Qual'è l'origine della dottrina che più tardi fu detta gioachimita
o gioachita? Il Renan fu il primo a sostenere che se ne debbono
cercare le origini nella Chiesa greca. L'abate Gioacchino, ei dice,
per tutta la sua carriera fu nei rapporti più intimi colla Grecia.
La Calabria, dove egli visse, e dove la sua scuola si continuò per
una tradizione appena interrotta, era un paese per metà greco. I suoi
principali discepoli, i redattori della sua leggenda, i personaggi
profetici, coi quali lo si mette in rapporto, sono greci. Egli stesso
viaggia in Grecia più volte per adoperarsi in favore della riunione
delle due Chiese, e codesta riconciliazione è il pensiero dominante
di tutti coloro che seguono la sua dottrina. Giovanni da Parma passa
molti anni presso i Greci, e al termine della sua vita voleva andare
a morire tra loro. Tutta la scuola dell'Evangelo eterno da Gioacchino
a Telesforo di Cosenza alla fine del secolo XIV non ha se non una
sola voce per proclamare la Chiesa orientale superiore alla latina,
e meglio preparata alla futura innovazione. Coll'ajuto dei Greci
trionferà la riforma della Chiesa carnale dei latini, e questa riforma
non sarà altro se non un ritorno alla Chiesa dei Greci.[623] Cotesto
è in parte vero, nè si può dubitare che la Calabria fino al tempo di
Gioacchino fosse un paese quasi greco. Dacchè Narsete la rivendicò
all'Impero fino ai Normanni questa estrema provincia d'Italia rimase
sotto l'amministrazione di ministri greci. L'invasione longobarda
fu qui arrestata nel suo corso vittorioso, nè i Carolingi vi miser
piede, e gli stessi Saraceni, che tra il nono e il decimo secolo
fondaronvi qualche colonia, non bastarono a ridurre in loro potere
tutta la contrada. E in meno di un anno nell'ottocento ottantacinque
per opera del valoroso Niceforo tutte le Calabrie tornarono sotto il
governo imperiale. Nello stesso tempo l'imperatore Basilio il Macedone,
affrancati tremila schiavi, li mandò a ripopolare alcune terre di
Puglia e Calabria desolate nella guerra dei Musulmani,[624] e così
greco sangue si mescolò al calabrese, e la lingua greca, già da gran
tempo lingua ufficiale del paese, fu anche popolare, ed in greco si
scrissero non pure gli atti pubblici, ma benanco le magre cronache,
principalmente le agiografie. Nè questo è tutto; fin dal tempo di Leone
l'Isaurico, quando scoppiò il movimento iconoclasta, furono sottratti
al Papa e messi sotto la giurisdizione del Patriarca di Costantinopoli
i vescovati della Sicilia, della Calabria e della Puglia. E per rendere
più docili a questo mutamento i vescovi, s'innalzarono ad arcivescovati
le sedi di Reggio, S. Severina, ed Otranto. E l'arcivescovo di
Reggio, da cui dipendevano tredici suffraganei, fu detto primate della
Calabria, come nella novella di Leone il Filosofo dell'anno 887. Più
tardi, quando la Chiesa greca ruppe apertamente contro la latina, il
patriarca di Costantinopoli Luitprando con editto del 968 impose alle
chiese di Puglia e Calabria in luogo del rito latino il greco. Alcune
chiese resistettero, ma non poche obbedirono, e molte conservarono il
rito greco, anche quando dopo la conquista normanna ritornarono sotto
la giurisdizione di Roma.[625] Così le diocesi di Bova ed Oppido,
l'arcivescovato di S. Severina[626] e più di tutte la chiesa di
Rossano, ove nel 1092 fu ben scelto un vescovo latino, ma gli abitanti
non vollero accomodarsi al cangiamento del rito, e tanto s'adoperarono
presso Ruggiero, che l'accorto duca acconsentì alle loro dimande, ed
il rito greco visse indisturbato fino al 1460, in cui il vescovo Matteo
dei minori osservanti lo mutò nel latino.[627]
A conservare il rito e la tradizione greca concorsero i basiliani,
venuti in Calabria al tempo delle persecuzioni iconoclastiche. Cotesti
frati si possono dire i precursori di Gioacchino, e parecchi di loro
vennero parimenti in riputazione di santi e di profeti. Nè sarà inutile
raccontare brevemente la vita di qualcuno tra loro per conoscere più da
presso l'ambiente nel quale visse l'abate calabrese.
La regola di S. Basilio, più rigida della benedettina, prescriveva
una vita austera, nè poneva inciampo che qualche frate seguisse le
tracce degli antichi anacoreti. Per tal guisa i basiliani acquistarono
ben presto gran credito presso il popolo, e la loro autorità crebbe
grandemente nei tempi così trepidi e burrascosi delle incursioni
seracinesche, talchè di parecchi fra loro, che colla loro parola
ispirata incuoravano i fedeli nella guerra santa, è rimasta viva
la tradizione in Calabria. Tuttora si venera nel Monteleonese S.
Leoluca o Leone Luca da Corleone in Sicilia, un monaco basiliano che
all'appressarsi dei Saraceni fuggì in Calabria nel monastero di Mula
presso Cassano, ne diventò più tardi abate, e fondate case filiali a
Vena e Monteleone morì intorno al 900.[628]
Più famoso ancora è un altro basiliano, siciliano pur lui, da Enna
o Castrogiovanni, e chiamato Elia il giovane. Fornito del carisma
profetico, previde a dodici anni che i Saraceni sarebbero entrati nel
castello di S. Maria, ove la sua famiglia s'era rifugiata, e perfino
i nomi di quelli che sarebber caduti nella mischia seppe dire; ma pur
troppo non previde che egli stesso sarebbe stato preso dagl'infedeli,
e per ben due volte di seguito. La prima par che fosse stato ricompro
e liberato da un cristiano; ma la seconda fu menato in Egitto, dove a
quel che narra il biografo ebbe a patire la sorte del casto Giuseppe.
Certo è che ben presto chiarita la sua innocenza, fu lasciato partire
per la Palestina, ove prese l'abito monacale dalle mani del patriarca
Elia, di cui tolse puranche il nome. Dopo tre anni di soggiorno nei
luoghi santi, fallitogli il disegno di recarsi in Persia, si fermò per
poco in Antiochia. E di là saputo che un'armata bizantina comandata da
Basilio Nasar moveva a combattere i Saraceni, fece ritorno in patria,
ove riprese le sue profezie e predisse ai Reggini la sconfitta che
avrebbero patito i Musulmani, già rotti una volta presso le coste
dell'Ellade. Restaurate le sorti delle armi nemiche fuggì di nuovo
in Oriente col compagno Daniele, che in Taormina gli s'era messo ai
fianchi. Riparò prima nel Peloponneso, e di là in Corfù, dove gli era
più agevole tornare alla sua diletta Calabria. E vi tornò, ed in un
luogo presso Capo dell'Armi, detto Saline, fondò un convento basiliano;
ma ben presto dovè riprendere la via dell'esilio per campare dal furore
dei Musulmani, che disfatto nell'888 il navilio imperiale a Milazzo,
minacciavano Reggio. Eccolo di nuovo a Patrasso nel Peloponneso, donde
posate le armi approdò di nuovo in Calabria, ed in luogo più sicuro,
sul vertice del monte S. Elia, tra Palmi e Seminara, fondò un altro
monastero basiliano. Di là, chiamato dall'imperatore Leone partì ancora
una volta per l'Oriente, ma arrivato a Tessalonica le forze gli vennero
meno, e morì nelle braccia del suo fido discepolo.[629]
Questo eroico cenobita, che non trova mai posa, è come rappresentante
di una forte generazione di Calabresi e Siciliani, che fan da mediatori
tra l'Oriente e l'Occidente, e s'adoperano a comporre i dissidii dei
due centri cristiani per rivolgere concordi le forze contro gl'invasori
musulmani. Ed a questo fine lavora un altro Elia, da Reggio, detto
Speleota dall'amore che porta alla vita solitaria, anche lui fuggente
nel Peloponneso dall'ira dei Saraceni, anche lui dotato dello spirito
profetico, tal che predice la morte del patrizio Bizalone ribellatosi
all'Imperatore intorno al 920. Succeduto ad Elia juniore nella
direzione del convento presso Palmi, vi morì intorno al 960.[630]
Discepolo di Elia Speleota è un Luca da Demona in Sicilia, che
lasciato il convento basiliano di S. Filippo d'Argira, ove era entrato
giovanetto, recossi in Calabria dal santo eremita, il quale divinate
le buone disposizioni del novizio, lo mise a parte della sua scienza.
Venuto anche in possesso dei doni profetici, previde nuove incursioni
dei Saraceni, dalle quali riparò in un luogo, posto a confine tra la
Calabria e la Lucania, detto Noja. E dopo essere stato ivi per ben
sette anni, venne ad un vecchio e diruto convento di S. Giuliano presso
il fiume Agri. Di là all'appressarsi di Ottone I, che muoveva contro
l'imperatore Niceforo nell'anno 968, fuggì coi suoi sulle montagne
delle Armi in Lucania, ed ivi fondò un nuovo monastero detto Armento.
Su questo ermo sito ei si teneva sicuro, e non a torto, chè neanco
riuscirono ad espugnarlo i Saraceni, contro i quali uscito animosamente
con i più validi dei suoi monaci li mise in fuga. Morì sul cadere del
secolo decimo nel 993.[631]
Taccio di altri due santi basiliani, a cui la tradizione non
attribuisce la virtù profetica, S. Vitale da Castronovo morto nel
994 e S. Filareto morto verso il 1070. Ma ben dirò di S. Nilo, forse
il maggiore di cotesti profeti, nato verso il 903 in Rossano, città,
dice il cronista, a tutti nota, perchè la sola che finora sia sfuggita
all'ira dei Saraceni. L'amore della vita ascetica ben tardi si accese
nel suo petto, ma così fervido che fattosi frate nel convento di S.
Nazario, non che convivere cogli altri si ritrasse in luogo alpestre
e solitario, dove in compenso delle aspre mortificazioni gli parea di
vedere l'invisibile, e gli si facea presente l'avvenire. Testimone di
una incursione saracinesca del 951, indarno preveduta dall'amico suo
Fantino, ed appena scampato da un'altra posteriore per essersi riparato
in Rossano, ei predicea che ne sarebbero accadute altre più terribili,
e distoglie lo stratego Basilio dal costruire un oratorio, che ben
presto sarebbe disfatto dalle orde nemiche. Nè mal s'appose, chè i
Saraceni vennero di nuovo, e benchè S. Nilo avesse ricevuta dall'emiro
Abu-l-Kasem una lettera piena di rispetto, pure non si tenne sicuro,
e lasciata per sempre la Calabria, riparò nel principato di Capua, ove
ebbe lieta accoglienza dai frati di Montecassino dapprima, e poscia da
quelli di Valle Lucia.
Non racconteremo più oltre la sua vita, nè diremo dei conventi
basiliani, che ei fondò a Gaeta e Grottaferrata. Ma toccheremo soltanto
di quello che a noi più preme, dei discorsi che tenne in Montecassino,
e le profezie che in quegli anni gli si attribuiscono. In quanto alle
dispute ben s'intende che doveano essere ben frequenti tra gli ospiti
benedettini, seguaci del rito latino, ed il frate basiliano che non
ismetteva l'abito e l'uso greco; ma egli avea la risposta pronta ad
ogni obbiezione. A chi forse menomava il valore della vita solitaria,
che molti basiliani amavano di menare, ei rispondeva che l'eremita
non era più uomo, ma uno di questi due, o angelo o demone. A tale,
che rimproverava i Greci di non digiunare il sabato a simiglianza
degli antichi Ebrei, ei diceva che il digiunare di sabato era comune
puranco ai Catari. Tutte le difficoltà che gli si faceano sui punti
più scabrosi della Bibbia risolveva, come più tardi Gioacchino, con
una interpetrazione allegorica, che salvava lo spirito sacrificando la
lettera.
Più notevoli sono le sue profezie, o le minacce che coll'accento
risoluto del profeta non temeva di volgere contro i grandi, principi
o pontefici che fossero. Alla principessa di Capua, accusata di avere
instigato il proprio figliuolo all'uccisione di un cugino, che poteva
contrastargli il trono, disse ben alto: non bastare le orazioni e le
elemosine ingiuntele dal vescovo a lavarla dal suo peccato; bensì
dovere in espiazione della sua colpa consegnare l'uccisore alla
famiglia dell'ucciso, e le predisse che nessun rampollo della sua casa
reggerebbe più le sorti di Capua. All'abate di Montecassino, seduto a
tavola tra suonatori di cetra, predisse che non passerebbe molto tempo
che il principe capuano, venuto a lotta con lui, gli farebbe cavare
gli occhi. Le profezie non saranno state così determinate, come _ex
eventu_ le sa dire il biografo; ma io non dubito dell'ardimento del
santo, che in altra occasione seppe tenere non meno aspro linguaggio
collo stesso Papa e coll'Imperatore. Trattavasi di un conterraneo,
di Filogato da Rossano, che venuto in grazia dell'imperatrice di
Costantinopoli, diventò prima vescovo e poi papa in opposizione di
Gregorio V. Pare che S. Nilo avesse dissuaso l'amico suo dal provocare
uno scisma, che sarebbe tornato e alla Chiesa ed a lui stesso di
grandissimo danno; ma quando seppe l'antipapa caduto, e cacciato in
fondo di una prigione dopo essergli stato barbaramente mozzo il naso
e la lingua, e cavati gli occhi, non stette alle mosse e partì per
Roma. Dal Papa e dall'Imperatore impetrò il perdono del vinto, che
oramai non poteva recare più nessun danno, e pare che l'uno e l'altro
glielo promettessero. Ma qual ne sia stato il motivo, vennero meno
alle promesse, e l'infelice antipapa così malconcio e vestito dei
paludamenti pontificali fecero trascinare alla coda di un asino per
le vie di Roma. Tonò contro l'osceno spettacolo il nostro santo, e
predisse al Papa ed all'Imperatore che Dio non avrebbe perdonato loro,
come essi non perdonarono al vinto nemico. Questo ardito linguaggio non
è insolito in tempi burrascosi, e la fama del santo era così diffusa,
che non sarebbe stato prudente recargli offesa. Certo che ei seguitò
a fondare nuovi sodalizii, e grave d'anni morì verso il 998, mentre si
costruiva il convento di Grottaferrata, che in seguito sarà il centro
dell'ordine basiliano.[632]
La vita di S. Nilo mostra quanta importanza abbiano avuta i monasteri
greci della Calabria nel secolo decimo. E seguitarono ad averla nei
secoli posteriori sotto i Normanni, i quali non pure restaurarono
i conventi rovinati dai Saraceni, ma altri non pochi ne crearono di
nuovi. Ed i privati emulavano in ardore i governanti, talchè secondo
il Barrio a mille ammontarono i conventi basiliani del continente, ed
a cinquecento quelli di Sicilia. Celebre fra tutti fu il monastero di
S. Salvatore presso Messina, fondato dal conte Ruggero ed ampliato dal
figliolo. A capo di questo insigne convento fu messo S. Bartolommeo
da Simmeri presso Catanzaro, già abate del monastero di Patire presso
Rossano. La vita di S. Bartolommeo non differisce gran fatto dalle
altre di santi basiliani. Dotato anche lui di spirito profetico, fondò
un nuovo convento, forse quello di Patire, ed avutane l'approvazione
da Pasquale II (1099-1118), ne divenne abate. Più tardi si recò
dall'imperatore Basilio per promovere la desiderata concordia tra
greci e latini, e rifiutata un'abbazia nella capitale bizantina tornò
in Calabria, e da Ruggero, come dicemmo, fu fatto archimandrita,
perchè il convento di S. Salvatore, al quale fu preposto, esercitava
giurisdizione su 44 conventi. Morì nel 1130.[633]
Codesti santi basiliani sono i veri precursori di Gioacchino. Tutti
menano al pari di lui vita di stenti e di fatiche, e tormentano
spietatamente il loro corpo per dare più libero volo al loro spirito.
Tutti amano al pari di lui la solitudine, e si ritraggono negli
alpestri silenzii di un eremo, ove a poco a poco per opera loro sorgerà
un nuovo cenobio, di regola ognor più stretta e severa. Ma e nell'eremo
e nel cenobio tutti questi santi spendono la loro vita tra lo studio
dei libri sacri e le frequenti salmodie, e la mente educata in questi
severi esercizii levano alle mistiche contemplazioni, ove par che si
squarci il velame del futuro. Dal più al meno codesti padri basiliani
sono dotati del _carisma_ profetico, e nei giorni angosciosi delle
incursioni saracene, ai popoli minacciati negli averi, nella libertà
e nella fede, fan sentire la loro voce ispirata, che or promette la
vittoria per incoraggiare la resistenza, or predice nuove sventure per
indurre il pentimento dei proprî falli.
Su questa via aperta dai basiliani fece gran cammino l'abate calabrese.
E se ai suoi tempi non si temevan più le incursioni saracene, gli
animi non erano meno agitati da paure, nè l'avvenire si mostrava
men fosco ai chiaroveggenti. Gl'infedeli erano stati disfatti; ma i
Cristiani seguitavano a battagliare tra loro, e con alterna fortuna
Svevi e Normanni si contrastavano il dominio della Sicilia. D'altro
canto la Chiesa e l'Impero eran di nuovo tornati alle offese, e contro
il Papa dei Guelfi si levava il Papa dei Ghibellini, e tra queste
scissure si faceva largo l'eresia, una d'intento, benchè diversa nei
nomi e dogmi. Così tra gli scismi, l'eresie, le guerre, le calamità
rinasceano le paure dei millenarii, che di un mondo così tormentato
prevedeano imminente la fine. E tornavano in onore gli scritti
profetici, da gran tempo dimenticati, talchè nel 1142 un Gaufrido di
Mounmouth tradusse dall'antico brettone in latino alcune profezie del
bardo o mago Merlino; ed altre ne tradusse per incarico di Roberto,
vescovo di Oxford, quel Giovanni di Cornovaglia che nel 1170 scrisse
un elogio di papa Alessandro III. Ed intorno a codeste profezie un
grave scrittore, Alano da Lilla, che è disputato se sia il dottore
universale, non disdegnò di comporre un lungo commentario. Non è da
meravigliare, scrive questo grave commentatore, che un bardo forse
pagano, o almeno non fervido cristiano, abbia sortite queste virtù
profetiche, perchè anche le Sibille ebbero tali virtù, ed una di esse
predisse l'avvenimento del Signore. Nè ci sarebbe da ridire se Merlino
fosse nato da una vergine e da un incubo, perchè anche Perizione ebbe
da Apollo il suo figliolo Platone, ed a quel che afferma Apulejo tra
la luna e la terra errano spiriti, che assumono talvolta la forma
d'incubi. Tanto era viva in quel tempo la fede nei profeti, tanto
bisogno si sentiva delle profezie![634]
L'abate Gioacchino non è dunque una manifestazione isolata. E prima e
dopo di lui viveano altri veggenti come quel S. Cirillo, priore dei
Carmelitani, morto intorno al 1224, che secondo un'antica biografia
celebrando la messa, vide in una nube un angelo che reggea due tavole
d'argento scritte in caratteri greci, tavole che recate dal cosentino
Telesforo all'abate Gioacchino furono da lui dottamente interpetrate
e commentate.[635] Tutto questo racconto è un tessuto di errori
cronologici, ed evidentemente apocrifo è il commento alle profezie di
Cirillo, attribuito a Gioacchino. Ma siffatta tradizione mostra come la
letteratura profetica traesse sempre novo alimento dallo scambio d'idee
tra l'Oriente e l'Occidente, che durava tuttora per opera dei frati
calabresi.
Per tutte queste ragioni ben si comprende come Gioacchino, che cammina
sulle orme dei basiliani, debba fare grandissimo conto della Chiesa
orientale in paragone della romana, nello stesso modo che mette S.
Giovanni, rappresentante secondo lui la Chiesa greca, al di sopra
di S. Pietro, fondatore della romana. E si comprende altresì come
apprezzi lo studio, che i Greci faceano dei libri sacri con maggiore
cura ed assiduità dei preti latini, e del loro metodo d'interpetrazione
allegorica si faccia continuatore. E lodi assai la preferenza data dai
Greci alla vita contemplativa in confronto dell'attiva ed al canto
corale a paragone della semplice lettura, e levi a cielo la vita
faticosa ed aspra, che menano i cenobiti greci di molto superiori ai
molli frati latini.[636] Ma se per questi rispetti tiene la Chiesa
greca superiore alla latina, per altri la stima assai da meno, come
ad esempio per la tolleranza del matrimonio dei preti.[637] E perciò
Gioacchino veste l'abito monacale in un convento di benedettini, non di
basiliani, e da Benedetto fa cominciare il terzo periodo dell'umanità,
non da Basilio. E benchè la dottrina dello Spirito santo insegnata
dalla Chiesa greca rispondesse meglio al suo proposito di attribuire
eguale efficacia alle tre persone, pure la rifiuta, nè soltanto ammette
la doppia processione, ma se ne serve, come vedemmo, per ispiegare
l'anomalia di certi riscontri storici. L'influsso della Chiesa greca in
Calabria se dunque può rendere ragione di alcune parti della dottrina
di Gioacchino, ne lascia inesplicate molte altre. Gioacchino dalle
scuole basiliane potè ben ricavare l'interpetrazione allegorica della
Bibbia, potè sulle orme dei santi basiliani divenire un profeta anche
lui; ma quella ingegnosa filosofia della storia, che sulle tracce del
passato gli fa scoprire le vie del futuro, ei non la trova nè nelle
scuole basiliane, nè nelle bizantine. Nè alcun contemporaneo od eremita
o filosofo o profeta era arrivato sino a questo punto.
Io son d'avviso, che la dottrina di Gioacchino si connetta strettamente
col Catarismo. Che Gioacchino conosca i Catari è fuori di dubbio.
Dall'esposizione abbiamo già veduto come egli applichi a questi
eretici quel che dice l'_Apocalisse_ dei falsi profeti, che saranno
per precedere la fine del mondo. Ma se rifiuta la parte dommatica
della loro dottrina, se quel loro dualismo gli ripugna, e peggio
ancora quella critica dei dommi cristiani, che fanno sulla scorta
della ragione, e quella loro concezione docetica di Cristo e di
Maria, non pertanto va d'accordo con loro nelle applicazioni etiche.
Quell'ascetismo esagerato, che nega ogni valore alla terra, ed
ogni diritto al corpo; che ingiunge la più rigorosa astensione dal
nutrimento animale, e dichiara colpevole ogni piacere od affetto
terreno; quell'ascetismo che volentieri distoglierebbe gli uomini dalla
procreazione, e vedrebbe con gioja la fine del mondo, non è dubbio che
risponde ai più intimi convincimenti di Gioacchino. Nè hanno tutti i
torti, secondo lui, i Catari di mordere il clero cattolico, che mena
vita intemperante e fastosa, e semprepiù si allontana dall'ideale
ascetico,[638] ed anch'egli, come vedemmo, non risparmia preti e frati,
ed è d'avviso che ormai la corruzione dei cristiani è venuta a tale, da
essere imminente una innovazione radicale nelle pratiche e nei costumi.
I mali estremi sogliono essere il segno di una età che si chiude e di
un'altra che comincia; perchè in quel periodo faticoso di dissoluzione
e di preparazione, pare che sia perduta ogni legge, ed è perduta nel
fatto ma per far posto ad un'altra. E Gioacchino al pari dei Catari
desidera e presente vicina una radicale mutazione non nei dommi o nelle
dottrine, come pretendono essi, bensì nella disciplina e nelle pratiche
del cristianesimo.
E questa previsione, a cui s'informano tutte le sue opere, ei l'attinge
da quello stesso metodo d'interpetrazione biblica, che solevano così
largamente adoperare gli eretici, la spiegazione allegorica. Certo
per un verso Gioacchino è l'antagonista dei Catari, e se quelli
scoprono ripugnanze e contraddizioni tra i due Testamenti, questi
invece ne dimostra in un libro speciale le armonie. Ma la stessa
opposizione mostra fra loro una certa parentela; e Gioacchino ben
concede che ove si prendano alla lettera i libri sacri, l'opposizione
è innegabile, e secondo lui la concordia nasce solo quando s'intenda
l'antico Testamento non per quello che fu, ma quale anticipazione
del Nuovo.[639] I Catari avrebbero potuto accogliere questa
interpetrazione, e lavorando di allegoria anch'essi trovare non pure
nel Nuovo Testamento, come erano usi, ma anche nel Vecchio i germi
delle loro dottrine. E nel risultato finale agevolmente si sarebbero
trovati d'accordo con Gioacchino, perchè anch'essi si credevano
uomini spirituali di contro a quelli, che tanto tenevano alla lettera
dei due Testamenti; ed anch'essi al battesimo dell'acqua volevano
sostituito quello del fuoco, ed il loro _Consolamentum_ stava appunto
nell'accogliere entro l'anima, pressochè sciolta dai vincoli del corpo,
la pienezza del Santo Spirito.
Tutti questi riscontri mettono fuor di dubbio la profonda
rassomiglianza tra le dottrine catare e le gioachimite, ed anche
qui troviamo confermata l'ipotesi fatta al principio dei nostri
studii, secondo la quale dal Catarismo per successive restrizioni o
attenuazioni sono provenute tutte le altre eresie medievali. Certo
Gioacchino, che si credeva e dichiarava apertamente cattolico, avrebbe
energicamente protestato contro chi l'avesse messo a pari cogli
eretici; ma di quanto s'allontanino dalle tradizionali le dottrine
gioachimite lo mostreranno nel fatto le sètte, che saranno per
abbracciarle. E che queste nuove eresie si riannodino per occulti fili
alla catara lo prova luminosamente un riscontro storico, che forse
parrà strano ma non è meno evidente. La dottrina dell'abate Gioacchino
ha molti punti di rassomiglianza col Montanismo. I Montanisti si
davano per profeti, nè parlavano se non per ispirazione dello Spirito
Santo. L'uomo, dice Montano, si riferisce al Santo Spirito come la lira
all'arco che ne cava i suoni.[640] Certo v'ebbero profeti e nell'antico
e nel nuovo Testamento, perchè sempre lo Spirito Santo ispirò alcune
anime elette; ma da ora in poi l'azione dello Spirito è continua ed il
profetismo non è più il fiore, bensì la radice della vita religiosa,
nè soltanto i fondatori della nuova dottrina, ma tutti quelli che vi
credono s'hanno a dire uomini spirituali o pneumatici, a differenza
degli altri, che sono soltanto psichici.[641] Codesta nuova profezia
non distrugge la dottrina cristiana, ma la compie e l'integra, perchè
il Paracleto secondo Tertulliano non è institutore, ma restitutore.
Nella natura, sèguita il grande Apologista, è dapprima il seme, poi
la radice, il fusto, i rami, le foglie, le gemme, il fiore, infine il
frutto che per gradi si matura. Così la giustizia umana cominciò dal
temere Dio, quindi per la legge e i profeti venne alla fanciullezza,
di poi per l'evangelio vigoreggiò da giovane, ora per mezzo del
Paracleto arriva alla maturità. Codesta maturità o perfezione sta nel
rinvigorire la disciplina della Chiesa, nel tenere in grande onore la
verginità, sicchè non pure si vietino le seconde nozze, ma benanco
le prime si permettano solo come un male necessario; nel rintuzzare
gli appetiti della carne per mezzo di più severi e frequenti digiuni;
nel rinunziare al mondo e con gioja andare incontro al martirio.
Senza dubbio codesto è un ascetismo rigoroso che mena diritto alla
distruzione del mondo. Nè lo negano i Montanisti, i quali sono pure
chiliasti o millenarii, e credono che noi siamo alla vigilia di quel
gran giorno dell'_Apocalisse_, in cui e terra e cielo andranno a
rifascio, e spenta la vita terrestre dell'uomo, ne comincerà un'altra
celeste ed immortale. Codeste idee riappariscono, di certo modificate
e rielaborate nella _Concordia_ e nel _Commento_ all'_Apocalisse_.
Cosicchè dopo più di mille anni ritornarono le credenze nella fine
del mondo, e rivissero i profeti che l'annunziavano, e riebbe credito
l'ascetismo inteso a diminuire i danni dell'estrema ruina.
Il Montanismo fiorì nella seconda metà del secondo secolo, quando
ferveano le lotte tra la Gnosi e l'Ortodossia. E benchè tutti i
Montanisti, e principalmente Tertulliano, fossero tra i più fieri
oppositori dei gnostici, pure qualche cosa attinsero dai loro
avversarii. Ammettiamo pure che la dottrina dell'ispirazione profetica
e l'ascetismo intransigente non siano se non esagerazione di dottrine
e precetti schiettamente cristiani; ma difficilmente si può revocare
in dubbio che a cotesta esagerazione abbia contribuito la gnosi. E per
effetto di questo influsso l'ispirazione profetica fu messa al di sopra
della tradizione e dell'autorità, ed una istituzione come quella del
matrimonio, approvata e santificata dalla Chiesa, si disse che solo per
legge, ma non in realtà differiva dal concubinato.
La stessa relazione che corre tra le sètte del secondo secolo
noi poniamo in quelle del decimosecondo, ed ammettiamo che benchè
Gioacchino fosse costante ed implacabile oppositore dei Catari, non
per questo seppe sottrarsi al loro influsso. Ed anche lui al pari dei
Catari pensava che l'avvenire appartenesse al più rigido ascetismo; e
che fosse d'uopo d'una profonda rinnovazione e sociale e religiosa.
Ed anche lui al pari dei Catari non temeva di affermare che codesta
rinnovazione in confronto della Chiesa dominante fosse come la carne
in paragone dello spirito. Si può dunque ben dire che rinnovatosi dopo
dieci secoli lo Gnosticismo, si dovea puranco rinnovare il Montanismo.
La storia certo non si ripete monotonamente, e grandi differenze
vi scopre chi vi guardi ben addentro; ma nei periodi più lontani e
disparati dominano pure le stesse leggi, che derivano da ciò che v'ha
di permanente nello spirito umano.