CAPITOLO I.

Chi sia, e di qual Famiglia, l’Autore di questo Viaggio: primarj motivi

che lo indussero a viaggiare. Fa egli naufragio, e si salva a nuoto sulla

spiaggia di Lilliput: vi è fatto prigioniero, e più a dentro nel Paese

resta condotto.

POchi erano i beni di fortuna di mio Padre, situati nella Contea di

_Nottingham_: ma in ricompensa egli era ricco di cinque figliuoli, onde

io sono il Terzogenito. In età di quattordici anni inviommi al Colleggio

di _Cambridge_, ove per lo spazio d’anni dodici m’applicai con

serietà agli studj: ma perchè i paterni sussidj, per supplire

a’dispendj del mio mantenimento, (che, per dir vero, troppo lunge non

istendevansi,) un po troppo erano mediocri, allogato fui in allievo del

Signor _Jacopo Bates_, uno de’migliori Chirurghi di Londra, presso cui

quattr’anni me ne rimasi. Di tempo in tempo riceveva io da mio Padre

qualche danajo, che restava da me impiegato nel farmi rendere instruito

di quella parte delle Matematiche che ha rapporto colla Navigazione, e la

cui conoscenza è necessaria agl’intenzionati di viaggiare;

divisamento, onde l’esecuzione, in qualche modo, a me destinata mi

sembrava.

In lasciando il Padrone, fui di ritorno alla Casa di mio Padre; il quale

con l’ajuto di _Giovanni_ mio Zio, e di diversi altri parenti,

providemi di quaranta lire Sterline, con promissione di annualmente

somministrarmene trenta, per mantenermi a _Leide_; ove per due anni, e

lette mesi, mi appigliai allo studio della Medicina; essendo ne’Viaggj

di lunga tratta utilissima questa Scienza.

Poco dopo il mio ritorno di _Leide_, il mio buon Padrone Signor _Bates_

raccomandommi in Chirurgo della Nave nomata la _Rondine_, e governata da

_Abramo Panell_ suo Capitano. Due Viaggi pe _Levante_, e per altre parti

effettuai con essolui nel termine di due anni e mezzo; e dopo ciò,

determinai di stabilirmi a Londrai. Approvò il Signor _Bates_ il mio

disegno, e diverse pratiche mi piocurò. Presi un meschino allegio; e

saltatomi in capo di ammogliarmi, sposai la figliuola d’un buon

Borghese, che quattrocento lire Sterline mi portò in dote. Ma la morte

del mio Padrone accaduta due anni dopo, o circa; e la scarsezza degli

Amici miei, furono la cagione che ben presto io non avessi ad operare

gran cose. D’altra parte, non volea la mia coscienza che io imitassi

certuni de’miei Confratelli, i quali trattano in un modo i loro

pazienti, che poco temer non deggiono di restarsene inoffiziosi.

Consultati, per tanto, la moglie, ed alcuni amici, risolvetti di darmi di

nuovo al Mare. Successivamente fui Chirurgo di due Vascelli; e pel corso

d’anni sei, compiei diversi Viaggi all’Indie _Orientali_, e

dell’_Occidente_, che qualche cosa mi profittarono. Le mie ore di

ricreazione erano impiegate nella lettura degli antichi, e moderni

migliori Autori, standone io sempre ben provveduto; e quando io poneva

piede a terra, m’applicava ad istudiare il genio, e la maniera

de’Popoli, co’quali io conversava, ed altresì ad apprendere i lor

linguaggj, il che sempre mi fu agevolissimo, essendo assistito da una

memoria felice.

Poco ben riuscitomi l’ultimo Viaggio, m’infastidj del Mare, e formai

il disegno di restarmene colla Moglie, e co’miei figliuoli. Cambiai per

due volte d’abitazione, lusingandomi di cambiar fortuna, ma era sempre

a un di presso la stessa cosa, e vale a dire, nulla. Dopo tre anni

d’inutili tentativi, aderj ad un offerta assai vantaggiosa fattami dal

Capitano _Guglielmo Prichard_, comandante un Vascello nomato _la

Gazella_, e che disegnava di mettersi alla vela pe’Mari d’Ostro.

A’quattro di _Maggio_ 1699. levammo l’ancora da _Bristol_, e da

principio fu prosperissimo il nostro cammino.

Con qualche ragione io penso non essere necessario di stancare il

Leggitore con la recitazione delle Avventure che in que’Mari ci

accadettero: basterà l’avvertirlo, che scorrendo alla volta

dell’Indie Orientali, fummo assaliti da una violenta tempesta, che al

Ponente Maestro del Paese di _Diemen_ ci sospinse. Osservatasi la

meridionale latitudine, ci trovammo a trenta gradi, e due minuti. Gli

eccessivi patimenti, e la pessima nodritura ci avean fatti perdere dodici

Marinaj; e in assai cattivo stato trovavansi i rimanenti.

Nel giorno quinto di _Novembre_, tempo, in cui la State in que’Paesi

comincia, annebbiatasi straordinariamente l’aria, scoprirono i Marinaj

una Roccia in distanza dal Vascello di circa la metà d’una gomena; ma

era sì furioso il vento, che la Nave gettatavi a traverso, poco dopo

restovvi infranta. Cinque uomini ed io, procurammo di salvarci nello

Schifo, e di staccarci dalla Rupe, e dal Vascello. A forza di remi

ottennemmo l’intento; e, se non m’inganno, ci allontanammo per nove

miglia: ma allora sì che a mal partito ci ritrovammo; nercè che

intieramente fummo abbandonati dalle nostre forze, di già estenuate

dall’operar nella Nave. Lasciammo dunque alla discrezion de flutti il

nostro schifo, che mezz’ora dopo restò ingojato. Emmi ignoto il

destino de’cinque miei, compagni, e degli altri che io lasciati avea

sul Bastimento; ma è probabilissimo che sieno periti tutti. Quanto a me;

sospinto dal vento, e dalla marea, nuotai alla ventura; e più d’una

volta, comechè inutilmente, procurai di sentir fondo: alla fine, per

rara felicissima sorte, sul punto che io stava di già mancando, ne

sentj; e quasi nel tempo stesso la burrasca si mitigò. Pria di

guadagnare la terra asciuta, faticai per quasi un miglio; essendo poco

men impercettibile il pendio di quel lido; e non fu che alle ore otto

della sera che vi pervenni. Camminai presso poco un mezzo miglio senza

scuoprire nè Case, nè Abitatori: gli estremi sofferti stenti, il caldo

che regnava; oltraccio, una mezza boccia d’acquavite che io aveva

tracannata innanzi di lasciar il Vascello, m’oppressero di sonno. Era

morbida l’erba; mi vi corcai, e dormj più di nove ore così profondo,

che nol feci mai per tutta la mia vita; poichè sullo spuntar dell’alba

solamente mi risvegliai. Volli levarmi; ma mi riuscì impossibile, per

aver da due lati le mie braccia, e le mie gambe strettamente attaccate al

terreno: e gli stessi miei capelli, ch’erano lungi, e folti, talmente

annessi vi si rinvennero, che alzar il capo non potei; e pure avrei

sommamente desiderato di farlo, giacchè cominciava ad incomodarvi il

calore del Sole. Sentiva io qualche confuso strepito d’intorno a me; ma

null’altro che il Cielo scorgere io poteva, a cagion dell’attitudine

nella quale me ne stava. Poco tempo dopo, qualche cosa sentj che

muovevasi sopra la mia manca gamba, e che piano piano avanzandosi sopra

il mio petto, arrivò sino al mento. Procurando, per quanto potea

permettermi la situazione onde mi trovava, di saper ciò che fosse,

ravvisai una creatura umana, di altezza non più che di sei grosse dita,

con in mano un arco, e una freccia, e in sulle spalle un carcasso, di

saette ripieno. M’accorsi nell’instante stesso, per via di

conghietture, d’una quarantina di piccoli’uomini del medesimo taglio,

che seguivano il primo. Nell’enorme stordimento in cui men giaceva,

gettai un sì forte grido, che tutti spaventati si diedero alla fuga; e

per quanto seppi da poi, alcuni d’essi saltando dalle mie coste a

terra, non si fecero poco male. Con tutto questo, poco tardarono a

ritornarsene; ed uno di loro che tanto si avanzò per potere guatarmi in

faccia, levando tutto maraviglia le mani, e gli occhj al Cielo, esclamò

con piccola, ma distinta voce: _Hekinach Degul_: per più volte

ripeterono gli altri le parole medesime, ma per allora ciò che

spiegassero io non sapeva. Malagevolmente non concepisce il Leggitore,

che in tutto quel frattempo me la dovessi passar poco bene. Finalmente,

tentati tutti i possibili sforzi per istaccarmi dal terreno, ebbi la

buona sorte di spezzare i legaccioli del sinistro braccio, e in

levandolo, mi avvidi della maniera da coloro tenuta per imprigionarmi,

che fu con piccole caviglie confitte in terra, a cui i legacioli stessi

stavano raccomandati. Tanto nel tempo medesimo mi dimenai; benchè non

senza un tal qual dolore, che i legami, che a sinistra attaccavano i miei

capelli, avendo ceduto di due dita, mi permisero di girare, ma molto

poco, la testa fuggirono allora per una seconda volta quelle piccole

creature, senza che io potessi afferarne veruna, e saltando a terra,

gettarono un orribile grido, (già intendesi a proporzione del loro

taglio) che fu seguito da queste due parole _Tolgo phonac_, che uno

d’essi con alto suono pronunziò. Già detto appena; sentj cento, e

più frecce scoccate contrala mia sinistra mano, che mi ferirono dal pià

a meno come tante aguglie; e oltracciò, lanciarono nell’aria

un’altra sorta di saette a somiglianza delle nostre bombe; molte di cui

(comecchè sentite io non l’abbia) certamente sul corpo mi son cadute,

ed alcune altre sulla faccia, che io stava con la mano mia mancina

cuoprendo. Cessato che fu cotale tempestoso saettame, con gran crepacuore

mi misi a gemere; e tentando di bel nuovo di disbrigarmi, asciugar

dovetti un’altra scarica, maggiore della prima. Alcuni di loro, tutto

fecero per traforarmi colle loro picche; ma per buona mia ventura non vi

riuscirono, stando io guarnito d’una camiciuola di bufalo. Credetti

miglior partito il restarmene cheto cheto per fin alla notte nella

positura medesima; assicurato, che potendo prevalermi della mano manca

interamente allora mi sarei sciolto: essendo che io pensava con molta

ragione, che a riguardo di quegli Abitanti, anche che un compiuto

esercito se ne assembiasse contra di me, potessi tenere lor fronte,

quando tutti della statura di que’che io vedeva esser dovessero. Ma

svanirono tutti i miei progetti. Scortasi da’Paesani la mia

tranquilità, cessaron eglino dal tirare, ma dallo strepito che io

sentiva, conobbi che aumentava il lor numero; e in distanza di circa

quattro verghe (misura del braccio d’Inghilterra,) rimpetto alla mia

destra orecchia, intesi, per più d’un’ora, una sorta di sussurro,

somigliante a quello che si fa quando si fabbrica. Al meglio che potei,

girai la testa a quella parte, e vidi una spezie di Teatro, elevato da

terra d’un piede e mezzo; e due, o tre scale per salirvi. Potea il

Teatro esser capevole di quattro Abitatori. Un di coloro che vi erano, e

che mi sembrava un uomo di distinzione, m’indirizzo un lungo discorso,

onde una sola parola neppur capj. Non mi sovveniva di dire, che prima di

dar principio alla sua aringa, gridato egli avea per tre volte _Langro

Dehulsan_: (cotali termini e gli altri di cui parlai, mi furono poscia

spiegati:) e appena pronunziati gli ebbe, che cinquanta Paesani, e più,

si accostarono, e recisero i legaccioli, a’quali stava attaccata la

sinistra parte della mia testa; cosicchè rivolgerla potei alla destra, e

considerare attentamente colui che mi perorava. Ei mi pareva di mezza na

eta, e di maggiore statura che veruno degli altri tre che tenevanlo

accompagnato; uno de’quali era un Paggio che gli sosteneva la coda, e

che a’miei occhj non più grande comparve del mio dito medio; e gli

altri due stavano a’suoi lati per fiancheggiarlo.

Bastevolmente son persuaso ch’egli fosse molto eloquente; mercè che,

non ostante il non intendersi da me la sua favella, m’accorsi della

somma di lui pratica ne’patetici muovimenti, e che a vicenda metteva

egli in uso le promesse, e le minacce, per persuadermi. Risposigli con la

più sommessa rassegnazione, alzando la mano manca, e gli occhj verso del

Sole, come chiamandolo in testimonio. Mi suggerì la fame una parte della

mia risposta, non avendo mangiata la menoma cosa da venti quattr’ore

addietro, cosicchè non potei di meno di far conoscere che io avea

bisogno di nodrimento, sovente mettendo un dito nella ma bocca: cosa che,

per dir vero, non suonava di buona creanza. Mi comprese molto bene

l’_Hurgo_; (questi si è il nome con cui essi onorano un gran Signore,

come susseguentemente ne fui informato,) calò dal suo Teatro, e comandò

che a’miei fianchi si applicassero molte scale furono montate da più

di cento Abitatori, recando perfino al margine della mia bocca

de’cofanetti ripieni d’alimenti, che il Re, immediate che intese il

mio arrivo nel suo Paese, diede ordine mi si spedissero. Osservai fra le

altre cose che mi si offerivano, la carne di animali diversi, ma mi

riusciva impossibile di distinguere le parti col solo tatto. Aveavi

spalletti, lacchette, ed altre membra, formate come quelle d’un

Castrato, e a perfezione imbandite, ma più picciole che l’ale

d’un’Allodola. Due o tre d’esse non mi valevano che una boccata;

giuntandovi altrettanti pani grossi, ciascuno, come una palla da

moschetto.

Non può esprimersi lo stordimento che la mia voracità in coloro

produsse. Satollo che quasi fui, feci un altro segno per dimandar a bere,

e sembrò loro che se la sete fosse proporzionata al mio appetito, poca

bevanda non mi basterebbe; e perciò quegl’ingegnognissimi Popoli

rotolarono sopra la mia mano un de’loro più gran barili, che

sfondarono un momento dopo, e che in un sol tratto io rendei voto, cosa

che non fummi disagevole, non contenendo neppure una mezza boccia, ed

avendo il sapore del vinetto di Borgogna, ma delizioso assai più. Mi

recarono un secondo barile, che votai nella guisa stessa, facendo segni

che di più ne desiderava; ma in tal genere mancò loro la provvisione.

Compiute ch’ebbi tali maraviglie, lanciaron eglino mille giocondi

gridi, e danzarono sopra il mio stomaco, ripetendo, come prima,

frequentemente questi termini: _HtKinach Degul_. Mi accennarono di gettar

a terra i due barili, con l’antivedimento tuttavia di rendere avvertiti

que’che stavan di sotto, di levarsi dal mezzo, cautela ch’essi

espressero con queste due parole: _Borach Mivola_. L’eseguj; e scortisi

da loro capienti sì prodigiosi nell’aria, rinnovarono gli schiamazzi

di allegrezza, e di stupore. Confessar deggio, che più d’una volta

patj la tentazione, in tempo che stavano passeggiando d’ogni parte sul

mio corpo, di prenderne una quarantina oppur cinquanta de’più portati

alla mia mano, e di schiacciarli a terra: ma non dimentico di quanto

intesi a dire, che secondo tutte le apparenze non era il peggio che far

potessero; e d’altra parte, la parola d’onore che io impegnata loro

avea di non far loro male di sorta, (che in questo senso intesi di

prendere l’aria di sommessione allor quando addrizzai loro la mia

aringa,) tolsemi ben presto qualunque vaghezza di simil fatta.

Aggiugnete, se vi piace, che sarebbe ciò stato un violare le Leggi sacre

dell’ospitalità, verso un Popolo che testè sì prodigamente, e con

tanta magnificenza regalato mi avea.

Con tutto questo, io non poteva a sufficienza ammirare l’intrepidezza

di cotali diminutivi d’uomini; che in tempo che se ne stava libera una

delle mie mani, ardissero di rampicarsi, e di trastullarsi, senza timore,

sul ventre d’una creatura sì portentosa, che io doveva loro parere.

Qualche tempo dopo, quando videro che io a mangiare più non chiedeva, un

Inviato di sua Imperial Maestà, montato al fondo della diritta mia

gamba, avanzossi con una dozzina di persone di suo seguito perfino sulla

mia faccia. Mostrommi le sue credenziali improntate coll’Imperiale

suggello, le accostò ben vicino a’miei occhj, e tenne un discorso di

circa dieci minuti senza colleroso verun contrassegno; bensì con un

tuono di risoluzione, ed intrepido, rivolgendo ben sovente i suoi

atteggiamenti verso un certo luogo, che di poi compresi essere la

Capitale, lontana un mezzo miglio; ove l’Imperadore, dopo di aver

esatti i pareri del suo Consiglio, comandato aveva il mio trasporto. Fu

brieve, ma inutile, la mia risposta. Feci cenno con la mano mia libera,

che io desiderava sciormi da’legami, procurando di ciò esprimere col

riporla sull’altra mano, sopra il mio capo, e sopra il mio corpo. Parve

per altro ch’egli mi capisse; perchè crollò in un certo modo la sua

testa, che bastevolmente diede a conoscere la disapprovazione della mia

supplica; e con certe gesta saper mi fece, che io doveva essere condotto

come prigione: aggiugnendo, non ostante, non sò quali altri

contrassegni, per rendermi accertato che non sarebbe per mancarmi un

alimento sufficiente, e che non mi verrebbe praticato il menomo

maltrattamento. L’idea d’essere trasportato alla Dominante in figura

di schiavo, m’instigò a tentare nuovi sforzi per ispezzare le mie

legature; ma per disgrazia non valsero tali sforzi che per tirarmi

addosso una nuova grandine di saette, che alle mani, e a la faccia, un

sensibile dolore mi cagionarono. Vedendo per tanto impossibile

l’eseguimento del mio disegno, e che altronde ad ogni instante

aumentava il numero de’miei nemici, diedi segno ch’essi potean

trattarmi a loro voglia. _L’Hurgo_ allora, ed il suo seguito,

licenziaronsi da me in un modo il più civile del mondo. Pochi momenti

dopo intesi gridar più fiate. _Peplom Selam_, e senti un gran numero

d’Abitatori, che talmente allentarono le funi che mi tenevano attaccato

a sinistra, che mi era agevole il rivolgermi a dritta, e nel tempo stesso

l’ajutarmi a far una pisciata da per me solo, il che in gran copia

effettuai, ma con orrido stupore del Popolo; il quale conghietturando

da’miei movimenti ciò che far io voleva, si allargò al più presto

dal torrente che il minacciava. Prima però di questo, mi avevan eglino

strofinato il volto e le mani con una sorta d’unguento, la cui

fragranza era gratissima, e che in pochi minuti mi tolse il sentimento di

dolore, che le frecce loro mi avean prodotto. Un tal rimedio, e la

lautezza del banchetto, mi conciliarono il sonno, che, come seppi nel

progresso, ott’ore in circa durò; cosa, che recar non dee stupore

veruno, se riflettasi, che per ordine dell’Imperadore, i Medici riposte

aveano nel barile di vino alcuno droghe sonnifere.

E’probabile, che immediate che fui scoperto dormiente sull’erba, ne

fosse stato informato l’Imperadore; il quale, avutone il raguaglio,

dopo di aver presi i pareri del suo Consiglio, ordinato avesse che io

fossi legato nel modo che ho sopra espresso; (il che praticossi in tempo

del mio dormire,) che mi fosse somministrato il mangiare, ed il bere; e

che una macchina per trasferirmi alla sua Capitale, si construisse.

Parerà forse ardita, ed arrischiata, una somigliante risoluzione; e ben

persuadomi che in tal congiuntura verun Principe dell’Europa non

prenderebbe ad imitarla; comechè, secondo il mio credere, non siavi cosa

nè più prudente, nè più generosa. Mercechè, supposto che in tempo

del mio sonno, procurato avessero i Paesani d’uccidermi colle loro

picche, e colle loro frecce; certamente immediate mi sarei svegliato, e

forse il dolore che risentito avessi, mi avrebbe impartita la forza di

rompere i miei legami; dopo di che, incapaci eglino di risistermi, non

avrebbono potuto sperare grazia veruna. Gli Abitanti di quel Paese sono

valorosi Matematici, e soprattutto eccellentissimi nelle Meccaniche,

incoraggiti a cotali studj dal loro Imperadore, il qual è un gran

Patrocinante delle Scienze. Possiede questo Principe diverse macchine

movibili sopra ruote, e che vagliono al trasporto degli Alberi, e

d’altre some. Presiede egli medesimo alla struttura de’maggiori suoi

Vascelli di guerra; alcuni de’quali, nove piedi son lunghi, e

dall’Arsenale per fino al mare, che tal volta n’è discosto tre, o

quattrocento verghe, trasportar gli fa sopra queste macchine. Cinquecento

Falegnami, ed altri Operaj ricevettero l’ordine d’allestire sul punto

stesso la massima delle loro vetture. Quest’era un ordigno di legno,

sette piedi lungo, e largo quattro, che sopra venti e due ruote aveva il

suo movimento. Al gettarsi l’occhio sopra una macchina così enorme,

scoppiarono que’gridi che io aveva intesi. Fu ella adattata in linea

paralella col mio corpo: ma la maggiore difficoltà cadeva sul modo di

ripormivi. Ottanta pertiche, cadauna d’un piede d’altezza, furono

inalberate a quest’effetto; e fortissime funi, della grossezza d’uno

spaghetto, attaccate furono a delle legature, onde il mio collo, le mie

braccia, e tutte le restanti mie membra stavano inviluppate. Novecento

de’più vigorosi di loro furono impiegati a levarmi di terra; e in

minore spazio di tre ore, coll’ajuto di molte girelle, riuscì loro il

caricarmi sulla vettura, ed ebbero l’attenzione di ben legarmivi. Tutto

ciò mi venne riferitto dopo il fatto; conciossiacosachè io nulla vidi,

nè sentj, standomi profondamente assonnato pel soporifero che io

traccannato avea. Mille e cinquecento de’più forzuti Imperiali

cavalli, alto ognuno a un di presso di quattro grosse dita e mezzo,

servirono per istrascinarmi alla Dominante, che, come penso di averlo

detto, era discosta d’un mezzo miglio. Avevamo già camminato per tre,

o quattr’ore; allor quando per un assai ridicolo avvenimento mi

risvegliai. Arrestatasi la carriuola pel bisogno ch’essa aveva di

qualche cosa, due o tre giovinastri degli Abitanti, ebbero la curiosità

di vedere con qual aria me ne stessi dormendo; e perciò salirono sulla

macchina, avanzandosi cheto cheto perfino alla mia faccia. Uno d’essi,

ch’era Uffiziale di Guardie, cacciommi nella sinistra delle nari una

gran parte della sua mezza-picca, la quale dileticò il mio naso, presso

poco come avrebbe potuto farlo una pagliuzza; cosicchè mi promosse un

violentissimo starnuto. Senza avvedermene batterono que’Signori la

ritirata; e solamente tre settimane dopo restai instruito della cagione

d’un sì improvviso risvegliamento. Praticammo una lunga marcia nel

rimanente del giorno, e passai la notte fra cinquecento guardie; la cui

metà teneva alla mano accese torcie; e l’altra, degli archi, e delle

saette per iscoccarle contra di me, per poco che io dessi indizj di voler

distaccarmi. Il giorno dietro, al levar del Sole, continuammo il nostro

cammino; e sul mezzo dì arrivammo a un certo luogo, lontano dalla Città

dugento verghe, o circa. Scortato da tutta la sua Corte venne a

rincontrarci l’Imperadore: ma i primarj Ufficiali di lui, non vollero

mai permettere che egli, montando sul mio corpo, la sagrata sua persona

mettesse a risico.

Nel sito, ove la macchina si arrestò, aveavi un antico Tempio, riputato

pel maggiore del Regno; che essendo stato da alcuni anni addietro

profanato da un omicidio che fa orrore alla Natura, se gli erano tolti

tutti i suoi ornamenti, e più non serviva ad usi sacri. Si trattò che

quegli fosse l’alloggio mio. La porta maggiore che riguardava a

Tramontana, era alta da quattro piedi, e al più de’più, due ne aveva

di larghezza; di modo che agiatamente io poteva introdurmivi. Da cadaun

lato della porta era costrutta una piccola finestra alta da terra sei

grosse dita; e a quella del lato sinistro vi erano novanta ed una catena,

somiglianti a quelle che pendono dagli oriuoli delle Dame in _Europa_, e

quasi così larghe, che furono attaccate alla sinistra mia gamba con

trenta e sei catenacci. Rimpetto di questo Tempio, e in distanza di venti

piedi, aveavi una Torre, alta di cinque piedi per lo meno; ove

l’Imperadore erasi trasferito con un gran numero de’principali

Signori di sua Corte, per contemplarmi a suo bell’agio. Secondo il

calcolo che ne fu fatto, più di cento mila abitatori, pel suggetto

medesimo uscirono della Capitale; ed io scommetterei, che al dispetto

de’miei custodi, col benefizio di molte scale, più di dieci mila

successivamente me ne son montati sul corpo. Ma una tale sfrontatezza ben

presto restò repressa da un Editto, che sotto pena di morte la proibiva.

Vistasi dagli Operaj l’impossibilità del mio scampo, recisero essi

tutti i leggacciuoli che servivano ad attaccarmi. Mi levai con un’aria

la più svogliata, e la più malinconica, che in mia vita non ebbi mai.

Non può esaggerarsi abbastanza lo stordimento del Popolo nel vedermi in

piedi, e che un momento dopo me ne stessi spasseggiando. Le catene onde

era la mia gamba avvinta, aveano due verghe, o circa di lunghezza, e mi

lasciavano, non solo la libertà di muovermi avanti, e indietro in

semicircolo, ma raccomandate in distanza di quattro grosse dita dalla

porta, permettevano eziandio che tutto disteso nel Tempio mi coricassi.

Viaggj del Capitano Lemuel Gulliver in Diversi Paesi Lontani · 第 13 / 60 题