INTRODUZIONE

Il Medio Evo, che a torto da amici ed avversarii fu detto l'era della

concordia e della pace, ebbe a soffrire non meno dell'età nostra

profondi e dolorosi travagli. Codesta unità delle menti e degli animi,

produttrice secondo gli uni di opere grandiose, segno secondo gli altri

di fiacchezza e torpore, fu sempre e dovunque vagheggiata, giammai

conseguita. Nè ci verrà mai fatto di trovarla nei tre periodi, in cui

vanno divisi i secoli che corrono da Carlo Magno a Carlo di Boemia.

I

Il primo periodo, che diremo di preparazione, è il più lungo di tutti,

protendendosi dal secolo nono sino alla metà del decimosecondo. Vi

primeggiano in filosofia le dispute faticose intorno agli Universali,

nate da una frase dell'Isagoge Porfiriana, la quale racchiude in

germe un problema sempre risoluto e sempre da risolvere. Quel che noi

diciamo i generi e le specie, sono forse entità reali, anzi solo la

vera realtà, o non piuttosto artifizii della mente per non smarrirsi

nel laberinto della natura? Alla prima sentenza piegavano i Realisti,

i Nominalisti alla seconda; ed il loro dissidio, frutto di una profonda

antinomia della ragione, durava ostinato per secoli, e quando parea che

fosse per comporsi, rinasceva sotto altra forma più vivace di prima.

Secondo l'intuizione realistica gli individui sono effimere esistenze,

le quali, a così dire, nell'istessa ora che nascono, scompaiono. Che

siamo noi uomini, presi individualmente? _Pulvis et umbra._ Consacrati

alla morte, un piccolo accidente distrugge in un punto quanti fra noi

aveano redata maggior consistenza e vigore. La sola che sopravvive a

tante ruine, e sfidando le ingiurie del tempo, per volger di secoli

non cresce nè scema, è quel che v'ha di universale in noi, l'umanità.

E lo stesso che diciamo degli uomini, possiamo ripetere degli esseri

tutti. Chè anzi a quel modo che gl'individui umani sono frammenti

dell'umanità, questa è una piccola parte di un essere più sterminato di

lei, l'animale. E l'animale a sua volta è frazione del vivente, ed il

vivente è anch'esso forma fugace di un Essere immenso che è tutte cose,

ma nessuna in particolare. Questo solo è ciò che permane immutato,

è l'ordito su cui s'intesse la variopinta trama della natura, è

l'Oceano che serba costante il volume delle acque, benchè sull'immensa

superficie s'avvicendino i flutti rumorosi. Questi arditi concetti sono

adombrati nel _De divisione naturae_ di Giovanni Scoto Erigena.[1] Così

nella prima metà del nono secolo quella Filosofia, che si dice serva

del domma, prende le mosse da un libro, il quale parecchi secoli dopo

(nel 1225) da Papa Onorio III verrà condannato alle fiamme.[2]

Nè men libera ed ardita è la scuola opposta dei Nominalisti. Il

concetto dal quale partivano Roscellino e i suoi seguaci, affatto

discorde da quello dei Realisti, è il seguente: la sostanza prima è

l'Individuo; gli universali sono astrazioni che la nostra mente forma

togliendo ed isolando ciò che han di comune gl'individui, e lungi

dall'essere la vera realtà, non hanno maggior consistenza del suono che

li esprime.[3] Se il Realismo menava dritto al concetto di sostanza

unica, di cui gl'individui son gli accidenti, il nominalismo in

quella vece di conseguenza in conseguenza riescir doveva alla dottrina

dell'originalità degli individui, o in altre parole all'atomismo.[4]

Tali erano i due indirizzi della speculazione di quel tempo, i quali,

mutati nomi e fattezze, si sono conservati sino ai nostri giorni. Ma

e l'uno e l'altro sistema eran guardati con sospetto dagli ortodossi,

cui non isfuggì che sotto l'apparenza dell'accordo si nascondesse un

grave dissidio tra la Fede e la Filosofia. Ben fu tentata una via di

mezzo tra i due opposti estremi, la quale sembrava s'accordasse meglio

colla tradizione; ma il tentativo non ostante la pietà e l'ingegno di

Anselmo di Aosta fallì; nè a torto gli scolastici posteriori ebbero a

temere che l'idealismo dell'arcivescovo di Canterbury non fosse meno

avventuroso degli altri sistemi, nè sapesse tenersi egualmente lontano

dal misticismo degli uni e dal razionalismo degli altri.[5] E questi

erano infatti gli scogli, nei quali rompeva la speculazione di quel

tempo, in cui i filosofi, non usi ancora a infingersi, come fu stile

dei secoli posteriori, traevano dai loro principii, saldi argomenti a

trasformare i dommi e le dottrine tradizionali.

Così i Realisti, al cui misticismo nessun mistero ripugnava, tra

le nebbie della credenza popolare s'argomentavano di scoprire le

proprie teorie. E restaurando il vecchio metodo dell'interpetrazione

allegorica, già tanto usato ed abusato dai gnostici, nel domma della

trinità videro simboleggiato un ciclo cosmogonico, e nella redenzione

l'eterna durata dell'effetto garentita dal perenne intervento della

causa.[6] Ed anche i nominalisti alla lor volta, benchè non spiccassero

voli così alti e ben lontani si tenessero dal nebuloso speculare degli

avversarî, non cessavano per tanto dallo studiare i dommi religiosi, nè

meno uso facevano dell'interpetrazione allegorica. Le loro spiegazioni,

non elaborate certo nel grande stile dei realisti, eran più piane e

sarei per dire volgari, ma meglio confacenti secondo loro a far luce

piena dove più s'addensava l'ombra del mistero.

La setta nominalistica o concettualistica[7] che dir si voglia fu

per tal guisa l'iniziatrice del razionalismo, ed il suo più illustre

rappresentante, l'infelice Abelardo, ragionatore instancabile e

strenuo propugnatore dei diritti del libero pensiero, cadde vittima

della sua dialettica. _Odiosum me mundo reddidit Logica._[8] Per ben

due volte ei fu tradotto davanti a Sinodi provinciali sotto l'accusa

di eresia. La prima nel 1121 in quella stessa città di Soissons, dove

pochi anni innanzi era stato condannato Roscellino per sospetto di

triteismo;[9] la seconda nel 1140 a Sens, dove egli sperava battere

colle armi delle sue implacabili argomentazioni l'accusatore suo S.

Bernardo. Ma nè l'una volta nè l'altra gli arrise la fortuna; chè a

Soissons fu condannato a bruciare colle sue proprie mani _l'Introductio

ad Theologiam_, e come se ciò non bastasse fu chiuso in espiazione dei

suoi falli nel convento di S. Medard. A Sens poi gli sarebbe capitato

anche peggio, se l'accorto filosofo, presentito l'imperversar della

bufera, non se ne fosse appellato al Pontefice. E ventura per lui che,

mancategli le forze lungo il viaggio alla volta di Roma, riparasse

nell'abbazia di Cluny, ove fu accolto affettuosamente da Pietro il

venerabile, miracolo ed esempio di vera carità cristiana. Se fosse

proceduto oltre, non avrebbe trovata eguale accoglienza nel Papa

Innocenzo II, il quale non poteva al certo darla vinta al filosofo

palatino contro quello stesso S. Bernardo, alla cui opera egli doveva

in parte il trionfo riportato sul rivale Anacleto.[10] E d'altro lato

come mai quel Pontefice, che l'anno innanzi avea imposto silenzio

all'audace Arnaldo da Brescia, avrebbe ora dubitato di condannare il

maestro e la guida dell'abborrito novatore? Non eran forse questi

due uomini stretti siffattamente in un pensiero, che agli occhi

del chiaravallese l'uno paresse il gigante Golia, e l'altro il fido

scudiero? E per fermo lo stesso ardore di libertà scaldava i loro

petti. Entrambi volevano la riforma della Chiesa, l'uno spogliandola

dei mal tolti beni temporali, cagion prima di scandali e corruzioni;

l'altro sciogliendola da quelle pastoie dommatiche che impedivano la

libera espansione del sentimento religioso.

Ed entrambi sono specchio fedele di quell'età turbinosa, in cui

infranti nella lotta delle riforme e delle investiture i vincoli

dell'antica disciplina, il prestigio della tradizione vien meno, e Papi

combattono contro Papi, come nello scisma di Cadalò, di Guiberto, di

Anacleto; vescovi contro Papi, Imperatori contro questi e quelli; nulla

di saldo e durevole; ed oggi si proclama campione della Chiesa chi

domani vien condannato da eretico e fellone. Si comprende di leggieri

come in queste lotte incessanti crescesse e si dilatasse lo spirito

critico, e quale potere esercitasse sulle giovani menti uno ingegno

così acuto come quello di Abelardo, che mise lo scompiglio nella

teologia autoritaria colle famose antinomie del _sic et non_. La sua

parola affascinava, la sua dialettica stringeva, e quando si ritrasse

nel romitaggio del Paracleto, i discepoli accorrevano a torme alle sue

lezioni, contenti di vivere in miserabili capanne, non curanti dello

scarso nutrimento, che il deserto luogo concedeva. Confortato da queste

prove di affetto, nè fiaccato dalle persecuzioni patite, l'intrepido

maestro continuava a battere in breccia _illum fidei fervorem, qui

ea quae dicantur antequam intelligat, credit, et prius his assentii

ac recipit quam quae ipsa sint videat, et an recipienda sint_.[11]

Era naturale che questa critica assottigliasse fuor di misura i dommi

tradizionali, e riuscisse alle interpetrazioni razionalistiche di un

pallido deismo. Le tre persone, ad esempio, sono tre nomi con cui è

descritta diligentemente la perfezione del sommo Bene;[12] la creazione

non è libera, ma necessaria;[13] il peccato originale non è colpa, ma

trasmissione ereditaria della pena che al primo fallo successe;[14]

il Redentore è l'esempio dell'uomo perfetto che adempie al dover

suo non per timore ma per amore;[15] il cristianesimo in una parola

non è altro se non un ritorno alla legge naturale, la quale è certo

che fu seguita dai filosofi, mentre la legge mosaica si appoggia su

precetti più simbolici che morali (_magis figuralibus quam naturalibus

nitatur mandatis_) ed abbonda più dell'esterna che dell'interiore

giustizia.[16] S. Bernardo, ben consapevole della gravità di questi

arditi commentarii esclama tristamente: _Omnia usurpat sibi humanum

ingenium, fidei nil reservans. Tentat altiora se, fortiora scrutatur,

irruit in divina, sancta temerat magis quam reserat, clausa et signata

non aperit sed diripit_ (Ep. 188).

Se non che era vano sperare che colla punizione del filosofo si potesse

soffocare la libertà del pensiero, la quale in quella vece si levava

più fiera e minacciosa dalle violenze patite. Colla morte di Abelardo

non perì l'indirizzo razionalistico, e Bernardo Silvestre trova nel

platonismo inteso a modo suo la soluzione dei problemi religiosi;[17]

Guglielmo di Conches attacca la superstizione come la peggior nemica

del progresso intellettuale;[18] persino Gilberto Porretano;[19] dal

1142 vescovo di Poitiers, costruisce una dottrina della trinità così

poco ortodossa, che vien costretto a ricredersene innanzi al concilio

di Rheims del 1148.

Contro il mal dissimulato razionalismo di questi filosofi seguita

sempre a combattere S. Bernardo, e non meno fieramente di lui i

Vittorini Ugo Riccardo e Gualtiero. Quest'ultimo principalmente non

perdona nè a filosofi, nè a teologi, ma nello stesso biasimo coinvolge

con Abelardo e col Porretano, i due dottori Pietro Lombardo detto il

Maestro delle sentenze, ed il discepolo Pietro di Poitiers,[20] che

raccolsero in trattati scolastici ed in forma dialettica esposero la

somma del sapere teologico.[21] Se non che l'opposizione di codesti

mistici è una ben debole diga contro l'irrompente fiumana. Realisti e

nominalisti seguitano a battagliare, e tra gli opposti estremi nascono

tanti sistemi intermedii, che a noverarli tutti si stanca Guglielmo

di Salisbury. E sovra tutti mira ad innalzarsi quest'uomo singolare,

questo discepolo di Abelardo, che pare appartenga ad altra epoca, ed

assai prima del Petrarca professa come un culto per l'antichità[22]

classica, ed in mezzo al cozzo di tanti dommatismi vorrebbe rinnovare

l'antica Accademia. Così al primo periodo della scolastica non manca

neanco la nota critica. E non più due indirizzi soli si contrastano il

dominio delle menti, ma quattro, il realistico, il nominalistico, il

mistico, lo scettico.

L'eresia nel Medio Evo · 第 8 / 57 题