CAPITOLO II.

L’Imperadore di Lilliput, scortato da molte persone ragguardevoli, va a

vedere l’Autore. Descrizione della persona, e delle vestimenta

dell’Imperadore. Alcuni Letterati del primo ordine sono incaricati

d’instruire l’Autore dei linguaggio del Paese. Ei si fa amare per la

sua affabilita. Formasi l’inventario di quanto si rinviene nelle tasche

di lui, e se gli tolgono le pistole, e la spada.

RIto in piedi che fui, risguardai d’intorno a me, e negar non posso che

in verun tempo non mi si affacciò prospettiva più vaga. Mi sembrava

tutto il Distretto un sol giardino; ed ogni campo, d’un fiorito letto

portava l’aria. Eran que’campi, il cui maggior numero stendevasi a

quaranta piedi in quadrato, framescolati di boschi; e gli alberi più

minuti, per quanto io poteva giudicarne, erano dell’altezza di sette

piedi. Vidi alla mia sinistra la Città Capitale, la quale, da quel lato

ond’io la ravvisava, non malamente appariva che una di quelle Città,

che si ambiranno delle Teatrali rappresentazioni. Erano già molte ore

che estremamente mi trovava incomodato da non so quali necessità; il che

poi non è gran maraviglia; essendo che per quasi due interi giorni non

vi aveva io soddisfatto. Fieramente dunque contrastavano insieme la

necessità, ed il rossori. Miglior espediente non potei immaginarmi,

quanto ritirarmi carpone nella mia Casuccia; e di fatto l’eseguj.

Chiusi la porta dietro di me; e allontanandomi per quanto potea

accordarmelo la mia catena, mi scaricai d’un peso molto importuno. Ma

l’unica volta questa si è, che per tutta la mia vita rimprocciar mi

deggio una somigliante impulitezza; di cui tuttavia ne spero il perdono

da chiunque ragionevole Leggitore, che senza parzialità di sorta

bilancerà le circostanze che mi strignevano. Da quel tempo in poi,

immediate che mi era levato, fu mio costume di fare la cosa medesima a

Cielo scoperto, il più lungi dal mio domicilio che m’era possibile; e

ogni mattina, pria che sopravvenisse compagnia, due servidori, di cui una

tal incombenza era peculiare, non mancavano mai di togliere tutto ciò

che offendere poteva l’odorato di chi mi onorava delle sue visite. Si a

lungo non averei insistito sopra un particolare, che forse a primo

aspetto non sembrerà di molta conseguenza, se creduta non avessi cosa

indispensabile di formar l’apologia della mia pulitezza, che alcuni

de’miei invidiosi, cogliendo l’opportunità dell’accidente or or

narrato, ebbero l’audacia di rivocare in dubbio.

Sbrigatomi da una tal avventura, uscj della mia casa per prender

l’aria. Era già calata dalla torre Sua Imperial Maestà, e a Cavallo

portavasi alla mia volta; cosa che stette per costarle caro; atteso che

l’animale montato da lei, ancorchè, per altro, ben disciplinato, non

avvezzo a vedere una creatura di mia fatta, che parer gli doveva un

mobile monte, s’inalberò. Ma il Principe, perfettissimo Cavaliere, non

perdè staffa, e vi si mantenne finchè il suo seguito mettesse mano

sulla briglia della bestia, e ch’ei poscia ne discendesse. Posto piede

a terra, mi contemplò da tutti i lati; sempre però fuori di mia

portata. Comandò a’Cucinieri, e a’Bottiglieri, ivi già lesti, di

recarmi a mangiare, e a bere; il che essi effettuarono, col ripporre

l’imbandigione, ed i liquori, sopra una spezie di macchine a ruote,

ch’eglino spignevano fin al segno che vi giugnessero le mie mani. Diedi

l’assalto a queste macchine, e in un batter d’occhio le lasciai

nette. Venti n’erano riempiute di vivande, e dieci di pozioni: cadauna

delle prime mi valeva due o tre boccate; e riguardo alla bevanda, n’era

molto ben osservata la proporzione. Sopra seggj d’appoggio, e in certa

distanza, stavano assisi l’Imperadrice, i Principi, e le Principesse

del sangue: ma veduto l’accidente che minacciò l’Imperadore a

cagione del Cavallo di lui, levaronsi, e se gli accostarono. Ecco

com’è fatto questo Monarca. Egli supera in Matura chiunque della sua

Corte, una buona grossezza d’una delle mie unghie; il che solo, è

sufficiente per inspirar rispetto in chi lo risguarda. Sono maschili i

suoi delineamenti; le labbra grosse, ed olivastra la sua carnagione; si

tiene molto diritto, ha le sue membra assai ben proporzionate, abbonda di

graziosità, ed è maestisissimo in tutte le sue azioni. Lasciavasi egli

allora addietro la primavera della sua età, avendo ventott’anni, e

alcuni mesi, onde sette ne avea regnato compiutamente felice. Affin di

ravvisarlo a mio piacere, mi corcai sull’uno de’miei fianchi, lungi

da lui lo spazio di tre Verghe; attitudine tale, che precisamente

costituì il mio capo, paralello a tutto il di lui corpo. Non può darsi,

per altro, che non sia esatta la descrixion che quì faccio: giacchè da

quel tempo avanti, più d’una fiata l’ebbi nelle mie mani. Èra

positiva la sua vestitura; e per quanto può spettare alla moda, ei

ritenea una spezie di mezzanità fra gli _Asiatici_, e gli _Europei_

Abitatori; in sulla testa pero portava egli una celata d’oro

leggerissimo, ornata di giojelli, e guarnita d’una piuma. Teneva in

mano una sorta di spada nuda, che dovea servirgli di difesa in caso che

da’legami mi fossi sciolto: ella era lunga tre pollici al più, e

l’impugnatura, e la guaina n’erano d’oro, arricchito di diamanti.

Era sottile, ma molto chiara la sua voce; cosicché distintamente poteva

io intenderla tutto che me ne stessi in piedi. Con tanta magnificenza

comparivano abbigliate le Dame, ed i Cortigiani, che il luogo da essi

occupato avea la mina d’una sottana distesa a terra, e di diverse

figure d’argento e di oro ricamata. Sua Maestà Imperiale non di rado

m’impartì l’onore di parlar meco; e dal mio canto non si mancò di

renderla appuntino soddisfatta con le risposte; ma ella nè pur parola

potè capire di quanto io le diceva; come altresì, per parte mia,

potestar posso, che del discorso di lei non ho compresa silliba. Stavan

presenti (per quanto fummi lecito di conghietturare dalle vestimenta)

alcuni Sacerdoti, ed uomini di Legge, cui fu ingiunto di attaccar meco

conversazione. Parlai loro tutti i linguaggj che mi erano noti; ed

eziandio quegli, ond’io ne aveva una tintura men che superficiale;

voglio dire il _Tedesco_, il _Fiamengo_, il _Latino_, il _Franzese_, lo

_Spagnolo_, e l’_Italiano_: Tutto vi rimescolai, perfino alla lingua

Franca, ma senza riuscimento. Due ore dopo, la Corte si ritiro, e mi

lasciò sotto una huona guardia, con l’oggetto di prevenire

l’impertinenza, e verisimilmente la malizia della canaglia, che moriva

di voglia d’avvicinarmisi; avendo alcuni, in tempo che me ne stava

sedendo sull’uscio della mia casa, avuta l’insolenza di lanciarmi

molte saette, una delle quali poco vi volle che non mi cavasse un occhio.

Ma il Colonello comandò che si arrestassero sei de’principali complici

dell’attentato, e che in pena del loro delitto fossero rimessi in mio

potere; il che fu eseguito dalla milizia, che gl’incalzò colle sue

picche, finchè fossero alla mia portata. Tutti gli presi colla destra

mano; e cinque d’essi ne riposi nella tasca del mio giubbone, facendo

sembiante per lo stesso, di volermelo assorbere vivo vivo. Il meschino

misesi a gridare orribilmente; e del pari al Colonnello, da terribili

dolori di ventre furono sopraffatti gli altri Ufficiali, spezialmente

quando mi videro a dar di mano al mio temperino. Poco tuttavia tardai a

togliere lor l’affanno, conciosiachè prendendo io un’aria di

piacevolezza, e tagliando di là a un instante le funi che il teneva no

legato, il rimisi pianamente a terra, ed egli in un subito si dileguò.

Dopo di aver tratti ad uno ad uno dalla tasca gli altri miei prigionieri,

mi contenni con esso loro nella guisa medesima: ed osservai che i

Soldati, ed il popolo, furono incantati da un sì clemente procedimento,

che in un modo, al segno maggiore vantaggioso per me, fu riferito alla

Corte.

Sull’imbrunir del giorno m’introdussi, strisciando, nella mia

abitazione, ed a terra mi vi corricai: altro letto non ebbi pel corso di

quindici giorni; ma dopo questo tempo, uno ne ottenni per ordine

dell’Imperadore. Secento materasse d’una misura comune, furono

trasferite, ed adagiate nel mio Palazzo. La lunghezza, e la larghezza del

mio letto eran composte di cinquanta de’loro ricuciti insieme, e

l’altezza di quattro; e pure ciò non impediva che io male non me ne

trovassi, perchè il pavimento era di pietra. Lo stesso calcolo si

osservò riguardò alle lenzuola, e alle coperte. Per dir vero, non

n’era io per niente pago; ma accostumato di lunga mano a’patimenti,

dovetti mettermi in pace. Sparsa che fu pel Regno la nuova del mio

arrivo; affin di vedermi, portossi alla Capitale un infinito numero di

scimuniti; e sì prodigiosa funne la quantità, che i più de’villaggj

rimasero senza campajuoli, non ostante il sommo pregiudizio

de’domestici loro affari, e altresì dell’agricoltura. Ma diversi

editti di Sua Imperial Maestà provvidero a un tal disordine; comandato

avendo, che quei, che mi avessero di gia veduto, tornassero alle loro

case, e non si accostassero per cinquanta verghe alla mia, senza una

permissione della Corte: ristrignimento, che a Segretarj di Stato

profittò riguardevoli somme.

Furono frequenti le Consulte tenutesi dall’Imperadore per deliberare

della mia persona: e seppi da poi da uno de’migliori amici che io abbia

avuto in quel paese, uomo di primaria qualità, e che senz’altro potea

aver mano negli affari: seppi, dico, che la Corte stavasene enormemente

imbarazzata a mio riguardo. Vi si temeva che mi riuscisse spezzare una

volta le mie catene; o che la mia voracità cagionasse una orribile

carestia. Tal fiata vi si risolveva di lasciarmi morire di fame; ed

altre, di ferirmi le mani, e la faccia con frecce vennate; il che, ben

presto, tratto mi avrebbe di briga. Nessuno pero di tali divisamenti fu

postò in esecuzione: riflettutosi che il puzzo d’un cadavero sì

smisurato come il mio, avrebbe, senza alcun dubbio, infettata l’aria, e

prodotta nella Dominante qualche contagiosa malattia che seguitamente si

sarebbe dilatata per tutto il Regno. Nel forte di queste deliberazioni,

furono alla porta della Sala del Consiglio molti Uffiziali delle

Soldatesche, ed ottenutone l’ingresso due di loro, fecero il riferto

del modo che io avea tenuto in proposito a’sei criminosi, di cui, non e

guari che si è parlato. Non solo nell’animo del Monarca, ma eziandio

di tutto il suo Senato produsse sì fatte impressioni il rapporto degli

Uffiziali, che tutti i Villaggi fin alla distanza di novecento Verghe

dalla Città, ebber ordine di somministrare cadaun giorno, sei buoi,

quaranta castrati, ed alcune altre vittuaglie pel mio nutrimento; con

pane, vino, ed altri liquori a proporzione. Il pagamento di tutto questo,

era loro assegnato sull’Erario di Sua Maestà; essendo che questo

Principe sussiste colle rendite de’suoi Dominj, non esigendo che molto

di rado, e in congiunture eccessivamente strignenti, sussidj da’suoi

Suggetti, quali, dal canto loro, sono obbligati a servire nelle guerre di

lui, a proprie loro spese. Cogli stipendi Imperiali eran pagate secento

persone scelte in miei domestici, e furon loro piantate delle tende a

cadaun lato della mia porta. Comandossi pure che trecento Sarti

travagliassero per mio servigio un compiuto assortimento di vestimenta

alla foggia del Paese: Che sei de’primarj Letterati del Imperio

avessero la cura d’ammaestrarmi nel loro idioma: e finalmente, che le

Guardie dell’Imperadore; e stessamente i suoi Cavalli, e que’della

Nobiltà, frequentemente mi passassero d’avanti, perchè si

avvezzassero della mia vista. Furono eseguiti tutti questi ordini con la

più esatta precisione; e nello spazio di tre settimane feci gran

progressi nella lingua del Paese. Nel frattempo, parecchie volte mi

onorò il Monarca di sue visite; e insino mi giuntò la grazia di

mescolar sovente le sue instruzioni con quelle de miei Precettori.

Cominciavamo già a strignere insieme una spezie di conversazione; e

co’primi termini da me appresi, mi sforzai d’esprimere la brama che

m’incalzava di conseguire la libertà, e ginocchione gliene ripeteva

ogni giorno la supplica. Per quanto pote comprendere, ei rispondeva: che

la mia dimanda esigeva tempo; e che senza il parere del suo Consiglio non

era cosa neppur da badarvi: che prima di tutto, io doveva, _Lumos Kelmin

pesso desmar lon Emposo_; cioè a dire, giurarli, che io vivrei in pace

con esso lui, e con tutti i suoi sudditi: che frattanto, ben trattato io

sarei. Consigliommi, per altro, a procurar di guadagnarmi la sua

benevolenza, e quella de’suoi Suggetti, col mio sofferimento, e con la

mia discretezza. Mi pregò non perdere in mala parte, se egli ingiugnesse

ad alcuni de’suoi Uffiziali di far revisione alle mie tasche; poichè

era verisile che io avessi sopra di me qualche arme, che al certo dovea

straordinariamente pericolosa, se ella corrispondeva all’immensità

della mia corporatura. Io replicai che Sua Maestà sarebbe ubbidita, e

che io stava pronto ad ispogliarmi, e a rovesciare le mie saccocce; il

che espressi a forza di contrassegni, mancandomi per allora i termini.

Soggiunse l’Imperadore: che per le leggi del Regno, due Uffiziali

dovevano visitarmi: che egli non ignorava che era impossibile il potersi

ciò effettuare senza la mia cooperazione: che vantaggiosamente egli era

prevenuto della mia generosità, e della mia giustizia, perchè affidar

potesse nelle mie mani le persone loro: che tutto mi fosse stato tolto,

mi sarebbe renduto al mio staccarmi dal Paese, oppur pagato secondo il

prezzo che io medesimo tassato avessi. Presi dunque i due Ufficiali nelle

mie mani, e a prima giunta gli messi nelle tasche del mio giubbone, e

poscia in tutte l’altre; eccettuatine i due borsellini, e un’altra

tasca ancora contenente alcune bagattelluzze, che solo valevano per lo

speziale mio uso. In uno de’miei taschetti aveavi un oriuolo

d’argento; e nell’altro alcune monete d’oro in una borsa.

Que’Signorini che tenevano con esso loro carta, penna, ed inchiostro,

formarono, di tutto ciò che vi rinvennero, un’inventario esattissimo;

e compiuto il fatto loro mi pregarono di mettergli a terra, perchè

all’Imperadore farne potessero il riferto. Tempo dopo trasportai in

Inglese quest’Inventario; ed eccone parola per parola la traduzione.

Primieramente; nella saccoccia a parte dritta del Giubbone del

_grand’Uomo-Montagna_, (che così sembrami si abbiano a tradurre i

vocaboli _Quibus Flestrim_,) dopo la più diligente visitazione, vi

trovammo solamente un drappo di estensione sì enorme, che servir

potrebbe di tappeto per la maggior Sala del Palazzo di Vostra Maestà.

Nella tasca sinistra vi abbiani veduto un esorbitante forziere, tutto

d’argento. Avendo chiesto fosse aperto, uno di noi vi entro, e

sprofondovvisi per fino a mezza gamba in una sorta di polvere; parte di

cui sparsasi nell’aria, molte volte ci fece stranutire. Nella saccoccia

dritta della vesta di lui, visitammo un prodigioso volume, composto di

molte bianchicce sostanze piegate l’une in sull’altre, della

lunghezza all’incirca di tre uomini, strettamente serrate fra d’esse,

e contrassegnate di figure nere: ci ha egli detto che son elleno

scritture, onde cadauna lettera è tanto larga, quanto la metà della

palma delle nostre mani. Nell’altra saccoccia a mano manca, aveavi una

sorta di macchina composta di venti lunghe pertiche, che mai non

assomigliavano al palizzato che regna dinanzi alla Corte di Vostra

Maestà. Conghietturiamo che con cotale strumento _Uomo-Montagna_ si

pettini la testa, mercechè non tutte le volte il tormentiamo con le

nostre quistioni, durando noi un sommo stento per farci intendere. Nella

dritta gran tasca del suo invoglio di mezzo, (che in questi termini io

rendo i vocaboli _Ranfu Lo_, ond’essi disegnavano i miei Calzoni,)

scorgemmo una colonna di ferro scavata, della lunghezza d’un uomo, e

strettissimamente annessa a un pezzo di legno, ancor più grande della

colonna. Sopra uno de’lati di questa macchina vi erano smisurati pezzi

di ferro, per la cui bizzara figura noi non sappiamo che crederne. Uno

strumento del tutto somigliante trovammo nella tasca manca. In un altra

più piccola a parte destra, stavano molti pezzi d’un bianchiccio, e

rossigno metallo, di differenti grandezze; ed alcuni de’pezzi bianchi,

che ci parevano d’argento, erano sì larghi, e sì pesanti, che il mio

camerata ed io, levargli appena potevamo. Due nere colonne,

d’irregolare figura, ritrovammo nella saccoccia sinistra; e una

d’esse stava coperta, e sembrava d’un solo pezze: ma nella parte

superiore dell’altra, aveavi una spezie di rotonda, e bianchiccia

sostanza: al doppio più grossa che le nostre teste: ognuna di queste

macchine conteneva una prodigiosa lamina d’acciajo. A mostrarcele

l’obbligammo; temendo noi che non fossero strumenti perniziosi. Ei

levolle dalle loro nicchie; e ci fece avvertiti, che nel Paese di lui

egli avea il costume di servirsi dell’una per radersi la barba; e per

trinciare non so quali cibi, dell’altra. Egli ha due borse, in cui

introdurci non potremmo, e le chiamava i suoi borsellini. Eran questi,

due larghe fessure, tagliate nella parte superiore del suo invoglio di

mezzo, ma rendute molto anguste per la pressione del ventre di lui. Al di

fuori del dritto borsellino, pendeva una gran catena d’argento alla cui

estremità stava attaccata una macchina la più singolare, che vertimo di

cavar fuori ciò che teneva alla catena; ei lo fece; e mostrocci un

globo, in parte d’argento, e in parte d’un altro trasparente metallo.

Riguardandolo noi dalla parte trasparente, vi ravvisamo strane figure

disposte in cerchio; che avendo tentato di toccarle, trovaronsi arrestate

da quella diafana sostanza le nostre dita. Accostò egli alle nostre

orecchie questa macchina, e vi udimmo un continuato fracasso, somigliante

a quello d’un mulino da acqua. Pensiamo che cosa tale sia qualche

incognita bestia; oppure la divinità che colui adora: ma quest’ultima

opinione ci sembra più verisimile; avvendoci egli assicurati, (se pure

ben il comprendemmo, poichè si esprime in un modo molto imperfetto,) che

ciò era una sorta d’Oracolo assai sovente consultato da lui, e che

distinguevagli il tempo di cadauna azione della sua vita. Dal manco suo

borsellino egli estrasse una spezie di rete tanto grande, che può

servire alla pesca, ma che a guisa di borsa si apre; e si chiude;

valendosene egli per un tal uso. Vi trovammo alcuni massiccj pezzi d’un

metallo giallicio; che se son eglino d’oro vero, deggiono essere d’un

valor immenso.

Dopo di aver, in eseguimento degli ordini di Vostra Maestà,

scrupolosamente rivedute, e visitate le saccocce tutte di lui, osservammo

che d’intorno alla sua vesta egli aveva un cinturone, che certamente

non può essere stato fatto, che della pelle di qualche portentoso

animale. Al lato manco di esso cinturone, pendeva una spada della

lunghezaza di cinque uomini, e alla dritta una spezie di sacco diviso in

due serbatoj, ognun de’quali contener potrebbe tre sudditi della

Maestà Vostra. In uno di questi serbatoj stavano molti globi d’un

pesantissimo metallo, cadauno della grossezza delle nostre teste, e molto

disagevoli per levargli. Vedemmo nell’altro una gran quantità di

granineri, assai piccoli, e di non grave peso, potendo noi, in una sola

volta, più di cinquanta tenerne in mano.

Quest’è l’Inventario fedele di quanto trovammo indosso

all’_Uomo-Montagna_, il quale trattò con noi in un onestissimo modo, e

col rispetto dovuto alla commissione di Vostra Maestà. Soscritto e

suggellato il quarto giorno dell’ottangesima nona Luna dell’Augusto

Regno di Vostra Maestà Imperiale.

_Glefren Frelock_.

_Marsi Frelock_.

Letto, e riletto ch’ebbe da un capo all’altro l’Imperadore

quest’Inventario, mi ordinò, comechè in civilissimi termini, di

rimettere qualunque cosa nelle mani di lui. A prima giunta mi ricercò la

mia spada, che tolsi dal cinturone col suo fodero. Comandò nello stesso

tempo, che tre mila uomini delle sue più guerriere milizie, da cui egli

stava allora circondato, prendessermi nel mezzo da tutti i lati, e gli

archi loro, e le loro frecce lesti tenessero: ma, per dir vero, io non me

ne avvidi, perchè i miei sguardi eran fissati nel solo Imperadore. Ciò

fatto, ei mi pregò di sguainare la mia spada; la quale, non ostante che

per l’acqua marina fosse in qualche parte irruginita, non lasciava

d’essere molto risplendente. L’eseguj; e nell’instante tutta la

Soldatesca gettò un orribile grido, segno manifesto e della sua

sorpresa, e del suo spavento, essendo che i raggi Solari, dopo

d’essersi ribattuti sulla mia spada, ripercuotevano gli occhj

de’soldati. Il Monarca, che è un Principe magnanimissimo, fu assalito

da minor terrore che io non avrei creduto. Mi commise di rimettere la

spada nel fodero, e di gettarla la terra il più leggiermente che

potessi, e in distanza di sei piedi dall’estremità della mia catena.

Chiesemi in secondo luogo una di quelle colonne di ferro, che erano

scavate, per le quali egli intendeva le mie pistole da saccoccia. Una

gliene mostrai; e feci tutto, stante il desiderio ch’ei manifestava

d’averne, di fargliene comprendere l’uso. In fatti, la caricai con

sola polvere, che io avuto avea l’avvedimento di guarentire

dall’umidità del mare; (inconvenienza, contra cui chiunque prudente

marinajo si premunisce) e dopo di aver avvertito l’Imperadore di non

temere, feci il mio tiro nell’aria. O allora sì che più che alla

vista della mia spada, fu orribile il loro spavento. Cadevan eglino a

centinaja come tanti morti; e l’Imperadore medesimo, tutto che rimasto

in piedi, ebbe bisogno di qualche tempo per ripigliarsi. Nel modo stesso

che io fatto aveva della spada, consegnai le pistole, e susseguentemente

la taschetta da polvere, e le palle di piombo; con l’avvertenza a

que’Signori di tener lontana dal fuoco con somma attenzione la polvere,

perchè la menoma scintilla potuto avrebbe accenderla, e così far saltar

in aria tutto l’Imperiale Palazzo. Rimisi eziandio il mio oriuolo, che

il Monarca desiava ardentemente di vedere; ed egli ordinò a due delle

sue guardie più nerborute d’appenderlo ad una pertica, e di portarlo

in sulle loro spalle, nella guisa stessa che in Inghilterra i bastaggj

portano un barile di birra. Il sorprese l’incessante strepito della

macchina, ed altresì il movimento dell’aguglia che i minuti disegna, e

che egli facilissimamente ravvisò; essendo la vista degli Abitatori di

quel Paese molto più fina della nostra. Parecchi Letterati richiesti

dall’Imperadore della natura di questa macchina, fecero, come chi legge

può agevolmente immaginarselo, differenti risposte; di cui, confessarlo

deggio, non ne ho compreso il menomo senso.

Consegnai poscia tutto il danajo in argento, e in rame; la borsa

contenente nove grosse monete d’oro, ed alcune altre di minor valore;

il mio coltello, il rasojo, il pettine, la tabacchiera d’argento, il

fazzoletto, e l’almanacco. La spada, le pistole, furono caricate sopra

carrette, e trasferite negli Arsenali di Sua Maestà.

Come già il dissi, teneva io una segreta tasca che restò sottratta alle

occhiute lor revisioni, e in cui serbava un pajo d’occhiali (onde alle

volte mi servia in ajuto della debol mia vista,) un Cannocchiale, ed

alcune altre bagattelluzze, che credetti non essere obbligato di

discoprire; pel timore di perderle, e che, per altro, per uso veruno

dell’Imperadore servir non potevano.

Viaggj del Capitano Lemuel Gulliver in Diversi Paesi Lontani · 第 14 / 60 题