Benchè molte opere vadano sotto il nome di Gioacchino, tre sole sono
riconosciute autentiche dai più, la _Concordia dell'antico e nuovo
Testamento_, il _Commento all'Apocalisse_ ed il _Salterio delle dieci
corde_. Il Preger recentemente ha dubitato anche di queste, ma le
sue prove non reggono, come ha bene dimostrato il Reuter, alle cui
ragioni in favore dell'autenticità mi sia lecito di aggiungerne qualche
altra, che non va trascurata.[504] Ed in primo luogo è da notare col
Reuter, che le tre opere sono già citate da Guglielmo Alverniate,
morto cinque anni avanti al 1254. Nè ci farebbe meraviglia che qualche
altra citazione più antica, frugando meglio negli scrittori medievali,
si trovasse. Certo è notevole che il gioachimita Salimbene non citi
l'opera principale di Gioacchino la _Concordia_, o almeno che il solo
passo riferibile a questa non solo sia sospetto d'interpolazione, ma
sbagliato di pianta, stantechè nella _Concordia_ il pontefice Leone I,
che arrestò gli Unni, è messo in confronto non con Giosaffatte, come
vuole il Salimbene, ma con Asa, le cui preghiere misero in fuga gli
Etiopi.[505] Tutto questo è vero. Ma che cosa s'ha da inferire? Che
forse il Salimbene non conosca la _Concordia_? No certo, perchè il non
citare o citar male non vuol dire non conoscere un'opera, ma non averla
sottocchio nel momento che si scrive. Nè tampoco si può conchiudere
che il Salimbene conosca la _Concordia_, ma l'abbia in sospetto quale
opera spuria, come opina il Preger. Nessuno oserebbe attribuire tanta
finezza di critica al Salimbene, e molto meno il Preger, che non
ignora il passo della _Cronaca_, ove è citata un'altra opera a parer
suo pur anche spuria, l'_Esposizione dell'Apocalisse_.[506] Perchè
dunque il Salimbene non avrebbe saputo scoprire questa, se avea già
scoperta la falsificazione ben più difficile della _Concordia_? La
verità è che il Salimbene non è critico, nè molto nè poco, e sarebbe
ben strano che le tre opere maggiori facessero intoppo a lui, che
teneva per autentici i commentari a Geremia ed Isaja, la cui falsità
era più facilmente riconoscibile. Chè anzi nel Salimbene scorgiamo
maggiore predilezione per i libri apocrifi, che cita molto soventi. In
un luogo della _Cronaca_ ei ci dice di non aver da gran tempo nè letta
nè vista l'_Esposizione dell'Apocalisse_. E noi gli crediamo, che ai
francescani andavano più ai versi quelle credute opere di Gioacchino,
ove le allusioni ai frati minori erano certe e trasparenti, e più
determinate le profezie. Codesta letteratura apocrifa acquistando ogni
giorno maggior credito metteva in seconda linea la genuina. Così ci
spieghiamo come il Salimbene citi male la _Concordia_. La citazione
probabilmente si riferisce non alla _Concordia_, posta in secondo luogo
nella parentesi, ma al _Liber figurarum_, che forse era un rifacimento
della _Concordia_.[507]
Un altro passo della _Cronaca_ del Salimbene induce il Preger a
dubitare dell'autenticità della _Concordia_. Se il frate avesse
conosciuto o tenuta per autentica la _Concordia_, come avrebbe potuto
dire che Gioacchino non determina l'anno in cui ha da cominciare
il terzo periodo; mentre in quell'opera è chiaramente fissato il
1260?[508] Ma anche questo ragionamento non stringe. Il Reuter ha
già notato che nel passo di Salimbene non è detto che Gioacchino non
assegni il tempo, bensì che alcuni credano di sì, altri di no. Ed io
soggiungo che questa doppia interpetrazione era giustificatissima.
Perchè sebbene in più luoghi come vedremo, Gioacchino stabilisse il
1260 come anno in cui avrà fine il secondo periodo, pure in altri
luoghi mostra di dubitare di aver colto giusto, e se ne rimette ai
posteri, che saranno spettatori degli avvenimenti, o a Dio che li ha
predeterminati. Si poteva dunque ben dire: Gioacchino dai calcoli fatti
sulle generazioni, prestabilisce il 1260; ma l'esattezza del conto ei
non garentisce, e niente vieta che il terzo periodo entri o avanti o
dopo quest'anno misterioso. Si poteva e dopo il 1260 si doveva dire
così, se pur si volea salvare la reputazione profetica del grande
abate. Qual meraviglia che il Salimbene accolga questa spiegazione,
che rovescia sui cattivi interpetri la colpa, che molti attribuivano
a Gioacchino? Al che s'aggiunga che le parole, messe in bocca a
Gioacchino per iscusare l'incertezza della determinazione numerica,
sono tolte di peso da un luogo della _Concordia_, che facilmente
saltava agli occhi e poteva puranche tenersi a mente, perchè si trova
nel penultimo capitolo verso la fine dell'opera, in una commovente
esortazione ai fedeli.[509] Il passo adunque che il Preger adduceva
contro, è forse la prova più decisiva in favore dell'autenticità della
_Concordia_ che in questo luogo senza nominarla viene esattamente
citata.
Dopo questa discussione potremo sbrigarci più sollecitamente delle
altre prove del Preger. In un luogo della _Concordia_, ei dice, viene
ricordato Federico per metterlo a riscontro con Assalonne.[510] Non
si può intendere, seguita il Preger, Federigo Barbarossa, perchè
questi dopo lunghe lotte si riconciliò colla Chiesa, e non morì come
Assalonne combattendo contro il padre suo. La citazione si riferisce
piuttosto a Federico II, che da tutti i Gioachimiti era tenuto per
l'Anticristo, o almeno per uno dei precursori dell'Anticristo. Così la
intendeva l'anonimo di Passau, che per questa ragione appunto tiene per
ispuria l'opera della _Concordia_. Ma tutto codesto ragionamento cade,
quando si voglia leggere col Reuter tutto il luogo che si riferisce
a Federigo. Gioacchino avendo già paragonato Salomone, il figlio
prediletto di Davide, a Cristo, dovea riscontrare nell'Anticristo
il figlio ribelle, Assalonne. Se non che l'analogia non tornava,
perchè Davide pianse la morte del suo figlio benchè ribelle, mentre
la Chiesa non potrebbe se non rallegrarsi della fine dell'Anticristo.
Assalonne quindi non può essere l'imagine dell'Anticristo vero, ma di
uno dei precursori, che potè benissimo tornare infesto alla Chiesa, ma
non spezzò con lei tutti i vincoli di filiale affetto, e con questo
intendimento poteva essere ben citato Federico I, che dopo avere
combattuta la Chiesa, tornò nel suo grembo. Certo qualche dissonanza
resta pur sempre, ed è vero che Federico non morì combattendo contro
suo padre al pari di Assalonne. Ma la congruenza tra il vecchio ed
il nuovo Testamento non deve estendersi secondo Gioacchino a tutti i
particolari.[511] Ed in ogni modo il disaccordo sarebbe maggiore se si
trattasse di Federico II, al quale la Chiesa non perdonò mai nè vivo
nè morto, e non che piangere sulla sua fine, giurò un odio pertinace
ai suoi discendenti, nè smise se non quando ebbe mozzo il capo sul
patibolo l'ultimo rampollo della stirpe odiata.
Il Preger sforzato dalla sua logica demolitrice, deve revocare in
dubbio la lettera di Gioacchino, ove citate le tre opere in discorso,
vuole che sieno sottoposte al giudizio di Roma, e vi si cancelli tutto
ciò che possa parere meno ortodosso. Non è strano, aggiunge il Preger,
che scriva a tal modo un profeta, il quale è ben sicuro del fatto suo,
e detta sotto l'impulso di una alta ispirazione? Nè la Chiesa avrebbe
potuto concedere licenza a chicchessia di pubblicare scritti profetici,
la cui portata non era in grado di misurare.[512] Ma nè l'una nè
l'altra osservazione è esatta. Gioacchino se pur s'ha da chiamare così,
è profeta a modo suo; pieno di scrupoli e d'incertezze. E la lettera
ai confratelli è scritta nello stile delle opere delle quali abbiamo
già riportato parecchi passi, dove non traluce certo l'arditezza dei
profeti e la fiducia nelle proprie forze. Ed i papi che conoscevano per
prova la pietà del santo abate non potevano dubitare dell'opera sua;
ma ciò non pertanto ingiungevano che gli scritti avanti di pubblicarsi
fossero mandati a Roma. Infine dell'autenticità della lettera non si
può dubitare, se ne fu tenuto conto nel Concilio lateranense del 1215,
appena tredici anni dopo la morte di Gioacchino.
Riconosciuta l'autenticità di questa lettera, segue che sono genuine
non pure la _Concordia_, ma benanco l'_Esposizione dell'Apocalisse_
citata dal Salimbene, ed il _Salterio delle dieci corde_. In
quest'ultima opera sono esposte alcune opinioni sulla Trinità conformi
a quelle condannate nel Concilio lateranense. E l'Engelhardt da questa
conformità argomentava che il trattato contro Pietro Lombardo non
fosse in realtà se non il primo libro del _Decacordo_. Io riconosco
col Preger che questa opinione non regge, perchè l'opuscolo condannato
nel Concilio lateranense dovea essere indirizzato nominatamente contro
il libro delle sentenze, laddove nel primo libro del _Decacordo_ non
è citata alcuna opera. Ed in secondo luogo il _Decacordo_ è opera
espositiva, non polemica. Ma se per questo rispetto io sono d'accordo
col Preger, non posso acconsentirgli che l'indirizzo di quest'opera
sia affatto contrario a quello dell'opuscolo incriminato. Le dottrine
intorno alla Trinità, condannate dal Concilio, si trovan tutte nel
_Decacordo_, ed il dotto Papebrochio non è riescito di mostrare il
contrario. Nè vi manca l'allusione al Maestro delle sentenze, sebbene
non lo citi, nè lo combatta di proposito.[513]
Il presupposto dunque del Preger di un'opposizione tra l'opuscolo
condannato nel Concilio e il primo libro del _Decacordo_ non regge,
e cade per tal guisa tutto il ragionamento costruitovi sopra. Nel
_Decacordo_ l'autore è e vuole restare cattolico, ed in moltissimi
punti le sue dottrine non sono differenti dalle più ortodosse. Ma è
questa forse una prova dell'ipotesi del Preger, che il _Decacordo_ sia
stato scritto da un pio Gioachimita nell'intendimento di scagionare il
maestro dalle accuse? Non certo, perchè il contraffattore non avrebbe
dovuto nè ripetere le accuse contro il maestro delle sentenze, nè
sostenere apertamente e senza attenuazioni la dottrina gioachimita
della Trinità, già condannata nel Concilio. Più innanzi esporremo
questa dottrina, e riporteremo altri passi del _Decacordo_. Per ora
ci basterà concludere che il _Decacordo_ è autentico al pari della
_Concordia_ e dell'_Esposizione[514] dell'Apocalisse_. Queste tre opere
sono legate tra loro, perchè non solo Gioacchino le cita tutte e tre
nella lettera al Papa, ma l'una cita l'altra.
Dalla prefazione del _Decacordo_ sappiamo che il primo libro
di quest'ultima opera fu scritto quando si trovava nel convento
di Casamari, e poi che era stata già composta la _Concordia_ e
l'_Apocalisse_.[515] Codesta notizia ci vien confermata da Luca, che
ci dice benanco l'anno, a cui si riferisce Gioacchino, il 1182. Ed
un'altra conferma la ricaviamo dalla lettera del 1188 di Clemente III,
ove è detto che le opere di Gioacchino furono cominciate a scrivere per
incarico di Lucio III (1181-1185) e di Urbano III (1185-87).
Da questa stessa lettera ricaviamo che nel giugno 1188 le opere non
erano finite ancora, sicchè la pubblicazione dev'essere posteriore a
quell'anno, ma quando accadesse non sappiamo. Certo la _Concordia_ ebbe
a precedere le altre opere, perchè nella lettera più volte citata di
Gioacchino del 1200 è detto che la prima opera fu mandata al Papa, le
altre non ancora. È probabile che nel 1195 la _Concordia_ fosse già
pubblicata, perchè in quell'anno le profezie dell'abbate Gioacchino
erano così note, che come dicemmo l'abbate di Perseigne mostrò il
desiderio di discorrerne con l'autore. L'_Apocalisse_ poi fu scritta
intorno al 1196 o poco dopo, perchè in un luogo l'autore dice aver
saputo l'anno innanzi ovvero il 1195 che i Patarini mandarono legati ai
Saraceni.[516] L'ultima delle opere, il _Decacordo_, benchè composta
dopo, fu certamente pubblicata insieme al _Commento dell'Apocalisse_,
perchè in un luogo di quest'opera è citato il secondo libro di
quella.[517]
Da queste tre opere in fuori le altre sono manifestamente apocrife. E
a condannarle basta, come avverte il Renan, la lettera di Gioacchino
premessa così alla _Concordia_ come all'_Esposizione dell'Apocalisse_.
In questa lettera, ricordate la _Concordia_ in cinque libri, il
_Decacordo_ in tre, e l'_Esposizione_ in otto titoli, aggiunge di
avere scritto altri piccoli opuscoli contro gli Ebrei, e contro
gli avversarii della fede cattolica. In quest'ultima categoria può
benissimo entrare lo scritto polemico contro Pietro Lombardo, del
quale abbiamo parlato più sopra, ma restano escluse tutte le opere di
argomento dottrinale, e che non sieno indirizzate contro qualcuno.
Anche Luca, lo scolare ed il copista di Gioacchino, cita soltanto
queste tre opere.
Sono evidentemente falsi i _Vaticinia Pontificum_, che ebbero tanta
celebrità nel Medio Evo,[518] ed i commenti alle profezie di Cirillo,
di Merlino e della Sibilla Eritrea.[519] Non vogliamo entrare
nell'esame particolareggiato di tutta questa letteratura profetica,
che ci menerebbe molto fuor di strada, ma questo solo notiamo, che ove
pure sieno state in voga prima di Gioacchino le cosiddette profezie di
Merlino e delle Sibille, ei non le cita mai nelle opere autentiche che
abbiamo ricordato più sopra. Senza dubbio persone molto rispettabili,
come Alano di Lilla, tennero in gran conto i vaticinii che andavano
sotto il nome del mago inglese.[520] Ma Gioacchino non mescola il sacro
col profano, nè riconosce altra autorità all'infuori della Bibbia e dei
Padri, e se anche avesse conosciute queste pseudoprofezie, si sarebbe
ben guardato dal trarne partito e commentarle.
Non meno apocrifi sono i commenti ad Isaja e agli altri profeti
minori, nonchè quel trattatello che serve d'illustrazione alle minacce
profetiche, una specie d'indice geografico delle provincie del mondo
intero per ciascuna delle quali si notano le pene che loro sovrastano.
È noto che nel linguaggio profetico questo cumulo di colpe e minacce è
detto _onus_, onde _onera prophetarum_ sono chiamate le invettive dei
profeti, ed _onera provinciarum_ le colpe di ciascun paese.[521] Che
il trattato geografico non appartenga a Gioacchino è agevole provarlo
da questi pochi passi, che io aggiungo a quelli riportati dal Renan.
Nell'annotazione al ducato Spoletino è fatto cenno dei due ordini
francescano e domenicano, che al pari di luminose stelle sorgono a
predicare un'altra volta il Vangelo del regno coperti di ruvidi sacchi.
La Chiesa di Sardi viene paragonata a quella dei monaci cassinesi,
che la macchiano coi loro desiderii carnali, e col non distinguersi in
nulla dai secolari. Certo Gioacchino ha rimproverati soventi i frati
anche del suo ordine, ma è ben lontano di applicare loro il testo
dell'_Apocalisse_. In questa amara invettiva si scopre facilmente il
mendicante francescano che non può perdonarla al fastoso benedettino.
Nell'annotazione alla provincia narbonese si fa parola della crociata
che sarà bandita contro il focolare dell'eresia albigese.[522] Ma
non occorrerebbero nè questa nè altre prove per dimostrare che il
trattato appartiene al tempo dei commentatori di terza o quarta mano,
che per dir qualche cosa di novo hanno bisogno di scendere a minuti
particolari, e trovare un motto almeno per ciascuna provincia o città
che sia.
Parimenti apocrifi sono i commenti ad Isaja ed ai profeti minori.
Ed a provarlo poche citazioni basteranno. Nelle opere autentiche di
Gioacchino come nel _Commentario dell'Apocalisse_, la donna ammantata
di oro che fornica coi Regi, è Roma in quanto rappresenta non la
Chiesa dei giusti, ma la moltitudine dei reprobi. Anzi per togliere
ogni equivoco questa moltitudine di reprobi non è chiusa nelle mura
della eterna città, ma si dilarga per tutto l'orbe del cristiano
impero. L'autore della lettera ai fedeli non avrebbe potuto tenere un
altro linguaggio, ed egli che si dichiarava servo devoto della Chiesa
non avrebbe potuto raffigurarla nella donna dell'_Apocalisse_. Ben
altrimenti si comporta lo scrittore del _Commento_, che contro Roma
adopera le stesse parole, dai Catari, Valdesi ed Arnaldisti.[523]
Sotto il nome di Gioacchino mal si nasconde un frate francescano,
che ingenuamente confessa essere nati i due ordini a flagellare la
Chiesa occidentale. Questo chiaro accenno ai due ordini che si ripete
moltissime volte, e il ricordare che fa soventi di Federico II, sono
segni certissimi della tarda età del _Commento_.[524] Io non saprei
certamente determinarla con esattezza; ma come ha notato il Renan pel
libro di Geremia, debbo anch'io notare per questo d'Isaia che l'autore
mette in guardia non solo contro i tedeschi, ma benanco contro i
francesi.[525] Il che vuol dire che il tempo degli entusiasmi angioini
era già passato. Ed in un luogo parmi che sia sfuggito al malcauto
autore l'anno della composizione del libro, ove parlando del terzo
stato dice che sarà compiuto tra novant'anni dopo il mille e trecento,
espressione ben strana per uno che non fosse contemporaneo di Bonifacio
VIII.[526] Secondo questa congettura il commento ad Isaja sarebbe
posteriore al Salimbene. Il che s'accorda col fatto già da noi rilevato
che Salimbene conosce gli _Onera_ non il _Commento_. Gli _Onera_ in
verità sarebbero più antichi, ma certo molto posteriori al 1201 come si
raccoglie da una frase sfuggita allo stesso autore.[527]
Il commento a Geremia appartiene allo stesso tempo, perchè il Salimbene
racconta che i due frati francescani Bartolomeo Ghiscolo da Parma e
Gherardino da Borgo S. Donnino sulla fede nell'esposizione di Geremia
faceano tristi pronostici della crociata che S. Luigi apparecchiava
nel 1248.[528] Dunque la composizione di questo commentario risale al
di là di quest'anno. Ma forse non indietro al 1239, anno, come nota il
Renan, in cui la rottura tra il partito Guelfo e Federigo II si fece
più aperta. Certo son degne di quel tempo le fiere invettive che si
leggono in questo libro contro l'Imperatore, al quale adattandovi le
parole d'Isaja vien dato del _basilisco_, che esce dalla _radice del
serpente, della vipera e del serpente volante_. Nè gli risparmiano gli
epiteti più obbrobriosi, superbo, astuto, lascivo, avaro, tortuoso,
perfido, violento, iracondo.[529] Il nome in verità qui, a differenza
del commento ad Isaja, è taciuto; ma l'allusione a Federigo II
è trasparentissima. Questo commentario, che dice tante insolenze
dell'Impero si suppone indirizzato ad Enrico VI, ed il profeta non
dubita di annunziargli che il leone d'Isaja vuol significare il padre
(Federigo I), la radice serpentina lui stesso Enrico, e da lui escirà
il basilisco, che è per conseguenza il figlio di Enrico VI o Federigo
II. Più chiaramente in un altro luogo è descritto l'albero genealogico
di Federigo II risalendo ad Enrico IV, che il commentatore chiama
primo, perchè fu il primo degli Enrichi ad opporsi alla Chiesa. E
come se non bastassero tutte queste indicazioni, vi aggiunge l'altro
particolare, che i figli si ribelleranno contro il padre, accennando
alla fellonìa di Enrico, ed alla sua morte.[530]
Quest'ultimo particolare ci darebbe una indicazione più precisa
dell'età in cui fu composto questo commento, il quale dev'essere
posteriore non solo al 1239 ma benanco al 1242 anno della morte di
Enrico. Ma sulla quistione del tempo torneremo di qui a poco. Ora
basti notare che il solo fatto dell'allusione a Federico II[531]
toglie ogni credito a questo commento, e ci fa maravigliare come anche
dall'Engelhardt sia stato attribuito all'abate Gioacchino. Ma oltre
all'allusione a Federico II, troviamo chiari e numerosi accenni ai
due ordini dei minori e dei predicatori. Nè questo soltanto, ma, il
commentatore sa bene che i nuovi ordini sono combattuti dai prelati,
sospettosi di questi novatori che vestono in strane fogge, e predicano
dottrine di un'assoluta povertà non mai sentite, ed a chi non li segue
predicono calamità.[532] Nè si nasconde che la causa dei prelati viene
sostenuta benanco dal pontefice, sicchè l'autore non dubita di levare
anche contro lui la sua voce. E le parole che egli pronunzia contro la
Chiesa Romana non sono meno vibrate di quelle che leggemmo nel commento
di Isaia, nè ripugnano meno alla pietà di Gioacchino.[533] Il che vuol
dire che avanti alla composizione del libro era scoppiata la scissura
nell'ordine francescano, e la parte più intransigente era già per
volgersi contro i vescovi, i cardinali ed il papa, che mal tolleravano
le nuove dottrine. Una prova manifesta l'abbiamo in un passo ove i
nuovi ordini sono chiamati predicatori dell'evangelio eterno, parola
che nelle opere autentiche di Gioacchino non s'incontra mai.[534]
Tutte queste prove mettono fuori dubbio che l'opera non è di
Gioacchino, e che la data del 1197,[535] in cui si dà per iscritto
questo commentario, è una pia frode del commentatore. Se Gioacchino,
nota il Renan, avesse fatto questo commentario nel 1197, nella lettera
ai fedeli scritta nel 1200 l'avrebbe certamente rammentato. E noi da
alcuni passi abbiamo potuto raccogliere, che nè nel 1197, nè nel 1200
fu potuto scrivere questo commento, bensì posteriormente alla morte del
ribelle figlio di Federico II, vale a dire al 1242. E forse neanche
a questo tempo dovremmo arrestarci, perchè anche qui, il linguaggio
violento che si usa contro Roma, l'accenno alle persecuzioni subite dal
nuovo ordine dei frati minori, il nome di Evangelio eterno ci menerebbe
ad una data molto posteriore. E nella stessa opinione ci confermerebbe
l'accenno alla Francia, che secondo questo commento sarebbe come la
canna che ferisce chi vi si appoggia.[536] Non saremmo dunque lontani
dall'attribuire a questo commento la stessa età dello scritto su Isaja.
Nè vale il notare che questo commento ha dovuto essere scritto prima
del 1260, perchè in qualche passo appar verde la speranza che in
quell'anno fatale avranno fine le calamità del mondo. Nè tampoco
importa che il Salimbene abbia avuto contezza di questo libro sin
dal 1248. Imperocchè è certo che questa letteratura pseudo-profetica
non è nata tutta d'un getto in un anno determinato. E può darsi
benissimo che il commentario, che abbiamo noi oggi di Geremia sia
soltanto in parte quello conosciuto dal Salimbene;[537] e molte
aggiunte ed interpolazioni vi sieno state fatte, e molte altre se ne
farebbero ancora, se queste profezie avessero anche oggi il credito
che riscuotevano nel Medio Evo. Le pseudo-letterature hanno questo
carattere, che si considerano come un patrimonio comune, del quale
nessuno è proprietario in proprio, ed ognuno vi può apportare le
modificazioni che crede più opportune. Così si spiega come di due opere
distinte se ne faccia una sola, o di una due; come si aggiunga ora un
particolare ed ora un altro senza darsi la pena di verificare se stoni
con tutto il resto. Questo è accaduto alla letteratura profetica del
neopitagorismo, e del neoplatonismo, e senza notevoli differenze si è
ripetuto nel sodalizio francescano.
Intorno alle opere manoscritte dell'abate Gioacchino posso
aggiungere alle notizie date dal Renan alcune altre attinte ai
codici laurenziani. In un codice della biblioteca Santa Croce oltre
all'esposizione di Geremia si trovano altri due scritti dell'abate
calabrese, uno intitolato _De ultimis tribulationibus_, e l'altro _De
articulis fidei_. Il primo è un'esposizione delle ultime guerre che
dovrà sostenere l'umanità, analoghe a quelle sostenute nel Vecchio
Testamento. Non oserei dire che sia autentico, ma non vi ho trovati i
caratteri delle opere evidentemente apocrife, come i commenti a Geremia
ed Isaia.[538]
L'altro opuscolo è quello ritenuto perduto dal Renan, e di cui ei
pubblicò alcuni brani riportati dal resoconto d'Anagni. Non credo
giusta l'opinione del Renan che sia lo stesso di quello scritto contro
Pietro Lombardo, perchè questo opuscolo non è affatto polemico, e
le opinioni sulla Trinità sono espresse forse più temperatamente
che non nel _Decacordo_ e nell'_Apocalisse_. Benchè questo libro sia
citato dalla Commissione d'Anagni, io sospetto fortemente della sua
autenticità. Gioacchino non avea bisogno di circondar di mistero
le dottrine che aveva di già esposte in altre opere. Nè poi gli
sarebbe giovato di occultare le teorie teologiche, espresse in questo
libercolo, che in sostanza non differiscono dalle ricevute comunemente;
ma ben piuttosto le altre sui tre stati, che qui sono interamente
taciute.[539]
In un altro codice laurenziano, ove già trovammo il _liber Sybillae_,
esiste la lettera di Gioacchino, che il Renan trovò nel manoscritto
3595 dell'antico fondo. È una esortazione ai fedeli di mutar via
e pentirsi delle proprie colpe perchè il giorno della tremenda
espiazione è vicino.[540] Non v'ha nessuna ragione perchè non si
debba dire autentica, come autentici anche secondo il Renan sono i due
componimenti poetici stampati alla fine del _Decacordo_.[541]