Violante con Caterino Zeno[3].
Ecco relazioni di famiglia, che, oltre agli interessi politici
internazionali, avvicinarono la signorìa di Venezia alla Persia. E
questi ultimi erano della massima importanza.
Il grande _signore di due mari e di due parti di mondo_, titolo che
Mohammed si diede dopo la presa di Costantinopoli, non sazio di nuove
conquiste, mirava ad estendere i confini del suo impero a danno dei
principi suoi vicini. Tra questi, i più potenti erano dalla parte
dell'Europa: Venezia, che offeriva alla civiltà l'antemurale dei suoi
possedimenti in levante; dalla parte dell'Asia, il nuovo monarca
persiano. Venezia quindi e la Persia dovevano porsi d'accordo contro
il comune naturale nemico, dacchè la Provvidenza destinava
principalmente questi due stati a frenare l'ambizione di lui in
occidente ed in oriente.
La conquista dell'impero di Trebisonda, fatta da Mohammed nell'anno
1461; la guerra mossa ai Veneziani nella primavera del 1463, che
cominciò coll'improvviso assalto di Argo; e le spedizioni contro i
principi di Caramania, protetti da Uzunhasan, porsero occasione al
sire persiano ed alla repubblica di Venezia di apprestare d'accordo le
armi contro il comune nemico.
A' 2 di dicembre 1463 il veneto senato ordinava ad Andrea Cornaro di
offerire al principe di Caramania Pir Ahmed, e ad Uzunhasan proposta
di lega, commettendogli di spedire a questo fine Lazaro Quirini nella
Persia, qualora egli in persona non avesse potuto recarsi colà[4].
Contemporaneamente vincevasi in senato la _parte_ di mandare
ambasciatori, Nicolò Canal in Francia, Marco Donà al duca di Borgogna,
altri ai re di Sicilia e di Portogallo; e di scrivere ai re d'Ungheria
e di Boemia, per invitarli a concorrere nella lega contro il Turco[5],
della quale il pontefice erasi dichiarato capo e banditore.
Andrea Cornaro conchiuse l'alleanza col principe Caramano [Documento
III]; e mentre Lazaro Quirini s'incamminava per la Persia, arrivò in
Venezia a' 13 di marzo 1464, per la via di Aleppo e di Rodi,
Mamenatazab ambasciatore di Uzunhasan[6].
Espose quegli in senato: «che era spedito dal suo signore per bene
intendersi contro i Turchi; che egli prometteva di mettere in campo
nella prossima primavera un esercito di 60,000 cavalli; che l'albero
grosso sta pur forte contro i venti, tamen se un piccolo verme entra a
rodere il tronco da basso, lo riduce così, che il vento facilmente lo
atterra; e Uzunhasan sarà quel verme che roderà questo grand'albero, e
mai conchiuderà pace colla Turchia senza partecipazione della veneta
repubblica, purchè anch'essa dal proprio canto ciò prometta; avendo
essa intenzione di muovere sulle rive dello stretto verso Gallipoli,
affinchè la veneta armata potesse inoltrarsi fino a Costantinopoli».
Questo oratore persiano fu assai bene accolto dal senato, che
ordinava, ai 26 di settembre 1464, gli fosse data pel suo re una
lettera ducale, colla quale accettando la proposta lega, lo si
rendesse avvertito della cooperazione certa del pontefice, del duca di
Borgogna e del re di Sicilia, e della guerra sussistente fra i Turchi
ed il re d'Ungheria; e animandolo a muovere gagliardamente contro
l'Ottomano lo si assicurasse che ogni acquisto nella terra ferma la
repubblica lo riterrebbe interamente di lui [Documento IV].
Convenivasi poi a voce con Mamenatazab, che ove col concorso della
veneta armata si acquistassero coste o porti di mare, questi
resterebbero della repubblica[7]: la quale più che lontani possessi
mirava ad ottenere punti strategici od interessanti al commercio; e
secondo la frase del Dandolo _volle i popoli piuttosto amici che
sudditi, e scali al suo traffico, anzichè ampii dominii, ma sempre
libero il mare_.
L'oratore persiano partì da Venezia colle galere di Beiruth, assai
soddisfatto e regalato, portando seco oltre alla predetta lettera
ducale, braccia venti di panno d'oro da offerirsi in nome della veneta
signorìa a Uzunhasan. Ed arrivato a Rodi, il capitano generale da mar,
Mocenigo, gli fece vedere in ordinanza la veneta armata, assicurandolo
che l'avrebbe impiegata in servizio, e per secondare i disegni e le
imprese magnanime del suo re[8].
Nell'anno seguente arrivò a Venezia un altro messo persiano chiamato
Kasam-Hasan, con lettere di Uzunhasan, le quali attestavano la sua
pronta disposizione a far la guerra ed eccitavano la repubblica, e per
di lei mezzo i principi cristiani, a muovere di comune accordo le
armi.
Il senato rispose ai 27 febbraio 1466 [Documento V] confermando la
deliberata volontà sua di continuare gagliardamente la lotta, e
partecipando le conchiuse leghe e le speranze che tenevansi:
quantunque per la morte di Pio II, e per le gelosie dei principi
cristiani verso la repubblica veneta, che trovavasi all'apogèo della
sua potenza pei nuovi acquisti, fosse di assai minorata la energìa
colla quale davasi dapprima opera a tal lega contro la prepotenza
ottomana.
Scriveva in fatti il senato ai proprii oratori a Roma....... «Et
propterea omni studio et efficatia querite, ut ad conclusionem
deveniatur, et Sanctitas Sua si quid in effectum collatura est, non
amplius promittat sed conferat, hoc idem faciant caeteri et omnes
recidite conventus, omnes collationes non solum dedecorosas, sed etiam
detrimentosas, quum dum hujusmodi collationibus et consultationibus,
tempus territur, Hannibal Saguntum oppugnat[9]».
Dopo la presa di Negroponte[10], dubitando Mohammed, che per questa
nuova ed importante sua conquista, i principi europei si decidessero,
nel pericolo comune, ad accorrere efficacemente in soccorso della
repubblica, mandò a Venezia proposizioni di pace, per mezzo della
propria matrigna sorella del despota Zorzi di Servia; laonde il
senato, che da qualche tempo mancava di ogni notizia delle mosse e dei
progressi di Uzunhasan, commise a Nicolò Cocco ed a Francesco Cappello
di proporre destramente all'imperatore la restituzione di Negroponte,
verso il pagamento di una somma che avevano facoltà di portare fino a
ducati d'oro 250,000 da soddisfarsi per rate in 5 anni, rimanendo però
alla repubblica tutte le isole che allora teneva[11]; ma tali furono
le pretensioni di Mohammed, che ogni trattativa fu dai Veneziani
disdegnosamente respinta.
Mentre duravano queste pratiche di accomodamento, arrivò dalla Persia
in Venezia nel febbraio 1471 Lazaro Quirini, insieme ad un oratore
persiano chiamato Mirath[12], il quale era latore di una lettera del
suo re[13], che annunciava le vittorie da esso riportate sopra varii
principi suoi confinanti, e la sua intenzione di muovere contro la
Turchia col concorso della veneta armata.
Il serenissimo principe rispose nel giorno 7 di marzo all'oratore
persiano: che si sentivano con gioia le notizie del suo re, e si
teneva assai cara la sua amicizia dalla repubblica, sempre disposta ad
assisterlo. E «per confermare in perpetuo quell'amicizia e stringerla
maggiormente» il senato deliberava nello stesso giorno: di mandare un
solenne ambasciatore in Persia, eletto fra i nobili, con stipendio di
ducati mille, incaricandolo di portarsi colà, insieme all'oratore
persiano Mirath, un notaio ducale e cinque famigliari. La _parte_ fu
presa in Pregadi con 148 voti affermativi contro 2 negativi; e furono
eletti dapprima ser Francesco Michele, poi ser Giacomo Medin che
rifiutarono, finalmente Caterino Zeno il quale accettò[14].
Frattanto arrivava pure in Venezia un altro legato di Uzunhasan, il
quale, passato il mar Nero da Trebisonda a Moncastro[15] e venuto per
la via di Polonia insieme ad un ambasciatore di quel re, dirigevasi al
sommo pontefice per sollecitare col suo mezzo il concorso dei principi
cristiani. Il senato gli rispose opportunamente «conforti per conforti
et offerte per offerte» e lo accompagnò con lettera di raccomandazione
all'oratore veneto in Roma, dove fu vestito ed accarezzato dal
pontefice, e rimandato in Persia con un legato papale, frate di S.
Francesco[16].
Caterino, figliuolo di Dracone Zeno[17], essendo stato molti anni col
padre in Damasco, e qual nipote della despina moglie di Uzunhasan, si
giudicò potesse servir bene e con profitto la patria in questa
ambasceria al sovrano della Persia.
Ai 18 di maggio 1471 fu allo Zeno rilasciata dal senato la commissione
[Documento VI]; ma dietro proposta del savio agli ordini Pietro
Donato, fu differita la di lui spedizione, fino all'arrivo da
Costantinopoli di precise notizie sulle incamminate trattative di
pace.
Le quali, poichè furono di manifesta e decisa rottura, il senato dava
allo Zeno una seconda commissione a' 10 settembre 1471 [Documento
VII].
Con queste due commissioni veniva incaricato lo Zeno di andare in
Persia, per la via di Cipro e di Caramania, insieme al legato Mirath,
e di mostrare a quel re il contento della repubblica per la sua
potenza, e la perfetta sua disposizione di concorrere coll'armata
navale in pieno accordo e lega con lui. Doveva pure lo Zeno
giustificare le incamminate trattative di pace, accolte dietro domanda
del Turco e in mancanza di ogni notizia dalla Persia, ma con lieto
animo opportunamente a tempo reiette. Gli fu ordinato di portar seco
un dono di panni d'oro da presentarsi ad Uzunhasan, e di visitare la
regina, nonchè il signore di Caramania ed il re di Georgia. Finalmente
egli ebbe incarico di rilevare e descrivere tutte quelle minute
informazioni che potesse avere: della potenza del re di Persia, della
sua età, valore, stato, confini, vicinanze, redditi, esercito; nonchè
della sua disposizione e volontà nella guerra contro la Porta, e di
tutte le altre cose che egli riputasse degne di essere conosciute.
Con questi ordini pertanto Caterino Zeno partitosi da Venezia, passò a
Rodi pochi mesi, e di là, entrato nel paese del Caramano, pervenne
dopo molto travaglio in Persia. Ed annunciato il suo arrivo, fu egli
da quel re ricevuto con grandi dimostrazioni di onore, quale
ambasciatore di una repubblica potente e confederata; e avendo poi
chiesto di presentarsi alla regina, ne ebbe per grazia speciale il
permesso, cosa insolita a concedersi a qualsiasi persona, dacchè non
era costume in Persia che le donne, e particolarmente le regine, si
lasciassero vedere.
Laonde condotto lo Zeno innanzi alla despina Teodora, e datale notizia
di sè, fu accolto e ricevuto come caro nipote, fu alloggiato nel reale
palazzo, e presentato ogni giorno (cosa riputata di molto onore) delle
stesse vivande della real mensa. Ed udita più particolarmente la
cagione della sua venuta, la regina gli promise ogni aiuto e favore,
riputandosi parente della signorìa di Venezia; e di fatto ella
contribuì efficacemente ad indurre Uzunhasan a muovere le armi contro
Mohammed[18].
Scriveva quindi lo Zeno il 30 di maggio 1472[19] al capitano generale
Pietro Mocenigo, essere egli arrivato in Tauris al 30 aprile, aver
trovata la più liberale accoglienza dal re e dalla regina, e la
migliore disposizione di muovere nella Caramania e verso le coste
contro gli Ottomani. E pregava il capitano generale di accordare
passaggio ad un nuovo legato persiano, che Uzunhasan spediva a
Venezia.
Giunse in fatti, alla fine di agosto, in Venezia l'oratore agì
Mohammed, per chiedere alla repubblica soccorso di artiglierie, delle
quali mancava il campo persiano.
Questo oratore recava alla signorìa un preziosissimo dono, che tuttora
si conserva fra gli stupendi cimeli del tesoro di S. Marco. Esso
consiste in un catino ricavato in una sola turchese di smisurata
grandezza, avente il diametro delle celebri colonnette della
cattedrale di Siviglia (m. 0,228). Sulla superficie esteriore stanno
intagliate cinque lepri, e nel fondo le parole _bar allah_,
interpretate dal Montfaucon _opifex Deus_, avvegnachè opera sì
straordinaria e preziosa debba riputarsi divina. Il catino è
contornato da una doppia legatura, entro e fuori, d'oro finamente
cesellato e guernito di cinquanta gemme. Il Montfaucon dichiara che
nessun altro cimelio gli ha destato maggior meraviglia, così pure il
Cicognara; ma lo Zanotto ed il Durand dubitano, e forse a ragione, che
il catino sia invece di pasta vitrea, la cui arte era perfettissima in
Persia, d'onde si diffuse per la civile Europa[20].
[Illustrazione: Coppa donata da Uzunhasan alla veneta signorìa, 1470]
Pochi giorni prima di agì Mohammed arrivava per la via di Caffa un
altro messo persiano [Documento VIII], «spagnuolo di nascita e di fede
ebreo» il quale confermava che il suo signore era in viaggio con un
potentissimo esercito, e risoluto di non ritirarsi dall'Asia minore
senza aver prima debellato il Turco. Questo messo fu consigliato di
presentarsi al re Ferdinando di Napoli ed al pontefice. Dai quali
ottenne buone parole e scarse promesse. A Roma fu con due famigliari
battezzato da papa Sisto, che gli pose il suo nome, e lo regalò di
molti doni.
In seguito alla domanda di agì Mohammed, deliberavasi in senato la
lettera ducale 25 settembre 1472 al re della Persia[21] per
assicurarlo, che gli sarebbero spedite le chieste artiglierie, e che
ordinavasi al capitano generale da mar di porsi intieramente colla
veneta armata a di lui disposizione.
In questo senso scriveasi pure il 27 settembre allo Zeno, che ai 5 del
successivo gennaio 1473[22] si rendeva avvertito del licenziamento di
un nuovo oratore turco, venuto per ricercare la pace, mentre il senato
non voleva conchiuderla se non d'accordo col re persiano,
incaricandolo di annunziare ad Uzunhasan il prossimo arrivo delle
chieste artiglierie, condotte da uno speciale ambasciatore.
Nel medesimo giorno in fatti il senato eleggeva oratore in Persia,
collo stipendio di 1800 ducati all'anno, e coll'accompagnamento di
dieci persone, Giosafat Barbaro, il quale per essere stato console
veneto alla Tana e governatore in Scutari, conosceva perfettamente le
lingue orientali[23].
E deliberava nella successiva tornata delli 11 gennaio[24] che si
mandassero al re di Persia sei bombarde grosse, dieci di mezza
grandezza e trentasei minori. Erano le bombarde una specie di mortaio
in forma di tromba, nella cui bocca poneasi in luogo di palla una gran
pietra. Inoltre 500 spingarde, specie di grande balestre, schioppetti
e polveri quanti più se ne potessero raccogliere, pali di ferro 300,
zappe 3000, badili 4000, e finalmente un regalo di panni pel valore di
diecimila ducati.
Nella relazione del suo viaggio in Persia, pubblicata dal Ramusio, il
Barbaro narra che partì da Venezia insieme ad agì Mohammed con due
galere sottili, seguite da due grosse, cariche di bombarde, spingarde,
schioppetti, polveri, carri e ferramenta pel valore di 4000 ducati, e
con 200 schioppettieri e balestieri, comandati da quattro contestabili
e da un governatore che era Tommaso da Imola; e che li doni per
Uzunhasan consistettero in lavori e vasi d'argento del valore di
ducati 3000, in panni d'oro e di seta del valore di ducali 2500, e in
panni di lana di color scarlatto ed altri fini del valore di ducati
3000.
E successivamente colle _parti_ 5 novembre, 21 dicembre 1473 e 22
gennaio 1474, il senato ordinava di assoldare Antonio di Brabante
bombardiere, e di mandarlo ad Uzunhasan insieme ad altri 500
schioppetti e 100 spingarde. Marino Contarini fu incaricato di fare
questi nuovi acquisti; ed il capitano generale da mar, di farli
giungere nella Persia[25].
Le commissioni a Giosafat Barbaro furono due: una palese, data il 28
gennaio 1473 [Documento IX], l'altra segreta l'11 febbraio seguente
[Documento X].
Colla prima ordinavasi al Barbaro di andare oratore solenne per la
repubblica in Persia, insieme al legato persiano agì Mohammed ed agli
ambasciatori del sommo pontefice e del re di Sicilia, allo scopo di
confermare ed animare vieppiù Uzunhasan nell'impresa contro i Turchi,
e di recargli le chieste armi e le genti.
Cammin facendo egli doveva eccitare il capitano generale Mocenigo a
fatti importanti nella nuova stagione, visitare il re e la regina di
Cipro, procurando di indurli ad unire la loro flotta, e finalmente
maneggiarsi per lo stesso fine coi cavalieri di Rodi.
Il veneto oratore dovea presentarsi al re di Persia insieme a Caterino
Zeno, «per rendere più cospicua e solenne la ambasceria; ed esporgli,
che la repubblica da dieci anni era in guerra col Turco deliberata di
sostenerla e proseguirla d'accordo colla Persia sino all'ultimo
eccidio del comune nemico; che aveva rifiutata ogni proposizione di
pace; che l'armata veneta e la collegata aveano già infestate le
marine dell'Anatolia, ed erano pronte a nuove e più importanti
imprese nella prossima primavera; e finalmente che egli portava seco
le chieste artiglierie e gli uomini capaci d'instruire in quell'arma
il suo esercito».
Le cose espresse nella detta commissione, ebbe il Barbaro
autorizzazione di comunicare agli ambasciatori del papa e del re
Ferdinando che lo accompagnavano, ma non quelle contenute nella
commissione segreta che gli fu data l'11 febbraio 1473.
Questa portava le istruzioni particolari, nel caso che ad onta degli
sforzi del veneto oratore, per animarlo alla guerra, il re persiano
inclinato avesse alla pace:
«Essere intenzione della repubblica di non venire mai a pace col
Turco, se non qualora quegli acconsenta di rinunciare in favore della
Persia tutta l'Anatolia che è viscere della sua potenza, e le terre al
di là dello stretto, con tutta la ripa opposta alla Grecia, ed il
castello dei Dardanelli, ed inoltre si obblighi a mai più fabbricare
alcun altro castello lungo quella spiaggia, onde possano i Veneziani
aver libero il mar Nero e ristorarvi gli antichi traffici e commerci».
Se poi la conclusione della pace avvenisse da parte di Uzunhasan,
doveva il Barbaro impegnarlo ad includervi la repubblica, procurando
di farle restituire la Morea, Metelino, Negroponte, od almeno
Negroponte ed Argo.
Con queste commissioni pertanto Giosafat Barbaro partì da Venezia a'
18 di febbraio 1473, e per Zara, Lesina, Corfù, Modone e Rodi giunse a
Famagosta il 29 di marzo[26]. Ma quantunque alla repubblica assai
importasse il sollecito suo viaggio in Persia, egli dovette fermarsi
circa un anno nell'isola di Cipro, essendo tutte le coste occupate
dagli Ottomani.
Quivi egli diede prove di carattere saldo e di valentìa negli affari
di stato, mantenendo in fede il Lusignano, che per ambizione di regno
era più tenero degli infedeli che dei cristiani, e provvedendo col
generale Mocenigo in aiuto del principe di Caramania.
Il quale, alleatosi alla repubblica fin dal 1464, avendo chiesto a
Giosafat Barbaro, che trovavasi in Cipro, soccorso per ricuperare i
castelli di Sighin, Kurku e Selefke, intorno ai quali stava il suo
campo, ebbe dal Barbaro e dal Mocenigo la chiesta assistenza;
perocchè, portatisi colla veneta armata alle marine, essi presero a
viva forza Sighin ed ottennero a patti gli altri due castelli, che il
Mocenigo[27] consegnò a Kasim beg fratello del Caramano, il quale
ringraziatolo del possente aiuto, lo regalò di un leopardo e di un
superbo destriero tutto addobbato con fornimenti d'argento[28].
Intanto Caterino Zeno non si stancava di eccitare la regina di Persia
perchè persuadesse il marito a muovere la guerra a Mohammed, acerrimo
nemico in particolare di lei, a cui avea fatta perire tutta la
famiglia; per le quali persuasioni Uzunhasan, che era di già
infiammato ad abbassare la potenza ottomana e ad innalzare la propria,
scrisse al signore dei Georgiani che rompesse da quel lato la
guerra[29], e mandò un oratore a Costantinopoli per chiedere
Trebisonda ed i luoghi usurpati.
Questo oratore presentò al sultano, secondo il costume orientale, una
mazza ed un sacco di miglio, per dimostrargli che il re della Persia
avrebbe armato esercito potente e numerosissimo; ma il padishàh lo
licenziava facendogli vedere a mangiare da poche galline quel miglio,
e dicendogli: «Così i miei giannizzeri faranno cogli uomini del tuo
signore, che sono soliti a guardar capre e non a guerreggiare[30]».
Allora Uzunhasan rivolse ogni sua cura a raccogliere genti ed armi, e
mandò notizia a Venezia della sua mossa, animando la repubblica a fare
altrettanto dalla sua parte; con lettera recata da Sebastiano dei
Crosecchieri cappellano di Caterino Zeno, nell'ottobre 1472[31].
Ai 15 di dicembre[32] lo Zeno partecipava le prime vittorie di
Uzunhasan, che uditi i fatti della veneta armata sulle coste della
Caramania, ancorchè non gli fossero ancora pervenuti i domandati
sussidii, avea dato ordine di guerra, per nulla temendo i rigori della
stagione e la mancanza di artiglierie.
Il veneto oratore seguì l'esercito persiano, e lo passò in rassegna
prima che entrasse in campagna. Narra lo Zeno nella sua lettera del 9
ottobre 1472[33] che quello era composto di 100 mila cavalli, armati
in parte alla maniera che usavasi in Italia, e in parte coperti da
fortissimi cuoi atti a resistere ai grandi colpi. Gli uomini erano
vestiti parte con corazzine dorate e maglie, e parte in seta. Aveano
rotelle in luogo di scudi, e scimitarre.
Mentre l'esercito persiano dopo le prime vittorie attese nel verno a
ristorarsi, Uzunhasan spedì un nuovo oratore a Venezia, il quale vi
giunse per la via di Cipro nel mese di febbraio 1473, e recò la
notizia della presa di Malatiah all'ovest dell'Eufrate, e dell'assedio
di Bir[34].
Il serenissimo principe accolse il legato persiano con amorevolezza;
si congratulò seco delle vittorie ottenute, esprimendo fiducia che il
Barbaro si sarebbe recato quanto prima nella Persia colle bombarde, le
spingarde, e coi maestri di artiglieria, spediti da quasi un anno. Ed
egualmente scriveva ad Uzunhasan il 15 di febbraio[35], annunziandogli
la venuta del Barbaro con efficaci sussidii, e l'ordine dato alla
veneta armata di attaccare le coste, tostochè il di lui esercito si
fosse a quelle avvicinato. Il Barbaro poi lo avvertiva da Colchos l'8
di giugno[36] di essere con potentissima armata e cogli ambasciatori
del papa e del re Ferdinando ed agì Mohammed a di lui disposizione, e
pronto ad attaccare la stessa Costantinopoli.
Queste lettere empierono di allegrezza e di speranze Uzunhasan, il
quale ne fece bandire la nuova per tutto l'esercito, e salutare a
suon di trombette e zambalare il nome veneziano [Documento XI].
I Turchi, fatto anch'essi il maggior sforzo, si avvicinarono
all'Eufrate poco lungi da Malatiah, dove sull'altra riva erano
schierati i Persiani in ordinanza. Quivi si incontrarono i due
eserciti, ed azzuffatisi vigorosamente, prevalse il persiano. Il
sopraggiungere della notte però impedì, che la vittoria di Uzunhasan
riescisse decisiva e finale.
Rotti pertanto gli Ottomani, scriveva a Venezia Luca da Molino,
sopracomito del porto di S. Teodoro[37]: che era vicino il re di
Persia, che il Mocenigo aveva incominciate le operazioni marittime, e
che già tutta la costa erasi assoggettata e restituita al Caramano.
Laonde, elevati gli animi alle più belle speranze, si vinceva in
senato, dietro proposizione di Girolamo da Mula, il partito, di
scrivere al Mocenigo che penetrasse con tutta l'armata nello stretto,
e si portasse a battere immediatamente la stessa Costantinopoli,
qualora però fossero stati di tale avviso il legato papale e il
capitano di Napoli[38].
Ma poco stettero le cose a cangiare d'aspetto. Battuti i Turchi, fu
Uzunhasan spinto dai suoi ad inseguirli al di là dell'Eufrate, e potè
raggiungerli presso Terdshan nelle vicinanze di Erzengian, alla fine
di luglio del 1473. Mentre il suo esercito era in marcia, mandò l'11
di luglio a chiamare lo Zeno e gli comandò di scrivere all'imperatore
ed al re d'Ungheria di «metter a foco et fiamma il paese de l'Othoman
in Europa, perchè essendo esso, con l'aiuto di Dio, per aver
certissima vittoria contro l'Othoman, el vol ch'el sia sfrachassado da
ogni parte, che più nol se possa refar, et che totalmente sia estinto
el nome suo[39]».
Confidando pertanto nella favorevole sua fortuna, e credendo per la
recente vittoria di poter ancora facilmente superare l'esercito
ottomano, Uzunhasan apprestò a battaglia le sue truppe, appena che lo
ebbe raggiunto[40].
Ma, attaccato invece vigorosamente e disperatamente dai Turchi, egli
rimase sconfitto per modo che dovette fuggire nelle montagne
dell'Armenia, abbandonando il campo e le salmerìe, mentre invano suo
figlio Seinel perdeva la vita, cercando di tener testa coi pochi
rimasti [Documento XII].
Per quella stessa opinione che Uzunhasan teneva di essere invincibile,
si avvilì maggiormente di questa sconfitta; laonde non vedendo altra
speranza che nel soccorso dei principi cristiani, ai quali le sue
disgrazie non toccavano meno che a lui, spedì Caterino Zeno come
proprio ambasciatore presso ai principi d'Europa: con incarico di
domandar loro quell'aiuto che richiedeva il pericolo comune, e
particolarmente dacchè, in contemplazione della repubblica di Venezia
e degli interessi della cristianità, avea preso le armi. Prometteva
poi di mettere in campo per la ventura stagione un formidabile
esercito, onde continuare nella impresa.
Partitosi lo Zeno dalla corte persiana, si diresse alle rive del mar
Nero, dove, noleggiata una nave genovese di Luigi Dal Pozzo, corse
pericolo di essere tradito e consegnato agli Ottomani, se Andrea
Scaramelli di notte tempo accostandosi secretamente con una barca alla
nave, da quella non lo avesse levato, e condotto incognito a Caffa,
insieme ad un di lui servo chiamato Martino.
Quivi trovandosi lo Zeno spoglio di denari e di ogni cosa, e non
potendo essere assistito dal povero suo liberatore, potè una seconda
volta salvarsi da mal partito e così porsi in grado di adempire ai
suoi incarichi, per la fedeltà del suo servo Martino, che tanto lo
pregò fino a che egli accondiscese di venderlo siccome schiavo per
provvedersi di denari pel viaggio. La generosità del Martino fu poi
riconosciuta dal veneto senato, che lo riscattò e lo provvide di
buona pensione[41].
Da Caffa lo Zeno scriveva alla signorìa, narrando il successo della
guerra passata, le nuove speranze che ancora si avevano, e lo incarico
a lui affidato da Uzunhasan, del quale spediva una lettera al doge
Nicolò Tron _relucentissimo sultan de la fede cristiana_, cui
prometteva di esser pronto a tentare di nuovo con tutte le forze della
Persia la fortuna delle armi [Documento XIII].
Queste lettere furono assai gradite dal senato, che intendendo non
essere ancora Giosafat Barbaro passato nella Persia, non gli parve
convenisse alla dignità sua di lasciare un re affezionato e fedele
senza un ambasciatore, dacchè lo Zeno erasi da lui dipartito.
Laonde il consiglio dei Dieci deliberava di spedirvi Paolo
Ognibene[42] albanese, con commissione di confermare ad Uzunhasan che
la repubblica intendeva di persistere nella lega, la quale non avrebbe
mancato di fruttargli il possesso di tutta l'Asia turca; e di
ponderare allo stesso quanto importava all'impresa che egli
coll'esercito passasse l'Eufrate.
All'Ognibene non venne fissato alcun stipendio; ma gli fu promesso che
la repubblica non mancherebbe d'usare verso la sua persona e famiglia
la magnificenza solita verso chi ben la serviva.
Oltre a questa spedizione dell'Ognibene, il senato deliberava nel
giorno 30 di ottobre dello stesso anno 1473[43] di eleggere un altro
oratore solenne ad Uzunhasan; ma nominato Francesco Michele, egli
rifiutò, e quanti altri venivano eletti declinavano tale onore per
cagione del viaggio pericolosissimo; laonde furono prese le _parti_ 22
e 30 novembre che stabilirono pene a chi si rifiutasse, e che
autorizzarono il Consiglio a scegliere l'ambasciatore da qualunque
luogo od ufficio.
Il 10 di dicembre 1473 fu eletto Ambrogio Contarini, quondam Bernardo,
che accettò, ed il 20 scrivevasi al Barbaro, che sollecitasse intanto
la sua partenza da Cipro e per qualunque via procurasse giungere al
più presto possibile nella Persia.
Le commissioni date dal senato ad Ambrogio Contarini furono due, una
palese, e l'altra segreta.
La prima [Documento XIV] ordinava al veneto legato di abboccarsi
coll'ambasciatore di Napoli, di cercar notizie di Caterino Zeno che
credevasi a Caffa, e di Giosafat Barbaro, e con questi e col
segretario Paolo Ognibene concertarsi per la miglior riuscita della
sua missione.
La commissione segreta [Documenti XV e XVI] ricordava, come l'anno
precedente, ritenendosi che il re persiano penetrasse nell'Anatolia,
la repubblica avea ordinato al capitano generale Mocenigo di spingersi
vigorosamente coll'armata nello stretto fino a Costantinopoli,
mettendo a ferro e fuoco tutta la ripa, onde il nemico vedendo in
pericolo la propria capitale fosse costretto a ritirare gran parte
delle sue genti, così agevolando la vittoria al re di Persia; che
inoltre la repubblica aveva mandate le chieste artiglierie e gli
uomini esperti a maneggiarle; per le quali cose doveva Uzunhasan
convincersi della buona volontà dei Veneziani, e degli sforzi che
sarebbero sempre pronti a fare in suo favore: sia ch'egli, seguendo il
parere del senato, spingesse la guerra per terra, mentre la veneta
armata penetrerebbe nello stretto; sia ch'egli preferisse la campagna
della Sorìa: purchè per l'una o per l'altra di queste imprese egli
muovesse sollecitamente, il tutto consistendo nella celerità delle
operazioni.
Se poi il veneto oratore avesse trovato il re disposto a tregua o
pace, gli si ingiungeva di far di tutto per istornarvelo; e, non
riuscendo, di ottenere che alla repubblica fossero restituiti
Negroponte ed Argo, od almeno ch'ella fosse inclusa nella pace.
Questa commissione segreta ebbe ordine il Contarini di imparare a
memoria prima di partire d'Italia, e di ritenerla col mezzo di
contrassegni e cifre a lui solo note, con obbligo assoluto di
abbruciare il foglio in modo che non potesse mai essere letto da
alcuno.
Intanto che l'Ognibene[44] ed il Contarini si dirigevano verso la
Persia, e che il Barbaro altresì trovava mezzo d'incamminarvisi,
Caterino Zeno proseguiva il suo viaggio di ritorno a Venezia,
eseguendo le commissioni avute, quale ambasciatore del re persiano.
Trovò egli in Polonia il re Casimiro in guerra cogli Ungheri, ed
esponendogli lo incarico avuto da Uzunhasan, lo esortò ed indusse a
conchiudere la pace, per lasciare almeno agli Ungheri agio di unirsi
nella lega contro i Turchi.
Dalla Polonia lo Zeno passò in Ungheria, dove ebbe grandi promesse, e
l'onore del cavalierato il 20 aprile 1474. Finalmente egli arrivò in
Venezia, e riferita in senato la commissione avuta dal re di Persia,
fu per ciò inviato con altri quattro ambasciatori al papa ed al re di
Napoli[45].
Queste legazioni non produssero il desiderato effetto e tornarono
vane. I principi della cristianità si erano, secondo la robusta
espressione di Giovanni Sagredo[46], raffreddati, anzi intirizziti.
Ritornato in patria lo Zeno, fu egli nominato del Consiglio dei Dieci,
a grande maggioranza di voti.
Frattanto il Barbaro col solo agì Mohammed ed il cancelliere,
travestiti da pellegrini, senza roba e senz'altra famiglia,
abbandonati anche dal legato papale e da quello di Napoli, poterono
incamminarsi per la Persia l'11 febbraio 1474[47].
La relazione del viaggio di Giosafat Barbaro fu pure pubblicata dal
Ramusio, e, tradotta in latino dal Geudero, fu inserita nell'_Historia
rerum persicarum_ del Bizarro.
Narra il Barbaro che partitosi finalmente da Cipro sbarcò al Kurku, e
per Selefke, Tarsus, Merdin, Assankief e Sairt arrivò al monte Tauro,
dove nel giorno 4 di aprile, assalito dai Kurdi e spogliato di ogni
cosa, egli potè a stento salvarsi fuggendo, _per aver sotto un buon
cavallo_. Ma egual sorte non toccava ad agì Mohammed ed al
cancelliere, che rimasero da quegli assassini trucidati. Le
disgraziate vicende del viaggio del Barbaro non si limitarono a
questa, che, giunto a Vastan presso Tauris, e richiesto del suo nome
e della sua missione da quei Turcomanni che si trovavano alla porta
della città, avendo egli detto di tener lettere per il loro re, ma che
non credeva cosa onesta il mostrarle, fu assai maltrattato, e colpito
dal loro capo con un pugno così vigoroso nella mascella, che per
quattro mesi gliene durò il dolore.
Arrivato finalmente il veneto legato in Tauris ed acconciatosi in un
caravanserai, fece sapere ad Uzunhasan che desiderava di
presentarglisi. Il re mandò per lui immediatamente la mattina
appresso; laonde fu condotto alla sua presenza così male in arnese,
che «quanto avea in dosso non potea valere due ducati». Fu accolto
assai cortesemente dal persiano, che gli promise soddisfazione, e
compenso del danno patito[48].
Il luogo del ricevimento fu un padiglione del magnifico palazzo detto
_Aptisti_, che tenevasi per una delle meraviglie della Persia. Il
padiglione giaceva nel mezzo di un giardino a trifoglio, con una
rigogliosa fontana d'innanzi[49]. La loggia era decorata a grossi
mosaici di varii colori; a mano sinistra sedeva il signore della
Persia sopra un cuscino di broccato d'oro, con un altro simile dietro
alle spalle, ed al suo lato stava un brocchiero alla moresca colla sua
scimitarra. Uzunhasan ricevette il veneto ambasciatore, circondato dai
grandi del suo regno, e mentre varii cantori facevano sentire dolci
concenti, al suono di arpe, liuti, cembali e pive. Il giorno dopo
mandò al Barbaro due vesti, uno sciallo di seta, una pezza di bambagio
da mettere in capo, e ducati 20.
La relazione del viaggio di Giosafat Barbaro continua narrando i
costumi, le ricchezze, il commercio, i prodotti della Persia
confrontati con quelli d'Italia, e descrive l'esercito e la potenza di
quel re. Dati questi importantissimi, ma che è inutile di ripetere,
dacchè stanno pubblicati nelle sopracitate collezioni, insieme ad
un'altra non meno interessante descrizione della Persia fatta da un
mercante veneziano, che ivi dimorò intorno a quel tempo.
Circa l'esito della sua missione, il Barbaro dice: che quando arrivò
in Tauris, correva voce che Uzunhasan fosse deciso a continuare nella
lotta contro i Turchi, ma che le conseguenze della infelice giornata
di Terdshan, la ribellione di Oghurlu Mohammed, e la tiepidezza delle
corti cristiane resero impossibile la riscossa. Egli portò invece le
armi contro il re di Gorgora, e fatta con esso la pace, si ritirò nei
propri stati, ove morì il giorno dell'Epifanìa dell'anno 1478.
Dopo la morte di Uzunhasan avvennero nella Persia i più gravi
sconvolgimenti, che portarono finalmente la esclusione dal trono della
sua dinastìa.
Laonde il Barbaro, presa licenza, si unì ad un armeno che recavasi in
Erzengian, ove giunse ai 29 di aprile 1478. Quindi con una carovana
andò in Aleppo ed in Beiruth, e con una nave di Candia si portò in
Venezia, per recare al senato le notizie della sfortunata sua
legazione.
Ed esito simile ebbero pur quelle di Paolo Ognibene e di Ambrogio
Contarini.
Paolo Ognibene arrivava dalla Persia il 17 di febbraio 1475 e riferiva
nel Consiglio dei Dieci: che entrato nel paese del Caramano si era
unito con alcuni Turchi che andavano alla Mecca, dai quali poche
miglia fuori di Aleppo si dipartì fingendo di avere perduta la borsa,
e così avendo potuto ritornare in quella città, prese il cammino della
Persia. Passato l'Eufrate, egli entrò nel paese di Uzunhasan, e
presentatosi a quel re, fu accolto amorevolmente ed udito con
attenzione.
Pochi giorni dopo l'arrivo in Persia dell'Ognibene vi giungeva
Giosafat Barbaro, laonde Uzunhasan incaricava l'Ognibene di ritornare
tosto a Venezia, e di esporre alla signorìa, ch'egli _era re della
propria parola_, e che nella prossima primavera avrebbe allestito un
poderoso esercito.
La relazione dell'Ognibene fu assai grata al Consiglio dei Dieci, che
lo premiava colla nomina di massaro all'ufficio delle Rason vecchie,
collo stipendio annuo di ducati 400[50].
Anche la relazione del viaggio e dell'ambasciata in Persia di Ambrogio
Contarini fu pubblicata nelle citate collezioni. Partitosi
quell'oratore da Venezia a' 23 di febbraio 1473, andò per la via di
terra a Caffa, ove giunse ai 26 di aprile, passando per Norimberg,
Potsdam e la Russia bassa. Imbarcatosi sul mar Nero, si recò alle
foci del Fasi al 1º di luglio, e per la Mingrelia, la Georgia e parte
dell'Armenia, giunse al 4 di agosto nella città di Tauris.
Ma siccome il re di Persia trovavasi in Ispahan, il Contarini si
diresse a quella volta, ove incontrò Giosafat Barbaro che lo seguiva
in qualità di legato della repubblica.
Nel giorno 4 di novembre 1474 il veneto oratore si presentò ad
Uzunhasan ed offerì le sue credenziali. Esposta la commissione avuta
dal senato, ebbe affettuosissima accoglienza, ma assai breve ed
ambigua risposta. E ritornato poi colla corte in Tauris, gli fu
commesso da quel re di partire per Venezia, e di recare la notizia che
egli era pronto a far la guerra. Fu il Contarini regalato di due
vesti, di un cavallo e di poche altre cose, e fu incaricato di portare
alla signoria alcune spade e turbanti.
Nel 28 di giugno 1475, quantunque convinto che le promesse di
Uzunhasan difficilmente sarebbero state mantenute, il Contarini si
licenziò da quel re, e per la via del Caspio e della Tartaria si
diresse a Venezia.
Il viaggio di ritorno riescì al veneto legato oltremodo faticoso,
avendo dovuto per terre barbare ed infestate, viaggiare senza o con
pochi danari. Egli portava indosso una casacca tutta squarciata,
foderata di pelli d'agnello, una triste pelliccia, e un berretto pure
di agnello. Passato il gran deserto dell'asiatica Sarmazia, arrivò in
Moscovia, e presentatosi a quel duca, fu assai bene accolto e
regalato; quindi per la Lituania, la Polonia e l'Allemagna giunse a
Venezia il 9 di aprile 1477, e riferito in senato l'esito della sua
missione, corse a ringraziare Iddio di averlo preservato da tanti
pericoli e di avergli conceduta la grazia di rivedere la patria.
Colla morte di Uzunhasan terminava per Venezia l'ultima speranza di
appoggio; laonde nel 1478 la repubblica fermò pace colla Turchia, e
pose fine ad una lotta che durò sedici anni, e che avrebbe potuto
vendicare il 1453, in cui compievasi la gran vergogna della
cristianità, e liberare l'Europa da una causa incessante di
perturbazioni e di guerre.