XVII.

La meraviglia della marchesa Sofia si accrebbe d’assai quando la

contessina Albina, senza punto preamboli, le disse:

— Sono venuta da te per un grande favore, quale non saprei a chi altri

domandare, e pel quale bisogna assolutamente che tu mi prometta il più

assoluto segreto e che non nieghi di accordarmelo.

Così dicendo la giovanetta aveva insieme e la mostra d’un’emozione

appena dominata e l’aspetto di risolutezza che era propria dei Sangré.

— Cara mia! — esclamò la marchesa abbracciando affettuosamente la

cuginetta: — tu non hai che da parlare, e m’impegno fin d’ora, senza

sapere di che cosa si tratti, che farò tutto quanto mi domandi.

— Grazie!... Ma non è cosa tanto semplice a farsi, come non è tanto

facile a dirsi...

Albina stette un momentino, come per raccogliere le sue forze; poi,

arrossendo fino alla radice dei capelli, disse con voce tanto bassa,

che appena se la cugina l’udì;

— Ho bisogno di una somma...

— Di denaro? — fece la marchesa stupita.

— Sì,... e una somma di qualche rilievo.

— Ah capisco... Forse qualche nuovo debito d’Ernesto?

— No; no: — interruppe vivamente la fanciulla. — Non è quel che tu

credi, davvero, davvero.

— E qual somma?

— Cinquanta mila lire.

— Possibile!.... Ma non è mica una bazzecola.... E sei venuta da me

perchè io te la procuri?

— Ci ho pensato tanto!... A chi altri avrei potuto rivolgermi?

— Ma io, come vuoi che?...

— Per mezzo di tuo marito...

— Certo il marchese non sarebbe menomamente impacciato a darmi questa

somma dall’oggi al domani; ma con che pretesto posso io domandargliela?

— Ho creduto che foste in tali rapporti insieme da poter tu ottenere da

lui questo piacere, anche senza dirgliene il motivo...

— Eh, mia cara, gli uomini sono più curiosi di quel che tu pensi...

Mio marito, senza dar soverchia importanza al denaro, usa pure tenerne

conto come di quel potente mezzo che è nel mondo: è difficile che si

contenti di sborsare una somma sì vistosa senza saperne l’impiego...

— Potresti dire che è per una tua amica.... ed è la verità: non sono

io anche tua affezionatissima amica?... la quale t’ha pregata, come

faccio davvero, del più rigoroso segreto... Bada che non sarebbe che un

imprestito di poco tempo.... Fra un mese al più tardi io sarò maritata,

e allora sulla mia dote m’affretterò a restituire...

— Zitta lì... questo non è discorso che ci vada. Se posso fare il tuo

desiderio, se trovo il modo di indurre Ernesto a darmi quel denaro ad

occhi chiusi, tu non avrai a pensare alla restituzione che con tutto

tuo comodo.

Albina prese di nuovo le mani della marchesa.

— Ma lo potrai? Lo troverai quel modo?

La moglie del Respetti sorrise commossa alla soave istanza di preghiera

che eravi in quelle domande.

— Spero di sì, — rispose stringendo anch’essa le mani della giovanetta,

— e se c’è premura...

— Oh sì! — interruppe Albina: — moltissima premura...

— Ebbene, oggi stesso gli darò l’assalto...

— Grazie! grazie! — esclamò Albina abbracciando strettamente la

marchesa. — Tu mi renderai uno di quei servizi che non si possono mai

compensare...

— Aspetta almeno a ringraziarmi quando abbia ottenuto qualche cosa....

E intanto per questa sera medesima ti prometto una parola di risposta.

La contessina di Valneve se ne tornò a casa colla sora Giustina; e la

marchesa Sofia, piena d’interessamento per la giovane cugina, mantenne

la parola, e forse meno d’un’ora dopo quel colloquio faceva al marito

la strana domanda.

Il vero è che il caso parve volerla favorire e venne a porgergliene una

certa occasione.

Ernesto Respetti-Landeri era rientrato alla locanda con una lieta

animazione, e non aveva indugiato pure un momento a dirne il motivo

alla moglie, colla quale duravano sempre, anzi eran più vive, la

affezione e la confidenza. La guerra contro l’Austria, coll’aiuto

delle armi francesi, era oramai certa, e certa del pari se ne riteneva

la vittoria: il marchese, per sottrarre la moglie ai pericoli che

ci potevano essere a Milano in quegli ultimi tempi in cui avrebbero

comandato gli Austriaci minacciati, poi assaliti, aveva deciso di

lasciare la marchesa a Torino e aveva domandato francamente per lei

l’ospitalità della contessa Adelaide di Valneve, la quale non è a

dirsi con quanto lieto animo si fosse affrettata ad accordarla. Fra

pochi giorni adunque egli, il marchese Ernesto, sarebbe ripartito per

Milano, dove ci aveva appunto qualche importante missione da compiere,

affidatagli, come sappiamo, dal Cavour, e avrebbe lasciato in casa

dei Valneve la marchesa Sofia, cui sarebbe venuto a raggiungere o

riprendere appena gli avvenimenti lo avessero permesso.

La marchesa non accettò così di piano questo disegno; non voleva

separarsi dal marito, desiderava parteciparne i pericoli, diceva la

sua ansietà sarebbe maggiore da lontano, le sembrava mancare al proprio

dovere separandosene. Ma egli insistette e la vinse, massime affermando

che l’inquietudine da cui sarebbe agitato se ella si trovasse esposta

a quei rischi, gli avrebbe fatto assai male, lo avrebbe impacciato e

reso inabile nel compiere quegli uffici che aveva assunti. E alla fine

soggiunse:

— E chi sa che questa non sia occasione che, in qualunque modo volgan

le cose, mi decida a ristabilire la nostra dimora a Torino. Questa

città è ora ben cambiata da quando credetti conveniente abbandonarla, e

ora son certo che ci potremmo vivere assai meglio. Se l’Austria vince,

sicuro che non sarà opportuno consiglio tornare a Milano; se vinciamo

noi, sarà pure utile e piacevole venirci a stabilire alla capitale.

Così bene, che di questi giorni dovendo esigere una vistosa somma, ho

pensato bene di investirla qui a Torino...

— Tu hai da esigere una grossa somma? — proruppe vivamente la marchesa.

— Sì.

— E allora potrai darmi senza il menomo tuo incomodo una cinquantina di

mila lire che mi occorrono.

Il marchese guardò stupito la moglie.

— Cinquanta mila lire! — esclamò. — Che ne vuoi fare?

Sofia disse dell’amica, del segreto, eccetera. Ernesto rispose con

fredda galanteria:

— Mia moglie può domandarmi qualunque cosa, e sarà sempre sicura

d’ottenerla, se è in poter mio. Domani stesso avrai le cinquanta mila

lire, ma mi permetterai ch’io non ti taccia il mio stupore e il mio

dispiacere per la mancanza di fiducia che tu mi dimostri facendomi un

segreto della destinazione di questa somma.

La nobiltà del tratto e delle parole vinse la marchesa più che non

avrebbe fatto qualunque insistenza di domanda; si gettò al collo del

marito e gli disse tutto quello che Albina le aveva detto, facendo a

lui pure giurare, ci s’intende, il più assoluto segreto.

Quella sera medesima la marchesa Sofia andata al palazzo dei Sangré,

susurrò all’orecchio d’Albina queste parole:

— Domani avrai quello che desideri.

Il segreto di Matteo Arpione · 第 17 / 44 题