XX.

Dopo il colloquio col Cavour, il marchese Ernesto andò subito subito al

palazzo dei Sangré, dove Enrico, che da lui era stato informato di tal

passo, lo stava attendendo ansiosamente.

— Ebbene? ebbene? — chiese Enrico al cugino con sollecitudine, appena

lo vide. — Che nuove?

— Quelle che presentivamo dover essere, — rispose il Respetti: —

tali che, saputele, la vostra famiglia non può neppur pensare più a

stringere alleanza con colui, e Albina medesima rinuncierà senza fallo

ad ogni simile pensiero.

— Tanto meglio! — esclamò Enrico mandando un respiro di sollievo. — Già

io n’era certo: modesta gente che, nata in basso, si vuole arrampicare

fino a noi e ficcarsi con subdole arti fra le nostre file, è sempre

gente da meno della sua stessa classe inferiore... Andiamo subito da

mia madre.

Si recarono in camera della contessa Adelaide, la quale udì con ingrata

sorpresa le informazioni avute dal Respetti sul conto del Camporolle,

le quali informazioni, sulle labbra di chi ora le ripeteva, non

prendeano certo nessun attenuamento, troppo essendo anche nel marchese

il desiderio di nuocere ad Alfredo.

— Pensare che un individuo simile ha osato domandarci la mano di

Albina! — proruppe iroso Enrico. — Che! pensare solamente che ha

osato penetrare nel nostro _mondo_, nei saloni più eletti della nostra

società, nella nostra casa, farsi intimo della nostra famiglia!....

Già noi siamo troppo leggeri, troppo corrivi in codesto, e chiunque

ci arrivi di fuori con un po’ di spolvero, con impudenza vestita

di buone maniere, noi lo riceviamo come se ci avesse dato prove del

sangue più gentile. Ora a costui bisogna dar subito la buona lezione

che si merita: per prima cosa intanto far sapere ad Albina chi egli

è, che cos’è, da cacciarle di capo quest’imperdonabile follìa che l’ha

presa, e cui io non avrei voluta assecondare nè anche un momento; poi,

quando quel cotale abbia la temerità di presentarsi di nuovo al nostro

portone, farlo metter fuori dal _concierge_, senza lasciargli salire

neppure uno scalino... E di dare quest’ordine m’incarico io...

— Enrico! — interruppe severamente la madre, — qui non si daranno altri

ordini fuor quelli ch’io vorrò: non dimenticarlo!

Il giovanotto arrossì un poco, si morse con bizza repressa i suoi

baffettini nascenti, ma chinò il capo e tacque.

La contessa soggiunse cambiando tono:

— Certo la prima cosa da farsi è di informare di tutto questo la nostra

Albina.

Suonò, e al domestico accorso alla chiamata, ordinò si dicesse alla

contessina di venir subito presso la madre.

— Tu, Enrico, — disse poi la contessa al figliuolo, — lascierai parlare

da me, e se avrai pure qualche cosa da aggiungere, spero lo farai con

quella temperanza che devi.

Il giovane non rispose che inchinandosi, e mordeva sempre con dispetto

i pochi peli delle sue labbra.

Albina comparve. Aveva l’aspetto tranquillo, si sarebbe potuto dire

rassegnato; l’occhio sempre limpido, ma con un raggio di mestizia; il

pallore, che era abituale al suo volto, ma cui prima rallegrava una

leggera tinta rosea, era ora un pallore marmoreo; il suo portamento, le

sue mosse avevano preso qualche cosa di grave.

— Eccomi, madre mia: — diss’ella soavemente, guardando con espressione

interrogatrice e anche un po’ inquieta la madre, il fratello e il

cugino, l’aspetto dei quali pareva annunziarle un discorso serio: — ha

da comandarmi qualche cosa?

La contessa la prese per mano e la trasse a sè con atto amorevole.

— Vieni qui, figlia mia, e dà ben retta alle mie parole.

Albina fece un atto che significava esser pronta a prestar tutta la sua

più viva attenzione, e diffatti stava ansiosa e timorosa ad ascoltare,

e il cuore le batteva penosamente, essendole nato il sospetto che

qualche cosa si fosse subodorato riguardo alla rivelazione fattale da

Matteo.

La madre, sempre tenendola amorevolmente per mano, continuò:

— Quanto e io e tutti della famiglia fossimo disposti ad assecondare

i tuoi desiderii, anche contro le nostre più fondate opinioni, te

l’abbiamo provato, credo, in buona misura; ma quando si scoprono nuove

condizioni, si presentano nuove vicende a dimostrare inaccettabile il

partito preso, sarai tanto ragionevole tu stessa da comprendere che

si ritorni indietro, che si ritiri il dato consenso, che si consideri

tutto come non avvenuto.

La fanciulla tolse la sua mano da quella materna e facendosi in là d’un

passo, disse scrutando collo sguardo i volti dei tre presenti:

— È riguardo al già stabilito mio matrimonio che dice codesto mia madre?

— Appunto; — rispose quest’ultima. E la figliuola con una certa vivezza

in cui pure sotto il maggior rispetto spuntava un po’ d’impazienza:

— Ma pare a me che a tal riguardo non è più possibile nè il ritornare

indietro, nè ritirare la data parola, cose che i Sangré d’altronde non

sono soliti a fare...

— Sì, — interruppe a suo modo Enrico, — i Sangré avrebbero fatto meglio

ad andar più guardinghi anche questa volta nell’impegnare la loro

parola, ma...

La madre, gli troncò le parole in bocca con uno sguardo pieno di

severità.

— La parola fu impegnata, — disse ella, — dietro un’erronea conoscenza

della persona e delle cose: quello che ora si è scoperto rende affatto

nullo ogni precedente impegno.

Albina ribattè con una fermezza che voleva parere tranquilla: ma un

certo balenìo dello sguardo, e un lieve tremolar della voce rivelavano

l’interno di lei turbamento.

— Che quel giovane non fosse nobile di nascita lo sapevamo già:

ce l’ha confessato con lodevole franchezza egli stesso. Io ritengo

assolutamente che il nostro medesimo decoro non ci permette più di

cambiare...

— Ascolta almeno quello che io ho saputo: — saltò su allora il

marchese, mentre la contessa Adelaide gettava uno sguardo di stupore

e di rampogna sulla figliuola cui non aveva mai vista così ostinata, —

e dopo sarai in grado di giudicare quel che si deve e quel che non si

deve.

La giovane serrò le braccia al seno e stette lì dritta, immobile,

in apparenza fredda ad ascoltare il discorso del cugino Ernesto, il

quale ripetè tutte le cose già dette poco prima; ella non diede altro

segno delle impressioni che le destassero le parole udite, fuorchè uno

stringere di labbra, un lieve incresparsi di una ruga in mezzo alle

sopracciglia; abbassò il capo, e quando il marchese ebbe finito, non

parlò, non mosse, non sollevò nemmeno lo sguardo.

— E così? — proruppe Enrico più impaziente: — capisci ora che tu non

puoi sposare un simile individuo?

Albina non rispose subito: la madre, il fratello e il cugino la

guardavano curiosamente, aspettandone le parole: ed essa, tenendo

sempre basso il capo, con voce sommessa, quasi stentata, disse dopo un

poco:

— Ho giurato:.. E credo che quando si giura si deve ad ogni modo

mantenere...

— Hai giurato!... A chi?... — domandò con autorevole accento la madre.

La fanciulla si riscosse spaventata delle parole che si era lasciata

sfuggire.

— A me stessa, — rispose vivamente, — a lui... a Dio!

— Ma non hai dunque sentito? — proruppe Enrico; — ma non hai dato retta

a quel che ha detto Ernesto? Quell’uomo non si sa di chi sia figlio....

— Sono supposizioni.... forse malevole.... di qualche nemico.... Egli

intanto possiede e presenta documenti....

— La sua ricchezza non si conosce onde abbia origine.

— È sempre la malevolenza che parla.... e non prova.

— E le sue attinenze con Matteo Arpione, così intime e tenute così

segrete che nessuno le ha mai sospettate?

Albina si riscosse: Enrico che se ne avvide e credette aver questa

volta colpito nel vivo, rincalzò:

— Con quell’Arpione che è odiato e disprezzato da tutti, che fece tanto

male alla nostra famiglia?

La fanciulla stette un momento prima di rispondere; poi voltando la

faccia dall’altra parte, disse con voce appena intelligibile:

— Colui lo avrà servito, come ha servito noi pure: il non essere

apparsa finora nessuna relazione fra di essi, vuol dire che il conte

di Camporolle, conosciuto qual fosse, lo ha allontanato da sè, lo ha

scacciato dal suo servizio.

— Ma e la viltà e la infamia di quel sedicente conte? Lui che s’umilia

a inginocchiarsi e domandare perdono in mezzo allo scherno, lui che

comunica o fa comunicare alla Polizia...

Qui Albina interruppe con forza:

— Ah quest’accusa dev’essere più menzognera ancora di tutte le

altre.... L’uomo che nostro fratello Ernesto ha giudicato degno di

stringere la sua mano, di essere chiamato da lui amico, di venire

ammesso nella sua famiglia, l’uomo con cui visse famigliarmente, come

fratello sotto la tenda, del quale vide atti di valore, e non udì mai

parola, non iscoprì mai traccia di bassezza; quest’uomo non è capace di

atti vili ed infami.

In lei parlava ora proprio il calore di una convinzione: e il capo

sollevatosi, lo sguardo sicuro, la voce risoluta, rivelavano anzi una

specie di rivolta a quell’eccesso di accuse.

La contessa Adelaide si alzò, venne presso alla figliuola, e mettendole

una mano sulla spalla, le disse con voce sommessa e accento non di

rimprovero, ma di rimpianto:

— Ah! tu dunque l’ami molto davvero, colui?

Albina ebbe come un’esplosione della verità nell’anima combattuta; fu

un’esclamazione, fu un grido.

— Io?... — proruppe mentre una tinta di color rosato le saliva

improvviso alle guancie. Ma la riflessione venne sollecita a frenarla;

si arrestò, curvò il capo, si nascose la faccia tra le mani e balbettò

sommessamente: — sì, sì, ve l’ho già detto.

Ernesto Respetti osservava attentamente la cugina, e mentre s’accertava

sempre più che ella era mossa da cagione che per loro era ed essa

voleva mantenere segreta, conosceva pure sempre più difficile eziandio

il trovar modo di penetrare cotal segreto.

— E or dunque» — diss’egli accostandosi alla giovane — qual è la tua

decisione in proposito?

— La mia decisione? — sussurrò Albina: — ma l’ho già manifestata....

Codeste sono calunnie, non ci credo.... In ogni modo.... e in ciò spero

che nessuno mi contraddirà... nulla si può nè si deve risolvere senza

l’intervento di Ernesto.

— Sì, hai ragione: — disse la madre: — Ernesto dev’essere informato di

tutto; e gli scriverò quest’oggi stesso.

— Ah! gli dica, madre mia, che la sua presenza è necessaria, che

s’affretti a venire: quando egli sia qui, quando egli abbia udito

codeste accuse e saputo appurarle, allora sapremo di meglio che cosa ci

tocchi di fare.

— È vero, — soggiunse il marchese, osservando più attentamente ancora

la cugina, — la presenza d’Ernesto sarà giovevole anche a quel povero

Giulio, che davvero fa compassione a vederlo, tanto è afflitto e

smarrito, e di cui ho temuto un momento qualche pazza risoluzione.

— Povero Giulio! — disse Enrico: — ei non meritava davvero un simile

dolore.

— No certo; — rincalzò la madre: — io da tanto tempo mi ero avvezzata a

riguardarlo come un figliuolo, e credo che il conte-presidente medesimo

avesse vagheggiato l’idea di salutarlo suo genero.

Albina non parve commuoversi; solamente le sue lunghe ciglia tremarono

mentre gli occhi si chinavano a terra; ogni tinta di color roseo

erale sparita dalle guancie e la sua pallidezza erasi fatta ancora più

marmorea di prima.

— Questa mattina, — continuò il Respetti, — quel povero Giulio l’ho

sorpreso che stava facendo le valigie per andarsene....

La fanciulla ebbe una lieve scossa.

— E dove voleva andarsene? — domandò Enrico.

— Pel momento a Genova.... Di là chi sa dove, se l’affetto autorevole

d’Ernesto non fosse riuscito a trattenerlo!... Parlava niente meno che

dell’America.... Poi d’andare a combattere se si fa la guerra....

— Ah! questo è meglio: — esclamò vivamente Enrico, il cui sguardo

brillò dello spirito guerresco della sua razza.

Il seno agitato d’Albina rivelava il palpito frequente del cuore; ma

ella rimaneva immobile, muta e a capo chino.

— Ora però è capitata a Giulio una misteriosa e strana avventura, di

cui egli vuol venire in chiaro prima di allontanarsi da Torino: — nel

dire queste parole, il Respetti teneva sempre d’occhio la cugina.

— Che avventura? — domandò Enrico.

— Di quest’oggi stesso, poche ore fa, una persona ignota, per

un messaggere sconosciuto, gli mandò una considerevole somma....

cinquanta mila lire, scrivendogli con calligrafia falsata che erano una

restituzione dovutagli.

Parve al marchese che Albina, su cui teneva sempre volto lo sguardo, si

riscuotesse e poi subito s’adoperasse per celare questo suo trasalto.

— Strano davvero! — esclamò la contessa: — ed egli non può supporre

donde gli provenga tal somma?

— Niente affatto; anzi mi ha appunto incaricato di interrogare Lei

zia, e voi altri suoi cugini se per caso aveste saputo dargli qualche

informazione, accennargli qualche indizio da cui poter argomentare,

indovinare l’origine di questo fatto.

Nè la contessa Adelaide, nè il cavaliere Enrico non sapevano nulla e

non avevano il menomo elemento da cui dedurre una congettura qualsiasi.

Albina, come se questo discorso non la interessasse, si fece alla

finestra, e appoggiata la fronte ai cristalli si diede a fissar gli

occhi nello spazio di fuori, ma con quello sguardo che nulla vede.

Dopo avere un po’ discorso di codesto caso straordinario, Enrico saltò

su:

— E ora che cosa intende di fare Giulio di sì misterioso denaro?

— Se non può venirne a capo di scoprire chi lo manda, ad ogni modo

egli non vuol ritenerselo, quel denaro, e lo convertirà in opere di

beneficenza.

— Benissimo! — esclamò Enrico: — un denaro sconosciuto!... Ci può esser

pericolo che sporchi le mani. Darlo via: ecco il meglio.

Albina fece una mossa vivace, si staccò dalla finestra e s’avanzò di

due passi verso gli altri.

— E perchè? — proruppe con certa forza. — Se gli si afferma che è una

certa restituzione, non c’è buona ragione da credere che questa non sia

la verità. È dunque roba sua, ed egli può ritenersela con tutta pace.

Queste parole parvero sfuggirle, ed ella pentirsene subito dopo averle

dette, perchè arrossì fino al bianco degli occhi e ratta si voltò per

tornare alla finestra.

— Oh no, oh no! — ribattè Enrico vivamente. — Noi non si è di quella

gente che possa vantaggiarsi di ricchezze di cui non sappia additare

chiara la legittima provenienza come quel signor Camporolle....

Albina parve cambiar d’avviso; s’avvicinò alla madre e le disse:

— Mi dà licenza di ritirarmi?

— Se le tue intenzioni non sono mutate, se tu non hai nulla da

aggiungere, è inutile prolungare questo colloquio, e puoi rientrare

nelle tue stanze.

La fanciulla fece un riverente inchino e si avviò.

— Ma ad ogni modo, madre mia, — proruppe Enrico, — mentre s’aspetta

l’arrivo d’Ernesto, spero che si troverà modo di tener lontano di casa

nostra quel signore.... chè s’io lo incontro mai, giuro al cielo, gli

do tal benvenuto....

— Enrico! — interruppe severamente la contessa.

— Oh perdono, madre mia! — soggiunse sollecito il figliuolo: — ma

frenarmi sarebbe forse impossibile....

— Per carità! — esclamò Albina spaventata, tornando indietro e

rivolgendosi a mani giunte al fratello: — ti prego, ti supplico, non

cimentarti con.... quel signore.... sarebbe una gran disgrazia....

Sfuggilo....

— Io? — esclamò il giovane, drizzandosi della persona con mossa piena

d’alterezza.

— Solamente per pochi giorni, — si affrettò a soggiungere la sorella. —

Ernesto stesso, te lo consiglierebbe, io te ne scongiuro....

— E io te lo comando: — disse autorevolmente la contessa.

— Io non cercherò di colui: — rispose Enrico inchinandosi, e poi

soggiunse piano mordendosi di nuovo quei suoi pochi peli di baffetti: —

ma se mi capita fra i piedi!...

Albina, ritrattasi nelle sue camere, scrisse due righe a Matteo

Arpione, con cui lo invitava a venire sollecitamente da lei che aveva

da parlargli.

E in questo medesimo frattempo il marchese Ernesto diceva alla contessa

Adelaide:

— No, non è l’amore per quel Camporolle che mosse e muove Albina....

Se Lei, zia, mi permette, io vorrei investigare la segreta ragione di

codesto strano contegno, cominciando coll’interrogare la Giustina.

La contessa Adelaide acconsentì, e la governante d’Albina fu mandata a

chiamare.

Il segreto di Matteo Arpione · 第 20 / 44 题