CAPITOLO XXXIX.

_Zenone ed Anastasio, Imperatori d'Oriente. Nascita, educazione,

e prime imprese di Teodorico Ostrogoto. Sua invasione e

conquista d'Italia. Regno in Italia de' Goti. Stato

dell'Occidente. Governo militare e civile. Senatore Boezio.

Ultime azioni e morte di Teodorico._

[A. 476-527]

Dopo la caduta del Romano Impero in Occidente, gli oscuri nomi, e

gl'imperfetti Annali di Zenone, d'Anastasio e di Giustino, che l'un dopo

l'altro montarono sul trono di Costantinopoli, debolmente segnano

l'intervallo di cinquant'anni fino al memorabile Regno di Giustiniano.

Nel medesimo periodo risorse e fiorì l'Italia sotto il governo d'un Re

Goto, che avrebbe potuto meritare una statua fra' migliori e più

valorosi degli antichi Romani.

[A. 455-475]

Teodorico l'Ostrogoto, ch'era il decimoquarto nella discendenza della

stirpe reale degli Amali[338], era nato nelle vicinanze di Vienna[339]

due anni dopo la morte d'Attila. Una recente vittoria aveva restituito

l'indipendenza agli Ostrogoti; ed i tre fratelli Walamiro, Teodemiro e

Widimiro, che unitamente governavano quella guerriera Nazione, avevano

separatamente stabilito le loro sedi nella fertile, quantunque desolata

Provincia della Pannonia. Gli Unni tuttavia minacciavano i ribelli lor

sudditi; ma fu rispinto il precipitoso loro attacco dalle sole forze di

Walamiro, e giunsero le nuove di tal vittoria al campo lontano del suo

fratello in quell'istesso fausto momento, in cui la concubina favorita

di Teodemiro gli aveva partorito un figlio ed erede. Teodorico

nell'ottavo anno della sua età, fu dal padre con ripugnanza rilasciato

pel pubblico interesse come ostaggio d'un'alleanza, che Leone Imperatore

di Oriente aveva comprato per un annuo sussidio di trecento libbre

d'oro. Fu educato il Reale ostaggio a Costantinopoli con premura ed

affetto. S'assuefece il suo corpo a tutti gli esercizi della guerra, si

dilatò il suo spirito per l'uso d'una culta conversazione, frequentò le

scuole de' più abili Maestri; ma sdegnò o trascurò le arti della Grecia,

e restò sempre tanto ignorante ne' primi elementi delle lettere, che fu

inventato un rozzo istrumento per far la sottoscrizione dell'idiota Re

d'Italia[340]. Giunto all'età di diciotto anni, fu restituito a'

desiderj degli Ostrogoti, che l'Imperatore cercava di guadagnare per

mezzo della liberalità e della confidenza. Walamiro era morto in

battaglia; Widimiro, fratello minore, aveva condotto in Italia e nella

Gallia un'armata di Barbari, e tutta la Nazione riconosceva per Re il

padre di Teodorico. I feroci di lui sudditi ammirarono la forza e la

statura del giovine loro Principe[341]: ed ei tosto provò loro, che non

avea punto degenerato dal valore de' suoi Antenati. Alla testa di

seimila volontari partì segretamente dal campo, andando in cerca di

avventure, discese il Danubio fino a Singiduno o Belgrado, ed in breve

tornò da suo padre con le spoglie d'un Re Sarmata, ch'egli aveva vinto

ed ucciso. Tali trionfi però non producevano altro che gloria, e

gl'invincibili Ostrogoti eran ridotti ad un'estrema angustia per

mancanza di vesti e di cibo. Di comun consenso dunque risolvettero

d'abbandonare i loro accampamenti Pannonici, e d'avanzarsi arditamente

verso le temperate e ricche vicinanze della Corte Bizantina, che già

manteneva nell'orgoglio e nel lusso tante altre truppe di Goti ad essa

confederati. Dopo d'aver provato con alcuni atti d'ostilità ch'essi

potevano esser pericolosi nemici, o almeno molesti, gli Ostrogoti

venderono ad un alto prezzo la loro riconciliazione e fedeltà;

accettarono un donativo di terre e di denaro; e fu loro confidata la

difesa del basso Danubio sotto il comando di Teodorico, il quale dopo la

morte di suo padre successe al trono ereditario degli Amali[342].

[A. 474-518]

Un Eroe, proveniente da una stirpe di Regi, dovea disprezzare quel basso

Isauro, che fu investito della porpora Romana senz'alcuna dote di

spirito o di corpo, e senz'alcuna prerogativa di nascita Reale, o di

sublimi qualità. Mancata la linea di Teodosio, potè in qualche modo

giustificarsi la scelta di Pulcheria e del Senato da' caratteri di

Marciano e di Leone; ma quest'ultimo stabilì e disonorò il suo Regno

mediante la perfida uccisione d'Aspar e de' suoi figli, che troppo a

rigore esigevano il debito della gratitudine e dell'ubbidienza.

L'eredità di Leone e dell'Oriente passò pacificamente nel piccolo di lui

nipote, figlio d'Ariadne sua figlia; ed il fortunato Isauro Trascalisseo

di lei marito, mutò quel barbaro suono nel Greco nome di Zenone. Dopo la

morte del vecchio Leone, s'accostò egli con rispetto non naturale al

trono del proprio figlio, umilmente ricevè, come un dono il secondo

posto nell'Impero, e tosto eccitò il pubblico sospetto sopra una

subitanea ed immatura morte del giovine suo Collega, la vita del quale

non poteva più oltre portare in alto la sua ambizione. Ma l'autorità

donnesca regolava il suo Palazzo di Costantinopoli, e lo agitavano le

femminili passioni: Verina, vedova di Leone, risguardando come suo

proprio l'Impero, pronunziò una sentenza di deposizione contro l'indegno

ed ingrato servo, al quale aveva ella sola dato lo scettro

d'Oriente[343]. Appena risuonò alle orecchie di Zenone il nome di

ribellione, ei fuggì precipitosamente nelle montagne d'Isauria, ed il

servile Senato concordemente proclamò Basilisco, di lei fratello, già

infamato dalla sua spedizione affricana[344]. Il Regno però

dell'usurpatore fu breve e turbolento. Basilisco pretese d'assassinare

l'amante della sua sorella, ed ardì d'offendere l'amante della sua

moglie, il vano ed insolente Armazio, che in mezzo al lusso asiatico

affettava l'abito, il portamento, ed il soprannome d'Achille[345].

Cospirando fra loro i malcontenti, richiamarono Zenone dall'esilio;

furon tradite le armate, la Capitale, e la persona di Basilisco; e tutta

la sua famiglia fu condannata alla lunga agonia del freddo e della fame

dall'inumano conquistatore, che non aveva coraggio nè di far fronte, nè

di perdonare a' propri nemici. Il superbo spirito di Verina era tuttavia

incapace di sommissione, o di riposo. Essa provocò l'inimicizia d'un

General favorito, ne abbracciò la causa tosto ch'egli cadde in

disgrazia, creò un nuovo Imperatore in Siria ed in Egitto, levò un

esercito di settantamila uomini, e continuò sino all'ultimo istante

della sua vita in una inutile ribellione, che secondo l'uso di quel

tempo, era stata predetta dagli Eremiti Cristiani, e dai Magi del

Paganesimo. Nel tempo che le passioni di Verina affliggevan l'Oriente,

Ariadne sua figlia distinguevasi con le femminili virtù della dolcezza e

della fedeltà; seguitò questa nell'esilio il proprio marito, e dopo il

suo ritorno al trono implorò la clemenza di lui in favor della madre.

Morto Zenone, Ariadne, figlia, madre e vedova d'Imperatori, diede la

mano, ed il titolo Imperiale ad Anastasio, vecchio domestico del

Palazzo, che sopravvisse più di ventisette anni al suo innalzamento, e

di cui si dimostra il carattere da quest'acclamazione del Popolo: «Regna

come hai vissuto[346]».

[A. 475-488]

Tuttociò, che potea suggerir l'affezione o il timore, fu a larga mano da

Zenone profuso al Re degli Ostrogoti, come il posto di Patrizio e di

Console, il comando delle truppe Palatine, una statua equestre, un

tesoro di più migliaia di libbre d'oro e d'argento, il nome di figlio, e

la promessa di una ricca ed onorevole moglie. Finattantochè Teodorico si

contentò di servire, sostenne con fedeltà e coraggio la causa del suo

benefattore: la rapida marcia di esso contribuì al restauramento di

Zenone: e nella seconda ribellione i _Walamiri_, come solevan chiamarsi,

inseguirono e strinsero i ribelli Asiatici in modo, che procurarono alle

truppe Imperiali un'agevol vittoria[347]. Ma questo fedel servo ad un

tratto si mutò in un formidabil nemico, ch'estese le fiamme della guerra

da Costantinopoli fino all'Adriatico: furono ridotte in cenere molte

floride Città e fu quasi distrutta l'agricoltura della Tracia dalla

barbara crudeltà de' Goti, che tagliavano a' contadini lor prigionieri

la mano destra, con cui guidavan l'aratro[348]. In tali occasioni toccò

a Teodorico l'alto e patente rimprovero d'infedeltà, d'ingratitudine e

d'insaziabile avarizia, che non si potrebbe scusare, se non dalla dura

necessità della sua situazione. Regnava egli non come Monarca, ma come

Ministro di un feroce Popolo, di cui lo spirito non era domato dalla

schiavitù, e che non soffriva insulti nè reali, nè immaginari. N'era

incurabile povertà, la mentre venivano tosto dissipati i donativi più

generosi in un eccessivo lusso, e divenivano sterili i più fertili Stati

nelle lor mani; gli Ostrogoti disprezzavano, sebbene invidiassero, i

laboriosi Provinciali; e quando mancava loro la sussistenza, ricorrevano

ai soliti espedienti della guerra, e della rapina. Il desiderio di

Teodorico (secondo almeno la sua protesta) sarebbe stato quello di

menare una vita pacifica, oscura, e sommessa ne' confini della Scizia;

ma la Corte di Bizanzio l'indusse con splendide e fallaci promesse ad

attaccare una tribù confederata di Goti, che s'erano impegnati nel

partito di Basilisco. Marciò dunque dai suoi quartieri nella Mesia,

essendo stato solennemente assicurato, che prima di giungere ad

Adrianopoli avrebbe incontrato un abbondante convoio di provvisioni, ed

un rinforzo di ottomila cavalli, e di trentamila fanti, mentre le

Legioni dell'Asia erano accampate ad Eraclea per secondare le sue

operazioni. Furono però sconcertate queste misure dalla reciproca

gelosia. All'avanzarsi che fece il figlio di Teodemiro nella Tracia,

trovò un'inospita solitudine, ed i Goti, suoi seguaci, con un grave

bagaglio di cavalli, di muli, e di carri vennero, per inganno delle loro

guide, condotti fra le rupi ed i precipizi del Monte Sondis, dove fu

egli assalito dalle armi e dalle invettive di Teodorico, figlio di

Triario. Da una vicina eminenza il suo artificioso rivale arringava il

campo de' Walamiri, ed infamava il lor Capitano con gli obbrobriosi nomi

di fanciullo, di pazzo, di traditore spergiuro, e di nemico del proprio

sangue, e della sua nazione. «Non sapete voi (gridava il figlio di

Triario) che la costante politica de' Romani è quella di distruggere i

Goti con le lor proprie spade? Non vedete, che quegli di noi, che in

questo non natural combattimento resterà vincitore, sarà esposto, e

giustamente invero, all'implacabile loro vendetta? Dove son que'

guerrieri, miei e tuoi propri congiunti, le vedove de' quali ora si

lagnano, che sacrificarono le loro vite alla tua temeraria ambizione?

Dov'è la ricchezza, che avevano i tuoi soldati, quando, partendo dalle

native lor case, principiarono ad arruolarsi sotto le tue bandiere?

Ciascheduno di essi aveva in quel tempo tre o quattro cavalli; ora ti

seguitano a piedi come schiavi pei deserti della Tracia quegli, che

tentati furono dalla speranza di misurar l'oro a staio, quei bravi

uomini, che son liberi e nobili come tu stesso». Un linguaggio così

adattato all'indole de Goti, eccitò il clamore ed il malcontento; ed il

figlio di Teodemiro, temendo di restar solo, fu costretto ad abbracciare

i suoi fratelli, e ad imitare l'esempio della perfidia romana[349].

[A. 489]

La prudenza e fermezza di Teodorico si fece ugualmente conoscere in

qualunque stato di fortuna ei si trovasse: o minacciasse Costantinopoli

alla testa de' Goti fra loro confederati, o con un fedel drappello si

ritirasse alle montagne e coste marittime dell'Epiro. Finalmente

l'accidental morte del figlio di Triario[350] tolse la bilancia, che i

Romani erano tanto solleciti di mantenere fra' Goti: tutta la Nazione

riconobbe la suprema potestà degli Amali, e la Corte Bizantina

sottoscrisse un ignominioso ed oppressivo trattato[351]. Il Senato avea

già dichiarato, che era necessario scegliere un partito fra i Goti,

giacchè lo Stato non era capace di sostenere le forze riunite; per il

minimo de' loro eserciti si richiedeva un sussidio di duemila libbre

d'oro, con l'ampia paga di tredicimila uomini[352]; gl'Isauri, che

guardavano non già l'Impero, ma l'Imperatore, oltre il privilegio della

rapina, godevano un'annua pensione di cinquemila libbre. La sagacità di

Teodorico ben presto conobbe, ch'ei si rendeva odioso ai Romani, e

sospetto a' Barbari; gli venne all'orecchio il popolar mormorìo, che i

suoi sudditi erano esposti nelle agghiacciate loro capanne ad

intollerabili travagli, mentre il loro Re s'abbandonava al lusso della

Grecia; e prevenne la disgustosa alternativa, o di resistere ai Goti

come il campion di Zenone, o di condurli alla battaglia come nemico di

esso. Teodorico, abbracciando un'impresa degna del suo coraggio e della

sua ambizione, parlò all'Imperatore in questi termini. «Quantunque il

vostro servo sia mantenuto nell'abbondanza dalla vostra liberalità,

porgete graziosamente orecchio a' desiderj del mio cuore! L'Italia, che

avete ereditato da' vostri Predecessori, e Roma stessa, la capitale e

signora del Mondo, presentemente gemono sotto la violenza e

l'oppressione del mercenario Odoacre. Lasciatemi andare con le nazionali

mie truppe contro il Tiranno. Se io perirò, voi resterete libero da un

dispendioso e molesto amico. Se poi col divino aiuto riescirò

nell'impresa, governerò in vostro nome, ed a gloria vostra il Senato

Romano, e quella parte di Repubblica, che mediante le vittoriose mie

armi sarà liberata dalla schiavitù». Fu accettata la proposizione di

Teodorico, ed era forse stata suggerita dalla Corte di Bizanzio. Ma

sembra, che la forma della commissione, o dell'accordo s'esprimesse con

una prudente ambiguità, che potesse poi spiegarsi secondo l'evento; e

restò in dubbio, se il Conquistator dell'Italia dovesse regnare come

Luogotenente, come Vassallo o come Alleato dell'Imperatore

d'Oriente[353].

La fama tanto del condottiero, quanto della guerra eccitò un ardore

universale; s'accrebbero i _Walamiri_ da sciami di Goti, ch'erano già

impegnati al servizio dell'Impero, o stabiliti nelle Province di esso;

ed ogni audace Barbaro, che aveva sentito parlare della ricchezza e

beltà d'Italia, era impaziente di arrivare a possedere, per mezzo delle

più pericolose avventure, oggetti così lusinghieri. Si dee risguardar la

marcia di Teodorico come l'emigrazione d'un intiero Popolo; si

trasportarono tutte le mogli ed i figli de' Goti, i vecchi lor genitori

e gli effetti più preziosi che avessero; e possiam formarci qualche idea

del grave bagaglio, che allora seguitò il campo, dalla perdita di

duemila carri, che nella guerra dell'Epiro soffrirono in una sola

azione. Traevano i Goti la lor sussistenza dai magazzini di grano, che

si macinava dalle loro donne in certi mulini portatili; dal latte e

dalla carne de' loro greggi ed armenti; dal casual prodotto della

caccia; e dalle contribuzioni, che imponevano a tutti quelli che

ardivano di contendere il passo, o di negar loro un amichevole aiuto.

Nonostante queste precauzioni però si trovarono esposti al pericolo, e

quasi alle angustie della fame, in una marcia di settecento miglia,

intrapresa noi cuore d'un rigido inverno. Dopo la caduta della potenza

Romana, la Dacia e la Pannonia non presentavano più il ricco prospetto

di popolate Città, di campagne ben coltivate e di comode strade: si

rinnovò il regno della barbarie e della desolazione, e le tribù de'

Bulgari, de' Gepidi e de' Sarmati, che avevan occupato quella vacante

Provincia, furon mosse dalla nativa loro fierezza o dalle sollecitudini

d'Odoacre a resistere a' progressi del suo nemico. In molte oscure,

sebben sanguinose battaglie, Teodorico pugnò e vinse, sintantochè

superando alla fino coll'abile sua condotta e coraggiosa perseveranza

ogni ostacolo, scese dalle alpi Giulie e spiegò le invincibili suo

bandiere ne' confini d'Italia[354].

[A. 489-490]

Odoacre, non indegno rivale delle sue armi, aveva già occupato il

vantaggioso e celebre posto del fiume Sonzio presso le rovine

d'Aquileia, essendo alla testa d'un poderoso esercito, i Re[355], o Capi

del quale fra loro indipendenti sdegnavano i doveri della subordinazione

e gl'indugi della prudenza. Appena Teodorico ebbe concesso un breve

riposo e rinfresco alla stanca sua cavalleria, arditamente attaccò le

fortificazioni del nemico; e gli Ostrogoti mostrarono maggiore ardore

per acquistare le terre d'Italia, che i Mercenari per difenderle; ed il

premio della prima vittoria fu il possesso della Provincia Veneta fino

alle mura di Verona. Nelle vicinanze di quella città, sulle scoscese

rive dell'Adige, gli si oppose un'altra armata di maggior numero, ed in

coraggio non inferiore della prima; la battaglia fu più ostinata, ma

l'evento ne fu sempre più decisivo; Odoacre fuggì a Ravenna, Teodorico

avanzossi verso Milano, e le soggiogate truppe salutarono il loro

conquistatore con alte acclamazioni di rispetto e di fedeltà. Ma la lor

mancanza o di costanza o di fede tosto l'espose al più imminente

pericolo; vari Conti Goti, che con la sua vanguardia s'erano

temerariamente affidati ad un disertore furon traditi e distrutti vicino

a Faenza mediante un doppio di lui tradimento; Odoacre di nuovo comparve

come padrone della Campagna; e l'invasore, fortemente trincerato nel suo

campo di Pavia, fu ridotto a sollecitare il soccorso d'una congiunta

Nazione cioè de' Visigoti della Gallia. Nel corso di quest'Istoria potrà

saziarsi abbondantemente il più vorace appetito di guerra, nè posso io

molto dolermi, che gli oscuri ed imperfetti nostri materiali non mi

somministrino una più estesa narrazione delle angustie d'Italia, e del

fiero combattimento, che restò finalmente deciso dall'abilità,

dall'esperienza e dal valore del Re de' Goti. Quando fu per principiar

la battaglia di Verona, pertossi alla tenda di sua Madre[356] e di sua

sorella, e volle che in quel giorno, il più solenne della sua vita,

l'adornassero con le ricche vesti ch'esse avevano lavorato con le

proprie lor mani. «La nostra gloria, disse egli, è reciproca ed

inseparabile. Il Mondo sa, che voi siete la madre di Teodorico, ed a me

tocca a provare, che io sono il vero discendente di quegli Eroi dei

quali vanto l'origine». La moglie o concubina di Teodemiro veniva

inspirata da quello spirito delle matrone Germane, che stimavano l'onore

de' loro figli molto più della lor sicurezza; e si racconta che in una

disperata battaglia, mentre Teodorico medesimo era tratto via dal

torrente d'una folla di fuggitivi, andò arditamente loro incontro

all'ingresso del campo, e co' suoi generosi rimproveri gli spinse

indietro contro le spade nemiche[357].

[A. 493-526]

Teodorico per diritto di conquista regnò dalle Alpi fino all'estremità

della Calabria: gli Ambasciatori Vandali gli diedero l'isola della

Sicilia come una legittima appendice del suo Regno; e fu accolto come

liberatore di Roma dal Senato e dal Popolo, che aveva chiuso le porte in

faccia all'usurpator che fuggiva[358]. La sola Ravenna, fortificata

dall'arte e dalla natura, sostenne un assedio di quasi tre anni; e le

audaci sortite d'Odoacre portarono la strage e il disagio nel campo

Gotico. Finalmente quell'infelice Monarca, privo di provvisioni e senza

speranza d'aiuto, cedè ai lamenti de' propri sudditi, ed a' clamori de'

suoi soldati. Si maneggiò un trattato dal Vescovo di Ravenna; gli

Ostrogoti furono ammessi nella Città, e sotto la sanzione di un

giuramento, ambidue i Re acconsentirono a governare con uguale ed

indivisa autorità le Province d'Italia. Può facilmente prevedersi

l'evento di tale accordo. Concessi alcuni giorni alle apparenze della

gioia e dell'amicizia, Odoacre in mezzo ad un solenne convito fu

trucidato dalle proprie mani, o almeno per ordine del suo rivale. Si

erano precedentemente prese le opportune, segrete ed efficaci

disposizioni per uccidere nell'istesso momento e senz'alcuna resistenza

tutti quanti gl'infedeli e rapaci mercenari; e Teodorico fu proclamato

Re da' Goti, col tardo, ripugnante ed ambiguo consenso dell'Imperatore

d'Oriente. Secondo le solite formalità s'imputò al soggiogato Tiranno il

disegno d'una cospirazione; ma sufficientemente si prova la sua

innocenza e la colpa del conquistatore[359] dal vantaggioso Trattato,

che la _forza_ non avrebbe sinceramente accordato, nè la _debolezza_

temerariamente rotto. Somministrar possono un'apologia più decente la

gelosia del potere, ed i mali della discordia; e si può pronunziare una

sentenza meno rigorosa contro un delitto, ch'era necessario per

introdurre in Italia un principio di pubblica felicità. L'Autore vivente

di questa felicità fu audacemente lodato in faccia da Oratori sacri e

profani[360]; ma l'Istoria (che nel suo tempo era muta ed oscura) non ci

ha lasciato alcun giusto quadro de' fatti, che potrebbero dimostrar le

virtù di Teodorico, o de' difetti che le oscurarono[361]. Tuttavia

sussiste un monumento della sua fama, vale a dire la raccolta delle

Lettere pubbliche, composte da Cassiodoro in nome del Re, che ha

ottenuto credito maggiore di quello, che intrinsecamente sembri

meritare[362]. Esse presentano le formalità piuttosto che la sostanza

del suo governo; ed in vano si cercherebbero i puri e spontanei

sentimenti del Barbaro, in mezzo alla declamazione e dottrina di un

Sofista, a' desiderj d'un Senator Romano, alle formule d'ufizio, ed alle

dubbiose espressioni, che in ogni Corte ed in ogni occasione formano il

linguaggio d'un discreto Ministro. Con maggior fiducia può appoggiarsi

la riputazion di Teodorico sopra un Regno di trentatre anni visibilmente

pacifico e prospero, sull'unanime stima de' suoi contemporanei, e sulla

memoria della sua saviezza, giustizia ed umanità, non meno che del suo

coraggio, che restò profondamente impresso nelle menti dei Goti, e

degl'Italiani.

Il ripartimento delle terre d'Italia, delle quali Teodorico assegnò la

terza parte a' suoi soldati, si cita _onorevolmente_ come l'unica

ingiustizia della sua vita. Ed anche quest'atto si può plausibilmente

giustificare coll'esempio d'Odoacre, co' diritti di conquista, col vero

interesse degl'Italiani, e col sacro dovere di far sussistere un intiero

Popolo, che affidato alle sue promesse erasi trasferito in un lontano

Paese[363]. I Goti sotto il Regno di Teodorico, e nel felice clima

d'Italia, tosto s'aumentarono al segno di formare un formidabil esercito

di dugentomila uomini[364], e coll'aggiunta ordinaria delle donne e de'

fanciulli si può calcolare a qual numero ascendessero tutte le loro

famiglie. Si mascherò l'invasione del territorio di cui doveva già esser

vacante una parte, col generoso, ma improprio, nome d'_Ospitalità_:

questi malveduti Ospiti si dispersero irregolarmente per l'Italia e la

porzione, che toccò ad ogni Barbaro, corrispondeva alla sua nascita ed

al suo posto, al numero del suoi seguaci ed alla rustica ricchezza, che

aveva in bestiame ed in ischiavi. Fu ammessa la distinzione fra il

nobile ed il plebeo[365]; ma le terre di ogni uomo libero furono immuni

dalle tasse, ed ei godeva l'inestimabil privilegio di non esser soggetto

che alle leggi della sua Patria[366]. La moda o anche la comodità

persuase ben presto i conquistatori ad assumer l'abito più elegante de'

nativi d'Italia; ma essi persisterono tuttavia nell'uso della lor lingua

materna; e fu applaudito il disprezzo, che avevano per le scuole latine,

da Teodorico medesimo, che secondava i lor pregiudizi o piuttosto i suoi

propri col dire, che un fanciullo assuefatto a tremare alla sferza del

maestro, non avrebbe mai ardito di guardare una spada[367]. La miseria

potè qualche volta muovere l'indigente Romano a prendere i feroci

costumi che appoco appoco si lasciavano dal ricco e lussurioso

Barbaro[368]: ma tali vicendevoli trasformazioni non eran punto promosse

dalla politica d'un Monarca, che rendè perpetua la separazione fra

gl'Italiani ed i Goti, riservando i primi alle arti della pace, ed i

secondi agli esercizi della guerra. Per eseguire questo disegno ei

procurò di proteggere gl'industriosi suoi sudditi, e di moderar la

violenza senza snervare il valore dei suoi soldati, che dovevan servire

alla pubblica difesa. Essi ritenevano le loro terre, e i benefizi come

uno stipendio militare; al suono della tromba eran pronti a marciare

sotto la condotta de' loro Ufiziali provinciali; e tutta l'Italia era

distribuita in più quartieri d'un medesimo campo ben regolato. Si faceva

la guardia del Palazzo e delle Frontiere per elezione o per turno; ed

ogni straordinaria fatica veniva ricompensata da un accrescimento di

paga, o da donativi arbitrari. Teodorico aveva persuaso i suoi bravi

compagni che l'Impero si dee difendere con quelle medesime arti, con le

quali s'acquista. Dietro il suo esempio essi procuravano di esser

eccellenti nell'uso non solo della lancia e della spada, istromenti

delle loro vittorie, ma anche delle armi da scagliare, ch'essi erano

troppo inclinati a trascurare, ed i quotidiani esercizi, e le annue

riviste della Cavalleria Gotica somministravano la viva immagine della

guerra. Una ferma, quantunque blanda, disciplina li fece abituare alla

modestia, all'ubbidienza, ed alla temperanza; ed i Goti impararono a

risparmiare il Popolo, a rispettare le Leggi, a non trascurare i doveri

della società civile, ed a disapprovare la barbara licenza del

combattimento giudiciale e della vendetta privata[369].

La vittoria di Teodorico aveva eccitato un generale allarme fra' Barbari

dell'Occidente. Ma quando videro, ch'ei, soddisfatto della conquista,

desiderava la pace, il terrore si mutò in rispetto, ed essi accettarono

una potente mediazione, che fu costantemente diretta agli ottimi oggetti

di conciliare le lor dissensioni, e d'incivilirne i costumi[370]. Gli

Ambasciatori che giungevano a Ravenna dai più distanti paesi d'Europa,

ammiravano la sua saviezza, cortesia e magnificenza[371]; e se accettava

talvolta degli schiavi o delle armi, dei cavalli bianchi o de' rari

animali, il dono d'un orologio solare, di un orologio ad acqua o di un

istromento di musica dimostrava anche a' Principi della Gallia la

superiore abilità ed industria degl'Italiani suoi sudditi. I domestici

vincoli[372], che contrasse per mezzo della moglie, di due figlie, di

una sorella e di una nipote, unirono la famiglia di Teodorico con i Re

dei Franchi, de' Borgognoni, de' Visigoti, de' Vandali, e de' Turingi; e

contribuirono a mantener la buon'armonia, o almeno la bilancia della

gran Repubblica dell'Occidente[373]. Egli è difficile seguitare nelle

cupe foreste della Germania e della Polonia l'emigrazione degli Eruli,

feroce Popolo, che sdegnava l'uso dell'armatura, e condannava le vedove

ed i vecchi genitori a non sopravvivere alla perdita de' loro mariti o

alla diminuzione delle lor forze[374]. Il Re pertanto di questi selvaggi

guerrieri domandò l'amicizia di Teodorico, e secondo le barbare

cerimonie d'una militare adozione[375], fu innalzato al grado di suo

figlio. Dalle rive del Baltico gli Estoni o Livoni portarono i loro doni

d'ambra nativa[376] a' piedi d'un Principe, di cui la fama gli aveva

mossi a intraprendere un ignoto e pericoloso viaggio di mille

cinquecento miglia. Ei mantenne una frequente ed amichevol

corrispondenza col paese[377], da cui la nazione Gotica trasse

l'origine; gl'Italiani si cuoprivano co' ricchi zibellini[378] di

Svezia; ed uno de' Sovrani di essa, dopo una volontaria o forzata

rinuncia, trovò un cortese rifugio nel palazzo di Ravenna. Questi aveva

regnato sopra una delle tredici numerose Tribù, che coltivavano una

piccola parte della grande Isola o Penisola della Scandinavia, a cui si

è talvolta applicata l'incerta denominazione di Thule. Era quella

settentrional regione abitata o almeno cognita fino al 68 grado di

latitudine, dove gli abitatori del cerchio polare godono e perdono in

ogni solstizio d'estate e d'inverno la continua presenza del sole per un

ugual periodo di quaranta giorni[379]. La lunga notte dell'assenza, o

morte di esso, era la trista stagione dell'angustia e dell'inquietudine,

finattantochè i messaggieri mandati sulle cime delle montagne non

annunciavano i primi raggi della luce che tornava, e proclamavano alle

sottoposte pianure la festa della sua resurrezione[380].

[A. 509]

La vita di Teodorico presenta il raro e lodevole esempio d'un Barbaro,

che pose la sua spada nel fodero in mezzo all'orgoglio della vittoria e

nel vigor dell'età. Consacrò un regno di trentatre anni a' doveri del

Governo civile, e le guerre, nelle quali talvolta si trovò impegnato,

presto furono terminate mercè la condotta de' suoi Generali, la

disciplina delle sue truppe, le armi de' suoi alleati, ed anche il

terror del suo nome. Ridusse sotto un forte e regolar Governo le poco

profittevoli regioni della Rezia, del Norico, della Dalmazia e della

Pannonia, dalla sorgente del Danubio e dal territorio de' Bavari[381]

fino al piccolo regno formato da' Gepidi sulle rovine del Sirmio. Non

poteva la sua prudenza sicuramente affidare il baloardo d'Italia a que'

deboli e turbolenti vicini; e la sua giustizia potea pretender le terre,

ch'essi opprimevano, o come una parte del proprio regno, o come

un'eredità di suo padre. La grandezza però di un servo, a cui si dava il

nome di perfido, perchè era fortunato, risvegliò la gelosia

dell'Imperatore Anastasio e s'accese una guerra sulla frontiera della

Dacia per la protezione che il Re Goto, nelle vicende delle cose umane,

aveva accordato ad uno de' discendenti d'Attila. Sabiniano, generale

illustre pel merito proprio e paterno, s'avanzò alla testa di diecimila

Romani; e distribuì alle più feroci fra le Tribù de' Bulgari le

provvisioni e le armi, che empievano una lunga serie di carri. Ma ne'

campi di Margo l'esercito Orientale fu disfatto dalle inferiori forze

de' Goti e degli Unni; restò irreparabilmente distrutto il fiore, ed

anche la speranza delle armate romane; e tal era la temperanza, che

Teodorico aveva ispirato alle vittoriose sue truppe, che non avendo il

lor condottiere dato il segno del saccheggio, le ricche spoglie del

nemico rimasero intatte ai lor piedi[382]. Esacerbata la Corte Bizantina

da questa disgrazia, spedì dugento navi ed ottomila uomini a

saccheggiare le coste marittime della Calabria e della Puglia; questi

assalirono l'antica città di Taranto, interruppero il commercio e

l'agricoltura d'un fertil paese, e se ne tornarono all'Ellesponto

altieri della piratica loro vittoria sopra di un Popolo, ch'essi

tuttavia pretendevano di risguardar come composto di _Romani_ loro

fratelli[383]. L'attività di Teodorico ne affrettò possibilmente la

ritirata; l'Italia fu posta al coperto da una flotta di mille piccoli

vascelli[384], ch'ei fece costruire con incredibil prestezza, e la

costante sua moderazione fu tosto premiata con una solida ed onorevole

pace. Esso mantenne con forte mano la bilancia dell'Occidente,

finattantochè non fu alla fine rovesciata dall'ambizione di Clodoveo; e

quantunque non potesse assistere il suo temerario ed infelice congiunto,

il re de' Visigoti, salvò i residui della sua famiglia e del suo Popolo

e represse i Franchi in mezzo alla vittoriosa loro carriera. Io non

voglio prolungare o ripetere[385] la narrazione di questi militari

avvenimenti, che sono i meno interessanti del regno di Teodorico; e mi

contenterò d'aggiungere, ch'ei protesse gli Alemanni[386]; che

severamente gastigò un'incursione de' Borgognoni, e che la conquista

ch'ei fece d'Arles e di Marsiglia, gli aprì una libera comunicazione co'

Visigoti, che lo rispettavano tanto come loro nazional protettore,

quanto come tutore del piccolo figlio di Alarico, suo nipote. Con questo

rispettabil carattere il Re d'Italia rinnovò la Prefettura Pretoriana

delle Gallie, riformò alcuni abusi nel Governo civile della Spagna, ed

accettò l'annuo tributo, e l'apparente sommissione del militar

Governatore di quella, che saviamente ricusò d'affidare la sua persona

al palazzo di Ravenna[387]. La sovranità Gotica s'era stabilita dalla

Sicilia fino al Danubio, da Sirmio o Belgrado fino al Mare Atlantico; ed

i Greci stessi hanno confessato, che Teodorico regnò sopra la più bella

parte dell'Impero Occidentale[388].

L'unione de' Goti e de' Romani avrebbe potuto fissar per de' secoli la

passeggiera felicità dell'Italia, e la reciproca emulazione delle

rispettive loro virtù avrebbe potuto appoco appoco formare un nuovo

Popolo di sudditi liberi, e d'illuminati soldati, che avesse il primato

fra le nazioni. Ma non era serbato pel regno di Teodorico il merito

sublime di guidare o di secondare una rivoluzione di questa sorta: gli

mancò il talento, o la comodità per esser legislatore[389]; e mentre

fece godere a' Goti una rozza libertà, servilmente copiò le istruzioni,

ed anche gli abusi del sistema politico formato da Costantino e da' suoi

successori. Per un delicato riguardo agli spiranti pregiudizi di Roma,

il Barbaro evitò il nome, la porpora ed il diadema degl'Imperatori; ma

sotto il titolo ereditario di Re assunse tutta la sostanza e pienezza

dell'imperial dignità[390]. Le sue espressioni verso il trono Orientale

erano rispettose ed ambigue; celebrava in pomposo stile l'armonia delle

due Repubbliche, applaudiva il suo governo, come la perfetta immagine

d'un solo ed indiviso Impero, e pretendeva sopra i Re della Terra quella

stessa preeminenza, ch'ei modestamente accordava alla persona o al posto

d'Anastasio. Dichiaravasi ogni anno l'unione dell'Oriente

coll'Occidente, mediante l'unanime scelta de' due Consoli; ma sembra che

il Candidato italiano, ch'era nominato da Teodorico, ricevesse una

formale conferma dal Sovrano di Costantinopoli[391]. Il palazzo gotico

di Ravenna presentava l'immagine della Corte di Teodosio o di

Valentiniano. Vi continuavano sempre ad agire da Ministri di Stato il

Prefetto del Pretorio, il Prefetto di Roma, il Questore, il Maestro

degli Ufizi co' Tesorieri pubblici e patrimoniali, le funzioni de' quali

vengon dipinte con vistosi colori dalla rettorica di Cassiodoro. E la

subornata amministrazione della giustizia e delle rendite era delegata a

sette Consolari, e tre Correttori, ed a cinque Presidenti, che

governavano le quindici _Regioni_ d'Italia secondo i principj, e fino

con le formalità della Giurisprudenza Romana[392]. La violenza de'

Conquistatori veniva abbattuta o delusa dal lento artifizio de' processi

giudiciali; ristringevasi agl'Italiani l'amministrazion civile co' suoi

onori ed emolumenti; ed il Popolo conservò sempre il proprio abito e

linguaggio, le sue leggi e costumanze, la sua personal libertà, e due

terzi delle proprie terre. L'oggetto d'Augusto era stato quello di

nasconder l'introduzione della Monarchia; e la politica di Teodorico fu

di mascherare il regno d'un Barbaro[393]. Se i suoi sudditi talvolta si

risvegliaron da questa piacevol visione di un Governo romano, trassero

un conforto più sostanziale dal carattere di un Principe Goto, che aveva

penetrazione per discernere, e fermezza per procurare il proprio ed il

pubblico interesse. Teodorico amava le virtù ch'ei possedeva, ed i

talenti de' quali mancava. Liberio fu promosso all'ufizio di Prefetto

del Pretorio per l'incorrotta sua fedeltà nell'infelice causa d'Odoacre.

I Ministri di Teodorico, Cassiodoro[394] e Boezio, hanno fatto

riflettere sopra il suo regno lo splendore del loro genio, e della loro

dottrina. Cassiodoro però più prudente o più fortunato del suo collega

conservò la propria riputazione senza perder la grazia reale; e dopo

aver passato trent'anni fra gli onori del secolo, godè altrettanto tempo

di riposo nella devota e studiosa solitudine di Squillace.

Era interesse e dovere del Re' Goto di coltivare, come protettore della

Repubblica, l'affezione del Senato[395] e del Popolo. I nobili di Roma

erano lusingati dai sonori epiteti e dalle formali proteste di rispetto,

che si sarebbero più giustamente applicate al merito ed all'autorità de'

loro maggiori. Il Popolo godeva senza timore o pericolo i tre benefizi

d'una Capitale, cioè il buon ordine, l'abbondanza, ed i pubblici

divertimenti. La misura stessa del donativo[396] dimostra una visibil

diminuzione di esso: la Puglia, la Calabria e la Sicilia versavano

ancora i loro tributi ne' granai di Roma; si distribuiva una porzione di

pane e di companatico, agl'indigenti cittadini, e stimavasi onorevole

qualunque ufizio, che fosse destinato alla cura della loro salute e

felicità. I giuochi pubblici, di tal sorta che un ambasciator greco

potea decentemente applaudirvi, presentavano una languida e debole copia

della magnificenza de' Cesari: però la musica, la ginnastica e l'arte

pantomimica non eran del tutto cadute in oblìo; le fiere dell'Affrica

esercitavano tuttavia il coraggio e la destrezza de' cacciatori; e

l'indulgente Goto o tollerava pazientemente, o dolcemente frenava le

fazioni Azzurra e Verde, le contese delle quali empievano sì spesso il

Circo di grida, ed anche di sangue[397]. Nel settimo anno del pacifico

suo regno Teodorico visitò la vecchia capitale del Mondo; il Senato ed

il Popolo in una solenne processione avanzossi a salutare il secondo

Traiano, il nuovo Valentiniano, ed ei nobilmente sostenne questo

carattere, assicurandoli d'un giusto e legittimo Governo[398] in un

discorso che non ebbe timore di pronunziare in pubblico e di fare

incidere in una tavola di rame. In quest'augusta ceremonia Roma fece

risplendere un ultimo raggio della decadente sua gloria: ed un Santo,

che fu spettatore di quel pomposo spettacolo, potè solo sperare, nella

pia sua fantasia, che fosse superato dal celeste splendore della nuova

Gerusalemme[399]. Nella dimora, che vi fece di sei mesi, la fama, la

persona, ed il cortese contegno del Re Goto eccitarono l'ammirazion de'

Romani, ed ei contemplò con ugual curiosità e sorpresa i monumenti

ch'erano restati dell'antica loro grandezza. Impresse le vestigia di un

conquistatore sul colle del Campidoglio, e francamente confessò, che

ogni giorno mirava con nuova maraviglia il Foro di Traiano e l'alta di

lui colonna. Il teatro di Pompeo anche nella sua decadenza compariva

quale una gran montagna artificialmente incavata, pulita ed ornata

dall'industria umana; ed all'ingrosso calcolò, che vi volle un fiume

d'oro per innalzare il colossale anfiteatro di Tito[400]. Per mezzo di

quattordici acquedotti si spargevano acque pure e copiose in ogni parte

della città, e fra queste l'acqua Claudia, che aveva la sorgente alla

distanza di trentotto miglia nelle montagne Sabine, passava per un

dolce, quantunque costante, declivio di solidi archi fino alla sommità

del monte Aventino. Le lunghe e spaziose volte, costruite per servire

alle Cloache pubbliche, sussistevano dopo dodici secoli nel pristino

loro stato; e que' sotterranei canali si son preferiti a tutte le

visibili maraviglie di Roma[401]. I Re Goti, accusati con tanta

ingiustizia della rovina delle antichità, furon solleciti di conservare

i monumenti della nazione che essi avevano soggiogata[402]. Emanarono

degli editti reali per impedire gli abusi, la trascuratezza o le

depredazioni de' cittadini medesimi; e per le riparazioni ordinarie

delle mura e degli edifizi pubblici, si destinarono uno sperimentato

Architetto, l'annua somma di dugento libbre d'oro, venticinquemila pezzi

di materiali, ed il prodotto della dogana del Porto Lucrino. Una simil

cura s'estese alle statue di metallo o di marmo, sì degli uomini, che

degli animali. S'applaudiva da' Barbari allo spirito de' cavalli, che

hanno dato al Quirinale un nome moderno[403]; furono diligentemente

restaurati gli Elefanti di bronzo[404] della _Via sacra_; la famosa

vitella di Mirone ingannava il bestiame, quando passava pel Foro della

Pace[405]; e fu creato un ufiziale apposta per difendere quelle opere

delle arti, che Teodorico risguardava come l'ornamento più nobile del

suo Regno.

Seguitando l'esempio degli ultimi Imperatori, Teodorico scelse la

residenza di Ravenna, dove coltivava con le sue proprie mani un

giardino[406]. Ogni volta ch'era minacciata la pace del suo regno

(giacchè questo non fu mai invaso) da' Barbari, ei trasferiva la sua

Corte a Verona[407] sulla frontiera settentrionale, e la figura del suo

Palazzo, che tuttavia esiste in una medaglia, rappresenta la più antica

ed autentica forma d'architettura gotica. Queste due Capitali ugualmente

che Pavia, Spoleto, Napoli e le altre città d'Italia, sotto il suo Regno

acquistarono le utili e splendide decorazioni di chiese, di acquedotti,

di bagni, di portici e di palazzi[408]. Ma la felicità del suddito con

maggior verità si manifestava nell'attivo spettacolo del lavoro e del

lusso, nel rapido aumento e nel godimento libero della ricchezza

nazionale. Dalle ombre di Tivoli e di Preneste, i Senatori Romani

tuttavia nell'inverno si ritiravano al temperato calore ed alle salubri

fonti di Baia, e le loro ville, che s'avanzavano sopra solide moli nel

Golfo di Napoli, godevano le varie vedute del cielo, della terra e

dell'acqua. Dalla parte orientale dell'Adriatico, erasi formata una

nuova Campania nella bella e fertil provincia dell'Istria, la quale

comunicava col palazzo di Ravenna, mediante una facil navigazione di

cento miglia. Le ricche produzioni della Lucania e delle contigue

Province, si portavano alla Fonte Marcilia, dov'era una copiosa fiera

ogni anno, consacrata al commercio, all'intemperanza ed alla

superstizione. Nella solitudine di Como, che fu animata una volta dal

dolce genio di Plinio, un trasparente bacino di sopra sessanta miglia in

lunghezza tuttavia rifletteva le rurali dimore, che circondavano il

margine del lago Lario, ed una triplice coltivazione di ulivi, di viti e

di castagni cuopriva il piacevol pendìo delle colline[409]. All'ombra

della pace risorse l'agricoltura, e si moltiplicarono i coltivatori

mediante il riscatto degli schiavi[410]. Si scavavano con attenzione le

miniere di ferro della Dalmazia, ed una d'oro nell'Abruzzo, e le paludi

Pontine, come anche quelle di Spoleto, furono asciugate e coltivate da

privati speculatori, il lontano premio de' quali dee dipendere dalla

continuazione della pubblica prosperità[411]. Quando le stagioni eran

meno propizie, le dubbiose precauzioni di fare de' magazzini di grano,

di fissarne il prezzo e di proibirne l'esportazione, dimostravano almeno

la buona volontà del Governo; ma la straordinaria abbondanza, che un

industrioso Popolo ricavava da un terreno fecondo, era tale che alle

volte una pinta di vino si vendeva in Italia per meno di tre _farthings_

(tre quattrini) ed un sacco di grano per circa cinque scellini e sei

soldi (o sia sette lire)[412]. Un paese che aveva tanti valutabili

oggetti di commercio, attrasse ben tosto i mercanti da ogni parte, il

lucroso traffico de' quali veniva incoraggiato o protetto dal genio

liberale di Teodorico. Fu restaurata ed estesa la libera comunicazione

delle Province per terra e per acqua; non si chiudevano mai nè di giorno

nè di notte le porte delle Città; ed il detto comune, che una borsa

d'oro lasciata in un campo era salva, esprimeva l'interna sicurezza

degli abitanti.

La differenza di religione è sempre dannosa, e spesso fatale alla buona

armonia fra il Principe ed il Popolo. Il Conquistatore Gotico era stato

educato nella professione dell'Arrianismo, e l'Italia era devotamente

attaccata alla Fede Nicena. Ma la persuasione di Teodorico non era

infetta di zelo, ed ei piamente aderiva all'eresia de' suoi Padri, senza

stare a bilanciare i sottili argomenti della Metafisica teologica.

Soddisfatto della privata tolleranza de' suoi Arriani Settarj,

giustamente si risguardò come il protettore del Culto pubblico, e

l'esterna sua reverenza per una superstizione, che disprezzava, può aver

nutrito nella sua mente la salutare indifferenza d'un politico o d'un

Filosofo. I Cattolici de' suoi dominj confessarono, forse con

ripugnanza, la pace della Chiesa; il loro Clero veniva onorevolmente

ricevuto, secondo i gradi della dignità o del merito, nel palazzo di

Teodorico; egli stimò la santità di Cesario[413] e d'Epifanio[414],

Vescovi ortodossi d'Arles e di Pavia, quando erano tuttora in vita; e

presentò una decente offerta sulla tomba di S. Pietro, senz'alcuna

scrupolosa ricerca sopra la fede di quell'Apostolo[415]. Fu permesso a'

Goti suoi favoriti, e fino alla stessa sua madre di ritenere o

d'abbracciar la Fede Atanasiana[416], ed il lungo suo Regno non può

somministrar l'esempio neppur d'un Cattolico italiano, che o per

elezione o per forza passasse alla religione del Conquistatore[417]. Il

Popolo ed i Barbari stessi erano edificati dalla pompa e dall'ordine del

Culto religioso; a' Magistrati era ingiunto di mantenere le giuste

immunità delle persone e delle cose ecclesiastiche; i Vescovi tenevano i

loro Sinodi; i Metropolitani esercitavano la loro giurisdizione; e

venivano conservati o moderati i privilegi del Santuario secondo lo

spirito della Giurisprudenza Romana. Teodorico assunse insieme con la

protezione anche la legittima supremazia della Chiesa e la sua costante

amministrazione fece risorgere o estese alcune utili prerogative, che si

erano trascurate dai deboli Imperatori d'Occidente. Ei non ignorava la

dignità e l'importanza del Romano Pontefice, a cui erasi allora

appropriato il venerabil nome di _Papa_. La pace o la turbolenza

d'Italia potea dipendere dal carattere d'un Vescovo ricco e popolare,

che s'attribuiva un sì vasto dominio tanto in Cielo che in Terra, e che

in un numeroso Concilio era stato dichiarato puro da ogni colpa, ed

esente da ogni giudizio[418]. Allorchè dunque la Cattedra di S. Pietro

si disputava tra Simmaco e Lorenzo, essendo egli giudice, i medesimi

comparvero al Tribunale d'un Re Arriano, ed esso confermò l'elezione del

candidato più degno o più ossequioso. Verso il fine della sua vita, in

un momento di gelosia e di sdegno, prevenne la scelta de' Romani,

nominando egli un Papa nel Palazzo di Ravenna. Frenò dolcemente il

pericolo e le furiose conquiste d'uno scisma, e diede vigore all'ultimo

decreto del Senato per estinguere, s'era possibile, la scandalosa

venalità dell'Elezioni Pontificie[419].

Io mi sono esteso con piacere sopra la felice condizione dell'Italia; ma

non dobbiamo per questo addirittura immaginarci che sotto la conquista

de' Goti si realizzasse l'età dell'oro de' Poeti, o vi esistesse una

razza di uomini senza vizi o miserie. Questo bel prospetto venne

talvolta oscurato da qualche nube; potè ingannarsi la saviezza di

Teodorico, il suo potere trovar della resistenza, e fu macchiata la

cadente età del Monarca dall'odio popolare, e dal sangue Patrizio. Nella

prima insolenza della vittoria egli aveva tentato di spogliare tutto il

partito d'Odoacre de' civili e fino de' naturali diritti della

Società[420]; una tassa, inopportunamente imposta dopo le calamità della

guerra, avrebbe distrutto l'agricoltura nascente della Liguria, ed una

rigorosa preferenza nella compra del grano, ch'era destinato al pubblico

sollievo, aggravar doveva le angustie della Campania. Svanirono, è vero,

questi pericolosi progetti mediante la virtù e l'eloquenza d'Epifanio e

di Boezio, che alla presenza di Teodorico medesimo difesero con buon

esito la causa del Popolo[421]; ma sebbene l'orecchio Reale fosse aperto

alla voce della verità, non posson sempre trovarsi un Santo e un

Filosofo all'orecchio de' Re. Troppo spesso la frode Italiana, e la

violenza Gotica s'abusavano dei privilegi del grado, dell'impiego, o del

favore, e fu esposta agli occhi del pubblico l'avarizia del nipote del

Re, prima per mezzo dell'usurpazione, e poi della restituzion de'

dominj, ch'esso aveva estorto ingiustamente da' Toscani di lui vicini.

Erano stanziati nel cuor dell'Italia dugentomila Barbari, formidabili

anche allo stesso loro Signore; sdegnavano essi di soffrire i freni

della pace e della disciplina; sempre si sentivano i disordini della

loro condotta, e sol qualche volta potevano ripararsi; e quando era

pericoloso il punire gli eccessi della nativa loro fierezza, bisognava

prudentemente dissimularli. Allorchè l'indulgente Teodorico ebbe rimesso

i due terzi del tributo Ligure, s'adattò a spiegare la difficoltà della

sua situazione, ed a dolersi de' gravi, quantunque inevitabili pesi, che

imponeva a' suoi sudditi per la propria loro difesa[422]. Quest'ingrati

sudditi non poterono mai cordialmente famigliarizzarsi coll'origine, con

la religione, o anche con le virtù del Goto Conquistatore; si erano

dimenticate le passate calamità, e la felicità de' tempi presenti

rendeva sempre più forte il sentimento o il sospetto delle ingiurie.

Anche quella religiosa tolleranza, che Teodorico ebbe la gloria

d'introdurre nel Mondo cristiano, era dispiacevole ed offensiva per

l'ortodosso zelo degl'Italiani. Rispettavano essi l'eresia armata de'

Goti, ma il pio loro furore si dirigeva con sicurezza contro i ricchi e

non difesi Giudei, che si erano stabiliti a Napoli, a Roma, a Ravenna, a

Milano ed a Genova per vantaggio del commercio, e sotto la sanzione

delle Leggi[423]. N'erano insultate le persone, saccheggiati gli averi,

e bruciate le sinagoghe dalla furibonda plebaglia di Ravenna e di Roma,

infiammata, per quanto sembra, da' più frivoli o stravaganti pretesti.

Un Governo, che avesse potuto trascurar tale oltraggio, l'avrebbe

certamente meritato. Se ne formava dunque addirittura legalmente un

processo; se gli autori del tumulto si fossero confusi nella

moltitudine, tutta la Comunità veniva condannata a risarcire il danno; e

i bacchettoni ostinati, che ricusavano di contribuirvi, eran frustati

pubblicamente per mano del carnefice. Questo semplice atto di giustizia

esacerbava il disgusto de' Cattolici, che applaudivano al merito ed alla

pazienza di que' santi Confessori; trecento pulpiti deploravano la

persecuzion della Chiesa, e se per ordine di Teodorico a Verona fu

demolita la Cappella di S. Stefano, è probabile, che in quel sacro

teatro si facesse qualche miracolo contro il nome e la dignità del

medesimo. Il Re d'Italia conobbe al termine di una vita gloriosa, ch'ei

s'era concitato l'odio d'un Popolo, di cui aveva tanto assiduamente

procurato di promuovere la felicità; e fu inasprito l'animo suo dallo

sdegno, dalla gelosia e dall'amarezza d'un amore non corrisposto.

S'indusse dunque il Conquistatore gotico a disarmare gl'imbelli nativi

d'Italia con proibir loro qualunque arme offensiva, ad eccezione solo di

un piccol coltello per gli usi domestici. Il liberatore di Roma fu

accusato di cospirare co' più vili delatori contro le vite de' Senatori,

ch'ei sospettava che avessero una segreta e perfida corrispondenza con

la Corte Bizantina[424]. Dopo la morte d'Anastasio, fu posto il diadema

sul capo ad un debole vecchio; ma prese le redini del Governo

Giustiniano di lui nipote, che già meditava l'estirpazione dell'eresia,

e la conquista dell'Italia e dell'Affrica. Una rigida legge, che fu

promulgata in Costantinopoli, ad oggetto di ridurre gli Arriani, col

timor della pena, in grembo alla Chiesa, risvegliò il giusto

risentimento di Teodorico, il quale domandò per gli angustiati suoi

fratelli d'Oriente quella medesima indulgenza, ch'egli aveva da tanto

tempo concessa a' Cattolici de' suoi dominj. Un severo di lui comando

fece imbarcare il Pontefice Romano con quattro _illustri_ Senatori per

un'Ambasceria di cui doveva questi temere ugualmente il buono che il

cattivo successo. La singolar venerazione dimostrata al primo Papa che

visitò Costantinopoli, fu punita come un delitto dal geloso di lui

Monarca; l'artificioso o perentorio rifiuto della Corte Bizantina potè

scusare un ugual contegno, e provocarne uno anche più duro; e si preparò

in Italia un ordine di proibire, dopo un dato giorno l'esercizio del

Culto Cattolico. La bacchettoneria de' propri sudditi, e de' suoi nemici

trasse il più tollerante de' Principi sull'orlo della persecuzione; e la

vita di Teodorico fu troppo lunga quando arrivò a condannar la virtù di

Boezio, e di Simmaco[425].

Il Senatore Boezio[426] è l'ultimo dei Romani, che Catone o Tullio

avrebber riconosciuto per loro concittadino. Essendo un ricco orfano,

ereditò il patrimonio, e gli onori della Famiglia Anicia: nome

ambiziosamente preso da' Re e dagl'Imperatori di quel tempo, ed il nome

di Manlio mostrava la sua genuina o favolosa discendenza da una stirpe

di Consoli e Dittatori, che aveano rispinti i Galli dal Campidoglio, e

sacrificato i loro figli alla disciplina della Repubblica. Nella

gioventù di Boezio non erano del tutto abbandonati gli studj di Roma;

tuttavia esiste un Virgilio[427] corretto della mano di un Console; e la

liberalità de' Goti manteneva i Professori di Grammatica, di Rettorica,

e di Giurisprudenza ne' loro privilegi e stipendi. Ma la scienza, che

potea trarre dalla Lingua latina, non era sufficiente a saziare

l'ardente sua curiosità; e si dice, che Boezio impiegasse diciotto anni

affaticandosi nelle scuole di Atene[428], ch'erano sostenute dallo zelo,

dalla dottrina e dalla diligenza di Proclo, e dei suoi Discepoli.

Fortunatamente la ragione e la pietà del Romano loro Alunno restarono

immuni del contagio del mistero e della magia, che contaminavano i

boschetti dell'Accademia; ma egli s'imbevve dello spirito, ed imitò il

metodo dei viventi e defunti suoi maestri, che tentavano di conciliare i

forti e sottili sentimenti d'Aristotele, con la devota contemplazione e

sublime fantasia di Platone. Dopo il suo ritorno a Roma, ed il suo

matrimonio con la figlia del Patrizio Simmaco, suo amico, Boezio

continuò in un Palazzo d'avorio e di marmo a coltivare i medesimi

studj[429]. La Chiesa restò edificata dalla profonda sua difesa della

Fede ortodossa contro l'eresie Arriana, Eutichiana e Nestoriana; e fu da

lui spiegata o esposta la cattolica unità in un formal Trattato mediante

l'_indifferenza_ delle tre distinte sebbene consustanziali Persone. Per

vantaggio de' suoi lettori Latini, sottopose il suo genio ad insegnare i

primi elementi delle arti e delle scienze della Grecia. L'Instancabile

penna del Senator Romano tradusse ed illustrò la Geometria d'Euclide, la

musica di Pitagora, l'aritmetica di Nicomaco, la meccanica d'Archimede,

l'astronomia di Tolomeo, la teologia di Platone, e la logica

d'Aristotele col commentario di Porfirio, ed ei solo era stimato capace

di descriver le maraviglie dell'arte, come un orologio solare, un

orologio ad acqua, o una sfera che rappresentasse i moti dei Pianeti. Da

queste astruse speculazioni, Boezio s'abbassava, o, per meglio dire,

innalzavasi ai doveri sociali della vita pubblica e privata: la sua

liberalità sollevava l'indigente; e la sua eloquenza, che

dall'adulazione si potè paragonare alla voce di Demostene o di Cicerone,

s'esercitava ugualmente nel difender la causa dell'innocenza e

dell'umanità. Un merito sì riguardevole fu conosciuto e premiato da un

illuminato Principe; la dignità di Boezio si adornò co' titoli di

Console e di Patrizio, e ne furono utilmente impiegati i talenti

nell'importante carica di Maestro degli Ufizi. Nonostanti gli uguali

diritti dell'Oriente e dell'Occidente, furono due suoi figli, nella

tenera lor gioventù, creati Consoli del medesimo anno[430]. Nel

memorabile giorno della loro inaugurazione si portarono essi con solenne

pompa dal loro Palazzo nel Foro, in mezzo all'applauso del Senato e del

Popolo; ed il lieto lor genitore, dopo aver recitato un'Orazione in lode

del suo Real benefattore, distribuì un trionfal donativo ne' giuochi del

Circo. Boezio, prospero nella fama e negli averi, nei pubblici onori e

nelle relazioni private, nella cultura delle scienze e nella coscienza

della propria virtù, avrebbe potuto chiamarsi felice, se questo precario

epiteto si potesse applicare all'uomo con sicurezza prima ch'ei giunga

al fin della sua vita.

Un Filosofo, liberale della sua ricchezza e parco del suo tempo, doveva

essere insensibile alle comuni lusinghe dell'ambizione, alla sete

dell'oro e degl'impieghi, e può in qualche modo credersi all'asserzione

di Boezio, ch'egli aveva con ripugnanza ubbidito al divino Platone, che

ad ogni virtuoso Cittadino impone l'obbligo di liberar lo Stato

dall'usurpazione del vizio e dell'ignoranza. Quanto alla purità della

pubblica sua condotta, se ne rimette alla memoria dei suoi Concittadini.

Aveva la sua autorità frenato l'orgoglio e l'oppressione degli Ufiziali

regj, ed aveva la sua eloquenza liberato Pauliano da' cani del Palazzo.

Egli aveva sempre compassionato, e spesse volte sollevato le miserie de'

Provinciali, i beni de' quali erano esausti dalla pubblica e privata

rapacità; ed il solo Boezio ebbe il coraggio d'opporsi alla tirannia de'

Barbari, insuperbiti dalla conquista, eccitati dall'avarizia, ed

incoraggiati, com'ei si duole, dall'impunità. In queste onorevoli

battaglie il suo spirito era superiore alle considerazioni del pericolo,

e forse anche della prudenza, e possiamo apprendere dall'esempio di

Catone, che un carattere di pura ed inflessibil virtù e il più capace di

far lega col pregiudizio, di esser riscaldato dall'entusiasmo, e di

confondere le inimicizie private con la pubblica giustizia. Il discepolo

di Platone poteva esagerare le debolezze della Natura, e le imperfezioni

della Società; e la forma d'un Governo gotico anche la più dolce, e fino

lo stesso peso di fedeltà e di gratitudine, doveva essere insopportabile

allo spirito libero d'un Cittadino romano. Ma il favore e la fedeltà di

Boezio diminuirono appunto in proporzione della pubblica felicità; e fu

aggiunto un indegno collega a dividere, e contrabbilanciare il potere

del Maestro degli Ufizi. Negli ultimi oscuri tempi di Teodorico ei sentì

con isdegno, ch'era uno schiavo; ma siccome il padrone di lui non aveva

potere che sopra la sua vita, resistè senz'armi e senza timore in faccia

ad un irato Barbaro, ch'era stato indotto a credere, che la salvezza del

Senato fosse incompatibile con la propria. Il Senatore Albino era stato

accusato, e già convinto sulla presunzione di _sperare_, come si diceva,

la libertà di Roma. «Se Albino è reo, esclamò l'Oratore, il Senato, ed

io stesso siamo tutti colpevoli del medesimo delitto. Se noi siamo

innocenti, anche Albino ha diritto alla protezion delle Leggi». Queste

Leggi potevano in vero non punire il nudo e semplice desiderio di un

bene, che non potea conseguirsi; ma dovevano esser meno indulgenti per

la temeraria confession di Boezio, che s'egli avesse avuto notizia di

una cospirazione, non avrebbe mai avuta questa notizia il Tiranno[431].

L'Avvocato d'Albino fu tosto involto nel pericolo e forse nel delitto

del suo cliente; fu posta la loro sottoscrizione (ch'essi negarono come

una falsità) all'original documento, che invitava l'Imperatore a liberar

l'Italia da' Goti, e tre testimoni di onorevole condizione, ma forse

d'infame riputazione, attestarono i proditorj disegni del Patrizio

Romano[432]. Pure se ne dee presumere l'innocenza, giacchè Teodorico lo

privò de' mezzi di giustificarsi, e lo confinò rigorosamente nella torre

di Pavia, mentre il Senato, alla distanza di cinquecento miglia,

pronunziò la sentenza di confiscazione e di morte contro il più illustre

de' suoi membri. D'ordine de' Barbari, l'occulta scienza d'un Filosofo

fu infamata coi nomi di sacrilegio e di magia[433]. Un devoto e

rispettoso attacco al Senato, dalle tremanti voci de' Senatori medesimi

fu condannato come colpevole; e la loro ingratitudine meritò bene il

desiderio o la predizione di Boezio, che dopo di lui non si fosse

trovato alcun reo del medesimo delitto[434].

[A. 524]

Mentre Boezio, carico di catene, ad ogni momento aspettava la sentenza o

il colpo di morte, compose nella torre di Pavia la _Consolazione della

Filosofia_, aureo libro, non indegno della penna di Platone o di Tullio,

ma che riceve un merito incomparabile dalla barbarie de' tempi, e dalla

situazione dell'Autore. Quella guida celeste, ch'egli aveva per tanto

tempo invocato in Roma ed in Atene, discese allora ad illuminare la sua

prigione, a ravvivare il suo coraggio, ed a versare nelle sue ferite il

salutare di lei balsamo. Essa gl'insegnò a paragonare la lunga

prosperità, da lui goduta, con la sua presente miseria, ed a concepire

nuove speranze dall'incostanza della fortuna. La ragione l'avea

informato della precaria qualità dei suoi doni; l'esperienza l'avea

convinto del reale valore di essi; ei gli avea goduti senza colpa;

poteva dunque spogliarsene senza neppure un sospiro, e tranquillamente

sdegnar l'impotente malizia de' suoi nemici, che gli avevan lasciato la

felicità, mentre non avevan potuto togliergli la virtù. Dalla terra,

Boezio innalzavasi verso il Cielo in cerca del _Sommo Bene_; esplorava

il metafisico laberinto del caso e del destino, della prescienza e della

libertà, del tempo e dell'eternità; e generosamente procurava di

conciliare i perfetti attributi della Divinità, con gli apparenti

disordini del suo fisico e morale Governo. Tali motivi di consolazione,

sì ovvj, sì vaghi o sì astrusi, sono inefficaci a vincere i sentimenti

della natura umana. Non pertanto la fatica di pensare può divertire il

sentimento della disgrazia; ed il Saggio, che può artificiosamente

combinare nella medesima opera le diverse ricchezze della Filosofia,

della Poesia e dell'Eloquenza, dee già possedere quell'intrepida calma,

ch'ei dimostra di cercare. La sospensione, ch'è il peggiore de' mali,

finalmente fu tolta dai ministri di morte, ch'eseguirono e forse

eccederono l'inumano comando di Teodorico. Fu legata una forte corda

intorno al capo di Boezio, e stretta con tal forza, che quasi gli

saltaron fuori gli occhi dalle lor cavità; e può riguardarsi come una

specie di compassione il meno atroce tormento di batterlo con bastoni

finnattantochè spirasse[435]. Ma soppravvisse il suo genio per ispargere

un raggio di cognizione sopra i più tenebrosi tempi del Mondo Latino; il

più glorioso fra i Re d'Inghilterra tradusse gli scritti del

Filosofo[436], e l'Imperatore Ottone III collocò in una tomba più

onorevole le ossa d'un Santo cattolico, che dagli Arriani suoi

persecutori aveva ricevuto l'onore del martirio, e la fama de'

miracoli[437]. Boezio, nelle ultime sue ore trasse qualche conforto

dalla salvezza de' suoi due figli, della moglie, e del rispettabile

Simmaco, suo suocero. Ma fu indiscreto e forse irriverente il duolo di

Simmaco: come aveva egli voluto dolersi, così poteva tentare di vendicar

la morte d'un amico ingiuriato. Fu dunque tratto in catene da Roma al

Palazzo di Ravenna; ed i sospetti di Teodorico non poterono acquietarsi,

che col sangue d'un vecchio ed innocente Senatore[438].

[A. 526]

L'umanità sarà disposta ad avvalorare un racconto, che prova la

giurisdizione della coscienza, ed il rimorso de' Re; e la Filosofia non

ignora, che alle volte la forza di una disordinata fantasia, e la

debolezza di un corpo infermo creano i più orridi spettri. Teodorico,

dopo una vita virtuosa e gloriosa, stava per discendere nel sepolcro con

vergogna e delitto: era umiliato il suo spirito dal contrasto del

passato, e giustamente agitato dagl'invisibili terrori del futuro.

Dicesi, che una sera, mentre stava sulla regia mensa la testa d'un

grosso pesce[439], egli a un tratto esclamò che vedeva la trista faccia

di Simmaco, con gli occhi spiranti rabbia e vendetta; e con la bocca

armata di lunghi acuti denti, che minacciava di divorarlo. Il Monarca si

ritirò subito nella sua camera, e mentre stava tremando per un freddo

febbrile sotto il peso di più coperte, manifestò con interrotte voci al

suo medico Elpidio il profondo suo pentimento per le uccisioni di Boezio

e di Simmaco[440]. S'accrebbe la sua malattia, e dopo una dissenteria,

che continuò per tre giorni, spirò nel palazzo di Ravenna l'anno

trentesimo terzo, ovvero, se vogliamo contare dall'invasione d'Italia,

il trentesimo settimo del suo Regno. Vedendo che s'avvicinava il suo

fine, divise fra due suoi nipoti i tesori e le Province che possedeva, e

fissò il Rodano per comune loro confine[441]. Fu restituito ad Amalarico

il trono di Spagna, e l'Italia con tutte le conquiste degli Ostrogoti

ricadde ad Atalarico, il quale non aveva più di dieci anni, ma era amato

come l'ultima prole maschile della stirpe degli Amali, mediante il breve

matrimonio di Amalasunta, sua madre, con un profugo Reale del medesimo

sangue[442]. In presenza del moribondo Monarca, i Capitani goti, ed i

Magistrati italiani, vicendevolmente impegnarono la loro fede e lealtà a

favore del giovine Principe, e della madre di lui tutrice, e

nell'istesso terribil momento ricevettero l'ultimo suo salutare avviso

di conservare le Leggi, d'amare il Senato ed il Popolo romano, e di

coltivare con decente rispetto l'amicizia dell'Imperatore[443]. Fu

eretto un monumento a Teodorico da Amalasunta, sua figlia, in una

cospicua situazione, che dominava la Città di Ravenna, il porto ed il

vicino lido. Una cappella di forma circolare del diametro di trenta

piedi, era coperta da una cupola d'un solo pezzo di granito: dal centro

di questa s'innalzavano quattro colonne, che sostenevano un vaso di

porfido contenente il corpo del Re Goto, circondato da statue di bronzo

de' dodici Apostoli[444]. Si sarebbe potuto permettere che il suo

spirito, dopo qualche previa espiazione, si mescolasse co' Benefattori

dell'uman genere, se un Eremita italiano non fosse stato testimone in

una visione della dannazione di Teodorico[445], l'anima del quale da

Ministri della Divina vendetta fu gettata nel vulcano di Lipari, una

delle infiammate bocche del Mondo infernale[446].

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 07 · 第 18 / 31 题