La contessa Adelaide, nella sua mestizia irrevocabile oramai, ma
mestizia rassegnata e che oserei dire soave, conservava ancora
traccia della splendida bellezza della sua gioventù. I capelli,
tutti imbiancati ne’ cinque anni trascorsi dopo la morte del marito,
scendendole alle tempia in due striscie larghe e ben fornite, le
coronavano la bella fronte, bianca al pari dell’alabastro, dandole non
so quale splendore, che destava in qualunque, omaggio di reverenza;
gli occhi erano ancora pieni di luce, le labbra, benchè impallidite, di
grazia; il contegno era mitemente altero, rivelava la coscienza d’una
certa dignità e supremazia, ma accompagnata dalla maggiore benevolenza
dell’animo e gentilezza di modi. Vestiva tutto di nero, chè dal dì in
cui era rimasta vedova, non aveva più abbandonato il corruccio, e avea
deciso non lasciarlo più in tutta la sua vita; e da quell’abbigliamento
scuro, ricco insieme e modesto, che faceva ricrescere la pallidezza
del suo volto, la canizie de’ suoi capelli, essa riceveva all’aspetto
una maggior solennità, un non so che di venerando. Era una di quelle
figure di donna, innanzi alle quali, nessuno, per quanto corrotto e
malavvezzo, oserebbe manifestare un sentimento, non che colpevole,
triviale, quasi non oserebbe nemmeno concepirlo nè lo potrebbe provare.
Ella sedeva sopra un gran seggiolone, postato proprio in faccia al
ritratto del defunto, e guardava fiso questo ritratto, e le labbra le
si movevano lievemente, per dire, senza suono però, forse un amoroso
saluto, forse una preghiera.
Ritta accanto a lei, appoggiata con un gomito alla spalliera del
seggiolone, stava la figliuola, la contessina Albina, nella quale
riviveva in tutto il suo fiore, in tutta la sua splendidezza, la
beltà giovanile della madre. Mai profilo più puro fu disegnato da
mano ispirata d’artista; mai sguardo di fanciulla seppe ispirare in
cuor d’uomo più nobili sentimenti e aspirazioni, smania più viva ed
efficace di bene, di grandezza, di gloria. I suoi occhi, azzurri come
il cielo, avevano una profondità da oceano, uno splendore da stella, e,
colla vivacità della giovinezza, la mestizia del pensiero. Le labbra
sorridevano raramente, ma nella piegatura, nella vivacità del colore,
nella leggiadria delle linee, avevano un’attraenza, una seduzione
impareggiabile. Pareva, chi le guardasse, che sarebbe stata una
felicità solo il vederle a sorridergli, l’udirne una parola gentile.
Ella parlava poco, in presenza di estranei alla famiglia pochissimo, ma
non senza arguzia, sempre per manifestare i più nobili sentimenti; e la
sua voce era una cara armonia. Quanti solamente a vederla l’amavano!
Tutti quelli che l’accostavano, e congiunti, e conoscenti, e servi, e
artefici, tutti dovevano adorarla. Vestiva di scuro anch’essa e il suo
capo biondo, ornato riccamente dal diadema d’oro dei capelli, sorgeva
superbamente pel collo esile e bianco sopra un collaretto di trina che
terminava l’abito di seta nera, serrato sino alla gola; le sue mani
piccole, un po’ lunghette, affusolate, acquistavano maggior candore,
quasi una trasparenza, dal nero delle maniche lunghe fino ai polsi e
strette alle braccia alquanto sottili, ma di una perfetta modellatura.
Quando Ernesto e Giulio entrarono nel salone, la madre e la figliuola
si volsero; la prima sorrise lievemente, fece brillare di una mite
gioia il suo sguardo e tese la mano verso il suo primogenito; la
seconda salutò con uno sguardo e un sorriso i due nuovi venuti,
e, forse pel piacere di rivedere il fratello, sotto la finissima
epidermide, le corse alle guancie una lieve ondata di sangue a dare
alla sua pallida carnagione una tinta di color rosato.
Il conte andò sollecito innanzi alla madre, le inchinò dinanzi le sue
spalline da maggiore, il suo petto fregiato della medaglia al valor
militare, che si era guadagnata in Crimea, il capo ordinariamente
eretto con altiera sicurezza innanzi a tutti; le prese la destra che
ella gli porgeva e la baciò con reverenza piena pure d’affetto.
— Madre mia, — le disse, — la rivedo con gioia in buona salute.
Essa lasciò che il figliuolo le baciasse la mano e pronunciasse
quelle parole: il suo sguardo e le labbra dicevano sempre la tenera
letizia del suo cuore in quel momento, poi per la mano con cui Ernesto
stringeva quella di lei, la madre trasse a sè il figlio, lo serrò al
suo petto, lo baciò sulla fronte e sulle guancie, e facendo posare
il capo di lui sulla sua spalla, in quell’amoroso amplesso disse,
guardando con occhio inumidito il ritratto dell’estinto:
— Che tu sia il benvenuto, figliuol mio: il benvenuto in questa casa
che è la tua, in questo giorno che è ora per noi il più triste e il più
solenne!
Ernesto si rialzò commosso, per un minuto non potè parlare; le labbra
gli tremolavano.
— Grazie, madre mia!... — Non seppe dir altro; e poi presa alle due
mani la sorella, senza parlare, la trasse a sè, l’abbracciò e la baciò
con profonda commozione, con infinita tenerezza.
Giulio s’era fermato con rispettosa timidezza sulla soglia, quasi
pauroso di turbare colla sua presenza quel primo sfogo di domestici
affetti: e fu la contessa Adelaide la prima, non che lo vedesse, ma
che lo invitasse ad avanzarsi. Il giovane s’accostò alla zia, le baciò
ancor egli la mano, domandandole nuove della salute, e poi si volse
alla cugina, che Ernesto aveva lasciata libera del suo affettuosissimo
amplesso.
— Addio, Albina: — le disse: — tu stai bene?
Le parole erano le solite che sono in bocca anche dei più indifferenti;
ma nell’accento con cui erano pronunziate vibrava l’emozione di un
affetto così intenso, così pieno, così potente, che qualunque donna
l’avrebbe potuto avvertire; pensiamo un poco se non doveva accorgersene
Albina, la quale aveva una tanta finezza di percezione, tanta
delicatezza di sentimenti!
— Grazie! — ella rispose: — e tu pure?
La risposta era comune come la domanda; ma l’accompagnavano un sorriso,
uno sguardo e un porgersi della manina candida e sottile dalle lucide
unghie di lieve color roseo.
Giulio, impacciato, turbato, prese timidamente quella destra, la toccò
appena, non osò stringerla e la abbandonò in fretta, come se il raso
morbido di quella splendida epidermide gli scottasse la palma, anche
traverso la pelle del suo guanto.
— E dov’è Enrico? — domandò Ernesto.
— È nel suo quartiere, — rispose la madre. — Ci ha insieme Alfredo di
Camporolle.
— Ah! — esclamò vivamente Ernesto, — quel buon Alfredo!.... Lo vedrò
pur tanto volentieri.
Anche Giulio, a quel nome, si riscosse e mandò una piccola esclamazione
cui però riuscì a soffocare in gola; ma nè il suo riscuotersi, nè la
sua esclamazione non erano di contentezza. Lo sguardo di lui corse
subito, ratto, al volto di Albina, per esaminarne l’espressione: e
anche gli occhi di Ernesto si volsero alla giovinetta, ma i lineamenti
di costei non dissero nulla ed ella s’aggiustò con tutta indifferenza
le trine d’un polsino.
Ernesto continuava:
— Alfredo è dunque diventato amicissimo di mio fratello?
— Oh sono inseparabili: — rispose sorridendo lievemente la contessa
Adelaide.
— È perciò che si trova in casa nostra tanto di buon’ora? Credo che la
sia un’amicizia codesta che non possa far torto nè danno ad Enrico.
— Lo credo anch’io: — disse la madre. — Camporolle mi pare un giovane
proprio ammodo, un vero gentiluomo. E del resto tu che lo conosci
intimamente, Ernesto, tu che hai fatta con lui la campagna di Crimea,
puoi giudicare molto più rettamente dei suoi meriti.
— Se non l’avessi conosciuto degno di frequentare la casa della
contessa di Valneve, se non lo stimassi tale non avrei osato
presentarglielo, madre mia: — disse con accento serio il maggiore delle
guardie;. — Quando si fa insieme una campagna, e una come quella di
Crimea, lontano dalla patria e da ogni affezione, coll’immenso cielo
per vôlta sul capo, e la morte, sotto diverse forme, di _choléra_, di
palla o di mitraglia del nemico, in agguato ad ogni passo, si ha campo
di leggersi nel cuore, due che abbiano un po’ di cervello in capo, e
di stimarsi a vicenda l’anima per quel che la vale. Camporolle non è
dei caratteri più forti, ma è di indole retta, onesta e valorosa. Male
attorniato avrebbe potuto traviare... — Mandò un sospiro e aggiunse
amaramente: — È pure così facile alla gioventù di lasciarsi trascinare
a quelle che sembrano soltanto leggere follie e possono poi far capo
anche a gravi errori!... Ma a lui fu sorte faustissima l’essere venuto
a combattere laggiù. La disciplina militare e la filosofia pratica,
modesta, ma efficacissima delle privazioni e dei pericoli, degli
spettacoli dolorosi delle battaglie e delle stragi, hanno fatto più
robusta la sua tempra, afforzato il suo carattere, come invigorita
eziandio la fibra dei suoi muscoli. Io l’ho visto sotto il fischio
delle palle e il grandinar della mitraglia, l’ho visto assistere
all’agonia dei _cholerosi_, l’ho visto a battere i denti in un freddo
da Siberia alla trincea, e ho capito che la istintiva simpatia che
avevo subito sentito per lui al primo vederlo non aveva avuto torto.
La contessa Adelaide accennò gravemente col capo che approvava le
parole del figliuolo; Albina conservava inalterabile il suo contegno di
cortese, sempre aggraziata, un po’ altiera indifferenza; Giulio, a quel
panegirico, provava una contrarietà che, a dispetto della timidezza,
trovava modo di manifestarsi, nell’agitazione delle sue mani, nel
morsicchiarsi le labbra, nel rossore del viso, nel balenìo degli occhi.
La contessina fece sgusciare uno sguardo di sbieco fino a lui, e parve
che un lieve, finissimo sorriso increspasse un momento le sue labbra
color di rosa; ma gli occhi di lei videro più in là, sino all’uscio
della sala che, aprendosi, diede il passo all’altro suo fratello.
— Ecco Enrico! — diss’ella.
Ernesto mosse vivamente alcuni passi incontro al fratello, che da parte
sua corse sollecito verso di lui.
— Ernesto!
— Enrico!
Coll’esclamazione dei loro nomi, i due giovani confusero in un amplesso
l’emozione reciproca della loro verace, sincera, vivissima tenerezza
fraterna.
Lo sguardo della madre loro si posò con compiacenza, con una specie
d’orgoglio sul gruppo di quei due giovani leggiadri, valenti, buoni
e generosi, e poi risalì fino al ritratto del padre loro, quasi
ad additarglieli, quasi a fare omaggio alla memoria di lui delle
consolazioni ch’ella ne riceveva.
Enrico era di statura più alta che Ernesto, ma di complessione più
delicata ancora: somigliantissimo del resto al fratello, però con un
piglio più altezzoso, come pure con più superba e forse meno cortese
l’indole. Dalla coscienza che aveva della pura nobiltà del suo sangue,
egli non riceveva soltanto l’idea dei maggiori obblighi che gli
toccassero, ma eziandio quella d’una supremazia che gli competesse
naturalmente, d’una maggioranza che la Provvidenza gli avesse
dato sugli altri uomini. Non può dirsi che disprezzasse quelli che
appartenevano alle classi inferiori, perchè veramente non disprezzava
nessuno, ma li stimava tutti da meno, aveva un certo rancore contro la
borghesia che vedeva invadere ogni uffizio, ogni autorità, recarsi in
pugno ogni potere sociale e le preferiva anzi la plebe, detestava poi i
nuovi nobili, che gli parevano la caricatura della vera aristocrazia.
Finite le «accoglienze oneste e liete» col fratello, Enrico si volse
alla madre:
— Vengo a pregarla d’un favore, a nome d’un supplicante, che non osa
presentarsi.
— Chi? — disse la contessa volgendosi al secondogenito: — Camporolle
forse?
— Sì, madre. Egli desidererebbe associarsi con noi, oggi, all’omaggio
che rendiamo alla santa memoria di nostro padre, benchè non ci sia
congiunto per sangue, benchè non l’abbia neppure conosciuto da vivo;
ma egli dice che ha tanto affetto per la nostra famiglia, che in quel
tempo appunto quando ci capitò cotanta sventura, egli strinse amicizia
con Ernesto, che dalla lettera con cui Ernesto gli annunziava il nostro
dolore, egli ebbe efficace aiuto a salvarsi da una crisi tremenda della
sua vita, così bene che gli pare quasi d’avere un po’ di ragione da
chiedere parte alla nostra domestica commemorazione.
La contessa Adelaide corrugò un poco le sopracciglia e guardò il
primogenito, come per vedere nell’aperto di lui volto le impressioni
che queste parole gli facevano.
— È vero, — disse il maggiore con qualche vivacità. — Forse, se io non
gli avessi scritto allora, avrebbe potuto lasciarsi trascinare in un
abisso. Egli ebbe in me la più intiera fiducia, e riuscii a persuaderlo
che altrove da quel ch’egli credeva stava la difesa del suo onore e la
giusta vendetta dei suoi oltraggiatori.
— Se tu, Ernesto, ne lo credi degno, se vedi che ciò sia conveniente,
io non nego il mio consenso all’ammissione fra di noi del conte di
Camporolle.
— E io vado subito a dargli questa buona notizia, — esclamò Enrico; — e
ritorno sollecito qui con lui.
Uscì senz’altro: e Giulio, che tormentava da un poco il guanto della
mano sinistra, ne strappò un bottone.
Il vecchio Tommaso spalancò l’uscio e annunziò:
— Il signor marchese e la signora marchesa Respetti-Landeri.
La contessa Adelaide volse il capo con premura verso l’entrata: Ernesto
ed Albina mossero solleciti incontro ai cugini, che, arrivati da Milano
fin dalla sera precedente, si presentavano, con iscrupolosa esattezza,
all’ora posta, nel salone del palazzo Sangré.