[1] Giovanni Scoto Erigena nacque in Irlanda (Scotia major) sul
cominciare del secolo nono. Carlo il Calvo non molto dopo il suo
innalzamento al trono (843) lo chiamò a dirigere la scuola palatina, e
più tardi gli commise di tradurre dal greco le opere del pseudo Dionigi
l'Areopagita. Indarno il papa Niccolò I si dolse che questa traduzione
fosse pubblicata prima di venire sottoposta alla censura. Scoto morì
in Francia intorno all'anno 877. Secondo l'Hauréau la fine tragica in
Inghilterra attribuitagli dagli storici è una favola nata dallo scambio
di due omonimi.
[2] Le immagini adoperate da Scoto sono tutte improntate all'emanatismo
neoplatonico. _De divis. nat._, IV, 5: pag. 311 Est autem generalissima
quaedam et communis omnium natura, ab uno omnium principio creata; ex
qua veluti amplissimo fonte per poros occultos corporales creaturae
velut quidam rivuli derivantur, et in diversas formas singularum rerum
eructant. Nè crediate che questa _communis natura_ sia una cosa diversa
dal _principium_. Basterebbero tra mille questi due passi a mostrarne
l'identità, III, 23: pag. 249 Creatur enim a se ipsa in primordialibus
causis, ac per hoc se ipsam creat, hoc est in suis theophaniis incipit
apparere, ex occultissimis naturae suae sinibus volens emergere III,
17: pag. 238 Proinde non duo a se ipsis distantia debemus intelligere
Dominum et creaturam, sed unum et id ipsum. Nam et creatura in Deo est
subsistens, et Deus in creatura mirabili et ineffabili modo creatur....
omnia creans in omnibus creatum, et omnium factor factum in omnibus.
Scoto Erigena è il primo rappresentante di quell'indirizzo filosofico,
che attribuisce una realtà a sè ai concetti universali. Ac per hoc
intelligitur quod ars illa, quae dividit genera in species, et species
in genera resolvit, non ab humanis machinationibus sit facta, sed in
natura rerum ab auctore omnium artium, quae vero artes sunt, condita.
_De divis. nat._, IV, 4, pag. 310. Cito l'ediz. del 1838 pubblicata in
Münster.
[3] ANSELM. _De fide Trinit._, cap. 2. Illi utique nostri temporis
dialectici imo dialectice haeretici, qui non nisi flatum vocis putant
esse universales substantias. Non metto in dubbio che l'espressione
_flatus vocis_ sia stata usata da Roscellino, il quale nella
disputa contro i Realisti ebbe i suoi buoni motivi di opporre ad
un'affermazione assoluta un'assoluta negazione. Dal che non segue
però che si debba intendere alla lettera questa espressione polemica,
come se Roscellino tenga gli universali per puri nomi, ai quali non
corrisponda neanche un concetto.
[4] ABELARDO nel trattato _De Divis. et definit._ (_Ouv. inéd.
d'Abélard_, pars V. Cousin, 1836, p. 471). Fuit autem, memini, magistri
nostri Roscellini tam insana sententia, ut nullam rem partibus constare
vellet sed sicut solis vocibus species, ita et partes adscribebat.
In altre parole la scomposizione del tutto nelle sue parti (quando la
totalità è organica), è un processo puramente intellettivo. In realtà
non si può staccare una parte dall'altra senza distruggere la parte
stessa, come ad esempio un membro divelto dall'organismo non è più cosa
vivente, ma materia inerte. Ma se si considera la cosa più da vicino,
il vero nominalista non può ammettere questa forza misteriosa, che
conferisce alle parti un nuovo valore, e le trasforma in membra vive
di una totalità ideale. Il vero indivisibile per il nominalista non è
dunque il tutto, ma ciò che non ha parti di sorta. Questo è lo schietto
individuo, ente semplice, che resta sempre eguale a sè medesimo, benchè
la mente nostra guardandolo da varî aspetti, possa artificiosamente
dividerlo in altrettante porzioni.
[5] S. Tommaso nella _Summa Theolog._ I, _Quaest._ II, art. 1, ricorda
evidentemente il celebre argomento di S. Anselmo: Sed intellecto quid
significet hoc nomen _Deus_, statim habetur quod Deus est. Significatur
enim hoc nomine id quo majus significari non potest: majus autem est
quod est in re et in intellectu, quam quod est in intellectu tantum:
unde cum intellecto hoc nomine _Deus_, statim sit in intellectu,
sequitur etiam quod sit in re. E lo combatte in questo modo: forte ille
qui audit hoc nomen _Deus_ non intelliget significari aliquid, quo
majus cogitari non possit, cum quidam crediderint Deum esse corpus.
Dato etiam quod quilibet intelligat hoc nomine _Deus_ significari
hoc quod dicitur, scilicet illud quo majus cogitari non potest, non
tamen propter hoc sequitur quod intelligat id quod significatur per
nomen, esse in rerum natura sed in apprehensione intellectus tantum.
All'Aquinate non isfuggirono certo i pericoli dell'identificazione
del reale coll'ideale, e di quel semirazionalismo che ne era la
conseguenza, ed il meglio che potesse vi si oppose. Valga ad esempio
il confronto delle due interpretazioni del domma della Trinità. S.
Anselmo nel _Monol._ cap. 47, scrive: At si ipsa substantia Patris
est intelligentia, et scientia, et sapientia et veritas, consequenter
colligitur quia sicut Filius est intelligentia et scientia et sapientia
et veritas paternae substantiae, ita est intelligentia intelligentiae,
scientia scientiae. Cap. 49: Quam enim absurde negetur summus spiritus
se amare sicut sui memor est, et se intelliget!.... otiosa namque et
penitus inutilis est memoria et intelligentia cujuslibet rei, nisi
prout ratio exigit, res ipsa ametur vel reprobetur. La qual dottrina
mena a questo risultato, che non solo l'essenza, ma anche le funzioni
delle tre persone sono identiche; onde se è salva l'unità di natura,
corre pericolo la trina distinzione, o per parlare il linguaggio di S.
Tommaso: Sed secundum Anselmum sicut Pater est intelligens et Filius
est intelligens, et Spiritus Sanctus est intelligens; ita Pater est
dicens, Filius est dicens, et Spiritus Sanctus est dicens, et similiter
quilibet eorum dicitur. Ergo nomen Verbi _essentialiter_ dicitur in
divinis et non _personaliter_. Il che non è vero, perchè sicut Verbum
non est commune Patri et Filio et Spiritui Sancto ita non est verum
quod Pater et Filius et Spiritus Sanctus sint _unus dicens_ (_S.
T._, I, quaest. XXXIV, art. 1). Questa risposta mostra il metodo di
S. Tommaso, che è tutto fondato sull'autorità. Se nei libri canonici
è scritto il Verbo non esser comune al Padre ed allo Spirito, la
relazione, che viene rappresentata dal Verbo, non può attribuirsi alle
altre persone. E qualunque sieno i bisogni della Ragione debbono tacere
innanzi alla sacra testimonianza, la quale sola ci può dar contezza dei
misteri divini. Per rationem igitur naturalem cognosci possunt de Deo
ea quae pertinent ad unitatem essentiae, non autem ea quae pertinent ad
distinctionem personarum (Ivi, qu. XXXII, art. 1).
[6] SCOTO ERIG., _De divis. nat._, II, 22, pag. 124. Patri dat
(Theologia) omnia facere, Verbo dat omnes.... primordiales rerum
causas aeternaliter fieri: Spiritui dat ipsas primordiales causas in
Verbo factas in effectus suos foecundatas distribuere. V, 25, pag.
479. Ac si aperte diceret: Si Dei sapientia in effectus causarum, quae
in ea aeternaliter vivunt, non descenderet, causarum ratio periret;
pereuntibus enim causarum effectibus nulla causa remaneret, sicuti
pereuntibus causis nulli remanerent effectus.
[7] Molti scrittori distinguono il nominalismo di Roscellino dal
concettualismo di Abelardo riferendosi al noto passo di Giovanni
Saresberiense (_Metalogicus_, II, 17, pag. 814, Amstelaedami 1664)
alius sermones intuetur et ad illos detorquet quicquid alicubi
meminit scriptum; in hac autem opinione deprehensus est Peripateticus
Palatinus, Abaelardus noster. La testimonianza di Giovanni (nato a
Salisbury intorno al 1110 o 20, morto vescovo di Chartres nel 1180)
è molto importante, comecchè ei fusse discepolo di Abelardo tra il
1136 e il 1148, e degli scrittori di quell'età l'unico che studiasse
di giudicare spassionatamente le opposte scuole, senza abbracciarne
alcuna. È da supporre adunque che una differenza interceda tra il
nominalismo di Roscellino e il concettualismo di Abelardo. Il primo
per opporsi bruscamente ai realisti disse gli universali pure voci,
senza ricercare nè se a questi nomi corrispondano concetti determinati,
nè se questi concetti sieno formati dalla nostra mente in un modo
arbitrario ovvero necessariamente. Abelardo definì meglio la dottrina
nominalistica riempiendo questi vuoti. Gli universali _ut sic_ non sono
entità reali, bensì concetti che il nostro intelletto non può a meno di
formare sulla scorta dei reali rapporti di somiglianza ed affinità tra
i varî esseri della natura.
[8] Vedi la commovente confessione ad Eloisa che comincia: Heloisa
quondam mihi in seculo cara, nunc in Christo carissima. (_Opp._, ed.
Cousin, I, 680).
[9] Roscellino, non ammettendo altre realtà dagli individui in fuori,
dovea profondamente modificare il senso tradizionale del domma della
Trinità. E gli erano aperte due vie. O far ritorno al monoteismo
ebraico, tenendo la distinzione delle persone per un fatto subbiettivo
nato dalla necessità in cui si trova l'intelletto nostro di guardare da
tre aspetti diversi ciò che pure è uno in sè; ovvero fare delle persone
tre individui distinti, la cui unità, puramente nominale, stia nella
conformità perfetta dei pensieri e voleri. Quest'ultimo partito sceglie
Roscellino, come ne attesta Sant'Anselmo _De fide Trin._ c. 3. Tres
personae sunt tres res sicut tres angeli aut tres animae, ita animae,
ut voluntas et potentia omnino sint idem. L'eresia dunque di Roscellino
è il Triteismo di Giovanni Filopono non certo il Monarchianismo di
Sabellio.
[10] S. Bernardo nella lettera a Innocenzo II (Ep. 330) chiama Abelardo
Pier Dragone per metterlo a paro con Pierleone, l'antipapa Anacleto.
Evasimus rugitum Petri Leonis, sedem Simonis Petri occupantem; sed
Petrum Draconem incurrimus, fidem Simonis Petri impugnantem. Gioco di
parole, che delicatamente ricordava al Papa i servigi prestati al tempo
dello scisma. V. lett. 189. Leonem evasimus sed incidimus in draconem,
qui non minus forsan nocet in insidiis quam ille rugiens de excelso.
[11] _Introd. ad Theolog._, _Opp._, ed. Cousin, Parigi 1859, II,
pag. 78. Nec quia Deus id dixerat creditur, sed quia hoc sic esse
convincitur, recipitur.... At nunquam, si fidei nostrae primordia
statim meritum non habent, ideo ipsa prorsus inutilis est judicanda,
quam postmodum charitas subsecuta obtinet, quod illi defuerat.... Nec
quod levitate geritur, stabilitate firmabitur. Unde et in Ecclesiastico
scriptum est: Qui cito credit levis est corde et minorabitur.
[12] Op. cit., pag. 12 Videtur autem nobis suprapositis trium
personarum nominibus summi boni perfectio diligentur esse descripta....
Patris quippe nomini divinae magistratis potentia designatur,
qua videlicet quidquid velit efficere possit.... Filii vero Verbi
appellatone sapientia Dei significatur quia scilicet cuncta discernere
valeat, ut in nullo penitus decipi queat. At vero Spiritus Sancti
vocabulo ipsa ejus charitas seu benignitas exprimitur, qua videlicet
optime cuncta vult fieri seu disponi. Lo Spirito Santo non vuol
dire un rapporto di Dio a sè medesimo, ma ad altro. _Introd._ pag.
101: Procedere quod est Deum se per caritatem ad alternum extendere.
Quodammodo enim per amorem unusquisque ad alterum procedit, cum proprie
nemo ad seipsum caritatem habere dicatur. Notisi anche questo passo che
pare scritto dall'Erigena. _Theol. Christ._, I, 5, pag. 379: Bene autem
Spiritum Sanctum animam mundi, quasi vitam universitatis Plato posuit.
Quest'ultima opinione, così acerbamente censurata da S. Bernardo
(Lettera citata: Dum multum sudat quommodo Platonem faciat christianum,
se probat ethnicum) fu tolta a principale argomento d'accusa nel
Concilio di Sens, e poi sconfessata da Abelardo nel trattato _De
divisione et definitione_ (_Ouvrages inédites d'Abélard_ par V. Cousin,
Paris 1836, p. 475). Sed haec quidem fides platonica ex eo erronea
esse convincitur quod illam quam mundi animam vocat, non coeternam Deo
sed a Deo, more creaturarum, originem habere concedit. Spiritus enim
Sanctus ita in perfectione divinae Trinitatis consistit, ut tara Patri
quam Filio consubstantialis et coaequalis et coaeternus esse a nulla
fidelium dubitetur. Dal che il Cousin ha benissimo dedotto che questo
trattato è posteriore alla _Teologia_, e scritto dopo il Concilio di
Sens. Il libro dunque della _Dialettica_ citato nella _Teologia_ non
può essere questo _de divisione_ pubblicato dal Cousin.
[13] _Theolog. christ._, V, pag. 566: Necessario itaque Deus mundum
esse voluit, nec otiosus extitit, quia eum priusquam fecit facere non
potuit.
[14] _Comm. in Epist. ad Rom._, II, pag. 238: Magis hoc ad poenam
peccati,... quam ad culpam animi et contemptum Dei referendum videtur.
Imperocchè (_Eth._, c. 13, pag. 615) non est peccatum nisi contra
conscientiam. In questo punto (sia detto per incidenza) Abelardo
rasenta il Kant (_Eth._, cap. 7): Opera omnia in se indifferentia sunt
nec nisi pro intentione agentis vel bona vel mala dicenda sunt.
[15] _Comm. in Epist. ad Rom._, II, pag. 207: Est illa summa in nobis
per passionem Christi dilectio, quae non solum a servitute peccati
liberat, sed veram nobis filiorum Dei libertatem acquirit; ut amore
ejus potius quam timore cuncta impleamus.
[16] _Theol. Christ._, I, 2.
[17] Sui fratelli Thierry e Bernardo, bretoni, nati a Moclan presso
Quimperlé, vedi HAURÉAU, _Histoire de la Phil. scolastique_, Première
partie, Paris 1872, pag. 392. L'Hauréau ha dimostrato che il vero
autore del rinnovato realismo è Thierry, e che Bernardo nell'opera
sua, recentemente pubblicata dal Barach (_Bernardi Silvestris De mundi
universitate libri duo seu Megocosmus et Microcosmus_, Innsbruck 1876)
non fa se non una parafrasi poetica delle dottrine insegnategli dal
fratello. Lo scritto di Thierry intitolato _De sex dierum operibus_ ci
è pervenuto mutilato, non più che il primo libro e parte del secondo,
tuttora inediti. Dai frammenti pubblicati dall'Hauréau riproduco
questo che espone in forma concisa il più schietto panteismo (pag.
402): Unitas ipsa divinitas est. At divinitas singulis rebus forma
essendi est, nam sicut aliquod ex luce lucidum est, vel ex calore
calidum, ita singulae res ex divinitate esse suum sortiuntur. Unde Deus
totus et essentialiter ubique esse vere perhibetur, unde vere dicitur
omne quod est ideo est quia unum est. Bernardo nel _Megocosmo_ non è
meno esplicito (Barach. pag. 30). Rerum porro universitas mundus nec
invalida senectute decrepitus, nec supremo est obitu dissolvendus, cum
de opifice causaque operis, utrisque sempiternis, de materia formaque
materiae, utrisque perpetuis, ratio cesserit permanendi. Usia namque
primarie aeviterna, et perseveratio fecunda pluralitatis simplicitas.
Una est, sola est, ex se vel in se tota natura Dei. E qui torna la
vecchia imagine neoplatonica già usata da Thierry. Ex ea igitur luce
inaccessibili splender radiatus emicuit.... Bernardo nato forse un
dieci anni più tardi di Guglielmo di Champeaux (intorno al 1080) gli
sopravvisse circa quaranta. Guglielmo morì nel 1121, Bernardo il 1161,
diciannove anni più tardi di Abelardo, del quale una tradizione lo fa
scolare (CHARLES DE REMUSAT, _Abélard_, I, 272).
[18] Guglielmo nato a Conches in Normandia, insegnò per lungo tempo
a Parigi, ove morì nel 1154. Oltre al commento del Timeo e del
_De Consolatione_ di Boezio scrisse la _Philosophia mundi_, che fu
pubblicata sotto il nome di Beda nelle opere di questo padre, e sotto
il nome di Onorato d'Autun nel tom. XX della _Maxima Bibliotheca
patrum_. Se Guglielmo fosse stato conseguente a sè medesimo, avrebbe
dovuto, come bene avverte l'Hauréau, fare una confessione panteistica
non diversa da quella di Thierry e Bernardo. In verità se lo Spirito
Santo è l'anima del mondo, altrettanto deve dirsi di Dio Padre, con
cui lo Spirito è tutt'uno in essenza. Ma Guglielmo non che ridursi
a questo stremo, difende invece con grave inconseguenza il dualismo
ortodosso. E vedi stranezza di casi! Mentre i fratelli Carnotensi
non patirono nessun danno delle loro audaci e franche rivelazioni, il
filosofo di Conches per lo contrario, molto più timido e circospetto
di loro, fu fatto segno agli assalti dei zelanti. A capo dei quali si
mise Guglielmo di S. Thierry, cui si aggiunse Gualtiero da S. Victor,
ed entrambi chiamarono in aiuto S. Bernardo, per ischiacciare il capo
del nuovo basilisco, che era pur mo' nato dal triste seme dell'antico.
Però non fu convocato un concilio, bensì s'impose all'accusato la
pronta ritrattazione, che ei fece nel dialogo intitolato _Dragmaticon
Philosophiae_ (HAURÉAU, I, pag. 432).
[19] Gilberto, nato a Poitiers, era nel 1135 cancelliere della chiesa
di Chartres. Nel 1140 scolastico di S. Ilario in Poitiers, e l'anno
appresso vescovo di quella diocesi. Il suo libro _Dei sei principii_
che tratta diffusamente delle sei ultime categorie toccate di volo
da Aristotile, ebbe tal successo, che fino al secolo XVI fu sempre
unito al pari dell'Isagoge porfiriana al trattato aristotelico. Nel
commento al _De Trinitate_ del pseudo Boezio è svolta la dottrina
realistica, che il contemporaneo Giovanni di Salisbury espone nel
seguente modo (_Metal._, II, 17, pag. 817): Est autem forma nativa
originalis exemplum, et quae non in mente Dei consistit, sed in
rebus creatis inhaeret. Haec greco eloquio dicitur εῖδος habens se ad
idaeam ut exemplum ad exemplar; sensibilis quidem in re sensibili,
sed mente concipitur insensibilis; singularis quoque in singulis,
sed in omnibus universalis. Queste forme sono la vera realtà, e non
sono esse nelle cose, ma piuttosto le cose in loro. Egli è ben certo
che nel nostro mondo la forma non si può staccare dalla materia se
non mentalmente; onde i due fattori sono talmente intrinsecati, da
poter chiamare sensibile o singola la forma, in quanto si manifesta
e determina nelle cose individuali. Ma badiamo bene, l'individuo
non è nulla di originario, bensì il risultato della complicazione
di fattori universali. La saggezza, la forza d'animo, la figura di
Sileno ecc., formano quel tutto che si chiama Socrate, ma ciascuno
di questi fattori considerato da per sè è un universale che può
trovarsi anche in Platone ed Aristotile. Questo tutto così composto
si può dire _substans_, in quanto è il soggetto degli accidenti; il
che non importa che sia la vera sostanza, perchè anzi in tanto esiste
in quanto ha per sè una parte di quell'ουσία che è l'universale.
L'applicazione teologica è la seguente, che io tolgo dall'Hauréau
pag. 472: Dieu est ainsi que Socrate un individue du genre de la
substance; et comme la raison d'être de Socrate est l'humanité qui
vit en lui, de même doit-on distinguer ce qui est Dieu, ce Dieu, de
la forme essentielle qui est la Divinité. Même raisonnement sur les
personnes divines. Elles se distinguent de l'essence et cependant elles
participent non seulement de la même essence, mais encore de la même
subsistance. Ce parquoi les personnes diffèrent entre elles est en
elles un principe di distinction formelle. In altre parole Dio come
tutti gl'individui risulta da fattori od elementi universali. Uno di
questi elementi è il predominante, e costituisce l'essenza di Dio,
o la deità, analogo a quello che in Socrate chiamiamo l'umanità. Ma
come in Socrate distinguiamo anche la saggezza, la forza di volontà e
simili, così in Dio distinguiamo le persone. Il principio adunque di
questa distinzione s'ha da trovare in altri fattori universali, non in
quello che diremmo centrale, e costituisce l'unità di essenza. Quamvis
enim in eo, quo sunt, i. e. essentia, quae de illis praedicatur sit
eorum indifferentia, est tamen ipsorum per quaedam, quae de uno dici
non possunt, ideoqui quae de diversis dici necesse est, differentia.
Questa dottrina non parve meno sospetta delle precedenti. Nel 1146 due
arcidiaconi di Gilberto Calon e Arnauld lo denunziarono come eretico al
Papa Eugenio III. Il quale nel suo viaggio in Francia nel 1148 tenne
un concilio, ove intervenne da promotore il terribile S. Bernardo.
Quattro proposizioni sospette, tolte dai libri di Gilberto, furono
sconfessate, ma non per questo si approvarono le quattro opposte di
S. Bernardo. Bensì furono sottoposte ad esame pochi giorni dopo nel
concilio trasferitosi a Reims, e dopo molte concessioni reciproche si
venne a tali formole, che sebbene suonassero censure per Gilberto, pure
non si sapeva con certezza qual parte avesse vinto se l'accusatore, o
l'accusato. Gilberto morì nel 1154.
[20] Ugo (1096-1141) ebbe a scolare Riccardo († 1173). Ed entrambi si
chiamano vittorini dall'abbazia di S. Victor in Parigi di cui facean
parte. Gualtiero abbate della stessa abbazia secondo Buleo (_Hist.
univ. paris._, I, pag. 404) scrisse: contra manifestas et damnatas
etiam in Conciliis haereses, quas sophistae Abaelardus, Lambardus,
Petrus Pictavinus et Gilbertus Porretanus, quatuor labyrinti Franciae,
uno spirito aristotelico afflati, libris sententiam suorum acuunt,
limant, roborant. Visse intorno al 1180. Vedi FABRIC., a. q. n.
[21] Pietro Lombardo da Lumello morto vescovo di Parigi nel 1164. Nel
1152 pubblicò il _Liber sententiarum_, che fece poi da testo nelle
scuole teologiche. Prima di lui Ugo da S. Vittore avea pubblicata
la _Summa sententiarum sive eruditionis theologicae_. (_Opp._, ed.
Rotomagi, 1648, III, 417-472). E dopo di lui Pietro di Poitiers,
suo discepolo (morto arcivescovo nel 1205) scrisse _quinque libros
sententiarum_. (FABRICIO, ed. fior., V, 258).
[22] Giovanni da Salisbury nato tra il 1110 e il 1120, morto vescovo
di Chartres nel 1180. I due noti libri il _Policraticus_ ed il
_Metalogicus_ furon pubblicati nel 1159 secondo lo Schaarschmidt
(Iohannes Sarisberiens. pag. 143 e 211). Lo stesso autore giustamente
osserva (pag. 84): Grade darauf beruht ein grosser Theil des
Interesses, welches man an ihm nehmen muss, dass er sich von der
unerquicklichen Modewissenschaft der gelehrten Schulen seiner Zeit,
der disputirenden Dialektik, zu den Alten als einer reineren Quelle der
Geistebildung gewandt hat, und ein Vorläufer des Humanismus die Früchte
dieser seiner classischen Studien in eigene Leistungen darzulegen
und auszupragen bestrebt ist. (pag. 313).... von der Unzulänglichkeit
unseres Erkennens in Bezug auf die hochsten Fragen durchdrungen, immer
auf das praktische Gebiet der Ethik hinuber eilte. Che Giovanni penda
per la Filosofia accademica V. _Polic._, VII, 1 e 2; 11, 22; _Metal._,
11, 14; IV, 20.
[23] Le opinioni filosofiche di Averroè s'accordavano tanto poco col
dommatismo religioso, che la sua alta posizione sociale di Kadì di
Cordova, e la fama che s'era acquistata colle sue faticose opere non
lo salvarono dalle persecuzioni dei fanatici.[24] Il re Almançour,
tolte al vecchio filosofo tutte le dignità da lui stesso e dal suo
predecessore conferitegli, lo relegò in Lucera presso Cordova; e
benchè per intercessione altrui gli permettesse di far ritorno in
Marocco, gl'ingiunse pertanto di passarvi il resto dei suoi giorni
nell'isolamento, e come in reclusione. Da quel tempo Averroè non si
mosse più dalla capitale, dove, affranto dal destino morì nel 1198,
in età di settantadue anni. (Era nato a Cordova nel 1126). Il MUNK
(_Mélanges de philosophie juive et arabe_, pag. 455-56) espone in
questi termini le opinioni del filosofo arabo: Malgré ses opinions
si peu d'accord avec ses croyances religieuses, Ibn-Roschd tenait a
passer pour bon musulman. Selon lui les vérités philosophiques sont
le but plus élevé, que l'homme puisse atteindre, mais il n'y a que peu
d'hommes qui puissent y parvenir par la spéculation et les révélations
prophétiques, qui étaient nécessaires pour répandre parmi les hommes
les vérités éternelles, également proclamées par la religion et la
philosophie. Nous devons tous dans notre jeunesse nous laisser guider
par la religion et suivre strictement ses préceptes; et si plus tard,
nous arrivons à comprendre les hautes vérités de la religion par la
voie de la spéculation, nous ne devons pas dédaigner les doctrines
et les préceptes dans lesquels nous avons été élevés. Intorno
agl'indifferenti riscontra REUTER, _Geschichte der relig. Aufklärung im
Mittelalter_, II, 133 e segg.
[24] Sul fanatismo dei Musulmani occidentali molto superiore a quello
degli occidentali vedi DOZY, _Hist. de l'Islamisme_, Paris 1879, pag.
340 e segg.
[25] Sull'importanza che ebbe nel secolo XIII il _Fons vitae_
dell'Avicebronio il Munk, op. cit. pag. 151, dice: Il paraît avoir
exercé une influence notable dans les écoles chrétiennes et avoir donné
naissance à des doctrines hétérodoxes que les théologiens jugeaient
assez redoutables pour s'armer contre elles de tous les arguments que
leur fournissaient les dogmes religieux et une dialectique subtile.
Les fréquentes citations du livre _Fons vitae_ que nous rencontrons
notamment dans les ouvrages d'Albert le grand et de S. Thomas d'Aquin,
témoignent de la grande vogue qu'avait alors ce livre et de la profonde
sensation que faisaient les doctrines qui y étaient développées. Lo
stesso Munk fece l'importante scoperta che il creduto filosofo arabo
(moro dice Bruno), del quale nessuno sapeva dire quando e dove fosse
nato, è un poeta e filosofo ebraico ben noto, Salomon-Ibn-Gebirol,
nome che passando per le bocche dei latini si corruppe in Avicebronio,
nello stesso modo che Ibn-Roschd divenne Averroé, Ibn-Sina Avicenna. Il
y a peu de noms aussi populaires parmi le Juifs que celui de Salomon
ben-Gebirol; un grand nombre de ses hymnes se sont conservés jusqu'à
nos jours dans la liturgie sinagogale de tous les pays. Mais tout ce
que nous savons de certain sur sa vie, c'est qu'il était né à Malaga
et qu'il reçut son éducation a Saragosse, où il composa en 1045 un
petit traité de morale (pag. 155). La dottrina dell'Avicebronio,
venne compendiata da uno scrittore ebreo di nome Ibn Faléquera, il
quale tradusse dall'arabo i luoghi più importanti dei 5 libri del
_Fons vitae_, che gli parvero contenere tutto il sistema. E dalla
traduzione di questo compendio, e dall'analisi del manoscritto latino
del _Fons vitae_, trovato dal Munk nella biblioteca parigina s'attinge
ora una notizia dell'Avicebronio molto più compiuta ed esatta che non
dalle citazioni dei dottori scolastici. On reconnait dans ce systême
l'influence de la doctrine des Alessandrins, et la philosophie de
Ibn-Gebirol, serait à peu près identique avec celle de Plotin et de
Proclus si, dominé par le dogme religieux, il n'avait pas cherché à
éviter les conséquences de ces doctrines panthéistes en se réfugiant
dans l'hypothèse de la volonté (pag. 231).
[26] Perversissimum dogma impii Amorici cujus mentem sic pater mendacii
excaecavit, ut ejus doctrina non tam haeretica censenda sit, quam
insana. (MANSI, XXII, 986).
[27] MARTÈNE, _Thesaurus_, IV, 166.
[28] Universos haereticos, quibuscumque nominibus censeantur, facies
quidem habentes diversas, sed caudas ad invicem collegatas. (MANSI, l.
c.).
[29] Moneantur saeculares potestates .... pro defensione fidei
praestent publice juramentum, quod de terris suae jurisdictioni
subjectis universos haereticos ab ecclesia denotatos bona fide
pro viribus exterminare studebunt .... Si vero dominus temporalis
requisitus et monitus ab ecclesia terram suam purgare neglexerit ab
hac haeretica foeditate .... excommunicationis vinculo innodetur. Et si
satisfacere contempserit infra annum, significetur hoc summo pontifici:
ut ex tunc ipse vassallos ab ejus fidelitate denunciet absolutos, et
terram exponat catholicis occupandam, qui eam exterminatis haereticis
sine ulla contradictione possideant, et in fidei puritate conservent.
Il canone del concilio lateranense contro l'eresia fu inserito nella
legge contro gli eretici, che pubblicò Federico II nel 22 novembre 1220
giorno della sua incoronazione. Quattro anni più tardi due altri editti
più severi (PIETRO DELLE VIGNE, _Lett._, I, ep. 25-27. MANSI, XXIII,
586).
[30] Sul valore di Vincenzo di Beauvais scrisse acute osservazioni il
BARTOLI nei _Precursori del Rinascimento_, pag. 29, e nella _Storia
della letteratura italiana_, I, pag. 245.
[31] Riscontrate il bellissimo capitolo del FIORENTINO sulla
scolastica, nella nota opera _Pietro Pompazzi_, pag. 124 e segg., e
dello stesso autore _Manuale di storia di Filosofia_, parte II, pag. 94
e segg. Inoltre RENAN, _Averroès et l'Averroisme_, pag. 225, 3ª ediz.
[32] Vedi RENAN, op. cit., pag. 301 e segg. Che l'Anticristo sia
messo come il rappresentante dello scisma si pare dall'affresco del
S. Petronio di Bologna, ove accanto a Maometto ed Averroè è messo
il capo dei nicolaiti, i quali non si confondevano nel medio evo
coi maomettani, come dice il Renan, bensì rappresentavano i preti
concubinarii, aspramente combattuti insieme ai simoniaci dalla chiesa
romana. L'affresco del Gaddi nel cappellone degli Spagnuoli in Santa
Maria Novella in luogo di Nicola ha Sabellio, che insieme ad Ario ed
Averroè vengono rappresentati come confusi e vinti dal loro grande
avversario. V. HETTNER, _Italienische Studien_, Braunschweig 1879, pag.
115.
[33] S. TOMMASO, _Summa contra Gentes_, 1, 26: Quod est commune multis,
non est aliquid praeter multa nisi sola ratione. Ivi 1, 65: Universalia
non sunt res subsistentes, sed habent esse solum in singularibus ut
probatur in VII met.
[34] S. TOMMASO, _De univ._ opusc. 50 ed. Parma 1864, tom. XVII, pag.
128 b. Et tangitur in hoc duplex esse universale: unum quod est in
rebus, aliud secundum quod est in anima. Et quantum ad istud esse quod
est rationis, habet rationem praedicabilis; quantum vero ad aliud
esse, est quaedam natura, et non est universale actu, sed potentia;
quia potentiam habet ut talis natura fiat universalis per actionem
intellectus, .... depurantis ipsam (naturam) a conditionibus quae sunt
hic et nunc.
[35] Cito il noto passo di ALBERTO MAGNO, _De natura et orig. animae_,
Tract. I, cap. II (_Opp._, Lugduni 1651, tom. V, pag. 186 b.): et tunc
resultant tria formarum genera; unum quidem ante rem existens, quod
est causa formativa rerum, praehabens simpliciter et immaterialiter et
immobiliter omnes diversitates formarum factorum materialiter; aliud
autem est ipsum genus formarum, quae fluctuant in materia et materiae
sunt perfectiones; tertium antem est genus formarum, quod abstrahente
intellectu separatur a rebus, secundum modum speciei et generis et
generalissimi in quolibet genere rerum. Et horum trium generum primum
quidem est ante rem, ut diximus. Secundum autem est in re .... tertium
autem est post rem.
[36] Anche ALBERTO MAGNO scrisse: De unitate intellectus contra
Averrhoem. OPP., V, 218-37.
[37] Vedi ZELLER, _Philosophie der Griechen_, II, 2^3 pag. 566-78.
[38] Nel principio del cap. 5 del lib. III _De anima_, 430 a 10-14
Aristotele dice: che poichè in tutta la natura occorrono differenze di
materia e forma potenza ed atto, si daranno anche nell'anima.
[39] _De an._ III, 5, pag. 430 a 23-25.
[40] AVICENNA, _De an._ cap. X, (Venezia 1546): Haec igitur manatio,
vel hoc a quo fit manatio, cum qua conjungitur anima, est substantia
intellectiva non corporea, neque in corpore; sed est existens per
se: quae inhaeret vel accidit vel assistit animae rationali, sicut
inhaeret lumen visui. Verum lumen confert vel tribuit cum semplicitate
essentiae suae visui virtutem super apprehensionem solum, et non formam
apprehensam; et haec substantia confert vel tribuit cum simplicitate
essentiae suae virtuti rationali virtutem super apprehensionem et facit
in ea advenire formas apprehensibiles etiam, sicut declaravimus.
[41] _Aristotelis De anima cum Averrois commentariis_, Venetiis 1562
fol. 149 v: Ex hoc dicto nos possumus opinari intellectum materialem
esse unicum in cunctis individuis. _Destr. destruct_ 1, dub. 8: prae
caeteris assimilatur lumini, et sicut lumen dividitur ad divisionem
corporum illuminatorum, deinde fit unum in ablatione corporum, sic
est res in animabus cum corporibus. Per tal guisa Averroè crede
di conciliare le due interpetrazioni di Alessandro d'Afrodisia
e di Temistio. Questi ha ragione di sostenere esser l'intelletto
attivo ed il passivo un solo e medesimo intelletto; ma ha torto
d'intrinsecarlo coll'anima individuale, nè per questo verso si può
dissentire dall'Afrodisio, a mente del quale il vero e compiuto
intelletto è esterno all'anima umana. Prendendo dunque dal Temistio
l'identificazione dei due intelletti, e dall'Afrodisio l'esteriorità
Averroè riesciva ad una dottrina psicologica di questa forma: Ciò
che v'ha d'individuale e di diverso negli uomini è la forma del corpo
organico, cioè l'anima come principio vitale. A quest'anima appartiene
il sentire, l'immaginare, ed anche una certa virtù valutativa. Ma
questo complesso di funzioni non forma ancora l'intelletto neanche in
potenza. Occorre l'opera di una causa esterna, dell'intelletto agente,
perchè da quella oscurità si sprigioni una scintilla, o in altre parole
perchè l'anima sia capace di nuove funzioni. Quindi anche l'intelletto
passivo è creazione dell'Intelletto agente. Formatasi questa nuova
potenza o l'intelletto passivo, si tradurrà in atto sotto l'influsso
permanente del νοῦς ποιητικὸς, e per tal guisa diverrà intelletto
acquisito.
[42] _Epit. meteor._ tr. 4: Intellectus autem agens ordinatur ex ultimo
horum in ordine, et ponamus ipsum esse motorem orbis Lunae.
[43] _Summa theol._, I, qu. 79, art. 3: Si noster intellectus agens
non esset aliquid animae, sed esset quaedam substantia separata,
unus esset intellectus agens omnium hominum, et hoc intelligunt qui
ponunt unitatem intellectus agentis. Si autem intellectus agens sit
aliquid animae, et quaedam virtus ipsius, necesse est dicere quod
sint plures intellectus agentes, secundum pluralitatem animarum, quae
multiplicantur secundum multiplicationem hominum.
[44] S. Tommaso nell'opuscolo citato _De Unitate intellectus_, ediz.
Parma, _Opp._, XVI, 217 a, dice: Se fosse vera la dottrina averroistica
sicut igitur paries non videt, sed videtur ejus color, ita videretur
quod homo non intelligeret, sed quod ejus phantasmata intelligerentur
ab intellectu possibili. Come si vede S. Tommaso combatte Averroè colle
stesse immagini da lui adoperate a colorire le proprie dottrine; nè a
torto conchiude: Impossibile est ergo quod hic homo intelligit secundum
positionem Averrois. E per conseguenza negato l'intelletto, gli si
negherà anche la volontà pag. 218 b et ita hic homo non erit dominus
sui actus .... quod est divellere principia moralis philosophiae.
[45] Anche S. Tommaso, sebbene con restrizione, ammette questo
(_S. t._, qu. 84, art. VII): Impossibile est intellectum, secundum
praesentis vitae statum, quo possibili corpori conjungitur, aliquid
intelligere in actu nisi convertendo se ad phantasmata.
[46] S. Tommaso da buon aristotelico non può ammettere l'assoluto
dualismo tra anima e corpo, chè in tal caso la loro unione sarebbe
affatto accidentale. In 111 Sent., dist. V, qu. 3, art. 2: si corpus
animae accidentaliter adveniret, unde hoc nomen _homo_, de cujus
intellectu est anima et corpus, non significaret unum per se, sed per
accidens, et ita non esset in genere substantiae. Altra conseguenza
assurda dell'assoluto dualismo (_S. t._, I, qu. 76, art. 6): Dicendum
quod si anima uniretur corpori solum ut motor, nihil prohiberet,
imo magis necessarium esset, esse aliquas dispositiones medias inter
animam et corpus. Contro questa separazione protesta pure l'esperienza
psichica. Ivi, qu. 75, art. 4: Ostensum est quod sentire non est
operatio animae tantum. Cum igitur sentire sit quaedam operatio hominis
licet non propria, manifestum est quod homo non est animo tantum, sed
aliquid compositum ex anima et corpore. Ivi, qu. 90, art. 4: Anima
autem cum sit pars humanae naturae non habet naturalem perfectionem
nisi secundum quod est corpori unita. Unde non fuisset conveniens
animam sine corpore creari. _C. Gentes_, II, 83: Animae igitur prius
convenit esse unitam corpori quam separatam.
[47] In Plotino si trova un accenno a questa dottrina. L'anima come
ultimo termine della triade partecipa per un verso della perfezione
del _nous_ che la generò, e per l'altro dell'imperfezione del mondo
sensibile da lei generato. _Enn._, V, 1, 7. E prima di Plotino i
gnostici aveano nello stesso modo determinata la posizione dell'ultimo
eone, della _sophia_ o _achamoth_ la quale bandita dai confini del
beato regno del _plēroma_ vive in trepidazione, e dalle lagrime sue
nasce il mondo sensibile. IRENEO, 1, 4, 2 ci dà la spiegazione del
mito.
[48] Che l'indecisione ed il problema rimonti ad Aristotele stesso non
v'ha dubbio. Nella _Metafisica_ Aristotele pone nettamente il quesito:
se la sostanza è il sostrato a cui tutto si può attribuire, mentre
esso non s'attribuisce ad alcuno, che cosa s'ha a dire sostanza? la
materia, la forma o il sinolo di entrambe? (Z 3. 1029 a 2). A prima
giunta sembra la materia, perchè essa sarebbe il soggetto di tutti i
predicati qualitativi e quantitativi come rosso, bianco, alto, lungo
e simili (_a_ 18-26). Ma per un altro verso la materia non è mai
separabile dalla forma. La pura materia, destituita di ogni forma,
è una astrazione, in realtà dacchè il mondo è eterno, sono eterni ad
esempio i quattro elementi nei quali la materia è intrinsecata ad una
forma determinata (_a_ 27). Ma neanche la forma è la vera sostanza,
perchè ella è l'essenza espressa nella definizione della cosa (Z. 4.
1030 a 6). E se l'essenza fosse da per sè, come le idee platoniche,
non potrebbe mai predicarsi a soggetti di sorta (Z. 6. 1031 b 16). Il
che è manifesto assurdo, chè tutti distinguono i predicati essenziali
dagli accidentali. La vera sostanza non è dunque nè la materia nè la
forma che sono entrambi fattori universali; ma l'intreccio dell'uno
e dell'altro (Z. 10. 1036 a 27). Se non che questa soluzione non è
senza difficoltà. Aristotele stesso avea detto in un altro capitolo:
_lasciamo pure da parte la sostanza composta dei due fattori,
materia e forma, chè dessa è posteriore ai componenti_. (Z. 3. 1029
a 30). E poi o questa dualità di fattori è puramente ideale, o come
diremmo oggi subbiettiva, ed in tal caso non è risoluto ma negato
assolutamente il problema. L'individuo è originario, ed è quello
che è. La scomposizione in materia e forma non sarebbe reale, ma una
necessità del nostro pensiero che guarda la cosa da due aspetti. Nella
realtà delle cose non si darebbe nè una materia che si specifichi, nè
una forma che s'individui per via; bensì esisterebbero individui che
generano individui simili a sè (Z. 8. 1033 b 33). Questo mostruoso
individualismo, che ammetterebbe come originarii ed indeducibili non
gli elementi più semplici, gli atomi, ma le individualità più ricche,
è certo lontano dal pensiero di Aristotele, il quale non rinunzia
a spiegare la genesi dell'individuo. Ed in tal caso torna sempre il
problema. Ammettiamo pure che l'individuo o la sostanza vera consti di
due fattori; ma dei due qual'è il determinante e quale l'indeterminato?
[49] S. Tommaso scrisse un opuscolo sul principio dell'individuazione,
nel quale discute le ragioni della sua teorica, e confuta le obbiezioni
che gli si posson muovere. Parte dal presupposto aristotelico esser
l'individuo nelle cose sensibili ipsum ultimum in genere substantiae,
quod de nullo alio praedicatur, immo ipso est prima substantia (_Opp._,
ed. cit., XVI 329 a). E stantechè la forma ha caratteri affatto
opposti, e di sua natura communicabilis est et in multis accipi
potest.... cum una sit ratio speciei in omnibus individuis, così è
chiaro che il principio d'individuazione si debba porre nella materia.
_S. t._, I, qu. 3, art. 2: formae quae sunt receptibiles in materia
individuantur per materiam quae non potest esse in alio, cum primum
sit subiectum substans. Ma S. Tommaso non si nasconde le difficoltà di
questa posizione, che del resto erano state prima di lui chiaramente
esposte da Aristotele medesimo. _De Princ. ind._ 329 b: Sed huic
objici potest quod materia de sui natura communis est, sicut et forma,
cum possit una sub pluribus esse. E s'argomenta di schivare queste
difficoltà per una scappatoia come nell'opuscolo seguente _De ente et
essentia_ (cap. II, pag. 331 a): materia non quomodo libet accepta est
principium individuationis, sed sola materia signata. Ma che cosa s'ha
da intendere per questo _signum_? Una certa disposizione posta nella
materia a ricevere questa o quella forma, come interpetra il cardinale
Gaetano, ovvero un dato _quantum_, come vuole Egidio pel quale _materia
signata_ non vuol dire altro se non _materia quanta_, o meglio
una determinata quantità di materia? Quest'ultima interpetrazione
certamente è più conforme al testo tomistico. _S. t._, I, qu. 76,
art. 6: dimensiones quantitativae sunt accidentia consequentia
corporeitatem, quae toti materiae convenit. _De ente et essentia_, loc.
cit. consideratur signatio ejus esse sub certis dimensionibus, quae
faciunt esse et hic et nunc. Però si corre il rischio di ridurre le
differenze tra gl'individui alla sola quantità, dottrina che applicata
all'uomo sarebbe gravida di conseguenze che S. Tommaso non saprebbe
accettare. Ma indipendentemente da questo, il _signum_ non è già
l'impronta di una certa forma? Se dunque il principium individuationis
non sta nella materia pura, ma nella segnata, e se per ottenere
questa designazione, o vogliam dire specificazione della materia è
pur necessaria la forma, egli è chiaro esser questa e non quella il
principio d'individuazione.
[50] SCOTO, _quaest. in met._ VII, qu. 13, scol. 2 (_Opp._, IV, 700,
ed. Lione 1639): Eadem materia quae est sub forma unius individui
potest esse sub forma alterius consequenter. Ergo non est illud, quo
distinguuntur duo individua et quo hoc est hoc.
[51] Intorno a Scoto tutto è ancora oscuro, il luogo di nascita non si
sa bene se sia in Iscozia, in Irlanda o nel Northumberland, e l'anno
stesso in cui nacque è incerto se sia il 1274, proprio quello in
cui morì S. Tommaso, ovvero il 1266. Giovanissimo entrò nell'ordine
dei Francescani, e a soli 23 anni insegnava con gran successo. Ma
ben presto la sua prodigiosa attività fu tronca dalla morte che lo
colse nel 1308, in Colonia, dove il Generale dell'ordine lo avea
chiamato a dar splendore a quell'antica scuola. L'Erdmann (_Grundriss
der Geschichte der Philos._, 3ª ed. I, 409 e segg.) pone il nostro
filosofo nel periodo della dissoluzione della scolastica. Ed in
verità quell'acume di dialettica, che fece meritare a Scoto il nome
di dottor sottile lo rende più atto a criticare le dottrine altrui,
che a costruirne nuove; a forza di distinzioni e suddistinzioni
notomizza e distrugge l'altrui pensiero; ma a questa forza d'analisi
non corrisponde quella potenza sintetica, che risplende nei periodi
creativi della filosofia. Per questa ragione lo Scoto attende più al
modo come si dimostra la dottrina, che alla dottrina stessa; onde da
lui prende origine quel fare scettico che trae in rovina il dommatismo
scolastico. Queste ragioni dell'Erdmann non son certo di poco valore;
ma non valgono a scuotere l'antica tradizione degli storici della
filosofia di mettere assieme i due grandi emuli, S. Tommaso e Scoto.
Non è punto vero che Scoto non abbracci una dottrina a preferenza
di un'altra. Tutt'altro. Egli invece sostiene un realismo, forse
più logico di quello di S. Tommaso, a costruire il quale ha bisogno
di attribuire realtà e consistenza ai concetti astratti più di quel
che facessero gli scolastici posteriori. Voglio dare un esempio.
Scoto combattè la dottrina tomistica degli attributi divini, i quali
solo a noi parrebber molteplici, mentre in realtà si riducono ad uno
nella semplicità dell'essenza divina, e non nasconde le conseguenze
pericolose di un siffatto docetismo, che minaccia la distinzione reale
delle persone. Aggiunge che non perchè gli attributi divini debbano
intendersi come infiniti, non per questo perdono la loro natura. E se
la saggezza, la bontà, la giustizia debbono elevarsi pel processo di
eminenza al massimo grado, non ne segue che la distanza, che separa
questi concetti, si raccorci. Questa critica è certamente fine, e se
fosse stata rivolta contro tutta la posizione della scolastica, che
cerca la luce dove più si addensano le tenebre, potremmo benissimo
mettere Scoto accanto all'Occam. Ma la cosa non sta così. Scoto vive
nello stesso ambiente di S. Tommaso, e combatte la dottrina di lui non
per mostrare l'impossibilità di quell'ibrido accozzo di dommatismo,
e razionalismo, ma per sostituire alla tomistica una dottrina non
certo più chiara, ma senza dubbio più vuota. Divinae perfectiones
distinguuntur ex parte rei, non realiter quidem sed formaliter.
Possiamo al più dire col Fiorentino che Scoto segna una transizione tra
il periodo della scolastica e quello della dissoluzione (_Manuale_, II,
110).
[52] Duns Scoto, al pari dell'Erigena e dell'Avicembronio, attribuisce
alla materia il valore di sostrato universale. Il quale sostrato,
benchè destituito di ogni forma, non è una mera possibilità,
un'astrazione, come dice S. Tommaso; ma una realtà bella e buona. Si
materia non esset aliqua res actu, ejus entitas non distingueretur ab
entitate et actualitate formae, et sic nullam realem compositionem
faceret cum ea .... materia habet actualitatem aliam ab actualitate
formae. _De rerum principio_, Qu. 7, art. 1, 3 (_Opp._, ed. cit., III,
38). E questo sostrato generalissimo, che ripetiamo non è un'astrazione
ma realtà vera, è il fondo comune onde emergono e le sostanze sensibili
e le spirituali, e s'ha da chiamare _materia primo prima_ (Qu. 8, art.
3) cioè tale che non accoglie ancora nessuna forma nè accidentale nè
sostanziale, cujus actualitas est immediate prope nihil. (Ivi pag. 51).
Da questa materia _primo prima_ s'ha da distinguere la _secundo prima_
(quae est subjectum generationis et corruptionis) e la _tertio prima_
(cujuscunque artis et materia cujuslibet naturalis particularis). Se la
materia è il sostrato universale, il principio d'individuazione s'ha da
trovare nel principio opposto, nella forma.
[53] Sono spesso citati i due passi seguenti. _De rerum principio_,
qu. 8, art. 4, 24 (_Opp._, III, pag. 52): Ego autem ad positionem
Avicembronis redeo; et primam partem, scilicet quod in omnibus
creatis per se subsistentibus, tam corporalibus, quam spiritualibus,
sit una materia teneo. Loc. cit., pag. 53: Mundus est arbor quaedam
pulcherrima, cujus radix et seminarium est materia prima, folia
fluentia sunt accidentia, frondes et rami sunt creata corruptibilia,
flos anima rationalis, fructus naturae consimilis et perfectionis
natura angelica.
[54] Averroè nega la creazione nel tempo, se non si vuole ammettere
fuisse mutationem in ipso Deo; et principium concessum ab omnibus est,
quod nulla res se ipsam mutare potest. (_Destr. destr._, disp. 1, dub.
1). S. Tommaso non va certo tanto in là, ma confessa (_Summa st._, 1,
qu. 46, art. 2) mundum incipisse sola fide tenetur ... novitas mundi
non demonstrationem recipere ex parte ipsius mundi, unumquodque autem
secundum rationem suae speciei abstrahit ab hic et nunc .... similiter
etiam neque ex parte causae agentis, quae agit per voluntatem. Noi
riconosciamo col Talamo (_L'Aristotelismo della Scolastica_, pag. 158,
3ª ed.) che S. Tommaso non per ossequio ad Aristotele, ma in forza
d'argomenti razionali sostiene la sua dottrina. E pensiamo anche noi,
che dell'autorità del filosofo l'Angelico se ne sarebbe sbarazzato
presto, come fece nella stessa quistione quando prese a combattere gli
argomenti dell'ottavo della fisica. Il contrasto in cui si dibatteva
era più profondo, e stolti erano quei _murmurantes_ che chiudevano gli
occhi per non vedere.
[55] _S. th._, I, qu. 50, art. 4. _De Ente et essentia_ c. 5. Sed
quum essentia simplicium non sit recepta in materia, non potest ibi
esse talis multiplicatio. Ed ideo non oporteat quod inveniantur plura
individua unius speciei in illis substantiis, sed quot sunt individui,
tot sunt species.
[56] Il misticismo di S. Bonaventura si ricollega con quello dei
Vittorini. _Itiner. mentis ad Deum_, cap. 1. Cum beatitudo nihil
aliud sit quam summi boni fruitio, et summum bonum sit supra nos,
nullus potest effici beatus nisi supra seipsum ascendat ... Sed supra
nos levari non possumus, nisi per virtutem superiorem nos elevantem.
Quantumcumque enim gradus inferiores disponantur nihil fit nisi divinum
auxilium comitetur. La via di questa visione beatifica monta per
sei gradi, corrispondenti a sei facoltà dell'animo, senso, ragione,
intelletto, intelligenza, sinderesi, apex mentis. Nel primo grado
si conoscono le cose esterne in peso, numero, e misura. Nel secondo
queste cose esterne o macrocosmo vengono ripercosse nel microcosmo, e
conosciute per mezzo delle specie sensibili. Nel terzo lo spirito si
concentra in sè. Nel quarto già comincia ad escir di sè. Nemo cepit
nisi qui accipit, quia magis est in experientia effectuali quam in
consideratione rationali. Nel quinto si abbraccia l'unità divina. Nel
sesto le tre persone.
[57] _Philos. princ._, c. 3; _Ars Magna_, part. 9, c. 64. Credere
non est finis intellectus sed intelligere; verumtamen fides est unum
instrumentum ad elevandum suum intelligere cum credere; et ideo
sicut instrumentum consistit inter causam et effectum, sic fides
consistit inter intellectum et Deum. Sotto Gregorio XI l'inquisitore
Eymerich estrasse dalle opere del Lullo cento passi incriminabili
tra i quali scelgo questi: 97. Quod fides est necessaria hominibus
insciis rusticis ministrantibus et non habentibus intellectum
elevatum .... homo subtilis facilius trahitur per rationem quam per
fidem. 98. Ille qui cognoscit per fidem ea quae sunt fidei, potest
decipi; sed ille qui cognoscit per rationem non potest falli. Voglio
anche addurre l'articolo seguente 99: interficientes haereticos sunt
injuriosi et vitiosi etc. (_Directorium inquisitionis_, Roma 1635, p.
277). In seguito alla denunzia dell'inquisitore, udito il parere di
Pietro vescovo d'Ostia ed altri venti maestri di teologia, Gregorio
XI ingiunge all'arcivescovo di Terragona: quod omnibus et singulis
eisdem personis vestrarum civitatum et dioecesum doctrinam seu potius
dogmatizationem, et usum hujusmodi librorum interdicere studeatis. La
bolla riportata nel _Directorium_ pag. 331 è del 25 gennaio 1376. Non
ostante questa condanna seguitarono i Lullisti, e nel rinascimento,
benchè fussero di nuovo condannate da Paolo IV, ebbero grande
importanza le teoriche del Lullo, talchè il Bruno scrisse un'_Ars
lulliana_.
[58] È commovente la storia di questo francescano, che in luogo
di scrivere somme teologiche o commenti alle sentenze, fa ricerche
ed esperimenti fisici. Ed in grazia di tali studii tenuto per mago
vien più volte molestato, e in fine messo in prigione ove languisce
per nove anni. E poco dopo che ne esce muore pressochè ottantenne.
I papi gli furono ora amici, ora avversi. Clemente IV (1265-68) lo
apprezzò moltissimo, e lo eccitò a scrivere l'_Opus majus_; Niccolò
IV invece (1288-1292) fu inesorabile. Quanto valore dia Rogero
all'esperienza si può vedere nella parte 6ª del suo _Opus majus_,
cap. 1º. Duo enim sunt modi cognitionis, scilicet per argumentum
et experientiam. Argumentum facit concludere quaestionem sed non
certificat neque removet dubitationem, ut quiescat animus in intuitu
veritatis, nisi eam inveniat via experientiae. Il Bacone del secolo
XIII è il vero precursore del Verulamio. E forse in qualche punto gli è
superiore; perchè mentre questi non fa nessun conto della matematica,
quello comprende benissimo di quanto giovamento possa tornare alla
scienza sperimentale. Vedi _Opus majus_, pars IV, dist. 1. Et harum
scientiarium porta et clavis est mathematica.
[59] Vedi la lettera di Gregorio IX a Federico II (Rieti 23 ottobre)
in BRÉHOLLES, IV, 918 e segg., e principalmente la lettera d'Innocenzo
IV del 1246. J: C. in apostolica sede non solum pontificalem sed et
regalem constituit monarchiam beato Petro ejusque successoribus terreni
simul ac coelestis imperii commissis habenis.
[60] Vedi la lettera di Federico 20 settembre 1236 e il celebre
manifesto del febbraio 1246 in risposta alla scomunica d'Innocenzo IV.
[61] _De regimine princip._, I. 14: In lege Christi reges debent
sacerdotibus esse subjecti. Di questo opuscolo tutto il primo libro
e i quattro primi capitoli del secondo appartengono all'Aquinate; il
resto, secondo il De Rubeis, al discepolo Tolomeo di Lucca. (_S. Thom.
Opp._, ed. Parma, XVI, 501). Sulle dottrine politiche di S. Tommaso
vedi BAUMAN, _Die Staatslehre des h. Thomas_, Leipz. 1873, specialmente
a p. 15, 75-81, 179. Lo Scaduto nel bel libro _Stato e Chiesa_,
Firenze 1882, pag. 34, mette una differenza tra la somma teologica e
l'opuscolo. Nè si può negare che nel _De Regimine_ è più nettamente
formolata la superiorità della Chiesa sullo Stato: ma anche nella
_Summa_ al disopra della legge umana è messa la divina, e tanto nel
_De Regimine_ quanto nella _Summa_ la Chiesa può sciogliere i sudditi
dall'obbedienza verso un Principe, che s'allontani dalla fede.
[62] Vedi principalmente la terza parte del _De Monarchia_, ove
discute: an autorithas monarchae dependeat a Deo immediate vel ab
alio Dei ministro seu vicario. WEGELE, _Dante Alighieri's Leben und
Werke_, 3ª ediz., pag. 312: er muss zugleich auch als einer der ersten
ahnungsvoller Verkündiger des modernen Staats begriffen und anerkannt
werden.
[63] In questo senso accetterei la nota del Prof. Del Lungo sul
ghibellinismo di Dante (_Dino Compagni e la sua Cronaca_, Firenze
1879, II, 605). Nessuno dubita che Dante avesse a disdegno i guelfi
e i ghibellini dei suoi tempi, partiti più municipali che politici,
e nutriti da discordie e rivalità di famiglia più che da contrasti di
idee. E ben a proposito il Del Lungo ricorda la nota terzina del VI del
_Paradiso_
L'uno al pubblico segno i gigli gialli
Oppone, e l'altro _appropria quello a parte_
Sì che forte a veder è chi più falli.
Ma col debito rispetto ad un così esperto conoscitore di quei tempi,
io non posso capacitarmi che Dante si fosse fatto ghibellno per
forza e non per intimo convincimento. Se ghibellino nel suo più alto
significato è colui che abbracciava in fatto di sovranità opinioni
del tutto opposte a quelle sostenute sempre dai Papi a cominciare da
Gregorio VII sino a Bonifacio VIII e Giovanni XXII, nessuno può dirsi
ghibellino meglio di Dante, il primo che seppe ridurre a teoria la
politica imperiale. Un altro forse prima di lui Engelberto, abbate
di Admont, scrisse un libro _de ortu, progressu et fine romani
imperii_; ma nè Dante conosceva quest'opera, nè dessa può reggere al
paragone della dantesca. Sarebbe adunque strano che il primo teorico
dell'Imperialismo fosse non un ghibellino, ma un guelfo. Ammetto bene
che i guelfi non volessero distruggere la potestà imperiale, ma neanche
i ghibellini la potestà papale. La quistione non era di distruggere
l'una o l'altra delle istituzioni, a cui tutti credevano; bensì o
di sottomettere l'una all'altra, ovvero di rendere l'una dall'altra
indipendente. Questo voluto guelfismo di Dante ha indotto il prof.
Del Lungo nella credenza che il Veltro debba essere un Papa non un
Imperatore (op. cit., p. 555), opinione vittoriosamente oppugnata dal
Fornaciari (_Studii su Dante_, pag. 25).
[64] Vedi la seconda parte del _De Monarchia_: An Romanus populus de
jure monarchae officium sibi asciverit. Il Witte ha ben rilevata la
continuità della tradizione classica.
[65] Le ragioni addotte dal D'Ancona (_Studii di critica e storia
letteraria_, pag. 72-83) mi pare mettano fuori di controversia che lo
_spirto gentil_ non possa essere Stefanuccio Colonna. E fra tutte le
ipotesi la più probabile resta sempre quella che riferisce la canzone a
Cola, interpetrando le parole: _un che non ti vide ancor da presso_ nel
senso: _non ti vide tribuno_.
[66] Questa in fondo è la dimostrazione della prima parte del
_De Monarchia_: An de bene esse mundi monarchia necessaria sit.
L'imperatore è la miglior guarentìa della pace, della libertà e della
giustizia, perchè egli è spoglio di passioni, è un essere sovrumano.
Anche il Wegele pag. 348 riconosce la fallacia di questo ragionamento,
sebbene non ne rilevi il carattere medievale.
[67] È nota la disputa tra il Witte ed il Böhmer da una parte ed
il Giuliani ed il Wegele dall'altra. A me pare molto più probabile
la congettura del Wegele che il libro sia stato scritto dopo la
consacrazione di Enrico VII, al quale vanno riferite le parole del
libro II, cap. I: reges et principes in hoc uno concordantes ut
adversentur Domino suo, et uncto (non unico) suo Romano principi.
Ma benchè questo libro sia posteriore agli scritti francesi, che
ricorderemo più sotto, pure ha una tinta medievale più spiccata. Il
Brice (_The holy Roman Empire_, 6ª ed., pag. 264) avea già notato: With
Henry the Seventh ends the history of the Empire in Italy and Dante's
book is an epitaph instead of a prophecy; con non minore acume il
Wegele (op. cit., pag. 334): unter diesen rückwärtsstrebenden Geistern
nimmt Dante den ersten Platz ein, und er hat diese seine Stimmung
so entschieden und sinnreich ausgesprochen, sie zu einem Sistem
ausgebildet und poetisch verewigt, das sie stets ein grosses Interesse
hervorgerufen hat, obwohl sie nichts war, als das kraftvolle tragische
Verneinen des unabänderlichen Fortschrittes der Weltgeschichte.
[68] In 2 Sent., qu. 17: Non est ponenda pluralitas sine necessitate.
[69] _Summa totius logicae_, I, cap. XV: Nullum universale esse aliqua
substantia extra animam existentem evidenter probari potest.
[70] In _Sent._, prolog., qu. 1: Notitia intuitiva rei est talis
notitia virtute cujus potest sciri utrum res sit vel non sit.
[71] In 1 Sent., dist. 3, qu. 2: Nec divina essentia nec divina
quidditas nec aliquid intrinsecum Deus, nec quid quod est realiter
Deus potest hic cognosci a nobis .... nihil potest probari naturaliter
cognosci in se nisi cognoscatur intuitive.
[72] In 1 Sent., dist. 11, qu. 8. Non est quaerenda causa
individuationis nisi forte extrinseca.
[73] Il Kopp, il Theiner ed il Ficker aveano già pubblicata la
bolla inviata da Bonifacio VIII all'elettore Duca di Sassonia
perchè favorisse le pratiche avviate presso Alberto d'Austria per la
retrocessione alla Curia romana dei diritti imperiali sulla Toscana.
Gl'importanti documenti pubblicati dal signor Levi (_Bonifazio VIII
e le sue relazioni col Comune di Firenze_, Roma 1882) mettono fuor
di dubbio questo intendimento, e l'occulto fine del processo contro
Lapo Saltarelli e della missione affidata a Carlo di Valois. Bonifazio
VIII con certo minore accorgimento e prestigio tentava ciò che sarebbe
parsa follia agl'Innocenzo III ed ai Gregorio IX! Questi fatti rendono
molto improbabile l'ipotesi, che la repubblica fiorentina mandasse da
ambasciatore al Papa l'Allighieri, se a quel tempo avesse egli già
pubblicato un libro così ostile alle pretensioni papali come il _De
Monarchia_. Nè parmi probabile che Dante lo scrivesse nel breve ed
agitato tempo che corse tra l'ottobre del 1301, data dell'ambasceria,
ed il gennaio 1302 data della prima condanna. Si potrebbe ammettere
come mi suggerisce un dotto e caro amico, che il _De Monarchia_ fosse
stato scritto prima dell'ambasceria e pubblicato dopo. Ma quando? Prima
della condanna? È possibile che Dante volesse rendere peggiori le sue
sorti, quando pendevano ancora indecise? Sulla pubblicazione del Levi
vedi una bella recensione di Augusto Franchetti nella _Nuova Antologia_
del 1º gennaio 1883.
[74] GOLDAST, _Monarchia_, I, 13. Il RIEZLER, _Die literarischen
Widersacher der Päpste zur Zeit Ludwig des Baiers_, pag. 145 e segg.,
l'attribuisce al Dubois; perchè la sveltezza di questo dialogo mal
s'accorda colla gravità faticosa dei dialoghi autentici dell'Occam.
Oltrechè le edizioni più antiche danno il dialogo per anonimo, e solo
dall'edizione parigina del 1498 si cominciò ad attribuirlo all'Occam.
Una fedele esposizione del dialogo si può leggere nel libro dello
Scaduto: _Stato e Chiesa_, Firenze 1882, pag. 81 e segg.
[75] _Tractatus de Jurisdictione Imperatoris in causis matrimonialibus_
(GOLDAST, tom. II, p. 21). Cum enim secundum scripturas sacras atque
rationem naturalem inter infideles [non _fideles_ come è stampato
dal Goldast] verum licitum et legitimum reperiatur conjugium et
(prout etiam Romanorum Pontificum decretales testantur) infideles
constitutionibus ecclesiasticis non arceantur, evidenti concluditur
argumento, quod causa matrimonialis .... ad Imperatores legitimos
.... pertinebat, p. 23. In specie autem de Sacramento matrimonii (quod
etiam decretales Romanorum Pontificium dicunt apud fideles et infideles
existere) dicitur, quod ad Imperatorem, in quantum solummodo Imperator,
eo quod pluries Imperator extitit infidelis, causa matrimonialis
.... spectat. Queste citazioni bastano a provare come l'Occam senta
vivo il bisogno che il matrimonio diventi una istituzione dello stato
indipendente dalle confessioni religiose. Intorno allo scritto sullo
stesso argomento per Marsilio da Padova, la cui autenticità è da molti
revocata in dubbio, vedi RIEZLER, op. cit., pag. 234.
[76] GOLDAST, II, p. 877. Anche Bonifazio nella lettera all'elettore
di Sassonia dice alludendo all'impero: quod fuerat ad medelam provisum,
tetendit ad noxam.
[77] RIEZLER, op. cit., pag. 203 e segg. SCADUTO, op. cit., pag. 118.
Riscontrate anche l'opera recente del LABANCA, _Marsilio da Padova_,
Padova 1882, pag. 135. Acconsento al Labanca che il mettere nel popolo
la fonte della sovranità e non pure della temporale dell'Impero, ma
della spirituale della Chiesa sia un concetto moderno; ma ciò non
toglie che l'opera di Marsilio e pel fine che si propone, e pel metodo
che tiene sa del medievale in confronto del _Principe_ e dei _Discorsi_
del Machiavelli, come ha ben detto il Villari, _Niccolò Machiavelli_,
II, pag. 237.
[78] GOLDAST, I, p. 17: regnum Franciae dignissima conditione
Imperii portio est, pari divisione insignita, quicquid privilegii et
dignitatis retinet Imperii nomen in parte una, hoc regnum Franciae
in parte altera. Questo pensiero è comune agli scritti francesi del
1303 così nel trattato _De potestate regia et papali_ di Giovanni da
Parigi (RIEZLER, pag. 153; SCADUTO, pag. 93), come nella _Quaestio de
potestate papae_ (RIEZLER, pag. 142; SCADUTO, pag. 96). Anche OCCAM,
_Dialogus_, in GOLDAST, II, 876, secundum diversitatem qualitatem et
necessitatem temporum expedit regimina et dominia mortalium variari.
[79] _De sui ipsius et multorum ignorantia liber_, ed. Basilea, pag.
1037, 1043.
[80] Anche lo Zumbini, che rivendica contro il D'Ancona l'imperialismo
del Petrarca, scrive egregiamente: «In mezzo a quelle lotte della
Chiesa e dell'Impero, a quelle guerre crudeli, a quegli scandali
d'ogni maniera, il più offeso di tutti e insieme il solo incolpevole
era il popolo romano. Roma per il Petrarca era una grande vittima
e intemerata, e lei bisognava soccorrere anzi tutto». _Studi sul
Petrarca_, p. 254.
[81] FIORENTINO, _Saggio sul Petrarca negli Scritti varii di
letteratura, filosofia e critica_. BARTOLI, _I primi due secoli
della letteratura italiana_, pag. 485 segg. In una serie di lettere
che il Petrarca diresse a parecchi in occasione della guerra tra
Genova e Venezia è messa in rilievo quest'opposizione tra barbari
ed italiani. Lib. XI, ep. 8 indirizzata il 18 marzo 1351 al Doge
Dandolo (FRACASSETTI, pag. 131): Ergone ab Italis ad Italos evertendos
barbarorum regum poscuntur auxilia. Unde infelix opem speret Italia,
si parum est quod certatim a filiis mater colenda discerpitur, nisi
ad publicum parricidium alienigenae concitentur? pag. 132: Postquam
alpes et maria, quibus nos moenibus natura vallaverat, et interjectas
obseratasque divino munere claustrorum valvas, livoris avaritiae
superbiaeque clavibus aperiendos duximus Cimbris, Hunnis etc. Lib.
XIV, ep. 5 al Doge e Consiglio di Genova dopo la vittoria riportata dai
Genovesi sui Veneziani (FRACASSETTI, pag. 295): Et de exterius quidem
hostibus (cioè degli stranieri che pugnavano insieme ai Veneziani)
non doleo. Quid enim laboribus italicis sua tela permiscent, venale
genus ac faedifragum, quos in longinquam infelicemque militiam nummus
impellit etc. Lib. XIV, ep. 6, indirizzata parimente ai Genovesi,
quando nell'anno appresso alla vittoria sui Veneziani si volsero contro
il re d'Aragona: Quod optabam video; ab ortu ad occasum victricia signa
convertite. Hic precor incumbite, viri fortes, hoc agite hoc pium, hoc
justum, hoc sanctum, hoc _minime italicum_ bellum est. Lib. XVII, ep.
3, dopo la disfatta dei Genovesi (FRACASSETTI, pag. 432): ab initio
et semper _a bello italico dehortatus_ eram: deinde autem de externo
hoste quaesitae victoriae plauseram. Lib. XVIII, ep. 16, allo stesso
Dandolo dopo le vittorie veneziane del 1354 (FRACASSETTI, p. 506):
Quousque enim miseri in jugulos patria et in publicam necem barbarica
circumspiciemus auxilia? Quousque qui nos strangulent pretio conducemus
.... nihil insanius quam quod tanta diligentia tantoque dispendio
Italici homines Italiae conducimus vastatores, pag. 510: nec tibi
persuadeas, pereunte Italia, Venetiam salvam fore.
[82] D'ANCONA, _Il concetto dell'Unità politica nei poeti italiani_
negli _Studi di Critica e Storia letteraria_; Bologna 1880, p. 30-31.
BARTOLI, _Appunti sulla politica del Petrarca_ nella _Rivista Europea_,
16 gennaio 1878.
[83] Epist., Lib. XI, 8. A ragione il Bartoli scrive (op. cit. pag.
489): _Come il Petrarca si riconnette da un lato coll'Allighieri,
dall'altro sembra stendere la mano presaga al Machiavelli, il quale coi
versi di lui chiuderà il suo ritratto del Principe_.
[84] Il D'ANCONA (opera citata, pag. 34) ricorda la famosa lettera [_De
rebus familiaribus_, III, 7] indirizzata a Dionisio di S. Sepolcro nel
1339: Certe ut nostrarum rerum praesens status est, in hac animorum
tam implacata discordia, nulla prorsus apud nos dubitatio relinquitur
monarchiam esse optimam relegendis reparandisque viribus Italis, quas
longus bellorum civilium sparsit furor. Haec ut ego novi, fateorque
regiam manum nostris morbis necessariam, sic te illud credere non
dubito nullum me regem malle, quam hunc nostrum, cujus sub ditione
vivimus. Si deve certo ammettere collo Zumbini (_Saggio_, pag. 84)
che la speranza posta in Roberto non durasse lungo tempo, perchè ben
presto il re napoletano si chiarì indegno dei suoi alti destini. Epperò
il Petrarca si volge altrove, nè indirizza al suo regale amico alcuna
esortatoria, nè sulla tomba di lui rimpiange le fallite speranze. Tutto
questo è vero ed acutamente notato, ma ciò non toglie che in questa
lettera il Petrarca parli sul serio, perchè Roberto, se gli fosse
bastato l'animo, era certo l'unico monarca, a cui si porgevano le più
favorevoli occasioni per fondare un grande stato.
[85] RIEZLER, op. cit., pag. 215 e segg. LABANCA, op. cit., pag. 148
e segg. FRIEDBERG, _De finium inter Ecclesiam et civitem regundorum
judicio_, pag. 71 e segg.
[86] I Catari si dicevano così dal greco _catharos_ puro, perchè essi
soli si reputavano mondi dal commercio col cattivo spirito. HAHN,
_Geschichte der Ketzer im Mittelalter_, Stuttgart 1845, I, pag. 50;
SCHMIDT, _Histoire des Cathares_, Paris 1849, II, 276.
[87] _Disputatio inter Catholicum et Patarinum_ in MARTÈNE ET DURAND,
_Thesaurus_, V, 1706: Deum creasse omnia concedo. Intellige bona, sed
mala et vana et transitoria et visibilia ipse non fecit, sed minor
creator Lucifer. Vedi EBRARDUS in GRETSER, XII, 11, 136. ERMENGARDUS,
ivi, pag. 223.
[88] RAINERO SACCONI, _Summa de Catharis et Leonistis_ in DUPLESSIS,
_Collectio judiciorum_, pag. 48 a: Communes opiniones omnium Catharorum
sunt istae videlicet quod Diabolus fecit hoc mundum; pag. 52 a, _De
opinionibus Balasinanza_: Item quod utrunque principium sive uterque
Deus creavit suos angelos, et quod iste mundus est formatus et creatus
a malo Deo.
[89] _Summa_, pag. 52 b: Johannes de Lugio dicit quod omnes creaturae
sunt ab aeterno bonae cum Deo bono, et malae cum Deo malo; pag. 53
b: Deus vult et potest omnia bona sed impeditur haec Dei voluntas et
potentia ab hoste suo.
[90] _Summa_, pag. 54 b, _Sequitur de propriis opinionibus Catharorum
de Concorrezio_: Deus ex nihilo creavit angelos et quatuor elementa ...
diabolus de licentia Dei formavit omnia visibilia. Lo stesso Rainero
ci fornisce preziose notizie sulle varie sette catare, in ispecialità
italiane. I più rigidi erano chiamati, senza dubbio dal luogo di
origine del Catarismo, _Albanenses_. I quali alla lor volta divisi sunt
in duas partes: Hujus partis (quella che si teneva stretta all'antica
tradizione) caput est Balasinansa Veronensis eorum episcopus; alterius
vero partis (la più esagerata) est Johannes de Lugio Bergamensis
(pag. 51 b-52 a). Da queste due parti che costituivano i dualisti
rigorosi, si debbono distinguere i dualisti temperati, dei quali
alcuni si chiamavano da Concorrezo [non dalla modenese Correggio, nè
dalla dalmata Gorizia, come crede lo Schmidt (op. cit., II, 285), ma
da Concorrezo in Lombardia, circondario di Monza]; altri dicevansi
Bagnolensi o Bajolensi [da Bagnolo nel Milanese]. _Summa_, pag. 51
b: illi autem de Concorrezo diffusi sunt fere per totam Lombardiam;
Baiolensi Mantuae, Brixiae, Bergami et in comitatu mediolanensi. Alla
frazione più temperata appartengono gli Slavi _Bogomil_, o amici di Dio
come spiega Gieseler in Schmidt loc. cit.
[91] Anche Giovanni di Lugio credeva quod omnes (?) animae liberabuntur
in fine a poena et culpa (_Summa_, pag. 54 b).
[92] BONACURSUS in D'ACHERY, _Spicilegium_, I, 208: Sententia tamen
omnium est illa elementa diabolum divisisse.
[93] MONETA, _Adversus Catharos_, Roma 1743, pag. 105: illi enim
Cathari, qui duo ponunt principia dicunt populum Dei constare
ex tribus, scilicet corpore, animo et spiritu praesidente
utrique. Questa antica opinione che si riadduce alle distinzioni
platonico-aristoteliche delle parti dell'anima era stata accettata
dai Padri, come Giustino Taziano ecc. Vedremo che la Gnosi sapea
distinguere nell'uomo due anime, la buona e la cattiva. Lo stesso
affermano i Manichei. (GIESELER _Kirchengeschichte_, I, 306).
[94] MONETA, 105 B: Sciendum est, quod per spiritum intelligunt isti
Heretici Angelos, de quibus legitur «Qui facit angelos suos spiritus
(Paul. ad Hebr. I, 7)».
[95] ALANUS, _Adversus haereticos et waldenses_, pag. 53: Hi autem
volunt dicere, ideo resurrectionem non futuram, quia anima perit cum
corpore... Moyses dicit animam esse in sanguino, et sic videtur quod
pereunte sanguine, pereat anima. In questo luogo par che Alano non
faccia distinzione tra i Catari e quelli che negano la immortalità
dell'anima. Al contrario Moneta, pag. 416: In hoc autem non arguo
Catharos (vale a dire animas hominum cum corporibus interire).
L'equivoco nasce dal doppio senso della parola anima, ora intesa come
spirito, ora come principio vitale.
[96] V. SCHMIDT, II, 59, che cita Euthymius Zigadenus, _Narratio de
Bogomilis_, ed. Gieseler, Gottinga 1842, pag. 8.
[97] MONETA, pag. 63: de libero arbitrio quod isti negant esse in
populo Dei. E le ragioni di questa negazione vi sono molto sottilmente
esposte. Hujus rei caussa una est quia si populus Dei haberet liberum
arbitrium ad utrumque, scilicet ad bonum et ad malum, ab eodem fonte et
eadem natura esset bonum et malum, sic ergo non esset necesse ponere
duos Deos... Secunda causa quia Deus non habet liberum arbitrium; non
habet flexibilitatem ad bonum et ad malum. Unde ergo haberet populus
Dei liberum arbitrium? L'HAHN, op. cit., I, 69, giustamente osserva che
la negazione del libero arbitrio è intimamente collegata colle dottrine
dei dualisti rigorosi, perchè secondo loro, finchè l'anima è in potere
del cattivo spirito non può far bene, e quando al contrario in virtù
del _consolamentum_ se ne libera non può far male.
[98] V. SCHMIDT, _Histoire des Cathares_, II, 24.
[99] _Summa_ in DUPLESSIS, pag. 52 a: _De opinionibus Balasinanza_
Diabolus cum suis angelis ascendit in coelum, et facto ibi proelio
cum Michaele Archangelo, extraxit tertiam partem creaturarum Dei et
infundit eas quotidie in humanis corporibus et brutis.
[100] MONETA, pag. 4: Credunt etiam quod Diabolus, invidens Altissimo,
caute ascendit in coelum Dei sancti, et ibi colloquio suo fraudolento
praedictas animas decepit, et ad terram istam et caliginosum aerem
duxit. Rainero dice di Giovanni di Lugio (_Summa_ pag. 53 b): Igitur
cuncta animantia participabant calliditate, sed plus omnibus serpens,
et ideo per eum est facta deceptio. Ma questo inganno pare che non sia
volontario nè per chi l'ordisce nè per chi lo soffre, perchè nihil est
quod habet liberum arbitrium, etiam Deus summus.
[101] _Summa_, pag. 54 b: Diabolus formavit corpus primi hominis et
in illum effudit unum angelum, qui in modico jam peccaverat. Item quod
omnes animae sunt ex traduce ab illo angelo. Questo domma dell'unicità
dell'elemento spirituale in tutti gli uomini ha una lontana parentela
coll'intelletto unico e separato degli Averroisti.
[102] _Summa_, pag. 55 b: Bajolensi conveniunt cum praedictis Catharis
de Concorrezo fere in omnibus opinionibus excepto hoc scilicet, quod
dicunt quod animae sunt creatae a Deo ante mundi constitutionem, et
quod tunc etiam peccaverunt.
[103] _Summa_, pag. 52 a: Et etiam de uno corpore eas transmittit in
alium, donec omnes reducentur in coelum.
[104] Anche l'antico manicheismo insegnava questa dottrina. Socrate,
_Hist. eccl._ cap. XVII: Manes... animorum ex uno corpore in aliud
manifesto tradit, Empedoclis, Pithagorae et Aegiptiorum secutus
opiniones.
[105] Quest'opposizione tra il vecchio e nuovo Testamento è un retaggio
gnostico e manicheo. MONETA, pag. 143: Cathari Deum veteris testamenti
... reprobare nituntur... Objectionem haereticorum ex quatuor
radicibus procedunt. Prima ex contrarietate, quae videtur inter vetus
testamentum et novum. Secunda ex mutabilitate ipsius Dei, quae ex ipsis
scriptum apparet. Tertia ex crudelitate ipsius, quae in scripturis
ostenditur. Quarta ex mendacio (il testo ha erroneamente: _mandato_),
de quo Deus ipse in scripturis arguendus videtur. — Concordi le altre
testimonianze. EBRARDUS in GRETSER, tom. XII, pars 2, pag. 127: Ipsi
vero contra conditorem suum latrant, tanquam canes, Dominum ignorantes
et hinc inde de Veteri Testamento quae non intelligunt testimonia
congregantes, simplicium corda decipiunt. ERMENGARDUS in GRETSER,
loc. cit., pag. 224: Dicunt haeretici Legem Moysi ab omnipotenti Deo
non esse datam, sed a principe malignarum spirituum. Anche intorno a
questo punto v'ha differenza tra le sette catare. _Summa_, pag. 52 a:
Balazinanza tenet quod diabolus fuit auctor totius veteris Testamenti,
exceptis his libris Job, Psalterio ecc.; pag. 54 b: Cathari de
Concorrezo reprobant totum vetus Testamentum, putantes quod Diabolus
fuit auctor ejus.
[106] MONETA, pag. 234: In hoc autem tertio capitulo de Christo
errant Cathari, qui puram creaturam eum confitentur; pag. 239: Ad idem
inducunt illud Apoc. VII, 2, ubi Johannes ait «vidi alterum angelum» si
ergo fuit angelus, et non Deus.
[107] Nel decreto del concilio Lateranense, e in quello di Federigo II
si parla di _Patarenos_, _Leonistas_, _Arrianistas_.
[108] Moneta, pag. 247: Qui eam (carnem) credunt a Diabolo fabricatam.
Dicunt enim quod non habuit vere corpus humanum sed phantasticum.
_Liber inquisit. tholosanae_, ed. LIMBORCH, pag. 92: cum verum corpus
humanum et veram carnem hominis ex nostra natura ipsum (Christum)
denegas assumpsisse. Il Sacconi nella _Summa_ attribuisce queste
opinioni docetiche a Balasinanza, p. 52 a: quod Dei filius non
assumpsit humanam naturam in veritate sed ejus similem .... nec vero
comedit et bibit nec vere passus est et mortuus et sepultus, nec ejus
resurrectio fuit vera, sed fuerunt haec omnia putative. Giovanni di
Lugio non pare abbia avute opinioni meno docetiche degli altri catari,
perchè al passo della _Summa_ citato dall'Hahn, I, 65: quod Cristus
natus est secundum carnem .... et vere passus est, crucifixus mortuus
et sepultus, segue quest'altro: putat quod omnia ista fuerunt in alio
mundo superiori et non in isto. I Concorrezesi soltanto dicunt quod
Christus non assumpsit animam humanam; sed fere omnes credunt eum
assumpsisse carnem humanam de B. Virgine (pag. 55 a). Secondo questa
testimonianza i Concorrezesi più che docetisti sarebbero monofisiti.
[109] Anche Manes secondo Socrate, loc. cit.: Christum natum esse non
vult; illum spectrum fuisse dicit.
[110] Questo docetismo lo estendono anche alla vergine Maria. MONETA,
pag. 243: Machinantur autem insuper illum Angelum, qui in muliebri
forma appellatus est Maria, assumpsisse intra se alium Angelum, qui
dictus est Jesus, et sic deceptorie mater putaretur et diceretur
ipsius. _Liber inquisitionis_ loc. cit.: Mariam matrem Dei et Domini
Jesu Christi non esse nec fuisse mulierem carnalem asseris et mentiris,
sed tuum ac tuorum ecclesiam... mentiendo confingis hanc esse Mariam
virginem in tenebris dogmatizas. Il Sacconi attribuisce questo errore
ad un Nazario Concorrezese: quod B. Virgo fuit Angelus (pag. 55 a),
ed al vescovo Balasinanza (pag. 52, B), virginem, quam dicunt esse
Angelum.
[111] MONETA, pag. 256: Forte dices quod non est passus, nec mortuus,
nec aliquam angustiam sustinuit, licet ita videtur.
[112] BONACURSUS in D'ACHERY _Spicilegium_, pag. 207: Beatum Sylvestrum
dicunt Antichristum fuisse ... a tempore illo dicunt Ecclesiam esse
perditam. MONETA, 263 et de Sylvestro volunt intelligere illud 2
_Thessalon_. II 3: Homo peccati, filius perditionis.
[113] ALANUS, pag. 134: Dicunt quod in altari est panis post
consacrationem, quia ibi prius fuit panis, ed adhuc est forma panis.
ECKBERTUS, sermo XI in GALLANDI, XIV, 478: vos omnino renuitis credere
quod ab aliquo sacerdote sive bono sive malo possit ulla consecratione
fieri corpus Domini.
[114] MONETA, pag. 290. Alii autem intelligunt illa verba Domini: Hoc
est corpus meum: id est significat sicut illud in 1 Cor. 4 «Petra erat
autem Christus» idest significat Christum. Ebrardus contra Waldenses
cap. 8, in GRETSER, XII, 2, pag. 146 sed objiciunt increduli dicentes;
verba sancta dicunt esse _panem_; quia cibus animae sunt verba
evangelica. A sostenere la loro interpetrazione simbolica i Catari
adoperavano per sino argomenti filologici, come quello strano citato da
Ermengardo cap. 11, in Gretser loc. cit. pag. 231, _hoc_ non refertur
ad panem .... sed ad corpus suum.
[115] Cujus opinionis causa prima est, quia istum materiale panem, et
vinum mala esse dicunt; asserunt enim quidam eorum a Diabolo creata
esse. (MONETA, pag. 295). Cfr. _Summa_, pag. 49, verum tamen albanenses
dicunt, quod ille panis non benedicitur, cura ipse panis sit creatura
diaboli, et in hoc differunt a coeteris omnibus qui dicunt quod ille
panis vere benedicitur. Nemo tamen ex iis credit quod ex illo pane
conficiatur corpus Christi.
[116] Vedi nel DUPLESSIS il brano della cronaca di Rodolfo Cogeshalense
che si riferisce all'eresia dei Poplicani o Paoliciani. Ermengardus
cap. 17 in GRETSER, XII, 2, pag. 239: nec defunctos vivorum beneficiis
et orationibus relevari. Eckbertus, _sermo_ IX, in GALLANDI, XIV, 466:
animae defunctorum vel in aeterna beatitudine collocentur, vel aeternis
suppliciis tradantur, atque hac ratione nec malis prodesse nec bonis
necessarium esse ut pro eis orationes fiant, aut missae celebrentur.
[117] MONETA 371: Omnes autem haeretici tam Cathari, quam pauperes
Lugdunenses, hoc (Purgatorium) negant. _Summa_ pag. 50 a: Deus nemini
infert poenam purgatoriam, quam penitus esse negant.
[118] MONETA, pag. 347: Cathari horum corporum resurrectionem negant,
et hoc ideo quia ea a Diabolo creata vel facta credunt esse.... artifex
tantum remunerabitur non corpus. Vedi Ebrardo cap. 16.
[119] _Liber inquisitionis tholosanae_, pag. 37: Et sigillatim omnia
sacramenta ecclesiae scilicet eucharistiae et altaris ac baptism aquae
corporalis damnant. Ivi pag. 85: baptismus .... fit in aqua corrupta
[120] MONETA, pag. 284: Parvuli non sunt docendi.... ergo non sunt
baptizandi ... prius ergo est quod homo poeniteat de peccato suo,
deinde baptizetur. ECKBERTUS, sermo VIII, 1, in GALLANDI, XIV, 464:
Nam baptizandum quidem esse hominem dicitis cum ad annos discretionis
pervenerit.
[121] MONETA, pag. 460: Impugnant Ecclesiam etiam in picturis et
imaginibus dicentes quod nos sumus Idolatrae, qui imagines adoramus.
[122] EBRARDO, cap. 4, in GRETSER, XII, 2, pag. 131. Objiciunt enim
Dominus non in manufactis habitat. ERMENGARDO, cap. 9, in GRETSER,
loc. cit., pag. 230. Omnes haeretici Ecclesiam manufactam et altaria
.... et omnia ornamenta ecclesiastica ad nihilum deputant et ad salutem
animorum nihil proficere dicunt.
[123] MONETA, pag. 461: Et dicit quod ignominiam Christi adoramus,
et ejus ignominiam nostrae fronti imponimus. _Liber inquisitionis
tholosanae_, pag. 348: Item quod crux Christi non debebat adorari, quia
nullus adoraret furcas in quibus pater suus fuisset suspensus.
[124] Nella lettera di Evervino a S. Bernardo (op. S. Bern.,
ed. Mabillon, pag. 1487): Dicunt qui se tantum Ecclesiam esse et
apostolicae vitae veri sectatores permanent, ea quae mundi sunt
non quaerentes, nec domum, nec agros, nec aliquid possidentes sicut
Christus non possedit. È importante notare che i Catari proibivano
anche l'andare accattando al modo dei frati mendicanti. MONETA, pag.
451: Et de elemosynis quaerere victum et vestitum blasphemant ...
Objiciunt etiam illud Matth. VI, 25 «Ne soliciti sitis animae vestrae
quid manducetis ecc.» si enim quaerimus quotidie, inde soliciti sumus;
pag. 453: Objiciunt etiam et dicunt quod contra verba Apostoli venimus,
quia non laboramus manibus nostris.
[125] MONETA, pag. 513. Isti etiam haeretici omne bellum detestantur
tanquam illicitum, dicentes quod non sit licitum se defendere, pag.
515. Objiciunt etiam illud Matt. V, 38 «Audistis quia dictum est oculum
pro oculo et dentem pro dente. Ego autem dico vobis non resistere
malo», pag. 506. Objiciunt Matt. XXII, 7 «Perdidit homicidas illos»,
pag. 507: et illud Matt. V, 44 «Benefacite his qui oderunt vos».
[126] Il SACCONI, nella _Summa_, pag. 48 b: Item quod potestates
seculares peccant, mortaliter puniendo malefactores vel haereticos. Che
il _mortaliter_ si debba unire a _puniendo_ non a _peccant_ è provato
da Ebrardo, il quale riferisce a pag. 157 che gli eretici solevano
obbiettare: dictum est non occides. Vedi anche a pag. 159 cum sitis
homicidae, homicidas occidere prohibetis. Ermengardo nel cap. XIX parla
solo di _occisione hominis_ non dell'impunità del malfattore.
[127] Nè il Moneta, pag. 138 e segg. nè l'Alano pag. 169-70 scoprono
il vero motivo del divieto di mangiar carne, comune a tutti i credenti
nella metempsicosi. ECKBERTO, sermo IV, ha in GALLANDI XIV, 458: Ratio
vestra, quia de coitu nascitur omnis caro. Secondo questo autore, pag.
459 pare che ai Catari fosse concesso mangiar pesci. _Summa_, pag. 48
b: Credunt quod comedere carnes, et ova, vel caseum, etiam in urgenti
necessitate sit peccatum mortale. Ivi pag. 50 a: non enim gravius
puniretur Catharus si biberet toxicum volens occidere se ipsum, quam si
pro morte vitanda comederet pullum de consilio medicinae vel in aliquo
casu necessitatis. BONAC. in D'ACHERY, pag. 209: Quis manducaverit
carnem .... damnationem sibi manducat. Sui testi biblici che solevano
addurre, vedi BONAC. in MANSI, _Miscell. Baluz._ II, 583.
[128] MONETA, 315: Haeretici conjunctionem istam illegitimam dicunt,
idest contra Dei legem ... quia credunt corpus maris et foeminae
a diabolo fuisse factum. Matrimonium carnale fuit semper mortale
peccatum. _Summa_, 48 a: Item communis opinio omnium catharorum est
quod matrimonium carnale semper fuit mortale peccatum, et quod non
punietur quis gravius in futuro propter adulterium vel incestum quam
propter legittimum conjugium. Fra i Catari alcuni limitavano il divieto
alle seconde nozze. ECKBERTUS, sermo VI, 12, in GALLANDI, XIV, 457:
quidam vestrum, videlicet sequaces Hartuvini, mussitant quod illud
conjugium solum justum est, in quo virgines conjunguntur, et quod unam
prolem tantum gignere debent.
[129] Lo Schmidt osserva (II, 88) che solo i Bogomil, e i Concorrezesi
avrebbero diritto di ammettere l'assoluto divieto del matrimonio,
perchè secondo loro colla nascita di nuovi organismi si creano nuove
anime, e nuove vittime del demonio. Ma non così dovrebbero pensare
i dualisti assoluti, che ammettono o uno spirito solo o un numero
determinato di anime trasmigranti. Queste finchè si purificano debbono
pure passare per altri organismi, e non si capisce perchè si vieti a
coloro che non sono ancora perfetti di porre al mondo nuovi organismi,
e assicurarsi così la dimora durante l'espiazione che ancor resta
da fare. L'osservazione parmi più ingegnosa che vera, perchè tutti
i Catari debbono condannare come impuro il commercio del corpo,
creatura del diavolo. E l'astensione dai piaceri corporei è il mezzo
più acconcio perchè i meno perfetti si correggano. ECKBERTO, sermo
V, 6 (GALLANDI, XIV, 455) dice: Innotuit mihi per quosdam viros, qui
exierunt de societate vestra .... dicitis enim quod fructus ille de quo
praecepit Deus primo homini in Paradiso, ne gustaret ex eo, nihil aliud
fuit nisi mulier .... Ex hoc probatis, omne genus humanum .... natum
esse ex fornicatione et neminem salvari posse nisi purgatus fuerit per
orationes et sanctificationes eorum, qui inter vos perfecti vocantur.
Anche l'HAHN (op. cit., I, 86), giustamente connette col principio
fondamentale della mortificazione della carne il divieto della
congiunzione carnale.
[130] _Liber inquisitionis tholosanae_, pag. 179: Item tu (Petre
Raymonde de Hugonibus) ipse vitam corporalem volontarie tibi
subtrahis .... quia posuisti te in illa abstinentia quam haeretici
vocat _enduram_, in qua endura jam per sex dies sine cibo et potu
stetisti; pag. 204: Montolina .... in ultimo fine suo posuit se
in endura haereticorum, in qua endura sine infermitate alia multis
diebus perdurans fuit hereticata (ebbe il consolamentum); pag. 33:
Guilielma uxor quondam Martini de Proaudo .... mortemque corporalem
sibi accelerans, sanguinem minuendo, balneum frequentando, potumque
letisferum .... avide assumendo ad mortem festinavit. In altro luogo
è detto che Guglielma pregò la sua infermiera quod omnino perforaret
eam cum dicta alzena (sutoris) in latere in illa parte in qua erat
cor (pag. 71). I Catari di Monteforte nel 1030 dichiararono secondo
Landolfo seniore (MURAT. _Script._ IV, 90) proximus noster, antequam
animum damus, quoquomodo interficit nos. In quanto al suicidio
ricordiamo che S. Ambrogio e S. Crisostomo lodarono e la Chiesa
santificò la fanciulla Pelagia, che per salvare il suo onore si
precipitò dal tetto di sua casa. LECKY, _History of European morals_,
II, 49.
[131] _Liber._ pag. 76: dicta Guilielma instanter petiit .... quod mors
sibi acceleraretur timens capi per inquisitores.
[132] LAMI, _Antichità toscane_, II, 556. MONETA, 469: Cathari vero
ponunt quod semper fuit malum (il giuramento) sicut adulterium et
homicidium. _Summa_, 486: Item quod non licet jurare in aliquo casu, et
ideo hoc esse peccatimi mortale.
[133] EBRARDUS in GRETSER, XII, 2, 241, adduce i testi biblici dei
quali si servivano: objicis illud «nobite jurare omnino». Item objicis
«sit sermo vester est, est: non, non».
[134] Questa spiegazione parmi, o che io m'inganno, migliore di
quest'altra adottata dallo Schmidt (II, 83): on ne rougit pas, en
consentant à jurer de paraître capable de mensonge jusqu'à ce qu'on ait
confirmé la vérité par un serment. L'orgoglio di volere essere creduto
sulla semplice parola sarebbe un motivo molto impari al rigore del
divieto, e poco conforme all'umiltà dei Catari.
[135] In una lettera scritta dalla chiesa di Liegi a Lucio II, nel
1144, e riportata da Martene _Amplis. collect._ I, 776: Haeresis haec
diversis distincta est gradibus, habet enim _auditores_ qui ad errorem
initiantur; habet _credentes_, qui iam decepti sunt (SCHMIDT, II, 98).
Petrus Vallisarnensis Historia Albigensium cap. 2: Sciendum autem quod
quidam inter haereticos dicebantur Perfecti, sive Boni Homines, alii
Credentes.
[136] SCHMIDT, loc. cit., riproduce questo passo dagli atti
dell'inquisizione di Carcassona. Non omnibus credentibus suis dicunt
omnia ... nisi solum bene suis familiaribus et bene firmis.
[137] I Catari tenevano a chiamarsi i veri seguaci di Cristo, e
vivamente protestavano contro l'accusa di eresia. Lo Schmidt riporta
dagli atti dell'Inquisizione di Carcassona (manoscritti della
Biblioteca Nazionale di Parigi) questo passo: Malae gentes nos vocant
haereticos, et nos sumus haeretici, imo sumus boni christiani. _Liber
inquisitionis tholosanae_ pag. 37: et nos omnes de ecclesia romana
versa vice asserunt haereticos et errantes.
[138] Manus impositio vocatur ab eis consolamentum et spirituale
baptisma sive baptisma Spiritus Sancti (_Summa_, pag. 48 b).
L'inquisitore schernisce la funzione catara con un bisticcio
linguistico secondo il gusto del tempo nel _Liber inquisitionis_ pag.
33: consolamentum immo verius desolamentum.
[139] MONETA, 278. Dicunt etiam quod a Diabolo fuit ille baptismus, et
ad nihil utilis nisi ad impediendum Christi baptismum.
[140] _Summa_, pag. 52 a: caeteri Patres antiqui atque beatus Johannes
Baptista fuerunt inimici Dei. Questa sarebbe stata l'opinione di
Balasinanza, di Giovanni di Lugio (pag. 54 a), e dei più tra i
Concorrezesi (pag. 55 a). PETRUS VALLISARNENSIS, cap. 2: Johannem
Baptistam unum esse de majoribus Daemonibus asserebant. EBRARDUS, cap.
13: Diffidentes etiam de Domini praecursore vitam ejus repudiant et
baptismum.
[141] MONETA, 282. Ex quo patet quod Baptismus Ecclesiae alius est quam
Baptismus Johannis et quam doctrina et impositio manuum.
[142] MONETA, 280. In primis autem illud inducunt quod habetur
Actorum VIII 14, 17. Ecce quod dicitur hic quod receperunt Spiritum
Sanctum per impositionem manuum et non per baptismum aquae materialis,
ergo in baptismo non datur peccatorum remissio. L'imposizione delle
mani è certo il miglior simbolo del battesimo col fuoco, perchè il
porre le mani sopra una parte del corpo ne aumenta il calore; ma
ciò non pertanto parecchi catari alla stessa imposizione delle mani
attribuivano poco valore. _Summa_, pag 48: Albanenses enim dicunt quod
ibi manus nihil operatur, eum ipso ex Diabolo sit creata secundum eos,
ut inferius dicetur, sed sola oratione dominica quam ipsi tunc dicunt
qui manus imponunt.
[143] _Summa_ 48 b: Non sit aliqua remissio peccatorum si illi, qui
manus imponunt sint tunc in aliquo peccato mortali. Racconta ECKBERTO,
sermo XI, 8, in GALLANDI, XIV, 480, fuit mihi concertatio de his rebus
quadam vice in domo mea Buonae cum quodam viro qui suspectus erat nobis
quod esset de secta Catharorum, et contigit ut incideremus ad loquendum
de sacerdotibus malis, et dicebat ita de eis: Quomodo fieri potest ut
qui tam irrationabiliter vivunt distribuant in Ecclesia corpus Domini?
[144] MONETA, pag. 274. Nullus Spiritum Sanctum habens potest peccare.
[145] MONETA, pag. 275. Notandum quod _aliqui_ Cathari dicunt modo quod
amitti potest, sed amissus recuperari non potest: sua fide recedendo,
vel eum impugnando amittitur. Parmi che non ci sia tra i due passi
contraddizione, come crede lo Schmidt; perchè il testo 274 si riferisce
ad alcuni Catari, e ad altri il 275.
[146] Nel Concilio lombariense del 1165 venner condannati quidam qui
se faciebant appellari boni homines. _Liber sententiarum inquisitionis
tholosanae_, pag. 6: et ipsos haereticos quos _bonos homines_ appellas
et dicis, tu asseris posse dare ad salutem spiritum sanctum illis quos
recipiunt. Anche in Germania pare che prevalesse questa denominazione.
Vedi l'anonimo di Passau in Gretser, XII, 2, 31: Sed perfecti qui
consolati vocantur in Lombardia et in Theutonia _boni homines_
vocantur.
[147] _Summa_, 48 b. Cathari quoque ad instar simiarum, quae hominis
acta imitari conantur, quatuor habent sacramenta, falsa tamen et inania
illicita et sacrilega quae sunt: manus impositio, panis benedictio,
poenitentia, et ordo.
[148] SACCONI in _Summa_, 48 b: Panis benedictio est quaedam fractio
panis quam ipsi quotidie faciunt tam prandio quam in coena.
[149] _Summa_, pag. 49 b. Fit etiam ista confessio publica coram
omnibus, qui ibi sunt congregati, ubi multoties sunt centum et plures
viri et mulieres et credentes eorum Cathari. MONETA, pag. 305. Peccant
autem circa confessionem arbitrantes quod non est necessarium eam fieri
sacerdoti et quod sufficiat si fiat Deo soli. Pag. 306, objiciunt illud
Ezech. quacumque hora ingemuerit peccator etc.
[150] _Summa_, pag. 50 b, ordines Catharorum sunt quatuor. Ille qui est
in primo et maxime ordine vocatur Episcopus. Ille qui in secundo filius
major. Qui in tertio filius minor. Qui in quarto vocatur Diaconus.
[151] Mortuo episcopo, filius minor ordinabat filium majorem in
Episcopum. _Summa_, 51 a.
[152] Illa vero, quae supra dicitur de Episcopo mutata est ab omnibus
Catharis morantibus extra mare, dicentibus quod per talem ordinationem
videtur quod filius instituat patrem, quod satis apparet incongrum;
unde fit modo aliter in hac forma, scilicet quod Episcopus ante mortem
suam ordinat filium majorem in Episcopum. _Summa_, loc. cit.
[153] Notiamo che lo Schmidt ammette tra le dottrine primitive del
Catarismo la condamnation de l'ancien Testament comme oeuvre du démon
(II, 273).
[154] Der Gnosticismus mit der alexandrinischen Religionsphilosophie
und dem Neuplatonismus unter einen und denselben Gesichtspunkt gehört.
Alle diese Erscheinungen haben etwas gemeinsames und verwandtes, sie
sind ebenso religiöser als speculativer Natur. BAUR, _Vorlesungen über
die christliche Dogmengeschichte_, I, 177.
[155] Lo Schmidt ben conosce l'antichità di questa tradizione (II,
253) Au onzième siècle ils sont ainsi appelés par le moine Adémar de
Chabanois, par l'évêque Roger de Chalons etc.
[156] Non sarà inutile dare in questa nota un breve cenno dei gnostici,
i più antichi precursori dei Catari. Tutti gli storici della Chiesa
s'accordano nel dividere lo gnosticismo in due grandi categorie,
l'alessandrino e l'orientale. Il primo s'inspira all'emanatismo
delle ultime speculazioni greche, e non arriva in pratica fino alle
estreme conseguenze ascetiche, come il divieto del matrimonio. Il
secondo invece s'informa alle tradizioni orientali, e invece del
monismo emanatistico pone uno spiccato dualismo. Alla prima categoria
appartengono Basilide e Valentino, alla seconda Saturnino e Bardesane.
Secondo Basilide, che insegnava in Alessandria intorno al 125 d. C.,
dall'Entità suprema (_theòs arrētos_ l'Innominabile) emanano sette
potestà (_dinàmeis_) che sono _noûs_, _lògos_, _phronēsis_, _sophia_,
_dinamis_, _dìceosynē_, _eirēne_; ragione, verbo, saviezza, scienza,
potestà, giustizia, pace, le quali formano il primo regno degli
spiriti, _ouranòs_. Da questo primo cielo nasce un secondo, dal secondo
un terzo e così di seguito fino a 365 cieli, coll'avvertenza che il
seguente è sempre meno perfetto di quel che precede. L'ultimo cielo ha
sette angeli, ciascuno dei quali è creatore del mondo terrestre; ma più
di tutti il primo angelo (_ò ărchon_) che è il Dio adorato dagli Ebrei.
Perchè lo spirito umano torni al regno celeste, la prima delle potestà,
il nous, si unisce nel battesimo coll'uomo Gesù. Per Valentino [che nel
140 d. C. da Alessandria andò a Roma, e di là a Cipro ove morì nel 160]
dall'Ente primo o _bitòs_ profondità emanano le potestà, o eoni, come
ei li vuol chiamati; ma non è l'ultimo eone, che crea il mondo, bensì
un essere affatto impuro, ed escluso dal corpo degli Spiriti. Dalla
Sofia infatti, ultimo eone, nasce una saggezza bastarda _Achamoth_,
la quale errando fuori del Pleroma, o regno degli Eoni, dà vita alla
materia, e nello stesso tempo produce il Demiurgo, che cotesta materia
deve ordinare. Così nel mondo formato dal demiurgo combattono tre
elementi, il pneumatico, lo psichico, e il materiale: e il corso del
processo cosmico tende a separare lo spirito e l'anima dalla materia,
restituendo il primo al regno degli spiriti, ed il secondo a quel
luogo mediano, dove abita Achamoth. A compiere siffatto ritorno, da
tutti gli eoni emana una nuova entità, il salvatore, a quel modo che
per ristabilire la pace nel regno eonico, turbata dal parto di Sofia,
erano emanati due altri eoni, cioè Cristo e lo Spirito Santo. Saturnino
in Antiochia, contemporaneo di Basilide, ammetteva le emanazioni
degradanti sino agli spiriti dei setti pianeti. Ma contro a questi
buoni spiriti si leva il cattivo Spirito o Satana, il quale agli uomini
ispirati dal buon Dio, o uomini della luce, oppone una generazione
di uomini malvagi e tenebrosi. Per sottrarsi al contatto col cattivo
Spirito i Saturniani si astenevano dal matrimonio e dal mangiar
carne. MATTER, _Histoire du Gnosticisme_, I, 324-31; NEANDER, _General
History of the Christian Religion_, I, 14-26; GIESELER, _Lehrbuch der
Kirchengeschichte_, 4ª ed., I, pag. 179-192.
[157] Questo intreccio delle diverse eresie spiega i varii nomi dati
a questi eretici. Dell'identificazione di _Catarini_ con _Patarini_
diremo più tardi. Il nome di _Cathari_ ben presto per effetto
dell'aspirata si tramutò in _Cazari_ o _Gazari_. Come si fosse oscurato
in breve tempo il significato primitivo della parola lo provano le
curiose etimologie di Alano. Hi dicuntur Cathari; idest diffluentes
per vitia, a Catha, quae est fluxus; vel Cathari, quasi casti, quia
se castos et justos faciunt; vel Cathari dicuntur a cato, quia, ut
dicitur, osculantur posteriora cathi in cujus specie, ut dicunt,
apparet eis Lucifer. (Lib. I, c. 63). In Germania trovò favore questa
ultima etimologia stante l'affinità di suono tra _Katze_ (gatto) e
_Ketzer_ (GIESELER, II, 2, pag. 540). I Catari furon detti _Pubblicani_
[Concilio lateranense del 1179 in MANSI, XXII, 232: alii Catharos, alii
Patrinos, alii Publicanos] corruzione di paoliciani. Forse un'ulteriore
corruzione è il nome _Piphles_, che secondo ECBERTO (GALLANDI, XIV,
pag. 447) sarebbe stato comune nelle Fiandre. Nella costituzione di
Federico II (HUILLARD-BRÉHOLLES, _Hist. dipl._, IV, 298) sono detti
anche Speronisti, da un vescovo cataro Sperone del secolo XII (SCHMIDT,
II, 282). Si dissero _Bulgari_, dal luogo d'origine di questa setta,
ed _Albigesi_ dalla diocesi di Albi ove mise più profonde radici. Il
nome bulgaro o corrottamente _bougre_ significò più tardi al pari del
tedesco _Ketzer_ l'eretico in generale. In Francia si dissero TEXTORES
o TISSERANDS _ab usu texendi_ dice Ecberto; perchè questo era il
mestiere, cui si davan più volentieri i Catari, obbligati dalle loro
leggi a campar la vita col lavoro, non d'accatto. Si dissero anche
_Bonshommes_, perchè sappiamo già che boni homines si chiamavano i
loro Perfetti. Finalmente si dissero talvolta _Manichei_ ed _Ariani_
per le simiglianze di dottrine tra cotesti eretici e i loro lontani
progenitori. (GIESELER, loc. cit.).
[158] La Gnosi di Saturnino, che s'adattava mirabilmente al dualismo
orientale, da Antiochia si era rapidamente diffusa sino alla Persia,
e preparava quel sincretismo di Cristianesimo e Parsismo, che fu più
tardi predicato da Mani. Questo ardito novatore partiva dal presupposto
dei due regni, l'uno di Dio o della luce, l'altro di Satana, delle
tenebre o della materia. La quale opposizione si ripercuote in ogni
uomo, dove accanto all'anima buona o luminosa s'asside la malvagia, che
combatte e spesso vince la rivale. La malvagia per lungo tempo conservò
incontrastato dominio, grazie al prevalere delle false religioni come
il Paganesimo ed il Giudaismo, e tuttora le anime luminose sarebbero
schiave, se a liberarle non fosse disceso dal Sole in terra uno
spirito puro, Cristo, che per amor loro vestì un corpo apparente. Ma la
dottrina cristiana non fu bene intesa dagli Apostoli, e peggio ancora
dai successori. Onde occorreva un apostolo novello, che svelasse tutta
la verità. Il qual paraclito ben s'intende essere Mani. Il Manicheismo
rispondeva talmente ai bisogni del tempo, che non ostante il supplizio
del suo fondatore per ordine del Re persiano Baharam (272-275 d. C.),
crebbe in breve ora, e si distese nelle provincie del vicino Impero
Orientale, e di là in Occidente, sfidando le ire degl'Imperatori
(GIESELER, I, 303-11).
[159] Priscilliano fondò la sua setta in Ispagna nel 379 d. C. L'anno
dopo, 380, fu condannato nel Sinodo di Cesaraugusta, e per ordine
dell'usurpatore Massimo giustiziato nel 385. I Priscillianisti,
secondo la testimonianza di S. Agostino, _De haeres._, c. 70, maxime
Gnosticorum et Manichaeorum dogmata permixta sectantur. Non ostante le
persecuzioni si conservarono sino al VI secolo (GIESELER, I, 2, pag.
99-100).