario, e le persiane del balcone richiuse ermeticamente
dietro a lei, mi spiegarono subito il mistero.
«La Giovannina lasciava sua madre nella stanza da pranzo che era
dall’altro lato del quartiere, e se ne andava a letto in camera sua,
che comunicava appunto con la sala. E, dopo che sua madre era andata ad
assicurarsi che era coricata e che non le mancava nulla, usciva pian
piano, senza perder tempo a vestirsi, fors’anche a piedi nudi per non
far rumore, e se ne andava sul balcone al buio per più di due ore.
«E tutto questo per una miserabile commedia di burattini; e se ne
divertiva semplicemente, senza pensieri di vanità, in gonnella, non
veduta da nessuno.
«Che ne dite, belle signorine, che sdegnate uno spettacolo d’opera
e ballo, perchè l’andarvi una volta sola, non vi permette d’essere
ammirate e salutate dagli abbonati, e perchè l’essere in tre in un
palco non vi sembra abbastanza comodo e signorile?
«La mattina, volendo sapere qualche cosa di più preciso sulla
Giovannina, andai dalla zia, e la trovai tutta costernata perchè la sua
figliola continuava ad avere la tosse, e questo, in una ragazza tanto
lunga e sottile, dava da pensare.
« — Sono due giorni che la tengo a letto, ma tosse sempre egualmente, e
fors’anche di più... Temo che abbia la febbre...
«Era ancora peggio di quanto avevo supposto. Stando a letto, la
Giovannina non aveva gli abiti sotto mano, perchè sua madre, che amava
la pulizia e l’ordine, li portava fuori di certo, per spazzolarli, o
perchè non ingombrassero i pochi mobili della cameretta.
«Dunque, quella povera ragazza, usciva, calda dopo una giornata di
letto, e magari sudata, appena coperta d’una gonnella bianca, e stava
ferma delle ore sul balcone, al freddo, col rischio di pigliarsi una
polmonite, e d’andarsene all’altro mondo.
«Se avessi potuto vederla l’avrei sgridata severamente, e anche
minacciata di denunziarla a sua madre. Ma, naturalmente, non potevo
entrare nella sua camera; e denunziarla davvero mi ripugnava, per
quanto si trattasse di tutelare la sua salute.
«Ci pensai tutto il giorno, e trovai modo d’impedire che non
commettesse più quell’imprudenza, senza farle toccare i rimproveri, e
forse qualche scappellotto dalla sua mamma, che le voleva bene, ma era
molto severa.
«Pregai tre amici di venire la sera con me a vedere la burattinata
in piazza del Rosario, e mi collocai con loro, proprio accanto alla
baracca.
«Prima che ci fossimo trovati tutti all’appuntamento, s’era fatto un
po’ tardi, e lo spettacolo era già al secondo atto quando giungemmo a
posto.
«Guardai subito sul balcone della zia e, per quanto fosse buio, vidi
benissimo la figura bianca, che si moveva sul testo dell’oleandro.
«Allora alzai un pochino per di dietro la tela che chiudeva la baracca,
per assicurarmi che aveva un pavimento interno di legno, sul quale
stavano rannicchiati il burattinaio, ed un suo figlioletto mingherlino,
che faceva da suggeritore, e che, dopo il secondo atto, usciva a far la
questua tra la folla.
«Sicuro così del fatto mio, mi misi d’accordo coi miei compagni; ci
collocammo ai quattro angoli della baracca, ed aspettammo una scena
culminante del dramma, quando Florindo e Rosaura, con l’aiuto di
Colombina e di Arlecchino, si disponevano a fuggire dalla casa di
Pantalone.
«E ad un tratto, sollevammo di peso la baracca, col burattinaio,
il piccolo suggeritore, il cesto dei personaggi e tutti; e, fra
gli urli della folla, giubilante e plaudente, a quell’improvvisata,
trasportammo ogni cosa in quel vicolo stretto e curvo, che mette alla
contrada del municipio, mentre il burattinaio si sporgeva fuori della
baracca gesticolando disperatamente, con le braccia in alto, e con due
burattini per ogni mano.
«Nel vicolo buio lo rimettemmo in terra, avvertendolo con tutto il
garbo possibile che, se non sceglieva un altro posto per i suoi
spettacoli, sarebbe stato portato in trionfo ogni sera a quella
maniera, prima che avesse il tempo di mandare in giro il suggeritore a
raccogliere i quattrini.
«La sera seguente il burattinaio piantò la baracca in piazza delle
Erbe; e dopo due o tre giorni la tosse della Giovannina era cessata.
«Ma quando ella seppe che ero stato io l’eroe di quell’impresa, e che
l’avevo compiuta per lei, invece di ringraziarmi, mi rimproverò, perchè
l’avevo privata del suo modesto teatro democratico, che la divertiva
tanto.
_Come il nonno non sposò la signora Giovannina_
Quella storiella dei burattini ci aveva molto scoraggiate. Era stata
come una gran raffica, che aveva spazzato via tutte le nostre speranze
di divertimenti.
A noi pareva anche ingiusta perchè, in realtà, non eravamo musone, e
la baracca dei burattini, se fosse capitata sotto la nostra terrazza,
avrebbe divertite anche noi, come ci divertiva alle volte una partita a
tombola col nonno e con le zie.
Soltanto, quegli spassi lì non ci bastavano. Avevamo sempre il
desiderio d’andare ai balli, dove andavano la tale e la talaltra; di
vestire come loro; e quei continui confronti ci rendevano malcontente,
e dissipavano presto l’allegria, che ci avevano procurato i nostri
modesti e semplici piaceri.
Per combinazione, appunto pochi giorni dopo quel discorso sul teatro,
ricevemmo per la prima volta un invito per una festa da ballo.
Eravamo a tavola; noi si pranzava al tocco; la donna venne a dirci che
c’erano giù in sala delle signore.
— Chi mai?
Il nonno non voleva esser disturbato quand’era a pranzo; e sebbene,
quando si trovava con le signore, le trattasse con la squisita cortesia
dei suoi tempi, preferiva però di non trovarcisi.
Ci permise di scendere in sala noi a ricevere quella visita, e rimase a
tavola solo, perchè allora nostro fratello era in collegio.
In sala trovammo la signora Righi, con due delle sue sei figliole. Non
volevano neppure sedersi, perchè avevano una gran premura; erano in
giro a fare gl’inviti «per quattro salti» che si farebbero in casa loro
il domani sera.
Dovevano ancora girare tutta Novara, perchè non si trattava d’una
festa, per la quale mettesse conto di mandare gli inviti per lettera.
— Quattro salti, semplicemente. In tutta confidenza. Un vestito chiaro
purchessia. Chiaro, perchè è più allegro; ma senza eleganza, vedete? E
badate di non mancare. Ditelo al nonno che contiamo su voi....
Ed erano già in fondo alla scala.
Io era come sbalordita, in uno di quegli accessi di contento insperato,
che quasi non si osa credere alla nostra felicità.
Stavo a guardare mia sorella, aspettando di sentire cosa ne pensasse
lei, prima d’abbandonarmi alla gioia che mi gonfiava il cuore.
La Giuseppina scrollò il capo, e disse sfiduciata:
— È inutile pensarci, non ci si va, sai!
— Perchè? Il nonno non vorrà?
— Figurati! Lui, che crede che una commedia di burattini basti a
mantenere l’ilarità delle ragazze finchè dura la gioventù, penserà che
l’opera dell’altra sera debba bastare a farci giubilare pel resto dei
nostri giorni.
Mi parve che avesse ragione, e susurrai scoraggiata:
— Allora non gli si dice neppure?
— Io non glielo dico per non sentirmi dare un rifiuto.
— Ma se domanda perchè sono venute le Righi...
— Gli si può dire, come novità del giorno. Ma non ci fondare speranze,
sai.
Invece, con nostra grande meraviglia, e con altrettanta gioia, il nonno
non discusse neppure quell’invito. Ci domandò a che ora si dovesse
andare, e ci avvertì che si dovrebbe tornare a mezzanotte, perchè lui
non permetteva che si vegliasse più tardi.
Non mi riuscì più d’ingoiare un boccone, tanto ero eccitata. Un ballo!
Continuavo a parlare, a parlare con una vivacità insolita, senza badare
a quanto dicevo, come ubbriaca di gioia.
Mia sorella era assai meno allegra. Appena il nonno si alzò da tavola e
scese nel suo studio, io dissi alla Giuseppina:
— Vedi? Se non gli si diceva dell’invito, si perdeva il divertimento.
Pensa; un ballo!
Lei scrollò le spalle infastidita, e disse:
— Ma che ballo! non ci si va.
Rimasi sbalordita, poi mi venne una grande indignazione ed esclamai:
— Vedi come sei? Ha ragione il nonno. Nulla ti contenta. Lui, povero
vecchio, è disposto a condurci ad un ballo, e tu non vuoi. Allora è
colpa tua se non ci si diverte....
Lei non si scompose e tornò a rispondere fredda fredda:
— Sì, è colpa mia. C’è un bel vestito bianco in guardaroba, ed io non
me lo voglio mettere, nevvero?
— Un vestito bianco?... Chi ce l’ha messo?...
— Non fare la scimunita. Ti dico che non abbiamo vestito per andare a
ballare, ecco perchè non ci si andrà.
Io osservai timidamente:
— Ma quello bianco e verde?...
— Già, per fare la figura che abbiamo fatta al teatro. Sarebbe un bel
divertimento.
— Ma le Righi hanno detto «in tutta confidenza; un vestitino chiaro
purchessia...»
— Sono cose che si dicono. Io preferisco non andarci.
Quella risoluzione inaspettata mi affliggeva troppo; ci pensai un
pochino, poi feci questa proposta temeraria:
— Se si dicesse al nonno di farci un vestito; o, anzi, di farlo
soltanto per te, che sei la maggiore, e lo desideri... A me non importa
di venire con quello bianco e verde...
Mia sorella alzò le braccia al cielo, e gridò:
— Per carità! Ci racconterebbe un’altra storia, noiosa come quella de’
suoi vestiti andati in fumo, che ci raccontò due anni fa in collegio; e
non ci si guadagnerebbe altro.
Io sospirai:
— È vero. Tutti i nostri ideali sono destinati a svanire in una
storiella.
Tuttavia avevo l’animo pieno di gratitudine pel nonno, che aveva
acconsentito con tanta facilità ad accompagnarci a quel ballo, e mi
addolorava il pensiero di non profittare di quella concessione.
Cercai di conciliare le cose con un’altra proposta:
— Infatti, domandare un abito nuovo sarebbe un’indiscrezione. E poi la
sarta non avrebbe neppure il tempo di farlo. Ma si può accomodare ogni
cosa. Io mi metto il vestito verde. Tu prendi quella vecchia gonnella
rossa di seta della povera mamma, che è nell’armadio. La copriremo
tutta coi nostri due veli di tulle bianco della prima comunione, che
sono affatto nuovi, e che ti faranno una bellissima sopravveste. Quanto
alla vita, metterai quella di seta nera, ed avrai una toletta da serata
senza spendere un soldo.
Mia sorella si rasserenò tutta all’idea di quell’abbigliatura, che
allora era di gran moda, e che certo le avrebbe fatto fare una figura
magnifica.
Soltanto, la gonnella rossa la teneva il nonno in un armadio chiuso a
chiave, con tutto lo spoglio della nostra povera mamma, e non si poteva
pigliarla, se lui non ci dava la chiave, ed il consenso.
Questo ci mise in gran pensiero, perchè, conoscendo i suoi principî
severi, temevamo un serio rabbuffo.
Tuttavia, siccome non c’era tempo da perdere, io che, domandando non
per me ma per un altra, mi sentivo più coraggio, andai dal nonno, e
pian piano gli dissi che la Giuseppina sarebbe stata tanto bene con
un vestito da ballo, e che si poteva combinarlo senza nessuna spesa,
perchè c’era tutto in casa...
E gli esposi il mio disegno, il vestito rosso, i veli, ecc. ecc.
Egli corrugò la fronte, poi rispose una sua parola che noi conoscevamo
decisiva, inesorabile, ed alla quale non avremmo mai osato di
rispondere:
— Non se ne parli altro!
Io rimasi male. Ma cosa potevo dire?
Non dava nessuna ragione del rifiuto; non c’era mezzo di combatterlo.
Mia sorella si limitò a crollare il capo ed a dire che prevedeva che
sarebbe andata così. Ma aveva le lagrime agli occhi; e ripetè che
non voleva venire al ballo. Io poi, ero disperata di rinunciare al
divertimento per quella storia del vestito, e suggerii di far parlare
al nonno da qualcuno più influente di noi.
— Se si provasse la signora Giovannina? La stuzzica sempre per la sua
età, ma in fondo le vuoi bene. Ha fatta tutta quella cosa della baracca
dei burattini per lei...
La Giuseppina stette un minuto perplessa, poi mi approvò:
— Forse hai ragione. La signora Giovannina è la sola che lo possa
persuadere. Se si andasse da lei?
Felice di vedere ancora accettato un mio consiglio, e di potere, ad
ogni modo, andare a quel ballo, corsi dal nonno a domandargli il
permesso di uscire colla serva e con la mia sorella, per fare una
visita alla signora Giovannina.
Il nonno si tolse gli occhiali per guardarmi, e cominciò a dire:
— Mi pare una stravaganza.
Ma poi, forse ricordandosi d’avermi dato un rifiuto secco secco un
momento prima, si strinse nelle spalle, e disse:
— Ma se vi fa piacere, andate.
Corsi in cucina ad avvertire la serva, che brontolò perchè le si faceva
smettere di rigovernare, e ci avviammo.
Infatti la serva aveva ragione. Era un’avventatezza indegna di
due giovinette destinate a diventare due modelli di donne di casa,
l’interrompere le occupazioni importanti dell’unica donna di servizio,
per una visita che non si giustificava in nessun modo.
Ma la strada era breve, ed appena fummo alla porta della signora
Giovannina, rimandammo la donna alle sue faccende, e salimmo sole.
Era la prima volta che andavamo spontaneamente da quella vecchia
parente, e la prima volta che invocavamo il suo appoggio.
Come accade sempre dei disegni troppo arditi, passata l’eccitazione
orgogliosa d’averlo concepito, mi si affacciavano tutte le difficoltà
dell’attuarlo. Nel salire le scale, dissi con un sospiro:
— Non otterrà nulla neppur lei, come la direttrice quando si trattò
delle lezioni di piano.
E la Giuseppina rispose:
— Almeno la signora Giovannina non corre il rischio di sentire una
storiella, perchè le storie del nonno le sa tutte anche lei.
Ed io soggiunsi:
— E così non la sentiremo neppur noi; sarà tanto di guadagnato.
Fu invece la signora Giovannina, che, questa volta, ci raccontò una
storia.
Appena, un po’ intimidite, un po’ esitanti, le ebbimo detto quanto
volevamo da lei, si scrollò tutta con tale nervosità, che i nastri
della cuffia, i lembi della cravatta, il grembiule, tutto si mise a
svolazzare ed a sbattacchiarle intorno.
E, mentre si agitava a quel modo, diceva:
— No, no, ragazze, no. Io non glielo dico; e nessuno glielo deve dire.
E voi dovete rinunziare a questa idea del vestito, e non pensarci più,
e metter da parte l’ambizione... Perchè, se sapeste che male può farvi!
Se sapeste! Bisogna sapersi accontentare del proprio stato, e non
pretendere di imitare i ricchi, ecco! Non importa che quell’abito non
costi nulla. Non dovete farlo.
Poi, con una certa peritanza, e con espressione di rammarico, soggiunse:
— Io l’ho imparato a mie spese...
La Giuseppina disse spaurita:
— Oh, Dio! Vuol raccontare una storiella anche lei, signora Giovannina?
E lei rispose con impeto:
— Ma sì; appunto. Siete ragazze, e vi può fare del bene. Sapete
perchè sono invecchiata sola, senza marito, senza figlioli, in questo
isolamento che mette pietà? Per l’ambizione. E per un’ambizione che non
costava nulla ai miei parenti e che prima non avevo...
— «State a sentire. Voi conoscete quanto è buono Andrea, e quanto ha
studiato, e che uomo d’ingegno è. Ma allora, ai tempi di cui parlo
io, non era ancora professore di fisica e di botanica. Era farmacista
e giovane. Aveva comprata la farmacia con poche migliaia di lire che
gli aveva date suo padre, impegnandosi a pagare il resto del prezzo
convenuto, nel termine d’un certo numero di anni. E lavorava molto,
e spendeva poco, per finire quel pagamento e diventare proprietario
assoluto della farmacia: E diceva:
— «Allora avrò una situazione modesta, ma sicura, e potrò pensare al
mio avvenire, a farmi una famiglia...
«Non aveva mai detto di più; ma frequentava moltissimo la nostra casa,
e mi dimostrava tanto affetto...
La Giuseppina, che cominciava a prender gusto a quella storia, la
interruppe ridendo:
— Sì, sì, sappiamo, signora Giovannina. Le imprese d’Ercole! Ha portato
un teatro con tutta la compagnia drammatica, per risparmiarle un
raffreddore.
E la signora Giovannina riprese:
— «Appunto. Mi voleva bene a quella maniera. Ed era contento che mi
divertissi delle burattinate! Diceva che gli piacevano le ragazze
semplici, contente del loro stato, sanamente allegre.
«I miei genitori dicevano apertamente che Andrea sarebbe stato un
buon marito per me. Che sarebbero stati felici d’avere un genero con
quell’intelligenza e con quel carattere.
«Ed io non lo dicevo apertamente, ma lo pensavo, e, più ancora, lo
sentivo.
«Disgraziatamente, qualche anno dopo la storia dei burattini, ebbi,
come voialtre, l’invito per una festina da ballo.
«Allora le case della borghesia non ostentavano il lusso di
appartamento e di mobili che si ostenta ora.
«La famiglia che dava il ballo possedeva un salottino, ma piccolo,
appartato, che non si prestava ai ricevimenti un po’ numerosi, e stava
quasi sempre chiuso e buio.
«Invece avevano una bella cucina, vasta, quadrata, colle pareti bianche
ed i fornelli di mattoni rossi.
«Si toglieva la tavola di mezzo, si stendeva un lenzuolo sopra una
parete per nascondere il rame, si annaffiava il pavimento di mattoni
con acqua insaponata, e si ballava in cucina.
«Per musica c’era un organetto, per rinfreschi il secchio dell’acqua
con il rispettivo ramaiuolo, per illuminazione due lampade ad olio sul
camino, e due candele sui fornelli.
«Però, nel fare gl’inviti, la padrona di casa aveva detto, come dissero
le Righi a voi, di vestirci di chiaro, per dare alla serata un’aria più
gaia.
«Allora si usavano gli abiti scollati, con le maniche corte e rigonfie,
con la vita cortissima, e la gonnella stretta alla persona tanto da
disegnarne le forme, e lunga appena fino alla caviglia; tutto il piede
rimaneva scoperto; si portavano scarpe scollate e calze bianche a
trafori.
«Io aveva un abito di mussola bianca; una stoffa che cominciava appena
a comparire e costava più cara della seta. Era un regalo che m’aveva
mandato da Parigi una signora, alla quale mio padre aveva prestato
i suoi servigi come medico, durante un suo viaggio in Italia. Era un
vestito di lusso per me.
«Andai dunque alla prima festa con quell’abito. Il nonno vi disse,
come, senza maestro, avessi imparato a ballare assai bene. Non si
ballavano le _polke_ ed i _walzer_, che ballate ora; si ballava
la contraddanza, la monaco, balli eleganti in cui le abbigliature
figuravano meglio e si sciupavano meno che nei balli d’adesso. Ora,
con quei giri violenti che fate, strette strette contro il ballerino
vestito di nero come un notaio, ed in mezzo al turbinìo di molte altre
copie, che girano urtandovi e calpestando gli strascichi, le eleganze
del vestire sfuggono.
«Allora anche gli uomini portavano dei calzoni chiari, delle giacchette
corte color grigio di sorcio o verdolino. Ma questo non importa. Io
mi avvidi d’aver fatto una bellissima figura col mio vestito bianco,
e tornando a casa mi promettevo una serie di trionfi identici. Andrea,
che ci accompagnò a casa, io e la mamma, perchè mio padre, occupato de’
suoi ammalati, non aveva potuto venire, ci assicurò che in quella casa
si sarebbe ballato ancora quattro volte nel corso del carnevale.
«La mamma aveva osservato l’assiduità d’Andrea a ballare con me, e se
ne rallegrò più volte parlandone col babbo a tavola. Io me ne rallegrai
senza parlarne.
«Alla seconda festa, due signorine che mettevano tutta la loro
ambizione nel vestire con grande eleganza, comparvero con un abito
differente dal primo. Un abito d’un turchino brillante, che era di moda
quell’anno e si chiamava _celeste Maria Luigia_.
«Tutto le signore le complimentarono per quel vestito; gli uomini
si affollarono intorno a loro, leticando per essere i primi a farle
ballare, ed io fui assai meno ammirata della prima volta; ballai quasi
sempre con Andrea, che non dovette leticare con nessuno per avermi.
«Quella sera, al ritorno, ero assai meno contenta; e, quando la mamma
parlava dell’assiduità di mio cugino, e ci fondava sopra i suoi disegni
d’avvenire, io, invece di rallegrarmene, mi sentivo mortificata, e
pensavo che, se non m’avesse fatta ballar lui, sarei rimasta seduta; e
che certo lui mi aveva compianta per quell’abbandono.
«Ero troppo orgogliosa per rassegnarmi ad essere compianta, e mi
proposi di non andare ad un terzo ballo con lo stesso vestito. La mia
preziosa mussolina bianca mi era doventata odiosa.
«Tuttavia, sapevo che mio padre non era ricco, e che lavorava per
mantenere la famiglia, e non mi passò neppure per la mente di domandare
un vestito nuovo. Ero molto laboriosa ed ingegnosa, e mi venne l’idea
di trasformare il mio vestito bianco in un vestito celeste. A questo
la mia mamma si oppose un pochino dapprincipio, perchè dubitava della
riescita, ma poi consentì, e mi lasciò fare.
«A forza di bagnarla in un’acqua con molto turchinetto, mi riescì di
dare alla mussolina un color celeste, meno bello di quello _Maria
Luigia_, ma abbastanza grazioso; e quando l’ebbi stirato e rimesso
a nuovo, il mio vestito stava molto bene; ed alla terza festa fui
ammirata e ricercata come alla prima.
«Allora, invece di badare alla maggioranza delle signorine, che
venivano con la stessa abbigliatura della prima sera, e si divertivano
con semplicità, come conveniva ad un modesto ballo di giovinette,
e quando non erano ricercate dai ballerini, ballavano tra loro, mi
rallegrai del mio trionfo, mi compiacqui di poter compiangere Andrea,
perchè, circondata com’ero, avevo potuto ballare ben poco con lui, e mi
parve che questo dovesse darmi maggior valore ai suoi occhi, e che se
non mi fossi mantenuta a quel grado di eleganza, sarei decaduta nella
sua considerazione.
«Pensai dunque al modo di cambiare ancora abbigliatura per la prossima
festa, e, dopo quel primo risultato, mi attenni al primo sistema, della
tintura. Lavai io stessa il mio vestito; feci bollire una quantità
di spinacci, ed in quell’acqua verdognola che lasciarono, immersi il
vestito bianco.
«Avevo pensato di dargli quel certo color verdolino che si usava per le
giacchette degli uomini, e che si chiamava, poco elegantemente, _caca
d’oie_.
«E la cosa mi riescì a meraviglia. Quando il vestito fu stirato, ed
il volante pieghettato fu rimesso in fondo alla gonnella, mia madre mi
fece delle lodi per la mia abilità. Mi diceva:
« — Sei una figliola industriosa; sai figurare senza spender quattrini.
«Andrea invece, quando mi vide con quella nuova abbigliatura, ed udì la
storia della mia abilità, disse:
« — Io non capisco che utilità ci sia a parere di più di quello che
siamo.
«E non mi fece nessun elogio.
«Quella sera ancora fui molto circondata e potei fare soltanto un
ballo o due con mio cugino. Ma mi avevano trovata tutti così bizzarra,
per aver adottato quel colore degli abiti maschili, che io ne ero
lusingatissima; e, del resto, ci mettevo dell’amor proprio a potermi
far preziosa con lui. Non mi pareva mai d’aver riscattata abbastanza
l’umiliazione di quella seconda sera, quando, vedendomi trascurata,
m’aveva fatta ballare per compassione.
«Almeno io aveva creduto che fosse per compassione.
«Incoraggiata dai risultati ottenuti, per l’ultimo ballo rilavai il
vestito e, sempre con lo stesso metodo, m’ingegnai a dargli un nuovo
colore. Questa volta lo bagnai nel caffè e gli diedi una forte tinta
di tela greggia, che allora si chiamava color nanchino. Con due o tre
lire di spesa vi aggiunsi una cintura rossa, e fu ancora una serata
trionfale per me.
«Quella sera la mamma osservò che, con Andrea, non avevo ballato
affatto. Neppure una volta. Ma io me ne consolai. Chissà quanto doveva
aver sospirato d’avermi, senza trovarmi mai libera! Doveva ammirarmi
tanto più, dacchè m’aveva veduta tanto ricercata da tutti.
«Finito il carnovale non si parlò più di divertimenti, e si tornò alla
solita vita casalinga.
«Andrea si vedeva di rado; ma era molto occupato nella farmacia; si
capiva che non gli rimanesse tempo d’andare in giro.
«Non gli mancava più che un’ultima rata del pagamento per diventare
proprietario.
«La mamma diceva a mio padre:
— «Sono sicura che, appena avrà finito di pagare la farmacia, verrà a
domandarci la Giovannina.
«Ed il babbo rispondeva:
— «Io non desidero di meglio. È un bravo giovane. Ha cuore ed
intelligenza. Farà una bella strada.
«Quanto a me non dicevo nulla; ma pensavo anch’io che verrebbe, e mi
rallegravo di aver tanto brillato a quelle feste, pensando che lui
doveva rammentarmi così elegante e corteggiata.
«Ma passarono dei mesi. Andrea continuò a farci delle visite
settimanali, senza mai fare la menoma allusione al pagamento della
farmacia, nè al suo proposito di crearsi una famiglia.
«Verso la fine di giugno ci preparammo a partire per un paesucolo
vicino a Novara, dove s’aveva una casetta e poca terra, e dove s’andava
ogni anno per badare ai raccolti e per fare un gran bucato annuale, non
per villeggiare nè per cura climatica, perchè era una brutta campagna,
tutta circondata di risaie che ammorbavano l’aria.
«La vigilia della nostra partenza Andrea venne a salutarci, e la
mamma lo trattenne a pranzo, sperando che dicesse qualche cosa. Questa
speranza me la comunicò più tardi; ma io l’avevo indovinata subito,
perchè era anche la speranza mia.
«A tavola Andrea disse, guardando sul piatto vuoto, come se gli facesse
pena di guardare in faccia qualcuno di noi.
— «Sa, zia? Ho cominciato a studiare seriamente le scienze naturali.
Voglio doventar professore e dedicarmi all’insegnamento.
«La mamma capì, come l’avevo intuito io stessa, che quegli studi serii,
nei quali sarebbe tutto assorbo per un tempo relativamente lungo,
distruggevano que’ suoi primi propositi che ci avevano lusingati, e ne
prendevano il posto; ed esclamò:
— «Oh! e la farmacia?
— «Ho preso con me un buon praticante; così avrò tutto il tempo di
studiare.
«Mio padre fece la sua osservazione da uomo pratico.
— «Ti sei assunta questa spesa, prima di aver finito il pagamento della
farmacia?
«Andrea rispose, sempre cogli occhi sul piatto, e facendosi rosso, ed
asciugandosi la fronte sudata:
— «Il praticante mi costa poco; soltanto il vitto e l’alloggio; ed
il pagamento è compiuto fin da questo carnovale... Misericordia, che
caldo!
«La mamma guardò me, che ero tutta agitata, e mi disse d’andare a far
il caffè. Poi quando fui uscita, riprese il discorso con intimità da
parente:
— «Allora non ci pensi più a crearti una famiglia, come dicevi?...
«E lui brusco brusco:
« — Per ora no.
«Si alzò in piedi, girò per la stanza come se volesse uscire, poi
fermandosi dinanzi alla finestra, e sporgendosi in fuori come per
cercare un soffio d’aria, disse ancora:
— «Voglio prendere gli esami, e doventare professore di fisica o di
botanica; e si sventolava con la pezzuola.
— «Ma perchè? Non avevi già scelta una professione? Non vuoi più fare
il farmacista?
— «Sì: ma ho bisogno di occupare la mente, di fare qualche cosa di più.
La vita della farmacia mi rattrista...
«In quel mentre entravo col caffè.
«Si parlò d’altro, poi ancora di quegli studi che Andrea si proponeva;
poi egli si alzò per andarsene, dicendo che faceva troppo caldo a star
rinchiusi, che aveva bisogno d’uscire a respirare un po’ d’aria.
«Mio padre nel salutarlo gli disse:
— «Dacchè hai un praticante, potrai andare qualche volta da mia moglie
a Caltignaga. Non c’è buon’aria, ma è meno caldo che in città... almeno
la sera.
«Andrea esitò un minuto, poi rispose:
— «No; grazie, zio. Debbo studiare; quest’anno non potrò venire neppure
la domenica con lei.
«Allora la mamma, che, come tutti noi, vedeva benissimo che voleva
evitarci ad ogni costo, s’avviò verso la sua camera, dicendo:
— «Vieni qui un momento. Ho dimenticata una commissione, e domattina si
parte presto. Mi farai il favore di farla tu...
«Andrea la seguì, e stettero circa un quarto d’ora.
«Io sentii che qualche cosa di doloroso mi era accaduto; sentii
che quel cugino buono, intelligente, pieno di buone intenzioni e
che prometteva tanto per l’avvenire, si era staccato da me; che non
dovevo più considerarlo, come l’avevamo considerato fin allora, il mio
fidanzato, il compagno del mio avvenire.
«Compresi che facevo una gran perdita, e sentii come uno schianto al
cuore.
«Incrociai le braccia sulla tavola, chinai il capo sulle braccia, e
piansi in silenzio.
«Mio padre passeggiò un tratto su e giù per la stanza, sbuffando contro
il caldo, come se quello fosse il suo solo pensiero; poi, sfiorandomi
il capo con la mano, mi disse:
— «Via, non crucciarti. Ne capiterà un altro! Mi dispiace anche a me,
perchè era un buon partito. Ma si vede che non ci pensava. Abbiamo
preso un granchio.
«Quella riflessione aggiunse una puntura di amor proprio al dispiacere
che provavo già. Pensai ai commenti delle mie amiche e dei nostri
conoscenti, i quali avevano indovinato di certo i nostri disegni su
Andrea, che noi non ci davamo molta briga di nascondere.
«Dopo un tratto sentii tornare la mamma, che disse subito con un po’ di
risentimento:
« — Mia cara; non è il caso di piangere, ma di picchiarsi il petto e
dire _mea culpa_. Sai perchè ha smessa l’idea di sposarti? E l’aveva,
sai? me l’ha detto. Per i tuoi tre vestiti, cioè per i tre colori del
tuo vestito di questo carnovale. Dice che hai dimostrato un’ambizione
che lui non sarebbe in grado di soddisfare; e, per quanto cercassi di
fargli capire che non si è speso nulla per quei vestiti, che anzi sei
stata industriosa, ed hai saputo figurare bene con poco, non volle
saperne. Mi rispose:
— «Quella è un’industria pericolosa, zia. Per me, che si sia speso
o no, non cambia nulla alla cosa. Ho veduto che mia cugina ama la
società e l’eleganza del vestire; e questo è contrario ai miei gusti
ed ai miei principii. Ho sempre pensato di trovarmi una moglie che
si contenti dello stato in cui l’avrò posta, non per far atto di
doverosa rassegnazione, ma spontaneamente, per modestia di carattere,
per semplicità di gusti. Invece ho veduto che i gusti della Giovannina
sono differenti. Si compiaceva di essere elegante, o di parere, che
per me è la stessa cosa; si compiaceva d’essere ammirata, corteggiata.
Il vivere senza queste soddisfazioni le costerebbe un sacrificio,
un atto d’abnegazione, che farebbe forse volentieri per me, ma che
sarebbe sempre sacrificio ed abnegazione. E questo io non lo voglio,
perchè fa fare a me la parte del tiranno, ed espone lei al rischio
di pentirsi più tardi. Dal canto mio non potrei mai rassegnarmi a
quella vita esteriore e leggiera, e se volessi farlo per lei, anch’io
m’imporrei un sacrificio, e correrei il rischio di pentirmene. Alla
nostra età la vita può essere ancora molto lunga, e non bisogna esporsi
al pericolo di renderla infelice all’uno e all’altra. La Giovannina
troverà facilmente un giovane meno orso di me, il quale sarà felice di
avere una moglie, che fa bella figura in società, che si fa ammirare; e
si sposeranno, e, non dovendo nessuno dei due far violenza ai proprii
gusti, andranno perfettamente d’accordo. E quanto a me, se più tardi,
molto più tardi, mi stancherò d’esser solo, farò lo stesso anch’io;
cercherò una giovane che si diverta semplicemente, modesta come me, e
che non debba imporsi nessun sacrificio per accettare la situazione che
potrò offrirle.»
. . . . . . .
La signora Giovannina stette un tratto pensosa, e sospirò come se
rimpiangesse ancora dopo cinquant’anni, quel buon matrimonio andato a
monte. E forse lo rimpiangeva davvero, perchè la sua vita doveva essere
stata molto arida e triste.
La Giuseppina osservò:
— Però, quella volta, il nonno è stato cattivo. L’ha punita troppo
severamente.
La signora Giovannina si scrollò tutta con grande energia, e rispose:
— Ma no, ma no! Lui non l’ha fatto per punirmi, nè per atteggiarsi a
giudice. Ha dovuto sopportare anche lui le conseguenze di un errore
della mia educazione. I miei genitori erano stati deboli, per cieco
affetto, e non mi avevano corretta a tempo della mia vanità; io, giunta
ad una età ragionevole, invece di considerare il male che poteva farmi
quella tendenza, creandomi dei gusti e dei bisogni non adatti al mio
stato, assecondai la mia inclinazione, e, realmente, se allora avessi
sposato Andrea, sarei stata infelice di non poter più sfoggiare dei
bei vestiti, e di non essere ammirata e complimentata in società. E la
mia infelicità avrebbe reso infelice lui. Fu una disgrazia per me, ma
lui ebbe ragione di non sposarmi. E, vedete, nessun altro mi domandò.
Rimasi zitellona. Forse appunto perchè tutti mi trovarono molto vana,
per una giovane della mia condizione.
Noi comprendemmo che tutto questo era vero, e, senza più parlare
del famoso vestito rosso, andammo a quelle due festicciole col
nostro vestito da estate di lanetta bianca e verde, che ora farebbe
rabbrividire certe nostre giovinette pretenziose ed inspirerebbe loro
chissà quanti epigrammi maligni.
E ci divertimmo allegramente, ballando fra noi ragazze quando i
ballerini non venivano a prenderci.
Però quel giorno, mentre la signora Giovannina era andata a mettersi il
cappellino per accompagnarci a casa, la Giuseppina mi disse:
— Dicevi bene, dianzi a casa, Maria. Tutti i nostri ideali sono
destinati a svanire in una storiella.
E tutte e due sospirammo con grande rammarico.
_Come il nonno prese moglie_
Quel gran disinganno della signora Giovannina ci aveva richiamata
alla memoria la prima moglie del nonno, morta da molti anni, e che noi
naturalmente non avevamo mai conosciuta.
Ma avevamo udito ripetere in casa e fuori che era una gobbina, alta
appena un metro, e che non usciva mai di casa. In sedici anni circa che
aveva vissuto col nonno, non era uscita più di otto o dieci volte, in
carrozza.
Perchè mai il nonno aveva sposato quel povero essere deforme? Lui
doveva essere stato bello nella prima gioventù. Certo era alto, molto
alto, ben proporzionato, forte, cogli occhi buoni ed i lineamenti
regolari. Tutto questo si vedeva ancora ad ottantasei anni.
Ed anche la signora Giovannina, la sua prima passione, era stata bella.
Ne portava le traccie nelle linee correttissime del volto, nella
persona alta e svelta. E poi, il nonno stesso ce l’aveva detto più
volte.
Come mai era poi andato a scegliere quella sposa disgraziata?
Ci pensammo tanto, che alla fine, non potendo più frenare la curiosità,
domandammo alla signora Giovannina com’era andata quella cosa strana.
Era un pomeriggio d’estate quando le facemmo quella domanda.
Eravamo tutte e tre alla cascina del nonno, che noi ragazze chiamavamo
per affettazione «la villa» quando però il nonno non udiva.
Si stava sedute sopra una panca di legno, addossata al muro esterno
della casa civile, la quale era poco più civile di quella rustica.
Dinanzi a noi si stendeva una striscia di terreno lunga e stretta
come una strada maestra, tagliata fuori dalle praterie e dagli orti, e
fiancheggiata da due viali.
In quella striscia crescevano alla rinfusa delle dalie d’ogni colore,
delle ortensie, dei gigli, delle peonie, fiori ed arbusti comunissimi,
che costituivano tutte le bellezze del nostro giardino.
I viali laterali erano fiancheggiati da piante di calicanto, di
persicaria, che il nonno chiamava sempre polygonum persicario in
memoria della cattedra di botanica che aveva occupato per molti anni,
di lilla e di altri alberi ed arboscelli fioriti, che chiudevano il
giardino come in una fitta siepe, separandolo dal resto del fondo.
Nel viale di destra vedevamo il nonno, con una vecchia giubba nera,
ed un vecchio cappello a tuba grigio, avanzi della sua guardaroba di
città, che egli faceva servire come costume di campagna, per misura
d’economia.
Camminava lentamente, allontanandosi da noi, colle mani dietro la
schiena, e con in mano il falcetto che luccicava al sole.
Tratto tratto alzava il braccio destro armato di quell’arma innocente,
spiccava con un solo colpo un ramo troppo sporgente, poi riprendeva la
sua positura colle mani di dietro incrociate, e tirava via a camminare
canticchiando certe sue tre note, stonate ed invariabili.
«Hum! Hum! Hum!»
Quel giorno eravamo troppo distanti per udire le note, ma conoscevamo
le sue abitudini, e ci pareva di udirle.
La signora Giovannina strinse le labbra ed alzò il mento, accennando il
nonno, e, cogli occhi fissi in quella larga schiena diritta, rispose:
«Perchè è sempre stato buono come un santo. Ecco perchè ha fatto quel
matrimonio!
Noi non parlammo, perchè avevamo sorpreso nella voce della signora
Giovannina un certo suono gutturale, che ci aveva imbarazzate.
E lei pure s’era interrotta, un po’ mortificata di quella commozione.
Si diede una gran scrollata, come per scuoterla via, poi cominciò
a raccontare, parlando a scatti, col suo accento asciutto, che quel
giorno stonò più volte col senso pieno di calore delle sue parole.
. . . . . . .
«Quella povera gobbina, era figlia di certi signori Ripamonti, lontani
parenti di Andrea.
«Erano tre figliole e quattro maschi.
«Le figlie erano maggiori dei fratelli.
«Le due prime erano sane e belle. La terza era stata colpita a dieci
anni da un’artritide deformante, che l’aveva ridotta in uno stato
da far pietà: gobba, colle mani contorte e nodose, e quasi inferma.
Soltanto il volto aveva serbato una gran dolcezza d’espressione, ed
una gran gentilezza di linee; ed i capelli biondi erano così lunghi ed
abbondanti, che formavano come un cimiero troppo grave, per quel povero
capino delicato dell’Editta.
«La signora Ripamonti era una buona donna, ma d’un’intelligenza assai
limitata. Era di Biandrate, figlia d’un possidente rozzo, che non le
aveva data nessuna istruzione, oltre quella che aveva ricevuta alla
scuoletta comunale del villaggio, in quei tempi, quando le maestre non
avevano bisogno di diplomi, e ne sapevano abbastanza se riescivano a
scrivere una lettera, ed a fare le quattro operazioni aritmetiche.
«Ripamonti l’aveva sposata, perchè appunto era figlia d’un ricco
possidente.
«Ma quel possidente, che non era una gran testa neppur lui, s’era
sempre lagnato di non aver altri figli che quella ragazza; ed aveva
dichiarato di voler lasciare a lei, soltanto la parte che le spettava
a titolo di legge, e di voler legare il grosso del suo patrimonio ai
discendenti maschi.
«Se sua figlia aveva dei maschi, come era da sperare, essi
erediterebbero la sostanza del nonno materno, coll’obbligo di portarne
il nome, unito a quello del padre: Ripamonti-Pratinelli.
«Se per disgrazia sua figlia non aveva figli maschi, gli eredi
sarebbero i figli d’un fratello di lui, dei veri Pratinelli, due
ragazzoni robusti, che promettevano di godere a lungo i quattrini dello
zio.
«Si può figurarsi con che ansietà il signor Ripamonti, un piccolissimo
proprietario, che cavava appena da’ suoi fondi, tanto da vivere,
aspettasse d’esser padre d’un bel maschiotto, Ripamonti-Pratinelli,
ed anche Gaetano, perchè, per abbondare di cortesia, contava di farlo
tenere a battesimo dal suocero e di dargli il suo nome.
«La sposa pregava il Cielo con fervore che le mandasse un bambino.
«Ma videro invece, e con crescente terrore di tutti, venire al mondo,
una dopo l’altra, tre bambinette.
«La signora Ripamonti le amava, le allattava, ne aveva tutte le cure, e
le trovava bellissime. Ma se ne vergognava, come di tre cattive azioni
che avesse commesse.
«E, certo, suo padre e suo marito le consideravano, se non proprio come
tre cattive azioni, come tre errori; e la facevano responsabile delle
conseguenze finanziarie, disastrose per la famiglia.
«Finalmente, dopo sei anni di matrimonio, quella povera donna
trovò grazia dinanzi a Dio, che le mandò il piccolo Gaetano
Ripamonti-Pratinelli, destinato a richiamare sulla retta via il
patrimonio di suo nonno, che stava per sviarsi. Il fausto avvenimento
fu festeggiatissimo da tutta la famiglia, ed il bambino divenne
l’idolo, l’arbitro della casa.
«A due anni, quel piccolo despota, si ammalò gravemente di morbillo,
e fu lì lì per tornare al limbo dal quale era partito. Fu una tale
ansietà, un tal terrore, che per poco non morirono tutti i Ripamonti,
di quella sua malattia.
«Le cure assidue, amorosissime della madre, contribuirono molto a
salvarlo. Però era ridotto come un cadaverino, ed il medico ripeteva:
« — Ora io ho finita la mia parte. Il resto lo deve fare la mamma.
È la sola che possa assisterlo con tutta l’attenzione, con tutta la
devozione che si richiede. Avrà una convalescenza lunga e difficile
assai. La menoma inavvertenza, un soffio d’aria, un boccone che mangi
più del bisogno, possono mandarlo all’altro mondo da un’ora all’altra.
«La povera mamma non si risparmiava di certo, ed era disposta a
rimetterci la vita, pur di guarire il piccolo ammalato.
«Ma sgraziatamente il male era contagioso, o dopo alcuni giorni ne fu
colpita anche lei molto gravemente. Si fece un consulto, ma i medici
tentennavano il capo e davano poca speranza. Ed intanto il bambino,
invece di riaversi, rimaneva abbattuto, languido, con un resto di
febbriciattola che non si poteva sradicare.
«Quando si vide perduta, la povera donna s’impaurì, non tanto per sè
quanto per quel piccolo essere, tanto necessario all’avvenire della
famiglia, alla felicità di suo marito e di suo padre.
«La sua mente piccina si smarrì a quell’idea tremenda che, morta lei,
anche il bambino, al quale erano indispensabili le sue cure materne,
morrebbe, lasciando la casa nella disperazione e nella rovina.
«Sotto quell’incubo pauroso, ella fece un voto strano, inaudito, quasi
incredibile.
«Giurò di offrire al Signore tutte e tre le sue figliole, di farle
monache, se otteneva la grazia di guarire, per curare il piccolo
Gaetano.
. . . . . . .
Noi interrompemmo il racconto della signora Giovannina, per esclamare
con indignazione:
— Ma era una cattiva madre!
— Una donna senza cuore!
— Un’egoista!
La signora Giovannina stette zitta un lungo tratto, chiudendo quasi
gli occhi, e stringendo le labbra, come per fare violenza a sè stessa
e trattenere le parole che le venivano in bocca. Poi disse con molta
fermezza:
— No. Anch’io ho pensato come voi alla vostra età, ed ho giudicato
quella donna severamente. Ma ho fatto male. Più tardi dovetti
riconoscerlo. Fu sempre per le sue figlie una madre affettuosa, le
allevò colla massima tenerezza; guai se si ammalavano, se alla scuola
subivano qualche piccola ingiustizia; era sempre pronta ad assisterle,
a difenderle con una parzialità affatto materna. Quando l’Editta fu
colpita dall’artritide che durò più d’un anno nello stato acuto, poi
prese un carattere cronico, la mamma abbandonò ogni cosa per curarla
giorno e notte, non risparmiò nè fatiche nè veglie, tutti la videro
soffrire, agire ed amare come una vera e buona madre.
Io risposi:
— Però deve ammettere che, quelle povere figlie, le amava molto male, e
le sacrificava. Lei non aveva diritto di disporre della loro vita.
— È vero. Ma era semplice di mente. Queste cose che tu dici non le
sapeva. Siccome il privarsi delle sue figlie era un sacrificio, un
dolore anche per lei, non poteva immaginarsi d’essere egoista. Chi non
sa di fare il male è come se non lo facesse. Credete a me, ragazze,
non abbiamo diritto noi di erigerci a giudici. Io ho compreso questo,
quando ho veduto Andrea, quel giovane buono ed onesto, troncare ad
un tratto tutte le mie speranze, il mio avvenire di donna, per una
questione di principii giusta a’ suoi occhi, ma troppo severa. Ho
compreso allora che si può far male ad altri senza essere cattivi, nè
colpevoli:
Mia sorella disse:
— Oh è stato cattivo, sì, quella volta il nonno con lei. È stato
crudele. Io non glielo posso perdonare.
E la vecchia, con un accento secco, come di stizza, rispose:
— Ed io sì. Voi siete giovani. Non sapete. Ma quando si vede che una
persona è buona, giusta, onesta in tutta la sua vita, non si deve
giudicarla per un atto solo che sembra crudele. Può essere soltanto uno
sbaglio; e può essere che noi non lo comprendiamo e che sia un atto
buono, nel fine o nell’intenzione. Il nostro cuore di donna ci porta
a stimare barbare le madri spartane, che spingevano i loro figli in
guerra, e non piangevano quando erano morti. Invece pare che fossero
migliori delle altre madri, grandi addirittura. Siamo noi povere
donnette semplici, che non le comprendiamo. Forse al mondo non vi sono
vere cattiverie; vi sono soltanto degli errori.
La signora Giovannina finì quel discorso mite, che aveva detto
coll’asprezza d’una invettiva, e rimase assorta in quelle riflessioni,
che chissà quanta parte avevano occupata nella sua povera vita
solitaria.
Io era stupita, come se la vedessi e la udissi per la prima volta.
Non avrei mai supposto che quella vecchia zitella, priva di coltura,
piena di piccole manìe, fosse capace, per sola intelligenza e nobiltà
d’animo naturali, di quelle due virtù tanto grandi e pie:
Essere indulgente, e non giudicare il prossimo.
Sono le più difficili delle virtù umane.
Il perdono, la dolce virtù del perdono, che Cristo ci comanda e ci
insegna, non è che una riparazione per chi ha mancato a queste altre.
Chi ha commesso l’atto di superbia di giudicare arbitrariamente un suo
simile, deve poi espiarlo, perdonando la colpa che gli ha imputato.
Ma l’uomo umile e giusto, che dice: — «Io non posso giudicare le azioni
d’un altro, perchè non gli vedo nel cuore; perchè, forse, anche facendo
quanto a me sembra male, ha delle intenzioni buone», — quel giusto, non
ha bisogno di perdonare.
Queste cose che ora dico, allora le sentivo soltanto. Ed ammiravo
quella vecchia semplice e sfortunata, che in tanti lunghi anni di vita
senza gioie, non le aveva rinnegate.
La signora Giovannina dovette darsi una scrollata famosa per
riscuotersi da quelle idee filosofiche. Tutti i suoi abiti, i nastri,
le gale, svolazzarono; la panca tremò, e noi saltammo sulla panca, come
se ci fosse il terremoto.
Poi ella riprese a parlare in fretta, come per farci dimenticare quegli
sfoghi di sentimento e quei voli di pensiero, dei quali, nella sua
timidezza selvatica, si vergognava.
. . . . . . .
«La signora Ripamonti guarì, e potè allevare quel primo erede
Pratinelli, e due altri che vennero poi, a garantire solidamente alla
famiglia il possesso della sostanza materna.
«Ed intanto, accanto ai fratelli ricchi, crescevano le sorelle povere.
«Le due maggiori erano già al Sacro Cuore per esservi educate, e per
avvezzarsi a quell’ambiente nel quale dovevano passare tutta la loro
vita.
«La povera Editta, a quindici anni, ne dimostrava appena dieci.
«Camminava con difficoltà, era incapace di qualsiasi lavoro, aveva
bisogno di un’assistenza continua.
«Quando sua madre, l’aveva trasportata a Trecate per farla ammettere
al Sacro Cuore come educanda, aveva ricevuto un rifiuto formale,
irrevocabile.
«E, non solo non poteva esservi ammessa come educanda, ma non potrebbe
neppure, più tardi, entrarvi come monaca professa. La sua infermità la
escludeva dalla vita monastica.
«Allora la coscienza timorata della signora Ripamonti cominciò ad
inquietarsi.
«Nel suo voto solenne aveva promesse al Signore tutte e tre le sue
figlie; ora dandone due soltanto, si sentiva spergiura.
«Cosa sarebbe di lei, cosa sarebbe de’ suoi figlioli, e di quella
figlia stessa, in questa vita e nell’altra? Era continuamente
tormentata da scrupoli religiosi, atterrita dall’idea delle punizioni
soprannaturali che la minacciavano.
«La Editta, che colla sua infermità la obbligava a trasgredire un voto,
divenne ai suoi occhi un oggetto di repulsione; era al tempo stesso
causa e rimprovero della sua colpa.
«L’eccitazione della povera donna raggiunse il grado d’una idea fissa,
d’una manìa. Ella non parlava più d’altro, e colle sue lagnanze, come
coi silenzi feroci, rimproverava continuamente all’inferma la sua
disgrazia, e le conseguenze orrende che, secondo lei, ne dovevano
derivare.
«Quando ebbero compiuta la loro educazione nel Sacro Cuore, le due
sorelle maggiori tornarono in casa per passarvi un anno prima di
prendere il velo. Tutte e due, ma specialmente la Delfina, la maggiore,
furono prese da un’immensa pietà per la loro giovane sorella, sulla
quale pesavano due grandi miserie: l’infermità, e l’ingiustizia della
madre.
«Le due educande tentarono ogni mezzo per far ragionare la signora
Ripamonti; ma la sua scarsa intelligenza, l’ignoranza, il fanatismo
religioso, l’avevano ridotta in uno stato d’irritazione vicino alla
demenza.
«Neppure il suo confessore riesciva a toglierle dalla mente quello
strano scrupolo del voto trasgredito.
«In quel tempo, Andrea, che prima frequentava poco quei lontani
parenti, era diventato il più assiduo di casa Ripamonti.
«Aveva posti gli occhi ed il cuore sulla Delfina, la bella bruna
malinconica, dai grandi occhi azzurri. Egli, che non era mai entrato
nelle confidenze della famiglia, sapeva vagamente, come tutti lo
sapevano a Novara, che le due sorelle Ripamonti erano destinate a farsi
monache; ma non poteva immaginarsi a che punto la madre fosse tenace e
irremovibile in quel suo proposito.
«Appena comunicò alla Delfina la sua intenzione di domandarla in
isposa, e di cambiare il suo destino, lei gli tolse ogni illusione,
perchè non gli riescisse più amaro il disinganno.
«Per la madre era una questione di coscienza, ed il contrariarla
avrebbe finito di farla impazzire. Il nonno Pratinelli era imbecillito
da qualche anno e non poteva più esercitare nessuna influenza sulla
figlia. Ed il signor Ripamonti aveva troppo desiderati ed aspettati gli
eredi maschi, per non aver aderito, fin dal principio, al voto di sua
moglie. Dunque non c’era speranza di revocarlo.
«Del resto, a quei tempi, erano molto frequenti i casi di fanciulle che
prendevano il velo, anche senza averne la vocazione, per considerazioni
di famiglia. E quel caso delle Ripamonti non suscitava l’indignazione
ed il compianto che susciterebbe ora.
«Andrea e la Delfina erano due anime forti: videro che il loro
matrimonio era impossibile, e si rassegnarono colla tranquillità delle
anime forti. Andrea aveva condivisa con le due educande la grande pietà
per la povera Editta, e le aveva posto affetto come ad una sorella
infelice.
«Mancavano pochi giorni alla vestizione delle due novizie. Il signor
Ripamonti pensò che la presenza continua di quel giovinotto in casa,
e le sue occhiate amorose e meste alla Delfina, potrebbero mettere la
ribellione nel cuore della sua figliola, e suscitare nella sua triste
famiglia altri guai, oltre a quelli che la funestavano già.
«Quella sera stessa, quando Andrea si congedò, egli uscì ad
accompagnarlo un tratto, e, quando furono in istrada, lo pregò di
sospendere le sue visite, finchè le due monache fossero partite pel
loro mesto destino.
«Senza un saluto, senza una stretta di mano, Andrea si vide separato
dalla Delfina, per non rivederla mai più. Se almeno il signor Ripamonti
avesse parlato due ore prima! Avrebbe potuto darle un ultimo addio...
«Questa riflessione Andrea la fece nel suo cuore; ma obbedì al padre
della Delfina. Era troppo onesto per ribellarsi a quell’ordine o per
eluderlo coll’astuzia. Ne sofferse molto. Ma se l’onestà non costasse
nessuna pena, non sarebbe tanto rara.
«La farmacia d’Andrea era in fondo al corso di porta Milano. La
carrozza che doveva condurre le due monache a Trecate al Sacro Cuore,
doveva necessariamente passarle davanti. Il giorno della partenza era
stato fissato da un pezzo, ed Andrea lo conosceva.
«Quella mattina abbandonò le polverine, le pillole, i decotti al suo
praticante, ed appena ebbe aperta la farmacia, si mise in sentinella
all’ingresso. Prese il caffè là fuori. Rinunciò a far colazione per non
abbandonare il suo posto, ed aspettò pazientemente, ore dopo ore, per
vedere un’ultima volta gli occhi azzurri della Delfina.
«Finalmente, verso le undici, vide venire da lontano la carrozza da
nolo, una miserabile timonella, che il signor Ripamonti guidava stando
a cassetta.
«Le due fanciulle erano sedute di dentro ai due lati, rincantucciate
contro le pareti della carrozza per non schiacciare la mamma, che era
seduta in fondo in mezzo a loro.
«Come Andrea, anche la Delfina doveva aver pensato a quell’ultima
occhiata, perchè si era messa dalla parte della farmacia, a destra.
«Tutti salutarono Andrea, senza fermarsi. Il signor Ripamonti gli
gridò che lo aspettava a casa la sera dopo, le ragazze chinarono
ripetutamente il capo e sorrisero. La Delfina sorrise più a lungo,
lo guardò fisso, lo salutò colla mano, poi abbandonò il braccio fuori
della carrozza, e lasciò cadere un fogliolino piegato.
«Andrea corse innanzi sulla strada, dove il foglio era caduto, e stette
là a custodirlo finchè la carrozza fu scomparsa.
«Allora, sicuro di non esser veduto, si chinò, raccolse il biglietto,
corse in casa, traversò la farmacia in fretta, e salì a rinchiudersi
nella sua camera.
«Non so se pianse lassù, o cosa fece. Non lo disse mai. Ma certo in
quel breve istante, mentre la carrozza passava, mentre egli salutava
e sorrideva, aveva sentito il suo avvenire spezzarsi, la sua più cara
speranza svanire per sempre.
«Io l’avevo provato un anno prima, per lui, quel dolore. E so quanto è
tremendo per un cuore giovane.
«Il biglietto della Delfina diceva:
«CARO ANDREA,
«Io accetto, per obbedienza figliale una vita di sacrificio.
Accettatela anche voi per sentimento di carità. Sposate la mia
povera Editta; toglietela a quell’esistenza tribolata, a quei
maltrattamenti che la uccidono.»
«È la sola prova che posso domandarvi del vostro amore, e ve ne
sarò grata, e vi benedirò per tutta la vita, e pregherò per voi.»
«DELFINA.»
«Andrea esitò qualche tempo.
«Il sacrificio era troppo grande pei suoi venticinque anni.
«Ma una sera trovò l’Editta col capo fasciato; ed il signor Ripamonti
non esitò a dirgli che, un pugno violento della madre, l’aveva fatta
cadere contro un mobile, dove aveva battuta la fronte in mal modo.
«Dopo qualche giorno l’Editta scomparve dal tinello, dove stava di
solito radunata la famiglia. Andrea ne domandò conto alla signora
Ripamonti; ed ella rispose che l’aveva rinchiusa in camera, perchè era
colpevole di sacrilegio.
«Allora Andrea si rammentò la preghiera della Delfina, e si risolvette
al sacrificio eroico. Sposò la povera gobba, per sottrarla alla
persecuzione di quella pazza.
«Ora che si cura prima d’ogni cosa l’igiene, la salute, lo sviluppo
fisico, quel matrimonio sarebbe considerato più mostruoso che sublime.
«Anche allora, molti esclamarono inorriditi:
« — Avranno dei bambini deformi!
«E parlavano dei Greci che gettavano i bambini contraffatti giù dalla
rupe Tarpea, perchè non si moltiplicasse la loro razza disgraziata.
«Può darsi che a forza di discorsi scientifici si possa dimostrare che
avevano ragione.
«Ma Andrea non almanaccò tanto. Fu generoso, pietoso, ed obbedì alla
preghiera della Delfina.
«Grazie alla sua carità eroica, quella povera gobbina visse sedici anni
tranquilla, circondata da cure amorevoli.
«E sua madre, non vedendosela più continuamente accanto, si calmò, ed
evitò il manicomio, al quale l’avrebbe condotta indubbiamente la sua
pazzia religiosa.
«È certo che, se Andrea si fosse veduto crescere intorno una corona
di bambini deformi avrebbe sofferto; si sarebbe anche pentito del suo
eroismo.
«Ma la provvidenza gli risparmiò quella prova. Egli non ebbe figli.
Forse fu quello il compenso della sua buona azione.
«Ad ogni modo, in quel matrimonio, come in ogni atto della sua vita,
Andrea fu nobile, generoso e buono.
_Nota._ — Questo racconto, che forse sembrerà a molti improbabile,
è tutto, tutto verissimo, e non vi ho aggiunto del mio altro che la
forma letteraria. L’AUTRICE.
_Non se ne parli altro!_