La marchesa Sofia era sempre leggiadra, graziosa e buona. Dopo
l’avventura del duello fra il cugino Ernesto e von Klernick, ella
avea acquistato ancora un altro merito agli occhi dei liberali
milanesi, che vuol dire di quasi tutta quella società, e più ancora
di suo marito: quello di avere chiuso l’uscio di sua casa a tutti gli
ufficiali austriaci e aver tolto affatto a chi frequentava le sue sale
il pericolo d’incontrarvi l’abborrita assisa dei soldati stranieri.
La conversazione quindi in casa di lei era venuta in gran favore;
vi accorrevano premurosamente tutte le individualità più distinte di
Milano per censo, per ingegno, per dottrina, scienziati, scrittori,
artisti, e siccome la padrona di casa, insieme coll’avvenenza,
possedeva spirito, tatto, eleganza, vi si piacevano assai e avevano
messo il salotto della marchesa così alla moda, che l’esservi ammesso
era il desiderio di quanti, uomini e donne, aspiravano a venir
giudicati persone di garbo.
Il marchese avea continuato a lavorare, recare vantaggi all’agricoltura
e arricchire il suo patrimonio. Studiando i bisogni assai trascurati
della coltivazione de’ campi in Italia, aveva incontrato sul suo
cammino anche i bisogni, che son troppi e troppo negletti ancor
essi, de’ coltivatori, e non se n’era sviato con indifferenza o
coll’impaziente leggerezza dell’egoismo non ancora direttamente
minacciato; ma ci si era messo intorno di buon animo e aveva penetrato
forse più che non altri nella questione sociale agraria, meno
immediatamente pericolosa e urgente, ma non meno grave e terribile di
quella operaia. Aveva pubblicato un libro indarno alle condizioni della
proprietà agricola in Lombardia, e benchè ci fosse e apparisse evidente
il proposito di non toccare la quistione politica, tuttavia, trattando
delle imposte e dei provvedimenti amministrativi che direttamente
e mediatamente influivano sulle cose e gl’interessi de’ campi e de’
campagnuoli, saltava fuori luminosamente provato, anche sotto questo
rispetto, il danno della dominazione straniera; con effetto anzi tanto
maggiore in quanto che i ragionamenti che conducevano irrefragabilmente
a tal conclusione, parevano ed erano più alieni da ogni soffio di
passione, da ogni influsso di preoccupazione politica. Questo libro
aveva prodotto un grande effetto nelle sfere governative, in quella
degli intelligenti studiosi, e in generale in tutto il pubblico, il
quale, senza leggere le pagine poco divertenti di quel trattato,
udendo che era uno scritto liberale, avverso all’Austria, si pose
a batter le mani, a gridar bravo all’autore e a proclamare il libro
un capo d’opera. Il Governo, impensierito, imbizzito di questa nuova
popolarità del nobile piemontese, della quale capiva il significato
di opposizione, posto ancora in sospetto verso il marchese dalle gite
assai più frequenti d’un tempo, che egli faceva in Piemonte, pensò
un momento di dargli addirittura lo sfratto; ma poi non osò mostrare
tanta paura di tale, cui nessuno poteva accusare di avere attinenze
coi rivoluzionari, e che si sapeva pure essere costretto a quei viaggi
al di qua del Ticino dall’amministrazione ch’egli aveva assunta ed
esercitava con zelo dei beni e degli interessi di un giovane parente,
il cavaliere Giulio Sangré. In realtà però avveniva che i rapporti del
marchese Respetti col partito nazionale esistessero davvero e fossero
maggiori di quanto l’Austria sospettasse, e ciò per mezzo del capo
medesimo di quel partito da Vienna così odiato, il conte Camillo di
Cavour, ministro del re Vittorio Emanuele II. Non ci fu mai volta in
cui Ernesto Respetti-Landeri venisse in Piemonte, senza che il Cavour,
il quale lo conosceva già da tempo, non trovasse modo di avere con lui
una più o meno lunga, sempre vivace conversazione. Talvolta gli era
incontrandolo sotto i portici di via di Po, nella passeggiata che il
ministro ci faceva quotidianamente.
— Oh oh Respetti! Lei qui? — gli gridava col suo accento, di solito
allegro, il ministro; e pigliandolo famigliarmente pel braccio
lo traeva seco, mentre quelli che l’accompagnavano, passavano
discretamente di dietro in seconda linea.
Un’altra volta era trovandolo la sera in qualche salotto, o spettacolo,
o convegno qualunque del mondo elegante; ei lo traeva con sè,
così, senza apparenza nessuna di malizia in un angolo appartato,
nella strombatura d’un finestrone, in un più riposto gabinetto, e
discorrevano animatamente, mentre tutti ci mettevano la migliore
attenzione del mondo a non interromperli, a non disturbarli, a nemmanco
accorgersene. Cavour era abilissimo a interrogare. Il Respetti aveva
un gran desiderio di rispondere; e così avveniva che dopo mezz’ora
di colloquio quel di Lombardia avesse detto tutto quel che per lui si
sapesse dello stato degli animi e delle cose in quel paese, e l’accorto
ministro del Piemonte avesse imparato assai di quanto a quel proposito
gli poteva importare.
Questa fiata, arrivato la vigilia a ora tarda, il marchese Ernesto non
aveva ancora avuto occasione d’incontrare il Cavour; ma egli sperava di
averla quel giorno medesimo ed era deciso di andarla a cercare, perchè
gli pareva avere informazioni importantissime da dire al ministro e
immaginava che questi, a sua volta, avrebbe avuto grande interessamento
ad ascoltarle e fors’anco assai desiderio di comunicare a lui cose di
molto rilievo.
Ora intanto ed egli e la moglie erano tutti coll’anima e col cuore alla
mesta commemorazione celebrata dai loro amici e congiunti, i Sangré.
Scambiati colla maggior effusione gli affettuosi convenevoli fra
i Respetti ed i Valneve, il marchese Ernesto che, allora pure per
la prima volta, dopo il suo arrivo a Torino, vedeva il suo giovane
protetto Giulio, notò in costui la pallidezza maggiore, l’aria afflitta
e contrariata, il turbamento dell’anima cui la ingenua fisonomia del
giovanetto non sapeva dissimulare; onde, prendendolo amichevolmente pel
braccio e trattolo un poco in disparte, senza che paresse, gli domandò
sotto voce:
— Che cos’hai Giulio?... Stai poco bene o ti è capitato qualche
dispiacere?
Il giovane cominciò per arrossire fino alla radice de’ capelli e poi
rispose con penoso imbarazzo:
— Io no.... non ho niente....
Ernesto Respetti avrebbe forse insistito; ma a salvare il povero Giulio
da ulteriore interrogazione, sopraggiunsero in quella Enrico di Valneve
e Alfredo di Camporolle.
Il primogenito dei Sangré aveva avuto ragione dicendo che la campagna
di Crimea era stata di gran giovamento ad Alfredo, afforzandone la
tempra e rinvigorendone le membra. Quel morbosamente delicato che
notammo in lui, quando lo vedemmo la prima volta a Bologna innamorarsi
dell’avventuriera che doveva essergli tanto fatale, quel femmineo che
lo aveva fatto chiamare beffardamente la _ragazza_ dal fu duca di
Parma, era affatto sparito da lui. La carnagione gli si era un po’
più abbronzata, i tratti avevano prese linee più precise e ferme,
lo sguardo più sicurezza e la fisonomia un’espressione più ardita
e virile. Da ciò il suo volto erasi ancora abbellito, e se la Zoe
l’avesse visto ora, forse avrebbe trovato anche maggiore in lui quella
potenza dello sguardo che le aveva ricordato vivamente un uomo amato e
perduto ed era stata la prima cagione della loro attinenza.
Tornato dalla spedizione di Crimea, Alfredo non s’era stabilito subito
a Torino, benchè fosse quello il suo massimo desiderio. L’immagine di
Albina, si era impressa così fattamente nel cuore di lui, che sempre
e nella campagna e poi egli l’aveva presente; ma aveva pur capito che
questo suo amore, il quale ingigantiva ogni giorno, così diverso da
quello statogli prima ispirato dalla Zoe, non avrebbe potuto avere
per allora fortunato successo. La fanciulla era troppo giovane perchè
si consentisse già ad accasarla, ed egli era troppo poco noto a lei
stessa e alla famiglia per venirne accettato fin da quei punto quale
pretendente alla mano di Albina.
Aveva fatto erigere il modesto monumento sulla tomba di sua madre,
ma non aveva potuto andarci lui a farlo mettere a posto nè tampoco a
vederlo di poi, perchè la polizia parmense l’aveva respinto ai confini
e ricordatogli l’intimazione di non introdursi mai più nel territorio
del ducato; e s’era dovuto, a sua gran malavoglia, servire per ciò
dell’opera di Matteo Arpione che fece eseguire ogni cosa per mezzo
dell’Antonia e del Battistino. S’era quindi recato a Lugo, e là aveva
rintracciate alcune notizie dei Corina suo padre e suo avo, le quali
s’accordavano perfettamente colle informazioni dategli da Matteo.
Congiunti suoi, appartenenti alla sua famiglia, amici della medesima
neppure, non ve n’esistevano più: ed egli, dopo passato alcun tempo
nel suo vasto possedimento da cui prendeva il titolo nobiliare, in
una solitudine che gli si fece presto amaramente uggiosa, aveva finito
per venirsi a stabilire a Torino, dove il cuore lo spingeva sempre a
recarsi, dove da un anno abitava, e introdotto nella migliore e più
alta società, erasi fatto intimo amico anche del secondogenito dei
Sangré e famigliarissimo di questa nobile famiglia.