XVIII.

Ma quella medesima sera, pure in casa i Sangré, il marchese Ernesto

Respetti apprese una notizia che gli spiacque assai, quella che

ogni idea di matrimonio fra Albina e Giulio era messa in disparte, e

s’erano invece già intesi gli sponsali della contessina con Alfredo

di Camporolle. Siccome quest’ultimo era presente a quel punto, il

Respetti non potè manifestare tutta la sua sgradevole meraviglia, nè

domandare le spiegazioni che desiderava. Seppe, interrogando, che il

fratello maggiore d’Albina, prima di partire, aveva accettato questo

partito e che era comune desiderio delle due parti di affrettare più

che si potesse la conclusione del maritaggio; si limitò a manifestare

il suo poco aggradimento con una freddezza che si conteneva appena nei

limiti della cortesia; e rimasto poco tempo nel salotto della contessa

Adelaide, prese commiato, dicendo d’essere chiamato altrove per qualche

bisogna e che sarebbe venuto più tardi a riprendere sua moglie.

Uscendo s’informò di Enrico e apprese che il giovane cugino nei due

ultimi giorni era stato quasi sempre assente di casa, appena se

lasciandosi vedere alle ore de’ pasti, e che a quell’ora sarebbe

stato facile trovarlo al _Club del Whist_. Il marchese congetturò

subito che quest’allontanarsi d’Enrico fosse cagionato dalla

disapprovazione ch’egli pure dava a quel maritaggio e pensò di andar

subito a parlargliene. Lo trovò diffatti al _Club_ e fin dalle prime

parole vide che egli aveva congetturato il vero circa le disposizioni

d’animo d’Enrico per quel matrimonio; ma in pari tempo molto si stupì

nell’apprendere che ciò aveva voluto Albina ad ogni costo, dichiarando

essa di esser pronta a fare qualunque cosa per isposare Alfredo. Il

marchese si ricordò della somma che Albina era venuta a chiedere in

segreto a Sofia e che egli aveva promesso di darle; pensò che forse vi

fosse qualche attinenza fra questi due fatti, ma per quanto studiasse

non seppe trovar quale; si propose di stare attento, di vegliare e

tentare così di penetrare il mistero che sentiva esserci lì sotto.

Intanto si guardò bene dal dir nulla di questo al fratello d’Albina;

e anzi, siccome lo trovò irritatissimo verso il Camporolle, fece a

temperarne lo sdegno, ammonendolo, la violenza essere pessimo mezzo ad

aggiustare simili faccende, con essa non farebbe che recar dispiacere

alla madre, e contristare e danneggiare sua sorella medesima: soggiunse

che tuttavia egli sperava ancora di poter impedire codesta unione,

perchè grazie al conte di Cavour confidava di potere al giusto scoprire

tutto il passato di quel giovane, e se in esso vi fosse, come egli ne

aveva il presentimento, qualche cosa di meno accettevole, anche Albina

avrebbe rinunziato a quel matrimonio. Lo esortava quindi a non voler

far nulla di proprio capo, lasciando completamente a lui il provvedere,

e finiva con assicurarlo, che forse del domani stesso avrebbe potuto

tentar qualche cosa ed efficacemente.

Il domani, per tempo, la marchesa Sofia recava ella stessa ad Albina

la somma richiesta in tanti biglietti di banca; e la giovanetta la

ringraziava con viva effusione, ripromettendo che fra non molto essa

glie l’avrebbe restituita.

Appena rimasta sola, la contessina scriveva colla mano sinistra poche

parole sopra un fogliolino di carta senza stemma, senza cifra, metteva

il foglio insieme con quei biglietti di banca in una busta semplice

del pari, chiudeva questa con cera lacca senza impronta di suggello e

chiamava a sè il vecchio Tommaso.

— Bisogna far pervenire quest’involtino nelle mani del cavalier Giulio,

senza ch’egli sappia menomamente da chi gli viene mandato, nè abbia

alcun modo di scoprirlo mai.

— Come ho da fare? — domandò il vecchio servo.

— Il modo lo devi trovar tu, e mi sono apposta rivolta a te.

— Il servo fidatissimo ci pensò un poco sopra e poi disse:

— Potrei fare così. Vado e cerco d’un facchino o d’un lustrascarpe

che non mi conosca e non conosca neppure il cavalierino, e lo mando al

palazzo a portarglielo.

— Bada che si tratta di carte importantissime e che mi piacerebbe

vedessi tu stesso quando saranno consegnate nelle proprie mani di lui.

— La cosa si fa più difficile... Aspetti!... Si potrebbe appostare

quel commissioniere vicino al palazzo del cavalier Giulio perchè

lo aspettasse in quelle ore che egli è solito a tornare a casa: io

guarderei quando egli s’accosta, lo additerei all’uomo, mi nasconderei

in qualche porta per vedere se la commissione è fatta a dovere senza

che il cavaliere mi potesse scorgere, e poi verrei subito da Lei a

dirle com’è andata.

— Sì, così mi pare che sia il meglio. Va dunque subito, e ricordati

bene che anima al mondo non ha da saper nulla di ciò.

Verso il mezzogiorno il marchese Respetti si presentava in casa del

cavalier Giulio, e poichè questi si trovava in casa, n’era subito

ricevuto. Nella camera del giovane una valigia mezzo riempita indicava

delle intenzioni di prossimo viaggio.

Ernesto Respetti-Landeri prendeva alle braccia il cugino e tenendolo

fermo innanzi a sè per guardarlo bene entro gli occhi e discendergli

nell’anima, gli disse:

— Tu dunque vuoi fuggire? abbandonare la partita, andartene chi sa dove

a goderti il tuo crepacuore, o a far chi sa che pazzia? E ciò senza

consultarmi, senza dirmi niente, senza pensar nemmeno a chi ti ha pur

mostrato di volerti bene, ed ebbe dal nostro zio presidente l’incarico

di vegliare su di te?

— Caro Ernesto, — rispose Giulio con un aspetto che rivelava una

gran confusione, — non voglio già partire... cioè sì, ma non per far

pazzie come credi... Sì certo dapprima volevo andarmene fin laggiù

in America... dov’è morto mio padre... ma poi ho cambiato idea...

per adesso... Non voglio che andare a Genova... me lo ha consigliato

l’altro Ernesto... Sangré... Vado da lui... Là poi vedrò quello che mi

conviene di meglio... Dicono tutti che ci dev’essere la guerra; sarebbe

una follia andare fin laggiù, mentre uno può farsi ammazzare qui pel

suo paese.

Respetti scosse leggermente il giovane per le braccia, dicendogli con

affettuoso rimprovero:

— Tu dunque non hai più nessun attaccamento alla vita fuori del tuo

amore per Albina? E in questo hai perduta davvero ogni speranza?

Giulio chinò dolorosamente il capo.

— Sì: — rispose.

— Ma se io riuscissi ancora a mandare in aria quel matrimonio?

— No.... non lo devi.... Ho parlato con Albina; mi ha detto ella stessa

che esso deve compiersi a ogni modo.

— E tu l’accusi?... Tu non le perdoni?

— Chi? — domandò Giulio con calore. — Albina?... Oh no certo! Essa è

sempre un angelo, la stimo e l’adoro più che mai.

— Ma t’ha detto almeno la ragione per cui essa vuole sposare colui?

— No...

— Non t’ha detto, come a sua madre, che essa lo ama?

— Non interrogarmi.... non ti posso rispondere... non so nulla, eccetto

che una cosa: che Albina è pura d’ogni colpa, è superiore ad ogni

sospetto e ch’io l’amo più che mai.

— Insomma, in tutto questo noi siamo circondati da non so qual mistero.

— Sì, è un mistero che io darei non so che cosa per poter penetrare. A

proposito, poc’anzi ecco capitarmi un’altra misteriosa straordinaria

avventura; tu appunto potrai forse aiutarmi a venire in chiaro di

qualche cosa.

— Che avventura? sentiamo un poco.

— Venivo a casa, quando sulla cantonata ho visto accostarmi una

specie d’operaio o facchino che fosse, con una faccia a me affatto

sconosciuta, il quale domandatomi umilmente se ero il cavaliere Giulio

Sangré, e rispostogli io di sì, mi porse una busta di carta suggellata,

dicendomi che aveva da consegnare nelle mie proprie mani quel plico.

Domandai chi lo mandasse, mi rispose che non sapeva nulla e s’affrettò

ad allontanarsi senza volere ascoltare più nemmanco una parola.

Guardai la soprascritta: il ricapito era proprio il mio, ma scritto con

calligrafia evidentemente contraffatta. Aprii la busta: sai che cosa ci

ho trovato dentro?

— Non saprei indovinarlo davvero.

— Cinquanta biglietti da mille lire ciascuno....

— Eh? — fece il Respetti trasalendo, chè la sua mente era subito corsa

alla somma uguale in uguali biglietti di banca, da lui data quella

stessa mattina alla moglie perchè la recasse ad Albina.

— E insieme questo sgorbio di lettera.

Prese il foglio che accompagnava quella somma e la porse al Respetti

che lesse:

«Questi denari sono una restituzione — una sacra restituzione; non

cercate di chi; sappiate solamente che è affatto roba vostra e pregate

per chi ve la manda.»

— È strano davvero, — disse il marchese pensieroso ed esaminando

attentamente quella carta e quella mano di scritto, che quantunque

falsata gli parve di riconoscere. — Non c’era segno nessuno sui

suggelli?

— No.

— Eh! si capisce.

Annusò ancora il leggero profumo che esalava da quel foglio e gli parve

riconoscere anche quello come aveva riconosciuta la calligrafia.

— Lasciami un po’ vedere quei biglietti: — disse; e Giulio subito glie

li pose fra le mani.

Fra quelli dati da lui stesso alla moglie, ce n’era uno su cui

erano scritte a mano due iniziali: lo trovò in mezzo agli altri così

stranamente ricevuti da Giulio. Pel marchese non rimase più dubbio

alcuno: quella somma era stata mandata al giovane da Albina. Ma perchè?

— L’anonimo e misterioso pagatore di tal somma, — disse il Respetti

al cugino, — afferma essere questa una restituzione che ti fa. Bisogna

credergli, perchè non si dànno senza una buona ragione cinquanta mila

lire a un altro; ma, pensandoci bene, non puoi tu congetturare da che

parte e per qual titolo ti possa venire una siffatta restituzione?

— Io no: — rispose Giulio. — Ci ho già pensato tanto! Per un fatto mio,

già non è sicuro, perchè io, dacchè vivo, non ho mai avuto con nessuno

attinenza d’affari nè d’altro da cui mi potesse nascere un credito

simile. Potrebbe darsi che fosse qualche cosa che riguardasse mio

padre....

— Sì, certo; dev’essere così.... Tuo padre.... oh lo so bene, io mi

ricordo ancora un poco di lui, e poi tuo zio, il conte-presidente,

mi ha parlato tante volte di suo fratello.... tuo padre era la

generosità in persona, e con questo una imprudenza, una leggerezza, una

sventataggine che erano fatte apposta per lasciarlo cader vittima di

scrocconi e gente di malafede.

— E forse qualcuno di questi o qualche suo erede può essersi pentito, e

spinto dal rimorso, aver voluto fare a me la restituzione del maltolto?

— È la supposizione più probabile. Ma fra quante carte provenienti

da tuo padre io abbia mai avuto tra mani, poichè per desiderio di tuo

zio moribondo presi l’amministrazione delle cose tue, non mi avvenne

di trovare un menomo indizio di simil cosa, un cenno qualunque che

potesse recar lume in questo mistero. Hai tu da parte tua, o nella

corrispondenza di tuo padre, o in qualche altro scritto, hai tu mai

trovato alcun elemento che possa servirci di bandolo?

— Io no.... Le carte che ho di mio padre sono così poche!... La

maggior parte delle lettere rimase colaggiù dov’egli morì e andò certo

distrutta....

— Chi sa, — disse lentamente il marchese, come desideroso che il

giovane mettesse una speciale attenzione a queste sue parole: — chi sa

che alcun simile documento sia rimasto presso il tuo primo tutore, lo

zio?

— Oh no: — s’affrettò a rispondere Giulio: — i cugini me lo avrebbero

detto, me lo avrebbero subito comunicato.

— Ad ogni modo converrà parlarne con essi.... Non è impossibile

che sieno in grado di darci qualche informazione che ci metta sulla

traccia. Io, ne’ tuoi panni, ci andrei senza indugio....

— In casa della zia? — interruppe Giulio quasi spaventato. — Oh

no.... non ci metterò più i piedi, non lo posso.... ho promesso a me

stesso.... e ad altri di non comparirci più.

— Ebbene, se me lo permetti, farò io le tue parti.

— Sì, fa tu.... già io mi affido pienamente in te, per ogni cosa.

— Ci andrei subito, se non avessi ora un convegno di grande importanza,

il quale assai facilmente avrà delle conseguenze non infauste anche per

te: un colloquio col conte di Cavour.

— Ed in che modo ci posso entrar io?

— Questo te lo dirò dopo. Frattanto accetta il mio consiglio, sospendi

ogni proposito di partenza e aspetta tranquillo qui le notizie che

spero non indugierò molto a portarti.

— E di questi denari che cosa debbo farmene?

— Tenerli...

— Senza sapere da chi mi provengono e per qual titolo? No certo....

— Attendi almeno che le cose si chiariscano un poco. Se ciò non

avviene, se non potremo per nessun modo scoprire il mistero, avrai

sempre tempo di fare quel che t’ispirerà il cuore.

Il segreto di Matteo Arpione · 第 18 / 44 题