A misura che considero l’esistenza dei ragazzi che mi circondano, mi
convinco sempre più, che questo è un tempo estremamente fortunato e
bello per la fanciullezza. I bambini sono i despoti delle famiglie, i
padroni del mondo, anche nelle case dove una giusta e voluta severità,
non permette alle piccole testoline capricciose di avvedersi troppo di
questa loro fortuna.
Si vedono intere famiglie della borghesia trasportarsi, nell’estate,
in riva al mare, o sui monti, o a qualche sorgente di acque minerali, —
anche a costo di gravi sacrifici di borsa, — per rinforzare un bambino
gracile, per ridare un po’ di roseo alle guancie impallidite di una
bambina. A’ miei tempi i bambini delicati e poveri morivano, ed i
genitori piangevano amaramente. Ma le bagnature e le cure climatiche
erano riservate esclusivamente alla gente ricca.
Ora invece, se non si può movere la famiglia, si cerca, e si trova una
pensione, economica relativamente, ma sempre gravosa per le piccole
rendite e per la gente che vive del proprio lavoro; ma il ragazzo non è
mai privato della cura che si richiede per la sua salute.
Pei figlioli dei poveri vi sono delle beneficenze che provvedono alle
cure climatiche ed ai bagni di mare.
Negli istituti, nelle famiglie, si usa far visitare tratto tratto da
un dentista i denti dei giovinetti, per preservarli da quell’orribile
carie, che altre volte rovinava i denti tanto presto, senza altro
rimedio, nella maggioranza, che quelli a cui si ricorreva quando
gli spasimi lo richiedevano imperiosamente, e che, bene spesso,
distruggevano il dente insieme col male. I nostri vecchi, dente
più dente meno, non se ne curavano troppo, e dicevano che queste
sottigliezze erano buone pei figlioli dei gran signori.
E le scuole dove noi s’andava a gelare l’inverno, ed a soffocare
l’estate, sono ora riscaldate ed aerate bene, a seconda della stagione.
Ed invece di passarvi una quantità di ore immobili, come si faceva
altre volte, ora vi si alternano gli studi colla ginnastica, colle
lunghe passeggiate; si misura il tempo, si studia soltanto in date
stagioni; tutto per riguardo alla salute ed al benessere dei ragazzi.
Conosco degli istituti dove le giovinette, che non si debbono esporre
al freddo della strada per andare a far colazione alle loro case, si
portano una costoletta preparata in un piattino, ed un piccolo fornello
a spirito, e nell’ora della ricreazione si cuociono quel manicaretto
sostanzioso. Ne conosco altri, dove l’istituto stesso fornisce, dietro
richiesta dei genitori, le colazioni calde alle alunne, come se fossero
in una piccola locanda.
Ai nostri tempi la colazione che si portava alla scuola era composta di
pane e frutta. Non altro. Le bottigliette del vino, che ora si portano
generalmente, ci avrebbero inspirata una grande stupefazione.
I castighi, i veri castighi che tutti noi ricordiamo, — lunghe
genuflessioni, lunghe reclusioni in un camerino, privazioni di frutta,
e persino il regime a pane e minestra per vari giorni, tutto questo è
passato allo stato di leggenda.
Non so se i fortunati bambini, curati, accarezzati col dolce sistema
moderno, che approvo, riescano moralmente migliori di quelli d’altre
volte, avvezzi dai primi anni a sopportare delle piccole contrarietà.
Non so neppure se il loro fisico si rinforzi realmente nelle agiatezze;
ad ogni modo, l’infiacchimento che può provenire dalle soverchie
delicatezze, dev’essere corretto dalle cure igieniche.
Ma quello che mi parrebbe naturale, è che i bambini d’adesso
fossero più felici dei loro piccoli predecessori, trattati tanto
più rozzamente, e tenuti in soggezione. Ed invece non mi pare di
riscontrare nelle piccole brigate e sui volti giovinetti dei bimbi
del ceto civile, l’allegria schietta, spensierata che una volta era
generale nei fanciulli.
Vedo sovente dei visini giovani improntati d’una gravità prematura, ed
alle volte d’un’ombra di malinconia che m’impensierisce.
Oh bambini; o gioventù noncurante! Se sapeste a che amore s’inspirano
quelle cure che vi circondano e che spesso vi danno noia; se sapeste
che lavoro assiduo, che privazioni, e che pensieri, e che cumulo di
fastidi costano ai vostri parenti, ne avreste un vantaggio infinito,
perchè, se non altro, ne risentireste la gioia suprema di sapervi amati
fino al sacrificio; e le gioie di questa specie fanno bene allo spirito
ed al cuore, quanto l’igiene fa bene al corpo.
I nuovi sistemi, che rendono tanto dispendiosa l’educazione dei figli,
non permettono più, o permettono di rado ai parenti di accumulare, anno
per anno, dei piccoli risparmi, e di crearsi un modesto patrimonio, pel
riposo e per l’agiatezza della loro vecchiaia.
Eppure vi sono parenti che, pel benessere dei loro figli, accettano
anche questa prospettiva orrenda, della povertà nella età avanzata,
dopo una lunga vita di lavoro.
Si rassegnano a campare come potranno, magari della riconoscenza dei
figli che hanno allevati, a vivere in una relativa dipendenza, nell’età
venerabile che avrebbe diritto a tutte le indipendenze, a tutte
le supremazie, quando si gloria del ricordo d’un passato onesto ed
operoso.
Questo è il colmo, è la sublimità dell’abnegazione; è l’eroismo della
paternità.
È perchè i miei piccoli lettori possano apprezzare al loro alto valore
le cure, i sacrifici che si fanno per loro, perchè si fermino qualche
volta a considerare quanto tesoro di benevolezza rappresentano una
costoletta, un paio di guanti, un mantellino imbottito, un’inezia, che
per lo più lasciano passare inosservata, che ho scritti, dal gennaio al
dicembre del 1886, questi racconti, e che ora li raccolgo in un volume.
Sono una serie di episodi veri, dell’infanzia, e della gioventù di
persone, che ora sono mature o vecchie, e specialmente del mio nonno,
che è morto da vent’anni.
Egli era fanciullo nell’ultimo quarto del secolo passato, quando
a pochi, a pochissimi eletti, figli di grandi famiglie patrizie,
erano concesse certe raffinatezze, delle quali ora si circonda anche
un bambino di condizione modestissima. Allora i figli dei piccoli
possidenti, dei commercianti, dei professionisti, erano allevati un po’
alla guardia di Dio, e dovevano cominciar presto a lavorar di gomiti
per farsi largo nella vita.
Sono episodi semplici, buffi fors’anche. Ma quando ne avrete riso,
bambini, ripensateci un poco; e vedrete come per voi si sono spianate
tante difficoltà, come si sono banditi tanti rigori, come la vostra
esistenza è più facile ed agiata. E, se siete buoni, ne sarete
commossi, e sentirete un’immensa gratitudine pei vostri maggiori che si
consumano la vita a lavorare per voi.
_Come il nonno imparò a nuotare_
Il nonno, che quando era bimbo, come è ben naturale, non era punto
nonno, e si chiamava Andrea, abitava in un piccolo villaggio del
basso Novarese. Suo padre era farmacista, il che, a quei tempi, non
significava, come ora, preparare e vendere medicinali e, per giunta,
tenere una raccolta di specialità più o meno ciarlatanesche in boccette
e scatoline eleganti, e ciarlar di politica col medico condotto e con
le altre autorità e notabilità del paese.
Il farmacista di Cerano, allora, vendeva e fabbricava una serie di
cose, anche estranee affatto alla farmacopea; come per esempio il
carbone, la polvere di riso, la cioccolata, la mostarda.
Era dunque un uomo straordinariamente affaccendato, ed aveva ben poco
tempo, per non dire che non ne aveva punto, per occuparsi a vezzeggiare
i suoi figli.
Sua moglie era in farmacia fin dalla mattina, e faceva le veci del
marito tutto il tempo che egli doveva passare alle carbonaie. E quando
lui prendeva il suo posto dietro il banco, lei badava alla cucina, al
bucato, a tenere in ordine i vestiti dei figlioli, all’allevamento dei
bachi nei mesi di maggio e giugno, ai polli, alle oche, ad un’infinità
di cose, per le quali le ventiquattr’ore della giornata le bastavano
appena, grazie alla sua grande attività; ma, a rigore, sarebbero state
insufficienti.
I figli, che erano tre, venivano svegliati ogni mattina dalla mamma,
che, di buonissima ora, bussava forte all’uscio dello stanzone, dove
dormivano su tre lettucci, composti di due cavalletti, d’un saccone di
foglie e d’una materassa.
A cinque anni cominciavano già a lavarsi e vestirsi da sè alla meglio.
Prima dei cinque anni, era Andrea, il fratello maggiore, che aiutava
i più piccini. Gli era capitata addosso a sei anni quella prima
responsabilità; ma non gli era mai riuscita gravosa.
È vero che qualche volta i piccini, assonnati, capricciosi, gli
menavano qualche pugno; ma lui lo rendeva equamente; se gridavano,
gridava più forte di loro, e, bene o male, finivano sempre per esser
vestiti tutti ogni mattina, e per scendere in cucina.
Era là che la mamma li aspettava per le preghiere; così, senza
perder tempo, recitava forte un _pater_, un’_ave_, un _credo_, mentre
scodellava la polenta, e versava in ogni scodella di polenta calda, una
buona mestola di latte fresco pei figlioli.
Dette le orazioni e mangiata la polenta, i tre ometti andavano alla
scuola, muniti del sillabario, della dottrina cristiana, dell’abbaco,
del quaderno per lo scritto, e d’un panierino col pane ed una mela
per la colazione del mezzogiorno. Il pane era abbondante, la mela era
sempre una sola; e quando non era la mela erano quattro noci, o una
pera. Mai nulla di più appetitoso. La costoletta, la bistecca, o le ova
sbattute delle nostre scolarine moderne, non erano mai balenate alla
mente di quei ragazzi, neppure in sogno. Se avessero udito di qualcuno
che si fosse portato il vino per la colazione a scuola, come ora si fa
da molti, avrebbero creduto che si trattasse del principe Camaralzaman
o della principessa Badour, delle _Mille ed una notte_, e l’avrebbero
considerata come una delle tante stravaganze di quei personaggi
meravigliosi.
Al ritorno dalla scuola, babbo e mamma, facevano trovare ai figli
il desinare, il focolare acceso nell’inverno, il letto per dormire,
gli abiti per mutarsi. Confetti, trastulli, passeggiate, giochi,
vezzeggiamenti, erano cose ignote.
E questo, non perchè il babbo del nonno fosse veramente povero. Aveva
qualche fondo, la farmacia, e guadagnava benino, ed in un piccolo paese
come Cerano, dove la vita costava meno che in città, ed a quei tempi,
si poteva dire un uomo agiato.
Ma prendeva la vita molto sul serio. Aveva dei principii austeri. Guai
a fare un debito! A’ suoi occhi era una vergogna. Guai a ritardare
d’un giorno un pagamento; era mancare ad un dovere. Guai a spendere
quattrini in una cosa inutile, in una superfluità, in un divertimento,
mentre con quel denaro si poteva fare qualche cosa di seriamente
giovevole all’avvenire dei figli, o soccorrere della gente in miseria!
E quell’austerità l’applicava a sè stesso prima che agli altri. Vestiva
quasi come i contadini del paese, mangiava nel modo più frugale, non
aveva mai portato guanti in vita sua, non andava mai neppur fino a
Novara, se non per necessità del suo commercio o della famiglia, non
entrava mai nell’unico caffè del paese, e tanto meno nell’osteria.
Nessuno dunque poteva biasimarlo se non comperava dei giocattoli ai
suoi figli, per quanto loro li desiderassero.
Del resto i ragazzi si trastullavano egualmente. Ma lo facevano per
iniziativa propria e come potevano. Uscivano soli pel paese, andavano
in cerca di nidi, coglievano le more sulle siepi, pescavano nella
Morra, vi facevano i bagni; ed era un arrampicarsi, un saltare, un
correre, un dimenarsi in tutti i modi, che non aveva nulla da invidiare
alla ginnastica sistematica delle nostre scuole.
La mamma se ne accorgeva dagli strappi che trovava nei vestiti, ognuno
dei quali era salutato da una sgridata o da uno scappellotto. Ma la
mamma non ci metteva fiele, ed i ragazzi non se ne avevano a male.
Nei calori ardenti dell’estate, tutti gli altri spassi erano
trascurati, ed i giovinetti del paese passavano nell’acqua tutte le ore
che la scuola e le occupazioni di casa lasciavano loro di libertà.
Quasi tutti sapevano nuotare. Eppure nessuno aveva mai presa una
lezione di nuoto, nè era mai stato accompagnato in acqua da un
marinaio, nè s’era legate sulla schiena due zucche come le ali d’un
amorino, nè s’era aggrappato disperatamente ad un salvagente. I parenti
d’allora non si davano tante brighe. Trovavano che il nuoto non era una
necessità, e dicevano: «Se non potete imparare da voi, fatene a meno».
Molti, molti anni dopo, quando il piccolo Andrea era diventato il
nonno, noi s’andava qualche rara volta in campagna per alcuni giorni
sul lago d’Orta. Là c’erano delle nostre compagne, che avevano una casa
in riva al lago, una darsena, un canotto, un marinaio, o piuttosto un
barcaiolo, marinaio d’acqua dolce.
Noialtri pure avremmo voluto nuotare, ma non sapevamo. S’entrava
nell’acqua a uno a uno col barcaiolo che ci teneva le mani, e ci faceva
fare l’esercizio, ripetendo all’infinito, come fanno i caporali coi
coscritti: «Uno, due, tre, quattro». Noi ci si metteva un’attenzione
intensissima che ci irrigidiva tutti, e si aveva una paura smisurata,
e non si riesciva mai a mettere d’accordo le braccia con le gambe, e
s’andava regolarmente sotto, appena il barcaiolo ci lasciava.
Il nonno, alto, forte, tutto bruciato dal sole, stava ritto sulla
spiaggia come una grande statua di bronzo, e, ridendo dei nostri
sforzi, diceva:
«Io non ho mai imparato quell’esercizio, eppure sono stato un nuotatore
famoso. Ma ai miei tempi queste cose non entravano nel numero di quelle
che si debbono imparare. Era un gusto come un altro, e, chi lo voleva,
se lo procurava come poteva».
«A Cerano, poco fuori dal paese, c’era un ponte sulla Morra, alto come
un secondo piano, ed anche più. Si chiamava: _Il ponte del diavolo_.
Vi sono molti ponti che si chiamano così, sebbene non abbiano nulla
di tremendo, di diabolicamente pauroso e bello, come il _Ponte del
diavolo_ che i viaggiatori vanno ad ammirare sulla via del Gottardo.
«Vedevo i miei compagni che spiccavano il salto da quel ponte,
affondavano un istante, poi diguazzavano scotendo l’acqua e
spruzzandone da tutte le parti, e col capo fuori dall’acqua tiravano
via a nuotare allegramente.
«Li invidiavo. Mi struggevo di fare altrettanto. Ma ero ancora molto
piccino. Avevo, credo, sette anni. Non sapevo nuotare, e dovevo
accontentarmi di bagnarmi alla riva, correndo nella sabbia, coll’acqua
fino alle spalle.
«Una volta domandai a mio padre:
— Come si fa per imparare a nuotare?
«E lui mi rispose:
— Ma! Si prova. Io ho nuotato finchè sono stato giovane, senza che
nessuno mi abbia mai insegnato.
«Poi, crollando le spalle, soggiunse:
— Del resto, non c’è nessun bisogno d’imparare a nuotare, quando non si
deve fare il marinaio.
«Io non ne parlai più. Ma ne avevo una gran voglia. Un giorno stavo sul
_Ponte del diavolo_ guardando alcuni compagni che nuotavano di sotto, e
dissi a due altri che si preparavano a fare il salto:
— Come mi piacerebbe di saper nuotare anch’io!
«Non avevo terminato di dirlo che mi sentii sollevare da terra
e precipitare nel vuoto, mentre i compagni che mi buttavano giù,
gridavano agli altri che erano già nel torrente:
— Attenti! attenti! Badate che vien giù Andrea!
«Affondai nell’acqua, provai un gran freddo, una gran soffocazione, poi
respirai a stento. Avevo la testa fuori dell’acqua e due nuotatori me
la reggevano, tirandomi innanzi.
«Non so come avvenisse, ma bastò quella lezione.
«Il giorno dopo spiccai il salto da me, ed ebbi appena bisogno
dell’aiuto dei compagni per tornare a _galla_.
«La terza volta non ebbi bisogno di nessun aiuto. Sapevo nuotare.
«La mamma, quando le dissi quel fatto si mise di malumore; forse aveva
paura per me; ma non me lo disse.
«Mio padre borbottò tutto accigliato: — che ero una testa matta, che
avevo arrischiato di rompermi il collo per imparare una cosa inutile,
un perditempo...
«Io mi arrischiai a dire:
— Ma ha detto l’altro giorno che anche lei ha nuotato finchè è stato
giovane, babbo...
— È vero. Ma non ho cominciato dal salto. E poi, se io ho perduto del
tempo inutilmente, non è quello che ho fatto di meglio, e non devi
imitarmi. Se hai delle ore di troppo vieni alle carbonaie, che troverai
da occuparti meglio.
«Fu tutta la gloria o l’ammirazione che mi fruttò quel mio rapido
progresso nella nautica.
«Tenetelo a mente, signorini, che mi fate spendere i quattrini della
lezione, e credete di aver fatto molto, e quasi quasi pretendete ch’io
vi lodi e vi ringrazi, quando ne avete profittato un pochino.
_Santa Lucia_
Richiamo un ricordo molto, molto lontano. Forse il più lontano; forse
la prima delle storie del nonno, che io abbia capita, e che mi sia
rimasta in mente.
Era un inverno rigido.
Sento ancora l’impressione assiderante che provavo uscendo di casa
il mattino alle otto per andare alla scuola; sento il soffio d’aria
diaccia che mi entrava nel collo, e mi faceva l’effetto di una doccia.
Nella mia piccola città di provincia, a Novara, non c’erano, come nelle
grandi città, gli omnibus che abbreviassero le strade. Bisognava andar
sempre a piedi, a meno d’esser signori da carrozza; e questo non era il
caso mio.
Mia sorella era in collegio; c’era entrata appunto quell’anno.
Mio fratello frequentava, come me, le scuole elementari municipali; ma
le sue, le maschili; erano da un’altra parte.
Andavo dunque alla scuola sola, accompagnata dalla cuoca, che era la
nostra unica persona di servizio; una vecchia taciturna.
Tutta la strada, non avendo con chi distrarmi a parlare, a fare il
chiasso, pensavo al freddo; e sebbene avessi il mantellino, mi pareva
di gelare.
C’erano due sorelle, figlie d’una famiglia della borghesia ricca, che
venivano alla scuola con un gran goletto di pelo d’ermellino. Lo si
vedeva biancheggiare da lontano, e formava l’ammirazione di tutta la
scolaresca, dalla prima alla quarta elementare.
Io lo invidiavo appassionatamente.
E, non so perchè, a forza di pensarci, mi ero persuasa di poter aver in
dono una meraviglia simile, per la festa di Santa Lucia.
Perchè nel Novarese, ed a quei tempi, non era a Natale, ma il giorno
di Santa Lucia, il 13 dicembre, che si ricevevano le strenne, nel
panierino, messo appositamente fuori dalla finestra la sera prima. A
Natale si davano le mancia ai giovani dei negozi, _le buone feste_,
i negozianti di commestibili mandavano le _buone feste_ con un dono,
alle loro pratiche. Ma la strenna dei bimbi nel panierino, la strenna
misteriosa, che si doveva fingere di non sapere da dove venisse, la
strenna soprannaturale, la portava Santa Lucia. Però i bambini furbi
ripetevano una vecchia quartina informe:
Santa Lucia
Mamma mia
Colla borsa del papà
Santa Lucia la vegnirà.
Non so perchè mi tenessi quasi sicura di quella strenna sfarzosa.
Era l’intensità del desiderio, che m’aveva suscitata nel cuore la
temeraria speranza.
Del resto, avevo tanto parlato in casa del bel goletto delle mie
compagne di scuola, che la mamma non poteva ignorare quale fosse il
dono più gradito da suggerire a Santa Lucia per la mia strenna.
La domenica, quando andai a trovare mia sorella in collegio, le
comunicai la mia grande speranza. E lei si mise subito a calcolare
quale cosa magnifica potrebbe portare Santa Lucia a lei, perchè potesse
stare a confronto di quel goletto che doveva costare tanto caro, e che
lei non poteva avere perchè portava la divisa del collegio.
La mattina del giorno 13, appena svegliata, e mi svegliai prestissimo,
saltai giù dal letto, ed in pura camicia da notte, coi piedi nudi,
corsi a spalancare la finestra della mia cameretta, per ritirare il
prezioso panierino.
Con mio grande stupore non lo trovai ricolmo come gli altri anni.
Non se ne vedevano rigurgitare le carte frastagliate delle caramelle;
non si vedeva sporgere tra un arruffio di carte d’ogni colore, e di
chicche senza carta, il capino biondo di una bambola.
Eppure, la bambola, le chicche, ed un’orribile figurina di pasta, con
un’inverniciatura di zucchero a colori, rappresentante Santa Lucia
cieca con in mano i suoi occhi sopra un vassoio, erano il complemento
inevitabile d’ogni strenna.
Come mai non c’erano? Doveva essere stata una dimenticanza.
Ma, certo il goletto, non poteva mancare; e, per me, era il più
importante. Al resto si penserebbe poi.
Infatti, il goletto c’era, in fondo al paniere, avvolto in un bel
foglio di carta color di rosa.
Ma non era d’ermellino; era grigio.
Seppi più tardi che era un pelo fine, e che si chiamava _petit-gris_.
Ma a me parve brutto, con la sua tinta neutra e scura, e dopo che avevo
vagheggiato il bianco latteo dell’ermellino, messo in risalto dalle
belle virgole nerissime e lucenti.
Gettai, stizzita, il goletto grigio ai piedi del letto. Tornai a
rannicchiarmi fra le lenzuola, e mi misi a piangere disperatamente.
Dopo circa mezz’ora, quando la mamma entrò nella mia cameretta,
singhiozzavo tanto, che mi sarebbe stato impossibile dire una parola.
Alle sue domande, potei soltanto rispondere accennando colle mani il
goletto e piangendo più forte.
La mamma rimase un po’ male. Si aspettava una dimostrazione di gioia, e
mi trovava invece nella desolazione.
Tuttavia, cercò di persuadermi che quel goletto era bello quanto quello
delle mie compagne.
Mi disse che il _petit-gris_ era un pelo di pregio, e che le era
costato tanto, che lei aveva dovuto rimetterci anche i quattrini
destinati a completare la strenna coi chicchi e colla bambola.
Ma io ero inconsolabile, e continuavo a ripetere fra i singhiozzi:
— Lo volevo d’ermellino! Le ragazze a scuola non lo sanno che questo
pelo grigio costa caro! Non lo crederanno!
La mamma fece il volto serio, e disse:
— Perchè ti preme tanto che sappiano che costa caro? È una vanità
volgare e stupida. Io ti ho scelto apposta il goletto di questo colore
modesto, appunto perchè non dia nell’occhio come un oggetto di lusso.
Noi non siamo ricchi, e dobbiamo vestire secondo il nostro stato. Non
ti ricordi della storia della rana che si gonfiava per rassomigliare al
bue? Vorresti fare la stessa figura?
Ma questi discorsi non valevano a persuadermi.
Tutto il giorno fui imbronciata, e borbottai «che, per non avere il
goletto come volevo io, non metteva conto d’esser privata della bambola
e dei confetti». E leticai con mio fratello, perchè volevo prendergli
le sue chicche ed i suoi soldatini di legno dipinto.
Il nonno, quando udì quelle lagnanze, mi rimproverò severamente.
— Sei un’ingrata. La tua mamma ha fatta una spesa per regalarti
quel goletto, ed ha cercato di accontentarti, nella misura che era
conciliabile colla modestia con cui debbono vestire le ragazze che non
sono ricche. E tu la compensi molto male della sua generosa bontà.
Disse questo con un piglio fermo ed austero, che rendeva sempre
inesorabili le sue parole, e ce le imprimeva nella mente.
Poi stette zitto un tratto, e finalmente, riprendendo il suo fare mite
e cordiale, incominciò a parlare dei tempi remoti della sua infanzia.
Era una sua abitudine di raccontare episodi e storielle di quel lontano
passato.
Ce li dava come esempi, come lezioni di vita austera, per correggerci
di certe nostre tendenze al lusso ed alle agiatezze; due cose che
egli diceva «molto dannose alla gioventù, la quale deve temprarsi per
affrontare gli attriti e le lotte della vita.»
Quel giorno disse:
«Io, da ragazzo, non ebbi mai il gusto di trovarmi sul balcone, la
mattina di Santa Lucia, un paniere rigurgitante di dolci e giocattoli e
cose belle, come lo trovate voi ogni anno.
«La strenna, quel giorno, l’avevo anch’io. Ma mio padre voleva che
fosse sempre un dono serio come lui. Un oggetto di prima necessità, che
doveva comperarmi inevitabilmente, e che il più delle volte, per poter
rappresentare, a suo tempo, la strenna di Santa Lucia, mi giungeva
molto in ritardo, e, per conseguenza m’imponeva prima una privazione.
«Serbo ancora memoria d’un inverno crudele, durante il quale mi
toccò di andare alla scuola, dal quattro novembre fino al dodici
dicembre, poco meno d’un mese e mezzo, colle mani orribilmente gonfie
e screpolate dai geloni, che mi dolevano come bruciature quando le
esponevo all’aria gelida del mattino; e tutto quel tempo sospiravo la
benedizione d’un paio di guanti di lana.
«Se ne parlava continuamente, in casa, di quei famosi guanti. Mi si
facevano balenare agli occhi della fantasia come un miraggio. Si diceva
che con dei guanti di lana non avrei sentito più nessun dolore, che
i geloni mi sarebbero guariti immediatamente; che erano anzi il solo
rimedio efficace.... Tutto questo per farmeli apprezzare in tutto il
loro valore.
«Ma però continuavo ad uscire ogni mattina con un freddo di parecchi
gradi sotto zero, e colle mie povere mani nude, che parevano due
informi cuscinetti paonazzi.
«Fu soltanto la mattina di Santa Lucia, che andando a ritirare la
mia scarpa sul ballatoio che dava in corte, vi trovai i guanti tanto
vagheggiati, fatti da mia madre a calza.
«Ah! come avrei preferito restare senza strenna, non mettere neppure
fuori la scarpa, ma avere i guanti un mese prima!
«Ve l’ho detto, mi pare, che a Cerano, come in tutte le nostre campagne
si mette una scarpa sul balcone per ricevere la strenna, invece del
paniere che mettete voi!
«Del resto, quei giorni che precedevano il Natale, erano un periodo
molto laborioso nella nostra annata, e non lasciavano molto tempo per
fantasticare sulle strenne di Santa Lucia.
«A Natale, mio padre mandava un dono a tutte le famiglie agiate del
paese, per conservare le pratiche alla sua farmacia. E quei doni
toccava a me prepararli, e portarli a destinazione.
«In principio di dicembre, si faceva venire da Novara un cioccolattaio,
colla larga pietra scanaliate ed il grosso cilindro di marmo per
macinare il cacao.
«Quell’uomo lavorava a giornata in cucina, macinando e rimacinando la
pasta profumata e lucida, che faceva una gola da non dire a me ed ai
miei fratellini.
«E dopo la scuola, che finiva alle tre, io dovevo preparare i fogli
bianchi e quadrati, ed avvolgervi le tavolette di cioccolata, che il
cioccolattaio aveva preparato lungo il giorno.
«Poi c’erano delle larghe torte, dei metri quadrati di cotognata, fatta
da mio padre nell’autunno, che aspettavano me, per essere tagliate a
quadri, a dischi, a stelle, a cuori.
«Poi dovevo fare dei sacchetti ingommati per mettervi della cipria e
dell’amido, dello zucchero e del caffè.
«Tutte queste cose erano destinate alle strenne degli avventori, e
dovevano essere pronte almeno tre giorni prima di Natale.
«Avevo dunque molto da fare in quella prima metà del dicembre.
«I miei fratelli, che erano troppo piccini per aiutarmi in quei lavori,
facevano da sguatteri alla mamma, che, come tutte le buone massaie
del Novarese, in quel giorno aveva l’abitudine di _preparare_ le oche:
riporre le carni in sale pel resto dell’inverno, fare lo strutto col
grasso, friggere la pelle. Si rendevano utili anche loro, poverini.
«E questi erano i nostri teatri, i nostri _bals-d’enfants_, i nostri
alberi di Natale, i nostri divertimenti.
«Di divertimenti, nell’inverno, ne avevamo due: Giocare a tombola la
Domenica in casa del medico, e scivolare sul ghiaccio nell’andare alla
scuola e nel ritornare.
«Ma questo secondo divertimento, siccome sciupava molto le scarpe, ci
era proibito. Il che non vuol dire però che noi ce ne privassimo; io
specialmente, che andavo a scuola solo, perchè de’ miei fratelli, uno
solo andava ad una scuoletta infantile da una donna del vicinato, e
l’altro stava ancora in casa.
«Parlo di quando avevo sette anni.
«Uscivo solo; il babbo non mi vedeva; com’era possibile che camminassi
serio serio, su quel piano levigato che pareva fatto apposta perchè
i bambini si divertissero a scivolare un poco? Quale sarebbe stata
l’utilità d’avere il ghiaccio?
«Ed erano delle volate lunghe parecchi metri, delle risate senza fine,
che andavano in tanto sangue.
«E quando era la settimana di Natale, ed avevo vacanza, e mio padre ne
profittava per mandarmi in giro con un gran paniere di pacchi turchini,
a distribuire alle sue pratiche le strenne lungamente preparate, si può
dire che facevo tutta la strada scivolando, ed almeno venti volte al
giorno ruzzolavo sul ghiaccio col paniere e tutto, spandendo tutti i
pacchi sul ghiaccio.
«Quell’anno appunto, quando io ne avevo sette, si cambiò il medico
condotto, ed il nuovo venuto non c’invitò più la sera della Domenica a
giocare a tombola.
«Allora noi ragazzi, desolati, pregammo tanto e tanto, che il babbo ci
promise di farci giocare nella retrobottega della farmacia... quando
una qualche fortuna impreveduta, ci facesse avere le cartelle, i
numeri, tutto l’occorrente pel gioco.
«Io capii subito che quella fortuna impreveduta doveva essere la Santa
Lucia, e che la tombola sarebbe la mia strenna.
«Quel discorso si era fatto una sera a cena.
«La mattina dopo, appena potei svignarmela colla cartella dei libri
per andare alla scuola, corsi difilato fuori del paese, in un punto
dove il ghiaccio era più sodo, e dov’ero sicuro di trovare i miei amici
più cari, ed entrando in mezzo con una gran scivolata che finì in un
capitombolo, annunciai, prima ancora d’essermi rimesso in piedi, che,
cominciando dalla prima domenica dopo Santa Lucia, si giocherebbe a
tombola in casa nostra.
«Si pagavano due centesimi per cartella, ed era permesso soltanto ai
grandi di prenderne due. Per cui il guadagno massimo, la tombola, non
superava mai i trenta centesimi.
«Ma noi ci si divertiva egualmente.
«La buona novella fu accolta con una salva d’applausi e di grida;
e, per festeggiarla, si combinò pel ritorno dalla scuola una grande
scivolata.
«Noi non si diceva ancora _pattinare_, e non so se quell’uso straniero
fosse allora importato in Italia. Perchè vi parlo dei primissimi anni
di questo secolo, figlioli, io sono nato alla fine di quell’altro.
«Comunque fosse, a Cerano nessuno aveva idea del pattinaggio; neppure i
Marchesi De Landi, i più ricchi proprietari dei dintorni, che abitavano
un gran casamento in fondo al paese, e che quando c’era il ghiaccio
uscivano colle soprascarpe di corda per paura di sdrucciolare.
«Si può figurarsi se io presi parte alla festa del pomeriggio!
«Ne presi tanta, che tornai dalla scuola quasi all’ora di cena,
e le tavolette di cioccolata ne patirono, perchè non ebbi tempo
d’incartarle, ed anch’io ne patii, perchè mi buscai due scappellotti da
mio padre, ed una buona sgridata dalla mamma.
«I giorni seguenti badai a dividere il mio tempo tra il ghiaccio e
le occupazioni di casa, e rubando una mezz’ora ogni giorno al ritorno
dalla scuola, mi tenni sicuro di poter scivolare senza farmi scorgere.
«Intanto venne la vigilia di Santa Lucia.
«La sera il babbo mi lasciò uscire pel paese, a vedere i banchi di
dolci, illuminati con due candele circondate da uno scartoccio di carta
bianca, e carichi di paste dolci, di torrone nella carta d’oro, di
arancio, di zuccherini, e di Sante Lucie di pasta e di zucchero, cogli
occhi sul bacile.
«Lungo la strada, ad ogni amico che incontravo, rinnovavo l’invito per
la prossima domenica a giocare a tombola.
«Tornato a casa poi, prima d’andare a letto, misi una delle mie scarpe
sul ballatoio verso corte.
«Aveva la suola bucata quella povera scarpa; ed anche il tomaio era
tutto spellato in punta e logoro; ed il tacco era scalcagnato che era
una vera pietà.
«Ma come fare? La sua compagna era anche in peggior stato, ed io mi
consolai pensando che di notte il babbo non se ne sarebbe accorto.
«Calcolando che il gioco della tombola, col cartellone, il sacco dei
numeri e tutto, non potrebbe mai stare nè dentro nè sopra una scarpa,
per quanto non fosse quella di Cenerentola, le misi sotto disteso un
bel foglio di carta turchina, dei più larghi che trovai in farmacia;
per ricevere il dono desiderato.
«Poi me ne andai a letto, ansioso di rivedere il giorno, e con esso la
strenna, che doveva procurare a me, ed ai miei compagni, tante sere di
spasso.
«Ed il giorno venne, come tutti i giorni desiderati o no, felici od
infelici.
«Ma quando mi accostai, tutto palpitante, alla vetrata del ballatoio,
vidi il foglio turchino fatto più scuro dall’umidità della notte, e su
quel tappeto azzurro, isolata, e triste come un paracarro sopra una
strada, la mia povera scarpa scalcagnata. Non altro. Nè cartelle, nè
numeri, nè cartellone. Nulla.
«Sebbene mi battesse forte il cuore per lo sgomento, pensai:
— È perchè il gioco non stava nella scarpa. Il babbo me lo darà in mano
or ora, quando scenderò a colazione.
«Però, guardando meglio traverso i vetri rabescati dal ghiaccio, vidi
un pezzettino di foglio bianco, che sporgeva malinconicamente dal
gambale della mia scarpaccia.
«Cosa poteva essere?
«Forse che il babbo non aveva trovata occasione di far comperare la
tombola a Novara, ed aveva messi i quattrini in quel foglio, perchè me
la comperassi io?
«Sicuro; doveva essere così.
«Spalancai in fretta il balcone. Tirai dentro la scarpa, ed apersi il
foglio misterioso.
«Ma no; non c’erano punto quattrini. C’erano soltanto poche parole di
scritto.
— «Buono di L. 4, per la risuolatura ed altre riparazioni, ad un
paio di scarpe sciupate scivolando sul ghiaccio.»
«IL BABBO.»
«Oh, non aveva bisogno di scriverlo che era il babbo! Lo avrei sentito,
lo avrei indovinato. Lo avevo indovinato alla prima, sebbene cercassi
di farmi illusione, che quella scarpa solitaria e quel fogliolino
rappresentavano un guaio!
«Era il prezzo della tombola, che doveva pagare la riparazione delle
scarpe. E la mia strenna di Santa Lucia si riduceva ad un rimprovero e
ad un castigo.»
. . . . . . .
Quando il nonno ebbe finito quel racconto, andai a prendere il mio
goletto di pelo grigio, me lo misi sulle spalle, e corsi a ringraziare
la mamma che, fin d’allora, tanti anni fa, mi disse:
— Oh, i figlioli d’adesso sono ben più fortunati di quelli d’una volta!
Ma per voi, piccoli lettori, io rappresento, colla mia storia ed il mio
goletto, degli altri figlioli d’una volta.
E dire che voi avete dei pattini per pattinare sul ghiaccio, un
maestro che vi insegna quel divertimento come se fosse uno studio, e
dei mantelli foderati di pelliccia per coprirvi quando avete finito di
pattinare!
Voi sì che siete veramente in grado di fare il confronto tra i ragazzi
d’una volta e quelli d’adesso; e dovete sentire una gran gioia per
la vostra fortuna, ed una gran riconoscenza pei vostri parenti, pei
maestri, per la società, per la provvidenza, che vi rendono tanto
felici!
_Come il nonno si fece levare un dente_
Un giorno il nonno ricevette una lettera da mio fratello, che era in
collegio a Vercelli, nella quale il povero ragazzo annunziava d’essere
tormentato da un forte dolor di denti.
Il giorno dopo giunse un’altra lettera con una descrizione straziante
degli spasimi del malato. Il direttore aveva fatto chiamare il chirurgo
dentista, e Mario aspettava con ansietà d’essere visitato.
Il terzo giorno venne una terza lettera.
Il dentista aveva dichiarato che la carie era troppo avanzata perchè il
dente si potesse ancora impiombare. Il paziente però non si sentiva il
coraggio di farselo levare, ed aveva domandato che, prima di ricorrere
a quella misura _estrema_ e _barbara_, si tentassero tutti i rimedi
possibili.
Aveva trovato un sollievo momentaneo nel laudano; ma poi era ricaduto
nelle sue atroci sofferenze. Inutile dire che, da otto giorni,
aveva lasciato gli studi e tutto, e stava nell’infermeria gemendo e
piangendo.
Per una settimana ancora continuò a venire ogni giorno un bollettino
sanitario, nel quale il malato stesso riferiva minutamente le cure
tentate, le pillole d’oppio, persino un’iniezione di morfina descritta
pomposamente, come una seria operazione sopportata con coraggio, poi
il creosoto, gli empiastri applicati alla guancia, e gli effetti più o
meno buoni, e più o meno durevoli d’ogni rimedio.
Finalmente venne una lettera del direttore, il quale avvertiva
solennemente il nonno, che la sofferenza di Mario, sebbene non
avesse nessuna gravità, non si potrebbe realmente guarire, se non
coll’estirpazione del dente cariato. Questo annuncio era accompagnato
da una dichiarazione del chirurgo-dentista, il quale faceva ogni
settimana una visita ai denti di tutti gli allievi del collegio, li
puliva, li limava quand’era necessario, li medicava, ed in questa
circostanza speciale di Mario, giudicava inevitabile l’estirpazione del
dente guasto.
Si pregava il nonno di rispondere per telegrafo, perchè il malato era
molto nervoso ed intollerante.
Il nonno non s’era mai crucciato di tutto questo; più volte aveva data
una scrollatina di spalle ricevendo le lettere urgenti di Mario; ed
anche quella mattina sorrideva tra sè mentre scriveva il suo telegramma
di risposta che diceva:
«Si faccia pure grande operazione. Raccomando coraggio piccolo eroe.»
Sgraziatamente, pare che il piccolo eroe non ne avesse di molto, perchè
in giornata venne un altro telegramma del direttore:
«Mario esige essere cloroformizzato. Non oso assumere responsabilità.
Cosa fare?»
Il nonno questa volta fece una vera risata, e rispose, sempre per
telegrafo:
«Differite finchè avrete lettera. Scrivo subito.»
E, spedito il telegramma, temperò una bella penna d’oca, una rarità
che si trovava sempre in casa nostra, perchè il nonno aveva una pessima
opinione delle penne d’acciaio, e scrisse a mio fratello:
«Caro Mario,
«Sono sbalordito del chiasso che fai per un dente cariato.
«Ammetto che ti dolga molto, e ti compiango... fino ad un certo
punto.
«È un fatto che noialtri vecchi siamo sempre un po’ in lotta
coi nuovi sistemi. Ma è certo che ai miei tempi, quando non si
usavano le visite settimanali del medico (trenta lire all’anno),
alla dentatura dei ragazzi, e si badava un po’ meno a qualche
piccola sofferenza, o anche a qualche grave sofferenza purchè
non presentasse nessun pericolo, e si lasciava un pochino che i
giovinetti si dibattessero da sè nella gran lotta della vita, si
era, alla tua età, più coraggiosi e più forti di quanto tu hai
dimostrato di essere.
«In risposta alle molte lettere, bollettini sanitari, dichiarazioni
mediche e telegrammi, che costituiscano il voluminoso incartamento
del tuo caso straziante, ti dirò come io, a nove anni, mi feci
levare un dente.
«Vivevo, come sai, a Cerano, non lontano dalle risaie, in mezzo
alle praterie irrigate, paese di nebbia e di vapori malsani. Un
autunno l’umidità fu tanta, che anche i miei giovani denti se
ne risentirono. Cominciai dall’avere una flussione alla guancia
destra, che si gonfiò enormemente tirandomi il naso tutto da un
lato, e coprendomi un occhio, e finii per rimanere con una fitta
acuta, dolorosissima, come se m’introducessero un succhiello
proprio sotto l’occhio destro, poi lo togliessero con uno strappo,
poi lo introducessero di nuovo girandolo e rigirandolo dentro.
«Mio padre era occupato intorno ai lambicchi dove distillava le
vinaccie per far l’acquavite; la mamma aveva al fuoco dalla mattina
alla sera un’enorme caldaia in cui faceva cuocere, collo zucchero e
col miele, le frutta per la mostarda.
«A queste faccende straordinarie dell’autunno, si univano quelle
ordinarie della famiglia e della casa.
«Per conseguenza nessuno aveva tempo d’intenerirsi per il mio mal
di denti.
«O, forse, s’intenerivano, perchè, sebbene non facessero carezze,
i miei genitori mi volevano molto bene. Ma non avevano tempo nè
di compiangermi, nè di chiamare a consulto la _facoltà_ per un
male del quale non si muore. E quanto ad amministrarmi narcotici
e corrosivi, il babbo non voleva saperne, dicendo con ragione: «È
meglio patire un po’ di più, che guastarsi i denti, e magari anche
la salute, con le medicine.»
«Io, dunque, non andavo a piagnucolare con loro. Mi sforzavo di
sopportare il mio male con coraggio, aspettando che finisse.
«Ma non finiva.
«Una mattina mio padre mi disse:
— Dovrei mandare a Novara questa partita d’acquavite che ho venduta
ad un liquorista, e mi accomoderebbe che tu andassi sul carro per
tener d’occhio il carrettiere, che non mi avesse a fare qualche
marachella. Ma con quel male, non potrai?...
«Pensa, caro il mio infermo, fin dove tu alzeresti le braccia per
invocare il cielo in testimonio dell’umana barbarie, se in questo
momento ti proponessero, non dico una strada di sette chilometri
sopra un carro scoperto in una giornata umida di novembre, ma
soltanto di scendere dall’infermeria per assistere ad una lezione.
«Io invece, senza essere per questo un eroe, ero avvezzo a prendere
la vita sul serio, ed a rendermi utile nella misura delle mie forze
di nove anni. Dissi ad un mio compagno più grande di me, che aveva
dei denti infelicissimi:
— Come dovrei fare per farmi cavare questo maledetto dente nella
giornata? Vorrei star bene per andare a Novara domattina...
«L’altro mi rispose:
— Fa come faccio io ogni volta che ho un dente troppo dolente e
troppo guasto: vieni dal fabbro.
«Fui un po’ meravigliato, e dissi:
— Dal fabbro? Per farmi levare un dente?
«Ma sì! Vorresti andar dal chirurgo come una donnina?
«A dire il vero, avrei preferito andare dal chirurgo come una
donnina. Quel fabbro mi faceva un po’ di paura. Ma il chirurgo
era burbero; mi vedeva da parecchi giorni girare per la farmacia
col volto sfigurato, ed invece di guardarmi in bocca per veder
di guarirmi, mi aveva detto: «Effetto dell’umido; passerà» e non
ci aveva badato più. Era anche, per principio, contrario alla
estirpazione dei denti. Mi rassegnai dunque ad andare col mio
compagno, che mi condusse dal fabbro, in fondo al paese, e gli
disse:
— «Lavatelli, c’è un’operazione da fare. Un buon colpo; mi
raccomando: è un mio amico.
«Il fabbro, senza neppur guardarmi, andò a prendere uno spago, poi
venne da me e domandò:
— «Dov’è questo dente?
«Io glielo mostrai. Egli mi pose in mano lo spago e mi disse:
— Legalo; prendi lo spago nel mezzo, per lasciarmi i due capi della
stessa lunghezza.
«Da me solo stentavo; ma, coll’aiuto del compagno, si riescì a
legare il dente cariato collo spago.
«Allora il fabbro legò i due capi all’incudine tenendoli molto
corti, tanto che dovevo star chino per non sentirmi tirare il dente
indolito.
«Io domandai:
— Ed ora, come si fa?
«Il mio compagno, venendomi accanto in modo da non lasciarmi vedere
nè l’incudine nè il fabbro, mi rispose:
— «A momenti, quando te ne sentirai il coraggio, darai una stratta
spingendo il capo indietro...
In quella un colpo tremendo, formidabile, del martello
sull’incudine, fece tremare tutta la bottega, echeggiò come lo
scoppio d’una bomba; e, nel sussulto pauroso che mi fece fare quel
colpo inaspettato, diedi involontariamente una grande stratta allo
spago, che rimase attaccato all’incudine col dente malato, mentre
il mio compagno esclamava:
— Ecco fatta l’operazione!
«Infatti, tutto era finito; non soffrivo più, e non mi pareva
neppure d’aver sofferto nel momento dell’estirpazione, tanto quel
colpo m’aveva sorpreso e sbalordito.
«E la mattina seguente potei andare tranquillamente a Novara sul
carro, per proteggere con la mia presenza l’acquavite del babbo,
contro gli attentati del carrettiere.
«Ecco, figliolo mio, _come il nonno si fece levare un dente_. Ora
quel mezzo primitivo ed un po’ barbaro non si potrebbe usar più, nè
te lo vorrei consigliare. Ma rifletti a questa storiella della mia
vita semplice, e fanne l’uso che credi.
«IL NONNO.»
Si stette due giorni senza nuove di Mario. Poi venne una lettera,
tranquilla e seria, nella quale parlava degli studi, dei prossimi
esami semestrali, di certe provviste che gli occorrevano; e soltanto in
fondo, come cosa secondaria, diceva:
«Sa, nonno? quel dente me lo feci cavare. Ma senza cloroformio. Avevo
la sua lettera che ne faceva le veci.»
_Come il nonno diventò un famoso ballerino_
La nostra povera mamma se n’era andata con Dio. Eravamo soli col povero
vecchio nonno.
Dopo le quattro classi elementari, egli ci mandò, mia sorella ed io, ad
un istituto privato, come esterne, per impararvi il cucito e la lingua
francese, la sola lingua straniera che trovasse grazia ai suoi occhi;
ne aveva compresa la necessità ai tempi di Napoleone I, quando aveva
veduti i francesi in carne ed ossa, sulle strade e nelle campagne del
basso Novarese.
Verso la fine di novembre la direttrice dell’istituto venne in classe
ad annunziare che aveva fissato un buon maestro di ballo, per quelle
allieve che volessero prender lezioni durante tutto il carnevale, e
parte della quaresima; sessanta lezioni in tutto.
La spesa sarebbe minima, venendo suddivisa, com’era da supporre, fra
tutte le scolare, o almeno fra la massima parte di esse.
Si può figurarsi in che stato di eccitamento ci ponesse quell’annunzio.
Avevamo veduto una volta un ballo al teatro, e ci pareva già di far le
piroette col vestito corto, con una gamba stesa, come quelle ballerine
color di rosa, che ci erano sembrate delle enormi e leggerissime
farfalle.
Trovammo modo di parlarne il resto del tempo di scuola, e durante
la strada del ritorno, animatissime, cogli occhi lucenti, le guance
accese, gesticolando esageratamente, sebbene, a ripensarci ora,
non mi riesca d’immaginare che cosa potessimo dire così a lungo su
quell’argomento, tanto più che nessuna di noi pensava a sollevare il
menomo dubbio su quelle lezioni tanto desiderate.
Però, quando ci trovammo in faccia al nonno, provammo un senso di
sgomento, una peritanza inesplicabile. Quel vecchio alto, color di
bronzo, con le mani dure, con la parrucca messa alla peggio senza
la menoma pretesa d’ingannar nessuno, aveva qualche cosa di troppo
positivo, di troppo pratico, di troppo contrario all’idea elegante e
pittoresca che noi ci facevamo del ballo, per incoraggiarci.
Si stette un po’ impacciate, ripetendo: «Buona sera, nonno; buona sera»
e non osando aggiunger altro.
Fu lui che, sedendo a tavola, domandò, come del resto domandava ogni
giorno:
— Che cosa c’è stato di nuovo a scuola?
Allora noi ci guardammo, molto confuse, e mia sorella scrollava il capo
come per dire:
— Io non parlo; non se ne fa nulla.
Ma io, che di solito mi eccitavo di più e riflettevo meno, mi feci un
gran coraggio, e dissi:
— C’è stata una famosa novità. La direttrice ha preso un maestro di
ballo.
Il nonno alzò le spalle in atto di sprezzo, e sospendendo un minuto di
soffiare nella minestra, disse:
— Che idea! Poi ricomincio a soffiare.
La Giuseppina mi diede una pedata sotto la tavola, ed io mi sentii
batter forte forte il cuore.
Per un momento la confusione c’impedì di parlare. Ma a misura che il
desinare s’avvicinava alla fine, la mia impazienza cresceva e sentivo
il bisogno di uscire da quella incertezza. Cercai di parlare con voce
calma, e domandai:
— Non le pare che sia una buona idea, nonno, quella del maestro di
ballo?
— Mi pare inutile. Cosa ne vuol fare, la direttrice, di questo maestro?
Io risposi:
— Far insegnare il ballo... a quelle che vogliono impararlo.
Il nonno mi guardò, poi guardò la Giuseppina attentamente. Aveva
capito; ma non lo disse, ed invece riprese:
— Io ho ballato tutta la mia gioventù, e non ho mai pensato a prender
lezioni di ballo.
La Giuseppina, che non aveva ancora parlato, vedendo che le cose
prendevano una brutta piega, venne in mio soccorso, insinuando
timidamente:
— Avrà ballato male...
Ed io, con un’energia provocante, confermai:
— Sicuro! Avrà ballato male.
Il nonno sorrise, come ad un’immagine lontana che vedesse lui solo, ma
non rispose.
Poco dopo s’udi una scampanellata secca, nervosa, e subito entrò la
signora Giovannina.
Era una cugina del nonno, una zitellona, alta e sottile come una
guglia, con una testina piccola, un naso diritto, come quello delle
statue greche, le tempia depresse, e le labbra sottili sulle gengive
sdentate. Pareva più una zitellona da romanzo, che una vera zitellona
viva di provincia.
Quella personcina così priva di carne, che a vederla pareva di sentire
scricchiolare le sue piccole ossa sporgenti, era tutta nervi; vibrava
come un apparecchio elettrico. Specialmente quando era irritata si
scrollava tutta energicamente, e pareva un pioppo scosso dal vento.
Il nonno aveva la facoltà di farla vibrare a quel modo parecchie volte
ogni sera; perchè, o per distrazione o per il gusto di farla stizzire,
la chiamava sempre a testimonio quando narrava le sue gesta giovanili;
e la signora Giovannina rifiutava ostinatamente di rammentarsi di
quelle date remote.
Quel giorno, appena fu entrata, il nonno le disse:
— Dite un po’, Giovannina, vi pare che noi si ballasse male, quando
s’andava ai veglioni del ventuno...
La signora Giovannina si diede una lieve scossa che fece svolazzare
tutti i nastri che aveva addosso. Poi, voltandosi per deporre il
cappellino, rispose:
— Siete matto! Come volete che mi ricordi del ventuno? Ero una
bambina...
— Sì, una bambina di ventiquattro anni... Siete dell’altro secolo,
Giovannina; non rinnegate vostro padre...
E dopo aver lasciato che la signora Giovannina si scrollasse,
scattasse, si facesse svolazzare tutti i vestiti intorno per un tratto,
quando la vide un po’ più quieta, riprese:
— Via, dite un po’ a queste grulline come si ballava noi, e come si era
imparato a ballare.
Si guardarono un momento ridendo, poi la signora Giovannina disse:
— Le prime prove si fecero laggiù a Cerano, davanti alla farmacia
di vostro padre... Ma dite voi, Andrea, ci avete più gusto di me a
raccontare.
Infatti il nonno ci aveva gusto, e cominciò a raccontare col volto
ridente:
«Il babbo di quel vecchio Lavatelli che viene ogni anno a potare le
nostre viti, abitava, a Ceràno, in faccia a noi; e la domenica e tutte
le feste comandate, passava il pomeriggio seduto fuori della porta di
casa, sonando certe zampogne primitive che si fabbricava da sè, con la
scorza dei pioppi.
«Ora dico così, perchè ho veduto di meglio, ma allora avevo
un’ammirazione infinita per le zampogne del vecchio Lavatelli, ed
andavo in sollucchero quando lo sentivo sonare.
La nostra Giovannina che allora era piccina, e portava quei vestiti
lunghi colla vita corta, come quelle donnine in miniatura che vi
fanno ridere quando le vedete nelle incisioni di quei tempi in cui non
usavano ancora i calzoncini, veniva sempre a passare qualche settimana
nell’estate con noi.
Una sera, poteva avere allora nove o dieci anni, era nel...
— Lasciate stare! interruppe con una grande scrollata di testa la
signora Giovannina. — Voi avete la manìa delle date...
Il nonno rise un pochino in silenzio, poi continuò:
«Una sera senza data, dunque, la Giovannina era appena arrivata da
Novara, quando il vecchio Lavatelli cominciò a sonare la zampogna.
«Allora lei spiccò un salto giù dai quattro scalini della farmacia,
balzò in istrada in piedi, e, rialzandosi delicatamente le gonnelline
sui fianchi, col pollice e l’indice chiusi e le mani tese, cominciò a
ballonzolare avanti e indietro, dimenando il capo beatamente.
«Mio padre con tutta la famiglia, il medico ed alcuni avventori,
uscirono dalla farmacia; tutti i vicini della contrada, i ragazzi
vagabondi, si accostarono, e fecero cerchio intorno alla ballerina. Era
un trionfo, e la mia vanità mi spingeva fortemente a pigliarvi parte.
«Saltai in istrada anch’io, e, piantandomi dinanzi a lei colle mani sui
fianchi, mi posi ad imitare ogni suo movimento.
«Il repertorio del vecchio Lavatelli si limitava a poche cantilene di
canto fermo di chiesa, e ad una sua canzone prediletta, che cantava in
tono gemebondo quando lavorava nei campi, e della quale ricordo ancora
lo stupido ritornello:
«I quattro evangelisti, la luna e il sol
«E chi ha creà sto mondo l’è stà nostro Signor.»
«Quel giorno era appunto l’aria piagnucolosa, lenta, misteriosa della
sua canzone, che il Lavatelli sonava; per cui i movimenti della danza
dovevano essere straordinariamente lenti e languidi, per accompagnare
la musica. Erano dei dondolamenti malinconici, degli inchini solenni,
dei passi d’una gravità da funerale. Io, che, ballando, mi ricordavo e
canticchiavo il ritornello misterioso, ne ero profondamente commosso.
«Il nostro pubblico trovò che noi si ballava stupendamente, e la
domenica seguente c’incoraggiò a ripetere la danza. Questa volta
ballammo improvvisando, sull’aria maestosa del «_Tantum ergo_»
ambrosiano.
«E così di festa in festa, poi d’autunno in autunno ci esercitammo a
quel ballo fantastico e bizzarro, indipendente da ogni regola, che
noi ed i nostri ammiratori chiamavamo minuetto, unicamente perchè
si cominciava sempre, io colle mani sui fianchi, lei, rialzandosi le
gonnelline.
«Una volta, io era a Novara in casa della Giovannina per le vacanze
di carnovale, quando certi suoi parenti vennero, tutti in gala, a fare
l’invito per una festicciòla in casa loro, in tutta confidenza.
«A noi non parve vero d’andare a sfoggiare la nostra abilità ad una
vera festa da ballo, e colla vera musica d’un organetto.
«Io aveva tredici anni, e lei...
La signora Giovannina cominciò a scrollarsi, ed il nonno invece di dire
la sua età, riprese ridendo:
«Via, lasciamo andare!
«Entrammo trionfanti, la Giovannina col suo vestito più bello di lana
scozzese, io con un jabot molto rammendato ma di vera trina, sebbene
grossa e fatta al tombolo.
«Alle prime battute, senza curarci degli altri, ci mettemmo in
posizione, uno colle mani sui fianchi, l’altra coi rigonfi dell’abito
fra le dita, e cominciammo i nostri passi stravaganti, un po’
impacciati dal tempo accelerato a cui non eravamo avvezzi, ma lei
inventando meravigliosamente, io secondandola alla meglio.
«Ad un tratto, uno scoppio di risate irrompenti, poi, subito, una salva
d’applausi fragorosi, ci fece fermare.
«Soltanto allora, guardandoci intorno, ci accorgemmo che eravamo soli a
ballare, mentre tutta la sala ci faceva circolo intorno, e rideva alle
nostre spalle.
«Molti si figurarono che ballassimo una danza caratteristica di qualche
paese, e ci domandarono ripetutamente:
— Che ballo è? È la tarantella? È il fandango? È il bolero? Dov’è che
si balla così?
«Un minuto si rimase male tutti due. Ma la Giovannina, che ha sempre
avuta la lingua pronta, si rinfrancò subito, e, ridendo anche lei cogli
altri, rispose:
— Si balla così dove non si sa ballare. È una danza di nostra
invenzione.
«Volevano che si facesse il bis. Ma lei mi prese per la mano, e mi
disse piano:
— No, sai. La seconda volta ci burlerebbero. Stiamo a vedere come fanno
gli altri, poi faremo lo stesso anche noi.
«Infatti, sia pel lungo esercizio che s’era fatto alla nostra maniera,
sia per l’amor proprio che ci spingeva, prestammo un’attenzione così
intensa a tutti i passi, a tutte le movenze degli altri ballerini, che
la sera stessa incespicando, imbrogliando un poco le figure, riescimmo
a ballare la gavotta ed a prender parte ad una contraddanza.
«Il giorno dopo, a casa, ci chiudemmo nella stanza da pranzo, e, senza
musica, accompagnandoci con dei _tra la la, tra la la_, interrotti,
ansimanti, stonati, riprovammo ripetutamente quei balli.
«E l’anno seguente andammo a parecchie festicciòle, e ce la cavammo
alla meglio, pestandoci i piedi tra noi. Ed anche più tardi, quando
io era un giovinotto e lei una signorina da marito, la Giovannina era
molto ricercata dai ballerini migliori, ed io potevo scegliere fra le
signore, perchè ero conosciuto per un famoso ballerino.»
La lunga storia del nonno ci fece ridere, ma non ci persuase. E
la signora Giovannina, che amava sfoggiare le idee moderne per
ringiovanirsi, osservò:
— Queste sono coso d’altri tempi, Andrea. Ora se una signorina si
mettesse a ballare a quel modo, senza saperne nulla, la metterebbero
sulla _Vendetta_.
— Il nonno corresse ridendo: _Vedetta_.
Era un giornale che usciva a Novara con questo titolo, che la signora
Giovannina non aveva mai capito cosa volesse dire; e si ostinava
a chiamarlo «_Vendetta_» per dargli un senso nella sua mente. Per
cui alla correzione del nonno, ribattè appoggiando forte sulla _n_:
«_Venn-detta_.»
E ricominciarono le eterne spiegazioni e discussioni su quel titolo di
giornale, che si ripetevano ogni sera, senza che la signora Giovannina
si persuadesse mai.
Intanto le nostre lezioni di ballo andarono a monte, e noi imparammo a
ballare da noi, come potemmo, e la _Vedetta_ non ne parlò.
Ma ora credo davvero che, quando tocca una sventura simile alle nostre
bambine, non sia fuor del caso che qualche giornale di _sport_ rimandi
alla storia il fatto memorabile.
_Come il nonno imparò a sonare il flauto_
Questa storiella il nonno ce la narrò solennemente nel salotto della
direttrice, ed ecco in quale circostanza.
Bisogna dire che, nonostante quanto il nonno e la signora Giovannina
ci avevano raccontato del loro tirocinio e dei loro trionfi nell’arte
della danza, noi avevamo provato una grande mortificazione a dover
confessare in iscuola che non avremmo presa parte alle lezioni di
ballo.
Non avevamo pensato mai seriamente quale potesse essere la nostra
situazione finanziaria; ma avevamo una gran vanità istintiva,
un’ambizione stupida da non parere da meno delle compagne ricche,
e, parecchie volte, ci eravamo abbandonate alle più ridicole bugie,
vantando delle grandiosità inverosimili, volendo passare per signorine
cresciute nell’opulenza.
Quella volta la Giuseppina si provò persino a dire che il nonno non
voleva saperne delle lezioni di ballo, perchè il veder ballare gli
faceva girare il capo.
Ma una compagna sguaiatella le rispose un po’ brutalmente:
— Già. Se voialtre ballaste qui, al vostro nonno girerebbe il capo a
casa nel pagar le lezioni!...
Da quel giorno ci eravamo messe in testa l’idea d’essere vittime di
un nonno crudele ed avaro, che ci condannasse a vivere di privazioni.
Quando ci accadeva di leggere una delle solite sentenze: «che l’uomo
è nato per soffrire» — «che il mondo è una valle di lagrime» noi ci
mettevamo a sospirare, come se conoscessimo per esperienza quelle
tristi verità.
È vero che in tempo di ricreazione c’ingegnavamo a ballare con le
compagne; ed, a vederci, non c’era gran differenza fra quelle che
imparavano il ballo, e quelle che ballavano senz’aver preso lezione;
ma appena si toccava quel discorso, o si presentava qualche occasione
opportuna, non mancavamo mai di riprendere il nostro languido
atteggiamento da vittime.
E quando, finito il carnevale, cominciarono le lezioni di pianoforte,
alle quali intervennero moltissime allieve, noi non pensammo neppure un
istante di proporre al babbo quel lusso d’educazione, per non esporci
ad un altro rifiuto umiliante.
Ci atteggiammo da vittime più che mai, e cercammo, non di rassegnarci,
ma di esser compiante.
Ma le lezioni di pianoforte non dovevano durare soltanto un breve
periodo di tempo come quelle di ballo. E non c’è più costrutto a fare
la vittima quando nessuno ci compatisce.
Por dire la verità, fummo poco compatite.
Il nonno, da quell’uomo operoso e filosofo che era, non se ne
avvide neppure. Le compagne più superbiose, invece d’intenerirsi, ci
misero in burla, noi e le nostre compagne di sventura, chiamandoci
le «musicofobe.» Alcune, più buone, cercarono per alcuni giorni di
consolarci; ma vedendo che non ci riescivano, perdettero la pazienza e
vi rinunziarono.
Allora, prive anche del misero sollievo di attirare l’attenzione,
sentimmo più acerba che mai la ferita dell’amor proprio, e cominciammo
a pensare a mille ripieghi per uscire da quella situazione che ci
mortificava.
Avremmo voluto abbandonare l’istituto, andarci soltanto un’ora al
giorno per la lezione di francese; ma per far questo ci voleva il
consenso del nonno, e noi non osavamo domandarlo, non sapendo come
giustificare la nostra domanda.
Mentre stavamo in questo abisso d’incertezze, una sera capitò a casa
nostra un signore che aveva due nipotine da mandare a scuola, ed il
nonno gli fece un grande elogio della nostra direttrice, che diceva
degna d’ogni stima e d’ogni fiducia.
Queste dichiarazioni ci suggerirono l’idea d’interessare la direttrice
alla nostra causa, e di invocare il suo appoggio, per ottenere
nientemeno che di studiare il pianoforte.
Naturalmente, ci guardammo bene dal dirle che la causa del nostro gran
malcontento, ed il movente che ci spingeva allo studio della musica,
era la meschina vanità di non voler figurare da meno delle compagne.
Capivamo benissimo che questa ragione non era fatta per disporre
l’animo della direttrice in nostro favore. Parlammo invece d’una
gran passione per la musica, un’attrazione prepotente, una vocazione
addirittura. Mia sorella, la voce più stonata ch’io avessi mai udita,
osò dire che le bastava d’ascoltare una frase musicale, per impararla e
ripeterla esattissimamente.
Io, per non esser da meno, dissi con accento elegiaco, che quando
udivo, dalle compagne che prendevano lezione, la melodia soave delle
cinque note: «_do-re-mi-fa-sol, fa-mi-re-do_» avevo delle palpitazioni
violente, impallidivo, e finivo per struggermi in pianto dirotto, che
continuava finchè durava il commovente esercizio.
La direttrice si rannuvolò, e disse:
— Via! Non dite grullerie! Non occorrono tante esagerazioni per
dimostrare che amate la musica, e vorreste studiarla. Dacchè
credete ch’io abbia qualche ascendente sul vostro nonno, gli parlerò
volentieri, e se non avrà nessuna ragione in contrario...
Fu in seguito a questo, che la direttrice scrisse al nonno per pregarlo
d’andare da lei; e lui accorse premurosamente, com’era sua abitudine
cortese, quando una signora lo chiamava; poi fummo chiamate in sala
anche noi, ed alla nostra presenza, la direttrice espresse al nonno il
nostro desiderio.
Il nonno l’ascoltò con deferenza, poi rispose:
— Deve sapere, cara signora, che queste ragazze non sono ricche; dirò
meglio; non hanno nulla. Per conseguenza, intendo farne due buone
massaie, che sappiano governar bene una casa, che amino lavorare e non
isdegnino nessuna specie di lavoro.
La direttrice osservò:
— La musica è anche un lavoro; ed in alcune circostanze può riescire di
grande utilità, appunto per una ragazza senza mezzi.
Ma il nonno la interruppe:
— Vuoi dire che potrebbe diventar maestra di piano, non è vero? O
concertista? È verissimo. Ma bisognerebbe che queste signorine avessero
cominciato a studiare da sei o sette anni almeno, quando erano bimbe.
In quel caso soltanto, e consacrando moltissime ore al giorno a quello
studio esclusivo, dato che avessero delle disposizioni veramente
eccezionali, avrebbero potuto diventare delle brave pianiste. Ma
avrebbero anche potuto non avere quelle tali disposizioni eccezionali,
e perdere molto tempo inutilmente. Perchè, creda a me, cara signora,
la smania della musica non prova sempre la capacità di riuscire in
quell’arte tanto difficile e bella. Io ne so qualche cosa!
Il nonno disse queste ultime parole con quel sorrisetto e quello
sguardo fisso davanti a sè, come in una visione lontana, che aveva
sempre quando rivedeva col pensiero qualche scena del suo passato tanto
remoto.
La direttrice, che conosceva la sua abitudine di raccontare le sue
memorie alla spicciolata, sotto forma di aneddoti e di storielle, gli
disse:
— Vedo che ha una storiella da narrare a questo proposito. Me la
dica, la prego; se non altro per insegnarmi ad essere più cauta
nell’immischiarmi indiscretamente nei fatti degli altri.
Il nonno protestò energicamente, che lei non era stata indiscreta,
che non aveva bisogno di imparar nulla; ma consentì a raccontare la
storiella «per insegnare a queste signorine a non far troppo a fidanza
col loro supposto genio musicale.»
Noi chinammo il capo, imbronciate e contrite, ed il nonno cominciò:
«Queste ragazze sanno che un certo Lavatelli, un vecchio contadino
del mio paese e mio vicino di casa, sonava la zampogna, e che io lo
ammiravo straordinariamente, ed avevo imparato a ballare sulle arie
gemebonde che egli sonava, e che mi commovevano fino al pianto.
«Ma potevo udirlo soltanto la domenica, perchè gli altri giorni io era
a scuola, e lui lavorava in campagna. Mi ero tanto innamorato di quelle
cantilene patetiche, che tutta la settimana ne sentivo la mancanza, e
le desideravo ardentemente.
«Dal desiderare una cosa, al cercare tutti i mezzi di procurarsela,
queste signorine l’hanno dimostrato or ora, non c’è che un passo.
«Io, dunque, cercai d’imparare a sonare da me solo, con uno zuffoletto
di legno che m’ero comperato alla fiera di Novara.
«Mi mettevo in faccia al vecchio Lavatelli, e cercavo d’imitare colle
dita e colle labbra i movimenti che faceva lui.
«Erano delle stonature orribili. Tutta la contrada protestò
raccapricciata.
«Mio padre mi diceva:
— «Povero figliolo. Come vuoi riescir a sonare con quello zuffoletto?
Dà retta a me; smetti.
«Ma la mamma, che capiva quanto mi sarebbe dispiaciuto di rinunciare a
quell’aspirazione, insinuò:
— «Sul solaio c’è un vecchio flauto del povero zio Tommaso. È tutto
rotto. Ma se si potesse accomodare...
«Guardava il babbo come per suggerirgli di farlo accomodare; ed anch’io
lo guardavo.
«Ma lui non ci pensò neppure ed intavolò un discorso di politica col
medico condotto.
«Allora io me ne andai sul solaio, cercai in mezzo ad una quantità di
roba rotta, di cocci, di cenci, di mobili fuori d’uso, finchè mi riescì
di trovare tutti i pezzi sparsi di quel povero flauto.
«La sera lo portai nella stalla dei Lavatelli, e tra me ed il vecchio
musicista, lo accomodammo alla meglio. Mandava certi stridi, certi
rantoli, da far piangere i sassi; ma era un flauto e sonava.
«E cominciai, su quello strumento meno ignobile, ad imitare il vecchio,
che sonava la zampogna. Fu un esercizio che durò dei mesi; con quali
risultati si può figurarselo.
«Ma amavo con tanto ardore la musica, che le difficoltà, invece di
scoraggiarmi, mi spronavano allo studio. Mia madre ed il vecchio
Lavatelli dicevano che dovevo avere il genio della musica.
«Quanto a me non ne avevo mai dubitato.
«Soltanto, il vecchio disperava di poter fare da sè la mia educazione
musicale.
«Avevamo due strumenti diversi. Lui non aveva tempo di farmi una
zampogna per insegnarmi su quella, ed il mio flauto era anche tutto
guasto. E mi diceva:
— «Ci vorrebbero due cose: un flauto buono, ed un maestro.
«Era quanto dire: ci vorrebbero il sole e la luna.
«Ai miei tempi i ragazzi delle famiglie borghesi non avevano certe
aspirazioni alte, che hanno i ragazzi moderni. Sapevano che le cose di
lusso erano da lasciare ai signori, e si contentavano del loro stato.
«Io dunque non domandai a mio padre nè il flauto nè il maestro; e
tornai tranquillamente alle mie occupazioni di scuola, di casa e di
campagna, rassegnandomi, sebbene a malincuore, a privare il mondo del
mio genio musicale.
«Un tratto fuori dal paese c’era un vecchio fabbricato, tra palazzo e
castello, di proprietà del marchese De Landi di Novara.
«Non sapevo come si componesse la famiglia; ma conoscevo il marchesino,
un ragazzo della mia età, superbioso e bello, circondato di servitori
e di maestri, che martirizzava coi suoi capricci. L’avevo veduto
molte volte in giardino a cavalcioni sulle spalle d’un povero vecchio,
che obbligava a star delle ore carponi per fargli da cavallo, e che
frustava come una bestia.
«Un giorno, sull’imbrunire, mio padre mi mandò a portare al castello,
come lo chiamavano in paese, una medicina che gli aveva ordinata il
marchese nel passare.
«Nell’avvicinarmi cominciai a sentire un suono che andò facendosi man
mano più distinto e chiaro.
«Erano delle scale eseguite sul flauto,
«Per entrare nel castello bisognava traversare un ponte, sul fossato
che lo circondava. Io era rimasto sbalordito sul ponte, quando vidi
uscire dalla corte il giardiniere e, tutto palpitante, gli domandai:
— «Chi è che suona?
«Egli si fermò, e rispose:
— «È il marchesino che prende lezione di flauto.
«Tornai ad interrogarlo:
— «Comincia ora?
— «Chè! Sono due mesi che fa gli stessi urli. Non ne ha voglia. È
suo padre che vuol fargli imparare la musica ad ogni costo. E tutte
le sere, lassù, in quella sala al primo piano, dove vede il lume, il
povero maestro, venuto apposta da Novara, ci rimette tanto di fiato con
quello zuccone da marchesino.
«Consegnai la medicina al giardiniere, poi tornai a varcare il ponte,
e feci il giro del castello fuori dal fossato, fissando sempre quella
finestra illuminata, ed ascoltando con amore quell’orrore di scala
stonata.
«Un lungo e forte ramo d’ippocastano, che sporgeva traverso il fossato,
andava a finire dinanzi alla finestra, e ne velava e frastagliava la
luce.
«Ero sveltissimo, per la lunga pratica di arrampicarmi sugli alberi in
cerca di nidi.
«Pensai d’arrampicarmi al tronco forte dell’ipocastano, che sorgeva
sulla strada, e giunto in cima, di strisciarmi su quel ramo sporgente,
e così spingermi fin dinanzi alla finestra, per vedere come si desse
una lezione di flauto.
«La cosa mi riescì facile. Quel ramo pareva steso là apposta per me.
Vedevo benissimo ogni cosa. Il marchesino stava in piedi dinanzi ad un
leggìo sul quale c’era la musica. Il maestro era in piedi anche lui,
dall’altro lato del leggìo, e senza musica.
«Pare che lui non ne avesse bisogno.
«Avevano un flauto ciascuno. Il marchesino cominciava la scala,
e, quando sbagliava, il maestro lo interrompeva per correggerlo, e
ripeteva lui la parte sbagliata, che l’altro tornava a ripetere, il più
delle volte sbagliando ancora.
«Il maestro non s’impazientiva mai. Il marchesino sempre. Ad ogni
sbaglio scrollava le spalle, pestava i piedi, borbottava, andava
a sedere tutto imbronciato, e bisognava che il maestro andasse a
riprenderlo ed a pregarlo, per fargli ripigliar la lezione.
«Ero indignato di veder così male accolti i benefizi della Provvidenza,
e pensavo:
— «Se questa fortuna fosse toccata a me, chissà che progressi avrei già
fatti, chissà che maestro riescirei!
«E, tornato a casa, guardavo con disprezzo i vasi e le ampolle della
farmacia; mi sentivo artista.
«La notte, che è la madre dei consigli, me ne suggerì uno famoso.
«Dacchè c’era quel ramo d’ippocastano, da dove potevo assistere alla
lezione di flauto, perchè non ne profitterei?
«Era tutto un avvenire musicale che mi si parava dinanzi, e la sera
stessa mi trovai al mio alto posto d’osservazione, munito del mio
flauto, all’ora della lezione.
«Non che m’illudessi di poter sonare anch’io.
«Sarei stato scoperto, e cacciato via, per conseguenza, come un intruso.
«Ma mi proponevo d’imitare in silenzio la mimica del maestro, cavandone
quel tanto di utile che era possibile, il movimento delle dita, la
misura del tempo.... A casa poi, proverei ad eseguire la stessa manovra
emettendo i suoni.
«Quest’idea, che sembra una fola, ebbi il coraggio di metterla in
pratica.
«Era d’estate, avevo allora dai tredici ai quattordici anni, e la
sera, dopo la cena, mio padre mi concedeva un paio d’ore di libertà per
andare a passeggiare.
«Io, invece, correvo alla mia strana lezione di flauto, e mi pareva
di cavarne molto vantaggio, e d’essere già avviato sul sentiero della
gloria.
«Se soltanto avessi avuto un flauto meno scellerato, o almeno moderno!
«Ma era uno di quegli strumenti del secolo passato, con due sole
chiavi, mentre il maestro ed il marchesino studiavano con due bei
flauti moderni, di quelli inventati appunto allora, circa il 1812, che
hanno più di sedici chiavi.
«Si può figurarsi come il mio studio riuscisse difficile e pieno di
lacune!
«Avrei dato la mia parte di paradiso, per possedere un flauto con tutte
quelle chiavi lucenti.
«Una sera, ero alla mia decima lezione sul ramo d’ippocastano, che
sovrastava al sentiero sabbioso del giardino, quando il marchesino,
irritato da un esercizio che assolutamente non gli riesciva, dopo
averlo ripetuto tre o quattro volte, si mise a picchiare i piedi, a
gesticolare, come dichiarando che non voleva più saperne.
«Io udiva soltanto la voce stizzosa; non ero abbastanza vicino per
capir le parole.
Ad un tratto buttò il flauto sul leggìo, ed andò a sedere sul solito
divano, nascondendo il volto nei cuscini, e facendo spalluccie
dispettosamente.
«Il maestro, paziente come un santo, prese lo strumento, ed andò
accanto all’allievo, accarezzandogli le spalle, e parlandogli con tono
persuasivo.
«Allora il marchesino alzò il volto rosso dall’ira, afferrò il flauto,
e, strappandolo con mal garbo dalle mani del maestro, corse alla
finestra e lo scaraventò giù gridando:
— «Va’ al diavolo! Non sonerò mai più!
«Al rumore secco del flauto caduto sulla sabbia, seguì un altro rumore
sordo, come un tonfo.
«Ecco che cos’era accaduto:
«Alla vista di quel bel flauto, tanto desiderato, laggiù in terra,
io non avevo ragionato più; ed impazzito dal desiderio di possederlo,
avevo spiccato il salto dal ramo dove ero seduto, ed ero piombato in
giardino.
«Dalla finestra dove il maestro si era affacciato, partì un grido di
terrore.
«Un minuto dopo mi sentii sollevare pietosamente, ed aprendo gli
occhi, vidi, nella penombra d’una sera senza luna, il maestro ed il
marchesino, che mi reggevano, pallidi dalla paura. Il marchesino non
era più superbioso.
«Per fortuna, dalla finestra del primo piano, il salto non era stato
alto, ed anzi, passato il primo sbalordimento, mi parve di non essermi
fatto nessun male.
«Fu soltanto quando vollero rialzarmi, che mi accorsi d’avere una
gamba, che non mi reggeva, e che era rotta.
«Il marchesino voleva portarmi al castello, ma il maestro ed il
marchese, che era accorso anche lui, dissero che si troverebbe più
pronto il soccorso portandomi alla farmacia di mio padre.
«Là fui accolto da rimproveri per la mia sbadataggine, che velavano
male il turbamento e l’angoscia de’ miei poveri genitori, punto
carezzevoli, ma in fondo amorosissimi.
«Ma questo non c’entra con la mia storia.
«Il maestro ed il marchesino erano stati colpiti all’udire che la
passione della musica m’aveva spinto a salire sull’albero, ed a saltar
giù; e pensarono, come gli altri, che dovevo avere delle attitudini
eccezionali per la musica e che non si dovevano trascurare.
«Mio padre si stringeva nelle spalle, e diceva che avrebbe preferito
che avessi delle attitudini per la farmacia.
«Ma il marchesino insisteva a volermi regalare il suo flauto; forse
per liberarsene. Il maestro si offriva di darmi lezione per nulla; il
marchese protestava che lo pagherebbe lui, ed allora mio padre disse:
— «No, no. Se mio figlio deve prendere queste lezioni, voglio
pagarle io. Me le metta meno che può, maestro, perchè sono un povero
farmacista... Ma voglio pagarle.
«Ed infatti, appena la mia gamba fu guarita, ci mettemmo, il maestro
ed io, con uno zelo, un ardore straordinario, a sviluppare il mio genio
musicale.
«Ma, pur troppo, quel genio non c’era. Il mio amore per l’arte, era un
amore non corrisposto.
«Dopo aver soffiato dei mesi nel flauto del marchesino, non avevo
fatto più progressi di lui. Il maestro, mortificato del granchio che
aveva preso, e troppo coscienzioso per continuare a farsi pagare delle
lezioni inutili, si licenziò con bel garbo, consigliandomi di tornare
alla farmacia.
«Ed io, ostinandomi a consacrare al flauto tutte le ore che avevo
libere, mettendoci tutto l’entusiasmo che avevo in cuore per la
musica, riescii a stento a sonare, con qualche stonatura, la canzone
piagnucolosa del vecchio Lavatelli, e, più tardi, la _Marsigliese_.
_Come il nonno imparò a farsi la barba_
Quando il nonno usciva dalla sua camera dopo essersi fatta la barba,
aveva sempre sulle guancie, sul mento, sotto il naso, da una parte o
dall’altra del viso, qualche strisciolina di sangue, come un filo di
seta rossa. E noi gridavamo:
— Oh, nonno! S’è tagliato?
Egli si stropicciava il viso con una mano, domandando:
— Dove?
E soltanto quando ritirava la mano, guardandola da lontano come fanno i
presbiti, e la vedeva macchiata di sangue, diceva:
— Già! è vero.
A noi faceva una gran meraviglia che si tagliasse così senza sentir
dolore. Dovevano essere delle ferite a fior di pelle; ed infatti si
rimarginavano subito e non lasciavano traccia.
Però mio fratello rabbrividiva al vederle, e diceva:
— Io, quando avrò la barba, me la farò fare dal barbiere; da un buon
barbiere.
Questa, d’avere la barba e di farsela fare, era una manìa, che aveva
invaso Mario appena s’era messo gli abiti da uomo, a dieci anni; ed
erano circa sei anni che vagheggiava quell’ideale, e faceva, con le
dita al di sopra della bocca, l’atto d’aricciarsi dei baffi immaginari.
Finalmente, verso il diciassettesimo anno, cominciò a spuntargli una
peluria bruna al di sopra del labbro superiore, una sfumatura, della
quale egli andava oltremodo superbo.