IV

Che il giorno tremendo sia prossimo, Gioacchino non pure lo dimostra

dalla concordia dei due Testamenti, ma dallo studio dei segni

precursori, descritti nell'_Apocalisse_: grandi calamità, guerre

disastrose, scismi ed eresie, e finalmente più terribile di tutti

l'Anticristo. Molti di questi segni secondo Gioacchino erano già

visibili, e se gli uomini non se ne addavano ancora, si doveva allo

scarso studio che facevano delle antiche rivelazioni in confronto

delle condizioni presenti. A codesto studio si mette il Profeta con

ardore. L'Apocalisse è giustamente prediletta da quanti affatica

l'ansioso problema dell'avvenire; ed a chi si compiaccia d'interpetrare

allegorie, nessun libro nè nel nuovo nè nel vecchio Testamento offre

materia più copiosa. Era dunque ben naturale che Gioacchino ne desse

una minuta esposizione, interpetrandolo e commentandolo dalla prima

all'ultima parola, e dappertutto scoprisse segni di verità arcane,

anche dove il senso letterale è pianissimo, e diventa oscuro solo

quando se ne sospetti altro più nascosto.

Così sin dalla prima pagina alla dimanda: perchè l'Evangelista mandi

il suo scritto alle sole sette Chiese dell'Asia minore, mentre egli più

degli altri apostoli suole volgersi a tutti i fedeli,[587] l'espositore

risponde: perchè queste sette Chiese non si debbono prendere nel

senso proprio ma nel metaforico. La concordia tra il vecchio e nuovo

Testamento c'insegna che come dodici furono le tribù del popolo

eletto, così dodici sono le Chiese principali fondate sugli albori

del Cristianesimo. Queste dodici si dividono in due gruppi, uno di

cinque l'altro di sette; il primo comprende le Chiese di Gerusalemme,

Antiochia, Alessandria, Costantinopoli e Roma; l'altro gruppo abbraccia

le sette Chiese dell'Asia minore. Ed a ragione l'Apocalisse non nomina

se non queste ultime, perchè le prime cinque simboleggiano l'età, che

precorsero Cristo, le ultime invece quella, che da lui comincia.[588]

Potrebbe fare intoppo che il periodo precristiano si partisca in

cinque e non in sei o sette periodi come si disse più sopra. Ma a

questa difficoltà è subito rimediato. Le cinque Chiese corrispondono

a cinque tribù d'Israele, Ruben, Gad, Manasse, Effraim e Giuda. La

terza di queste tribù fu suddivisa in due parti, una restò al di qua

del Giordano e l'altra passò oltre. Così le cinque tribù diventano

sei, e ben rappresentano le sei età del periodo precristiano. Le prime

tre, dimoranti all'oriente del Giordano, rappresentano il sorgere del

genere umano, le generazioni che si succedono da Adamo sino a Mosè,

sino cioè allo stabilimento della legge; le altre tribù, che restano

al di qua del Giordano, rappresentano le generazioni succedute a Mosè

sino a Cristo, cioè il periodo _post legem_. Dei figli d'Israele

Ruben perdette ogni diritto di preferenza per aver contaminato il

talamo di suo padre (_Gen._, 49, 4), ed a Giuda invece s'inchineranno

i suoi fratelli, e dalla sua tribù non sarà rimosso lo scettro (Ivi,

8, 9); così le generazioni posteriori allo stabilimento della legge,

furono più accette a Dio delle precedenti, che spesso l'obbliarono; e

parimenti la Chiesa di Roma andò innanzi alle altre che la precorsero,

e meglio di loro serbò il tesoro della tradizione. Queste coincidenze

meravigliose ci tolgono ogni dubbio che le cinque Chiese rappresentano

le cinque o meglio le sei tribù, e per esse le sei età che precedono

Cristo. Le rimanenti sette Chiese o sette tribù debbono dunque

rappresentare le età che lo seguono, vale a dire il lungo periodo che

da Cristo arriva sino ai giorni di Gioacchino. Quest'ultimo periodo

poi si suddivide in sette, e non in sei o cinque, per due ragioni

evidentissime: la prima che a tal modo si compie il sacro numero

dodici, la seconda perchè prima di Cristo erano ben pochi i fedeli ed

appartenenti ad una sola nazione, dopo Cristo son molti e di tutte le

nazioni, e ad una turba così numerosa Giovanni ha da volgere la parola

per aprirle il segreto dell'avvenire.[589]

Dopo questa interpetrazione non farà meraviglia che in quei pochi

luoghi dove Giovanni spiega da sè medesimo il senso delle sue

allegorie, il nostro autore non gli creda, e l'interpetre stesso e la

spiegazione addotta intenda come una nuova allegoria. Ormai si monta

di nube in nube, e la terra sempre più sfugge allo sguardo. Così

quando in fine del primo capitolo si legge che le sette stelle son

gli Angeli delle sette Chiese, e i candelieri d'oro le Chiese stesse

(_Ap._, I, 20), non dobbiamo intendere tutto questo alla lettera, a

quel modo che non bisogna intendere alla lettera la spiegazione, che

Giuseppe recò del sogno di Faraone. Perchè Giuseppe che spiega i sogni

e distribuisce le vettovaglie è il simbolo dell'ordine contemplativo,

che svela gli arcani e distribuisce le grazie spirituali. Ed i sette

anni grassi rappresentano le età del Vecchio Testamento, nelle quali

si fece incetta del grano delle sacre parole, e gli anni magri si

riferiscono all'età nostra povera di nuove rivelazioni, ma studiosa

interpetre delle antiche. Non dimandiamo come si dicano magri i tempi

del Cristianesimo in paragone, per giunta, non dell'avvenire, ma del

passato giudaico; sarebbe ingiusto richiedere esattezza e coerenza in

tanta mobilità d'interpetrazioni. Notiamo solo che per le sette stelle

ed i sette candelabri non si debbono intendere, come parrebbe, le

sette partizioni dell'èra cristiana, bensì i sette doni dello Spirito

Santo. Infatti, dice Gioacchino, le stelle poste alla destra di Gesù,

raffigurano qualche cosa di cui si riconosca l'eccellenza su Gesù

medesimo. E certamente lo Spirito si vantaggia sul Verbo di quanto

la pienezza e gioja dell'amore sovrasta sulle angustie della scienza;

talchè non lo _Spirito_ ma il _Verbo_ s'incarna ed assume le sembianze

del servo, e del servo porta le fatiche e le stanchezze; alla libertà

dello _Spirito_ invece perfino l'apparenza del servaggio ripugna.

Questo significato delle sette stelle ha tanto valore che si estende

alle Chiese, contraddicendo alla spiegazione precedente. Secondo questa

nuova interpetrazione cinque delle dodici Chiese s'hanno a riferire

non più al padre, bensì al figliuolo, del quale rappresentano le

cinque opere principali: la nascita, la passione, la risurrezione,

l'ascensione e l'invio del Paracleto; le altre sette naturalmente

anzichè il figliuolo rappresentano lo Spirito ovvero i suoi sette

doni.[590]

In un altro luogo le sette stelle non rappresentano più i sette doni

dello Spirito, ma sette grandi uomini, rappresentanti sette periodi.

Adamo, la cui lunga vita lo accomuna con Saturno; Noè che per la sua

temperanza si assomiglia a Venere; Abramo padre dei fedeli parallelo

a Giove che dai Gentili fu detto padre degli uomini e degli Dei;

Moisè sapiente come Mercurio; David valoroso più di Marte; finalmente

Giovanni ed Elia raffigurati nell'umida luna e nell'infocato sole.[591]

Si ritorna così all'antica interpetrazione delle sette Chiese, colle

quali possono andare benissimo paragonati i sette uomini, perchè

l'angelo di Efeso ha di comune con David la prerogativa del governo,

l'angiolo di Smirne pareggia Giovanni nella sofferenza, e così di

seguito.

Codesti grandi uomini sarebbero i patriarchi di sette ordini,

quello dei coniugati, dei laici continenti, degli apostoli, dei

martiri, dei dottori, delle vergini, dei conventuali, sebbene una

esatta corrispondenza tra gli uni e gli altri nè Gioacchino l'ha

mai dimostrata, nè forse sarebbe agevole a scoprire.[592] Comunque

sia, se per le sette stelle o candelabri o Chiese s'ha da intendere

codesti sette ordini, par che in esse vada effigiata la storia non

del solo periodo cristiano, ma di tutti i tempi; perchè l'ordine dei

conjugati e laici continenti rappresenterebbe l'èra precristiana;

quello degli apostoli, martiri e dottori la cristiana; e infine le

vergini ed i conventuali accennerebbero alla età nuova, già cominciata

con S. Benedetto. E con siffatta interpetrazione andrebbe in parte

d'accordo l'altra dei sette occhi dell'Agnello (_Apoc._, V, 6),

ciascuno dei quali rappresenterebbe il dono conferito dallo Spirito

a ciascun ordine, la fortezza dei prelati, l'intelletto dei dottori

e simiglianti.[593] Ma in quest'ultimo passo già comincia a mutare

l'interpetrazione, perchè i sette ordini non sono quelli di prima,

e si parla ora di prelati e di diaconi, e gli ordini par che tutti

appartengano all'èra cristiana.

In questo senso certo vanno interpetrati i sette suggelli del famoso

libro scritto dentro e di fuori, perchè codesto libro non è se non

il Nuovo Testamento e le successive rotture dei suggelli vogliono

dire altrettante fasi nello svolgimento dei tempi cristiani. Così

alla rottura del primo suggello l'Evangelista vede un cavallo bianco,

montato da un cavaliere dall'arco, che ebbe una corona e fu dichiarato

vincitore (_Ap._, VI, 1). Questo cavallo bianco è la Chiesa primitiva,

ed il cavaliere è Cristo medesimo. In altre parole abbiamo la

rappresentazione allegorica del primo periodo della Chiesa, governata

dagli Apostoli, e candida della sua purità. Alla rottura del secondo

suggello esce fuori un cavallo sauro, montato da un cavaliere, cui

fu dato di togliere la pace della terra. Questo cavallo sauro sono

i sacerdoti pagani, che combattono spietatamente la nuova Chiesa.

Siamo già nel secondo periodo, quello dei martiri. Un cavallo negro

esce fuori alla rottura del terzo suggello, ed il cavaliere che lo

monta ha una bilancia in mano (_Apoc._, VI, 5). Questo cavallo morello

secondo Gioacchino è il clero ariano, ed il cavaliere, Ario stesso, che

tenendosi strettamente alla lettera sotto l'apparenza di una esatta e

ben pesata interpetrazione uccide lo spirito della nuova dottrina. Ecco

il terzo periodo dei contrasti dommatici, il terzo ordine, i dottori.

Rotto il quarto suggello, sopra un pallido cavallo si mostra un

cavaliere per nome la Morte. Questo cavallo che ha il colore dell'odio

e del livore, vuol significare l'empia genìa dei musulmani che

disertarono moltissime Chiese dei Greci, ed occupano anch'oggi grande

estensione della terra. Questa quarta calamità ha la sua rispondenza

nella cattività di Babilonia. All'apertura del quinto suggello

l'Evangelista non vede più cavalli, ma le anime degli uccisi per la

parola di Dio, che di sotto all'altare gridano con gran voce: Infino

a quando, o Signore, non vendichi il nostro sangue? Qui è chiaramente

annunziata secondo Gioacchino una quinta persecuzione, e come la prima

ebbe luogo nella Giudea, la seconda in Roma, la terza in Grecia, la

quarta in Arabia, così la quinta è scoppiata nella Mauritania e nella

Spagna, ove un gran numero dei cristiani superstiti alle precedenti

persecuzioni, vennero uccisi. A queste anime vien detto, che riposino

ancora un poco di tempo finchè sia compiuto il numero dei fratelli

che han da essere uccisi, perchè dopo questa quinta persecuzione, che

ha luogo oggi, succederà una sesta. Gioacchino dunque crede che l'età

sua sia l'estrema del quinto periodo.[594] All'apertura del sesto

suggello si udì un gran tremuoto, ed il sole si fe' nero come un sacco

e la luna rossa come sangue, e le stelle del cielo caddero in terra,

ed i re della terra e i grandi e i capitani e i ricchi e i possenti e

ogni servo e ogni libero si nascosero nelle spelonche e nelle rocce

(_Ap._, VI, 12 e segg.). Questo evidentemente è l'ultimo giorno,

che in un senso stretto s'ha da riferire al giudizio universale,

avente luogo al termine della storia umana; ma nel senso largo si

può intendere per la fine di ciascun periodo,[595] ed in quest'ultimo

significato l'intende Gioacchino. Alla quinta persecuzione, che accadde

ai giorni suoi, ei prevede abbia a seguirne una più dura ancora; nè

s'illude che i mali dell'età sua sieno per cessare; anzi nell'ultima

età del secondo periodo, ovvero nel sesto tempo (sesto suggello),

si aggraveranno, e se i miscredenti e una parte di fedeli morrà per

la propria fede, un'altra, forse la maggiore, sarà per perderla. E

l'ordine monastico medesimo, del quale erano così evidenti i segni

di corruzione, volgerà all'estrema ruina, il che è come a dire che il

sole si oscurerà.[596] Non occorre dire del clero secolare, al quale

si può applicare l'imagine della luna fatta color di sangue, perchè in

lui non è più niente di spirituale e celeste.[597] Finalmente rotto il

settimo suggello, si fece silenzio nel cielo lo spazio di una mezz'ora

(_Apoc._, VIII, 1). Il che vuol dire che alle guerre e calamità

succederà il riposo, al secondo periodo così tormentato principalmente

negli ultimi suoi giorni, terrà dietro l'età nuova, nella quale regnerà

il silenzio della vita contemplativa.[598]

Da ora in avanti non si muta più l'interpetrazione. I sette angeli, a

cui furon date sette trombe, rappresentano le sette età del mondo, sei

nelle quali si esaurisce il secondo periodo, ed una in cui si riassume

il terzo. È inutile entrare nei particolari, ed il lettore può colla

scorta delle interpetrazioni precedenti indovinare le altre. La stella,

ad esempio, ardente come un torchio, che al suono della terza tromba

cade nelle acque, convertendo la terza parte di esse in assenzio,

è senza dubbio Ario, per onestà dei costumi uno dei sacerdoti più

specchiati, il quale caduto nell'eresia trae seco innumerevole turba di

vescovi e di preti. Un'altra stella cade al suono della quinta tromba,

in quella che l'angelo apre il pozzo dell'abisso, onde sale un fumo

così denso da ottenebrare l'aria, e vengono fuori locuste, cui fu dato

il potere degli scorpioni della terra. La nuova stella dev'essere un

altro eresiarca non dissimile da Ario, prete e letterato come lui. Di

costui Gioacchino non sa dire il nome, ma accenna vagamente ai filosofi

del suo tempo, che al pari di Abelardo vogliono tutto comprender colla

ragione.[599] Le locuste sono i Patarini, che al tempo di Gioacchino

s'erano moltiplicati a segno, che pochi anni dopo, Innocenzo ebbe a

bandire una crociata contro. Questi eretici sono il vero Anticristo,

come previde chiaramente Giovanni, che in una sua lettera (1 JOH.,

2, 22) dice chiaramente: chi nega che Cristo sia venuto in carne è

lo stesso Anticristo. (Evidentemente qui lo scrittore della lettera

parla del docetismo a lui contemporaneo, che poi venne accolto nel

Catarismo). E se tutti questi eretici meritano il nome di Anticristo,

a maggior ragione l'avrà il loro re che secondo l'_Apocalisse_ si dirà

Abadon (_Ap._, X, 11) ed in greco Apollion, distruggitore (!) E stante

che gli eretici patarini erano cresciuti d'audacia e di numero al tempo

di Gioacchino, ei non dubita che anche quei, che si metterà alla loro

testa, sia già nato, sebbene non sia ancora scoccata l'ora della sua

rivelazione, perchè si manifesterà soltanto nell'età seguente, o sesta

ed ultima dell'evo cristiano.[600] Questa età, come già sappiamo,

è la prossima futura, e Gioacchino la crede già cominciata al suo

tempo, sebbene non fosse[601] chiusa ancora l'età precedente. In essa

seguiteranno gli eretici con maggior vigore, stantechè ai patarini

si uniranno i saraceni, come tentarono di fare nel 1195 secondo le

notizie che Gioacchino raccolse da un tale tornato da Alessandria

in Messina. Questi novi eretici nati dalla fusione dei precedenti

sono rappresentati dai cavalli dell'_Apocalisse_ a testa di leone, e

dalla cui bocca escono fuoco e fumo e zolfo, e sul cui dorso montano

cavalieri dagli usberghi di foco (_Ap._, IX, 17). Contro essi non varrà

più resistenza alcuna, come pur troppo, aggiunge Gioacchino, già si

cominciò a sapere per esperienza or non è molto, quando gli eserciti di

Federico primo furono disfatti dagli infedeli.[602]

A questa età sesta succede, come già sappiamo, la settima, durante la

quale secondo l'espressione dell'_Apocalisse_ (X, 7) si compirà il

segreto di Dio, ovvero si chiuderà la storia dell'uomo, a quel modo

che il settimo giorno chiude la settimana. In questo nuovo periodo

all'intelligenza letterale succederà la spirituale, il che vien

rappresentato nell'iride che circonda il settimo angelo, e che nel

linguaggio simbolico di Gioacchino vuol dire o lo stesso Spirito Santo,

o l'intelletto ripieno dello spirito. E per ciò nell'_Apocalisse_ (X,

2) è detto che l'Angelo pone il suo piè destro sul mare ed il sinistro

sulla terra, perchè in questa è rappresentata la lettera del Vecchio

Testamento, ed in quello la lettera del Nuovo, che vengono entrambe

superate dall'interpetrazione allegorica, la quale sta all'intelligenza

letterale come il fuoco all'aria e all'acqua.[603]

Anche nel _Commento_ all'_Apocalisse_ come nella _Concordia_

Gioacchino pone nel 1260 il termine del secondo periodo, e il

cominciamento del terzo. Questa data vien suggerita da moltissimi

luoghi. Nell'_Apocalisse_ X, 2 si legge che i gentili calpesteranno

la santa città quarantadue mesi o meglio mille duecento sessanta

giorni, calcolato il mese a trenta giorni in media. E per 1260 giorni

è data facoltà nel paragrafo seguente ai profeti di profetare. Inoltre

la donna intorniata dal sole, di sotto a' cui piedi era la luna, e

sopra la cui testa una corona di dodici stelle, dopo aver partorito

il figliuol maschio, che ha da reggere le nazioni, fugge nel deserto

perchè sia quivi nudrita mille ducento sessanta giorni. (_Apoc._, XII,

6). Alla bestia dalle dieci corna e dalle sette teste fu data potestà

di durare quarantadue mesi, che secondo Gioacchino valgono 1260 giorni

(_Apoc._, XIII, 5). Queste coincidenze non sono a caso, si spiegano

tutte mirabilmente, se intende che i quarantadue mesi non sono se non

le quarantadue generazioni del secondo periodo, che calcolate a trenta

anni l'una, importano, come già sappiamo, il corso di 1260 anni.[604]

Dopo tutto quello che abbiamo detto e del corso del tempo, e delle

calamità che sovrastano alla Chiesa, non sono difficili ad interpetrare

le altre allegorie dell'_Apocalisse_. La donna vestita di sole in

generale rappresenta la Chiesa, ma in particolar modo la vergine

madre, che è come la rappresentante dell'ordine degli eremiti. Le

dodici stelle sappiamo ormai che rappresentano le dodici virtù, cinque

minori e sette maggiori. Il sole è lo spirito divino che la riscalda,

la luna che ha sotto i piedi è la concupiscenza carnale o la gloria

del mondo. Ma a quel modo che la donna vestita di sole, oltre al

rappresentare l'ordine verginale, simboleggia ancora la Chiesa in

generale, che dura da Cristo fino ai nostri giorni; così il drago che

le s'oppone rappresenta in un simbolo solo tutti i suoi persecutori,

nei periodi successivi della storia. E così accade che ha sette teste

corrispondenti alle sette età che noi ben conosciamo, e dieci corna che

rappresentano dieci re. La stessa interpetrazione devesi dare della

bestia, che sale dal mare (_Ap._, XII, 1) anch'essa fornita di sette

teste e dieci corna. Essa riassume in uno i caratteri delle quattro

bestie di Daniele (VII, 3), essendo simigliante ad un pardo, coi piedi

d'orso e la bocca di leone e dal drago riceve il suo potere. (_Apoc._,

XIII, 2). Questa bestia dunque personifica in sè i diversi nemici della

Chiesa di Cristo, prima fra tutti la sinagoga degli Ebrei, poi quella

dei pagani, quindi la terza degli ariani, e poi l'ultima dei saraceni:

peccato che il testo di Daniele non gli permetta di aggiungere per

quinta la sinagoga dei patarini.[605]

Ma ci sarà posto anche per questa, perchè fortunatamente

nell'_Apocalisse_ oltre alla prima si legge di una seconda bestia,

che sale non dal mare ma dalla terra, e in luogo di dieci ha due soli

corni simili all'agnello. E fa gran segni, e persuade gli uomini ad

adorare la prima bestia, che un tempo fu ferita mortalmente in una

delle sue teste, ma ora del tutto è risanata. L'allegoria è trasparente

secondo Gioacchino. Questa seconda bestia sono appunto i Patarini,

che si danno per i veri cristiani e non sono, e stringono, come già

dicemmo, alleanza coi saraceni, i quali un tempo quando al grido di

Urbano si riunì la prima crociata (qui sbaglia la data e in luogo

del 1079 mette il 1015) furono sconfitti; ma poi si rifecero delle

perdite patite, e disfarli oggi torna ben difficile, nè sarà possibile

neanche nell'avvenire se non forse colle armi della parola.[606] È

chiara la simiglianza di questa nuova bestia col piccolo corno di

Daniele (DAN., VII, 8), che ha occhi simiglianti a quelli d'uomo e

bocca che profferisce cose grandi. Le due Apocalissi di Daniele e

Giovanni si chiariscono a vicenda. Secondo Giovanni, la nuova bestia

seduce gli abitanti della terra, e fatta fare una imagine dell'antica

bestia, le infonde uno spirito che parli, e così piega tutti gli uomini

all'adorazione del mostro, e quelli che vi si rifiutano li uccide. E

tutti debbono portare sulla mano o sulla fronte il nome della bestia

o il numero del suo nome. Questa imagine della bestia, che parla per

bocca dei falsi profeti, è senza dubbio quel re undecimo di Daniele,

che (VII, 24) succederà agli altri dieci raffigurati nelle dieci

corna, e proferirà parole contro l'Altissimo, e penserà di mutare i

tempi e la legge. Codesto re sarà senza dubbio dei Saraceni, ed avrà

ai suoi fianchi qualche gran prelato patarino simile a Simon Mago, e

rappresentante l'Anticristo di cui parla Paolo. E l'uno e l'altro sono

rappresentati nell'_Apocalisse_ da un numero 666, perchè 600 vuol dire

le sei età del mondo, 60 la parte che appartiene alla sesta età, 6 il

sesto tempo di quest'età.[607]

Concorde con siffatte interpetrazioni è l'altra della gran meretrice

(_Apoc._, XVII), con la quale han trescato li re della terra, e del

vino della cui fornicazione sono stati inebbriati gli abitanti della

terra. Che non s'abbia da intendere in un senso diverso dalla bestia

che viene dal mare, lo dicono e il sedere sull'acque della meretrice,

e l'avere ella parimenti sette teste e dieci corna. I padri cattolici

sogliono intendere Roma, in quanto rappresenta non la Chiesa, bensì

la moltitudine dei reprobi, la quale non si raccoglie in un luogo, ma

è sparsa per tutte le latitudini della terra. Ed i re coi quali ella

fornica s'intendono i prelati, cui è commesso il governo delle anime,

e che talvolta per compiacere agli uomini, trascurano il dover loro.

Le sette teste sono i regni che furono molesti alla Chiesa nel corso

del tempo; Erode, Nerone, Constanzo ariano, Maometto o Cosroe re dei

Persiani sono i primi quattro capi. Il quinto è chi cominciò a dar

travaglio alla Chiesa nelle lotte delle investiture (Enrico IV). Il

sesto è il re undecimo di cui parla Daniele. Il settimo capo della

bestia è quello dannato alla morte, spento il quale risplenderà la

pace.[608] Le dieci corna, ovvero i dieci re debbono intendersi forse

di altrettanti sovrani che van compresi tutti nel sesto re, poniamo ad

esempio i successori di quel famoso Saladino, re dei turchi, dal quale

non ha guari fu presa la città santa.[609]

V

Tutte quante le interpetrazioni e della _Concordia_ e del _Commento

all'Apocalisse_ concordano nel disegno di dividere la storia

dell'umanità in sette età. Le prime sei ora rappresentano le epoche

ebraica e cristiana insieme, ora la sola cristiana; la settima sta da

sè e sarà forse la più breve e di poco lontana dalla fine del mondo. Ma

non perchè le due epoche precedenti alla settima si possano suddividere

ciascuna in tre parti, non per questo s'ha da dire che non abbiano un

carattere unico anch'esse. Noi già sappiamo come la pensi Gioacchino,

il quale crede che nella prima epoca abbia regnato il Padre, nella

seconda il Figlio, e nella terza sarà per regnare lo Spirito. La storia

dell'umanità dunque facendo astrazione dalle più minute suddivisioni

in tre grandi periodi si può partire. Il primo in cui si vive sotto il

rigore della legge, il secondo sotto il favore della grazia, il terzo

nella pienezza della grazia medesima. Nel primo ha luogo la servitù

servile, nel secondo la filiale, nel terzo la libertà. Nel primo si

vive in timore, nel secondo si riposa nella fede, nel terzo s'arde di

carità. Il primo periodo appartiene ai vecchi, il secondo ai giovani,

il terzo ai fanciulli. Il primo ai servi, il secondo ai liberi,

il terzo agli amici. Nel primo rilucevano le stelle, nel secondo

biancheggia l'aurora, nel terzo è giorno pieno. Nel primo domina

l'inverno, nel secondo la primavera, nel terzo l'estate. Il primo

produsse le ortiche, il secondo le rose, il terzo i gigli. Il primo

l'erbe, il secondo le spighe, il terzo il grano.[610] Questi paragoni

spargono alquanta luce sugl'intendimenti dell'autore, secondo il quale

i tre stati in cui si divide la storia dell'umanità dalla creazione al

giudizio finale, hanno un corso continuo; sicchè l'uno nasce dall'altro

come da fiore frutto. Nè solo continuo, ma progressivo, dal meno al più

perfetto, dal timore all'amore, dalla servitù alla libertà.

Ed agli stati corrispondono gli ordini, che ora sono sette, ora cinque,

il più delle volte si riducono a tre, il coniugato, il clericale, il

monastico. L'ordine dei coniugati ebbe principio in Adamo e cominciò a

fruttificare in Abramo, ed ebbe la missione di crescere e moltiplicare.

L'ordine dei sacerdoti prese principio da Uzzia, che offrì sebbene non

impunemente l'incenso al signore, e fruttificò con Cristo, che è il

vero re e sacerdote. L'ordine dei monaci ebbe principio da S. Benedetto

e avrebbe cominciato a gettar frutti ai tempi di Gioacchino.[611] Di

questi tre ordini il primo vien paragonato agli animali terrestri che

non guardano al di là della terra su cui vivono; ai pesci il secondo,

perchè la vita dei santi sacerdoti passa nello studio della scrittura,

come quella dei pesci nell'acqua; finalmente agli uccelli il terzo

perchè i monaci nella mistica contemplazione si movono liberamente

come in aere più salubre. L'ordine dei conjugati in un altro luogo

porta l'imagine del padre, perchè non è stato istituito da Dio se

non a procrear figliuoli; l'ordine dei sacerdoti è fatto ad imagine

del Figlio, verbo del Padre, perchè fu posto appunto per parlare ed

insegnare al popolo la via del Signore; l'ordine dei monaci porta

infine l'imagine dello Spirito Santo, che è l'amor di Dio, perchè non

si può avere in dispregio il mondo e le sue cose se non si è infiammati

dell'amor divino, e portati da quello stesso spirito che menò Gesù nel

deserto.[612]

Da questi passi ben si raccoglie che cosa voglia intendere Gioacchino.

Ei concentra tutta la storia dell'umanità in quella dell'ordine

sacerdotale. E nel primo periodo trova leviti che di poco si

distinguono dagli altri uomini, e attendono come loro a procrear figli,

e della propria famiglia e dei beni terreni sono solleciti. Nel secondo

periodo fu vietato menar moglie a quelli che si consacrano al divino

ministero, sebbene talvolta per eccezione si conceda. Ma i sacerdoti

vivendo tuttora in contatto colla società prendono parte alle passioni

e cupidigie mondane. E più si mescolano coi laici e più si corrompono

allontanandosi dall'esempio di Cristo. Chi voglia serbarsi puro bisogna

che rompa questo contatto e si raccolga come S. Benedetto nel silenzio

del cenobio. Così è già cominciato il terzo periodo, in cui i ministri

del Signore vengono sottoposti ad una più severa disciplina, nè altra

cura hanno all'infuori del cielo, e spente le passioni del secolo,

spendono la loro vita nella preghiera e nella contemplazione.

Il primo concetto di Gioacchino è questo senza dubbio, una storia del

sacerdozio che cominciato dai leviti, proseguito nel clero secolare,

si compia nell'ordine benedettino, riformato secondo una regola più

rigorosa. Se non che codesta angusta filosofia della storia, fatta in

servigio di un ordine monastico, gli s'allarga tra le mani. E come nel

primo periodo l'ordine dei coniugati non rappresenta solo i leviti,

ma tutti quelli che vivevano sotto la legge della circoncisione, così

l'ordine dei sacerdoti deve abbracciare tutti quelli che vivono sotto

la legge del Cristo, e l'ordine dei monaci tutti coloro, cui scalda

lo stesso amore delle cose celesti e l'odio delle mondane. La storia

dell'ordine sacerdotale diventa per tal guisa la storia dell'umanità,

e le opposizioni tra preti e frati acquistano una importanza fuor di

misura, e diventano il segno di quella lotta che sarà sempre combattuta

fra il passato e l'avvenire.

Per ciò che riguarda i due primi periodi dell'umanità il contrasto

secondo Gioacchino è evidente, come è evidente la profonda differenza

dei due Testamenti. Differiscono, già dicemmo, le nascite, le vite,

le guerre, le vittorie; perchè gli Ebrei nacquero dalla carne, i

Cristiani dall'acqua (battesimo) e dallo spirito. Quelli poteano

far divorzio dalle loro mogli, questi la debbono tenere presso di sè

secondo l'esempio di Cristo, che è sempre lo sposo della sua Chiesa;

quelli combatterono per i possessi terreni, questi non tanto per la

terra, quanto per la libertà della Chiesa. Ma se tanta è la differenza

tra il primo ed il secondo periodo, non deve correrne altrettanta tra

il secondo ed il terzo? Nel secondo periodo fu abolita la legge che

dominava il vecchio mondo, fu proscritta la circoncisione, furono

abolite le vittime di animali, ed al rigore e severità della legge

mosaica sottentrò la mitezza del cristianesimo. Pari innovazione dovrà

succedere rispetto al cristianesimo, ed a quel modo che il fuoco di

Elia consumò la catasta del sagrifizio e ne lambì l'acqua, così sarà

mutato l'evangelo, perchè quando sorge ciò che è perfetto, è necessario

che l'imperfetto tramonti.[613]

Ma che mai sarà codesto stato nuovo? Quali leggi cadranno, e quali

piglieranno il posto delle prime? Come sarà composta la società?

ammettiamo per ipotesi che il clero secolare scomparisca, e le funzioni

attribuite ai vescovi e parroci sieno indi innanzi esercitate dagli

abati e dai conventuali, cesserà forse puranche la divisione tra laici

e sacerdoti, e la società diverrà forse un vasto cenobio? E se diventa

un cenobio come farà a perpetuarsi? La generazione più saggia, più

casta, e più devota sarà forse l'ultima per l'umanità, e dopo questo

idillio di pace sarà troncata la storia dell'uomo, ed avrà luogo il

giudizio finale e la resurrezione della carne? Il genio profetico

intorno a questa dimanda si sarebbe travagliato, ed una pittura fresca

e viva di questa nuova società ci avrebbe data a preferenza. Ma il

nostro autore non s'estende tant'oltre, e la rappresentazione del

terzo periodo dobbiamo comporla noi stessi raccogliendo qua e là sparsi

accenni; ma ben ci guarderemo dal dare ai pensieri dell'autore maggiore

determinatezza o rilievo che non abbiano.

Il primo carattere di questa nuova epoca è questo, che non ci saranno

più misteri, i veli che coprivano l'esatta intelligenza dell'antica

e nuova lettera saranno squarciati, e sarà dato cogliere la verità

attraverso le molteplici allegorie.[614] Come cessò l'osservanza

dell'agnello pasquale allora che fu cominciata quella del corpo

di Cristo, così, nello schiarimento dello Spirito Santo cesserà

l'ammirazione della figura.[615] Ma se gli uomini vedranno la verità

faccia a faccia, non s'ha da credere pertanto che Gioacchino descriva

l'età futura come il secolo del razionalismo, nel quale la scienza

riporterà grandi vittorie sulla fede. Egli ha scarsa fiducia nella

scienza. Ingegno mistico e vaporoso, abborre la precisione e l'aridità

del ragionamento. La verità secondo lui resta nascosta ai prudenti e

sapienti, e si svela soltanto ai fanciulli, per confondere la vanità

della superstizione filosofica. L'argomentazione dialettica non vale

quindi se non a chiudere ciò che prima era aperto, o rendere oscuro

quello che prima era chiaro. E da essa nascono questioni e contrasti

di parole, ed invidie e contese e bestemmie e corruzioni. La fede,

come ha dimostrato l'abate di Chiaravalle, è al di sopra dei cavilli

della ragione. La scienza non edifica, ma distrugge talvolta, come

attestano quegli scribi, che gonfiati di vanità ed arroganza a forza di

ragionamenti caddero nell'eresia.[616]

La conoscenza della verità per lui, come per tutti i mistici dei vecchi

e nuovi tempi, è la visione intuitiva, alla quale si arriva non per

via dell'intelletto, ma del sentimento, non col raziocinio, ma colla

preghiera. Epperò il fondatore dell'ordine cenobitico impose l'obbligo

di frequenti cori. Tra i suoni che salgono e si ripercotono per le

volte del tempio, e i profumi degl'incensi, e le misteriose penombre,

l'anima sente e vede ciò di che non può render conto nè a sè stessa nè

agli altri. E codesta mistica visione, che ora è privilegio di pochi,

forse allora sarà comune a tutti, perchè alle distrazioni della vita

attiva succederà il silenzio ed il raccoglimento della contemplativa,

a Lia sottentrerà Rachele. In questi pensieri ben si scopre il

mistico cenobita non dissimile, come bene avverte il Rousselot, dai

Vittorini.[617]

Ma i mistici del secolo decimosecondo non sono meno arditi dei loro

avversarii razionalisti, ed in nome del sentimento reclamano la stessa

libertà d'interpetrazione, che gli altri chiedevano in nome della

ragione. E già sappiamo come Gioacchino spinga troppo oltre i diritti

dell'interpetre, e nessuna violenza risparmii alla lettera della

Bibbia per salvarne lo spirito. Rimosso l'ostacolo dell'intelligenza

letterale, l'interpetrazione allegorica non ha più freno che la moderi.

In quest'assoluta indipendenza della mente divinatrice sta la _libertà_

che Gioacchino attribuisce ai nuovi tempi. Cristo sottrasse il mondo

ai rigori dell'antica lettera, lo spirito ci deve liberare dai rigori

della nuova. Questo cammino dalla servitù alla libertà si riscontra

anche nei tre ordini. Il primo passò sotto il giogo dei precetti

legali; il secondo fu sottoposto ai travagli della passione; il terzo

è destinato alla libertà della contemplazione secondo il testo: _Ubi

spiritus, ibi libertas_.[618] Questo è un altro carattere dei tempi

nuovi.

Non è a dire che nel periodo cristiano sia mancata la libertà; c'è

stata di certo, ma una libertà relativa, chè alle catene dell'antica

legge vennero sostituiti più miti legami. Solo nei nuovi tempi sarà

data un'assoluta libertà, e il vincolo che stringerà gli uomini e

Dio non sarà il timore nè in larga nè in istretta misura, ma l'amore.

L'amore governerà gli uomini, ecco un altro segno del terzo periodo.

Gioacchino non nasconde nessuna delle calamità del tempo suo, e gli

odii che dividevano gli uomini, e le sanguinose guerre, che laceravano

in allora la Chiesa, ben prevede che non saranno per cessare; anzi

pria che il secondo periodo volga al suo termine raddoppieranno

d'intensità. Ma per quanto più gravi sono i mali, altrettanto più vivo

è il desiderio della loro fine, ed il vivo desiderio il più delle volte

fa tramutare la speranza in certezza. Anche ai nostri giorni in cui un

grande statista non dubitò di ripetere: _la force prime le droit_, e le

guerre se non più lunghe sono certo più sanguinose e rovinose di prima,

ai nostri giorni appunto si fa un gran parlare della lega della pace

e degli arbitrati internazionali. Qual meraviglia che in pieno secolo

decimosecondo, Gioacchino non vegga nelle calamità e nei tumulti del

tempo suo se non un avviamento ad un migliore assetto della società?

Egli forse credeva che nelle terribili lotte, che travagliavano

l'ultima parte del secondo periodo, i violenti si sarebbero distrutti

gli uni cogli altri. E dal nuovo diluvio non sarebbero scampati se non

gli animi miti e generosi, che più di sè amano gli altri, ed in ognuno

che soffra e preghi veggono un fratello, e con esso si confondono

nell'amore di chi a tutti è padre.[619] È un sogno forse che verrà

giorno in cui le passioni violente faranno luogo agli affetti più miti,

ma un sogno che riposa e ristora, e soventi l'umanità l'ha sognato, ed

è probabile che seguiti a sognarlo ancora altre volte.

Questa nova età di pace e di amore Gioacchino la presente vicina,

perchè fra non molto l'uomo sarà del tutto purificato, e svellerà dal

suo cuore gli affetti egoistici; nè vi sarà più lotta pel mio e pel

tuo, e dei beni mondani tutti faranno quel conto che meritano, nè

sarà pregiata la ricchezza, come nei periodi precedenti, ma invece

la povertà.[620] Non era certo una cosa nova questa della povertà.

Il Vangelo, come è noto, fulmina contro i ricchi quelle terribili

parole: _È più facile che un cammello entri nella cruna d'un ago, che

un ricco nel regno dei cieli_. Ma altro è parlar di morte, altro il

morire; e durante tutto il periodo cristiano non solo i laici, ma i

preti, e non pure i preti ma i frati si sono mostrati non meno avidi

dei loro predecessori. E di tutte le guerre medievali, a cominciare

dalle grandiose tra Chiesa e Impero alle minutissime tra una casa di

frati e un'altra, non piccola parte delle loro ragioni la ripeteano

dal tornaconto offeso. E pure quanto più crescea l'avidità delle

ricchezze, altrettanto pel solito contrasto si facea più calda ed

insistente la predicazione della povertà. Nella riforma, che Gioacchino

fa dell'ordine suo, non entra l'obbligo della povertà; ma secondo

lui quello che non poteva farsi al tempo suo, facente parte ancora

del secondo periodo, sarebbe accaduto di certo nell'avvenire.[621]

Quest'obbligo della povertà sarà imposto ai soli conventuali o

agli uomini tutti? Nè Gioacchino, nè i seguaci suoi par che abbiano

inteso parlare se non dei monaci soli; ma certo non è escluso che la

società tutta diventi un vasto cenobio. Anzi sarebbe necessario che

divenisse, perchè il terzo periodo è tenuto per un'età di perfezione,

e la perfezione non può ottenersi se non in una vita cenobitica, in

cui fossero abolite le classi, gli onori e le supremazie sociali.

Tutti sarebbero pari allora non nelle ricchezze, che nessuno pensa

ad accumulare, bensì nella povertà, e cesserebbero per tal guisa

le invidie e le gelosie. Curioso modo di risolvere il problema del

pauperismo, se mai fosse surto al tempo di Gioacchino!

Per compiere il ritratto del tempo futuro ci resta un sol tratto, la

castità. Certo a quel modo che nel lontano avvenire saranno spente le

cupidigie e le ambizioni, così anche gli appetiti sensuali, ed un'altra

fra le molte ragioni delle discordie tra gli uomini sarà eliminata.

Non v'ha dubbio che dovrà succedere codesto nel terzo periodo.

Gli uomini, da carnali che erano nei periodi anteriori non saranno

divenuti spirituali? E la castità non è uno dei doni più spiccati

dello Spirito santo? Chi è tutto penetrato dell'amore del cielo

può far posto ad amori terreni?[622] Anche qui si nota un progresso

notevole dall'Ebraismo a' nostri giorni. Secondo il Vecchio Testamento

aveano tutti diritto di tor moglie non solo, ma più mogli financo. Nel

Cristianesimo si proibisce la poligamia, il matrimonio si permette

ai laici, ma si vieta ai preti, facendo talvolta qualche eccezione;

ai monaci poi è negato risolutamente. La riforma infine ed il

miglioramento dei secoli avvenire starà nel rinforzare la disciplina,

rendere più rigorosa la castità. Ma anche qui si può chiedere se questo

divieto assoluto del matrimonio riguardi i preti e i frati soltanto, o

tutti gli uomini. E la risposta sarebbe più imbarazzante ancora; perchè

se nel terzo periodo gli uomini fossero divenuti così spirituali da non

pensare a perpetuarsi, la generazione posteriore a Gioacchino sarebbe

stata l'ultima della specie. Ma guardiamoci dal dare ai concetti di

Gioacchino maggiore determinatezza di quel che comportino. L'avvenire

si mostra a lui sotto un colore fortemente ascetico, nè altra immagine

gli soccorre a raffigurarlo fuori del cenobio. Ma più di questo non gli

chiedete, che per quanto lo dicano profeta, il futuro non è meno per

lui che per gli altri uomini ricoperto di nebbia densissima.

L'eresia nel Medio Evo · 第 38 / 57 题