Ma quella medesima sera, pure in casa i Sangré, il marchese Ernesto
Respetti apprese una notizia che gli spiacque assai, quella che
ogni idea di matrimonio fra Albina e Giulio era messa in disparte, e
s’erano invece già intesi gli sponsali della contessina con Alfredo
di Camporolle. Siccome quest’ultimo era presente a quel punto, il
Respetti non potè manifestare tutta la sua sgradevole meraviglia, nè
domandare le spiegazioni che desiderava. Seppe, interrogando, che il
fratello maggiore d’Albina, prima di partire, aveva accettato questo
partito e che era comune desiderio delle due parti di affrettare più
che si potesse la conclusione del maritaggio; si limitò a manifestare
il suo poco aggradimento con una freddezza che si conteneva appena nei
limiti della cortesia; e rimasto poco tempo nel salotto della contessa
Adelaide, prese commiato, dicendo d’essere chiamato altrove per qualche
bisogna e che sarebbe venuto più tardi a riprendere sua moglie.
Uscendo s’informò di Enrico e apprese che il giovane cugino nei due
ultimi giorni era stato quasi sempre assente di casa, appena se
lasciandosi vedere alle ore de’ pasti, e che a quell’ora sarebbe
stato facile trovarlo al _Club del Whist_. Il marchese congetturò
subito che quest’allontanarsi d’Enrico fosse cagionato dalla
disapprovazione ch’egli pure dava a quel maritaggio e pensò di andar
subito a parlargliene. Lo trovò diffatti al _Club_ e fin dalle prime
parole vide che egli aveva congetturato il vero circa le disposizioni
d’animo d’Enrico per quel matrimonio; ma in pari tempo molto si stupì
nell’apprendere che ciò aveva voluto Albina ad ogni costo, dichiarando
essa di esser pronta a fare qualunque cosa per isposare Alfredo. Il
marchese si ricordò della somma che Albina era venuta a chiedere in
segreto a Sofia e che egli aveva promesso di darle; pensò che forse vi
fosse qualche attinenza fra questi due fatti, ma per quanto studiasse
non seppe trovar quale; si propose di stare attento, di vegliare e
tentare così di penetrare il mistero che sentiva esserci lì sotto.
Intanto si guardò bene dal dir nulla di questo al fratello d’Albina;
e anzi, siccome lo trovò irritatissimo verso il Camporolle, fece a
temperarne lo sdegno, ammonendolo, la violenza essere pessimo mezzo ad
aggiustare simili faccende, con essa non farebbe che recar dispiacere
alla madre, e contristare e danneggiare sua sorella medesima: soggiunse
che tuttavia egli sperava ancora di poter impedire codesta unione,
perchè grazie al conte di Cavour confidava di potere al giusto scoprire
tutto il passato di quel giovane, e se in esso vi fosse, come egli ne
aveva il presentimento, qualche cosa di meno accettevole, anche Albina
avrebbe rinunziato a quel matrimonio. Lo esortava quindi a non voler
far nulla di proprio capo, lasciando completamente a lui il provvedere,
e finiva con assicurarlo, che forse del domani stesso avrebbe potuto
tentar qualche cosa ed efficacemente.
Il domani, per tempo, la marchesa Sofia recava ella stessa ad Albina
la somma richiesta in tanti biglietti di banca; e la giovanetta la
ringraziava con viva effusione, ripromettendo che fra non molto essa
glie l’avrebbe restituita.
Appena rimasta sola, la contessina scriveva colla mano sinistra poche
parole sopra un fogliolino di carta senza stemma, senza cifra, metteva
il foglio insieme con quei biglietti di banca in una busta semplice
del pari, chiudeva questa con cera lacca senza impronta di suggello e
chiamava a sè il vecchio Tommaso.
— Bisogna far pervenire quest’involtino nelle mani del cavalier Giulio,
senza ch’egli sappia menomamente da chi gli viene mandato, nè abbia
alcun modo di scoprirlo mai.
— Come ho da fare? — domandò il vecchio servo.
— Il modo lo devi trovar tu, e mi sono apposta rivolta a te.
— Il servo fidatissimo ci pensò un poco sopra e poi disse:
— Potrei fare così. Vado e cerco d’un facchino o d’un lustrascarpe
che non mi conosca e non conosca neppure il cavalierino, e lo mando al
palazzo a portarglielo.
— Bada che si tratta di carte importantissime e che mi piacerebbe
vedessi tu stesso quando saranno consegnate nelle proprie mani di lui.
— La cosa si fa più difficile... Aspetti!... Si potrebbe appostare
quel commissioniere vicino al palazzo del cavalier Giulio perchè
lo aspettasse in quelle ore che egli è solito a tornare a casa: io
guarderei quando egli s’accosta, lo additerei all’uomo, mi nasconderei
in qualche porta per vedere se la commissione è fatta a dovere senza
che il cavaliere mi potesse scorgere, e poi verrei subito da Lei a
dirle com’è andata.
— Sì, così mi pare che sia il meglio. Va dunque subito, e ricordati
bene che anima al mondo non ha da saper nulla di ciò.
Verso il mezzogiorno il marchese Respetti si presentava in casa del
cavalier Giulio, e poichè questi si trovava in casa, n’era subito
ricevuto. Nella camera del giovane una valigia mezzo riempita indicava
delle intenzioni di prossimo viaggio.
Ernesto Respetti-Landeri prendeva alle braccia il cugino e tenendolo
fermo innanzi a sè per guardarlo bene entro gli occhi e discendergli
nell’anima, gli disse:
— Tu dunque vuoi fuggire? abbandonare la partita, andartene chi sa dove
a goderti il tuo crepacuore, o a far chi sa che pazzia? E ciò senza
consultarmi, senza dirmi niente, senza pensar nemmeno a chi ti ha pur
mostrato di volerti bene, ed ebbe dal nostro zio presidente l’incarico
di vegliare su di te?
— Caro Ernesto, — rispose Giulio con un aspetto che rivelava una
gran confusione, — non voglio già partire... cioè sì, ma non per far
pazzie come credi... Sì certo dapprima volevo andarmene fin laggiù
in America... dov’è morto mio padre... ma poi ho cambiato idea...
per adesso... Non voglio che andare a Genova... me lo ha consigliato
l’altro Ernesto... Sangré... Vado da lui... Là poi vedrò quello che mi
conviene di meglio... Dicono tutti che ci dev’essere la guerra; sarebbe
una follia andare fin laggiù, mentre uno può farsi ammazzare qui pel
suo paese.
Respetti scosse leggermente il giovane per le braccia, dicendogli con
affettuoso rimprovero:
— Tu dunque non hai più nessun attaccamento alla vita fuori del tuo
amore per Albina? E in questo hai perduta davvero ogni speranza?
Giulio chinò dolorosamente il capo.
— Sì: — rispose.
— Ma se io riuscissi ancora a mandare in aria quel matrimonio?
— No.... non lo devi.... Ho parlato con Albina; mi ha detto ella stessa
che esso deve compiersi a ogni modo.
— E tu l’accusi?... Tu non le perdoni?
— Chi? — domandò Giulio con calore. — Albina?... Oh no certo! Essa è
sempre un angelo, la stimo e l’adoro più che mai.
— Ma t’ha detto almeno la ragione per cui essa vuole sposare colui?
— No...
— Non t’ha detto, come a sua madre, che essa lo ama?
— Non interrogarmi.... non ti posso rispondere... non so nulla, eccetto
che una cosa: che Albina è pura d’ogni colpa, è superiore ad ogni
sospetto e ch’io l’amo più che mai.
— Insomma, in tutto questo noi siamo circondati da non so qual mistero.
— Sì, è un mistero che io darei non so che cosa per poter penetrare. A
proposito, poc’anzi ecco capitarmi un’altra misteriosa straordinaria
avventura; tu appunto potrai forse aiutarmi a venire in chiaro di
qualche cosa.
— Che avventura? sentiamo un poco.
— Venivo a casa, quando sulla cantonata ho visto accostarmi una
specie d’operaio o facchino che fosse, con una faccia a me affatto
sconosciuta, il quale domandatomi umilmente se ero il cavaliere Giulio
Sangré, e rispostogli io di sì, mi porse una busta di carta suggellata,
dicendomi che aveva da consegnare nelle mie proprie mani quel plico.
Domandai chi lo mandasse, mi rispose che non sapeva nulla e s’affrettò
ad allontanarsi senza volere ascoltare più nemmanco una parola.
Guardai la soprascritta: il ricapito era proprio il mio, ma scritto con
calligrafia evidentemente contraffatta. Aprii la busta: sai che cosa ci
ho trovato dentro?
— Non saprei indovinarlo davvero.
— Cinquanta biglietti da mille lire ciascuno....
— Eh? — fece il Respetti trasalendo, chè la sua mente era subito corsa
alla somma uguale in uguali biglietti di banca, da lui data quella
stessa mattina alla moglie perchè la recasse ad Albina.
— E insieme questo sgorbio di lettera.
Prese il foglio che accompagnava quella somma e la porse al Respetti
che lesse:
«Questi denari sono una restituzione — una sacra restituzione; non
cercate di chi; sappiate solamente che è affatto roba vostra e pregate
per chi ve la manda.»
— È strano davvero, — disse il marchese pensieroso ed esaminando
attentamente quella carta e quella mano di scritto, che quantunque
falsata gli parve di riconoscere. — Non c’era segno nessuno sui
suggelli?
— No.
— Eh! si capisce.
Annusò ancora il leggero profumo che esalava da quel foglio e gli parve
riconoscere anche quello come aveva riconosciuta la calligrafia.
— Lasciami un po’ vedere quei biglietti: — disse; e Giulio subito glie
li pose fra le mani.
Fra quelli dati da lui stesso alla moglie, ce n’era uno su cui
erano scritte a mano due iniziali: lo trovò in mezzo agli altri così
stranamente ricevuti da Giulio. Pel marchese non rimase più dubbio
alcuno: quella somma era stata mandata al giovane da Albina. Ma perchè?
— L’anonimo e misterioso pagatore di tal somma, — disse il Respetti
al cugino, — afferma essere questa una restituzione che ti fa. Bisogna
credergli, perchè non si dànno senza una buona ragione cinquanta mila
lire a un altro; ma, pensandoci bene, non puoi tu congetturare da che
parte e per qual titolo ti possa venire una siffatta restituzione?
— Io no: — rispose Giulio. — Ci ho già pensato tanto! Per un fatto mio,
già non è sicuro, perchè io, dacchè vivo, non ho mai avuto con nessuno
attinenza d’affari nè d’altro da cui mi potesse nascere un credito
simile. Potrebbe darsi che fosse qualche cosa che riguardasse mio
padre....
— Sì, certo; dev’essere così.... Tuo padre.... oh lo so bene, io mi
ricordo ancora un poco di lui, e poi tuo zio, il conte-presidente,
mi ha parlato tante volte di suo fratello.... tuo padre era la
generosità in persona, e con questo una imprudenza, una leggerezza, una
sventataggine che erano fatte apposta per lasciarlo cader vittima di
scrocconi e gente di malafede.
— E forse qualcuno di questi o qualche suo erede può essersi pentito, e
spinto dal rimorso, aver voluto fare a me la restituzione del maltolto?
— È la supposizione più probabile. Ma fra quante carte provenienti
da tuo padre io abbia mai avuto tra mani, poichè per desiderio di tuo
zio moribondo presi l’amministrazione delle cose tue, non mi avvenne
di trovare un menomo indizio di simil cosa, un cenno qualunque che
potesse recar lume in questo mistero. Hai tu da parte tua, o nella
corrispondenza di tuo padre, o in qualche altro scritto, hai tu mai
trovato alcun elemento che possa servirci di bandolo?
— Io no.... Le carte che ho di mio padre sono così poche!... La
maggior parte delle lettere rimase colaggiù dov’egli morì e andò certo
distrutta....
— Chi sa, — disse lentamente il marchese, come desideroso che il
giovane mettesse una speciale attenzione a queste sue parole: — chi sa
che alcun simile documento sia rimasto presso il tuo primo tutore, lo
zio?
— Oh no: — s’affrettò a rispondere Giulio: — i cugini me lo avrebbero
detto, me lo avrebbero subito comunicato.
— Ad ogni modo converrà parlarne con essi.... Non è impossibile
che sieno in grado di darci qualche informazione che ci metta sulla
traccia. Io, ne’ tuoi panni, ci andrei senza indugio....
— In casa della zia? — interruppe Giulio quasi spaventato. — Oh
no.... non ci metterò più i piedi, non lo posso.... ho promesso a me
stesso.... e ad altri di non comparirci più.
— Ebbene, se me lo permetti, farò io le tue parti.
— Sì, fa tu.... già io mi affido pienamente in te, per ogni cosa.
— Ci andrei subito, se non avessi ora un convegno di grande importanza,
il quale assai facilmente avrà delle conseguenze non infauste anche per
te: un colloquio col conte di Cavour.
— Ed in che modo ci posso entrar io?
— Questo te lo dirò dopo. Frattanto accetta il mio consiglio, sospendi
ogni proposito di partenza e aspetta tranquillo qui le notizie che
spero non indugierò molto a portarti.
— E di questi denari che cosa debbo farmene?
— Tenerli...
— Senza sapere da chi mi provengono e per qual titolo? No certo....
— Attendi almeno che le cose si chiariscano un poco. Se ciò non
avviene, se non potremo per nessun modo scoprire il mistero, avrai
sempre tempo di fare quel che t’ispirerà il cuore.