Sono molto discordi i giudizii intorno al

Calavrese abate Gioacchino

Di spirito profetico dotato,

nè fa maraviglia; perchè chi attenda alla sua incontrastata pietà,

all'ampia e solenne dichiarazione di sottomettersi al giudizio di Roma,

e ritrattare tutto quello che nei suoi scritti si trovasse di meno

ortodosso; chi ricordi l'ordine florense ed il cenobio da lui fondato,

se anche non presti fede ai miracoli che si raccontano di lui, certo lo

metterà tra i più ortodossi asceti del medio evo. E la Chiesa stessa

lo disse beato, e permise che si levasse un altare sul suo sepolcro

nell'abbazia di S. Giovanni in Fiore, nè solo i Benedettini, ma benanco

i Gesuiti ne inserirono la vita nelle agiografie. Ma d'altra parte non

si può negare che nel Concilio lateranense del 1215 furono solennemente

condannate alcune dottrine teologiche dell'abate calabrese, e più

tardi nel 1254 una Commissione di cardinali raccolse dalle sue opere

autentiche una messe abbondante di opinioni e sentenze poco ortodosse.

Oltrechè lo stesso nome di profeta appar sospetto alla rigida autorità

ecclesiastica, perchè di santi la Chiesa cattolica ne riconosce

moltissimi, ma di profeti neppur uno, chè secondo molti dottori la vena

profetica andò del tutto esaurita dopo la venuta del Messia, quando

null'altro aveano a predire i veggenti del futuro, fuor che novità

pericolose. Codesta disputa tra gli apologisti e i contraddittori

dell'abate calabrese dura da un pezzo, nè sarà per ismettere,

attendendo gli uni alla purità degl'intendimenti, e gli altri al

tenore delle dottrine. Ma comunque si componga, a noi corre l'obbligo

di aprire questo secondo libro col profeta calabrese. Perchè se anche

dell'ortodossia di lui non si fosse dubitato punto, e concordemente

fosse venerato sugli altari, non sarebbe men vero per questo che nel

suo nome si levarono, e dalle sue opere presero le mosse alcune sètte

manifestamente ereticali.

I

Dell'abate Gioacchino è molto difficile ricomporre la biografia sulle

scarse notizie a noi pervenute. Del cenobio di Fiore, da lui fondato,

non resta ormai se non l'antica mole, e se dura l'incuria nostra, tra

poco cadrà ancor quella. I tesori e le memorie della ricca abbazia

andaron dispersi, ed i cronisti antichi bisogna adoperarli con molta

circospezione, se non si vuol cadere in gravi errori, come toccò al De

Lauro.[469] Nessuna cronaca ci dice nè la data della nascita nè quella

della morte. Ma quest'ultima può essere determinata con certezza da due

documenti riportati dall'Ughelli, dove appare ancor vivo nel settembre

del 1201 e già morto nel giugno 1202. La morte adunque accadde nel

frattempo, e propriamente il 30 marzo 1202; perchè sappiamo da Luca che

morì di sabato quindici giorni avanti la Pasqua.[470] Non è così facile

determinare l'anno della nascita. I calcoli del De Lauro, che lo crede

nato nel 1111 sono tutti fondati sopra una profezia che avrebbe fatta

Gioacchino sulla neonata principessa Costanza. Ma così la profezia,

come tutto il racconto intorno a questa principessa, che il De Lauro

attinse dal Fazelli, è un tessuto di favole. Un altro biografo, il

Greco, o perchè l'abbia trovato in documento antico, o perchè prenda

la media della vita umana, mette tra la nascita e la morte un settanta

anni. Secondo questo calcolo Gioacchino sarebbe nato intorno al 1132.

Che alla mamma e al babbo apparissero prima della nascita del bambino

parecchie visioni lo raccontano i biografi, nè fa meraviglia, perchè

un profeta non poteva non essere preceduto da quelle apparizioni, che

negli antichi tempi preannunziavano la nascita degli eroi, e nei nostri

quella dei santi. Ma è strano che tra le cose rivelate dall'angelo ai

genitori ci fosse questa, che non s'avesse a battezzare il figliuolo

prima dei sette anni, e più strano che i genitori aspettassero non pure

i sette anni prescritti, ma dieci addirittura. Non saprei veramente

come spiegare questo curioso racconto.

Giovane di prestante ingegno, bello della persona, largamente fornito

di beni di fortuna, avrebbe fatto gran cammino nel mondo, ed il padre

ben per tempo lo applicò alla regia curia, ove pare che avesse un

uffizio importante anche lui; ma lo splendore della corte non abbagliò

il giovane patrizio che si sentiva chiamato a ben altri destini, e

delle miserie della vita già si mostrava insofferente. Che pensieri

si agitassero nella sua mente è ben difficile dire, ma certo è che

ei sentendosi a disagio nella patria sua ottenne dal padre di fare un

viaggio per l'oriente ad attigere ispirazioni dagli stessi luoghi, ove

ebbe nascimento la nostra fede. Lui non moveva quell'inquieto ardore,

che menerà i Polo nelle lontane regioni della Mongolia, nè desio di

avventure; ma un sentimento indefinito che lì dove nacque il Cristo,

gli verrebbe scoperto il segreto del suo destino. Intraprese il viaggio

non a foggia di pellegrino, bensì circondato da servi ed amici, che

manteneva a proprie spese. Era ben raro anche a quei tempi che un

privato intraprendesse un così lungo viaggio con tanto seguito di gente

e, se s'ha a credere al cronista, il giovane signore ne invanì.[471]

Ma giunto a Costantinopoli, ove forse qualche morbo contagioso mieteva

a migliaia le vittime, il sentimento mistico prese il di sopra, e

spogliate le ricche vesti, e congedati i suoi compagni all'infuori

di uno, cinse il saio del pellegrino, e seguitò faticosamente la sua

via.[472] Ormai avea rinunziato ai piaceri della vita, ed ei stesso

narrava al suo compagno Luca d'una vedova siriaca, ancor giovane e

bella, che accolto in casa l'austero viaggiatore, cercò indarno di

soggiogarlo coi suoi vezzi.[473] Salito sul monte Tabor è fama che vi

restasse tutta la quaresima tra digiuni e preghiere. E se non si può

credere al biografo, che su quel monte concepisse il disegno di opere

scritte molto più tardi e sul cadere degli anni, certo è che vi attinse

il proposito di dedicarsi tutto alla religione di Cristo.[474]

Tornato in patria, se pure non è vero che ei si nascondesse ai suoi

genitori[475] certo è che non volle rientrare nella casa paterna, ma

invece per fecondare quei germi che avea seco portati di Palestina

entrò nel monastero di Sambucina. Se non che non volle legarvisi con

voti;[476] chè ei non aveva in mira di chiudersi nel silenzio di un

chiostro, ma di spandere la parola del Signore di gente in gente. E a

capo d'un anno dal monastero sambucinese si portò nei dintorni di Rende

per predicare ai popoli, e trasfondere in loro il fervore religioso

che scaldava il suo petto.[477] È strano che Gioacchino nel principio

del suo apostolato fosse ancor laico, e par che non avesse nessuna

fretta a prendere gli ordini. Nè questo è un fatto isolato nella sua

vita; chè nella sua peregrinazione per la Palestina, sebbene avesse

fatto voto di castità, e vestita la bianca tunica del frate, pure tornò

laico quale era partito. E tornato in patria, benchè si chiudesse per

un anno nel monastero sambucinese, pure nè si fece frate, nè prese

gli ordini. E quando più tardi fu fatto abate di Corazzo non vide

l'ora di fuggire dal convento e tornare a predicare all'aere aperto.

Questi fatti hanno certamente un nesso fra loro, nè può darsi che il

ritardo di Gioacchino a prender gli ordini sia accidentale. Egli era di

quegli uomini, che sentivano indispensabile una riforma della Chiesa,

se pur non si volea perpetuare le lotte tra il Papato e l'Impero, che

riaccese nel 1154 continuarono a lacerare la cristianità, e produssero

durante il pontificato di Alessandro III un lungo e disastroso scisma.

Forse istintivamente sentiva che questa riforma non potesse partire

dal clero stesso, che troppo avido si dimostrava di dominio, ed in

vista di temporali vantaggi non rifuggiva dal muovere una guerra

ingiusta, come quella di Adriano contro Guglielmo I di Sicilia. Non

bisogna dimenticare che Gioacchino visse per qualche tempo nella

curia cosentina, e dei contrasti tra i Normanni ed i Papi, che or li

benedicevano come salvatori, or li scomunicavano come empi e ladroni,

dovea sapere qualche cosa. Nè sarebbe strano che ei fin da giovane

avesse un lontano presentimento delle idee che più tardi sarà per

svolgere.

Comunque sia, è fuor di dubbio che Gioacchino ancor da laico si mise

alla predicazione, come al principio del secolo avea fatto Tanchelino,

e qualche anno dopo di lui farà Valdo. Ma la Chiesa non poteva

permettere che un laico assumesse un ufficio proprio del sacerdote,

nè dubito punto che a Gioacchino fosse proibita la predicazione dal

vescovo di Cosenza. Così si spiegherebbe il fatto, che egli volendo

prender gli ordini, per seguitare nel suo apostolato senza impedimenti,

non si rivolse al vescovo della sua diocesi, come era pur naturale,

ma recossi invece nella vicina Catanzaro,[478] ove fu ordinato da

Norberto, terzo vescovo di quella diocesi.[479] Il cronista racconta

che nel viaggio per Catanzaro arrivato al Crotalo (Corace) smontò

all'abbazia cistercense di Corazo. Ed ivi dall'abate Colombano

fu indotto a restare per prepararsi convenientemente all'ufficio

sacerdotale che volea imprendere, e dopo non molto si lasciò persuadere

a prendere i voti. La via della libera predicazione, per la quale

s'era messo, gli era stata chiusa; nè forse con suo rammarico. Alla sua

indole mite e poco battagliera s'addiceva una missione più calma della

predicazione, e la riforma che ei vagheggiava la potea promuovere più

collo studio e gli scritti che colla parola. E benchè finora non avesse

voluto nè legarsi con voti, nè prendere gli ordini, pure per la tempra

dell'animo suo più inchino alla vita contemplativa che all'attiva, era

un cenobita nato.

Divenuto frate cistercense, seguitò con ardore gli studii biblici, dai

quali mal tollerava d'andar distolto. E quando alla morte dell'abate

Colombano i confratelli levarono lui all'alta dignità, forse perchè

più schivo di tutti, ricusò l'impaccioso onore. E per sottrarsi alle

pressure, abbandonato il suo convento, riparò prima in quel d'Acri, e

poscia nel Sambucinese, dove era stato anni prima. Ma questa fuga non

intiepidì l'ardore dei suoi elettori, che dall'umiltà sua traevano novo

argomento per desiderarlo a capo. E frappostisi alcuni dignitari della

Chiesa gli convenne accettare[480] il non ambito ufficio, nel quale e

per la relazione di famiglia, e per essere stato egli stesso un tempo

addetto alla curia forse potè giovare più che ogni altro. Certo è che

sotto il suo governo l'abbazia, come dice il cronista, ottenne nuovi

privilegi, come ne fa fede un documento del 1178 riportato dal Greco,

in cui Guglielmo II ordina al suo rappresentante nella Puglia che sia

fatta giustizia ai giusti reclami dell'abate Gioacchino di Corazo.[481]

Ma sebbene adempisse scrupolosamente ai doveri del suo ufficio, pure,

anzi appunto per questo, non cessava di sentirne il peso. Tra quei

conflitti di case religiose, che si disputavano e terre e beneficii,

tra le cure dell'amministrazione di un vasto patrimonio, gli parve

smarrito lo scopo della sua vita. E l'irrequietezza dei primi anni

rinacque, e quell'alto fastidio, che un tempo lo allontanò dalla corte

cosentina, lo mise ora in fuga dall'abazia coracense.[482] Ma non v'era

altro mezzo per essere sgravato dal faticoso incarco, quando i suoi

confratelli non volessero, se non impetrarlo per grazia dall'autorità

del Papa. E l'abate corazzese, ben risoluto questa volta di andare

fino in fondo, prese la via di Roma, ed a Lucio III, salito dal 1181

sulla cattedra di Pietro, chiese di venire esonerato dall'ufficio, che

gli toglieva il modo di compiere il commento e l'interpetrazione della

Bibbia, da lui per tanto tempo vagheggiata. All'insolita dimanda fra

tanti che chiedevano privilegi e favori fece buon viso il Pontefice, nè

solo permise che deponesse la dignità abbaziale, ma gli dette licenza

di prendere stanza ove meglio gli paresse.[483] Così Gioacchino tornato

in Calabria, abbandonò per sempre l'abbazia di Corazzo, e ad imitazione

degli anacoreti dell'oriente si ridusse nel silenzio di Pietralata, ove

non giungea l'eco delle discordie fratesche, ed ei libero di cure a ben

più alti pensieri potea volgere la mente.

Da Pietralata par che andasse pellegrinando per le abbazie cistercensi,

lavorando dovunque indefessamente, e partecipando altrui i frutti del

suo lavoro. Questo almeno possiamo raccogliere dalla testimonianza

preziosa di Luca, che lo conobbe per la prima volta nell'abbazia di

Casamari, ove egli si trattenne più di un anno a compiere ed emendare

il libro della _Concordia_, ed il commento all'_Apocalisse_, e por

mano nel contempo all'ultima delle sue opere, il _Decacordo_.[484]

Che una di queste opere fosse già cominciata quando Gioacchino si

presentò a Lucio III è attestato non solo da Luca,[485] ma dalla

lettera di Clemente III.[486] E non è improbabile che l'ammirazione

per il disegno ed il metodo della _Concordia_ non fosse ultimo motivo

dell'arrendevolezza del Papa. Ma è fuor di dubbio che queste opere

furono compiute ed emendate in seguito, appunto nel pellegrinaggio di

abbazia in abbazia. Ed è certo del pari che se queste opere ardite

potevano piacere ai pochi, ai più tornavano ostiche per le ragioni

che diremo a suo luogo. Quei frati che si vedevano così spietatamente

colpiti nelle opere del santo abate, non glie la perdonavano di sicuro,

e non è improbabile che abbiano supplicato il Papa perchè imponesse

silenzio all'importuno censore. E forse per giustificarsi delle accuse

mossegli, come sospetta il De Riso, o per presentargli l'opera della

_Concordia_, Gioacchino si recò a Verona presso il novo papa Urbano

III, il quale confermato il decreto del suo predecessore, incoraggiò il

santo abate a compiere l'opera sua.[487] Ma non per questo cessarono le

accuse, e la Corte Romana stessa par che non fosse del tutto sgombra

da sospetti. Clemente III, almeno nella lettera citata più sopra,

benchè riferendosi ai decreti dei suoi predecessori Lucio ed Urbano,

confermasse anche lui la licenza di seguitare lo studio intrapreso,

pure gli prescrisse che non appena compiuto si recasse al più presto a

Roma per sottoporlo all'esame del Pontefice.[488] E la lettera stessa

che Gioacchino premette alle sue opere, in cui scusatosi di non averle

potute presentare al Pontefice per strettezza di tempo, dichiara di

voler ritirare ogni parola che la Chiesa possa trovare poco ortodossa,

questa lettera, ripeto, è un chiaro segno delle accuse e dei sospetti

che circolavano tra i contemporanei.

Non ultima delle ragioni che alimentavano la guerra contro Gioacchino,

era senza dubbio la franchezza e la severità con cui rampognava

gli uomini di chiesa, non risparmiando neanco i suoi correligionari

benedettini, che dappertutto trovava non dissimili dai corazzesi,

e meritevoli di una severa riforma.[489] Ad un carattere austero

e mistico come il suo mal s'affacevano e le simulazioni e gli

accorgimenti diplomatici, talchè disdegnando la vita molle dei suoi

correligionari, si ritirò nella sua cara solitudine di Pietralata.

Ed ivi seguitava nelle sue meditazioni, nè a nessuno faceva mistero

della nuova ed ardita interpetrazione della Bibbia, che uno studio

perseverante e diligente gli avea suggerito. Così il romitaggio di

Pietralata divenne in breve ora un centro dal quale s'irraggiava nova

luce,[490] come parecchi anni innanzi era stato il Paracleto per opera

di Abelardo. Il numero dei discepoli ognor più cresceva, a misura che

la fama del maestro s'ingrossava; e molti non sapeano staccarsi dal

fianco di chi scopriva nuovi orizzonti. Così a poco a poco il piccolo

romitorio di Pietralata non bastò più a contenere tante persone e fu

d'uopo edificare altrove un'abbazia. Gioacchino scelse per la nuova

costruzione il luogo più lontano dai centri popolosi, e nel cuore

della Sila, sovra un poggio che si leva per mille metri dal livello

del mare, piantò la rocca dell'ordine novello. Il pittoresco sito

è ben atto all'alta e tranquilla meditazione. Il suo silenzio non è

interrotto se non dal mormorio delle acque dell'Arvo e del Neto, che

venute da lontane sorgenti, si riuniscono ai piedi di quel monte per

formare il maggior fiume della Calabria. Di faccia ha il Monte Nero,

il più elevato della Sila, ed ai fianchi e alle spalle altri monti in

quel tempo più che in oggi vestiti da folta vegetazione. Su quella cima

par di essere separati dal mondo, chè dovunque volgi lo sguardo, ti

si rizzano barriere che sembrano insuperabili, e la valle che s'apre

dinanzi angusta e profonda, pare un burrone più invalicabile delle

stesse montagne. Questo luogo selvaggio chiamavasi Fiore,[491] nome

mal rispondente a quelle alpestri balze, ove fu costruita la chiesa

dell'abbazia e dedicata a S. Giovanni Battista. Il paese, che più tardi

vi si formò attorno, riunendo insieme i due nomi, fu detto e si chiama

tuttora S. Giovanni in Fiore.

Quando fosse aperta la nuova abbazia, il Greco non sa dire, ma

il De Lauro invece adduce una data precisa, il 18 Luglio 1189, 6ª

indizione, regnante Guglielmo il Bono;[492] ma non cita la fonte di

questa notizia. Certo è che la bolla di Celestino III che approva la

fondazione dell'ordine nuovo, e ne conferma gli statuti non rimonta

al di là del 1196;[493] ed il decreto imperiale che assegna alla

nuova abbazia la rendita di cinquanta bizantini d'oro appartiene

all'anno innanzi, 1195.[494] È probabile che la fondazione definitiva

dell'abbazia non risalisse molto al di là del decreto imperiale,

perchè pare che l'abbazia sia nata a poco a poco e per le offerte di

parecchi, non per largizione di un solo fondatore, il cui nome sarebbe

stato ricordato nelle memorie del convento, come fu ricordato quello

del signore di Mamistra che fondò la casa filiale di Fiumefreddo. E se

la cosa è andata come noi sospettiamo, ben si comprende che gli agenti

del fisco si opponessero all'ingrandimento successivo dell'eremitaggio,

ingrandimento che portava di necessità s'abbattessero le foreste e

s'occupasse parte del demanio pubblico. E si comprende altresì come a

far cessare queste opposizioni Gioacchino si recasse dal Re stesso in

Palermo. Il Re, cui forse non piaceva la creazione di un nuovo ordine

cistercense, che avrebbe destato le invidie e le gelosie dell'antico,

offrì all'abate il monastero di S. Martino presso Bisignano. Ma

Gioacchino che mirava non al possesso d'un'abbazia, bensì alla riforma

dell'istituto, ricusò la generosa offerta, nè altro chiese fuorchè di

essere lasciato in pace, lui e i suoi compagni, tra i silenzi delle

alpestri montagne.

Benchè non favorita dal Governo, la nuova istituzione cresceva e

si dilatava. Sfortunatamente non sappiamo in che differisse dalla

cistercense. Dalla bolla di Gregorio IX, che proibisce ai cistercensi

di accogliere tra loro chi fosse stato scacciato dai Florensi,

si ricava solo che la regola di questi ultimi era più stretta e

rigorosa. Non però si arrivava alla povertà abbracciata più tardi

dai francescani, perchè, come vedemmo, quando il nuovo istituto

cominciò a fiorire accettò le largizioni di Enrico VI, e più tardi

dell'imperatrice Costanza.

Gli anni in cui nasceva il nuovo ordine furono agitati dalle contese

tra gli Svevi ed i Normanni, e il De Lauro per mettere in luce il

dono profetico di Gioacchino, racconta che egli al tempo in cui

avvennero i disastri dello Svevo prevedesse di già la sua vittoria

finale, e saputo di queste profezie Tancredi montasse in furore e

minacciasse di distruggere tutti i conventi florensi. Ma tutto questo

racconto è fallace perchè è fondato sulle lettere di Gioacchino, che

non hanno maggiore credibilità di quelle attribuite a Platone. Ed è

molto improbabile che il fondatore di un nuovo ordine, il quale dovea

combattere contro tanti ostacoli e rivalità rendesse più difficile

l'opera sua mescolandosi in negozi politici. È verisimile invece che

Enrico VI favorisse la nuova istituzione non in grazia dei sentimenti

politici del fondatore, ma ben piuttosto o per il suggerimento di

Costanza, donna molto pia, che gran stima facea del santo abate, ovvero

perchè l'ordine florense aveva acquistato molto sèguito; e ad una nuova

signoria giova promuovere le istituzioni giovani che par che nascano ad

un parto col nuovo dominio.

Comunque sia, l'abbazia di Fiore ebbe molti donativi e crebbe così

rapidamente, che vivente Gioacchino cominciò a spiccare rami filiali

all'intorno. Ma l'austero abate, pur rallegrandosi di queste prospere

sorti, volgea non per tanto il pensiero al romitaggio, ove ebbe

nascimento il nuovo ordine. E sentendo appressarsi l'ultima ora, ivi

fece ritorno, e nella stessa camera, che ricordava le più feconde sue

meditazioni, volle chiudere il corso della sua travagliata carriera.

Nella vita di Gioacchino si possono distinguere nettamente tre periodi.

Quello del giovane signore che senza prender gli ordini, o ascriversi

ad un sodalizio religioso, fa il pellegrinaggio di Terra Santa e

tornato in patria imprende l'apostolato della predicazione. Quello del

frate cistercense, che divenuto abate, non trova posa finchè non sia

libero dal penoso incarco per consacrarsi tutto alla meditazione ed

al commento delle scritture. Quello infine del riformatore che mette

in atto una parte delle sue idee fondando un nuovo ordine più severo

del cistercense, al quale apparteneva. In tutti questi periodi domina

il misticismo. Fin da giovane Gioacchino è più sollecito del cielo che

della terra, e fugge dalla corte, ove avrebbe potuto conseguire i primi

onori, per fare da povero pellegrino il viaggio di Terra Santa. Fin da

giovane, quando ancor non era legato da voti religiosi, si consacrò ad

una vita aspra ed austera, e già vecchio ricordava con compiacenza le

battaglie sostenute e vinte contro le seduzioni della bellezza. Fin

da giovane sentì il bisogno di una rinnovazione religiosa, bisogno

indistinto ed indefinito, eppure sì prepotente che ancor laico si

mise a predicare penitenza. Ma la vita dell'apostolo, che trae seco

le genti, colla parola calda, e il piglio risoluto di chi sa dominar

le anime, non è per lui, nato più al contemplare che al fare.[495]

La lotta lo scoraggia, sebbene non la sfugga, se imposta dal dovere.

E chi non ha l'energia e l'ardore del soldato, nè sa piegare al suo

volere l'altrui, non move le turbe. Non un riformatore, ma un mistico

veggente era Gioacchino, nè in lui riviveva lo spirito di Enrico o di

Arnaldo da Brescia. Se non vi si opponessero moltissime dissimiglianze,

si potrebbe paragonare ad Abelardo almeno in questo, che al pari del

filosofo palatino ei crede di potere agire cogli scritti, se non con le

opere, e al pari di lui mette uno studio indefesso nella Bibbia, e pur

con intendimento diverso adopera lo stesso metodo dell'interpetrazione

allegorica. Ma in opposizione ad Abelardo Gioacchino è una mente

mistica, alla quale piace più la penombra della visione, che la

chiarezza del ragionamento. Egli non è un filosofo, ma un profeta, e

tale lo stimarono i contemporanei, e Vincenzo di Beauvais nel parlare

di lui spiega come si possa avere il dono della preveggenza, nè Dante

ad un secolo di distanza, lo chiama altrimenti.

Non intendiamo profeta nel senso comune della parola di tale

che preconosca i fatti avvenire in tutte le loro particolarità e

nell'ordine cronologico con cui si svolgeranno. Di queste volute

profezie non abbiamo alcun cenno nell'opera del suo discepolo Luca,

che per noi è la fonte più importante, come quei che, inchino a

scorgere nel suo maestro virtù soprannaturali, non avrebbe certo

taciuto delle profezie di Gioacchino, ove mai gli fossero state note.

Nè nelle opere autentiche si trovano le predizioni, ricordate dai

suoi biografi; nè se anche si trovassero ci darebbero il diritto di

attribuirle piuttosto all'ispirazione divina, che all'accorgimento

umano. Imperocchè le profezie che gli si attribuiscono sono queste tre,

che da Costanza sarebbe nato Federico II, il futuro e più pericoloso

nemico della Chiesa;[496] che fra tre giorni perverrebbe l'annunzio

dell'espugnazione di Gerusalemme per gl'infedeli; che infine il

figlio di Tancredi sarebbe stato ucciso, spegnendosi con lui la casa

normanna. E nessuna di queste previsioni si può dire che ecceda le

facoltà umane. Non era difficile trarre cattivi auspici dall'unione

della casa sveva colla normanna, ed uno sguardo acuto avrebbe potuto

intravvedere i futuri contrasti tra i Papi ed i discendenti di Enrico

IV, che divenuti ad un tempo imperatori e re di Sicilia difficilmente

avrebbero rinnovato il giuramento di vassallaggio al Papa, prestato

dai normanni.[497] Parimente le esperienze fatte dalla seconda Crociata

faceano concepire scarse speranze per la terza, perchè il tempo degli

entusiasmi era passato da un pezzo; nè s'era più rinnovata quella

fermezza e concordia di propositi della prima Crociata.[498] E per

quanto crescevano le discordie nel campo cristiano e più che altrove

nel regno stesso di Gerusalemme, altrettanto si rafforzava l'impero di

Saladino. Parimenti non era impossibile la previsione della vittoria

dello Svevo, il quale se patì una prima sconfitta, poteva e dovea

scendere di nuovo più forte d'uomini e d'armi; e la fine della dinastia

normanna, alla morte di Tancredi, del solo uomo che la seppe ritardare,

era per fermo imminente.

Se Gioacchino avesse fatto veramente queste previsioni, dovremmo

scorgere in lui l'uomo che conosce da vicino la società in cui vive,

nè le splendide ma passeggiere vittorie lo abbagliano, e non vede la

meta vicina per desiderio che abbia di toccarla, nè per i vantaggi

del presente trascura di porre in calcolo i danni dell'avvenire. Non

sarebbe certamente impossibile, che in Gioacchino al misticismo della

fede andasse congiunta l'esperienza consumata della vita. Per le sue

particolari condizioni ei s'era trovato in contatto colle persone più

eminenti del suo tempo, nè sarebbe strano che conoscesse le discordie

degli uni, la vanità degli altri, e prevedesse un avvenire molto più

buio di quel che i suoi contemporanei si raffigurassero. Anzi in questa

previsione la fede mistica e l'esperienza della vita si sarebbero

incontrate, ed entrambe avrebbero contribuito a confermare il solitario

veggente nella persuasione che bisognasse mutar cammino per ridar la

pace e la giustizia alla travagliata cristianità.

Comunque sia di queste previsioni di Gioacchino, nel modo come le

abbiamo esposte qui sopra, certo è che nei termini in cui ci son

raccontate dai biografi si tradiscono facilmente per tardive e malcaute

invenzioni, intrecciate di grossi errori e storici e cronologici.

Questi racconti appartengono alla stessa epoca, in cui sotto il nome

di Gioacchino andavan pubblicate e visioni e profezie, e gli uomini

si consolavano dell'acerbità dei loro mali coll'annunziarne facile

ed imminente la fine. In quel tempo nacque una copiosa letteratura

pseudoprofetica, che non ha nulla di comune colle opere genuine

dell'abate calabrese, ove non si preveggono i fatti avvenire nei

loro particolari, e più volte vien dichiarato che solo Iddio conosce

il giorno in cui sarà per cominciare il nuovo periodo della storia

umana.[499]

Per questo rispetto Gioacchino è di gran lunga inferiore agli antichi

profeti. A lui manca quella potente fantasia, che col magistero

di grandiose allegorie e di visioni estatiche sa bene anticipare

il futuro.[500] Non gli fa difetto certo il profondo sentimento

dell'infelicità presente, nè la viva aspirazione ad un migliore

avvenire, ma il suo pennello non sa colorire questi lontani orizzonti.

Ei non possiede il dono dell'ispirazione profetica come non conosce il

segreto dell'eloquenza; ed in luogo di bandire profezie sue si contenta

d'interpetrare le altrui. Chi sulla fede di Dante pensasse di trovare

nelle opere di Gioacchino le smaglianti pitture di tempi nuovi, ben

presto si sgannerebbe. L'abate calabrese non è un profeta, ma uno

scolastico e pesante commentatore, il quale per scoprire un lembo

dell'avvenire fruga e rifruga nel passato, e non che sciorre il volo

pei campi indefiniti della speranza, s'indugia in faticosi calcoli di

date e generazioni.

Ma l'effetto che Gioacchino produceva nei suoi contemporanei non

possiamo certo vagliarlo colle nostre misure. Il suo commento alla

Bibbia era secondo il gusto dei tempi, quelle interpetrazioni sforzate,

e che balzan fuori da sottili ragionamenti, avean grande presa

sugl'intelletti, ed i riscontri per quanto più strani e tormentosi

tanta maggior fede riscotevano. Nè faceva intoppo la sconfinata

libertà d'interpetrare allegoricamente quello, che inteso alla lettera

non avrebbe dato il senso voluto. Si era da gran tempo avvezzi a

questo giuoco, nè faceva certo meraviglia che Sara ad esempio ora

s'interpetrasse come il simbolo della vecchia legge, ed ora della

nuova, secondo che la si metteva in confronto di Elisabetta o di

Agar.[501] E tanto più questi contorti commentarii e questi calcoli

artificiosi doveano essere accolti con favore, in quanto che da essi si

cavavano risultati rispondenti ai più profondi bisogni del tempo. Il

secolo decimosecondo fu travagliato quanto altri mai da gravi lotte e

religiose e politiche. Mostrammo nei capitoli precedenti quanto vigore

avesse spiegato l'eresia, che pochi anni dopo la morte di Gioacchino

fu bandita una crociata per estirparla. Le lotte inoltre tra la Chiesa

e l'Impero dettero luogo ad uno scisma lungo e tormentoso, che durò

non meno di un ventennio, e se la pace fu alfine composta, tutti

prevedevano che non sarebbe durata, e che presto o tardi ricomincerebbe

la lotta con maggior furore. Queste discordie perenni, queste battaglie

sanguinose si tenevano allora non come una legge inesorabile della

storia, ma quale effetto passeggiero e transitorio della corruzione

umana, come il segno manifesto dell'appressarsi dell'ultima ora pel

vecchio mondo.[502] Non erano ancora spente le paure millenarie, se non

che le menti più ardite non osavano più preannunziare la fine delle

cose, tante volte indarno aspettata, bensì una profonda rinnovazione

sociale. E Gioacchino fu l'interpetre di questi pensieri che ei facea

scaturire dallo studio assiduo della Bibbia, e dalla profonda ed

instancabile osservazione dei mali presenti. E le sue parole destavano

un'eco tanto più larga, per quanto più alto era il posto onde veniano

profferite. E non è strano che fossero avidamente credute le previsioni

di un uomo eminente, che e per la pietà e la dottrina insieme fu

per forza creato abate, e in seguito divenne o fondatore, o almeno

rinnovatore di un ordine fratesco.

Le circostanze certamente favorirono assai il progresso delle idee

gioachimitiche, e la creazione dell'ordine francescano, e le scissure

che ben presto lacerarono quel sodalizio, vi contribuirono non poco.

Ma anche prima di quel tempo le ardite divinazioni di Gioacchino

levarono grande rumore. Prova ne sia il fatto raccontato da Rodolfo

di Coggesale, che capitato a Roma nel 1195 l'abate di Perseigne

volle avere una conferenza con Gioacchino intorno alle famose sue

profezie.[503] E non meno curioso fu Riccardo re d'Inghilterra, che al

dire di Roggero Hoveden fece venire a bella posta in Messina l'abate

per conferire seco lui sull'interpetrazione dell'_Apocalisse_.

Noi certo non lo teniamo per un profeta, nè nel significato razionale

che si suol dare a questa parola, e molto meno nel sovrannaturale; ma

riconosciamo volentieri in lui una mente elevata ed un animo onesto e

desideroso del bene. E se non possiamo dividere le sue idee sul corso

della storia, non gli possiamo negare un'acuta osservazione delle

calamità del suo tempo. E per quanto sieno fantastici i rimedii che ei

consigliava di apprestare, non pertanto i suoi disegni per più d'un

secolo affaticarono le menti, e certo avrebbero grandemente giovato

all'umanità, se il loro valore intrinseco fosse stato pari alla purità

degl'intendimenti di chi li pensava.

L'eresia nel Medio Evo · 第 35 / 57 题