AVVERTIMENTO

_apposto dal Traduttore Pisano al Capitolo XXXIII del Gibbon._

Eccoci al termine della promessa traduzione di ciò, che è stato

pubblicato finora dal Sig. Eduardo Gibbon intorno alla _Storia della

decadenza dell'Impero Romano_. Il Lettore avrà certamente ammirato in

quest'opera una erudizione estesa e profonda, uno stile nervoso e

vivace, e nell'Autore di essa una mente capace di cose grandi. Auguriamo

pertanto al medesimo vita ed ozio per ultimarla; ma lo esortiamo ad

essere nel tempo stesso più rispettoso per la Religione divina di Gesù

Cristo, e per gl'illustri Campioni che la sostennero coi loro scritti

immortali, colla Santità della vita, e bene spesso col proprio sangue.

Nuocerà sempre alla fama di uno Scrittore, che parla sovente di una

Religione, la quale teme soltanto di non essere ben conosciuta, il

mostrare appunto di non conoscerla, e molto più il ravvisarla. Se ciò

debba dirsi del Sig. Gibbon si può rilevare da molte annotazioni o

staccate od in forma di lettera, che abbiamo fatte negli otto precedenti

volumi, e singolarmente dalla solida Confutazione in 2 Tomi in 4.º del

Sig. Ab. Niccola Spedalieri, a cui parimenti appartiene il _Saggio_, da

noi inserito nel Tomo terzo. In quest'ultimo Tomo l'A. Inglese sfoga

l'antico livore nazionale non tanto contro dei Monaci, quanto contro la

stessa primitiva istituzione del Monachismo: e con intollerabile ardire

ispira dei dubbi intorno al domma della Trinità Sacrosanta; quasi che

mancandoci il memorabile Testo di S. Giovanni[321] = _Tres sunt qui

testimonium dant in coelo Pater, Verbum, et Spiritus S., et hi tres unum

sunt_ = non se ne avesse altra prova. Coloro che son versati nelle

scienze sacre, ed ai quali non sono ignote le opere dei Bull, dei

Bianchini, de' Maffei, Calmet ec. non hanno bisogno dei nostri lumi per

condannare una critica sì sfrenata. Per gli altri che amano la brevità

in cotal genere di discussioni, più delle nostre, abbiamo creduto

opportune le riflessioni fatte sopra i due articoli sopraccennati da

Monsignor Claudio Fleury[322], Autore citato più volto dal Sig. Gibbon,

ed a cui non può darsi la taccia di superstizioso o di credulo senza

ingiustizia. Ecco pertanto ciò che egli dice dei Monaci primitivi[323].

Dopo i Martiri viene uno spettacolo egualmente maraviglioso, e sono i

Solitari. Comprendo sotto questo nome i Monaci, gli Anacoreti, e quelli,

che nei primi tempi si chiamavano _Asceti_. Questi si ponno dir Martiri

della penitenza, e le lor sofferenze son tanto più maravigliose, quanto

più volontarie e più lunghe; poichè in luogo di un supplizio di poche

ore, essi hanno portata fedelmente la loro Croce per lo spazio di

cinquanta, o sessant'anni. Trattando di essi, mi sono esteso forse

troppo, se considero il gusto degli Eruditi, o de' curiosi, che poco

valutano l'orazione, e le pratiche di pietà. Credo per altro, che la

vita dei Santi formi una gran parte della Storia Ecclesiastica, e

risguardo questi Santi Solitari come il modello della perfezione

Cristiana. Essi erano veri Filosofi, come sovente gli chiama

l'antichità. Si separavano dal Mondo per meditare le cose celesti; non

come quegli Egiziani descritti da Porfirio[324], che sotto un sì gran

nome non intendevano altro, che la Geometria[325], o l'Astronomia: nè

come i Filosofi Greci, che si ritiravano per ricercare i segreti della

natura, per ragionare sulla morale, o per disputare del Sommo Bene, e

della distinzione delle virtù.

I Monaci (ricordevoli dei detti della incarnata Sapienza eterna,

incontro a cui altro non sono che importuni gracidatori i Filosofanti

del secolo) rinunziavano al Matrimonio, e alla Società degli uomini, per

liberarsi dall'imbarazzo degli affari, e dalle tentazioni che sono

inevitabili nel commercio del Mondo; per pregare, cioè contemplare la

grandezza di Dio, meditare i suoi benefizi e i precetti della santa sua

Legge e purificare il lor cuore. Tutto il loro studio era la Morale,

cioè a dire la pratica delle virtù: non si disputava, non si disprezzava

alcuno, e appena si parlava. Ascoltavano con docilità le istruzioni de'

loro Anziani; parecchi non sapevano neppur leggere, e meditavano la

Scrittura sulle lezioni che avevano sentite. Si nascondevano dagli

uomini, per quanto potevano, non cercando che di piacere a Dio. La sola

fama delle loro virtù e spesso de' lor miracoli gli faceva conoscere: e

noi non sapremmo neppure per la maggior parte, che essi fossero stati al

Mondo, se Dio non avesse suscitati dei curiosi[326], come Rufino e

Cassiano, che sono andati a cercarli nel fondo delle loro solitudini, e

gli han sforzati a parlare.

Del restante non possono esser sospetti di alcuna specie d'interesse. Si

riducevano a una estrema povertà; guadagnavano col lavoro il poco, che

lor bisognava per vivere; e degli avanzi facevan limosina. Taluni

avevano delle eredità, che coltivavano colle proprie mani: ma i più

perfetti temevano, che l'amministrazione delle masserie e delle rendite

non gli facesse ricadere nell'imbarazzo degli affari che avevano

abbandonato; e preferivano i lavori semplici e sedentari per vivere alla

giornata. Talvolta ricevevano delle limosine per supplire alla tenuità

de' loro guadagni: non vedo per altro che ne dimandassero. Erano fedeli

alle osservanze e consideravano come essenziali la stabilità ed il

lavoro delle mani. Ciascun Monaco stava attaccato alla sua Comunità e

ciascun Anacoreta alla sua Cella, sempre che ragioni ben forti non gli

costringessero a uscirne: perchè nulla è tanto contrario alla orazione

perfetta ed alla purità del cuore, che si eran proposta, quanto la

leggierezza e la curiosità[327]. Nel tener lontana la moltitudine de'

pensieri, ed in rendere la loro anima stabile e tranquilla si prendevano

una tal cura, che schivavano fino i luoghi di bella vista, e le

piacevoli abitazioni; e se la passavano la maggior parte del tempo

rinserrati nelle loro cellette. Stimavano necessario il lavoro non solo

per non essere di aggravio ad alcuno, ma anco per conservare l'umiltà e

per fuggire la noia.

Le comunità erano numerose[328], e si aveva per massima di non

moltiplicarle in un medesimo luogo; sì per la difficoltà di trovar

Superiori, come anco per ischivare la gelosia e le divisioni. Ogni

Comunità era governata dal suo Abate; e talvolta vi era un Superior

Generale che aveva la soprintendenza a molti Monasteri, sotto il nome di

Esarco, di Archimandrita, o altro simile: erano però tutti sotto la

giurisdizione de' Vescovi, e in allora non si parlava di esenzione. I

Monaci non facevano un Corpo a parte distinto da quello de' Secolari e

del Clero, senza passare dall'uno all'altro. Era cosa ordinaria il

prendere i più santi tra' Monaci, per farli Sacerdoti e Chierici. I

Monasteri erano un fondo, in cui i Vescovi erano sicuri di trovar

soggetti eccellenti; e gli Abati preferivano di buon grado il vantaggio

generale della Chiesa al particolare della loro Comunità[329]. Tali

erano i Monaci tanto celebrati da S. Gio. Grisostomo, da S. Agostino e

da tutti i Padri; ed il loro istituto ha continuato, come si vedrà in

seguito, per molti secoli a cagione della sua purità. Tra essi

principalmente si conservò la pratica della pietà più sublime, e

descritta negli Autori i più antichi dopo gli Apostoli[330], come nel

libro del Pastore, e in Clemente Alessandrino, specialmente nella

descrizione, che questi fa del vero contemplativo, da esso chiamato

_Gnostico_. Questa pietà interiore, che sul principio era più comune

tra' Cristiani, coll'andar del tempo si rinserrò quasi tutta ne'

Monasteri. Un giusto numero di _tali_ Monaci, da prescriversi da coloro,

che Dio destina al governo dei Popoli, ed alla protezione e difesa di S.

Chiesa sarà sempre uno degli ornamenti della medesima non meno, che di

uno Stato cristiano.

Dopo la disciplina (prosiegue l'illustre Scrittore)[331] consideriamo

anche la dottrina degli Antichi, sì riguardo alla sua sostanza, come

alla maniera, con cui s'insegnava. La dottrina in sostanza è quella

stessa, che noi crediamo ed insegniamo al presente: avete potuto vederla

dagli estratti de' Padri, che ho riferiti, e la vedrete ancor meglio,

consultando in fonte le loro opere. Essi hanno primieramente stabilita

la Monarchia, cioè l'Unità di Principio sì contro i Pagani, avvezzi ad

immaginarsi più Deità, come ancora contro certi Eretici quali erano i

Marcioniti e i Manichei, che imbarazzati in trovar la cagione del male,

mettevano due principj indipendenti l'uno dall'altro, l'uno buono e

l'altro cattivo.

La Trinità è provata contro i Sabelliani, gli Arriani e i Macedoniani.

Non già che si sia spiegato questo Mistero, che è incomprensibile alla

nostra fiacca ragione; ma si è solo mostrata la necessità di crederlo. È

certo che Gesù Cristo è stato sempre adorato dai Cristiani come loro

Dio. Ciò si vede dalle Apologie[332], dagli Atti de' Martiri, e dalle

testimonianze de' Pagani medesimi; come dalla lettera di Plinio a

Traiano, e dalle obbiezioni di Celso e di Giuliano l'Apostata. È certo

altresì, che i Cristiani hanno sempre adorato un solo Dio: dunque Gesù

Cristo è un Dio stesso col Padre Creatore dell'Universo. È certo pure,

che Gesù Cristo è il Figlio di Dio, e che uno non può essere insieme

Padre e Figlio, riguardo a se stesso; il che viene con gran forza

dimostrato da Tertulliano contro Prassea. Se così fosse, il discorso di

Gesù Cristo sarebbe assurdo e insensato, allorchè dice, che egli procede

dal Padre; che il Padre l'ha mandato; che il Padre e lui non sono che

una sostanza. Sarebbe lo stesso che dire: Io procedo da me; io ho

mandato me stesso; io ed io siamo una sola sostanza. Non può dunque

darsi a queste parole altro senso, se non dicendo, che Gesù Cristo è una

Persona distinta dal Padre, benchè sia il medesimo Dio. La sua autorità

basta per farci credere, ch'ella è così, quantunque non possiamo

comprenderne il come.

Il Figlio, essendo Dio, deve esser perfettamente eguale, e perfettamente

simile al Padre, e ciò è stato provato contro gli Arriani: altrimenti

sarebbero due Dei: un grande e un piccolo: e questo non sarebbe in

effetto se non se una creatura, quantunque, perfetta voglia supporsi, e

sempre inferiore a quella, che ci dà la Scrittura del figlio di Dio.

Contro i Macedoniani,[333] che ammettevano la Divinità del Figlio, e

negavano quella dello Spirito Santo, è stato mostrato, che lo Spirito

Santo procede dal Padre, ed è mandato dal Padre egualmente che il

Figlio; ma che egli è persona distinta dal Figlio, poichè in nessun

luogo si dice, ch'Egli sia Figlio, o che sia generato. Egli è pur

nominato nella forma del battesimo: _andate, battezzate in nome del

Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo_. Dunque questo è una terza

Persona, ma il medesimo Dio.

In tal guisa i Padri hanno provato il Mistero della Trinità. Non con

ragioni filosofiche, ma coll'autorità della Scrittura, e della

Tradizione. Non con principii metafisici, da' quali si suol conchiudere,

che la cosa debba esser così; ma colle parole espresse di Gesù Cristo, e

colla pratica costante di adorar il Figlio assieme col Padre, e di

glorificare lo Spirito Santo assieme col Padre e col Figlio. È vero

tuttavolta che hanno ragionato molto sopra tal mistero; perchè a questo

venivano sforzati dagli Eretici, che impiegavano tutta la sottigliezza

dell'umano discorso per rovesciarlo. Quindi nasce, che i Padri si sono

spiegati in varie guise, giusta la diversità delle obbiezioni che

volevano sciogliere. Bisognava parlare in una maniera co' Pagani,

nell'altra cogli Eretici, ed in maniere diverse con ciascun Eretico in

particolare: e questa diversità di espressioni, di cui i Padri hanno

dovuto servirsi secondo i tempi e le congiunture, ha incitato qualche

moderno ad abbandonare con troppa leggierezza i Padri Anteniceni per ciò

che riguarda la presente materia della Trinità. Credo per altro di aver

date ne' miei dieci primi libri quelle notizie, che bastano per

giustificare a sufficienza questi Padri.

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 07 · 第 13 / 31 题