Matteo Arpione era lieto e trionfante della riuscita di quello
spediente che aveva pensato e messo in opera. Grazie alle sue
accontagioni con Tommaso che aveva trovato modo di rendere quotidiane,
egli sapeva tutto quello che avveniva al palazzo Sangré, e riteneva
quindi per cosa sicura che Alfredo di Camporolle si sentisse ora l’uomo
più felice del mondo. Non fu quindi poca la sua meraviglia, quando,
osservatolo bene di nascosto, come da lungo tempo soleva, vide sulla
fronte del giovane una nube di inquieta preoccupazione, nella fisonomia
una certa amara tristezza che mal s’addicevano con quell’interna gioia
che il vecchio supponeva dovesse possedere il cuore del suo protetto.
Gli era che Alfredo, coll’acume che attingeva alla forza e alta
delicatezza della propria passione, penetrava nel cuore della fidanzata
e ci sentiva non esservi per lui scintilla di amore; tutt’altra cagione
da questa esser quella che l’aveva fatta accondiscendere alle nozze
con lui, e se ne crucciava, e se ne trovava umiliato, e si rodeva
di conoscere qual si fosse tale ragione; e soffriva nella lotta che
aveva luogo in lui fra l’amore che voleva farlo lieto del possesso
della vergine amata, in qualunque modo questo possesso gli venisse,
e un sentimento di dignità, di nobile orgoglio che gli diceva suo
dovere di non accettare quella mano se non l’amore, ma qualche forza
estrinseca costringesse Albina a dargliela. Ma qual poteva essere la
forza nascosta che ve la spingeva? Egli non sapeva affatto immaginarla.
Se avesse potuto parlare con tutta libertà alla ragazza, gli sembrava
che avrebbe avuto il coraggio d’interrogarla, di scenderle nel cuore,
dì ottenere supplicando ch’ella vi ci lasciasse penetrare a scrutare
lo sguardo di chi doveva pur esserle congiunto per tutta la vita; ma
un momento di completa libertà mai non era lasciato ai due sposi. Una
volta sola egli aveva potuto toccare di quest’argomento, volgendo ad
Albina parole che ella sola sentiva.
— Signorina: — disse Alfredo a bassa voce: — non le pare che io meriti
la gioia ineffabile di udire da Lei, proprio da Lei, proprio dalle sue
labbra, ch’ella associa volonterosa il suo destino al mio?
La fanciulla lo guardò freddamente.
— Gliel’ho già detto, — rispose; — e glielo dice più chiaro ancora il
fatto medesimo.
— Ah! me lo dice così asciuttamente?
Essa ebbe una mossa come d’alterezza che s’inalbera.
— Non saprei dirglielo di meglio, — interruppe con un misto di leggera
impazienza e di orgoglio.
— Perdono! — esclamò lui, non senza turbamento, — sono forse troppo
audace; ma Ella deve pur comprendere come il mio tanto amore desideri
la sua felicità solamente dal sincero e libero di lei volere, non da
nessun altro motivo estraneo che possa influire sulle determinazioni di
Lei....
Albina interruppe sollecita e quasi con una specie di sgomento.
— Ma no, signore.... nessun motivo estraneo.... Io sono affatto libera
della mia volontà.... e sono i miei congiunti che acconsentono a
secondarla.
La signora Giustina rientrava in quel punto e riprendeva il suo posto
presso la ragazza, e il colloquio rimaneva troncato senza che più si
presentasse opportunità di riprenderlo.
Ma, tornando a Matteo Arpione, questi alquanto inquieto di quelle ombre
di melanconia che aveva scorto sul volto di Alfredo, stava studiando il
modo di venire in chiaro delle cause di ciò per mezzo del buon vecchio
Tommaso, allorchè ricevette dalla contessina le poche parole con cui lo
chiamava sollecitamente a sè, ed egli s’affrettò a rendersi all’invito.
Albina lo accolse fiera e severa.
— Voi m’imponeste un giuramento che mi darà la sventura di tutta la
vita: — gli disse. — Ma dovete pure sentir l’obbligo di sciogliermi da
esso, quando si scoprano tali fatti che rendano, non dirò più gravoso,
ma addirittura impossibile il sacrificio a cui mi volete costringere.
L’usuraio ebbe negli occhi un lampo di minacciosa malevolenza.
— Vuol dire, — rispose amaramente, — che la signora contessina pensa di
non più mantenere l’impegno giurato.
— No signore, — ribattè con isdegnosa vivacità la fanciulla: — non vuol
dir questo, nè voi che ci conoscete potete pur pensarlo. Vi ripeto che
quanto voi siete venuto a chiedermi diventa assolutamente impossibile.
— Perchè?
— Vi par egli possibile che una contessa Sangré di Valneve dia la
mano a un tale.... il cui onore, per dir poco, è soggetto ad essere
contestato?
Arpione trasalì vivamente e un rosso cupo gli salì alle terree guancie.
— Chi glie lo contesta? — domandò con voce in cui vibrava la collera
più fiera.
— Quelli che conoscono il suo passato: — rispose superbamente la
contessina. — Gli contestano prima di tutto il nome che porta, gli
contestano la onorata origine delle ricchezze che possiede....
A Matteo era sparito il rosso dalle guancie: era diventato giallo.
— Chi osa dire codeste infamie? interruppe gridando. — Sono scellerate
menzogne, vili calunnie....
La contessina con isdegnosa alterezza fece un atto colla mano a
troncare le parole in bocca a Matteo.
— Un marchese Respetti-Landeri, — disse nobilmente, — non calunnia, non
mentisce....
— Ah! è il marchese? — disse coi denti stretti l’Arpione entro le cui
fosche pupille affondate corse di nuovo e più vivo quel lampo d’odio e
di rabbia.
— Il quale ha ripetuto innanzi a mia madre, a mio fratello Enrico ed a
me, quanto apprese dal conte Cavour medesimo.
Una contrazione di vero dolore sconvolse un momento la faccia di solito
così apatica di Matteo.
— Il conte Cavour! — ripetè smarrito.
— E non solamente quel che già vi ho accennato: ma altro ancora e assai
peggio.
Disse succintamente dell’umiliazione subita da Alfredo per la
prepotenza del duca di Parma, delle rivelazioni fatte alla polizia; il
vecchio mandò un grido soffocato, proprio come se lo avessero trafitto
con un pugnale.
— Accusano lui! — esclamò affannosamente. — Accusano lui!... Ma egli
non ne seppe nulla, non sa nulla ancora.... sono stato io che volevo
impedire il duello del conte Ernesto perchè mi stava a cuore di rendere
un servizio al conte-presidente; io che ho voluto ad ogni costo salvare
il conte Alfredo dal pericolo che gli vedevo soprastare....
— I fatti sono dunque veri, — soggiunse la contessina: — e voi credete
ancora possibile che io sposi l’uomo sul conto del quale corrono simili
accuse?
— Ma egli è innocente!...
— E come lo proverà?
— Io, io stesso proclamerò il vero accusandomi.
— E chi vi crederà? E quando vi si domanderà per quali legami siete
avvinto a quel signore da fare di vostro capo, senza ch’egli pur lo
sappia, tutto quello che fate in suo vantaggio, che cosa risponderete?
Matteo curvò il capo e tacque.
— Voi vedete adunque, — ripigliò la fanciulla con una certa autorità,
— che quello a cui mi avete forzata ad acconsentire, non può più
aver luogo e che siete nello stretto obbligo di liberarmi dalla mia
promessa.
Il vecchio scosse risolutamente la testa in atto di energica negativa,
ma non apri bocca.
Albina continuava, dando un po’ di dolcezza al suo accento fin allora
superbo:
— Dicevate adess’adesso che vi stava a cuore di rendere servizio al
conte mio padre. Ogni memoria dunque di quello che a lui dovevate non è
spenta ancora in voi?
— Oh no, signorina.
— Un po’ di gratitudine vi sta nel cuore?
— Sì.
— E voi siete pure stato cagione a lui di non pochi e non lievi
dispiaceri!
Il vecchio curvò di nuovo il capo e non rispose.
— Ebbene, invoco codesta memoria de’ suoi benefici per voi; — aggiunse
con maggior calore nell’accento la nobile fanciulla; — invoco il
sentimento di gratitudine che affermate di avere, il rimorso che dovete
pur provare d’avergli amareggiato alcuni momenti dell’esistenza; non
vogliate costringere la figliuola del vostro benefattore a sposare tale
che non ama, che non potrà forse stimare....
Matteo fece un energico atto di protesta.
— Domandatemi qualunque compenso per quella carta che m’avete venduta,
vi prometto che l’avrete.... ma liberatemi dal mio giuramento.
L’usuraio alzò il capo vivamente, e con forza quasi rabbiosa, gridò:
— No, mai!
La contessina s’accostò d’un passò al vecchio, e accrescendo ancora
la dolcezza del suo accento così da renderla quasi supplichevole,
soggiunse:
— Voi mi avete pur vista bambina... mi avete dimostrato parecchie
volte un affettuoso interessamento: una fra le altre... me ne
ricordo... in giardino, dove m’incontraste sola per caso... l’aia
era rimasta indietro e io correvo col mio cerchio... avevo da sette
anni... voi eravate seduto sopra la panca in fondo in fondo al viale
e contemplavate qualche cosa... un piccolo dipinto cerchiato d’oro che
stringevate con tutte due le mani... c’era la figura d’un bambino, d’un
bel bambino....
— O che memoria ha Vossignoria! — esclamò Matteo quasi commosso e con
una nuova luce negli occhi che pareva di lieto intenerimento.
— Io vi giunsi addosso all’improvviso senza che voi mi sentiste o
vedeste. — Che cos’è che guardi Matteo con tanta attenzione? — vi
dissi: — Lasciami vedere anche a me. — Voi dapprima faceste per
nascondere quel medaglione, poi cambiaste avviso e me lo mostraste
— Guardi contessina, — mi diceste: — non è vero che questo è un bel
ragazzo?
— Che memoria! che memoria! — esclamava Matteo sempre più commosso.
— E se ne ricorda ancora di quella figurina? Lei pure l’ha trovato
bellissimo quel fanciullo.
— Di ciò non mi ricordo più; ma mi ricordo che voi dopo mi prendeste
sulle vostre ginocchia, mi diceste amorevoli parole, mi accarezzaste i
capelli e finiste per darmi un bacio sulla fronte....
— È vero, è vero!... Io amava tanto i bambini! Ognuno che vedessi
m’inteneriva il cuore... E Lei era già fin d’allora così leggiadra e
così carina!
— In quel punto sopraggiunse la mia governante, e visto il vostro atto
ve ne fece severi rimproveri e minacciò dir tutto a mio padre e a mia
madre...
— I quali certo mi avrebbero scacciato per la temerità di quel mio atto
troppo famigliare.
— Io medesima pregai l’aia che tacesse...
— Sì, contessina, me ne ricordo: e glie ne fui grato...
— Ebbene, per quella memoria, per quella riconoscenza che m’affermate,
per quell’affezione che avevate per me, ora vi domando... — esitò un
momentino, poi soggiunse con voce più bassa e con qualche sforzo: — vi
prego....
Matteo la interruppe con una certa agitazione e turbamento:
— No, no, contessina, è inutile, non voglia insistere; ciò che
voglio, quello che le ho detto, veda, bisogna che sia ad ogni modo..
Si mettesse anche in ginocchio ai miei piedi, Lei signorina... e
perfino la signora contessa Adelaide e tutti quelli della sua famiglia
a supplicarmi... venisse pure dall’altro mondo il conte-presidente
medesimo... nulla ci farebbe; direi sempre no, e no.... e questo
matrimonio s’ha da fare.
Albina si drizzò fieramente della persona, si tirò indietro d’un
passo, l’orgoglio ferito le mandò di nuovo una lieve tinta rosata alle
guancie e dando al suo mite, benevolo sguardo un’espressione di superbo
disdegno, pronunziò a mezze labbra:
— È molto strano tanto vostro interessamento per quel signore!
L’Arpione ebbe un lampo nelle fosche pupille, fece una mossa, come
di chi, sentendosi assalire, si prepara a vigorosa difesa e rispose
asciutto, insolente:
— Strano o no, esso esiste davvero, e poichè ha buoni mezzi in mano la
vincerà ad ogni costo.
— Chi sa! — esclamò la giovinetta, per impulso subitaneo dell’istinto,
per improvvisa, impensata ispirazione d’un presentimento.
L’usuraio balzò con un guizzo presso presso alla fanciulla; i suoi
occhi scintillavano come due carboni accesi su cui si soffia; tutte le
infinite minutissime rughe del suo volto s’agitatavano in un fremito,
la voce gli tremava:
— Come! — gridò: — perchè ho avuto la dabbenaggine di lasciare nelle
sue mani quella carta, Ella ne abuserebbe?...
La contessina gli troncò la parola con un grido d’indignazione.
— Miserabile! — esclamò, coprendolo con uno sguardo di sommo disprezzo,
— di che cosa ardite sospettare una Sangré?
Matteo chinò gli occhi e il capo innanzi a quello sguardo che lo
fulminava.
— Oh no.... non dico... — balbettò confuso; — non voglio dire... mi
perdoni....
Albina si coprì colle mani la faccia.
— E io, — disse, come a sè stessa, — io sono discesa perfino a
pregarlo, costui!
Risollevò il capo con tutta la fierezza della sua razza, e disse
coll’imponenza che potrebbe avere una regina:
— Non ho più nulla da dirvi. Uscite!
L’Arpione s’inchinò basso basso e andò quasi strisciando fino
all’uscio; colà impugnò la maniglia della serratura, socchiuse il
battente, e sul punto di varcare la soglia, voltosi alla nobile
giovinetta, fece come i Parti fuggenti e lanciò un’ultima frecciata:
— Conto dunque sempre sul suo giuramento!
E sparì.