Da G. FABRICIO, _Antiq. mon._, lib. I. Non è certa l'autenticità.
[147] _Animadvertis Cn. Pompejum nec nominis sui, nec rerum gestarum
gloria, nec etiam regum aut nationum clientelis, quos ostentare crebro
solebat, esse tutum; et hoc etiam quod infimo cuique contigit, illi non
posse contingere, ut honeste effugere possit._ CICERO, _ad fam._, IX.
_Sed pœnas longi Fortuna favoris_
_Exigit a misero, quæ tanto pondere famæ_
_Res premit adversas, fatisque prioribus urget._
_Sic longius ævum_
_Destruit ingentes animos, et vita superstes_
_Imperio._
LUCANO, VIII. 34.
[148] _Hoc τέρας, horribili vigilantia, celeritate, diligentia est._
CICERONE ad Attico, VIII. 9. _Nullum spatium perterritis dabat._
SVETONIO in _Cesare_, 60.
_Dum fortuna calet, dum conficit omnia terror._
LUCANO, VII. 21.
[149] Dureau de la Malle pretende che l'erario dissipato da Giulio
Cesare fosse di duemila milioni della moneta presente (_Economie des
Romains_, vol. I. p. 91). Ora Jacob (_On precious metals_ vol. 1)
asserisce che tutti i metalli preziosi d'Europa, prima della scoperta
dell'America, sommavano appena ad ottocentocinquanta milioni di
franchi. Guaj se nella storia antica si pretende esattezza di cifre!
[150] _Ad Attico_, VIII. 7. 10.
[151] Pompeo aspira ad una dominazione simile a quella di Silla;
chiaramente lo mostrò: e' non lascerà un tegolo in Italia, se riesce.
Fa terribili minaccie contro i ricchi e contro quelli che non l'hanno
seguito. _Ad Attico_, VIII. 11; IX. 7. Ripete, _Se l'ha potuto Silla,
perchè nol potrei io?_ Ivi, IX. 10. Sua idea è di far perire prima Roma
e l'Italia per fame, tôrre il denaro ai ricchi, devastare le campagne,
metter fuoco dappertutto. Poi vuol trattare nulla meglio la Grecia, e
crede che il bottino che lascerà farvi ai soldati lo metterà di sopra
di Cesare, IX. 7. 10. Nel suo campo non si parla che di proscrizioni, e
si gode di richiamar quello che nomasi regno di Silla, IX. 11.
[152] _Nil tam populare quam odium popularium._ CICERONE ad Attico, II.
9.
[153] SVETONIO, in _Cesare_, 62.
[154] Πίστευε τῆ τύχη γνοὺς ὅτι Καίσαρα κομίζεις. Come questo motto è
snaturato nella diluita declamazione di Lucano! Qui la poesia sta tutta
nella prosa.
[155] La cecità de' suoi nemici è stupendamente ritratta in questo
passo di Cesare: _His rebus tantum fiduciæ ac spiritus Pompejanis
accessit, ut non de ratione belli cogitarent, sed vicisse jam sibi
viderentur. Non illi paucitatem nostrorum militum, non iniquitatem
loci atque angustias, præoccupatis castris, et ancipitem terrorem
intra exstraque munitiones, non abscissum in duas partes exercitum,
cum altera alteri auxilium ferre non posset, causa fuisse cogitabant.
Non ad hæc addebant, non ex concursu acri facto, non prælio
dimicatum, sibique ipsos multitudine atque angustiis majus attulisse
detrimentum, quam ab hoste accepissent. Non denique communes belli
casus recordabantur, quam parvulæ sæpe, causæ vel falsæ suspicionis,
vel terroris repentini, vel objectæ religionis, magna detrimenta
intulissent; quoties vel culpa ducis, vel tribuni vitio, in exercitu
esset offensum; sed, perinde ac si virtute vicissent, neque ulla
commutatio rerum posset accidere, per orbem terrarum fama ac litteris
victoriam ejus diei concelebrabant._ Civ. III. 72.
[156] «A Farsaglia Cesare non perde che ducento uomini, e Pompeo
quindicimila: cosa consueta nelle battaglie degli antichi, senza
esempio nelle moderne, ove la quantità dei morti e dei feriti è più o
meno, ma nella proporzione di uno a tre, e la sola differenza dal vinto
al vincitore consiste soprattutto nel numero de' prigionieri. Effetto
della natura dell'armi. Quella da projetto degli antichi facevano
generalmente poco danno; gli eserciti loro si attaccavano coll'arma
bianca, e però era naturale che il vinto perdesse molta gente, e il
vincitore pochissima. Se gli eserciti moderni venissero alle mani, ciò
non succederebbe che al finire dell'azione, ed allorchè si fosse sparso
già molto sangue: non v'ha differenza tra il vinto ed il vincitore
durante i tre quarti della giornata; e la perdita cagionata dalle armi
da fuoco è pressochè eguale da ambe le parti. La cavalleria, nelle sue
cariche, ha qualche somiglianza colle truppe antiche: il vinto perde
molto più del vincitore, perchè lo squadrone fuggente è inseguito e
caricato colla sciabola, soffrendo così molto danno senza arrecarne.
«Gli eserciti antichi combattendo all'arma bianca, abbisognavano
d'uomini più esperti, dovendo sostenere tanti combattimenti
particolari: un esercito dunque d'uomini agguerriti e veterani avea
necessariamente il vantaggio; e fu per questo che un centurione della
legione decima disse a Scipione in Africa: _Dammi dieci de' miei
camerata che sono prigionieri, e lasciaci combattere contro una delle
tue coorti, e vedrai chi siamo._ Questo centurione diceva vero: un
soldato moderno che tenesse un simile linguaggio, non sarebbe che un
millantatore. Gli eserciti antichi si affrontavano colla cavalleria,
e un cavaliere armato dal capo alle piante avrebbe affrontato un
battaglione». Napoleone.
[157] _Ad Attico_, IX. 15.
[158] Adriano fece ristorare il sepolcro di lui, e scrivervi questo
verso: Τῶ ναοῖς βρίθοντι, ποσὴ απάνις ἔπλετο τύμβου: «Ebbe già templi,
or ha una tomba a pena».
[159] La metà da anticiparsi gli fu somministrata da Rabirio Postumo,
cavaliere romano, che poi di ciò accusato, fu difeso da Cicerone.
Gabinio, per farsi assolvere, dovette spendere quanto avea lucrato; e
Cicerone che dapprima lo accusava, alfine lo difese, perchè appoggiato
da Pompeo.
[160] Cicerone, allora sul denigrare, scriveva che _Sullanas
venditiones et assignationes ratas esse voluit, quo firmiores
existimentur suæ_. Ad fam., XIII. 8.
[161] _Istum, cujus φαλαρισμὸν times, omnia teterrime facturum puto._
Ad Attico, VII. 12. — _Incertum est Phalarimne sit imitaturus._ Ivi,
20.
[162] _Adhuc in hac sum sententia, nihil ut faciamus nisi quod maxime
Cæsar velle videatur._ Epistolar. lib. IV, ad Sulpicium. — _Admirari
soleo gravitatem et justitiam et sapientiam Cæsaris; numquam nisi
honorificentissime Pompejum appellat. At in ejus personam multa fecit
asperius. Armorum ista et victoriæ sunt facta, non Cæsaris. At nos
quemadmodum complexus! Cassium sibi legavit, Brutum Galliæ præfecit,
Sulpicium Græciæ, Marcellum, cui maxime succensebat, cum summa illius
dignitate restituit, etc._ Lib. VI, ad Cæcinam. Lodi a Cesare sono
profuse nell'orazione _pro Marcello_, che o non è sua, o men degna di
lui.
[163] _Causa Diis victrix placuit, sed victa Catoni._ LUCANO.
[164] Correvano pasquinate, dicendo: — Cesare trae i Galli dietro al
carro, ma per introdurli in senato: costoro mutano la braca celtica nel
laticlavio. Il pubblico è pregato d'insegnare la strada del senato ai
nuovi senatori».
[165] Cicerone è malcontento che Cesare abbia comunicato il diritto
latino ai Siculi, benchè gran fautore di questi. _Scis quam diligam
Siculos, et quam illam clientelam honestam judicem. Multa illis Cæsar,
nec me incito; etsi latinitas erat non ferenda._ Ad Attico, XIV. 12.
[166] Cicerone, _ad fam._, IX. 15, scrive: — Talvolta odo che un
consulto del senato, quando tornò a conto a Cesare, fu portato in Siria
o in Armenia, prima ch'io pur sapessi che fu fatto: e molti principi mi
scrissero ringraziandomi ch'io avessi opinato perchè si desse loro il
titolo di re, mentre io non sapevo tampoco che fossero al mondo».
Hoeck, Druman, Duruy, Thierry, Michelet, e gli inglesi Quinoy, Long
nella traduzione di Plutarco, Mérival nei _Romani sotto l'Impero_,
considerano Cesare come l'uomo che si collocò alla vanguardia del
mondo. Dopo il colpo di Stato di Napoleone III, i Francesi si diedero
a bersagliare Cesare per allusione; e a noi fecero colpa di non averlo
giudicato da quello aspetto momentaneo e parziale. Anche dopo BURY,
_Histoire de la vie de Jules César, 1758_, e MEISSNER, _Vita di Giulio
Cesare_, continuata da HAKEN, 1811, è a desiderare che alcuno ne tragga
una più compita e vasta dai _Commentarj_, da Plutarco, da Svetonio.
Quella scrittane da Napoleone III non accontentò i veri dotti, e rimase
incompiuta.
[167] Servio scriveva a Marco Tullio (_ad fam._, IV. 5): _Ea nobis
erepta sunt, quæ hominibus non minus quam liberi cara sunt, patria,
honestas, dignitas._
[168] _Sedebamus in puppi, nunc vix in sentina sumus._ Ad fam., IX.
15. — _Semiliberi saltem simus, quod assequemur latendo et tacendo._ Ad
Attico, XIII, 31.
[169] Il fare Bruto figlio di Cesare è acquarzente de' tragici, che
hanno bisogno d'esagerate situazioni. Bruto nacque nell'85 av. C.,
cioè quando Cesare finiva appena quindici anni; il quale ne contava
quarantasette al tempo de' suoi amori con Servilia, e cinquantasei
quando fu assassinato.
[170] Quidquid vult, valde vult. CICERONE, ad Attico, XIV. 1. — ὥσπερ
τὰ ψυχρήλατα τῶν ξιφῶν, σκληρὸν ἐκ φύσεως. PLUTARCO in _Bruto_, 1.
[171] _Nolite existimare majores nostros armis rempublicam ex parva
magnam fecisse... Alia fuere quæ illos magnos fecere, quæ nobis nulla
sunt; domi industria, foris justum imperium._ SALLUSTIO, Catilin.
[172] Plutarco, in _P. Emilio_, dice che l'universo fremè d'orrore
al finir della guerra coll'Epiro, ove dalla ruina d'una nazione erasi
cavato bottino sì modico e sì scarso guadagno. I soldati si opposero al
trionfo di Paolo Emilio perchè aveano toccato poco. LIVIO, XLV. 34. 35.
[173] _More latrocinii, veteribus possessoribus ademerunt agros, domos,
sepulcra, fana... juvenes pariter ac seniores, mulieresque cum parvis
liberis, conquerentes se pelli agris focisque._ APPIANO, De bello civ.
_Impius hæc tam culta novalia miles habebit?_
_Barbarus has segetes? En quo discordia cives_
_Perduxit miseros! En queis consevimus agros!..._
_O Lycida, vici pervenimus, advena nostri_
_(Quod numquam veriti sumus) ut possessor agelli_
_Diceret: Hæc mea, sunt, veteres migrate coloni._
VIRGILIO, Egloghe I e IX.
[174] Lib. II. cap. 15. Lo attestano pare Tacito. _Ann._, XII. 43,
Plinio, lib. XVII, Columella, _pref._ al lib. 1.
[175] _Pro Flacco_, 6. 7. 8.
[176] Si allude alla legge Valeria del 667 di Roma, per cui i debiti
furono ridotti a tre quarti.
[177] CICERO, _De officiis_, II. 21.
[178] _Poltifagi_ chiama Plauto i Romani.
[179] _Ad me autem, etiam cum rogat aliquid, contumaciter, arroganter,
ἀκοινωνήτως solet scribere._ CICERONE, ad Attico, VI. 1. — _Omnino
(soli enim sumus) nullas unquam ad me literas misit Brutus, in quibus
non inesset arrogans, ὰκοινώνητον aliquid._ Ivi, 3.
Molto si è discusso intorno ai nomi di _unciarium fœnus, semiunciarium
fœnus, centesima usura,_ adoprati nel diritto romano. A noi pare, fra
le tante, meglio probabile la spiegazione del Niebuhr, che l'_unciarium
fœnus_ indichi l'interesse di un'oncia, vale a dire di un dodicesimo
del capitale all'anno; e il _semiunciarium_ di un ventiquattresimo: la
_centesima_ sarebbe un centesimo del capitale, da pagare alle calende
d'ogni mese; il che viene al dodici per cento l'anno. Le due prime
denominazioni derivano dall'antica divisione romana dell'asse in dodici
oncie; la terza più recente è calcolata sulla divisione decimale.
Lasciando via il supposto del Niebuhr dell'anno romano di dieci mesi
(Appendice II), l'_unciarium_ darebbe l'otto e un terzo per cento, e il
_semiunciarium_ il quattro e un sesto.
[180] Cesare nella Gallia Transalpina fece un milione di schiavi,
secondo Plutarco e Appiano: Lucullo nel Ponto tanti, che si vendeano
quattro dramme, cioè men di quattro lire per testa. Augusto ne menò
quarantaquattromila dalle montagne dei Salassi.
[181]
_Tota salutatrix jam turba peregerit orbem_
_Sideribus dubiis._
GIOVENALE.
[182] Queste costose tavole pare fossero di cisto, _thuja articulata_.
[183] Tante e sì varie qualità di pesci nutrivano alcuni nei vivaj, che
tenevano nomenclatori a posta per distinguerle e suggerirne il nome, al
quale scrivono che alcuni fossero educati ad accorrere:
_Natat ad magistrum delicata muræna,_
_Nomenclator mugilem citat notum,_
_Et adesse jussi prodeunt senes mulli._
MARZIALE, X. 30.
Vedi le odi d'Orazio _Jam pauca aratro — Beatus ille — Robustam,
amice_; e alquanto più tardi Seneca, ep. 47, e Petronio; e in generale
Meursio, _De luxu Romanorum_.
Nel _Palazzo di Scauro, frammento d'un viaggio fatto a Roma verso
il fine della repubblica da Meroveo principe degli Svevi_, Mazois
suppone che Meroveo, figlio d'Ariovisto vinto da Cesare, prigioniero
a Roma, v'incontri amicizia col greco architetto Crisippo, il quale lo
conduce a vederne le magnificenze. E così questi gli narra i progressi
dell'arte del fabbricare: — Un tempo questa regina delle città era
costruita nulla meglio delle vostre di Germania; i suoi cittadini,
agricoltori e soldati, dormivano colle famiglie sotto tugurj di legno
o di canne. Solo dopo la guerra di Pirro cominciossi a coprir di
tegoli le case, invece di scandule e stoppia. Avevano un solo piano,
poichè i regolamenti degli edili proibivano di dare ai muri degli
edifizj privati spessezza maggiore d'un piede e mezzo; dappoi si
pensò a rinforzare i muri di mattoni con catene di pietre, ed anche
costruirne interamente di pietre: per tal modo si diede alle abitazioni
maggior elevatezza; anzi si cadde nell'abuso, onde savie prescrizioni
fissarono l'altezza ordinaria delle case dai sessanta ai settanta
piedi. Siffatta precauzione previene molti mali; giacchè negl'incendj
non si possono portare con tanta facilità i soccorsi necessarj agli
appartamenti troppo alti, i tremuoti fanno crollare di più gli edifizj,
e le inondazioni, causa di tanti guasti a Roma, corrodono le fondamenta
e trascinano a rovina le case sopraccaricate d'appartamenti. Ciò
forse contribuisce a far dalle persone agiate abbandonare i cenacoli,
o camere di soffitta; solo persone di mediocre fortuna, stranieri,
liberti vi abitano pel buon mercato: un appartamento compiuto e comodo
sotto l'altana (_solarium_) non costa meno di duemila sesterzj l'anno,
e una casa comoda e piacevole non s'appigiona a meno di trentamila.
Gl'incendj sono uno dei più grandi flagelli di Roma; essi puniscono
sovente l'orgoglio e il lusso di questi degenerati repubblicani, i
quali, invece di servire alla utilità nelle loro fabbriche, siccome gli
antenati loro, non cercano che di soddisfare ad una smoderata passione
ed a stravaganti capricci».
Sopra ciò vedi PLINIO, _Nat. Hist._, XXXVI. 24. A Cicerone reduce
furono assegnati d'indennità per la villa di Tusculo denari 500,000,
per la casa a Formio denari 250,000, per quella di Roma denari
2,000,000; e si lagna siano state valutate troppo basso. Plinio il
Giovane, privato e filosofo, ci descrive le sue ville d'un fasto
voluttuoso che sarebbe troppo ad un re. Può far riscontro al _Palazzo
di Scauro_ l'opera dell'architetto francese L. P. Hudebourt, _Le
Laurentin, maison de campagne de Pline le Jeune, restituée d'après la
description de Pline_. Parigi, 1838. Gabriele Peignot (_Sur le luxe des
Romains dans leur ameublement_) raccolse curiose particolarità.
Il gusto de' quadri cominciò dacchè Lucio Mummio ne portò di Grecia nel
146 av. C. Fra gli esposti in vendita fu un Bacco, di mano d'Aristide
di Tebe, pel quale Attalo avea offerti ventotto talenti e mezzo (lire
114,000): l'Alessandro fulminante di Apelle, tolto al tempio di Diana
d'Efeso, era stato pagato al pittore venti talenti (lire 96,000), e di
poi fu venduto per tante monete d'oro quante ne portava. Marco Agrippa
pagò ai Ciziceni un Ajace e una Venere lire 228,137: una Venere uscente
dal mare si comprò lire 480,000; l'Ajace furioso, e la Medea che uccide
i figli, lire 384,000: Tiberio, avuta la scelta fra lire ducentomila ed
un quadro di Atalanta e Meleagro, preferì questo.
Lucullo portò dal Ponto una statua, che era costata due milioni e
quattrocentomila lire. La colossale di Mercurio, opera di Zenodoro,
costò dieci anni di lavoro e lire ottocentomila.
Cajo Gracco aveva una tavola sostenuta da due delfini in argento
massiccio, che gli costava mille lire la libbra. La decantata di
Tolomeo re di Mauritania in cedro, grossa tre dita, e grande quattro
piedi e mezzo quadrati, dovea valere un tesoro. Cicerone pagò
ducentomila lire una di cedro. Gallo Asinio ne aveva una di ducentomila
lire; e Seneca cinquecento di gran valore, tutte di cedro col piede
d'avorio.
Di gran lusso erano pure i letti, fossero cubicolari per dormire,
triclinarj per la tavola, o nuziali. Quei della prima sorte tenevansi
in semplici cameruccie, senza cielo nè cortine. I triclinarj al tempo
di Augusto erano sovente di cedro vestito di lamine d'argento, o
intagliati e cesellati in oro, avorio, tartaruga, madreperla, altre
materie preziose. Vi si stendeano coperte ricchissime, di cui al tempo
di Catone alcuna fu venduta sin censessantamila lire. Nerone ne comprò
una variopinta per lire settecento settantacinquemila. Costosissimi
dovean pure essere i letti nuziali.
Estremo era il lusso nelle coppe e tazze, con cui ornavansi gli abachi.
Lucio Crasso ebbe due coppe cesellate da Mentore, che costavano lire
ventimila. Cercatissimi erano i vasi murrini, e un solo fu venduto
lire trecentrentaseimila; Petronio consolare, condannato a morte
da Nerone, ne ruppe uno di un milione quattrocenquarantamila lire,
perchè il tiranno non l'ereditasse. Silla avea piatti che pesavano fin
ducento marchi; e Plinio aggiunge che in Roma se ne sarebbero trovati
cinquecento d'egual peso. L'imperatrice Livia offrì in Campidoglio un
vaso di cristallo che pesava cinquanta libbre. Uno schiavo di Claudio,
tesoriere dell'alta Spagna, fece fare un vaso, pel quale si dovette
fabbricar a posta una fonderia; tutto argento puro, pesante cinquecento
libbre, che servivasi fra otto piatti da cento marchi ciascuno. Su quel
modello ne volle poi uno Vitellio, che chiamava scudo di Minerva.
Altrettanto piacevansi i Romani di lampade e candelabri, variatissimi
di forma e di materia.
Peignot dà una stima delle sostanze di varj cittadini, secondo i dati
antichi; e per quanto vi si possa ridire, offre, se non altro, dei
termini di comparazione:
Silla avea di sua sostanza L. 150,000,000
Il commediante Roscio almeno » 20,000,000
Il tragico Esopo, benchè in una sola
vivanda consumasse lire 20,000 » 5,000,000
Publio Crasso il Ricco aveva in fondi
e quasi altrettanto in case a Roma,
schiavi, armenti » 60,000,000
Emilio Scauro, genero di Silla » 80,000,000
Demetrio, liberto di Pompeo, un
capitale di » 19,200,000
L'oratore Ortensio acquistò colle
arringhe » 20,000,000
Milone, andando in esiglio, portò
buona parte del suo avere a
Marsiglia; il resto confiscatogli
per pagarne i debiti saliva a » 15,000,000
Lucullo ebbe da » 120,000,000
e alla sua morte, i pesci di un suo
vivajo furono venduti » 800,000
Marc'Antonio avea per » 120,000,000
Sallustio lasciò » 60,000,000
Virgilio » 1,957,424
tutte per donativi da Augusto. Pel
_tu Marcellus eris_ Ottavia gli fece
contare 52,000 lire.
Augusto in venti anni aveva ricevuto
in doni od eredità più di 100,000,000
e ne lasciò » 200,000,000
Apicio, celebre gastronomo, avea per » 19,375,934
e quando si vide ridotto a 2,000,000
si uccise per paura di morir di fame.
A Tiberio si trovarono » 540,000,000
Callisto, liberto di Caligola,
possedeva per » 40,000,000
Narcisso liberto, poi segretario di
Claudio, ammassò » 50,000,000
Seneca filosofo possedeva » 60,000,000
e Plinio il Giovane » 20,000,000
[184] Come i Romani distribuissero le ore di loro giornata, è soggetto
di una dissertazione dell'abate Couture nei _Mémoires de l'Académie
française_. Per le donne vedi BOETTIGER, _Sabina, o il mattino d'una
dama romana_. Lipsia 1806.
[185] Tra i vini gli antichi lodarono il _Pucinum_, cioè il prosseco
del Friuli; e Plinio (_Nat. hist._, XIV. 6) dice che Livia d'Augusto
attribuiva a quel vino l'esser campata ottantadue anni.
[186] PLINIO, X. 23. 52.
[187] Lo stesso, X. 23. — L'allevamento dei polli divenne una cura
gravissima, e i pollaj e colombaj presero estensione maggiore, che in
principio non n'avessero le ville. Un gallinario presedeva alla bassa
corte, e sotto di lui un uccellajo o _pastor avium_. Varrone fa dire
all'intendente della masseria di Sejo, che il pollajo gli fruttava
più di sessantamila sesterzj, e che cinquantamila tordi allevati in
un'altra campagna eransi venduti altrettanto, cioè due volte più che
un podere di ducento acri. Un ovo di pavone pagavasi cinque denari.
Che più, se un par di piccioni si pagarono fin mille sesterzj, e due
galline quattromila monete d'argento? Nessuna maraviglia dunque se
Varrone si estende lungamente ne' precetti intorno alla bassa corte,
dando particolarità, dalle quali non si raccoglie se non l'estensione
di quell'allevamento.
[188] ORAZIO, _Satir._, 3.
[189] PLINIO, IX. 17.
[190] Lo stesso, III. 8; VIII. 82; IX. 82.
[191] VARRONE, III. 17; PLINIO, IX. 8.
[192] Antica orazione ap. A. GELLIO, XV. 8; e Orazio diceva:
_Romana juventus_
_Non veneris tantum, quantum studiosa culinæ._
[193] PLUTARCO, in _Antonio_.
[194] A. GELLIO, I. 6. — Sallustio appone a Fulvia «l'esser erudita di
greco e latino, saper sonare e ballare più che non convenga a donna
onesta, il saper fare versi, dire arguzie, usare discorso modesto o
procace».
[195] VALERIO MASSIMO, IX.
[196]
_Quasi in choro pila ludens_
_Datatim dat se se et communem facit;_
_Alium tenet, alii nutat, alibi manus_
_Est occupata, alii pervellit pedem,_
_Alii dat annulum spectandum, a lubris_
_Alium invocat, cum alio cantat, et tamen_
_Alii dat digito literas._
[197]
_Nunc tibi captivos mittet Germania crines,_
_Culta triumphatæ munere gentis eris._
_O quam sæpe, comas aliquo mirante, rubebis,_
_Et dices: Emta nunc ego merce probor._
Amor. I. 14.
Tutta quest'elegia va in disapprovare l'amica del soverchio ornarsi.
[198]
_Quid juvat ornato procedere, vita, capillo,_
_Et tenues coa veste movere sinus?_
_Aut quid orontea crines perfundere myrrha,_
_Teque peregrinis vendere muneribus?_
_Naturæque decus mercato perdere cultu?_
PROPERZIO, I. 2.
[199] L'elegia quarta del 1º libro degli _Amori_ d'Ovidio, a parte le
sconcezze, informa assai degli usi nei banchetti d'allora, istruendo
egli l'amica del come comportarsi in un convito ove assistano e il
marito e l'amante:
_Cum premit ille torum, vultu comes ipsa modesto,_
_Ibis ut accumbas; clam mihi tange pedem_.....
_Cum tibi quæ faciam, mea lux, dicamve, placebunt,_
_Versetur digitis annulus usque tuis_...
_Nec premat impositis sinito tua colla lacertis;_
_Mite nec in rigido pectore pone caput ecc.
[200] PLUTARCO, in _P. Emilio_, in _Mario_ e in _Cicerone_; VALERIO
MASSIMO, VI. 3. 10; PLINIO, VII. 15. — _Paula Valeria divortium sine
causa, quo die vir e provincia venturus erat, fecit: nuptura est D.
Bruto._ CICERONE, _ad fam._, VIII. 7. — _Numquid jam ulla repudio
erubescit, postquam illustres quædam et nobiles feminæ non consulum
numero, sed maritorum annos suos computant, et exeunt matrimonii
causa, nubunt repudii?_ SENECA, De benef., III. 26. — Lucano, il poeta
della virtù, nobilita di frasi la prostituzione della moglie di Catone
(_Phars._, II. 329):
_Mox ubi connubii pretium, mercesque soluta est;_
_Tertia jam soboles, alios fecunda penates_
_Impletura datur..._
_Dum sanguis inerat, dum vis materna, peregi_
_Jussa, Cato..._
_Visceribus lassis, partuque exhausta, revertor_
_Jam nulli tradenda viro._
[201] _Qui patrium mimæ donat fundumque laremque._ ORAZIO.
[202] Ovidio (_de Ponto_, III. 3) si scusa delle sue oscenità, perchè
non destinate a matrone, che portavano la benda al crine e la veste
lunga fin ai piedi: e Tibullo (I. 6) esorta la madre della sua Delia
a tenerla casta, benchè non abbia nè la benda nè l'abito prolisso.
Alludono al vestire delle libere, che Orazio (_Satir._ II. 63. 82)
chiama _togatæ_. Vedi anche PLAUTO, _Epid._, II. 2. 42.
[203] Plauto, nella _Bacchide_ e nell'_Asinaria_, nomina un processo
avanti ai Tre capitali (_ibo ad tres viros, vestraque ibi nomina Faxo
erunt_) per far eseguire la promessa scritta di fedeltà per un anno. E
per chi dubitasse che il poeta umbrio non si riferisse che a costume
greco, soccorre Ovidio, il quale dice aver assistito a un giovane
(_aderam juveni_), che citava (_jamque vadaturus_) per simile ragione
l'amica, e già teneva in mano il libello (_duplices tabellæ_), quando
la vista di lei lo disarmò, e conchiuse:
_Tutius est, aptumque magis discedere pace,_
_Quam petere a thalamis litigiosa fora._
_Munera quæ dederis, habeat sine lite jubeto._
Rem. am., II. 274.
[204] Cicerone (_Ad fam._, IX. 26) descrive un banchetto, cui furono
invitati egli, Attico, altri principali, e con essi la meretrice
Citeride: _Non mehercule suspicatus sum illam affore, sed tamen ne
Aristippus quidem ille socraticus erubuit, cum esset objectum habere
eum Laida._
[205] — Le signore (esclama una di queste sciagurate in PLAUTO,
_Cistel._, I. 1. 31) vogliono che noi stiamo da esse dipendenti, che
sempre abbiam bisogno di loro. Se si va a trovarle, si vorrebbe non
esserci mai andate. In pubblico fanno carezze alla specie nostra; in
segreto ci mordono, perchè siamo liberte».
[206] Vedi CHRISTIUS, _Hist. legis Scatinæ._ Ala 1727.
[207] _Dives regnum orbæ senectutis exercens._ SENECA, ad Marciam, 19.
[208] _Ad Attico_, I. 5.
[209] _Pro Cluentio, pro Amerino_, ecc.
[210] _Pro Cælio_, 18.
[211] _Si meam, cum in omni vita, tum in dicendo moderationem
modestiamque cognostis._ Philipp. II. 5.
[212] VARRONE, _De re rustica_, I. 2. 17; III. 6; MACROBIO, _Saturn._,
II. 9.
[213]
_Sæva canent, obscœna canent, fœdosque hymenæos,_
_Uxoris pueris, Veneris monumenta nefandæ_
_Nec Musa cecinisse pudet, nec nominis olim_
_Virginei, famæque juvat meminisse prioris._
_Oh! pudor extinctus, doctæque infamia turbæ_
_Sub titulo prostant, et queis genus ab Jove summo_
_Res hominum supra evectæ, et nullius egentes_
_Esse merens vili, ac sancto se corpore fœdant._
[214]
_Omnis enim per se Divûm natura necesse 'st_
_Immortali ævo summa cum pace fruatur,_
_Semota a nostris rebus, sejunctaque longe;_
_Nam privata dolore omni, privata periclis,_
_Ipsa suis pollens opibus, nihil indiga nostri..._
_Nec bene promeritis capitur, nec tangitur ira._
_Humana ante oculos fœde cum vita jaceret_
_In terris oppressa gravi sub religione..._
_Primus Grajus homo mortales tollere contra_
_Est oculos ausus, primusque obsistere contra,_
_Quem nec fama Deûm, nec fulmina, nec minitanti_
_Murmure compressa cœlum..._
_Quare relligio, pedibus subjecta vicissim,_
_Obteritur, nec exæquat victoria cœlo._
De rerum nat., I. 56.
[215]
_Nobis cum brevis occidit lux_
_Nox est perpetua una dormienda._
_Nam castum esse decet, pium poetam_
_Ipsum; versiculos nihil necesse est,_
_Qui tum denique habent salem ac leporem._
_Si sunt molliculi et parum pudici._
[216]
_Nec jurare time; Veneris perjuria venti_
_Irrita per terras et freta summa ferunt._
TIBULLO, I. 4.
_Quater ille beatus,_
_Quo tenera irato flere puella potest._
Lo stesso, I. 11.
[217]
_Donec me docuit castas odisse puellas_
_Improbus, et nullo vivere consilio._
PROPERZIO, I. 1.
_Dum furibunda mero mensam propelli, et in me_
_Projicis insana cymbia plena manu,_
_Tu vero nostros audax invade capillos,_
_Et mea formosis unguibus ora nota._
Lo stesso, III. 8.
_Flet mea vesana læsa puella manu_...
_Ergo ego digestos potui laniare capillos?_
OVIDIO, Amor. I. 7.
Anche Tibullo è pieno di busse date e ricevute.
[218] È delle meno rilevate questa di Catullo car. LV:
_Cœli, Lesbia nostra, Lesbia illa,_
_Illa Lesbia, quam Catullus unam_
_Plus quam se atque suos amavit omnes;_
_Nunc in quadriviis et angiportis_
_Glubit magnanimos Remi nepotes._
[219]
_Quæritis unde avidis nox sit pretiosa puellis,_
_Et Venere exhaustæ damna quærantur opes?_....
_Luxuriæ nimium libera facta via est_...
_Hæc etiam clausas expugnant arma pudicas_...
_Matrona incedit census induta nepotum,_
_Et spolia opprobrii nostra per ora trahit._
PROPERZIO, III. 13.
[220]
_Non equa munus equum, non taurum vacca poposcit,_
_Non ovis placitam munere captat ovem._
[221]
_Nos, ut consuemus, nostros agitamus amores;_
_Atque aliquid duram querimus in dominam._
Eleg. I. 7.
_Aut in amore dolere volo, aut audire dolentem;_
_Sive meas lacrymas, sive videre tuas._
Eleg. III. 8.
[222]
_Assiduæ multis odium peperere querelæ;_
_Frangitur in tacito fœmina sæpe viro._
_Si quid vidisti, semper vidisse negato,_
_Aut si quid doluit forte, dolere nega._
Eleg. II. 18.
[223]
_O me felicem! o nox mihi candida! etc._
Ivi, 15.
_Has pono ante tuam tibi, diva, Propertius, aram_
_Exuvias, tota nocte receptus amans._
Ivi, 14.
[224]
_Non peccat quæcumque potest peccasse negare._
[225]
_Rusticus est nimium, quem lædit adultera conjux,_
_Et notos mores non satis urbis habet,_
_In qua Martigenæ non sunt sine crimine nati_
_Romulus iliades, iliadesque Remus._
[226]
_Non ego divitibus venio præceptor amoris,_
_Nil opus est illi, qui dabit, arte mea._
[227]
_Lis decet uxores: dos est uxoria lites._
[228]
_Sunt qui mendaci specie grassentur amoris,_
_Perque aditus tales lucra pudenda petant._
_Nec coma vos fallat liquido nitidissima nardo,_
_Nec brevis in rugas cingula pressa suas;_
_Nec toga decipiat filo tenuissima, nec si_
_Annulus in digitis alter et alter erit._
_Forsitan ex horum numero cultissimus ille_
_Fur sit et uratur vestis amore tuæ._
Marziale ha molti epigrammi contro i parasiti che a tavola rubavano il
tovagliuolo del vicino: _Attulerat mappam nemo, dum furta timentur._
[229]
_Nam citius paterer caput hoc discedere collo._
[230]
_Felix qui potuit rerum cognoscere causas,_
_Atque metus omnes et inexorabile fatum_
_Subjecit pedibus, strepitumque Acherontis averni._
Georg., II. 490.
_Pone merum et talos: pereant qui crastina curant!_
_Mors aurem vellens, vivite, ait, venio._
Catalecta.
[231] Lo mette in bocca a Cotta. _Omnes mortales sic habent, externas
commoditates a Diis se habere; virtutem autem nemo unquam acceptam Deo
retulit. Num quis quod bonus vir esset, gratias Diis egit nunquam?_ De
nat. Deorum. E Orazio, ep. I. 18:
_Hæc satis est orare Jovem quæ ponit et aufert;_
_Det vitam, det opes: æquum mi animum ipse parabo._
Questo sottrarre a Giove la direzione delle coscienze trovasi pure nel
devoto Tito Livio, che fa dire a Scipione (XXXVI. 45): _Romani ex iis,
quæ in Deûm immortalium potestate erant, ea habemus quæ Dii dederunt;
animos, qui nostræ mentis sunt, eosdem in omni fortuna gessimus
gerimusque._
Pure dai poeti stessi potrebbero trarsi nobilissimi concetti della
divinità, che mostrerebbero come la tradizione primitiva non fosse
spenta; per esempio, il dio retributore anche delle azioni individuali
è dipinto da Plauto nel prologo del _Rudens_:
_Qui falsas lites, falsis testimoniis_
_Petunt, quique in jure abjurant pecuniam,_
_Eorum referimus nomina, exscripta ad Jovem._
_Cotidie ille scit, quis hic quærat malum ..._
_Iterum ille eam rem judicatam judicat ..._
_Bonos in aliis tabulis exscriptos habet_, ecc.
[232] _Mortem ærumnarum requiem esse; eam cuncta mortalium mala
dissolvere; ultra, neque curæ neque gaudio locum esse._ SALLUSTIO,
Catil., 49.
[233] _Nat. hist._, XVIII. 2.
[234] _Jove tonante, fulgurante, comitia populi habere nefas._
CICERONE, De divin., II. 18. — _Servi, ancillæ, si quis eorum sub
centone crepuit, quod ego non sensi, nullum mihi vitium facit: si
cui ibidem servo aut ancillæ dormienti evenit, quod comitia prohibere
solet, ne is quidem mihi vitium facite._ FESTO, ad V. _prohibere_.
[235] _Quid gravius quam rem susceptam dirimi si unus augur _alio die_
dixerit?_ CICERONE, De leg., II. 12.
[236] A GELLIO, XIV. 9; CICERO, _ad fam._, IV. 13; S. AGOSTINO, _De
civ. Dei_, I. 3.
[237] CICERONE, _De divin._, II. 47-49.
[238] PLINIO, II. 107.
[239] GRUTERO, _Vet. inscript._, p. 309.
[240] _Plebei philosophi, qui a Platone et Socrate et ab ea familia
dissident, appellandi videntur._ Tuscul., I. 22.
[241] _Quid est igitur bonum? Si quid recte fit et honeste et cum
virtute, id bene fieri vere dicitur; et quod rectum et honestum et cum
virtute est, id solum opinor bonum._ Paradox, I. È un paralogismo.
[242] _Quæ in nostris rebus non satis honeste, in amicorum fide
honestissime, ut etiam si qua fortuna acciderit ut minus juste amicorum
voluntates adjuvandæ sint, in quibus eorum aut caput agatur aut fama,
declinandum sit de via, modo ne summa turpitudo sequatur._ De amic.,
16. 17.
[243] _Ita sequi virtutem debemus, ut valetudinem non in postremis
ponamus. — Temporibus assentiri sapientis est. — In navigando
tempestati obsequi artis est._
[244] _Pro Sextio_, 68.
[245] _Sæpissime et legi et audivi, nihil mali esse in morte, in qua
si resideat sensus, immortalitas illa potius quam mors ducenda est:
sin sit amissus, nulla videri miseria debeat quæ non sentiatur._ Ad
fam., V. 16. — _Una ratio videtur, quidquid evenerit ferre moderate,
præsertim cum omnium rerum mors sit extremum._ Ivi, VI. 2. — _Sed de
illa . . . sors viderit, aut siquis est qui curet Deus._ Ad Attico,
IV. 10. — Poi in piena udienza (_pro Cluentio_, 61) diceva: _Si quid
animi ac virtutis habuisset, mortem ducimur, ut existimemus illum apud
inferos impiorum supplicia per ferre . . . Quæ si falsa sunt, id quod
omnes intelligunt, quid ei tandem aliud mors eripuit præter sensum
doloris?_ — _Pro Rabirio_ dice il preciso opposto.
[246] _De provinciis consularibus._
[247] CICERONE, _De oratore_, I. 52.
[248] _De ambitu_, del 179 av. C.; _Cincia_, del 175; _Voconia_, del
169; _Sextinia_, del 128.
[249] _Lex de dolo malo._ È noto l'aneddoto di Cajo Canio.
[250] CICERONE, _ad Attico_, I. 16; IV. 15. — SVETONIO, in _Cesare_, 19.
[251] CICERONE, _ad Attico_, IV. 15.
[252] CICERONE, _pro Cluentio_. Egli riconosceva non l'iniquità, ma
la falsità delle deposizioni estorte colla tortura: _Illa tormenta
gubernat dolor, moderatur natura cujusque tum animi, tum corporis,
regit quæsitor, flectit libido, corrumpit spes, infirmat metus, ut in
tot rerum angustiis nihil veritati loci relinquatur._
[253] Cicerone per Flacco dice: _Huic misero puero vestro, ac liberorum
vestrorum supplici, judices, hoc judicio vivendi præcepta dabitis...
qui vos, quoniam est id ætatis, ut sensum jam percipere possit ex
mœrore patrio, auxilium nondum patri ferre possit, orat, ne suum
luctum patris lacrymis, patris mœrorem suo fletu augeatis; qui etiam
me intuetur, me vultu appellat, meam quodammodo flens fidem implorat .
. . Miseremini familiæ, judices; miseremini patris, miseremini filii;
nomen clarissimum et fortissimum, vel generis vel vetustatis vel
hominis causa, reipublicæ reservate._ — Per Plancio: _Quid enim possum
aliud nisi mœrere? nisi flere? nisi te cum mea salute complecti? Huc
exurge tamen quæso: retinebo et complectar, nec me solum deprecatorem
fortunarum tuarum, sed comitem sociumque profitebor . . . Nolite,
judices, per vos, per fortunas vestras, per liberos, inimicis meis .
. . dare lætitiam . . . nolite animum meum debilitare cum luctu, tum
etiam metu commutatæ vestræ voluntatis erga me . . . Plura ne dicam,
tuæ me etiam lacrymæ impediunt, vestræque, judices, non solum meæ._ —
E per Milone: _Quid restat, nisi ut orem obstesterque vos, judices, ut
eam misericordiam tribuatis fortissimo viro, quam ipse non implorat,
ego autem, repugnante hoc, et imploro et exposco? Nolite, si in nostro
omnium fletu nullam lacrymam adspexistis Milonis, si vultum semper
eumdem, si vocem, si orationem stabilem ac non mutatam videtis, hoc
minus ei parcere._
Queste mozioni d'affetti erano il forte di Marco Tullio; e quando fra
molti componessero un'arringa, sempre a lui lasciavano la perorazione e
il patetico.
[254] _Ac nimirum rei militaris virtus præstat ceteris omnibus. Hæc
nomen populo romano, hæc huic urbi æternam gloriam peperit, hæc orbem
terrarum parere huic imperio coegit; omnes urbanæ res, omnia hæc nostra
præclara studia, et hæc forensis laus et industria latent in tutela ac
præsidio bellicæ virtutis... Qui potest dubitare, quin ad consulatum
adipiscendum, multo plus afferat dignitatis rei militaris, quam juris
civilis gloria?_ Pro Murena.
Ogniqualvolta però cito un'opinione di Cicerone, son quasi sicuro
di trovare la precisa opposta in altri suoi scritti, tanto egli è
indeterminato e vago. Il capo 21 _De officiis_ prova _longe fortius
esse in rebus civilibus excellere, quam in bellicis_.
[255] CICERO, _pro Rabirio_.
[256] Lo stesso, _pro Lucio Sylla_.
[257] _Philip._, II. 9; V. 6; _Ad Quirites posi reditum_. —
_Lapidationes persæpe vidimus; non ita sæpe, sed nimium tamen
sæpe gladios._ Pro Sextio, 36. _Cum quis audiat nullum facinus,
nullam audaciam, nullam vim in judicium vocari . . ._ è l'argomento
dell'esordio _pro Cælio_. E nella perorazione: _Oro obtestorque vos,
ut qua in civitate Sextus Clodius absolutus sit, quem vos per biennium
aut ministrum seditionis aut ducem vidistis . . . in ea civitate ne
patiamini illum absolutum muliebri gratia, Marcum Cælium libidini
muliebri condemnatum . . ._
[258] _Nostris vitiis, non casu aliquo, rempublicam verbo retinemus, re
ipsa jampridem amisimus._ De rep., V. 1.
[259] _Quid nunc vobis faciendum est, studiis militaribus apud
juventutem obsoletis?_ CICERONE, pro Fontejo, 18.
[260] Καὶ πιλόν τις ἐπὶ δόρατος ἔφερε, σύμβολον ὲπενθερώσεος.
APPIANO, II. 109, ove descrive pure Bruto col pugnale nella destra,
la toga avvolta alla sinistra: τὰ ἱμάτια ταῖς λαιαῖς, ὥσπερ ἀσπίδας
περιπλεξὰμενοι, καὶ τὰ ξίφη μετὰ τοῦ αἴματος ἔχοντες, ἐβοηδρόμουν
βασιλέα καὶ τύραννον ἀνελεῖν.
[261] _Illa concionalis hirudo ærarii, misera ac jejuna plebecula._ Ad
Attico, I. 16.
[262] _Meministi me clamare, illo ipso primo capitolino die, senatum
in Capitolium a prætoribus vocari? Dii immortales! quæ tum opera
effici potuerunt, lætantibus omnibus bonis, etiam sat bonis, fractis
latronibus._ Ivi, XIV. 10.
[263] _In summo publico luctu, exterarum gentium multitudo circulatim
suo quæque more lamentata est, præcipueque Judæi, qui etiam noctibus
continuis bustum frequentarunt._ SVETONIO, in _Cesare_, 84.
[264] SALLUSTIO, dall'epistola di Cassio Parmense.
[265] _Pro Marcello_, passim.
[266] _Quam vellem ad illas pulcherrimas epulas me idibus martii
invitassent! Reliquiarum nihil haberent; at nunc his tantum negotii
est, ut vestrum illud divinum in rempublicam beneficium nonnullam
habeat querelam._ Epistola a Trebonio, X. 28. E a Cassio, XII. 4:
_Vellem idibus martii me ad cœnam invitasses; reliquiarum nihil
fuisset._ Eppure altrove protesta che allora era amico di Antonio: _ego
Antonii inveteratam sine ulla offensione amicitiam retinere sane volo_.
Ad fam., XVI. 23. _Cui quidem ego semper amicus fui, antequam illum
intellexi, non modo aperte, sed etiam libenter cum republica bellum
gerere._ Ivi, XI. 5.
[267] _Quid mihi attulerit ista domini mutatio præter lætitiam quam
oculis cepi, justo interitu tyranni?_ Ad Attico, XIV. 14. L'approva nel
libro _De officiis_, e più spesso nelle Filippiche: _Noster est Brutus,
semperque noster, cum sua excellentissima virtute reipublicæ natus, tum
fato quodam paterni maternique generis et nominis._ X. 6. _Est Deorum
immortalium beneficio et munere datum reipublicæ Brutorum genus et
nomen, ad libertatem populi romani vel constituendam vel recuperandam._
IV. 3. _Omnis voluntas Bruti, omnis cogitatio, tota mens, auctoritatem
senatus, libertatem populi romani intuetur; hæc habet proposita,
hæc tueri vult._ X. 11. _Reddite prius nobis Brutum, lumen et decus
civitatis; qui ita conservandus est, ut id signum, quod, de cœlo
delapsum, Vestæ custodia continetur; quo salvo, salvi sumus futuri._
_XI._ 10. _Animadverti dici jam a quibusdam, exornari etiam nimium a me
Brutum, nimium Cassium ornari. Quos ego orno? nempe eos, qui ipsi sunt
ornamenta reipublicæ._ XVI. 14.
[268] _Philipp._ V. 8.
[269] In varie lettere ad Attico, nella raccolta ciceroniana.
[270] CICERONE, _Philipp._ V. 9.
[271] _Incensi omnes rapimur ad libertatem recuperandam: non potest
illius auctoritate tantus senatus populique romani ardor extingui;
odimus, irati pugnamus; extorqueri de manibus arma non possunt;
receptui signum aut revocationem a bello audire non possumus; speramus
optima; pati vel difficillima malumus quam servire._ Philipp. XIII. 7.
[272] APPIANO, IV. 8.
[273] Ella non piangeva, sinchè visto un quadro che rappresentava il
congedo di Ettore da Andromaca, non potè frenar le lacrime. Allora
Cilio amico di Bruto recitò que' versi d'Omero:
Or mi resti tu solo, Ettore caro,
Tu padre mio, tu madre, tu fratello,
Tu florido marito.
Al che Bruto rispose: — Ma io non posso aggiungere quegli altri:
Or ti rincasa, e a' tuoi lavori intendi,
Alla spola, al pennecchio;
giacchè, se la natural debolezza impedisce a Porzia di sopportar le
fatiche della guerra, ha l'anima salda ed operosa quanto e più di
qualunque fra noi».
Gli antichi aveano sovente sulle bocche detti e versi dei classici, su'
quali faceansi gli studj primi; e i maggiori personaggi ne proferirono
nelle circostanze più gravi. Pompeo, scendendo nella nave traditrice,
esclamava con Sofocle:
Ὄστις δὲ πρὸς τύραννον ἐμπορεύεται,
κεῖνου ̓στὶ δοῦλος κἄν ἐλεύθεροςμολῆ.
Bruto formolava la sua disperazione con questi altri:
Ὤ τλῆμον ἀρετὴ, λόγος ἀρ’ ᾖσθα. Ἐγὼ δὲ σε
ὡς ἔργον ἤσκουν, οὺ δ’ ἄρ’ ἐσούλευες τύχη.
D'Augusto quasi le ultime parole furono:
Εἰ δὲ πᾶν ἔχει καλῶς, τῷ παιγνίῳ
δότε κρότον, καὶ πάντες ὑμεῖς μετὰ χαρᾶς ’κτυπήσατε
Nerone moriva verseggiando, verseggiando Trajano. Le lettere di
Cicerone e de' suoi amici son piene di tali detti o di allusioni.
[274] Questa strana ignoranza che mandò a fascio le cose, Plutarco
l'attribuisce alla Provvidenza, che ordinò così perchè allo stato di
Roma era ormai necessaria la monarchia. Avanti la battaglia, sullo
stendardo della prima legione si fermò uno sciame d'api; un centurione
sudò un umore oleoso che sapeva di rosa, e che per quanto s'asciugasse
non cessò mai; i primi usciti dal campo scontrarono un Etiope, e
presolo per mal augurio, l'uccisero; due aquile combatterono di sopra
dei due eserciti, sinchè quella dal lato di Bruto non prese la fuga. È
sempre il savio Plutarco che parla.
[275] _Eum jus fasque esset occidi, neve ea cædes capitalis noxa
haberetur._
[276] La _giornata di marzo_ dovette essere giudicata variamente
sinchè vissero coloro che vi aveano preso parte. Cicerone sulle prime
partecipò all'entusiasmo comune; professava che tutti i buoni aveano
cooperato a quell'azione; che si vergognava di tornare in una città,
donde Bruto era uscito; e che dopo ucciso il dittatore, avea veduto
quest'eroe eretto per la coscienza d'un ottimo e bellissimo fatto;
nulla del caso suo, molto dolente di quel della patria. _Philipp._ I.
4. E in senato diceva: — O senatori, se voi abbandonate Bruto, qual
cittadino mai sosterrete? Tacerò io la pazienza, la moderazione, la
tanta tranquillità nelle ingiurie, la modestia di Bruto? il quale,
benchè pretore urbano, stette fuor di città, nè rese giustizia, egli
che la giustizia aveva ricuperato alla repubblica; mentre poteva esser
cinto dal presidio di tutta Italia e dal quotidiano concorso dei buoni
che maraviglioso a lui traeva, volle piuttosto esser difeso assente dal
giudizio dei buoni, che presente dalla mano: nè di presenza solennizzò
i giuochi Apollinari, come conveniva alla dignità sua e del popolo
romano, per non aprire adito alla audacia de' malvagi. Ma in fatto
quali giuochi mai, quali giorni furono più lieti di quelli? Ad ogni
verso il popolo romano con gran clamore ed applauso esaltava la memoria
di Bruto: non eravi la persona del liberatore, ma v'era la memoria
della libertà, nella quale credeasi vedere l'effigie di Bruto». _Ivi_,
X. 3.
Ma fuor della retorica, dichiarava quella una follìa, compita
eroicamente. Però negli _Uffizj_, ponendo che i doveri d'uomo devano
essere sagrificati a quei di cittadino, scrive: — Non è reo chi uccide
un tiranno, foss'anco suo amico; anzi il popolo romano considera
quest'azione come uno sforzo di virtù. Non si dà relazione possibile
fra noi e i tiranni; e, come tagliasi un membro quando pregiudica il
corpo intero, così bisogna dalla specie umana rescindere queste bestie
feroci che d'uomo hanno soltanto l'aspetto». Quest'uscita violenta
doveva fare più senso in libro di principj medj e di fredda analisi,
talchè dovette operare potentemente sopra la gioventù d'Atene, fra cui
era diffuso, e valse, senza dubbio, a guadagnare molti alla parte dei
tirannicidi.
Sottentrata la monarchia, l'uccisione di chi l'aveva introdotta doveva
sembrare inutile, se non ribalda; ma d'altra parte la tirannide di
quegli imperatori facea giudicare merito l'aver ucciso chi ad essi
aveva aperto il calle. Ogni pensiero contro la vita e fin sulla vita
dell'imperatore essendo lesa maestà, per contrasto si volgeano le
lodi sovra Bruto e i suoi; qui faceasi sfoggio di retorica, qui di
sofistica; ogni maestro di scuola, ogni verseggiatore trattava questo
soggetto, tanto più che gl'imperatori non l'impedivano. La filosofia
stoica, prevalsa in quel tempo, glorificava il suicidio e il regicidio;
e le lodi date agli uccisori di mostri, come Caligola o Domiziano,
ridondavano sopra gli uccisori del primo Cesare. Così venner di moda
le lodi di quell'eroismo, e il medioevo le adottò, e più ancora i
moderni. Il dramma servì moltissimo a corrompere la verità storica per
migliorare le condizioni drammatiche, dando quel delitto come figlio
della giustizia e della necessità. Shakspeare e Voltaire esaltano
Bruto; ancor più l'Alfieri, partigiano spiegato dei regicidi.
Eppure quel giudizio vulgare non era comune. A Seneca, stoico e
declamatore, in tutt'altro proposito sfugge una notevole osservazione:
— Il divo Giulio fu ucciso men da nemici che da amici, de' quali non
aveva adempito le inesplebili speranze. Ed egli il volle; e nessun mai
più liberalmente usò della vittoria, nulla traendone a sè fuorchè la
podestà del distribuirla. Ma come bastare a tanti improbi appetiti,
quando ognuno agognava per sè solo tutto quello ch'egli poteva dare?
Vide dunque attorno al suo sedile i pugnali de' suoi commilitoni,
Cimbro Tullio caldissimo suo partigiano poc'anzi, ed altri che erano
divenuti pompejani quando Pompeo non c'era più». Anche nel libro II
_De beneficiis_, pur levando a cielo Catone e Bruto, tipi della sua
filosofia, disapprova l'uccisione come inopportuna: — Grand'uomo in
ogn'altra, Bruto parmi errasse grandemente in questa cosa, sperando
piantar la libertà ove tanto era l'allettamento del comandare e del
servire, e stimando la città potesse nella primitiva forma ridursi
dopo perduti i costumi, e che tornerebbe la eguaglianza, il diritto
civile e la forza delle leggi dove tante migliaja d'uomini avea veduti
contendere non se obbedire, ma a chi: quanto ignorò la natura delle
cose e della città sua chi, ucciso uno, credette dovesse mancare altri
che volesse lo stesso!»
Nel medioevo, Dante colloca Bruto e Cassio nel maggior fondo degli
abissi, insieme con Giuda. Alla virtù di Bruto diè gravi stoccate il
Gibbon; ma costui discrede sempre alla virtù anche pura. Drummond,
nella _Vita di Cesare_, rivela i moventi della congiura in modo da
torle l'ammirazione. E i serj narratori oggimai tutti concordano seco,
lasciando ai fanciulli ed ai retori ammirare l'eroismo di apparato,
sconnesso dal suo oggetto.
[277] Ce lo rivela un sucido epigramma d'Augusto, conservatoci da
Marziale, xi. 20.
[278] SVETONIO in _Augusto_, 15. — Dione (XLVII. 14) dice quattrocento.
[279] _Mecænas, atavis edite regibus._ ORAZIO, lib. 1. — _Ingeniosus
vir ille fuit, magnum exemplum romanæ eloquentiæ daturus, nisi
illum enervasset felicitas, imo castrasset._ SENECA, Ep. 19. — LION,
_Mecænatiana, sive de C. Cilnii Mecænatis vita et moribus._ Gottinga,
1824.
[280] Τήν τε τόχην τὴν μεγίστην ὀπότε τὶ ὀμνύουσι ποιέσθαι, τὸ ἐν τῷ
Καπιτολιῳ δικάσαι. DIONE.
[281] Massime dall'incontro d'un asinajo chiamato Bonaventura (εὐτυχὼς)
che cacciava un somaro detto Vincitore (νικῶν). È il solito Plutarco.
[282] Δυστυχὼν ὸμοιότατος ἐν ἀγαθῷ: nella sventura somigliante a
ottimo. PLUTARCO.
[283] Che ne fosse dei due maschi partoritigli da Cleopatra, nol
sappiamo: la fanciulla Cleopatra Selene fu educata dalla virtuosa
Ottavia, e maritata con Giuba II re di Mauritania. Delle due Antonie
generategli da essa Ottavia, la maggiore partorì a Ottaviano Lucio
Domizio Enobarbo, padre di Gneo Domizio che generò Nerone imperatore:
la minore sposò Druso figliastro d'Ottaviano, e n'ebbe Claudio
imperatore, e Germanico padre dell'imperatore Caligola.
[284] Ὤς καὶ πλεῖον τὶ, ἤ κατὰ ἅνθρωπος, ὥν. DIONE, LIII. Ma Augusto
che cosa significa? Festo lo stiracchia da _avium gesta_, o _avium
gustata_; altri da _augurium_; chi da αὐγή splendore; e chi da _augeo_
in senso di consacrare la vittima, onde Augusto varrebbe quanto sacro:
del che Ovidio canta nei _Fasti_, I. 614:
_Sancta vocant augusta patres; augusta vocantur_
_Templa, sacerdotum rite dicata manu._
_Hujus et augurium dependet origine verbi,_
_Et quodcumque sua Jupiter auget ope._
I più lo traggono da _augere_ in senso d'aumentare; onde in una lapide
ad onore di Giuliano, e ne' panegirici di Massimiano e Costantino
troviamo _semper augustus_, che fu adottato dagl'imperatori di
Germania, e che da essi traducevasi per _Mehrer des Reichs_, cioè
aumentante l'impero.
Macrobio, ne' _Saturnali_, I. 12, conservò il senatoconsulto che
mutò in agosto il nome del mese sestile in cui Augusto trionfò: _Cum
imperator Cæsar Augustus mense sextili et primum consulatum inierit
et triumphos tres in urbem intulerit, et ex Janiculo legiones deductæ
secutæque sint ejus auspicia ad fidem sed et Ægyptus hoc mense
in potestatem populi romani redacta sit finisque hoc mense bellis
civilibus impositus sit atque ob has causas hic mensis huic imperio
felicissimus sit ac fuerit placere senatui ut hic mensis Augustus
appelletur._
Intorno agli imperatori romani le fonti antiche sono:
DIONE CASSIO ne' libri LI-LX. Da questo all'LXXX non abbiamo che
l'abbreviazione fattane da Sifilino, che va fin ad Alessandro
Severo. È partigiano della monarchia, quanto della repubblica
Tacito. Gli _Annali_ di questo corrono da Tiberio a Vespasiano; ma
è perduto quello che descriveva il regno di Tiberio dal 32 al 34
anno, il regno di Caligola, i sei primi anni di Claudio, l'ultimo
anno e mezzo di Nerone. Della _Storia_ non abbiamo che i tre anni
dal 69 al 71.
SVETONIO, _Vite dei Cesari_ da Giulio Cesare a Domiziano; I
compendj di EUTROPIO, AURELIO VITTORE, SESTO RUFO; VELLEJO
PATERCOLO, pei regni d'Augusto e di Tiberio; Gli otto libri di
ERODIANO da Commodo a Gordiano; Le vite degl'imperatori da Adriano
a Diocleziano negli _Scriptores Historiæ Augustæ minores_.
Fonti moderne sono:
MURATORI, i cui _Annali_ cominciano al 1º di Cristo, 31º di
Augusto, e vanno sino al 1749; aridi ma precisi.
LE NAIN DE TILLEMONT, _Histoire des empereurs et des autres princes
qui ont régné dans les six premiers siècles de l'Eglise_. Bruxelles
1700: e l'edizione accresciuta 1707: compilazione faticosa, e
tesoro d'erudizione. I Gesuiti Catrou e Bouillé finiscono la loro
storia romana con Tiberio; ma sì essi come Rollin e Vertot sono
poco esatti nelle citazioni, e aggiungono circostanze retoriche e
sofistiche, ignote agli antichi. Sta più esatto a questi Hooke, al
quale s'affidano gli autori inglesi della _Storia Universale_.
CREVIER, _Hist. des empereurs romains depuis Auguste jusqu'à
Constant_. Parigi 1749; è continuazione del Rollin, prolissa e
scarsa di critica.
GIBBON, _Decline and fall of the roman empire_. Basilea 1787.
Comincia agli Antonini.
CHAMPIGNY, _Les Césars_. Parigi 1845 e 1853.
MERIVAL, _Storia dei Romani sotto l'impero_ (ingl.). Londra 1850.
GARZETTI, _Della storia e della condizione d'Italia sotto il
governo degl'imperatori romani_. Milano 1838.
Le epoche sono accertate dai numismatici, come Le Vaillant, Cooke, e
più di tutti da Eckhel, _De doctrina nummorum_.
[285]
_Quis non latino sanguine pinguior_
_Campus, sepulcris impia prælia_
_Testatur, auditumque Medis_
_Hesperiæ sonitum ruinæ?_
_Qui gurges, aut quæ flumina lugubris_
_Ignara belli? quod mare Dauniæ_
_Non decoloravere cædes?_
_Quæ caret ora cruore nostro?_
ORAZIO, Od. II. 1.
[286] TACITO, _Ann._, I. 2.
[287] DIONE, lib. LIII, mette due esercitazioni retoriche in bocca a
que' consiglieri della libertà e della servitù del popolo signore del
mondo.
[288] I Romani esecravano il nome di re, eppure metteano in conto di
gloria l'aver avuto dei re in paese o in casa: Mecenate è lodato da
Orazio perchè _atavis edite regibus_; Ennio da Silio Italico perchè
_antiqua messapi ab origine regis_; la città di Vejo da Properzio
perchè fu regno.
_Et Veii veteres et vos tum regna fuistis;_
_Et vestro posita est aurea sella foro._
Augusto non volle esser detto _dominus_ se non dagli schiavi, e
proibì a' suoi figli e nipoti d'adoprarlo fra loro. Anche Tiberio nol
comportò, e a chi glielo dava rispose: — Io sono principe del Senato,
imperatore dell'esercito, ma signore soltanto degli schiavi». Caligola
l'adottò; ma nessun altro lo seguì fino a Domiziano, che comandò
espresso di chiamarlo signore e dio, e un editto cominciò, _Dominus
et deus noster sic fieri jubet_. Plinio loda Trajano di ricusar questo
titolo; pure talora glielo dà nelle sua lettere. In privato era molto
in uso; Tibullo canta:
_Quam juvat immites ventos audire cubantem,_
_Et_ dominam _tenero continuisse sinu!_
e da Seneca abbiamo che era titolo generico, dato a quelli di cui non
soccorresse il nome: _Omnes candidatos bonos viros dicimus; quomodo
obvios, si nomen non succurrit, dominos salutamus._ Ep. 3.
[289] Ben lo notò Tacito, _Ann._, III. 56: _Potestatem tribuniciam
Drusa petebat. Id summi fastigii vocabulum Augustus reperit, ne regis
aut dictatoris nomen assumeret, ne tamen appellatione aliqua cetera
imperia præmineret._
[290] Il territorio delle provincie senatorie chiamavasi _prædia
tributaria_, o anche provincia del popolo romano; delle altre, _prædia
stipendiaria_, o provincia di Cesare. Le provincie senatorie furono
l'Africa (cioè gli antichi dominj di Cartagine), la Numidia, l'Asia
propria, l'Acaja, l'Epiro coll'Illiria, la Dalmazia, la Macedonia, la
Sicilia, la Sardegna, Creta colla Libia, la Cirenaica, la Bitinia col
Ponto e la Propontide, la Betica nella Spagna. Per sè Augusto tenne la
Spagna Tarragonese e la Lusitania, le Gallie tutte, le due Germanie,
la Celesiria, la Fenicia, la Cilicia e l'Egitto. La Mauritania, parte
dell'Asia Minore, la Palestina e alcuni cantoni della Siria avevano
governo nazionale sotto l'alto dominio di Roma. Dappoi Augusto cedette
al senato Cipro e la Narbonese in cambio della Dalmazia.