CAPITOLO XXXVII.

_Origine, progresso ed effetti della vita monastica. Conversione

de' Barbari al Cristianesimo, ed all'Arrianismo. Persecuzione

de' Vandali nell'Affrica. Estinzione dell'Arrianismo fra'

Barbari._

L'inseparabile connessione degli affari civili ed ecclesiastici mi ha

dato motivo ed aiuto a riferire il progresso, le persecuzioni, lo

stabilimento, le divisioni, il pieno trionfo e la successiva corruzione

del Cristianesimo. Ma ho differito o bella posta l'esame di due

religiosi avvenimenti, di conseguenza nello studio della natura umana,

ed importanti nella decadenza e rovina del Romano Impero, cioè I.

l'istituzione della vita monastica[1]; e II. la conversione de' Barbari

Settentrionali.

I. La prosperità e la pace introdusse la distinzione fra' _Cristiani

volgari, e gli Ascetici_[2]. La coscienza della moltitudine si

contentava d'una larga ed imperfetta pratica di Religione. Il Principe o

il Magistrato, il Soldato o il Mercante conciliarono il fervido loro

zelo, e l'implicita fede loro coll'esercizio della propria professione,

con la cura de' loro interessi, e colla condiscendenza delle passioni:

ma gli Ascetici, che volevan osservare i rigorosi precetti

dell'Evangelo, e talvolta ne abusavano, furono eccitati da quel

selvaggio entusiasmo, che rappresenta l'uomo come un delinquente, e Dio

come un tiranno. Essi rinunziarono seriamente agli affari, ed a' piaceri

del secolo; rigettarono l'uso del vino, della carne e del matrimonio;

gastigarono il proprio corpo, mortificarono le loro passioni, ed

abbracciarono una vita di miseria come un prezzo dell'eterna felicità.

Nel tempo di Costantino gli Ascetici fuggivano da un Mondo profano e

degenerato, ad una perpetua solitudine o società religiosa. Come i primi

Cristiani di Gerusalemme[3] rinunziarono l'uso o la proprietà de' loro

beni temporali; fondarono delle comunità regolari di persone del

medesimo sesso, e d'uniforme disposizione; e presero i nomi _d'Eremiti_,

di _Monaci_ e di _Anacoreti_, esprimenti la solitaria lor vita in un

deserto naturale, o artificiale. Essi acquistaron ben presto il rispetto

del Mondo, che disprezzavano; e si fece il più alto applauso a questa

_Divina Filosofia_[4], che sorpassava, senza l'aiuto della scienza o

della ragione, le laboriose virtù delle scuole Greche. In vero i Monaci

potevan contendere con gli Stoici nel disprezzo della fortuna, del

dolore, e della morte; si rinnovò nella servile lor disciplina il

silenzio, e la sommissione de' Pittagorici; e sdegnarono con una

fermezza uguale a quella de' Cinici stessi ogni formalità, e decenza

della civil società. Ma i seguaci di tal divina filosofia aspiravano ad

imitare un modello più puro, o più perfetto. Seguitavano le vestigia de'

Profeti, che si erano ritirati nel deserto[5]; e fecero risorgere la

vita devota, e contemplativa, che si era introdotta dagli Esseni, nella

Palestina e nell'Egitto. L'occhio filosofico di Plinio aveva osservato

con sorpresa un Popolo solitario, che abitava fra le palme vicino al Mar

Morto, che sussisteva senza danaro, si propagava senza donne, e traeva

dal disgusto e dal pentimento dell'uman genere, un perpetuo rinforzo di

volontari associati[6].

[A. 305]

L'Egitto, fecondo padre di superstizione, somministrò il primo esempio

della vita monastica. Antonio[7], inculto[8] giovane delle parti più

basse della Tebaide, distribuì il suo patrimonio[9], abbandonò la

propria famiglia, e la casa nativa, e compì la sua monastica penitenza

con originale ed intrepido fanatismo. Dopo un lungo e penoso noviziato

fra' sepolcri, e in una torre rovinata, s'avanzò arditamente nel deserto

per tre giornate di cammino all'oriente del Nilo; scoprì un luogo

solitario, che aveva i vantaggi dell'ombra e dell'acqua, e fermò

l'ultima sua dimora sul monte Colzim, vicino al Mar Rosso, dove un

antico monastero tuttavia conserva il nome, e la memoria del Santo[10].

La curiosa devozione de' Cristiani lo seguitò fino al deserto; e quando

fu costretto a comparire in Alessandria in faccia al Mondo, sostenne la

sua fama con dignità, e discretezza. Ei godè l'amicizia d'Atanasio, di

cui approvò la dottrina; e l'Egizio abitator delle selve rispettosamente

evitò un rispettoso invito dell'Imperator Costantino. Il venerabile

Patriarca (poichè Antonio giunse all'età di centocinque anni) vide la

numerosa progenie, che si era formata, seguitando l'esempio e le lezioni

di esso. Le prolifiche colonie de' Monaci si moltiplicarono con rapido

progresso nelle arene della Libia, su' massi della Tebaide, e nelle

città del Nilo. Al mezzodì d'Alessandria, la montagna ed il vicino

deserto di Nitria eran popolati da cinquemila Anacoreti; ed il

viaggiatore può tuttavia investigar le rovine di cinquanta monasteri,

che furono fondati su quello sterile suolo da' discepoli d'Antonio[11].

Nella Tebaide Superiore fu occupata la vacante Isola di Tabenna[12] da

Pacomio, e da millequattrocento dei suoi confratelli. Questo Santo

Abbate fondò successivamente nove Monasteri di uomini, ed uno di donne;

e la festa di Pasqua riuniva tal volta cinquantamila religiose persone,

che seguivano l'_Angelica_ sua regola di disciplina[13]. La grande e

popolata città d'Ossirinco, la sede dell'Ortodossia cristiana, avea

destinato i tempj, i pubblici edifizi, e fino le mura a pii e

caritatevoli usi; ed il Vescovo, che poteva predicare in dodici chiese,

contò diecimila maschi, e ventimila femmine della professione

monastica[14]. Gli Egizi, che si gloriavano di tal maravigliosa

rivoluzione, eran disposti a sperare ed a credere, che il numero de'

Monaci fosse uguale al resto del Popolo[15]; e la posterità potrebbe

ripetere quel detto, che fu anticamente applicato agli animali sacri del

medesimo paese, cioè, che in Egitto era meno difficile di trovare un

Dio, che un uomo.

[A. 341]

Atanasio introdusse in Roma la cognizione, e la pratica della vita

monacale; ed i discepoli d'Antonio, che accompagnarono il loro Primate

alla sacra soglia del Vaticano, aprirono una scuola di questa nuova

filosofia. Lo strano e selvaggio aspetto di quegli Egizi a principio

eccitò dell'orrore o del disprezzo, ma in seguito dell'applauso, ed

un'ardente imitazione. I Senatori, e specialmente le matrone,

trasformarono i palazzi e le ville loro in case religiose, ed il

ristretto istituto di sei Vestali restò ecclissato da frequenti

monasteri, che si edificarono sulle rovine degli antichi Tempj, ed in

mezzo al Foro Romano[16]. Un giovane Siro, chiamato Ilarione[17],

infiammato dall'esempio d'Antonio, fissò l'orrida sua dimora in un

arenoso lido, fra il mare ed una palude, circa sette miglia distante da

Gaza. L'austera penitenza, nella quale persistè per quarantotto anni,

sparse un simil entusiasmo negli altri; ed allorchè il sant'uomo

visitava gl'innumerabili Monasteri della Palestina, aveva un seguito di

due o tremila Anacoreti. La fama di Basilio[18] è immortale nell'istoria

monastica dell'Oriente. Con uno spirito, che avea gustato la dottrina e

l'eloquenza di Atene, e con un'ambizione da potersi appena contentare

dell'Arcivescovato di Cesarea, Basilio si ritirò in una deserta

solitudine del Ponto: e si degnò, per un tempo, di prescriver le leggi

alle spirituali colonie ch'egli abbondantemente sparse lungo la costa

del Mar Nero. Nell'Occidente, Martino di Tours[19], soldato, eremita,

Vescovo e Santo, fondò i Monasteri della Gallia; duemila de suoi

discepoli l'accompagnarono al sepolcro; ed il suo eloquente Istorico

sfida i deserti della Tebaide a produrre, in un clima più favorevole, un

campione d'ugual virtù. Il progresso dei Monaci non fu meno rapido, od

universale, di quello del Cristianesimo stesso. Ogni provincia, ed in

fine ogni città dell'Impero era piena de' loro ceti che andavan sempre

crescendo: e le aspre e nude isole, che sorgono fuori del Mar Toscano,

da Lerino a Lipari, si scelsero dagli Anacoreti, per luogo del loro

volontario esilio. Un facile e continuo commercio per mare e per terra

univa fra loro le Province del Mondo Romano; e la vita d'Ilarione mostra

la facilità, con cui un indigente Eremita della Palestina potè

attraversare l'Egitto, imbarcarsi per la Sicilia, fuggire nell'Epiro, e

finalmente approdare all'Isola di Cipro[20]. I Cristiani Latini

abbracciarono gl'istituti religiosi di Roma. I pellegrini, che visitavan

Gerusalemme, difficilmente copiarono, ne' climi della terra più distanti

fra loro, il genuino modello della vita monastica. I discepoli d'Antonio

si sparsero di là dal Tropico, sotto l'Impero Cristiano

dell'Etiopia[21]. Il monastero di Banchor[22] in Flintshire, che

conteneva più di duemila Monaci, diffuse una numerosa colonia fra'

Barbari dell'Irlanda[23]; e Jona, una dell'Ebridi, che fu coltivata da'

Monaci Irlandesi, sparse nelle regioni settentrionali un dubbioso raggio

di scienza e di superstizione[24].

Quest'infelici esuli dalla vita sociale, venivano mossi dall'oscuro ed

implacabile genio della superstizione. L'esempio di milioni di persone

d'ambedue i sessi, d'ogni età, e d'ogni grado serviva di mutuo sostegno

ad altri per farli risolvere ad abbracciar quella vita, ed ogni

proselito, ch'entrava in un Monastero, era persuaso ch'ei camminava per

l'aspro e spinoso sentiero dell'eterna felicità[25]. Ma questi religiosi

motivi operavano in varie maniere, secondo il Carattere, e la situazione

delle persone. La ragione potea vincere, o la passione sospendere la

loro forza; ma essi agivano più vigorosamente su' deboli spiriti de'

fanciulli, e delle donne; si avvaloravano da segreti rimorsi, o da

accidentali disgrazie; e potevano trarre qualche vantaggio da temporali

riflessi di vanità, o d'interesse. Naturalmente si supponeva che gli

umili e pii Monaci, che avevano abbandonato il Mondo per attendere alla

lor salvazione, fossero i più adattati al governo spirituale de'

Cristiani. Si tirava l'eremita ripugnante dalla sua cella, e

collocavasi, fra le acclamazioni del popolo, sulla sede Episcopale, i

Monasteri dell'Egitto, della Gallia, e dell'Oriente somministrarono una

regolar successione di Santi e di Vescovi; e l'ambizione tosto scoprì la

segreta strada che conduceva al possesso delle ricchezze, e degli

onori[26]. I Monaci popolari, la riputazione de' quali era connessa con

la fama e la prosperità dell'Ordine, continuamente cercavano di

moltiplicare il numero degli schiavi loro compagni. Si insinuavano nelle

nobili ed opulente famiglie, ed impiegavano le speciose arti

dell'adulazione, e della seduzione per assicurarsi que' proseliti, che

potevano apportar dignità, o ricchezze alla professione monastica. Lo

sdegnato padre piangeva la perdita d'un figlio forse unico[27]; la

credula fanciulla era indotta dalla vanità a violare le leggi della

natura; e la Matrona aspirava ad un'immaginaria perfezione, rinunziando

alle virtù della vita domestica. Paola cedè alla persuasiva eloquenza di

Girolamo[28]; ed il titolo profano di _Suocera di Dio_[29] tentò

quell'illustre vedova a consacrar la verginità d'Eustochia, sua figlia.

Per consiglio ed in compagnia della spirituale sua guida, Paola

abbandonò Roma, ed il suo piccolo figlio; si ritirò al santo villaggio

di Betlemme: fondò un ospedale, e quattro Monasteri; ed acquistò,

mediante la sua penitenza ed elemosine, un eminente e cospicuo posto

nella Chiesa Cattolica. Tali rari ed illustri penitenti venivano

celebrati come la gloria, e l'esempio del loro secolo: ma i Monasteri

s'empivano d'una folla di oscuri ed abietti plebei[30], che nel chiostro

guadagnavano molto più di quel che avessero sacrificato nel Mondo. I

contadini, i servi e gli artefici potevan passare dalla povertà e dal

disprezzo ad una sicura ed onorevole professione, gli apparenti travagli

della quale venivano mitigati dall'uso, dall'applauso popolare, e dal

segreto rilassamento della disciplina[31]. I sudditi di Roma, le persone

e sostanze de' quali eran sottoposte a diseguali ed esorbitanti tributi,

si ritiravano dall'oppressione del Governo Imperiale; ed il giovane

pusillanime preferiva la penitenza d'una vita Monastica a' pericoli

della milizia. Gli atterriti Provinciali d'ogni ceto, che fuggivano da'

Barbari, vi trovavan rifugio e sussistenza; e delle intere legioni si

seppellivano in que' religiosi santuari, e la medesima causa, che

sollevava l'angustia degl'individui, diminuiva la forza, ed il vigor

dell'Impero[32].

La professione monastica degli antichi[33] era un atto di volontaria

devozione. L'incostante fanatico era minacciato bensì dell'eterna

vendetta di quel Dio, che abbandonava; ma le porte del Monastero eran

sempre aperte al suo pentimento. Que' Monaci, la coscienza de' quali era

invigorita dalla ragione, o dalla passione, erano liberi di ripigliare

il carattere di uomini e di cittadini, ed anche le spose di Cristo

potevano ricevere i legittimi abbracciamenti d'un amatore terreno[34].

Gli esempi di scandalo, ed il progresso della superstizione suggerirono

la convenienza di più forti legami. Dopo una sufficiente prova, si

assicurava la fedeltà del novizio mediante un solenne e perpetuo voto, e

veniva ratificato l'irrevocabil suo vincolo dalle Leggi della Chiesa, e

dello Stato. Un reo fuggitivo era inseguito, arrestato o ricondotto alla

perpetua sua prigione; e l'interposizione de' Magistrati opprimeva la

libertà ed il merito, che aveva, in qualche modo, alleviato l'abietta

schiavitù della disciplina monastica[35]. Eran dirette le azioni, le

parole e fino i pensieri d'un Monaco da un'inflessibile regola[36], o da

un Superiore cappriccioso: lo mancanze più tenui si correggevano con la

vergogna, con la prigionia, con digiuni straordinari, o con sanguinose

flagellazioni, e la disubbidienza, il lamento, o l'indugio si

risguardavano come i più odiosi delitti[37]. Una cieca sommissione agli

ordini dell'Abbate, per quanto potessero sembrare assurdi, o tendenti al

delitto, era il principio fondamentale e la prima virtù de' Monaci

Egiziani; e spesso esercitavasi la loro pazienza co' più stravaganti

sperimenti. Veniva ordinato loro di muovere un masso enorme,

d'annaffiare continuamente un bastone secco piantato nel suolo,

finattantochè al termine di tre anni vegetasse e germogliasse come un

albero, d'entrare in una fornace ardente, o di gettare i loro

figliuolini in un profondo stagno: e molti santi, o pazzi, hanno

acquistato nella storia monastica una fama immortale per la loro

inconsiderata e pronta ubbidienza[38]. La libertà dello spirito, ch'è la

sorgente d'ogni generoso e ragionevole sentimento, era distrutta

dall'abitudine della credulità e della sommissione; ed il Monaco,

assuefacendosi a' vizi dello schiavo, devotamente seguiva la fede e le

passioni dell'ecclesiastico suo tiranno. La pace della Chiesa orientale

fu attaccata da uno sciame di fanatici, incapaci di timore, di ragione,

o d'umanità e le truppe Imperiali confessavano senza vergogna, che

temevano meno l'incontro de' più fieri Barbari[39].

Spesso la superstizione ha formato, e consacrato i capricciosi abiti de'

Monaci[40]: ma talvolta l'apparente loro singolarità nasce anche

dall'uniforme attaccamento, che hanno ad una semplice o primitiva

maniera di vestire, che le rivoluzioni della moda hanno poi resa

ridicola agli occhi degli uomini. Il Padre de' Benedettini espressamente

disapprova qualunque idea di particolarità, o distinzione, e sobriamente

esorta i suoi discepoli ad abbracciare l'abito comune e proprio de'

luoghi dove si trovano[41]. Le vesti monastiche degli antichi variavano

col clima, e con la loro maniera di vivere; e prendevano coll'istessa

indifferenza la pelle di pecora de' contadini Egizi, o il pallio de'

Filosofi greci. Facevan uso del lino in Egitto, dove si lavorava

comunemente, ed a poco prezzo: ma in Occidente rigettavano questo capo

dispendioso di lusso forestiero[42]. I Monaci avevano il costume di

tagliarsi, o di radersi i capelli, nascondevano il capo in un cappuccio,

per evitare la vista degli oggetti profani; andavano con le gambe e co'

piedi nudi, eccettuato il tempo dell'estremo freddo dell'inverno; ed i

loro lenti e deboli passi erano sostenuti da un lungo bastone. L'aspetto

d'un vero anacoreta era orrido e disgustoso: ogni sensazione

dispiacevole all'uomo, si credeva gradita a Dio; e l'angelica regola di

Tabenna condannava il salutevol costume di bagnarsi le membra

nell'acqua, o d'ungerle con olio[43]. Gli austeri Monaci dormivano sulla

terra sopra una dura stoia, o su rozzi panni; e l'istesso fascio di

foglie di palma serviva loro per sedere il giorno, e di capezzale la

notte. Le prime lor celle erano basse ed anguste capanne formate de' più

tenui materiali che, mediante una regolar distribuzione di strade,

facevano un grosso e popolato villaggio, il quale nel comune recinto

conteneva una Chiesa, uno spedale, talvolta una libreria, alcune

manifatture necessarie, un giardino ed una fontana, o conserva d'acqua

fresca. Trenta, o quaranta fratelli componevano una famiglia, nel vitto

e nella disciplina separata dalle altre, ed i grandi Monasteri

dell'Egitto eran composti di trenta, o quaranta famiglie.

Nel linguaggio de' Monaci, piacere e delitto eran termini sinonimi, ed

essi avevan conosciuto per esperienza, che i rigorosi digiuni, e

l'astinenza nel cibo sono i più efficaci preservativi contro i desiderj

impuri della carne[44]. Le regole d'astinenza, ch'essi stabilirono o

praticarono, non erano uniformi, o perpetue; la lieta solennità della

Pentecoste veniva bilanciata dalla straordinaria mortificazione della

Quaresima; il fervore de' nuovi monasteri appoco appoco s'andò

rilassando, ed il vorace appetito de' Galli non poteva imitare la

paziente e temperata virtù degli Egizi[45]. I discepoli d'Antonio, e di

Pacomio eran contenti della lor giornaliera porzione[46] di dodici once

di pane, o piuttosto di biscotto[47], ch'essi dividevano ne' due frugali

pasti del mezzogiorno, e della sera. Stimavasi un merito, e quasi un

dovere, l'astenersi da' vegetabili cotti, che si davano al refettorio,

ma la straordinaria bontà dell'Abbate alle volte accordava loro il lusso

del formaggio, delle frutte, della insalata, e di piccoli pesci secchi

del Nilo[48]. A grado a grado s'accordò, o si prese una maggior porzione

di pesce di mare e di fiume: ma l'uso della carne fu per lungo tempo

ristretto agli ammalati, ed a' viaggiatori; e quando questo appoco

appoco prevalse nei Monasteri meno rigorosi d'Europa, vi s'introdusse

una singolar distinzione, come se gli uccelli, o salvatici o domestici,

fossero stati meno profani de' grossi animali de' campi. L'acqua era la

pura ed innocente bevanda de' primitivi Monaci; ed il fondatore de'

Benedettini disapprova la quotidiana porzione di mezza pinta di vino,

che l'intemperanza del secolo[49] l'aveva costretto a permettere. Le

vigne d'Italia potevano facilmente somministrare tal misura; ed i suoi

vittoriosi discepoli, che passarono le Alpi, il Reno, ed il Baltico,

richiesero, in luogo del vino, un'adequata compensazione di birra, o di

sidro.

Il candidato, che aspirava alla virtù della povertà Evangelica, si

spogliava, nel primo suo ingresso in una comunità regolare, dell'idea e

fino del nome di ogni esclusivo o separato possesso[50]. I fratelli si

sostentavano per mezzo del lavoro delle proprie mani, ed il dovere di

lavorare veniva caldamente raccomandato come una penitenza, come un

esercizio, e come il mezzo più lodevole di procurarsi la quotidiana lor

sussistenza[51]. Venivano diligentemente coltivati dalle lor mani i

giardini ed i campi, che l'industria loro spesse volte avea tratto dalle

foreste e dalle paludi. Essi facevano, senza ripugnanza, i più bassi

ufizi di schiavi e di domestici; e si esercitavano dentro i recinti de'

grandi Monasteri le varie arti ch'erano necessarie a provvederli di

abiti, di utensili e di abitazioni. Gli studi monastici, per la maggior

parte, son serviti ad accrescere, piuttosto che a dissipar la caligine

della superstizione. Pure la curiosità, o lo zelo di alcuni eruditi

solitari ha coltivato le scienze ecclesiastiche ed anche le profane: e

la posterità dee riconoscer con gratitudine, che le loro instancabili

penne, ci hanno conservato e moltiplicato i monumenti della Greca e

Romana Letteratura[52]. Ma la più umile industria de' Monaci,

specialmente d'Egitto, si contentava della tacita e sedentaria

occupazione di fare de' sandali di legno, o d'intrecciare foglie di

palme per farne stoie e panieri. Il lavoro superfluo, che non

s'impiegava nell'uso domestico, serviva, mediante il commercio, a

supplire a' bisogni della Comunità: i barchetti di Tabenna e degli altri

monasteri della Tebaide, discendevano pel Nilo fino ad Alessandria; ed

in un mercato cristiano, la santità degli artefici poteva dare un pregio

maggiore all'intrinseco valore dell'opere.

Ma passò appoco appoco la necessità del lavoro manuale. Il novizio

inducevasi a trasferire le sue sostanze ne' santi, in compagnia de'

quali avea risoluto di consumare il rimanente della sua vita; e la

perniciosa indulgenza delle leggi permetteva a lui di ricevere, per loro

uso in futuro, qualunque accrescimento di legati, o d'eredità[53].

Melania donò loro la sua argenteria del peso di trecento libbre: e Paola

contrasse un immenso debito, per sollievo de' favoriti suoi Monaci, che

benignamente compartivano i meriti delle orazioni e penitenze loro ad

una ricca e liberal peccatrice[54]. Il tempo accresceva di continuo, e

gli accidenti rare volte facevan diminuire i beni de' Monasteri

popolari, che si sparsero sulle addiacenti campagne e città: e, nel

primo secolo della loro istituzione, il pagano Zosimo ha maliziosamente

osservato, che, per vantaggio de' poveri, i Monaci cristiani avevan

ridotto una gran copia di persone alla mendicità[55]. Finattantochè però

mantennero il primitivo loro fervore, si fecero un dovere di esser

fedeli ed amorevoli amministratori della carità, che veniva affidata

alla loro cura. Ma la disciplina loro fu corrotta dalla prosperità: essi

appoco appoco assunsero l'orgoglio de' ricchi, ed alla fine ammisero il

lusso nel lor trattamento. Si sarebbe potuto scusare il pubblico loro

lusso con la magnificenza del Culto religioso, e col decente motivo

d'erigere durevoli abitazioni per una società immortale. Ma ogni secolo

della Chiesa ha accusato la rilassatezza de' Monaci degenerati, che non

si ricordavan più dell'oggetto del loro istituto, abbracciavano i vani e

sensuali piaceri del Mondo, che avevano abbandonato[56], e

scandalosamente abusavano delle ricchezze, che si erano acquistate dalle

austere virtù de' lor fondatori[57]. Il loro natural passaggio, da tal

penosa e pericolosa virtù, a' vizi comuni dell'umanità, non ecciterà

forse grande avversione o sdegno nella mente d'un Filosofo.

I primitivi Monaci consumavan la loro vita in penitenza e solitudine,

senza esser disturbati dalle varie occupazioni, che impiegano il tempo,

ed esercitan le facoltà degli enti ragionevoli, attivi e sociali. Quando

veniva loro permesso di andare fuori del Monastero, due gelosi compagni

erano sempre vicendevoli guardie, e spie delle azioni l'uno dell'altro;

ed al loro ritorno erano condannati a dimenticare, o almeno a sopprimere

tutto ciò, che avevan veduto, o udito nel Mondo. Si ricevevan

ospitabilmente in un quartiere separato i forestieri, che professavan la

fede ortodossa; ma non si permetteva la pericolosa loro conversazione,

che ad alcuni scelti vecchi di approvata discretezza e fedeltà. Il

Monastico schiavo non potea ricever le visite de' suoi amici, o

congiunti, che in loro presenza; e si stimava sommamente meritorio, se

affliggeva una tenera sorella, o un vecchio padre coll'ostinato rifiuto

d'una parola, o d'uno sguardo[58]. I Monaci stessi passavan la loro

vita, senz'alcun attacco personale, in mezzo ad una folla, che si era

unita insieme per accidente, e si riteneva nella stessa prigione dalla

forza e dal pregiudizio. De' solitari fanatici hanno poche idee, o

sentimenti da comunicarsi: una special licenza dell'Abbate regolava il

tempo, e la durata delle famigliari lor visite, ed alle loro tacite

mense stavano nascosti ne' propri cappucci, inaccessibili, e quasi

invisibili l'uno all'altro[59]. Lo studio è il conforto della

solitudine: ma non aveva l'educazione preparati, e resi capaci d'alcuno

studio liberale gli artigiani ed i contadini, che riempivano le comunità

monastiche. Potevano lavorare: ma la vanità della perfezione spirituale

era tentata a sdegnar l'esercizio del lavoro manuale; e dev'esser

languida e debole quell'industria, che non è eccitata dal sentimento

d'un personale interesse.

Secondo lo zelo e la fede loro, potevano impiegare il giorno, che

passavano nelle proprie celle, in orazione vocale o mentale: s'adunavano

la sera, ed erano svegliati la notte pel comune ufizio del Monastero. Se

ne determinava il preciso momento dalle stelle, che rare volte son

coperte dalle nuvole nel sereno cielo dell'Egitto; ed una trombetta, o

corno pastorale, segnale della devozione, interrompeva due volte il

vasto silenzio del deserto[60]. Anche il sonno, che è l'ultimo refugio

degl'infelici, era misurato rigorosamente; le ore vacanti del Monaco

scorrevano gravemente senz'occupazione, e senza piacere; e prima di

giungere al fine del giorno, egli accusava più volte il noioso e tardo

cammino del Sole[61]. In tal misero stato la superstizione perseguitava

sempre e tormentava i suoi meschini devoti[62]. La quiete, ch'essi

avevan cercato nel chiostro, veniva disturbata da un tardo pentimento,

da profani dubbi, e da colpevoli desiderj e risguardando essi ogni

naturale impulso come un imperdonabil peccato, tremavano continuamente

sull'orlo d'un ardente ed infinito abisso. La pazzia, o la morte

liberava talvolta quelle misere vittime da' penosi travagli

dell'inquietudine e della disperazione; e nel sesto secolo fu eretto in

Gerusalemme uno spedale per un piccolo numero di austeri penitenti, che

avevan perduto l'uso della ragione[63]. Prima che giungessero a

quest'ultimo, e indubitato termine di frenesia, le loro visioni hanno

somministrato ampi materiali d'istoria soprannaturale. Erano pienamente

persuasi, che l'aria da essi respirata, fosse popolata da nemici

invisibili, da innumerabili demonj, che spiavano qualunque occasione, e

prendevano qualunque forma per atterrire, e sopra tutto tentare, la loro

virtù non guardata. L'immaginazione, ed anche i sensi erano ingannati

dalle illusioni dello sregolato fanatismo; e l'eremita, la cui notturna

orazione veniva interrotta da un involontario assopimento, poteva

facilmente confondere i fantasmi d'orrore o di diletto, che avevano

occupato i suoi pensieri nell'atto di dormire, con quelli della

vigilia[64].

I Monaci furon divisi in due classi, in Cenobiti, che vivevano sotto una

comune e regolar disciplina, ed in Anacoreti, che seguitavano

l'insociabile, e indipendente lor fanatismo[65]. I più devoti, o i più

ambiziosi, fra gli spirituali fratelli, rinunziavano al convento in

quella guisa, che avevano rinunziato al Mondo. I ferventi Monasteri

dell'Egitto, della Palestina, e della Siria erano circondati da una

_Laura_[66], o largo cerchio di celle solitarie; e la stravagante

penitenza degli Eremiti veniva stimolata dall'applauso e

dall'emulazione[67]. Soccombevano sotto il penoso carico di croci e di

catene; e l'emaciate lor membra erano strette da collari, da anelli, da

guanti, e da calze di pesante e rigido ferro. Gettavano via con

disprezzo qualunque superfluità di abiti; e furono ammirati alcuni Santi

selvaggi di ambedue i sessi, i nudi corpi de' quali non eran coperti,

che da' lunghi loro capelli. Aspiravano a ridursi a quello stato rozzo e

meschino, in cui il bruto umano appena si distingue dagli animali suoi

congiunti: ed una numerosa setta di Anacoreti traeva il nome dall'umile

loro uso di pascere ne' campi della Mesopotamia con il gregge

ordinario[68]. Spesse volte usurpavan la tana di qualche bestia

selvaggia, a cui cercavano di assomigliarsi; si seppellivano in qualche

oscura caverna, che l'arte o la natura avea scavato nel masso, e le cave

di marmo della Tebaide portano tuttavia scritti i monumenti della lor

penitenza[69]. Si suppone, che gli Eremiti più perfetti passassero molti

giorni senza cibo, molte notti senza dormire, e molti anni senza

parlare; e glorioso era _l'uomo_ (io abuso di tal nome) che inventava

una cella, o un luogo di tale particolar costruzione, che l'esponesse

nella più incomoda positura all'intemperie delle stagioni.

Fra questi eroi della vita monastica si è reso immortale il nome ed il

genio di Simeone Stilita[70] per la singolare invenzione d'una penitenza

aerea. All'età di tredici anni il giovine Siro abbandonò la professione

di pastore, e si gettò in un rigido monastero. Dopo un lungo e penoso

noviziato, in cui Simeone fu più volte salvato da un pio suicidio,

stabilì la sua dimora sopra una montagna circa trenta o quaranta miglia

all'Oriente d'Antiochia. Chiuso dentro lo spazio d'una _Mandra_, o

cerchio di pietre, a cui si era attaccato con una pesante catena, salì

sopra una colonna, che fu successivamente alzata dall'altezza di nove

piedi fino a quella di sessanta da terra[71]. In quest'ultima ed alta

sede l'anacoreta Siriaco resistè al caldo di trenta estati, ed al freddo

di altrettanti inverni; l'abito e l'esercizio l'ammaestrarono a

mantenersi in quella pericolosa situazione senza timore, o vertigini, ed

a prendere appoco appoco le diverse positure di devozione. Alle volte

pregava ritto con le braccia stese in forma di croce; ma ciò che faceva

più comunemente era di piegare il suo magro scheletro dalla fronte fino

a' piedi: ed un curioso spettatore, dopo d'aver contato 1244 repetizioni

di tal atto, desistè finalmente da tal numerazione, che non avea

termine. Una piaga, venutagli nella coscia[72], potè abbreviare, ma non

interrompere questa vita _celeste_, ed il paziente eremita spirò, senza

scendere dalla sua colonna. Un Principe che capricciosamente condannasse

a tali tormenti, sarebbe stimato un tiranno; ma oltrepasserebbe il poter

d'un tiranno l'imporre una lunga e miserabil esistenza alle ripugnanti

vittime della sua crudeltà. Questo volontario martirio doveva

distruggere appoco appoco la sensibilità sì dello spirito, che del

corpo; nè si può supporre, che i fanatici, che tormentano se medesimi

sian suscettibili d'alcuna viva affezione per gli altri uomini. Una

crudele insensibile indole ha distinto i Monaci d'ogni tempo, e d'ogni

luogo; la dura loro indifferenza, che rare volte viene ammollita

dall'amicizia personale, è accesa dall'odio religioso, ed il loro

zelo senza pietà ha esercitato vigorosamente il sant'ufizio

dell'Inquisizione.

I Santi monastici, ch'eccitano solo il disprezzo e la compassione d'un

filosofo, erano rispettati, e quasi adorati dal Principe, e dal Popolo.

Delle truppe di pellegrini vennero successivamente dalla Gallia, e

dall'India per salutare la divina colonna di Simeone: le tribù de'

Saraceni disputarono colle armi l'onore della sua benedizione; le Regine

dell'Arabia, e della Persia confessavano con gratitudine la

soprannatural sua virtù; e l'angelico Eremita fu consultato da Teodosio

il Giovine negli affari più importanti della Chiesa, e dello Stato.

Furono traslatate le sue reliquie dalla montagna di Telenissa, con una

solenne processione del Patriarca, del Generale dell'Oriente, di sei

Vescovi, di ventuno Conti, o Tribuni, e di seimila soldati; ed Antiochia

venerò le ossa di lui, come il suo più glorioso ornamento e la sua

invincibil difesa. La fama degli Apostoli e de' Martiri, appoco appoco

restò ecclissata da questi recenti e popolari Anacoreti; il Mondo

cristiano cadeva prostrato a' loro sepolcri: ed i miracoli, attribuiti

alle loro reliquie, sorpassavano, almeno in numero e durata, le

spirituali imprese delle loro vite. Ma l'aurea leggenda di queste[73]

veniva abbellita dall'artificiosa credulità de' loro interessati

fratelli; ed una credula età era facilmente persuasa, che il minimo

capriccio d'un Monaco Egizio o Siriaco fosse stato sufficiente ad

interrompere l'eterne leggi dell'Universo. I favoriti del Cielo erano

soliti di curare le inveterate malattie col toccare le persone, con una

parola, o per mezzo d'un messaggio in distanza, e di scacciare i demonj

più ostinati dalle anime, o da' corpi che possedevano. Essi

famigliarmente accostavansi, o comandavano imperiosamente a' leoni ed a'

serpenti del deserto; infondevano la vegetazione in un tronco secco;

facevano stare a galla il ferro sulla superficie dell'acqua: passavano

il Nilo sul dorso d'un coccodrillo, e si rinfrescavano in un'ardente

fornace. Queste stravaganti novelle, che spargono la finzione senza il

genio della poesia, hanno seriamente influito sopra la ragione, la fede

e la morale de' Cristiani. La loro credulità avvilì e viziò le facoltà

della mente; corruppero essi l'autorità dell'istoria; e la superstizione

appoco appoco estinse l'inimica luce della filosofia e della scienza.

Ogni maniera di Culto religioso che si fosse praticata da' Santi, ogni

dottrina misteriosa, che essi credessero, veniva invigorita dalla

sanzione della rivelazion divina, e tutte le virili virtù giacevano

oppresse dal servile e pusillanime regno de' Monaci. Se è possibile

misurare la distanza fra gli scritti filosofici di Cicerone, e la sacra

leggenda di Teodoreto, fra il carattere di Catone e quello di Simeone,

si potrà determinare la memorabile rivoluzione che si fece nel Romano

Impero nel periodo di cinquecento anni.

È notabile il progresso del Cristianesimo per due decisive e gloriose

vittorie, sopra i culti e lussuriosi cittadini dell'Impero Romano, o

sopra i guerrieri Barbari della Scizia e della Germania, che rovesciaron

l'Impero, ed abbracciaron la religione di Roma. I Goti furono i primi

fra questi selvaggi proseliti; e la nazione fu debitrice della sua

conversione ad un nazionale, o almeno ad un suddito degno d'esser posto

fra gl'inventori delle due arti utili, che hanno meritato la memoria, e

la gratitudine della posterità. Molti Romani provinciali erano stati

condotti in ischiavitù dalle truppe gotiche, le quali saccheggiavano

l'Asia al tempo di Gallieno; e fra questi molti erano Cristiani, ed

alcuni appartenevano all'ordine Ecclesiastico. Questi Missionari

involontari, sparsi come schiavi nei villaggi della Dacia, si

applicarono con buon esito a procurar la salvezza de' loro padroni. I

semi, ch'essi gettarono della dottrina evangelica, appoco appoco si

propagarono; ed avanti la fine d'un secolo si compì quell'opera pia,

mediante i travagli d'Ulfila, i Maggiori del quale da una piccola città

della Cappadocia erano stati trasportati di là dal Danubio.

[A. 360]

Ulfila, Vescovo ed Apostolo de' Goti[74], acquistò l'affetto, e la

riverenza loro, mediante l'irreprensibil sua vita, e l'instancabile zelo

che aveva; ed essi ricevettero con piena fiducia le regole della verità

e della virtù, ch'ei predicava, ed eseguiva. Compì la difficile impresa

di tradurre la Scrittura nella nativa lor lingua, ch'era un dialetto

dell'idioma Germanico, o Teutonico; ma prudentemente soppresse i quattro

libri de' Re, che avrebbero potuto irritare il fiero e sanguinario

spirito de' Barbari. Il rozzo ed imperfetto linguaggio di soldati e di

pastori, così male atto ad esprimere le idee spirituali, fu migliorato e

modificato dal suo ingegno; ed Ulfila, prima di poter fare la sua

traduzione, fu costretto a comporre un nuovo alfabeto di ventiquattro

lettere, quattro delle quali furono da esso inventate per rappresentare

de' suoni speciali, ch'erano ignoti alla pronunzia greca e latina[75].

Ma presto fu disturbato il prospero Stato della Chiesa Gotica dalla

guerra e dall'interna discordia, ed i capitani restaron divisi fra loro

per la religione, ugualmente che per l'interesse. Fritigerno, amico de'

Romani, divenne proselito d'Ulfila; mentre il superbo animo di Atanarico

sdegnò il giogo dell'Impero e dell'Evangelio. La persecuzione, ch'egli

suscitò, servì per provare la fede de' nuovi convertiti. Si traeva con

solenne processione per le strade del campo un carro, che portava in

alto l'informe immagine, di Thor forse, o di Woden; ed i ribelli, che

ricusavano di adorare il Dio de' loro padri, erano immediatamente

abbruciati con le tende e famiglie loro. Il carattere d'Ulfila lo fece

rispettare alla Corte Orientale, dove comparve due volte come ministro

di pace; perorò esso in favore degli angustiati Goti, che imploravano la

protezion di Valente, e si applicò il nome di Mosè a questa guida

spirituale, che condusse il suo Popolo per le profonde acque del Danubio

alla Terra di Promissione[76]. I devoti pastori, ch'erano attaccati alla

sua persona, ed ubbidienti alla sua voce, si contentarono di stabilirsi

al piè delle montagne Mesie in un paese abbondante di boschi e di

pasture, che alimentava i loro greggi ed armenti, e gli poneva in istato

di comprare il grano, ed il vino delle Province più fertili.

Quest'innocenti Barbari si moltiplicarono nell'oscurità della pace, e

nella professione del Cristianesimo[77].

[A. 400]

I loro più feroci fratelli, i formidabili Visigoti, generalmente

adottarono la religione de' Romani, co' quali avevano continuamente

occasion di trattare, per motivo di guerra, di amicizia o di conquista.

Nella lunga e vittoriosa lor marcia dal Danubio all'Oceano Atlantico,

essi convertirono i loro alleati; educarono la nascente generazione;

e la devozione, che regnava nel campo d'Alarico, o alla Corte

di Tolosa, poteva edificare, o svergognare i palazzi di Roma e di

Costantinopoli[78]. Verso il medesimo tempo fu abbracciato il

Cristianesimo da quasi tutti i Barbari, che fondarono i regni loro sulle

rovine dell'Impero Occidentale: ciò fecero i Borgognoni nella Gallia,

gli Svevi nella Spagna, i Vandali nell'Affrica, gli Ostrogoti nella

Pannonia, e le varie truppe di mercenari, che innalzarono Odoacre al

trono d'Italia. I Franchi ed i Sassoni perseveravano tuttavia negli

errori del Paganesimo; ma i Franchi ottennero la monarchia della Gallia

per la loro sommissione all'esempio di Clodoveo; ed i conquistatori

Sassoni della Britannia furono liberati dalla selvaggia loro

superstizione per mezzo de' Missionari di Roma. Questi barbari proseliti

avevano un ardente ed utile zelo per la propagazione della fede. I Re

Merovingici, ed i loro successori, Carlo Magno e gli Ottoni, estesero

con le loro leggi, e vittorie l'impero della Croce. L'Inghilterra

produsse l'Apostolo della Germania, ed appoco appoco si diffuse la luce

evangelica dalle vicinanze del Reno, alle nazioni dell'Elba, della

Vistola e del Baltico[79].

Non possono facilmente determinarsi i differenti motivi che influirono

sulla ragione o sulle passioni dei Barbari convertiti. Questi furono

spesse volte capricciosi o accidentali; come un sogno, un augurio, il

racconto d'un miracolo, l'esempio di qualche sacerdote o eroe, le grazie

d'una donna fedele, e sopra tutto il buon successo d'una preghiera, o

d'un voto, che in un momento di pericolo avessero indirizzato al Dio de'

Cristiani[80]. Gli antichi pregiudizi dell'educazione venivano

insensibilmente cancellati dall'abitudine d'una frequente e famigliar

società; i precetti morali dell'Evangelio erano invigoriti dallo

stravaganti virtù dei Monaci; ed una spiritual teologia era sostenuta

dalla forza visibile delle reliquie, e dalla pompa del Culto religioso.

Ma potè alle volte impiegarsi da' Missionari, che s'occupavano in

convertir gl'infedeli, la maniera di persuadere ingegnosa e ragionevole,

che un Vescovo Sassone[81] suggerì ad un Santo popolare. «Ametti, dice

il sagace Istruttore, tuttociò, che loro piace d'asserire intorno alla

favolosa e carnale genealogia de' loro Dei o Dee, che si sono propagati

l'uno dall'altro. Da questo principio deduci l'imperfetta loro natura,

le umane infermità, la certezza ch'essi son _nati_, e la probabilità,

che son per _morire_. In qual tempo, con quali mezzi, da qual principio

furon prodotti i più antichi fra gli Dei, o fra le Dee? Continuano essi

a propagarsi, o hanno cessato? Se hanno cessato domanda a tuoi avversari

la causa di tale strana mutazione. Se tuttavia continuano, il numero

degli Dei dovrà crescere all'infinito: e non porremo noi a rischio,

mediante l'indiscreto culto di qualche impotente divinità, d'eccitare lo

sdegno dei geloso di lei superiore? I cieli e la terra, che ci son

visibili, tutto il sistema dell'Universo, che si può concepire

coll'animo, è egli creato, o eterno? Se creato, come, o dove potevano

gli Dei medesimi esistere prima della creazione? Se eterno, come

potevano essi prender l'impero d'un Mondo indipendente, e preesistente?

Insisti su questi argomenti con sobrietà e moderazione; insinua loro in

opportune occasioni la verità e la bellezza della rivelazione Cristiana,

e procura di far vergognare gl'Infedeli senza irritarli». Questo

metafisico ragionamento, forse troppo sottile per i Barbari della

Germania veniva fortificato dal peso più grossolano dell'autorità e del

consenso popolare. Il vantaggio della prosperità temporale avea

abbandonato il partito pagano, ed era passato a favorire il

Cristianesimo. I Romani stessi, la più potente ed illuminata nazione del

globo, avevano rinunziato all'antica loro superstizione; e se la rovina

del loro Impero sembrava, che accusasse l'efficacia della nuova fede, se

n'era già riparato l'onore dalla conversione de' vittoriosi Goti. I

valorosi e fortunati Barbari, che soggiogarono le Province

dell'Occidente, riceverono, e diedero successivamente l'istesso

edificante esempio. Prima del secolo di Carlo Magno, le nazioni

Cristiane d'Europa si potevano applaudire per l'esclusivo possesso di

climi temperati, di terreni fertili, che producevano grano, vino ed

olio; mentre gl'idolatri selvaggi, ed i loro miserabili idoli erano

confinati all'estremità della terra, nelle oscure e gelate regioni del

Norte[82].

Il Cristianesimo, che apri a' Barbari le porte del Cielo, introdusse un

gran cangiamento nella morale e politica lor condizione. Riceverono essi

nell'istesso tempo l'uso delle lettere, così essenziale per una

religione, le cui dottrine si contengono in un libro sacro; e mentre

studiavano la divina verità, i loro spiriti appoco appoco si estesero

nella distante veduta dell'istoria, della natura, delle arti e della

società. La traduzione della Scrittura nella nativa lor lingua, che

aveva facilitato la lor conversione, doveva eccitare nel loro Clero la

curiosità di leggere il testo originale, d'intendere la sacra liturgìa

della Chiesa, e di esaminare negli scritti de' Padri la catena della

tradizione ecclesiastica. Questi vantaggi spirituali si trovavano nelle

lingue greca e latina, che contenevano gl'inestimabili Monumenti

dell'antico sapere. Le immortali produzioni di Virgilio, di Cicerone e

di Livio, che potevan gustarsi da' Barbari cristiani mantennero un

tacito commercio fra il regno d'Augusto, ed i tempi di Clodoveo e di

Carlo Magno. L'emulazione degli uomini fu incorraggita dalla rimembranza

d'uno stato più perfetto; e si tenne segretamente viva la fiamma della

scienza per riscaldare ed illuminare l'età matura del Mondo occidentale.

Nel più corrotto stato del Cristianesimo, i Barbari potevano apprender

la giustizia dalla _Legge_, e la misericordia dall'_Evangelio_: e se la

cognizione del loro dovere non era sufficiente a guidare le azioni o a

regolar le passioni di essi, erano alle volte ritenuti dalla coscienza,

e spesso puniti dal rimorso. Ma l'autorità diretta dalla religione era

meno efficace della santa comunione, che gli univa co' Cristiani lor

confratelli in amicizia spirituale. La forza di tali sentimenti

contribuì ad assicurare la lor fedeltà nel servizio, o nell'alleanza dei

Romani, ad alleggerire gli orrori della guerra, a moderar l'insolenza

della conquista, ed a conservare nella caduta dell'Impero un costante

rispetto pel nome, e per gl'istituti di Roma. Nel tempo del Paganesimo,

i Sacerdoti della Gallia e della Germania regnavano sul Popolo, e

sindacavano la giurisdizione de' Magistrati; e gli zelanti proseliti

trasferirono un'uguale, o maggior dose di devota obbedienza ne'

Pontefici della Fede cristiana. Si sostenne il sacro carattere de'

Vescovi dalle temporali loro sostanze; essi ottennero un riguardevole

posto nelle adunanze legislative, composte di soldati e di uomini

liberi; ed era loro interesse, non meno che dovere, l'ammolire con

pacifici consigli lo spirito fiero de' Barbari. La corrispondenza

continua del Clero latino; i frequenti pellegrinaggi a Roma e in

Gerusalemme, e l'autorità crescente dei Papi assodaron l'unione della

Repubblica cristiana; ed a grado a grado produssero quegli uniformi

costumi, e quella comune Giurisprudenza, che hanno distinto le

indipendenti, ed anche ostili nazioni dell'Europa moderna dal resto

dell'uman genere.

Ma fu impedito e ritardato l'effetto di tali cause dal disgraziato

accidente, che versò un mortal veleno dalla coppa della salute. Di

qualunque sorta si fossero gli antichi sentimenti d'Ulfila, si formarono

le sue relazioni coll'Impero e con la Chiesa nel tempo che regnava

l'Arrianismo. L'Apostolo de' Goti sottoscrisse il simbolo di Rimini,

professò liberamente, e forse con sincerità, che il Figlio non era

uguale, o consustanziale al Padre[83]; comunicò questi errori al Clero

ed al Popolo; ed infettò i Barbari con un'eresia[84] che il Gran

Teodosio condannò ed estinse fra' Romani. L'indole, e l'intelligenza de'

nuovi proseliti non era capace di metafisiche sottigliezze; ma essi

vigorosamente conservarono ciò, che piamente avevano ricevuto, come pure

e genuine regole del Cristianesimo. Il vantaggio di predicare, e di

spiegar la Scrittura in lingua teutonica, promosse le apostoliche

fatiche d'Ulfila e de' suoi successori; ed essi ordinarono un competente

numero di Vescovi e di Preti, per istruire le cognate tribù. Gli

Ostrogoti, i Borgognoni, gli Svevi ed i Vandali, che avevano ascoltata

l'eloquenza del Clero latino[85], preferirono le lezioni più

intelligibili de' domestici loro predicatori; e fu adottato l'Arrianismo

come la fede nazionale de' convertiti guerrieri, che si stabilirono

sulle rovine dell'Impero occidentale. Questa irreconciliabile differenza

di religione fu una perpetua sorgente di gelosia e d'odio; e la taccia

di _Barbaro_ fu sempre più amareggiata dal più odioso epiteto

d'_eretico_. Gli Eroi del Norte, che si erano sottoposti con qualche

ripugnanza a credere, che tutti i loro maggiori fossero all'inferno[86],

restaron sorpresi, ed inaspriti al sentire, ch'essi medesimi non avevan

fatto, che mutare la maniera dell'eterna lor dannazione. Invece del

dolce applauso, che i Principi Cristiani sono avvezzi ad attendere da'

loro fedeli Prelati, i Vescovi ortodossi, ed il loro Clero erano in

opposizione con le Corti Arriane; e l'indiscreta lor opposizione spesso

diveniva rea, e poteva talvolta esser pericolosa[87] . Il pulpito, quel

sicuro e sacro istrumento di sedizione, risuonava de' nomi di Faraone, e

d'Oloferne[88]; la mal contentezza pubblica era infiammata dalla

speranza, o dalla promessa d'una gloriosa liberazione; ed i sediziosi

Santi eran tentati a promuovere il compimento delle proprie lor

predizioni. Nonostanti queste provocazioni, i Cattolici della Gallia,

della Spagna, e dell'Italia goderono sotto il regno degli Arriani,

l'esercizio libero e pacifico della lor religione. I superbi loro

Signori rispettaron lo zelo d'un numeroso Popolo, risoluto di morire a

piè de' propri altari, e fu ammirato ed imitato de' Barbari stessi

l'esempio della devota loro costanza. I conquistatori, per altro,

evitarono la vergognosa taccia o confessione di timore con attribuire la

lor tolleranza a' generosi motivi di ragionevolezza e d'umanità; e

mentre affettavano il linguaggio del Cristianesimo, ne acquistarono

senza avvedersene il vero spirito.

La pace della Chiesa fu talvolta interrotta. I Cattolici erano

indiscreti, ed i Barbari impazienti; e gli atti parziali di severità, o

d'ingiustizia, che venivano raccomandati dal Clero Arriano, furono

esagerati dagli scrittori ortodossi. Può darsi l'accusa di persecutore

ad Enrico, Re de' Visigoti, che sospese l'esercizio delle funzioni

ecclesiastiche, o almeno Episcopali, e punì i Vescovi popolari

dell'Aquitania con la carcere, coll'esilio, e con la confiscazione[89].

Ma da' soli Vandali s'intraprese la crudele ed assurda opera di

sottometter le menti d'un intero Popolo. Genserico medesimo nella sua

prima gioventù avea abbandonato la comunione ortodossa; e l'apostata non

poteva nè concedere, nè sperare un sincero perdono. Era egli esacerbato

nel vedere, che gli Affricani, i quali eran fuggiti dalle sue armi nel

campo, tuttavia pretendevano d'opporsi alla sua volontà ne' Sinodi, e

nelle Chiese; ed il feroce suo animo era incapace di timore, o di

compassione. I Cattolici suoi sudditi furon oppressi da intolleranti

leggi, e da pene arbitrarie. Il linguaggio di Genserico era furioso e

formidabile; la cognizione de' suoi disegni poteva giustificare la più

svantaggiosa interpretazione delle sue azioni; e furono rimproverate

agli Arriani le frequenti esecuzioni, che macchiarono il palazzo, e gli

Stati del tiranno. Le armi e l'ambizione però erano le passioni

dominanti del Monarca del mare. Ma Unnerico, ignobil suo figlio, che

parve ereditasse solo i suoi vizi, tormentò i Cattolici coll'istesso

instancabil furore, che fu fatale al suo fratello, a' suoi nipoti, agli

amici e favoriti di suo padre, e fino al Patriarca Arriano, che fu

crudelmente bruciato vivo nel mezzo di Cartagine. La guerra religiosa fu

preceduta, e preparata da una insidiosa tregua; la persecuzione divenne

il più serio ed importante affare nella Corte Vandala, e la disgustosa

malattia, che accelerò la morte di Unnerico, vendicò le ingiurie, senza

contribuire alla liberazione della Chiesa. Il trono dell'Affrica fu

successivamente occupato da' due nipoti d'Unnerico, da Gundamondo, che

regnò circa dodici anni, e da Trasimondo, che governò la nazione più di

ventisette anni. La loro amministrazione fu ostile, ed oppressiva pel

partito ortodosso. Sembra che Gundamondo emulasse, o anche oltrapassasse

la crudeltà del suo zio; e se finalmente l'addolcì, se richiamò i

Vescovi, e restituì la libertà del Culto Atanasiano, un'immatura morte

impedì i vantaggi della sua tarda clemenza. Trasimondo, suo fratello, fu

il più grande, ed il più culto de' Re Vandali, quali ei sorpassò in

beltà, prudenza e grandezza d'animo. Ma l'intollerante suo zelo, e la

sua ingannevol clemenza degradò questo magnanimo carattere. In vece di

minacce e di torture, adoperò il gentile, ma efficace potere della

seduzione. Le ricchezze, le dignità, ed il real favore erano i grandiosi

premj dell'apostasia; i Cattolici, che avevan trasgredito le leggi,

potevan procacciarsi il perdono con rinunziare alla loro fede; e quando

Trasimondo meditava qualche rigoroso disegno, pazientemente aspettava,

che l'indiscretezza de' suoi avversari gli somministrasse una speciosa

opportunità. Il bigottismo fu l'ultimo suo sentimento nell'ora della

morte: e costrinse il suo successore a giurare solennemente, che non

avrebbe mai tollerato i settari d'Atanasio. Ma il suo successore

Ilderico, gentil figlio del selvaggio Unnerico, preferì i doveri

dell'umanità, e della giustizia alla vana obbligazione d'un empio

giuramento; ed il suo innalzamento al trono fu gloriosamente segnalato

dalla restaurazion della pace, e della libertà universale. Il trono di

quel virtuoso, quantunque debol Monarca, fu usurpato dal suo cugino

Gelimero, zelante Arriano: ma il regno Vandalo, prima ch'ei potesse

godere, o abusare della sua potenza, fu rovesciato dalle armi di

Belisario; ed il partito ortodosso vendicò le ingiurie, che aveva

sofferte[90].

Le appassionate declamazioni de' Cattolici, che sono i soli istorici che

abbiamo di questa persecuzione, non possono somministrare alcuna serie

distinta di cause e di eventi, nè alcuna imparzial cognizione di

caratteri o di consigli; ma le più notabili circostanze, che meritan

fede o notizia, possono riferirsi a' seguenti capi: I.º Nella legge

originale, che tuttavia sussiste[91], Unnerico espressamente dichiara, e

tal dichiarazione sembra corretta, ch'egli avea fedelmente trascritto i

regolamenti e le pene degli editti Imperiali contro le congregazioni

eretiche, e contro il Clero, ed il Popolo, che si scostava dalla

religion dominante. Se si fossero intesi i diritti della coscienza, i

Cattolici o dovevan condannare la passata loro condotta, o acquietarsi

agli attuali loro patimenti. Ma essi continuavano sempre a ricusare

quell'indulgenza, che richiedevano in lor favore. Nel tempo ch'essi

tremavano sotto la sferza della persecuzione, commendarono la _lodevole_

severità di Unnerico medesimo, che fece bruciare, o bandì un gran numero

di Manichei[92]; e rigettarono con orrore, l'ignominiosa proposizione,

che i discepoli d'Arrio e d'Atanasio godessero una reciproca ed ugual

tolleranza ne' territori de' Romani, e de' Vandali[93]. II. L'uso d'una

conferenza, che i Cattolici avevano tante volte praticato per insultare

e punire gli ostinati loro antagonisti, si ritorse contro di loro

stessi[94]. Per ordine d'Unnerico s'adunarono in Cartagine

quattrocentosessantasei Vescovi ortodossi; ma quando furono ammessi

nella sala dell'udienza, ebbero la mortificazione di vedere l'Arriano

Cirila innalzato alla sede Patriarcale. I disputanti si separarono dopo

i vicendevoli e soliti rimproveri di strepito e di silenzio, di

dilazione e di precipitazione, di militar forza e di clamor popolare. Un

Martire ed un Confessore furono scelti frai Vescovi cattolici; ventotto

si salvarono con la fuga, ed ottantotto coll'uniformarsi; quarantasei

furono mandati in Corsica a tagliare il legname pei vascelli reali; e

trecentodue furono rilegati in diverse parti dell'Affrica, esposti

agl'insulti de' loro nemici, e rigorosamente spogliati d'ogni temporale

e spiritual sollievo della vita[95]. I travagli di dieci anni d'esilio

dovettero diminuire il loro numero; e se avessero osservata la legge di

Trasimondo, che proibiva loro qualunque consacrazione Episcopale, la

Chiesa ortodossa d'Affrica avrebbe dovuto finire con la vita degli

attuali suoi membri. Essi però non obbedirono; e la loro disubbidienza

fu punita con un secondo esilio di dugentoventi Vescovi nella Sardegna,

dove languirono quindici anni fino all'avvenimento al trono del grazioso

Ilderico[96]. Furono giudiziosamente scelte quelle due isole dalla

malizia degli Arriani loro tiranni. Seneca, per propria esperienza, ha

deplorato ed esagerato il miserabile stato della Corsica[97], e

l'abbondanza della Sardegna veniva contrabbilanciata dalla cattiva

qualità dell'aria[98]. III. Lo zelo di Genserico, e de' suoi successori

per la conversione de' Cattolici, gli dovè rendere sempre più gelosi a

mantenere la purità della fede Vandalica. Prima che le Chiese fossero

totalmente chiuse, era un delitto il comparire in abito di Barbaro; e

quelli, che ardivano di trasgredire il reale comando, venivano duramente

strascinati pe' lunghi loro capelli[99]. Gli Uffiziali del Palazzo, che

ricusavano di professare la religione del loro Principe, erano

ignominiosamente spogliati de' loro impieghi ed onori, banditi nella

Sardegna e nella Sicilia, o condannati a' lavori servili degli schiavi e

de' contadini nelle campagne d'Utica. Ne' distretti particolarmente

assegnati a' Vandali, era più rigorosamente proibito l'esercizio del

Culto Cattolico, ed erano stabilite severe pene contro la colpa sì del

Missionario, che del proselito. Con tali mezzi si conservò la fede de'

Barbari, e se ne accese lo zelo; essi eseguivano con devoto furore

l'uffizio di spie, di accusatori, o di esecutori: e quando la loro

cavalleria trovavasi in campagna, il divertimento favorito della marcia

era quello di profanare le Chiese, e di insultare il Clero del partito

contrario[100]. IV. I cittadini, ch'erano stati educati nel lusso d'una

Provincia Romana, venivano abbandonati con isquisita crudeltà a' Mori

del deserto. Una venerabile serie di Vescovi, di Preti, e di Diaconi,

con una fedele truppa di quattromila e novantasei persone, delle quali

non si sa bene la colpa, furono tratte per ordine d'Unnerico dalle

native lor case. Nella notte venivan chiusi, come una mandra di pecore,

fra le proprie loro immondizie: di giorno dovevan proseguire il loro

cammino sull'ardente sabbia, e se mancavano per il caldo e la fatica,

venivano stimolati o strascinati a forza, finattantochè non fossero

spirati nelle mani de' loro tormentatori[101]. Quest'infelici esuli,

giunti alle capanne de' Mori, potevano eccitare la compassione d'un

Popolo, la naturale umanità del quale non era nè migliorata dalla

ragione, nè corrotta dal fanatismo: ma se riusciva loro di scampare i

pericoli, erano condannati a partecipare delle angustie d'una vita

selvaggia. V. Conviene, che gli autori della persecuzione

preventivamente riflettano, se son determinati a sostenerla fino

all'ultimo estremo. Essi eccitano la fiamma, che vorrebbero estinguere;

e ben presto diventa una necessità il punire la contumacia, ugualmente

che il delitto del trasgressore. La multa, ch'egli non può, o non vuol

pagare, l'espone alla severità della Legge; ed il suo disprezzo delle

pene minori suggerisce l'uso e la convenienza delle capitali. Attraverso

il velo della finzione e della declamazione, possiamo chiaramente

ravvisare, che i Cattolici, specialmente sotto il regno d'Unnerico,

soffrirono il più ignominioso e crudel trattamento[102]. De'

rispettabili Cittadini, delle nobili Matrone, e delle sacre Vergini

erano spogliate nude, ed alzate in aria con un peso attaccato a' loro

piedi. In tal penosa situazione venivano lacerati i lor corpi con

verghe, o bruciati nelle più tenere parti con ferri infuocati. Gli

Arriani amputavano loro gli orecchi, il naso, la lingua e la mano

destra; e quantunque non possa precisamente determinarsene il numero, è

certo, che molte persone, fra le quali si posson contare un Vescovo[103]

ed un Proconsole[104], ricevettero la corona del martirio. Si è

attribuito l'istesso onore alla memoria del Conte Sebastiano, che

professava la Fede Nicena con intrepida costanza; e Genserico poteva

detestar com'eretico quel bravo ed ambizioso profugo, ch'esso temeva

come rivale[105] VI. I ministri Arriani adopravano una nuova maniera di

convertire, che poteva soggiogare i deboli, e porre in agitazione i

timidi. Usavano per violenza, o per frode, i riti del Battesimo sopra i

Cattolici, e ne punivano l'apostasia, qualora questi rigettavano

quell'odiosa e profana cerimonia, che scandalosamente violava la libertà

della volontà, e l'unità del sacramento[106]. Le contrarie Sette avevano

già convenuto della validità del Battesimo l'una dell'altra; e

l'innovazione, con tanto ardore sostenuta da' Vandali, non può

attribuirsi, che all'esempio, ed al consiglio de' Donatisti. VII. Il

Clero Arriano sorpassava nella religiosa crudeltà il Re ed i suoi

Vandali; ma era incapace di coltivar la vigna spirituale, che bramava di

possedere. Poteva un patriarca[107] collocarsi sulla sede di Cartagine;

potevano de' Vescovi usurpare nelle Città principali i posti dei loro

avversari; ma la scarsità del loro numero, e l'ignoranza, in cui erano

della lingua Latina[108], rendeva i Barbari inabili per l'Ecclesiastico

ministero d'una gran Chiesa: e gli Affricani, dopo aver perduto i loro

pastori ortodossi, restaron privi del pubblico esercizio del

Cristianesimo. VIII. Gl'Imperatori erano i naturali protettori della

dottrina Omousiana: ed il Popolo fedele dell'Affrica, e come Romano e

come Cattolico, preferiva la legittima loro sovranità all'usurpazione

degli eretici Barbari. In un intervallo di pace e di amicizia, Unnerico

restituì la Cattedrale di Cartagine ad intercessione di Zenone, che

regnava in Oriente, di Placidia, figlia e vedova d'Imperatori, e sorella

della Regina de' Vandali[109]. Ma questo decente riguardo fu di breve

durata; ed il superbo Tiranno mostrò il disprezzo, che aveva per la

religione dell'Impero, facendo a bella posta disporre le sanguinose

immagini della persecuzione in tutte le strade principali, per le quali

doveva passare il Romano Ambasciatore nel portarsi al palazzo[110]. Si

richiese da' Vescovi, ch'erano adunati in Cartagine, un giuramento,

ch'essi avrebbero sostenuto la successione d'Ilderico suo figlio, e che

avrebbero rinunziato a qualunque straniera o trasmarina corrispondenza.

I più sagaci membri[111] dell'Assemblea ricusarono d'obbligarsi a questo

vincolo, che sembrava compatibile co' loro morali e religiosi doveri. La

loro negativa, debolmente colorita dal pretesto, che ad un Cristiano non

era permesso il giurare, dovea provocare i sospetti d'un geloso tiranno.

I Cattolici, oppressi dalla forza reale e militare, eran molto superiori

a' loro avversari in numero, ed in sapere. Con le stesse armi, che i

Padri greci[112] e latini avevan già preparate per la controversia

Arriana, essi più volte ridussero al silenzio, e vinsero i feroci ed

ignoranti successori d'Ulfila. La coscienza della propria loro

superiorità avrebbe dovuto porli al di sopra degli artifizi, e delle

passioni del guerreggiamento religioso. Pure invece d'assumere tal

onorevole orgoglio, i teologi ortodossi furon tentati, dalla sicurezza

dell'impunità a comporre finzioni, che convien notare con gli epiteti di

frodi e di falsità. Essi attribuirono le loro opere polemiche a' nomi

più venerabili dell'antichità Cristiana; furono temerariamente

mascherati da Vigilio e da' suoi discepoli[113] i caratteri d'Atanasio e

d'Agostino; ed il famoso Credo, ch'espone sì chiaramente i misteri della

Trinità e dell'Incarnazione, si deduce con molta probabilità da questa

scuola Affricana[114]. Fino le stesse Scritture furono profanate dalle

temerarie e sacrileghe loro mani. Il memorabile Testo, che asserisce

l'unità de' _Tre_, che fanno testimonianza in Cielo[115], è condannato

dall'universal silenzio de' Padri ortodossi, delle antiche versioni, e

de' Manuscritti autentici[116]. Fu esso allegato per la prima volta da'

Vescovi cattolici, che Unnerico invitò alla conferenza di

Cartagine[117]. Una allegorica interpretazione in forma probabilmente di

nota marginale, invase il testo delle Bibbie Latine, che si

rinnuovarono, e corressero nell'oscuro periodo di dieci secoli[118].

Dopo l'invenzione della stampa[119], gli editori del Testamento Greco

cederono a' propri lor pregiudizi, o a quelli de' loro tempi[120]; e la

pia frode, che fu con uguale zelo abbracciata a Roma ed a Ginevra, si è

moltiplicata all'infinito in ogni paese ed in ogni lingua della moderna

Europa.

L'esempio della frode eccita facilmente il sospetto; e gli speciosi

miracoli, co' quali i Cattolici Affricani hanno difeso la verità e la

giustizia della lor causa, possono attribuirsi con più ragione alla lor

propria industria, che alla visibil protezione del Cielo. Pure

l'Istorico, che osserva questo religioso contrasto con occhio

imparziale, può condiscendere a far menzione d'un fatto preternaturale,

ch'edificherà il devoto, e sorprenderà l'incredulo. Tipasa[121], colonia

marittima della Mauritania distante sedici miglia all'Oriente da

Cesarea, si era distinta in ogni tempo per l'ortodosso zelo de' suoi

abitanti. Essi avean superato il furore de' Donatisti[122], e sofferta,

o elusa la tirannia degli Arriani. All'avvicinarsi ad essa d'un Vescovo

eretico, la città fu abbandonata: i più degli abitanti, che poterono

aver delle navi, passarono sulla costa di Spagna; e quegl'infelici, che

restarono, ricusando ogni comunione coll'usurpatore, ardirono di tener

tuttavia le pie loro, ma illegittime adunanze. La loro disubbidienza

inasprì la crudeltà d'Unnerico. Fu spedito da Cartagine un Conte

militare a Tipasa; ei convocò i Cattolici nel Foro, ed alla presenza di

tutta la Provincia fece tagliar loro la destra mano e la lingua. Ma i

Santi confessori continuarono a parlare senza lingua; e si attesta

questo miracolo da Vittore, Vescovo Affricano, che pubblicò un'istoria

della persecuzione dentro lo spazio di due anni dopo quel fatto[123].

«Se alcuno (dice Vittore) dubitasse della verità di questo, vada a

Costantinopoli, ed ascolti la chiara e perfetta favella di Restituto

suddiacono, uno di que' gloriosi martiri, che adesso sta nel palazzo

dell'Imperator Zenone, ed è rispettato dalla devota Imperatrice». Ci fa

maraviglia il trovare in Costantinopoli un freddo e dotto testimone

superiore ad ogni eccezione, senza interesse, e senza passione. Enea di

Gaza, Filosofo Platonico ha descritto accuratamente le proprie sue

osservazioni su questi pazienti Affricani. «Gli vidi io medesimo (dice),

gli udii parlare: diligentemente cercai per quali mezzi poteva formarsi

una voce così articolata senza verun organo del discorso: adoprai gli

occhi per esaminare ciò, che m'indicavan gli orecchi: aprii loro la

bocca, e vidi, ch'era stata loro interamente strappata la lingua dalle

radici, operazione, che i Medici generalmente risguardano come

mortale[124]». Potrebbe confermarsi la testimonianza d'Enea di Gaza con

la superflua autorità dell'Imperator Giustiniano in un Editto perpetuo;

del Conte Marcellino nella sua Cronica de' tempi; e del Pontefice

Gregorio I, che aveva riseduto in Costantinopoli come ministro del

Pontefice Romano[125]. Tutti questi vissero dentro il corso d'un secolo;

o tutti adducono la lor personal cognizione del fatto, o la pubblica

notorietà della verità d'un miracolo, che si ripetè in varie occasioni,

si espose nel più gran teatro del Mondo, e fu sottoposto per una serie

di anni al tranquillo esame dei sensi. Questo dono soprannaturale de'

Confessori Affricani, che parlavano senza lingua, otterrà l'assenso di

quelli soltanto, che già credono, che il loro linguaggio fosse puro ed

ortodosso. Ma l'ostinata mente d'un infedele si munisce d'un segreto

incurabil sospetto; e l'Arriano o il Sociniano, che ha seriamente

rigettato la dottrina della Trinità, non sarà scosso dalla più

plausibile prova d'un miracolo Atanasiano.

[A. 500-700]

I Vandali e gli Ostrogoti perseverarono nella professione

dell'Arrianismo fino alla total rovina de' Regni, ch'essi avevan fondato

nell'Affrica ed in Italia; i Barbari della Gallia si sottomisero

all'ortodosso impero de' Franchi; e la Spagna si restituì alla Chiesa

Cattolica per la volontaria conversione de' Visigoti.

[577-584]

Questa salutare rivoluzione[126] fu accelerata dall'esempio d'un Regio

martire, a cui la nostra più fredda ragione può dare il nome d'ingrato

ribelle. Leovigildo, Gotico Monarca di Spagna, meritava il rispetto de'

suoi nemici, e l'amor de' suoi sudditi: i Cattolici godevano una libera

tolleranza, e gli Arriani ne' suoi sinodi tentavano, senza gran

successo, di conciliare i loro scrupoli con abolire l'odioso rito d'un

_secondo_ Battesimo. Ermenegildo, suo figlio maggiore, ch'era stato

investito dal Padre del diadema reale, e del bel Principato della

Betica, contrasse un onorevole ed ortodosso matrimonio con una

Principessa Merovingica, figlia di Sigeberto Re d'Austrasia, e della

famosa Brunechilde. La bella Ingunde, che non aveva più di tredici anni,

fu ricevuta, amata, e perseguitata nella corte Arriana di Toledo; e la

sua religiosa costanza fu alternativamente assalita dagli allettamenti,

e dalla violenza di Goisvinta, Regina de' Goti, che abusò del doppio

diritto d'autorità materna, che aveva[127]. Goisvinta, irritata dalla

sua resistenza, prese la Principessa cattolica pei capelli, la gettò

crudelmente per terra, le diede tanti calci, che fu ricoperta di sangue,

e finalmente ordinò che fosse spogliata, e gettata in una vasca, o

conserva di pesci[128]. Poterono l'amore e l'onore muover Ermenegildo a

risentirsi di questo ingiurioso trattamento fatto alla sua sposa; ed

appoco appoco si persuase, che Ingunde soffrisse per causa della divina

verità. Le tenere di lei querele, ed i forti argomenti di Leandro,

Arcivescovo di Siviglia, compirono la conversione di esso, e fu iniziato

l'erede della Monarchia Gotica nella Fede Nicena per mezzo de' solenni

riti della Confermazione[129]. Il temerario giovine, infiammato dallo

zelo, e forse dall'ambizione, fu tentato a violare i doveri di figlio, e

di suddito; ed i Cattolici di Spagna, quantunque, non potessero dolersi

della persecuzione, applaudirono alla sua pia ribellione contro un padre

eretico. Si prolungò la guerra civile pei lunghi ed ostinati assedj di

Merida, di Cordova e di Siviglia, che avevano fortemente abbracciato il

partito d'Ermenegildo. Esso invitò i Barbari ortodossi, gli Svevi ed i

Franchi, alla distruzione del suo nativo paese; implorò il pericoloso

aiuto de' Romani, che possedevano l'Affrica, ed una parte della costa di

Spagna; e l'Arcivescovo Leandro, suo santo Ambasciatore, trattò in

persona efficacemente con la Corte Bizantina. Ma svanirono le speranze

dei Cattolici per l'attiva diligenza d'un Re, che comandava le truppe, e

maneggiava i tesori della Spagna; ed il colpevole Ermenegildo dopo i

vani suoi tentativi di resistere o di fuggire, fu costretto ad

arrendersi nelle mani d'un irritato padre. Leovigildo ebbe tuttavia

presente quel sacro carattere; ed al ribelle, spogliato degli ornamenti

reali, si lasciò professare in un decente esilio la religione cattolica.

I replicati suoi ed infelici tradimenti al fine provocarono lo sdegno

del Re Goto; e la sentenza di morte, che questo pronunziò con apparente

ripugnanza fu segretamente eseguita nella torre di Siviglia.

L'inflessibil costanza, con cui esso ricusò d'accettare la comunione

Arriana per prezzo della sua salvezza, può scusare gli onori, che si son

fatti alla memoria di S. Ermenegildo. La sua moglie, ed il suo piccolo

figlio si ritennero in una ignominiosa schiavitù da' Romani: e questa

domestica disgrazia macchiò le glorie di Leovigildo, ed amareggiò gli

ultimi momenti della sua vita.

[A. 586-589]

Recaredo, suo figlio e successore, che fu il primo Re cattolico di

Spagna, era stato imbevuto della fede del suo infelice fratello, ch'ei

però sostenne con maggior prudenza e successo. In vece di ribellarsi

contro il padre, aspettò pazientemente l'ora della sua morte. In vece di

condannarne la memoria, piamente suppose, che il Monarca morendo avesse

abiurato gli errori dell'Arrianismo, e raccomandato al figlio la

conversione della nazione Gotica. Per ottenere questo fine salutare,

convocò Recaredo un'assemblea del Clero o de' nobili Arriani, si

dichiarò Cattolico, e gli esortò ad imitar l'esempio del loro Principe.

Una laboriosa interpretazione di testi dubbiosi, o una curiosa serie di

argomenti metafisici avrebb'eccitata una controversia senza fine; ed il

Monarca prudentemente propose all'ignorante sua udienza due sostanziali

e visibili prove, cioè la testimonianza della terra, e del cielo. La

_Terra_ s'era sottomessa al Sinodo Niceno: i Romani, i Barbari e gli

abitanti della Spagna concordemente professavano la stessa fede

ortodossa; ed i Visigoti erano quasi soli a resistere al consenso del

Mondo cristiano. Un secolo superstizioso era disposto a venerare come

testimonianza del _Cielo_ le cure soprannaturali, che si facevano por

l'abilità o virtù del clero cattolico: i fonti Battesimali d'Osset nella

Betica[130], che spontaneamente ogni anno si riempivano d'acqua la

vigilia di Pasqua[131]; e le miracolose reliquie di S. Martino di Tours,

che avevano già convertito il Principe Svevo, ed i Popoli della

Gallicia[132]. Il Re cattolico incontrò alcune difficoltà su

quest'importante cangiamento della religion nazionale. Si formò contro

di lui una cospirazione, segretamente fomentata dalla Regina vedova; e

due Conti suscitarono una pericolosa ribellione nella Gallia Narbonese.

Ma Recaredo disarmò i congiurati, disfece i ribelli, ed esercitò contro

di essi una severa giustizia, che gli Arriani poterono a vicenda

infamare con la taccia di persecuzione. Otto Vescovi, i nomi dei quali

dimostrano la lor origine Barbara, abiurarono i loro errori, e si

ridussero in cenere tutti i libri della Teologia Arriana, insieme con la

casa nella quale a tal fine si erano raccolti. Tutto il Corpo de'

Visigoti, e degli Svevi fu allettato o tratto nel seno della comunione

cattolica; la fede almeno della nuova generazione fu sincera e fervente;

e la devota liberalità de' Barbari arricchì le Chiese ed i Monasteri

della Spagna. Settanta Vescovi, adunati nel Concilio di Toledo,

ricevettero la sommissione de' loro conquistatori; e lo zelo degli

Spagnuoli migliorò il simbolo Niceno, dichiarando la processione dello

Spirito Santo dal Figlio ugualmente che dal Padre; importante articolo

di dottrina, che produsse, lungo tempo dopo, lo scisma delle Chiese

Greca e Latina[133]. Il Regio proselito immediatamente salutò e consultò

il Pontefice Gregario, detto il Grande, dotto e santo Prelato, il

governo del quale si distinse per la conversione degli Eretici ed

Infedeli. Gli ambasciatori di Recaredo rispettosamente offerirono sulla

soglia del Vaticano i ricchi di lui presenti d'oro e di gemme; ed

accettarono, come un lucroso cambio, i capelli di S. Giovanni Battista,

una croce, in cui era chiuso un piccolo pezzo del vero legno, ed una

chiave che conteneva alcune particelle di ferro, ch'erano state

raschiate dalle catene di S. Pietro[134].

[A. 600]

L'istesso Gregorio, spirituale conquistatore della Gran Brettagna,

incoraggiò la pia Teodolinda, Regina de' Lombardi, a propagare la fede

Nicena fra' vittoriosi selvaggi, il fresco Cristianesimo de' quali era

macchiato dall'eresia Arriana. I devoti di lei travagli, lasciarono

tuttavia luogo all'industria, ed al successo di altri Missionari; e

molte città d'Italia sempre si disputavano da' Vescovi contrari. Ma la

causa dell'Arrianismo restò appoco appoco oppressa dal peso della

verità, dell'interesse e dell'esempio, e la controversia, che l'Egitto

avea tratto dalla scuola Platonica, si terminò dopo una guerra di

trecent'anni dalla total conversione de' Lombardi d'Italia[135].

[A. 612-712]

I primi Missionari, che predicarono il Vangelo ai Barbari, si rimessero

all'evidenza della ragione, ed implorarono il benefizio della

tolleranza[136]. Ma appena ebbero stabilito il loro spiritual dominio,

esortarono i Re Cristiani ad estirpare senza misericordia i residui

della Romana o Barbarica superstizione. I successori di Clodoveo

condannarono a cento colpi di verghe la gente di campagna, che ricusava

di distruggere i propri idoli; il delitto di sacrificare a' demoni era

punito dalle Leggi Anglo-sassone con le più gravi pene della carcere e

della confiscazione; e fino il saggio Alfredo adottò, come un

indispensabil dovere, l'estremo rigore degli istituti Mosaici[137]. Ma

la pena si abolì appoco appoco, insieme col delitto, nel Popolo

cristiano: le dispute teologiche delle scuole si sospesero dalla

favorevole ignoranza; e lo spirito intollerante, che non poteva più

trovare nè idolatri nè eretici, si ridusse a perseguitare gli Ebrei.

Quest'esule nazione aveva fondato alcune Sinagoghe nelle città della

Gallia; ma la Spagna, fin dal tempo d'Adriano, era piena di numerose

colonie[138]. Le ricchezze, che avevano accumulato per mezzo del

commercio o del maneggio delle finanze, invitarono la pietosa avarizia

de' loro Signori; ed essi potevan'opprimersi senza pericolo, giacchè

avevan perduto l'uso, e fino le memoria delle armi. Sisebuto, Re Goto,

che regnò al principio del settimo secolo, divenne in un tratto agli

ultimi estremi della persecuzione[139]. Furon costretti a ricevere il

sacramento del battesimo novantamila Ebrei; si confiscarono i beni degli

ostinati infedeli, e ne furon tormentati i corpi; e sembra dubbioso, se

fosse loro permesso d'abbandonare il nativo loro paese. L'eccessivo zelo

del Re cattolico fu moderato fino dal Clero di Spagna, che solennemente

pronunziò una sentenza contraddittoria, cioè che non dovessero darsi i

sacramenti per forza; ma che gli Ebrei, ch'erano stati battezzati,

fossero costretti, per onor della Chiesa, a perseverare nell'esterna

pratica d'una religione, ch'essi non credevano, e detestavano. Le

frequenti loro ricadute provocarono uno de' successori di Sisebuto a

bandire tutta la nazione da' suoi Stati; ed un concilio di Toledo

pubblicò un decreto, che ogni Re Goto dovesse giurare di mantenere

questo salutevol editto. Ma i tiranni non volevano abbandonar le

vittime, che si dilettavano di tormentare, o privarsi d'industriosi

schiavi, su' quali potevano esercitare una lucrosa oppressione. Gli

Ebrei tuttavia continuarono nella Spagna, sotto il peso delle Leggi

civili ed ecclesiastiche, le quali nel medesimo regno si sono fedelmente

trascritte nel Codice dell'Inquisizione. I Re Goti, ed i Vescovi

finalmente conobbero, che le ingiurie producono dell'odio, e che l'odio

trova col tempo l'occasione della vendetta. Una nazione, segreta o

palese nemica del Cristianesimo, andò sempre moltiplicandosi nella

servitù e nell'angustia; e gl'intrighi degli Ebrei promossero il rapido

successo degli Arabi conquistatori[140].

Tostochè i Barbari negarono il potente lor patrocinio all'eresia d'Arrio

aborrita dal Popolo, essa cadde nel disprezzo e nell'oblivione. Ma i

Greci ritennero sempre la lor disposizione sottile e loquace: lo

stabilimento d'una oscura dottrina suggeriva nuove questioni, e nuove

dispute; ed era sempre in facoltà di un ambizioso Prelato, o d'un

fanatico Monaco l'alterare la pace della Chiesa, e forse dell'Impero.

L'Istorico dell'Impero può trascurare quelle dispute che restarono

nell'oscurità delle scuole, e de' Sinodi. I Manichei, che cercavano di

conciliare le religioni di Cristo e di Zoroastro, si erano segretamente

introdotti nelle Province. Ma questi estranei settari furon involti

nella comune disgrazia degli Gnostici, e l'odio pubblico fece eseguir

contro di essi le leggi Imperiali. Le opinioni ragionevoli de' Pelagiani

si propagarono dalla Gran Brettagna a Roma, in Affrica, e nella

Palestina e tacitamente svanirono in un secolo superstizioso. Ma fu

diviso l'Oriente dalle controversie Nestoriana ed Eutichiana, che

tentavano di spiegare il mistero dell'Incarnazione, ed affrettarono la

rovina del Cristianesimo nella nativa sua terra. Queste controversie si

principiarono ad agitare sotto il regno di Teodosio il Giovane: ma le

importanti loro conseguenze si estendono molto al di là de' confini del

presente volume. La metafisica serie degli argomenti, le contese

dell'ambizione ecclesiastica, e la politica loro influenza sulla caduta

dell'Impero Bizantino, possono somministrare un interessante ed

istruttivo corso d'istoria, dai Concilj generali d'Efeso e di

Calcedonia, sino alla conquista dell'Oriente fatta da' successori di

Maometto.

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 07 · 第 7 / 31 题