L’Imperadore di Lilliput, scortato da molte persone ragguardevoli, va a
vedere l’Autore. Descrizione della persona, e delle vestimenta
dell’Imperadore. Alcuni Letterati del primo ordine sono incaricati
d’instruire l’Autore dei linguaggio del Paese. Ei si fa amare per la
sua affabilita. Formasi l’inventario di quanto si rinviene nelle tasche
di lui, e se gli tolgono le pistole, e la spada.
RIto in piedi che fui, risguardai d’intorno a me, e negar non posso che
in verun tempo non mi si affacciò prospettiva più vaga. Mi sembrava
tutto il Distretto un sol giardino; ed ogni campo, d’un fiorito letto
portava l’aria. Eran que’campi, il cui maggior numero stendevasi a
quaranta piedi in quadrato, framescolati di boschi; e gli alberi più
minuti, per quanto io poteva giudicarne, erano dell’altezza di sette
piedi. Vidi alla mia sinistra la Città Capitale, la quale, da quel lato
ond’io la ravvisava, non malamente appariva che una di quelle Città,
che si ambiranno delle Teatrali rappresentazioni. Erano già molte ore
che estremamente mi trovava incomodato da non so quali necessità; il che
poi non è gran maraviglia; essendo che per quasi due interi giorni non
vi aveva io soddisfatto. Fieramente dunque contrastavano insieme la
necessità, ed il rossori. Miglior espediente non potei immaginarmi,
quanto ritirarmi carpone nella mia Casuccia; e di fatto l’eseguj.
Chiusi la porta dietro di me; e allontanandomi per quanto potea
accordarmelo la mia catena, mi scaricai d’un peso molto importuno. Ma
l’unica volta questa si è, che per tutta la mia vita rimprocciar mi
deggio una somigliante impulitezza; di cui tuttavia ne spero il perdono
da chiunque ragionevole Leggitore, che senza parzialità di sorta
bilancerà le circostanze che mi strignevano. Da quel tempo in poi,
immediate che mi era levato, fu mio costume di fare la cosa medesima a
Cielo scoperto, il più lungi dal mio domicilio che m’era possibile; e
ogni mattina, pria che sopravvenisse compagnia, due servidori, di cui una
tal incombenza era peculiare, non mancavano mai di togliere tutto ciò
che offendere poteva l’odorato di chi mi onorava delle sue visite. Si a
lungo non averei insistito sopra un particolare, che forse a primo
aspetto non sembrerà di molta conseguenza, se creduta non avessi cosa
indispensabile di formar l’apologia della mia pulitezza, che alcuni
de’miei invidiosi, cogliendo l’opportunità dell’accidente or or
narrato, ebbero l’audacia di rivocare in dubbio.
Sbrigatomi da una tal avventura, uscj della mia casa per prender
l’aria. Era già calata dalla torre Sua Imperial Maestà, e a Cavallo
portavasi alla mia volta; cosa che stette per costarle caro; atteso che
l’animale montato da lei, ancorchè, per altro, ben disciplinato, non
avvezzo a vedere una creatura di mia fatta, che parer gli doveva un
mobile monte, s’inalberò. Ma il Principe, perfettissimo Cavaliere, non
perdè staffa, e vi si mantenne finchè il suo seguito mettesse mano
sulla briglia della bestia, e ch’ei poscia ne discendesse. Posto piede
a terra, mi contemplò da tutti i lati; sempre però fuori di mia
portata. Comandò a’Cucinieri, e a’Bottiglieri, ivi già lesti, di
recarmi a mangiare, e a bere; il che essi effettuarono, col ripporre
l’imbandigione, ed i liquori, sopra una spezie di macchine a ruote,
ch’eglino spignevano fin al segno che vi giugnessero le mie mani. Diedi
l’assalto a queste macchine, e in un batter d’occhio le lasciai
nette. Venti n’erano riempiute di vivande, e dieci di pozioni: cadauna
delle prime mi valeva due o tre boccate; e riguardo alla bevanda, n’era
molto ben osservata la proporzione. Sopra seggj d’appoggio, e in certa
distanza, stavano assisi l’Imperadrice, i Principi, e le Principesse
del sangue: ma veduto l’accidente che minacciò l’Imperadore a
cagione del Cavallo di lui, levaronsi, e se gli accostarono. Ecco
com’è fatto questo Monarca. Egli supera in Matura chiunque della sua
Corte, una buona grossezza d’una delle mie unghie; il che solo, è
sufficiente per inspirar rispetto in chi lo risguarda. Sono maschili i
suoi delineamenti; le labbra grosse, ed olivastra la sua carnagione; si
tiene molto diritto, ha le sue membra assai ben proporzionate, abbonda di
graziosità, ed è maestisissimo in tutte le sue azioni. Lasciavasi egli
allora addietro la primavera della sua età, avendo ventott’anni, e
alcuni mesi, onde sette ne avea regnato compiutamente felice. Affin di
ravvisarlo a mio piacere, mi corcai sull’uno de’miei fianchi, lungi
da lui lo spazio di tre Verghe; attitudine tale, che precisamente
costituì il mio capo, paralello a tutto il di lui corpo. Non può darsi,
per altro, che non sia esatta la descrixion che quì faccio: giacchè da
quel tempo avanti, più d’una fiata l’ebbi nelle mie mani. Èra
positiva la sua vestitura; e per quanto può spettare alla moda, ei
ritenea una spezie di mezzanità fra gli _Asiatici_, e gli _Europei_
Abitatori; in sulla testa pero portava egli una celata d’oro
leggerissimo, ornata di giojelli, e guarnita d’una piuma. Teneva in
mano una sorta di spada nuda, che dovea servirgli di difesa in caso che
da’legami mi fossi sciolto: ella era lunga tre pollici al più, e
l’impugnatura, e la guaina n’erano d’oro, arricchito di diamanti.
Era sottile, ma molto chiara la sua voce; cosicché distintamente poteva
io intenderla tutto che me ne stessi in piedi. Con tanta magnificenza
comparivano abbigliate le Dame, ed i Cortigiani, che il luogo da essi
occupato avea la mina d’una sottana distesa a terra, e di diverse
figure d’argento e di oro ricamata. Sua Maestà Imperiale non di rado
m’impartì l’onore di parlar meco; e dal mio canto non si mancò di
renderla appuntino soddisfatta con le risposte; ma ella nè pur parola
potè capire di quanto io le diceva; come altresì, per parte mia,
potestar posso, che del discorso di lei non ho compresa silliba. Stavan
presenti (per quanto fummi lecito di conghietturare dalle vestimenta)
alcuni Sacerdoti, ed uomini di Legge, cui fu ingiunto di attaccar meco
conversazione. Parlai loro tutti i linguaggj che mi erano noti; ed
eziandio quegli, ond’io ne aveva una tintura men che superficiale;
voglio dire il _Tedesco_, il _Fiamengo_, il _Latino_, il _Franzese_, lo
_Spagnolo_, e l’_Italiano_: Tutto vi rimescolai, perfino alla lingua
Franca, ma senza riuscimento. Due ore dopo, la Corte si ritiro, e mi
lasciò sotto una huona guardia, con l’oggetto di prevenire
l’impertinenza, e verisimilmente la malizia della canaglia, che moriva
di voglia d’avvicinarmisi; avendo alcuni, in tempo che me ne stava
sedendo sull’uscio della mia casa, avuta l’insolenza di lanciarmi
molte saette, una delle quali poco vi volle che non mi cavasse un occhio.
Ma il Colonello comandò che si arrestassero sei de’principali complici
dell’attentato, e che in pena del loro delitto fossero rimessi in mio
potere; il che fu eseguito dalla milizia, che gl’incalzò colle sue
picche, finchè fossero alla mia portata. Tutti gli presi colla destra
mano; e cinque d’essi ne riposi nella tasca del mio giubbone, facendo
sembiante per lo stesso, di volermelo assorbere vivo vivo. Il meschino
misesi a gridare orribilmente; e del pari al Colonnello, da terribili
dolori di ventre furono sopraffatti gli altri Ufficiali, spezialmente
quando mi videro a dar di mano al mio temperino. Poco tuttavia tardai a
togliere lor l’affanno, conciosiachè prendendo io un’aria di
piacevolezza, e tagliando di là a un instante le funi che il teneva no
legato, il rimisi pianamente a terra, ed egli in un subito si dileguò.
Dopo di aver tratti ad uno ad uno dalla tasca gli altri miei prigionieri,
mi contenni con esso loro nella guisa medesima: ed osservai che i
Soldati, ed il popolo, furono incantati da un sì clemente procedimento,
che in un modo, al segno maggiore vantaggioso per me, fu riferito alla
Corte.
Sull’imbrunir del giorno m’introdussi, strisciando, nella mia
abitazione, ed a terra mi vi corricai: altro letto non ebbi pel corso di
quindici giorni; ma dopo questo tempo, uno ne ottenni per ordine
dell’Imperadore. Secento materasse d’una misura comune, furono
trasferite, ed adagiate nel mio Palazzo. La lunghezza, e la larghezza del
mio letto eran composte di cinquanta de’loro ricuciti insieme, e
l’altezza di quattro; e pure ciò non impediva che io male non me ne
trovassi, perchè il pavimento era di pietra. Lo stesso calcolo si
osservò riguardò alle lenzuola, e alle coperte. Per dir vero, non
n’era io per niente pago; ma accostumato di lunga mano a’patimenti,
dovetti mettermi in pace. Sparsa che fu pel Regno la nuova del mio
arrivo; affin di vedermi, portossi alla Capitale un infinito numero di
scimuniti; e sì prodigiosa funne la quantità, che i più de’villaggj
rimasero senza campajuoli, non ostante il sommo pregiudizio
de’domestici loro affari, e altresì dell’agricoltura. Ma diversi
editti di Sua Imperial Maestà provvidero a un tal disordine; comandato
avendo, che quei, che mi avessero di gia veduto, tornassero alle loro
case, e non si accostassero per cinquanta verghe alla mia, senza una
permissione della Corte: ristrignimento, che a Segretarj di Stato
profittò riguardevoli somme.
Furono frequenti le Consulte tenutesi dall’Imperadore per deliberare
della mia persona: e seppi da poi da uno de’migliori amici che io abbia
avuto in quel paese, uomo di primaria qualità, e che senz’altro potea
aver mano negli affari: seppi, dico, che la Corte stavasene enormemente
imbarazzata a mio riguardo. Vi si temeva che mi riuscisse spezzare una
volta le mie catene; o che la mia voracità cagionasse una orribile
carestia. Tal fiata vi si risolveva di lasciarmi morire di fame; ed
altre, di ferirmi le mani, e la faccia con frecce vennate; il che, ben
presto, tratto mi avrebbe di briga. Nessuno pero di tali divisamenti fu
postò in esecuzione: riflettutosi che il puzzo d’un cadavero sì
smisurato come il mio, avrebbe, senza alcun dubbio, infettata l’aria, e
prodotta nella Dominante qualche contagiosa malattia che seguitamente si
sarebbe dilatata per tutto il Regno. Nel forte di queste deliberazioni,
furono alla porta della Sala del Consiglio molti Uffiziali delle
Soldatesche, ed ottenutone l’ingresso due di loro, fecero il riferto
del modo che io avea tenuto in proposito a’sei criminosi, di cui, non e
guari che si è parlato. Non solo nell’animo del Monarca, ma eziandio
di tutto il suo Senato produsse sì fatte impressioni il rapporto degli
Uffiziali, che tutti i Villaggi fin alla distanza di novecento Verghe
dalla Città, ebber ordine di somministrare cadaun giorno, sei buoi,
quaranta castrati, ed alcune altre vittuaglie pel mio nutrimento; con
pane, vino, ed altri liquori a proporzione. Il pagamento di tutto questo,
era loro assegnato sull’Erario di Sua Maestà; essendo che questo
Principe sussiste colle rendite de’suoi Dominj, non esigendo che molto
di rado, e in congiunture eccessivamente strignenti, sussidj da’suoi
Suggetti, quali, dal canto loro, sono obbligati a servire nelle guerre di
lui, a proprie loro spese. Cogli stipendi Imperiali eran pagate secento
persone scelte in miei domestici, e furon loro piantate delle tende a
cadaun lato della mia porta. Comandossi pure che trecento Sarti
travagliassero per mio servigio un compiuto assortimento di vestimenta
alla foggia del Paese: Che sei de’primarj Letterati del Imperio
avessero la cura d’ammaestrarmi nel loro idioma: e finalmente, che le
Guardie dell’Imperadore; e stessamente i suoi Cavalli, e que’della
Nobiltà, frequentemente mi passassero d’avanti, perchè si
avvezzassero della mia vista. Furono eseguiti tutti questi ordini con la
più esatta precisione; e nello spazio di tre settimane feci gran
progressi nella lingua del Paese. Nel frattempo, parecchie volte mi
onorò il Monarca di sue visite; e insino mi giuntò la grazia di
mescolar sovente le sue instruzioni con quelle de miei Precettori.
Cominciavamo già a strignere insieme una spezie di conversazione; e
co’primi termini da me appresi, mi sforzai d’esprimere la brama che
m’incalzava di conseguire la libertà, e ginocchione gliene ripeteva
ogni giorno la supplica. Per quanto pote comprendere, ei rispondeva: che
la mia dimanda esigeva tempo; e che senza il parere del suo Consiglio non
era cosa neppur da badarvi: che prima di tutto, io doveva, _Lumos Kelmin
pesso desmar lon Emposo_; cioè a dire, giurarli, che io vivrei in pace
con esso lui, e con tutti i suoi sudditi: che frattanto, ben trattato io
sarei. Consigliommi, per altro, a procurar di guadagnarmi la sua
benevolenza, e quella de’suoi Suggetti, col mio sofferimento, e con la
mia discretezza. Mi pregò non perdere in mala parte, se egli ingiugnesse
ad alcuni de’suoi Uffiziali di far revisione alle mie tasche; poichè
era verisile che io avessi sopra di me qualche arme, che al certo dovea
straordinariamente pericolosa, se ella corrispondeva all’immensità
della mia corporatura. Io replicai che Sua Maestà sarebbe ubbidita, e
che io stava pronto ad ispogliarmi, e a rovesciare le mie saccocce; il
che espressi a forza di contrassegni, mancandomi per allora i termini.
Soggiunse l’Imperadore: che per le leggi del Regno, due Uffiziali
dovevano visitarmi: che egli non ignorava che era impossibile il potersi
ciò effettuare senza la mia cooperazione: che vantaggiosamente egli era
prevenuto della mia generosità, e della mia giustizia, perchè affidar
potesse nelle mie mani le persone loro: che tutto mi fosse stato tolto,
mi sarebbe renduto al mio staccarmi dal Paese, oppur pagato secondo il
prezzo che io medesimo tassato avessi. Presi dunque i due Ufficiali nelle
mie mani, e a prima giunta gli messi nelle tasche del mio giubbone, e
poscia in tutte l’altre; eccettuatine i due borsellini, e un’altra
tasca ancora contenente alcune bagattelluzze, che solo valevano per lo
speziale mio uso. In uno de’miei taschetti aveavi un oriuolo
d’argento; e nell’altro alcune monete d’oro in una borsa.
Que’Signorini che tenevano con esso loro carta, penna, ed inchiostro,
formarono, di tutto ciò che vi rinvennero, un’inventario esattissimo;
e compiuto il fatto loro mi pregarono di mettergli a terra, perchè
all’Imperadore farne potessero il riferto. Tempo dopo trasportai in
Inglese quest’Inventario; ed eccone parola per parola la traduzione.
Primieramente; nella saccoccia a parte dritta del Giubbone del
_grand’Uomo-Montagna_, (che così sembrami si abbiano a tradurre i
vocaboli _Quibus Flestrim_,) dopo la più diligente visitazione, vi
trovammo solamente un drappo di estensione sì enorme, che servir
potrebbe di tappeto per la maggior Sala del Palazzo di Vostra Maestà.
Nella tasca sinistra vi abbiani veduto un esorbitante forziere, tutto
d’argento. Avendo chiesto fosse aperto, uno di noi vi entro, e
sprofondovvisi per fino a mezza gamba in una sorta di polvere; parte di
cui sparsasi nell’aria, molte volte ci fece stranutire. Nella saccoccia
dritta della vesta di lui, visitammo un prodigioso volume, composto di
molte bianchicce sostanze piegate l’une in sull’altre, della
lunghezza all’incirca di tre uomini, strettamente serrate fra d’esse,
e contrassegnate di figure nere: ci ha egli detto che son elleno
scritture, onde cadauna lettera è tanto larga, quanto la metà della
palma delle nostre mani. Nell’altra saccoccia a mano manca, aveavi una
sorta di macchina composta di venti lunghe pertiche, che mai non
assomigliavano al palizzato che regna dinanzi alla Corte di Vostra
Maestà. Conghietturiamo che con cotale strumento _Uomo-Montagna_ si
pettini la testa, mercechè non tutte le volte il tormentiamo con le
nostre quistioni, durando noi un sommo stento per farci intendere. Nella
dritta gran tasca del suo invoglio di mezzo, (che in questi termini io
rendo i vocaboli _Ranfu Lo_, ond’essi disegnavano i miei Calzoni,)
scorgemmo una colonna di ferro scavata, della lunghezza d’un uomo, e
strettissimamente annessa a un pezzo di legno, ancor più grande della
colonna. Sopra uno de’lati di questa macchina vi erano smisurati pezzi
di ferro, per la cui bizzara figura noi non sappiamo che crederne. Uno
strumento del tutto somigliante trovammo nella tasca manca. In un altra
più piccola a parte destra, stavano molti pezzi d’un bianchiccio, e
rossigno metallo, di differenti grandezze; ed alcuni de’pezzi bianchi,
che ci parevano d’argento, erano sì larghi, e sì pesanti, che il mio
camerata ed io, levargli appena potevamo. Due nere colonne,
d’irregolare figura, ritrovammo nella saccoccia sinistra; e una
d’esse stava coperta, e sembrava d’un solo pezze: ma nella parte
superiore dell’altra, aveavi una spezie di rotonda, e bianchiccia
sostanza: al doppio più grossa che le nostre teste: ognuna di queste
macchine conteneva una prodigiosa lamina d’acciajo. A mostrarcele
l’obbligammo; temendo noi che non fossero strumenti perniziosi. Ei
levolle dalle loro nicchie; e ci fece avvertiti, che nel Paese di lui
egli avea il costume di servirsi dell’una per radersi la barba; e per
trinciare non so quali cibi, dell’altra. Egli ha due borse, in cui
introdurci non potremmo, e le chiamava i suoi borsellini. Eran questi,
due larghe fessure, tagliate nella parte superiore del suo invoglio di
mezzo, ma rendute molto anguste per la pressione del ventre di lui. Al di
fuori del dritto borsellino, pendeva una gran catena d’argento alla cui
estremità stava attaccata una macchina la più singolare, che vertimo di
cavar fuori ciò che teneva alla catena; ei lo fece; e mostrocci un
globo, in parte d’argento, e in parte d’un altro trasparente metallo.
Riguardandolo noi dalla parte trasparente, vi ravvisamo strane figure
disposte in cerchio; che avendo tentato di toccarle, trovaronsi arrestate
da quella diafana sostanza le nostre dita. Accostò egli alle nostre
orecchie questa macchina, e vi udimmo un continuato fracasso, somigliante
a quello d’un mulino da acqua. Pensiamo che cosa tale sia qualche
incognita bestia; oppure la divinità che colui adora: ma quest’ultima
opinione ci sembra più verisimile; avvendoci egli assicurati, (se pure
ben il comprendemmo, poichè si esprime in un modo molto imperfetto,) che
ciò era una sorta d’Oracolo assai sovente consultato da lui, e che
distinguevagli il tempo di cadauna azione della sua vita. Dal manco suo
borsellino egli estrasse una spezie di rete tanto grande, che può
servire alla pesca, ma che a guisa di borsa si apre; e si chiude;
valendosene egli per un tal uso. Vi trovammo alcuni massiccj pezzi d’un
metallo giallicio; che se son eglino d’oro vero, deggiono essere d’un
valor immenso.
Dopo di aver, in eseguimento degli ordini di Vostra Maestà,
scrupolosamente rivedute, e visitate le saccocce tutte di lui, osservammo
che d’intorno alla sua vesta egli aveva un cinturone, che certamente
non può essere stato fatto, che della pelle di qualche portentoso
animale. Al lato manco di esso cinturone, pendeva una spada della
lunghezaza di cinque uomini, e alla dritta una spezie di sacco diviso in
due serbatoj, ognun de’quali contener potrebbe tre sudditi della
Maestà Vostra. In uno di questi serbatoj stavano molti globi d’un
pesantissimo metallo, cadauno della grossezza delle nostre teste, e molto
disagevoli per levargli. Vedemmo nell’altro una gran quantità di
granineri, assai piccoli, e di non grave peso, potendo noi, in una sola
volta, più di cinquanta tenerne in mano.
Quest’è l’Inventario fedele di quanto trovammo indosso
all’_Uomo-Montagna_, il quale trattò con noi in un onestissimo modo, e
col rispetto dovuto alla commissione di Vostra Maestà. Soscritto e
suggellato il quarto giorno dell’ottangesima nona Luna dell’Augusto
Regno di Vostra Maestà Imperiale.
_Glefren Frelock_.
_Marsi Frelock_.
Letto, e riletto ch’ebbe da un capo all’altro l’Imperadore
quest’Inventario, mi ordinò, comechè in civilissimi termini, di
rimettere qualunque cosa nelle mani di lui. A prima giunta mi ricercò la
mia spada, che tolsi dal cinturone col suo fodero. Comandò nello stesso
tempo, che tre mila uomini delle sue più guerriere milizie, da cui egli
stava allora circondato, prendessermi nel mezzo da tutti i lati, e gli
archi loro, e le loro frecce lesti tenessero: ma, per dir vero, io non me
ne avvidi, perchè i miei sguardi eran fissati nel solo Imperadore. Ciò
fatto, ei mi pregò di sguainare la mia spada; la quale, non ostante che
per l’acqua marina fosse in qualche parte irruginita, non lasciava
d’essere molto risplendente. L’eseguj; e nell’instante tutta la
Soldatesca gettò un orribile grido, segno manifesto e della sua
sorpresa, e del suo spavento, essendo che i raggi Solari, dopo
d’essersi ribattuti sulla mia spada, ripercuotevano gli occhj
de’soldati. Il Monarca, che è un Principe magnanimissimo, fu assalito
da minor terrore che io non avrei creduto. Mi commise di rimettere la
spada nel fodero, e di gettarla la terra il più leggiermente che
potessi, e in distanza di sei piedi dall’estremità della mia catena.
Chiesemi in secondo luogo una di quelle colonne di ferro, che erano
scavate, per le quali egli intendeva le mie pistole da saccoccia. Una
gliene mostrai; e feci tutto, stante il desiderio ch’ei manifestava
d’averne, di fargliene comprendere l’uso. In fatti, la caricai con
sola polvere, che io avuto avea l’avvedimento di guarentire
dall’umidità del mare; (inconvenienza, contra cui chiunque prudente
marinajo si premunisce) e dopo di aver avvertito l’Imperadore di non
temere, feci il mio tiro nell’aria. O allora sì che più che alla
vista della mia spada, fu orribile il loro spavento. Cadevan eglino a
centinaja come tanti morti; e l’Imperadore medesimo, tutto che rimasto
in piedi, ebbe bisogno di qualche tempo per ripigliarsi. Nel modo stesso
che io fatto aveva della spada, consegnai le pistole, e susseguentemente
la taschetta da polvere, e le palle di piombo; con l’avvertenza a
que’Signori di tener lontana dal fuoco con somma attenzione la polvere,
perchè la menoma scintilla potuto avrebbe accenderla, e così far saltar
in aria tutto l’Imperiale Palazzo. Rimisi eziandio il mio oriuolo, che
il Monarca desiava ardentemente di vedere; ed egli ordinò a due delle
sue guardie più nerborute d’appenderlo ad una pertica, e di portarlo
in sulle loro spalle, nella guisa stessa che in Inghilterra i bastaggj
portano un barile di birra. Il sorprese l’incessante strepito della
macchina, ed altresì il movimento dell’aguglia che i minuti disegna, e
che egli facilissimamente ravvisò; essendo la vista degli Abitatori di
quel Paese molto più fina della nostra. Parecchi Letterati richiesti
dall’Imperadore della natura di questa macchina, fecero, come chi legge
può agevolmente immaginarselo, differenti risposte; di cui, confessarlo
deggio, non ne ho compreso il menomo senso.
Consegnai poscia tutto il danajo in argento, e in rame; la borsa
contenente nove grosse monete d’oro, ed alcune altre di minor valore;
il mio coltello, il rasojo, il pettine, la tabacchiera d’argento, il
fazzoletto, e l’almanacco. La spada, le pistole, furono caricate sopra
carrette, e trasferite negli Arsenali di Sua Maestà.
Come già il dissi, teneva io una segreta tasca che restò sottratta alle
occhiute lor revisioni, e in cui serbava un pajo d’occhiali (onde alle
volte mi servia in ajuto della debol mia vista,) un Cannocchiale, ed
alcune altre bagattelluzze, che credetti non essere obbligato di
discoprire; pel timore di perderle, e che, per altro, per uso veruno
dell’Imperadore servir non potevano.