Scienze, Leggi, e Costumanze degli Abitanti di Lilliput. Maniera di
allevare i loro Figliuoli. Un qual modo vivesse in quel Paese l’Autore.
Giustificazione d’una delle principali Dame della Corte.
TUtto che io serba a un particolare Trattato la descrizione di
quell’Imperio, non lasciero nulla di meno di offrirne qualche generale
idea a’miei Leggitori. La statura de’naturali del Paese non è
affatto affatto di sei pollici: e la proporzione medesima di piccolezza
ha luogo, rispetto agli altri animali tutti, del pari che agli alberi ed
alle piante. Per esempio: i Cavalli ed i Buoi più grandi che io abbia
veduti, più alti non erano di quattro o cinque pollici; ed i Castrati,
d’un pollice e mezzo, poco più, poco meno. Le lor Oche sono della
grandezza delle nostre Allodole; e così del resto perfino a’loro
animali più minuti, che scappavano a’miei sguardi; ma la Natura ha
proporzionati gli occhj de’_Lilliputziani_ agli oggetti ond’ella gli
ha circondati. E’acutissima la loro vista, ma non troppo si allunga: e
per ispiegare con qual esatezza ravvisan eglino le più piccole cose,
purchè non ne sieno lontani, vidi un giorno, con piacere sensibilissimo,
un Cuciniere spiumando un’Allodola, che era più piccola d’una Mosca
ordinaria d’_Europa_; e una donzella passando un filo invisibile di
seta, pel buco d’un’aguglia altresì invisibile. Sette piedi
d’altezza anno i lor alberi più eminenti; voglio dire, que’del gran
Parco Reale; alla cui sommità poteva io arrivar per appunto col pugno
chiuso. Trovansi nella proporzione medesima gli altri vegetabili: ma è
d’uopo che anche il Leggitore s’immagini qualche cosa.
Parlerò ora qualche poco delle Scienze, che da molti Secoli presso loro
fioriscono. E’singolarissimo il loro modo di scrivere; non già dalla
sinistra alla destra, come fanno gli _Europei_; nè della destra alla
sinistra, come gli _Arabi_; nè dall’alto al basso, come i _Chinesi_;
nè dal basso all’alto, come i _Cascajani_; ma in traverso, da un
angolo all’altro, come le Dame in _Inhgilterra_.
Seppelliscono i loro morti co’piedi in alto, e la testa al basso,
essendo opinione invalsa, che in undici mila Lune tutti risorgeranno; che
in questo frattempo, la Terra (che essi credono essere una superficie
tutta piana,) si rivolgera sossopra, e che per tal mezzo, al tempo della
Risurrezione, tutti si troveranno in piedi. Confessano pero i loro Saggj,
che è assurda cotale Dottrina, ma il costume è sempre il medesimo, per
compiacenza del Volgo.
Avvi in quell’Imperio alcune Leggi d’un genere assai singolare, onde
io patirei la tentazione di farne l’Apologia, se direttamente a quelle
della prediletta mia Patria non contrariassero. Risguarda i Querelanti la
prima, di cui ne faro menzione. Col più severo rigore si puniscono tutti
i delitti di Stato; ma se la persona accusata produce chiare pruove della
propria innocenza, a una morte ignominosa è condannato l’Accusatore, e
i suoi beni servono a risarcire l’imputato del perdimento di tempo di
lui, del risico che egli ha corso, de’disagj del carcere, e delle spese
fatte per la propia difesa: Che se non bastano gli averi del Dinunziante,
ha la cura di supplirvi l’Imperadore. Sua Maestà eziandio concede al
giustificato qualche sonoro contrassegno di favore; e con pubblico Bando;
dell’innocenza di lui tutta la Città n’è instruita.
Appo que’Popoli è spacciata la frode come un misfatto, più enorme del
furto, e perciò, quasi sempre, ella è punita con pena capitale. Mercè
che mi dicevano alcuni, con un poco di accortezza, e di lume di ragione,
può l’uomo guardarsi dalle ruberie; ma infinitamente è più difficile
il guarentirsi dagl’inganni: e come il Commerzio è un de’principali
vincoli della Società: se premessa fosse, o tollerata la frode, un
Mercatante guidone sempre avrebbe un gran vantaggio sul galantuomo.
Ricordomi che un giorno intercedei presso Sua Imperial Maestà, a favore
d’un criminoso, il quale avea asportata al suo Padrone una gran somma
di danajo, che egli ricevuta avea per ordine di lui. Per minorare il suo
mancamento, mi avvertj di dire, che tutto il suo male consisteva
nell’aver abusato della fidanza del Padrone: ma l’Imperadore trovò
essere una mia mostruosita, allegare per difesa l’aggravio medesimo del
delitto, e negar non posso che mi vidi alle strette di ricorrere, per
soddisfattoria risposta, al comune passo: _che ogni Nazione ha le sue
usanze_: e tuttavia non potei allegarlo senza arrossirne.
Comechè per ordinario noi chiamiamo ricompensa e gastigo, i due massimi
perni onde aggirasi tutto il Governo, confesso che i _Lillipuziani_ sono
il solo Popolo, appo cui io abbia veduta in uso una tale instituzione.
Chiunque può dar pruove di aver esattamente osservate la Leggi del suo
Paese per lo spazio di settanta e tre Lune, ha il diritto di certi
Privilegj a misura della propia qualità, e del propio stato; e riceve
una tal qual somma di danajo a proporzione. Resta egli altresì onorato
col titolo di _Snilpall_; che disegna la fedeltà, con la quale ha egli
osservate le Leggi; ma questo titolo alla posterità di lui non discende.
Risguarda quella Nazione come un prodigioso difetto fra di noi, che
l’osservanza delle Leggi, dalle sole punizioni, senza ricompensa di
sorta, sia sostenuta. E per questa ragione nelle Corti di Giustizia di
quell’Imperio, è dipinta con sei occhj dinanzi questa Divinità, con
altrettanti al di dietro, e con uno per ciascun lato, per rappresentare
la sua circonspezione: e con un sacco riempiuto d’oro nella sua destra
mano; e nella sinistra una spada nel fodero, per dimostrare che ella più
inclina a’premj, che a’gastighi.
Nella scelta che fan que’Popoli delle persone destinate a qualunque
impiego, più badano alla virtù, che all’abilità; mercè che, poichè
è necessario che fra gli uomini vi abbia un Governo; credon essi che una
ordinaria misura d’intelligenza sia sufficente per supplirvi; e che non
fu mai intenzione della Provvidenza, che l’amministrazione
de’Pubblici affari fosse un enigma, il cui termine, essere non potesse
indovinato che da un picciol numero di persone d’un genio superiore,
che cadaun secolo, una, o due ne produce appena: ma suppongono che ogni
uomo ha la potestà d’astenersi dalla menzogna, e di praticar gli
obblighi, che gli sono perscritti. Or la pratica di questi obblighi, di
con essi, fiancheggiata da un poco di esperienza, e da una somma dritta
intenzione, renderà qualunque uomo capace di servire al proprio Paese,
purché quel solo picciol numero d’impieghi se n’esenti, che dello
studio ricercano. Ma, essi aggiungono, sì poco è vero che da talenti
superiori possa essere supplito un difetto di virtù, che, pel contrario,
non possono mai i grand’impieghi cader in mani più pericolose, quanto
in quelle d’uno scellerato di abilità; perchè inclinato a far del
male, possiede tutta l’autorità, e tutta la necessaria industria per
rendere soddisfatto un prurito sì abbominevole.
An eglino un’altra assai riguardevole Legge; ed è questa, di non
ammettere a runa Pubblica Carica coloro che ni egano una Provvidenza:
imperocchè; se protestano i Principi d’essere della Provvidenza i soli
Luogotenenti; i _Lillipuziani_ dicono, che è una cosa la più assurda
del mondo per un Principe, l’impiegar uomini che non confessano
quell’autorità medesima, sotto cui egli opera.
In riferendo tutte queste Leggi, io non parlo che delle Instituzioni
primitive; non potendosi, per altro negare, che da molti anni in qua
estremamente quel Popolo degenerato non abbia. Per esempio; la costumanza
infame d’elevarsi ad eminenti Cariche, e d’essere onorato co’più
luminosi caratteri di distinzione, per essersi esercitato a ben danzare
sopra la corda, a saltare al di sopra del bastone, e al guizzarvisi pel
di sotto, non si era introdotta che dall’Avolo dell’Imperadore
Regnante; e non era pervenuta al segno onde io la vidi, che per le
fazioni che lo Stato laceravano, e che tutte a segnalarsi con la più
vile delle destrezze, andavano in traccia.
E’fra loro l’ingratitudine un delitto capitale; provando essi con la
Ragione, che ogni uomo, che mal corrisponde col suo Benefattore, deesi
per necessità riputare come l’inimico del Genere umano in generale,
onde questi ricevuta non ha veruna beneficenza, e che per conseguenza
quegli è indegno di vivere.
Eccessivamente dalle nostre differiscono le lor cognizioni in proposito
agli obblighi de’Genitori, e de’Figliuoli. Come la congiunzione del
maschio con la femmina è fondata sopra una inclinazione stabilita dalla
Natura per la propagazione di tutte le spezie, pretendono i
_Lillipuziani_ che l’Uomo e la Donna sien portati l’un verso
l’altro, come il rimanente degli Animali, per motivi di concupiscenza,
e che la tenerezza loro pe’propj figliuoli, abbia pur la sua origine da
una Legge della Natura: per questa ragione son eglino persuasi, che un
Figliuolo non è obbligato a veruna riconoscenza verso suo Padre, per
averlo generato; nè verso la Madre per averlo messo al mondo: il che,
avutasi riflessione alle miserie dell’umana vita, non è in se medesimo
nè una beneficenza, nè conferito come tale da’Genitori, che allora a
tutto altro pensavano. Somiglianti ragionamenti, ed alcuni altri della
medesima spezie, egli anno determinati a non affidare a’Padri
l’educazione de’loro Figliuoli, bensì a stabilire in cadauna Città
pubblici Collegj, ove tutti i Genitori, eccettuatine i soli Borghigiani,
e i Campajuoli, sono obbligati di mandare i propj Figli d’entrambi i
sessi, immediate che toccano l’età di venti Lune; supponendosi che
allora cominciano ad essere idonei all’instruzione. Cotali Scuole sono
di differenti generi, secondo la differente qualità de’fanciulli. Sono
incaricati molti abilissimi Professori di allevargli secondo la
condizione de’loro Padri; ed eziandio secondo il propio lor genio, e le
proprie loro inclinazioni. Dirò ora qualche cosa de’Collegj
de’Giovani; e in progresso, di que’che alle Donzelle son destinati.
Di dotti Professori, e d’esperti Sotto-Maestri, son provveduti i
Collegj de’Ciovani d’un illustre nascimento; e i vestiti, e la
natritura di questi, son semplicissimi. Inculcansi loro de’principj
d’onore, di giustizia, di coraggio, di modestia, di clemenza, di
Religione, e d’amor per la Patria. Si tengono sempre occupati in
qualche cosa; se si eccettua il tempo, da essi impiegato ne’loro pasti,
e nel dormire; ed ancora è molto brieve questo tempo. Due ore per cadaun
giorno son destinate pei loro passatempi, i quali in esercizj di corpo
consistono. Per fino all’età di quattr’anni, altrui gli veste, ma
poscia son tenuti a vestirsi essi medesimi, per quanto eminente possa
essere il loro carattere. Non anno la permissione d’addomesticarsi con
servidori; ma fra essi soli si trastullano, e sempre in presenza d’un
Professore, o di qualche Sotto Maestro; il che gli tien guardati da
quelle impressioni di sciocchezza, e di vanità, cui soggiacciono i
nostri Figliuoli. Due sole volte all’anno ammettonsi i loro Padri a
vedergli, e la visita non eccede lo spazio d’un ora. Si accorda loro
uno scambievole abbracciamento nell’entrare, e nell’uscire; ma il
Professore, che in simili occasioni non manca mai di sua presenza, non
foffre che il Padre parli all’orecchio del figliuolo; che gli attesti
una sciocca tenerezza, o il regali di confetti, od altre golosità. Se la
pensione pel mantenimento, e per la nutritura di qualche ragazzo non è
sufficientemente corrisposta, sonovi Imperiali Uffiziali che costringono
al necessario esborso.
I Collegj pe’Figliuoli di persone di minor carattere, come di
Mercatanti, d’Artisti, e d’altri, son regolati nella proporzione
medesima. I destinati a qualche mestiere, son messi in pratica in età
d’anni undici; laddove gli altri, che appartengono a Signori di
distinzione, se ne restano ne’lor Collegj perfino a’quindici; il che,
presso noi, riviene a venti e un anno: Ma nel frattempo degli anni tre
ultimi, si diminuisce a grado a grado il loro sugettamento.
Ne’Collegj delle Donzelle, sono allevate le Giovinette a un dì presso
come i Ragazzi, con la sola differenza, che son elleno abbigliate da
persone del loro sesso, ma sempre alla presenza d’un Professore, o
d’un Sotto-Maestro, finchè sieno pervenute all’età di cinque anni;
al qual tempo sono obbligate ad obbgliarsi da se medesime. Che se le
Governatrici loro restano convinte di aver lor raccontate novelle di
Sogni, d’Apparizioni, e d’altre somiglianti impertinenze, onde in
_Europa_ le fantesche nostre son solite di guastare l’immaginazion
de’figliuoli, son elleno per ben tre volte scopate in pubblico,
imprigionate per un anno, e mandate in perpetuo esilio nella parte più
disabitata di tutto l’Imperio. Quindi ne deriva, che le Giovinette, del
pari che gli stessi uomini, d’essere scioccamente paurose arrossiscono.
Avvi un’altra differenza fra l’educazione di questi, e di quelle;
cioè, che gli esercizj delle Donzelle non sono così violenti; che
prescrivonsi loro alcune regole sopra l’economico governo; e che non
avanzano come i Giovani i loro studj, comechè per altro sieno obbligate
d’applicarsi a delle scienze; onde le nostre Dame d’_Europa_ non ne
posseggono inferior idea. Essendo che egli è massima di quella Nazione,
che fra persone ragionevoli, una Donna esser dee sempre una compagna
ragionevole, e ornata di graziosità, giacchè la giovinezza sempre in
lei non può fiorire. Toccati che abbiano le Vergini gli anni dodici,
(età che è nubile presso que’Popoli,) i Parenti loro, o i lor Tutori
le ritirano in propria casa dopo di aver adempiuto ai più cordiali
ringraziamenti co’Professori; e molto di rado avviene che la
Giovinetta, separandosi dalle sue compagne, non versi delle lagrime.
Ne’Collegj delle Donzelle d’inferior grado, son esse ammaestrate in
ogni sorta di lavori, al loro sesso convenevoli. Rimandansi all’età di
nove anni quelle che son disegnate ad allevarsi in qualche mestiere, od
esercizio; e perfino agli anni tredici si custodiscono le altre.
Le Famiglie de’Ragazzi che d’un ordine inferiore s’instruiscono in
que’Collegj, oltre all’annuale pensione, che è leggerissima, sono
tenute di corrispondere ogni mese all’Intendente della Casa, una parte
di quanto elleno an guadagnato, perchè un giorno servir possa allo
stabilimento de’Giovani, dovendosi riflettere che vi ha una Legge, la
quale regola la pramatica del dispendio de’Parenti; mercè che, dicono
i _Lillipuziani_, è cosa alquanto ingiusta, che persone plebee; Per
rendere soddisfatto il propio capriccio, procreino una nidiata di
figliuoli, che certamente per le sciocche spese de’loro Padri, non
potranno un giorno non essere a carico del pubblico. Quanto alle persone
riguardevoli, s’impegnan esse, che ciascuno de’loro figliuoli avrà
una destinata somma proporzionata alla sua condizione; e talj vi sono,
che an l’incarico di provvedere questi fondi; impegno, onde sempre con
saggezza, e con la più esatta giustizia si sciolgono.
I Borghigiani, ed i Campajuoli, custodiscon in propia casa i loro Figli;
poichè disegnati unicamente a coltivar la terra, non è di gran
conseguenza al Pubblico la loro educazione; ma i Vecchj di loro, e
gl’infermi, son curati, e nodriti negli Spedali, non sapendosi in quel
Paese cosa sia il dimandare limosina.
Forse che quest’è il luogo che il Leggitore resti informato del metodo
onde io vissuto sono in quella Regione, per lo spazio di nove mesi, e
tredeci giorni di mio soggiorno. Quanto a’miei mobili, consistevan
essi, principalmente, in una tavola, e in un sedile, che io stesso avea
lavorato per uso proprio, servendomi de’maggiori alberi del Parco
Reale. Dugento Cucitrici impiegate furono per farmi delle camiscie, e per
cucire i pannilini del mio letto, e della mia mensa. Questa biancheria
era della più grossa qualità: ma siccome a dispetto di tale
circostanza, non avrei potuto prevalermene; così esse ebbero
l’antivedimento di raddoppiarla molte volte, e oltracciò di
trapugnerla, a guisa d’una sottana d’_Europa_. D’ordinario, tre
pollici larghi sono i loro pannilini, e tre piedi formano la loro maggior
tirata. Affinchè le Cucitrici potessero prendermi la misura, mi prostesi
a terra; si mise l’una sopra il mio collo, e un’altra verso la metà
della mia gamba; tenendo cadauna per l’estremità una fune, in tempo,
che una terza misuravane la lunghezza con una spezie di braccio, lungo un
grosso dito.
Dopo ciò, misurarono il mio pollice dritto, e tanto loro bastò;
imperocchè con un calcolo di Matematica, avean elleno compinato che il
giro del pollice, preso due volte, riveniva a quello del pugno; e che il
giro del pugno due volte preso, corrispondeva a quello del collo; e
finalmente che il replicato giro del collo, compone quello del mezzo. Per
altro, non era necessario tutto questo calcolo, avendo io stesa a terra
la vecchia mia camiscia per servir loro di modello; e dir deggio a loro
gloria, che l’imitarono perfettamente bene. Dietro i miei vestiti
faticarono trecento sarti, ma valevansi essi d’un altro metodo per
prendermi la misura. Mi messi ginocchione; ed eglino inalberarono una
scala, che dalla terra arrivava al mio collo, e montata da un di loro la
scala medesima, perpendicolarmente ei lasciò cadere dal collo della
camiscia perfino a terra una corda; il che appuntino riveniva alla
lunghezza intera del mio vestito; ma il mezzo del corpo e le braccia, me
gli misurai io medesimo. Compiuti che furono gli abiti miei, (dietro cui
io feci travagliar i Sarti in mia Casa, perchè le loro potuto non
avrebbono contenergli,) aveano gli abiti stessi, l’aria di quei lavori
che le Dame _Inglesi_ formano, cucendo insieme una infinita di differenti
frusti; con tale varietà però, che i miei vestiti erano tutti d’un
solo, e medesimo colore.
Da trecento cucinieri si apprestavano le mie vivande, stando essi
alloggiati colle loro famiglie accosto della mia abitazione sotto tende,
ove ognuno avea la cura d’imbandirmi due piatti. Era mio costume di
prendere in mia mano una ventina di coloro che mi serviano in tavola, ed
avevane più d’un centinajo che se ne restavano a terra, gli uni con
piatti, ed altri con l’intera bottiglieria de’liquori. A misura che
io bisognava di qualche cosa, i miei domestici, che erano sulla tavola,
si valevano con grande artifizio d’una carrucola per ritraerla a se,
presso poco come in _Europa_ si traggon le secchie da un pozzo. Uno
de’loro piatti conteneva una buona boccata; ed assai agevolmente, in un
sol tratto, io mi traccannava una delle loro bottiglie di vino. Il loro
Castrato non è sì buono che il nostro; ma in ricompensa è
squisitissimo il loro Bove. Mi ricordo d’averne mangiato un taglio di
coscia, che mi obbligò a tre boccate; ma ciò avviene di rado.
Stranamente stupivano i miei servidori nel vedermi a mangiar le ossa,
come facciamo nel nostro paese dell’ala dell’Allodola. Una delle lor
Oche, o uno de’loro Galli d’Indie, non mi costava la pena che d’un
sol boccone; e confessar deggio, che in fatto di dilicatezza, la vincono
sopra i nostri, cotali sorte d’uccellami. Rispetto a’loro Uccelli
d’alquanto minor mole, venti, o trenta, io potea metterne sulla punta
del mio coltello.
Sua Imperial Maestà informata della mia maniera di vivere, volle un
giorno aver la sorte (questi sono i termini di lei,) di pranzar meco.
Venne ella accompagnata dalla illustre sua Famiglia: ed io ebbi
l’attenzione di collocargli tutti in seggj d’appoggio sopra la mia
tavola, rimpetto a me, colle loro Guardie che gli circondavano.
_Flimnap_, il Gran Tesoriere, intervenne anche egli a un tal convito, e
teneva in mano la sua bacchetta bianca. Osservai più d’una volta che
ei mi guattava di mal occhio, ma senza manifestarne il menomo indizio; ed
io in apparenza non mangiai che con più appetito, tanto per far onore
alla mia cara Patria, che per riempiere la Corte di ammirazione.
Persuasissimo io sono, che questa visita dell’Imperadore ha recata
opportunità a _Flimnap_ di rendermi cattivi uffizj presso il suo
Padrone. Fu sempre questo Ministro, segreto mio nemico, comechè
esteriormente praticassemi più cortesie, che sembrava non
permettergliele il brusco suo temperamento. Rappresentò egli
all’Imperadore, che il pubblico erario si trovava in istato pessimo,
che egli era obbligato di prender a prestito del danajo a grosse usure;
che i biglietti del Tesoro circolar non poteano che a nove _per cento_ di
perdita, che in pochissimo tempo io avea costato a Sua Maestà più
d’un milione e mezzo di _Sprugs_, (che sono le loro più massicce
monete d’oro della grandezza d’un tremolante;) e che, salvo un
miglior parere, ei consigliava il Principe a licenziarmi a prima apertura.
Come io fui la cagione, tutto che innocente, che una Dama del primo
ordine fosse assalita nel suo onore, innanzi che più stendermi, egli è
forza che di giustificarla io procuri. Si era messo in capo il Tesoriere
d’essere geloso della propia moglie; essendo che pessime lingue gli
aveano rapportato che ella era impazzita di me, ed eziandio perchè alla
Corte erasi sparsa voce, che ella una volta venuta fosse in mia casa. Io
protesto solennemente che queste sono infamissime calunnie, onde la Sposa
del Tesoriere non ha mai contribuito; non avendo io per tutta la mia vita
ricevuto per parte di lei, che contrassegni d’amistà innocenti. Vero
è bensì, che ella sovente mi visitava, ma sempre in pubblico, nè mai
senza essere accompagnata da tre persone; che per ordinario erano sua
Sorella, sua nipotina, ed alcuna delle sue amiche; ma ciò non era cosa
speziale di lei sola; poichè molte altre Dame della Corte frequentemente
venivano a ritrovarmi. Ed io me ne appello a tutti i miei domestici, se
in ni un tempo an eglino veduta Carrozza alla mia porta, senza sapere chi
fossero le persone che in essa vi stavano. In somiglianti occasioni,
immediate che un servidore avea mi avvertito che alla mia porta trovavasi
una Carrozza, il mio costume si era di calarvi in un instante, e dopo di
aver salutato chi mi visitava, di prendere esattamente in mia mano la
Carrozza, e i due Cavalli, (che se ve n’erano sei, l’Ajutante del
Cocchiere distaccavane sempre quattro,) e di collocargli sopra la mia
tavola, d’intorno a cui regnava una sponda di cinque pollici di
altezza, per timore di qualche accidente. Mi è accaduto, non di rado, di
aver quattro Cocchj in un sol tempo sopra la mia tavola, ed io starmene
nel mio sedile divertendo la Compagnia. Più d’un dopo pranzo mi
ricreai col maggior piacere del mondo in tal sorta di conversazione. Ma
io ardisco sfidare il Tesoriere, e i suoi due Querelanti _Clustril_, e
_Drunlo_, (ne pubblico il nome per isvergognarli,) perchè pruovino se ni
uno sia mai venuto incognito in casa mia, all’eccezione del Segretario
_Keldresal_, che non vi si portò se non per ordine espresso
dell’Imperadore, come par mi di averlo raccontato. Insistito non avrei
per sì lungo tempo sopra quest’articolo, se non vi si fosse
interessato l’onore d’una gran Dama; per non dir niente di me
medesimo; tutto che allora fossi _Nardac_; carattere di cui non è
investito il gran Tesoriere stesso, sapendo ognuno che egli non è che
_Cumglum_; titolo, che ha la proporzione medesima con quello onde io
stava onorato, che l’ha il titolo di Marchese con quello di Duca in
_Inghilterra_, comechè, per altro, per ragione dell’impiego suo, ei
nel passo mi precedesse. Cotali callunie, che per un accidente che quì
non è d’uopo di riferire, mi si sussurrarono alle orecchie, furono la
cagione che _Flimnap_, per lo spazio di qualche tempo, scavasse la mina
alla sua sposa, ma assai più a me; ed ancorchè alla fine siasi egli
disingannato, e rappattumato si sia con esso lei non potè mai
perdonarmela di avermi preso in sospetto contra ragione, e riuscivvi pure
per farmi togliere la grazia dell’Imperadore, il quale, per dir vero,
lasciavasi un po troppo reggere da questo Favorito.