II.

La repubblica di Venezia però non cessava di considerare con grande

interesse le cose persiane, dacchè a quella parte stavano ancora

rivolte le sue speranze, nel quasi totale abbandono dei principi

cristiani.

Sembra che il segretario veneto Giovanni Dario, spedito nell'anno 1478

alla Porta per negoziare la pace, avesse poi incarico nel 1485 dal

bailo Pietro Bembo, di recarsi nella Persia, per attingere notizie

sulla condizione di quel regno sconvolto dopo la morte di Uzunhasan, e

sulla possibilità di una comune riscossa. Due lettere in fatti si

conservano del Dario [Documenti XVII e XVIII], le quali però narrano

solamente l'accoglienza ch'egli ebbe nel campo persiano, e quella

fatta agli ambasciatori dell'Ungheria e dell'India, che eransi pure in

quel tempo recati colà.

Allorquando poi il valoroso Ismaìl, capo della setta credente in Alì,

detta dei Ssufì [Arabo: sufi][51], approfittando dell'entusiasmo

religioso s'insignorì della Persia, il veneto senato non solo cercò,

col mezzo dei suoi rappresentanti in levante, ogni particolare notizia

sull'origine, le forze ed i progressi di lui, ma rottasi la pace colla

Turchia nel 1494, introdusse pratiche di alleanza con esso e col

principe di Caramania.

Un gentiluomo di Costantinopoli, abitante in Cipro e suddito veneto,

Costantino Lascari, spedito a questo fine nella Persia, lesse in

senato al suo ritorno in Venezia nel 1502, una preziosa relazione del

sufì [Documenti XIX e XX], dalla quale la repubblica, se ricavò

importanti notizie delle vittorie e progressi persiani, dovette però

convincersi non essere possibile di ristorare allora l'antica lega con

Ismaìl, laonde mancandole eziandio i soccorsi chiesti alla Francia ed

al Portogallo, conchiuse la pace colla Turchia, che fu giurata il 14

dicembre 1502 dal sultano, e il 20 maggio 1503 dal doge.

Non ismettevasi tuttavolta in senato il pensiero, che fu poi la

costante politica tradizionale della repubblica, di studiare le

occasioni opportune, per frenare la prepotenza ottomana, e per

rilevare in levante la supremazìa politica e commerciale dei

Veneziani.

I dispacci dei baili a Costantinopoli riportati dal Sanudo, e quattro

relazioni che in quei preziosi diarii sono pure conservate inedite,

fanno di ciò piena testimonianza. La prima è una deposizione del

nunzio Dell'Asta fatta alla signoria nel dicembre 1501, intorno al

nuovo profeta Ismaìl[52]; la seconda una relazione 7 settembre 1502

del luogotenente di Cipro Nicolò Priuli, sui progressi del sufì e

della sua setta[53]; la terza una deposizione fatta nell'ottobre 1503

intorno ai successi persiani, da un Moriati di Erzerum spedito

appositivamente in Tauris dai rettori di Cipro[54]; la quarta

finalmente è una lettera di Giovanni Morosini da Damasco del 5 marzo

1507[55], la quale narrando con ogni possibile esattezza le lotte del

sufì contro Alidul e la Turchia, rappresentava al senato «quello

essere il momento opportuno di cospirare d'accordo fra i principi

cristiani e la Persia, nella santissima impresa di scacciare il Turco

d'Europa». La lettera del Morosini termina col seguente ritratto dello

shàh Ismaìl.

«Il sophi è adorato et è nominato non re nè principe, ma sancto et

propheta: è bellissimo giovane senza barba, studiosissimo et

doctissimo in lettere, dicono aver con sè tre preti armeni, i quali

per otto anni continui sien stati suoi precettori, et non lascivo al

solito dei Persi, homo de grande justitia et senza alcuna avidità, et

molto più liberal de Alexandro, anzi prodigo di tutto, perchè come gli

vien el danaro subito lo distribuisce in modo che el par un Dio in

terra; et come ai templi se fanno offerte si offeriscono a lui le

facultà, et hanno de gratia che tanto si degni de acceptarle. La fede

veramente che el tien no se intende; ma se pol conjetturare che el sia

più presto cristiano che altro, persuadendo li popoli che Dio vivo

che è in cielo li governa. Vive con amor religioso et si contenta di

quanto ha minimo et privato homo. L'ha tamen qualche schiava et anchor

non legittima mogliera; nol beve vino palese nè occulto, ma qualche

volta el mangia certa herba che alquanto aliena, et allora commette

qualche severità; et tamquam sanctus par de divination, perchè mai si

consiglia con alcun; et per questo tutti crede che el sia ad ogni sua

operation divinitas in ispirito. El tien una gatta sempre con lui, et

guai a chi fasse alcuna offension a quella....».

Questo valoroso principe fondatore della dinastìa dei Sufiani, non

mostrava minore desiderio del veneto senato, a stringere l'alleanza, e

ad unire le proprie armi a quelle della repubblica.

Scriveva in fatti il console a Damasco Bartolomeo Contarini nel

novembre dell'anno 1505[56]: essere a lui venuto un chasandar del

Caramano con una lettera del sufì di Persia, scritta in lingua

_agemina_[57], al soldan dei Veneziani, colla quale narrando le

conseguite vittorie gli partecipava il suo grande amore e la sua

speranza di presto incontrarsi con lui.

Questa lettera fu ricevuta a Venezia nel gennaio 1605 [Documento XXI]

insieme ad alcune monete d'oro e d'argento del nuovo signore della

Persia, le quali portavano le seguenti iscrizioni così ricordate dal

Sanudo nei suoi diarii[58].

Da una parte:

«Soldam, Ladel, Elchemel, Elhadi, Sainsa, Elmoda, Ismail Sain,

Chaledule Melche (El Signor giusto, compido, corredor, re dei re, el

victorioso Ismail mundo et puro, Iddio fazi el so regno eterno)».

E dall'altra parte la formula religiosa dei Persiani:

«Lailla, Lhalla, Mahumet Resulhalla, Uhalì, Ulihalla (Un solo Dio, un

solo messo Maometto, un sanctissimo Ali)».

E due anni appresso Ismaìl reso ancor più potente per felici imprese,

e nemico a Bajezid per la diversità della religione e la gelosia del

dominio nell'Asia, mandò formalmente oratori a Venezia per chiedere

alleanza, conforme a quella che Caterino Zeno aveva conchiusa con

Uzunhasan[59].

Ma per quella fatalità, che ha poi sempre impedito la effettuazione

del grande concetto politico dei Veneziani, in quel tempo medesimo i

principi cristiani congiurando a Cambray contro Venezia, la posero

nella necessità di lasciarsi sfuggire la vagheggiata occasione.

Il senato ricevette il primo annunzio di questa intenzione del sufì

dal console a Damasco Contarini, con dispaccio 4 marzo 1508[60];

quindi nel settembre dello stesso anno il provveditore di Napoli di

Romania scrisse ai capi del Consiglio dei Dieci, che di notte

secretamente erasi a lui presentato un messo del sufì della Persia

«per pregarlo di informare il veneto senato che il suo re era amico

dei cristiani, veniva a rovina del Turco, voleva bene a san Marco et

alla signorìa, ed aveva fatto penetrare il suo esercito

nell'Anatolia[61]». Finalmente colla nave di ser Francesco Malipiero

arrivarono a Venezia due oratori, uno persiano ed uno caramano, con

lettera di Ismaìl tradotta dal console Pietro Zeno, la quale,

accreditando i suoi ambasciatori, esprimeva la buona amicizia che il

re persiano portava alla repubblica, ed il suo desiderio di stringerla

maggiormente e più efficacemente[62]. Accolti essi cortesemente dal

senato, furono a spese pubbliche alloggiati nel palazzo Barbaro a s.

Stefano dove abitava l'oratore di Francia.

Pochi giorni dopo si presentava in collegio il solo ambasciatore

persiano, colla formale domanda d'Ismaìl: che gli fossero mandati

dall'Italia per la via di Sorìa maestri che gettassero artiglierie; e

che la veneta armata tenesse occupato Baiezid nella guerra di mare

presso alle coste della Grecia, mentre egli lo avrebbe chiamato a

battaglia nell'Asia minore.

Il collegio ricevette onorevolmente l'ambasciatore persiano; ma gli

fece rispondere dai savi «che i Veneziani si ricordavano molto bene la

buona amicizia e la lega che avevano stretta col re di Persia, che

essi erano molto contenti che il sufì fosse nemico dei Turchi, avesse

pensato di comunicare alla repubblica l'interesse della guerra, e

promettesse quelle cose, le quali se Uzunhasan avesse mantenute non vi

sarebbe forse più stata occasione di muover guerra agli Ottomani; ma

che tali erano i cambiamenti delle cose del mondo, che siccome in quel

tempo il persiano non pensò o non potè ritentare la sorte delle armi,

così ora la repubblica trovandosi in gravissima condizione, non poteva

far ciò che pure ardentemente desiderava, avvegnachè era occupata in

una importantissima guerra, mossale dai più potenti sovrani d'Europa

che avevano congiurato a Cambray, non provocati da ingiuria alcuna, ma

solo eccitati da invidia della felicità dei Veneziani».

E però si commetteva al persiano di riferire al suo re: che la

repubblica avrebbe all'occasione e potendo fatta ogni opera affinchè

il sufì conoscesse ch'ella non aveva cosa alcuna più cara

dell'amicizia dei Persiani, nè maggior desiderio di quello, di unire

alle loro le proprie armi, per frenare od abbattere la prepotenza

ottomana[63].

L'ambasciatore persiano, così licenziato, partì colle galere di Cipro,

arrivato in Candia ammalò[64]; quindi passato nella Siria, tenne

ragionamento segreto con Pietro Zeno console veneto in Damasco sulla

probabilità di un prossimo concorso della veneta armata colle forze

persiane.

La qual cosa essendo venuta a cognizione del sultano del Cairo, egli

altamente se ne adirò, rispetto particolarmente alle minaccie fattegli

da Bajezid, per aver tollerato che nei suoi stati, ministri persiani

congiurassero contro di lui; laonde ordinava la immediata carcerazione

dello Zeno, e del console veneto in Alessandria, Contarini.

Scriveva allora il senato al sultano[65]: non aver avuto la veneta

signorìa alcuna ingerenza in quei discorsi, che se pur fossero stati

fatti erano di carattere meramente privato, nè alcuna notizia di que'

nunzi... «Se questa po' è causa de romper una tanto longa amicizia lo

lassemmo al savio parer del sultan. No giustifichemo cosa alcuna, solo

dicemo la verità[66]».

Lo Zeno ed il Contarini tosto furono posti in libertà; ma non essendo

cessato del tutto il mal animo del sultano per la venuta in Venezia

degli oratori persiani, il senato commetteva a Domenico Trevisan,

eletto nel 22 dicembre 1511 ambasciatore straordinario al Cairo per

affari di commercio, di cercare ogni mezzo e via di calmarlo

«rappresentandogli che la loro venuta non fu ad alcuno male efecto, ma

solum per comunicare le occorrenze et li successi del loro signor, el

qual mostrava di esser affetionato alla signorìa nostra, et ai quali

fu in corrispondenza con parole generali risposto, com'è costume della

signorìa nostra de fare con tutti[67]».

Di questa ambasciata Domenico Trevisan lesse in Pregadi a' 24 di

ottobre 1512, la stupenda relazione riportata dal Sanudo[68], e Pietro

Zeno narrò pure lungamente i suoi casi nel gennaio dell'anno

seguente[69].

E quella non fu la sola volta che i Veneziani nella Siria mostrassero

troppo chiaramente lo interesse della repubblica per la Persia, mentre

si ha notizia di un Andrea Morosini, rinomatissimo pel vasto negozio

di mercatura in Aleppo, che fu fatto morire per avere nell'anno 1526

sovvenuto di danari e di cavalli Roberto ambasciatore di Carlo V, che

passava in Persia[70].

Posto fine colla pace di Bologna, 1529, alla guerra che slealmente

aveano mossa i principi cristiani alla repubblica, essa ricominciò a

guardare all'oriente verso il naturale suo nemico, e a seguire colla

più viva attenzione le vicende delle guerre che ferveano nell'Asia fra

i Turchi ed i Persiani.

Riferiva in senato a' 3 di giugno Daniello Ludovisi segretario,

ritornato da Costantinopoli[71], che quantunque le forze del re di

Persia, limitate a cento e ventimila cavalli, non si potevano ritenere

in caso di contrastare felicemente col Turco, la gran difesa di quel

regno consisteva nel ritirarsi, spogliando il paese di ogni sorta di

vettovaglie; ed il bailo Bernardo Navagero nel 1553[72] assicurava che

il sufì era poco meno che adorato dai suoi sudditi e temuto assai dal

Turco, il quale non potrà avere mai nemico maggiore del re di Persia,

per la differenza della religione e per la condizione rispettiva dei

loro Stati.

Daniele Barbaro presentava nello stesso anno 1553, una relazione della

guerra di Persia mossa da Suleiman per vendicare la infelice

spedizione del 1548; la quale relazione, pubblicata siccome anonima

dall'Albèri[73], è ricca di curiose ed importanti notizie; bella

soprattutto per tre minute descrizioni: della fine miserabile di

Mustafà figliuolo di Suleiman fatto strangolare per ordine del padre;

della città di Aleppo; e della pomposa entrata che vi fece il

padishàh.

Ricordava il bailo Domenico Trevisan sul finire dell'anno 1554[74]

essere il sufì l'unico impedimento al gran signore di impadronirsi di

tutta l'Asia.

Ed Antonio Erizzo ritornato da Costantinopoli nel 1557, narrando i

particolari della guerra turco-persiana finita colla pace di Amasia

nel 1555, considerava[75] il manifesto pericolo che dalla parte della

Persia sovrastava alla Turchia, ed il mal animo del gransignore contro

quel re, del quale avrebbe voluto più presto la rovina che di

qualsivoglia altro, ancorchè cristiano.

Marino Cavalli nel 1560 riferiva in senato[76] che il gransignore

assai temeva il re della Persia per la possibilità sua di sollevargli

alle spalle tutto il paese, quando egli fosse in guerra coi cristiani;

e faceva constare che soltanto tre cose potevano condurre a rovina

l'impero ottomano, cioè: I. Le divisioni ed i dissidii interni. II. La

corruzione del governo e la vita licenziosa, avara e sensuale di quei

popoli. III. Un re di Persia valoroso che, fatta la pace coi Tartari

suoi confinanti, volesse ricuperare il suo, coll'aiuto dei principi

cristiani: aiuto che, secondo il Cavalli, avrebbe dovuto prestarsi per

almeno cinque o sei anni, dacchè «non bisogna pensar di soggiogar mai

i Turchi, nè vincerli, se non ammazzandoli, come essi fecero dei

Mamelucchi, e questo non si potrà fare in poco tempo, nè con due o tre

battaglie».

Finalmente il bailo Marcantonio Barbaro sosteneva in senato: che freno

alcuno non potea maggiormente domare ogni insolente pensiero dei

Turchi, quanto il conoscere essi la buona intelligenza fra i principi

cristiani ed il re della Persia[77].

Per queste considerazioni e rispetti, allorquando Selino mosse la

guerra ai Veneziani, per la conquista del regno di Cipro, la

repubblica deliberava di rivolgersi a Thamasp re di Persia,

eccitandolo ad unirsi seco nella lega per vendicare le antiche e le

recenti ingiurie.

Il Consiglio dei Dieci consegnava a tal fine, nel 27 di ottobre 1570 a

chogia Ali negoziante di Tauris, che trattenutosi a Venezia per affari

di traffico, desiderava di ritornare nella Persia, una lettera ducale

a quel re [Documento XXII], colla quale annunciandogli la ingiusta

guerra intrapresa contro la repubblica da Selino, lo eccitavasi a fare

un'importante diversione nell'Asia, che avrebbe paralizzate le forze

turchesche, accresciuta gloria al suo nome, potenza e sicurezza

all'impero persiano. E tre giorni appresso il medesimo Consiglio dei

Dieci commetteva al segretario del senato Vincenzo degli Alessandri

[Documento XXIII], uomo peritissimo nel viaggiare e conoscitore delle

lingue orientali per la lunga dimora fatta a Costantinopoli, di

recarsi secretamente nella Persia con altra lettera ducale a quel re

[Documento XXIV], per informarlo a viva voce dei grandi apparecchi che

si facevano da tutti i principi cristiani onde assalire con eserciti e

flotte l'impero turchesco, e per esortarlo a cogliere la favorevole

occasione di rompere dalla sua parte la guerra, mentre gli Stati

ottomani nell'Asia erano spogli delle truppe mandate all'impresa di

Cipro.

Il viaggio del veneto oratore nella Persia e l'esito della sua

missione, furono dallo stesso Alessandri narrati col dispaccio

ufficiale 24 luglio 1572, che qui si riporta nella sua integrità[78].

_Serenissimo Principe, Illustrissimi Signori._

«Essendo in questo ritorno di Persia cascato in pericolosa

disposizione di febbre e petecchie in Leopoli, e parendomi essere

alquanto risanato, mi posi in cammino per presentarmi a' piedi di

Vostra Serenità, nè avendo ancora avuto le forze per poter continuare,

essendo molto battuto sì dal lungo viaggio che dalla presa malattia,

mi sono fermato per qualche giorno in questa città, e comprendendo

quanto può esser caro alla Serenità Vostra saper el successo del

negozio commessomi, ancorchè da Tauris due volte abbia inviato per

l'Armenia lettere a Costantinopoli all'illustrissimo Bailo, le dico:

che dappoi che fui spedito da questo medesimo Consiglio a Tamasp re di

Persia con lettere e con commissione che io gli dessi conto della

guerra ingiustamente mossale da sultan Selin, delle gran preparazioni

di armada che per difesa de' suoi stati ed offesa di sì gran inimigo

la Serenità Vostra aveva fatto, e dell'unione dei principi cristiani

mossi per questa causa, che dovessi etiam invitare desso re a prender

l'armi in sì venturata occasion contro detto Selin, mi partii con

quella maggior diligenza che fu possibile tenendo la via di Germania,

Polonia e Bogdania, discendendo nel paese del Turco a Moncastro, città

sopra le rive del mar maggiore, dal qual luogo scrissi alla Serenità

Vostra ai 19 di marzo del 1571 e le diedi avviso del cammin che avevo

a tenere, ed essendomi alquanti giorni fermato per aspettar passaggio

che mi conducesse in Asia; venuta occasion di nave, mi partii, nè

potendo per venti contrarii arrivare a Trebisonda, com'era intenzione

mia, smontai a Sinope, sebben per quella via il cammin fu lungo e di

molto pericolo, avendo dovuto passare per la città di Samsum, Tokat,

Erzengian, Derbent ed Erzerum e de lì entrar nella Persia.

«Giunsi nella città di Tauris, metropoli di quel regno, a' 17 di

luglio, mi fermai alquanti giorni per prendere informazione del modo

del negozio di là, per non andar del tutto nuovo ed inesperto a

Casbin, città dove il re già da molti anni fa la sua residenza. Ed

essendomi imbattuto in un gentiluomo inglese, el qual per via di

Moscovia con molta facultà di carisce ed altri panni era venuto per il

fiume Volga in Persia, con nome di ambasciatore della regina e con

lettere di credenza, e si aveva trovato col re e fatti gran presenti

ed ottenuti comandamenti di poter liberamente contrattare, condur

mercanzie e dal paese trarne quella quantità e sorte che le pareria sì

per conto suo, come di altri mercanti inglesi; avendo con detto

gentiluomo contratto alquanto di amicizia, intesi il modo del governo

e come sultan Caidar Mirza, terzo figliuolo del re e luogotenente del

padre, indirizzava tutti li negozi; con queste ed altre istruzioni

della natura del re mi partii, ed ai 14 d'agosto giunsi a Casbin,

essendo venuti a trovarmi alcuni mercanti armeni i quali avevano

mandati li loro fattori in cotesta inclita città desiderando sapere

alcuna nuova, li dissi che la Serenità Vostra li aveva licenziati già

molto tempo insieme colle loro robe e che erano partiti prima di me,

alli quali domandai l'ora che il figliuolo del re ammette all'udienza;

mi dissero per ordinario di notte, dicendomi etiam esser signori della

loro terra chiamata Diulfa e che uno risiedeva lì per agente.

Mostrando essi di aver facile introduzione li dissi che io aveva

lettere di Vostra Serenità alla maestà del re, e che mi sarebbe stato

caro per mezzo loro che alla corte di Mirza si fosse saputa la mia

venuta. Questi si partirono ed aspettato che detto signor uscisse dal

padre, il quale secondo il costume di quella corte non uscì dal

consiglio prima che a tre ore di notte, e subito giunto al suo palazzo

li diedero avviso; nè mettendo tempo di mezzo comandò ad alcuni dei

suoi gentiluomini che venissero per me.

«Giunto io a lui, si partì da uno delli fratelli ed altri signori con

li quali guardavano alcuni giochi di fuoco e solo con un suo

gentiluomo si ritirò sotto una loggetta. Introdotto che fui alla sua

presenza dissi: che se la Serenità Vostra avesse saputo che S. A.

tiene sì degnamente il grado di Luogotenente del re, con ispeciali

lettere là lo avrìa honorato, siccome colle presenti lo fa alla maestà

di suo padre. Mirza con grata ciera rispose che io fossi il benvenuto,

e che li pareva strano il mio lungo cammino in questi tempi per paese

degli Ottomani. Mi domandò se aveva presso di me la lettera: io gli

mostrai il vasetto di stagno, e dissi che la era là dentro, per il che

restò pieno di meraviglia, la prese e volse in un fazzoletto dicendo

di presentarla così al re; mi domandò se v'era altro al presente,

risposi che con gran fatica mi avevo potuto solo presentare a S. A.

rispetto l'esser venuto per mezzo il paese de nemici, ma che con

occasione la Serenità Vostra non avrìa mancato di onorare la maestà

del re e sua signorìa con quei degni presenti che se le conveniva.

Ringraziò e mi dimandò del contenuto della lettera. Io gli dissi che

credevo che la Serenità Vostra desse avviso a S. M. della poca fede

osservatale da sultan Selin, il quale con solenne giuramento aveva

promesso e giurato in nome di Dio, delli profeti, e per le anime dei

suoi passati di osservar buona e sincera pace colla Serenità Vostra,

ora mosso da avido desiderio, sprezzando ogni onor, nè curandosi di

esser tenuto presso i principi del mondo mancator di parola, con tutte

le forze sue da mare e da terra aveva fatto sbarcare eserciti a Cipro

per impadronirsi di quell'isola; però che la S. V. colla sua

potentissima armata di molte galere, galeazze, navi ed altri vascelli

di battaglia si era preparata all'offesa di sì crudel tiranno, e che

desiderava che la maestà del re sapesse che siccome poco innanzi il

Turco non osservò il giuramento fatto all'ambasciatore di V. S., così

non osserverebbe le promesse fatte all'ambasciatore di S. M., ed

avrebbe cercato quanto prima pace colla S. V. per cominciare guerra

con lui, come per molti esempi delli passati imperatori ottomani, S.

A. poteva di ciò esser certa; e che ora in sì grande e quasi certa

occasione di vittoria, la S. V. mi avea mandato per invitar il re suo

padre a prender l'armi, essendosi mossi già li maggiori principi

cristiani; e che solamente bastava che S. M. col potentissimo suo

esercito si muovesse sia per riavere le città e castelli ingiustamente

toltigli dalli passati signori ottomani, sì per la molta inclinazione

che tutto il popolo dal fiume Eufrate fino alli suoi confini gli

portava, come a re giusto et loro antico naturale signore. Il che non

gli saria stato difficile, rispetto che molti bascià, baglierbei di

Natolia, di Caramania e sangiacchi, erano andati all'impresa di Cipro,

avendo lasciato il paese privo d'ogni presidio di gente; oltrecchè la

S. V. insieme colli principi averia in modo tenuto oppresse in quelle

parti le forze di esso Selino, che non saria mai stato ardito di

abbandonar Costantinopoli per passare in Asia.

«Mirza, dopo di avermi con attenzione ascoltato, disse che era proprio

dei signori ottomani il primo e secondo anno del loro imperio romper

ogni promessa, dicendo esser benissimo istrutto della loro poca fede,

e che avria data la lettera al re e fattogli sapere le cose da me

intese, procurando di farmi avere udienza quanto prima, e più

segretamente; perchè in tal negozio conosceva esser così l'intenzione

sua, rispetto che l'ambasciatore d'Inghilterra già poco tempo avendole

baciato pubblicamente la mano, avea messo in gran sospetto li bascià

delli confini, li quali fin allora dissero che S. M. era per unirsi

colli Franchi; il che se lo farà, non vorrà che di ciò abbiano avviso

alcuno, nemmeno occasione di sospettare sicchè coglierlo potrà alla

sprovvista; dimandandomi se di certo la lega era conclusa e quali

principi erano più potenti in mare. Gli dissi, la Serenità Vostra, la

maestà del re di Spagna ed il sommo pontefice; mi domandò se il re di

Portogallo era compreso in detta lega, gli dissi che ancor lui era per

entrare, perchè oltre l'essere congiunto di stato e di volontà col re

di Spagna, era figliuolo di una sua sorella; mi dimandò etiam del re

di Francia: risposi che al presente non aveva galere; e qui si pose

fine, partendomi accompagnato dal suo maggiordomo, il quale mi disse

che Mirza di queste nuove sentiva grandissimo piacere, e che ogni

particolare avria riferito al padre.

«Stando io in aspettazione di essere chiamato al re, et passati alcuni

giorni dissi alli Armeni, i quali del continuo erano alla porta di

Mirza, che mi pareva strano non aver avviso alcuno di essere

introdotto, e mi sarebbe stato caro che dal maggiordomo avessero

inteso se a S. M. era stata presentata la lettera e quello che l'aveva

comandato: i quali intesero che la mattina seguente Mirza gliela avea

presentata in quel vasetto, che era stato in lungo ragionamento col

padre, ma non sapevasi quello avesse ordinato. Il secondo giorno andai

dal detto maggiordomo, il quale disse aver inteso da Mirza che il re

aveva comandato che mi fermassi, e fatta tradurre la lettera dal

dragomanno che fu dell'ambasciatore d'Inghilterra, il quale si era

fatto turco, e visto che per quella accusava una antecedente mandata

da V. S. per un chogia Alì mercante di Tauris, però voleva vedere

anche quella, poi mi avria spedito. Gli dissi che detto mercante non

poteva molto tardare, essendosi partito da Venezia due mesi prima di

me, e che sebbene la S. V. mi aveva imposto diligenza, mi acquetava

col volere di S. M.

«In questo intervallo di tempo cercai di istruirmi di ogni

particolare, sì della persona ed animo di questo re e figliuolo, come

dei signori da loro chiamati sultani, del modo di governo di quella

corte e regno, delle loro entrate e spese et etiam della qualità e

numero di milizie che possono fare, come dalla S. V. nell'ultimo del

mio partir mi fu comandato che io avessi ad osservare, le quali cose

non scriverò al presente, sì per non attediar colla lunghezza loro la

S. V., come per non essere in atto di poterlo fare.

«Giunse a' 3 di novembre chogia Alì accompagnato da un gentiluomo del

sultano di Tauris parente del gran cancelliere al quale fu

indiricciato, e subito condotto al re prima ch'io sapessi la sua

venuta, il quale aspettai che uscisse dal palazzo, e mi riferì che S.

M. gli aveva dimandato dove si aveva trattenuto tanto tempo e che era

molti giorni che lo aspettava e avvicinandosegli disse: questo è di

quel bel panno di Venezia, avendo chogia Alì fatto presente di tre

veste. Gli diede il libro dicendo che la lettera della S. V. era là

nella coperta, il re ordinò al nipote figliuolo di Codabem Mirza,

primo figliuolo di S. M. che dovesse portarle dentro alle donne; gli

domandò se era vero della lega, e se a Venezia era carestia di grano,

rispose esser la lega conclusa al fermo, e che al presente vi era

abundanzia non avendo durato la carestìa se non che 4 mesi, domandò se

in detto tempo si trovava pane, disse che ve ne era quantità grande e

che per tutte le piazze si vendeva ma era caro; rispose il re di ciò

poco importava dicendo questo esser contrario agli avvisi che da un

ciaus di Erzerum li furono dati, il quale disse che non si trovava

pane per danari e che perciò moriva molta gente; domandò se il signor

di Transilvania era sollevato contro il Turco, disse di sì, e che

essendo in Andrianopoli passò Acmat bascià, il quale con esercito

andava contro detto signore. Il re si lontanò alquanto da chogia Alì,

e disse ai sultani signori, la lega di certo è conclusa, ed il

Transilvano che era l'ala destra dell'esercito degli Ottomani si è

levato contro loro. Di nuovo S. M. domandò se aveva vedute le

preparazioni dell'armata e se era in gran numero; disse che aveva

contato 300 galere, 20 galere grosse e molte navi dicendogli ogni

particolare, come erano armate e quanta artiglieria che v'era sopra, e

che aveva inteso esser quelle di Spagna 100 e 50 quelle del Papa; e

volendo incominciare a parlare del negozio della lettera, il re disse

che ei sapeva ogni cosa; così restò, e rivolto al cancelliere,

replicando disse: bene bene, fermandosi per un poco; poi ordinò ad un

Turco che con diligenza dovesse andare a Shirvan a far levare 28 pezzi

d'artiglieria che si trovava a Sanbiachi città vicina al gran Caspio e

condurli nel castello di Derbent alli confini del Turco, e che etiam

fosse condotto dal detto luoco 600 somme di camelli di armadura vicino

a Tauris.

«Dato che ebbe S. M. questi ordini, presente chogia Alì, li dimandò se

era vero che il bascià fosse andato all'impresa di Candia, il quale

rispose non saper di certo, ma aver inteso che l'armata di V. S. dovrà

invernar in quelle parti, e che se fosse andato il bascià sopra

quell'isola, al fermo si avria incontrato e saria seguita battaglia,

domandò che forma aveva il galione e se era vero che sopra vi fosse

300 bocche da fuoco. Chogia Alì disse che tra grandi e piccole

passavano questo numero, il capitano della guardia, che da loro è

chiamato Cursi bassi, disse che li pareva impossibile, il re rispose

che in materia di legni armati e di artiglieria tutto quello che

intendeva dei Veneziani dovesse crederlo, perchè per via di Aleppo, di

Costantinopoli ed altri luochi aveva avvisi conformi, dicendo che

chogia Alì dovesse parlare e dire tutto quello sapeva. Il qual rispose

aver veduto tante cose che in un subito non le poteva dir così

presto; disse il re che non partisse, ed ordinò che si fermasse, ma

avendo aspettato fin ora tarda entro alle donne, fu licenziato. Io,

desiderando espedizione, andai da sultan Caidar Mirza e dissi a sua

signorìa che chogia Alì era giunto, e che io desiderava qualche

risposta essendo vicino a tre mesi ch'io mi trovava a quella corte; mi

disse che l'aveva veduto a parlare col re, e che quanto alla

espedizione mia con la venuta di questo facilmente potrà venir a

memoria a suo padre ed espedirmi, perchè lui conosceva la sua natura

che non voleva gli fosse ricordata cosa alcuna, e che però bisognava

aspettare.

«Di ciò consigliatomi con chogia Alì, disse avria parlato al gran

cancelliere, dal quale ebbe risposta che questo negozio era

indiricciato con Mirza e che non sapeva come ricordarlo a S. M., ma

che bisognava aspettar uno o due anni per veder prima qualche buon

progresso di questa guerra, poi averia risposto, che questo era signor

prudente ed in simil negozio si governava coll'occasione e con il

tempo, che li presenti disturbi del Ghilan impedivan la risoluzione di

altri affari. Chogia Alì disse al signor segretario che la S. V. mi

aveva imposto diligenza, e che però instavo espedizione, il qual

rispose che a gran negozio vi voleva gran tempo a risolvere. Stando io

in molto travaglio di animo, sia per la irresoluzione loro, come

perchè li denari mi erano venuti a manco, mi fu arricordato da quelli

Armeni che mi indirizzarono a Mirza che dovessi trovarmi con un

signore chiamato Eminlicbes famigliarissimo del re, il quale trattava

molti importanti negozi. Andai da detto signore con un picciol

presente e gli diedi conto del successo, e lo pregai ad interponersi

alla mia espedizione, il qual mi promise con l'occasione di farlo. Due

giorni dopo mi mandò a chiamare e mi disse che aveva parlato con S. M.

la quale aveva visto il tenore delle due lettere, che Mirza oltre li

aver parlatole a viva voce di tal negozio, lo aveva etiam posto in

scrittura tutto quello che nella prima udienza aveva ragionato con me,

e data essa scrittura al re, che al presente non poteva con animo

riposato far rispondere a detta lettera, e che aveva comandato che

essendo qui due per un effetto, l'uno fosse licenziato e l'altro

restasse per la risposta. Ringraziai detto signore del cortese

ufficio e mi trovai con chogia Alì e li riferii l'ordine del re, il

quale disse che lui saria restato volentieri, sì perchè aveva già

venduta la sua mercanzia a tempo, come perchè quella promessa che

dalla S. V. li è stata fatta, è con condizione che abbi a portar

risposta della lettera a lui data. Io vedendo il desiderio suo di

restare, e sapendo che questo caso era poco servizio di V. S. che più

lui che io per tal causa restasse, risolsi di partirmi ed il giorno

seguente presi licenza da sultan Caidar Mirza, e gli dissi quanto la

maestà del padre aveva comandato, e che con buona grazia di S. A. mi

volevo partire. Mi disse che gli dispiaceva che io forse contro il

volere mio avessi tardato tanto; ma che l'ordinario dei negozi di

questa corte portava seco lunghezza di tempo, volendo il re vedere

minutamente ogni cosa, e che lo raccomandassi alla S. V. Ringraziai S.

A. e dissi che la V. S. nelle occasioni non saria mancata con degni

affetti, dimostrarli grata corrispondenza; e nel partire il suo

maggiordomo mi disse che l'aveva mostrato a Mirza li tre zecchini che

nella prima udienza io gli aveva donati, i quali erano coll'impronta

di V. S., e che li erano molto piaciuti e desiderava di darmi moneta

di quanti ne aveva io, veramente non me ne trovava più che 12 nuovi,

glieli diedi, nè volsi in cambio altro danaro.

«Mirza mi mandò un tappeto di seta di quattro braccia, facendomi dire

che per memoria sua lo godessi, perchè in memoria di V. S. avria

tenuti presso di lui detti zecchini; et nella buona gratia di V. S.

humilmente mi raccomando».

Di Cracovia, alli 24 di luglio 1574.

Di Vostra Serenità,

_Humilissimo Servitore_

VINCENZO DI ALESSANDRI.

Così l'Alessandri, non ammesso all'udienza del re Thamasp, convenne

ritirarsi, e tornato a Venezia dopo un altro faticosissimo viaggio

[Documento XXV] lesse nel consiglio dei X e zonta gli 11 di ottobre

1572 la relazione di questa sua ambasceria, nella quale sono affermate

alcune cose per verità tanto straordinarie che fanno credere, come pur

dubitava il Foscarini, che l'esito poco felice della sua legazione in

Persia lo abbia reso proclive ad esagerare le non buone qualità di

quel re e di quel governo. La relazione dell'Alessandri [Documento

XXVI] contiene notizie sui paesi che componevano la Persia, sul loro

grado di civiltà e prosperità, sulla persona del re e qualità dello

animo suo e dei suoi figliuoli, sulla corte, i ministri, il modo di

trattare gli affari e di amministrare la giustizia, insomma su tutto

ciò ch'egli riputò degno d'essere rappresentato.

La repubblica di Venezia pertanto, abbandonata dai principi della lega

dopo la gloriosa battaglia di Lepanto, e non assistita dalla Persia,

stipulava nel 1572 la pace col Turco, perdendo un'altra occasione di

abbattere la costui potenza, mediante il vagheggiato accordo colla

Persia; il quale fatalmente non potè mai verificarsi, perocchè le

vicende politiche ed economiche dell'uno e dell'altro Stato, non

permisero che nello stesso tempo ambedue si trovassero pronti contro

il comune nemico.

Arrivava in fatti a Venezia nell'anno 1580 chogia Mohammed persiano,

uomo di 80 anni, latore di una lettera di quel re Mohammed Khodabend,

che dichiaravasi pronto a corrispondere all'invito fatto al suo

predecessore dall'Alessandri [Documento XXVII]. Il legato persiano

giustificava il re Thamasp di non avere intrapresa la guerra, perchè

vecchio ed infermo; ed esponeva che il nuovo re era in campo con

formidabile esercito nella via di Babilonia contro i Turchi, che i

sultani avevano giurato di non deporre le armi per anni 15, e che

chiedevasi alla repubblica soltanto di dimostrare in qualche maniera

il suo morale concorso.

La missione di Mohammed fu secretissima, per non destare gelosie ai

Turchi. Accolto in casa dell'Alessandri, ebbe egli di notte conferenza

con due secretarii della cancelleria ducale, che lo invitarono a

dettare non solo quanto gli era stato commesso dal suo re, ma tutte

le particolari notizie delle cose persiane che erano a sua cognizione.

Questa relazione fu presentata al Consiglio dei X [Documento XXVIII],

il quale ai 13 di giugno deliberava che il doge ricevesse secretamente

l'oratore persiano, e gli facesse leggere la seguente risposta:

«Per l'affezione grandissima che noi portiamo al serenissimo re di

Persia, havendo la Signoria Nostra sempre avuto buona amicitia con li

serenissimi suoi predecessori, havemo veduto gratamente voi, mandato

qui per ordine di S. M., ed udite volentieri le lettere che ci avete

portate, et in risposta vi dicemo: che noi desideriamo intender sempre

felici successi di S. M. come di re giustissimo e valorosissimo, et

nostro amico, onde avemo pregato et pregamo di cuore il signor Dio che

li doni victoria, et speriamo che così sarà, poichè difende una causa

giusta et comanda ad una nazione valorosissima et solita ad esser

sempre victoriosa.

«Noi non vi diamo lettere nostre per non mettere in pericolo la vostra

persona che ne è carissima, per la prudentia che conoscemo essere in

voi; ma riferirete a bocca a quei signori che vi hanno mandato, ed

anche a Sua Maestà questa nostra buona volontà, nella quale

continueremo sempre, sperando nel Signor Dio, che continuando la

guerra darà occasione non solamente a noi, ma anco a tutta la

christianità, di mostrare con effetti il comun desiderio; et per segno

che vi abbiamo veduto volentieri vi sarà dato dal segretario nostro un

presente che goderete per memoria nostra[79]».

Così fu licenziato l'oratore persiano col dono di 300 zecchini,

perocchè non parve al Consiglio dei X di rompere la pace testè firmata

colla Turchia, mentre le agitazioni della Persia e la instabilità di

quel trono non potevano assicurare un vigoroso e durevole concorso da

quella parte.

Però la politica dei Veneziani non si ristette dal mirare ancora e

perseverantemente alla Persia, come a naturale alleata nel momento

opportuno di tentare di nuovo la sorte delle armi.

Fra i codici del conte Manin in Venezia si conserva un'anonima

relazione dell'impero dei Turchi e dei Persiani dell'anno 1575, nella

quale sono ripetute le cause naturali e permanenti dell'avversione fra

quei due imperi[80]; e fra i codici del cavaliere Cicogna, il trattato

della guerra di Persia del 1578 presentato al senato dal bailo in

Costantinopoli ser Nicolò Barbarigo, e la relazione delle turbolenze

che agitarono la Persia sotto Ismaìl, scritta a quanto pare dal

console veneto in Soria, Teodoro Balbi, nel 1582[81].

La guerra turco-persiana è poi descritta anche nella relazione del

console Giovanni Michele 1587[82], che ne indica le cause, cioè:

l'antica dissensione di fede, e il desiderio ambizioso di Amurath

d'estendere i confini del suo impero a danno della Persia,

approfittando delle discordie insorte in quel regno dopo la morte di

Thamasp fra i partigiani di Caidar e quelli d'Ismaìl.

Continue e particolari informazioni sulla guerra di Persia e sulle

condizioni di quel regno pervennero al senato colle relazioni

ufficiali dei consoli in Soria, Andrea Navagero 1574, e Pietro Michele

1584[83], e dei baili Giovanni Soranzo 1576, Paolo Contarini 1583, e

Francesco Morosini 1585[84]. Quest'ultimo ricordava quanto importasse

la concordia dei principi cristiani contro la Turchia, che dalle loro

diffidenze soltanto traeva la propria forza; e come a farle notabile

offesa, modo più facile e più sicuro non v'era che d'irrompere dalla

parte della Russia e della Persia, mentre un'armata navale penetrasse

nel Bosforo ed attaccasse direttamente i castelli dell'arcipelago «con

che poteasi sperar certo di scacciare finalmente i Turchi

dall'Europa».

Ma il bailo Lorenzo Bernardo, che lesse la sua relazione in senato nel

1592[85], opinava che la dissoluzione dell'impero ottomano non poteasi

sperare se non che dalla corruzione interna di quel governo: perocchè

la Persia, unico stato che avrebbe potuto fargli concorrenza o

raccoglierne l'eredità, restava abbattuta dall'ultima guerra che le

tolse la Media, il Korassan, parte dell'Armenia e la città di Tauris.

«Le cause di tanta perdita e rovina dell'impero persiano, egli disse,

sono due: l'una intrinseca, l'altra estrinseca. La prima è stata la

discordia insorta fra i fratelli del re, e fra il re ed i sultani e

principi di quel regno, per la quale esso restò diviso; la seconda, la

guerra promossa da Usbech re dei Tartari e signore di Samarcanda, il

quale, sia per secreta intelligenza col Turco, sia per altre cause,

attaccava la Persia dalla parte settentrionale, e le toglieva il paese

di Korassan, nello stesso tempo che ferveva la lotta contro la

Turchia, la quale ebbe così agio di toglierle tanto paese dalla parte

di occidente e di mezzogiorno. A queste cause particolari si

aggiungano le generali della debolezza della Persia, cioè la forma di

quel governo, l'organizzazione di quella milizia, e la mancanza

d'artiglieria».

Senonchè lo shàh Abbas il grande, salito sul trono, restaurava

l'impero persiano con splendide vittorie e con saggi ordinamenti, e

stringeva maggiormente l'antica amicizia e la buona corrispondenza

colla repubblica di Venezia.

La Repubblica di Venezia e la Persia · 第 27 / 148 题