Peste sia degli artisti!
Don Gabriele era arrivato alle dieci del mattino, quel giorno stesso
che doveva terminare in modo così lugubre per Bambina. La diligenza
aveva anzi guadagnato due ore sui suoi arrivi abituali. Mettendo piede
sul bel lastricato di Napoli, al Largo del Castello, una cosa colpì
l'ex-giocoliere di pupazzi.
Ma, ritorniamo un passo indietro.
Il dottor Bruto, fulminato dalla morte terribile della sua fidanzata
nel _boudoir_ della regina Urraca, aveva fatto giuramento di non
ammogliarsi. Aveva poi violato quel giuramento per una vecchia di
sessant'anni, la marchesa di Tregle. Questa dama, non avendo parenti e
sotto il pondo di un confessore gesuita, aveva legato l'immensa sua
sostanza ai Reverendi Padri. La morte subita del marchese Mascara ebbe
luogo.
Il marchese Mascara, volendo diseredare suo fratello e suo nipote,
aveva disposto di una fortuna di cinque milioni di franchi in favore
dei gesuiti, ma dopo la morte di sua moglie, molto più giovane di lui
e, per conseguenza, avente la probabilità di sopravvivergli. Un mese
dopo del testamento, il marchese morì. Tre settimane più tardi, la
marchesa lo seguì nel sepolcro. Il fratello del marchese oppugnò il
testamento, attaccò la donazione ai gesuiti. In meno di sei settimane,
questo fratello, il figlio e la sorella di lui soccombettero¹. Un
grido di allarme e di terrore si levò in massa nella società
napoletana. Re Ferdinando sopì il rumore, soffiò sul processo, e dette
la proprietà dei Mascara ai Reverendi Padri.
¹ Storico, salvo qualche dettaglio che mi è sfuggito di memoria.
Questo esempio terrificò la vecchia marchesa di Tregle. Ella non osò
lacerare apertamente il testamento, ma ne distolse il senso. La
marchesa soffriva di una malattia disgustosa, di cui il dottor Bruto
le aveva alleviate le molestie con molto coraggio e devozione. Si
prese di affezione per lui e volle attestargli la sua riconoscenza.
Gli propose quindi di sposarla, ma in un modo delicato. Pregò il
dottore di fare il giro d'Europa, per tre o quattro anni, lasciando la
sua procura al colonnello Colini. Fu dunque il colonnello che sposò la
marchesa per procura, mentre il dottor Bruto Zungo, cangiato oggimai
in Tiberio,--Bruto era troppo rivoluzionario per un marchese di
Tregle,--gustava le delizie del matrimonio nelle braccia di una
_lorette_ a Parigi.
La marchesa aveva investito Bruto di tutta la sua sostanza per
irrevocabile donazione ed era andata a pregare il re di conferirgli e
riconoscergli il titolo di marchese di Tregle. Ciò fu fatto. Il nuovo
marchese tornò a Napoli dopo la morte della sua protettrice. Il
colonnello Colini e don Gabriele, che abitavano di già la casa del
dottore, ebbero le loro camere nel palazzo del marchese ed il loro
posto alla sua tavola, come l'avevano nel suo cuore¹.
¹ Vedere su questi personaggi due altri racconti dell'autore, o
piuttosto due altri episodi di questo racconto, intitolati: _Le
notti degli Emigrati a Londra_. _Il Sorbetto della Regina_.
Don Gabriele avrebbe potuto bellamente fare a meno di rappresentare le
sue farse con i pupi nelle piazze di Napoli e nel teatro di donna
Peppa. E' provò. Il primo giorno gli parve esser felice.
Passeggiò per le strade di Napoli, dopo un eccellente asciolvere, le
mani dietro il dorso, un bastone accoccato ad un bottone del suo
soprabito,--il brigante si era accordato un soprabito color
zucca,--andando a zonzo deliziosamente, gettando degli epigrammi ai
passanti, dando la baia ai cocchieri di carrozzelle, entrando nei
caffè e facendosi servire fuoco, acqua, ed il _Giornale ufficiale_
gratis.
Il secondo giorno ricominciò la storia, ma sbadigliò forte. Il terzo
gli prese il ghiribizzo di andarsene in campagna, e trovò che il sole
lo importunava, la polvere lo faceva starnutar molto, il canto delle
cicale gli dava la nevralgia, il gorgheggiare degli uccelli era
un'insipida invenzione del poeti.
Rientrò la sera stanco, malcontento.
Il quarto giorno si disse: ah! se dormissi? che cosa divina un letto
comodo! Si coricò dopo la colazione. Le mosche lo tormentarono; le
pulci lo irritarono; le zanzare gli dettero terribile rovello.
L'incubo si mise della partita. E si disse: eh! e se mi ammogliassi?
Come! animale bruto, all'età tua? Sì, rispose egli stesso. Bah!
usciamo. Il mondo gli sembrò stolido. Sbadigliò. Cercò per un'ora
nelle sue tasche il moccichino che un monello gli aveva portato via
delicatamente. Andò allo spettacolo, ove cominciò per irritarsi contro
il suggeritore e finì per addormentarsi. Il quinto giorno si sentì
malato, fu di pessimo umore, dichiarò che non digeriva più.... Breve,
otto giorni dopo il marchese di Tregle avendo pietà di questo artista
rientrato in un borghese, gli disse:
--Don Gabriele, i napolitani vogliono lapidarmi perchè io ti ho
portato via dalle strade della città cui riempivi di brio e di
gaiezza. Va dunque a divertirli un paio d'ore al giorno.
Ciò fu la liberazione per don Gabriele. Il marchese lo tirava dal
limbo come un tempo il Cristo ne aveva tirato il re Davide e
compagnia. Don Gabriele credeva compromettere l'onore della casa di
Tregle continuando a fare l'istrione. Guarì a vista. I napolitani lo
rividero con gaudio far dare le batoste al frate dal marito geloso ed
allo sbirro da Pulcinella. Don Gabriele però si dette un allievo,
quando cominciò a rappresentare una parte politica. Ma quello allievo,
ahimè! non aveva la divina scintilla dell'improvvisazione del maestro,
i suoi tratti arguti e vivi, le sue risposte scintillanti. Don
Gabriele se ne desolò dicendo:
--Mille miserie! l'arte morrà con me!
Egli accompagnò il marchese a Roma, da fedel Servitore, non da
esiliato. Provò d'introdurre le marionette a Roma.
Da prima i romani non compresero le arguzie del gergo napolitano,--ciò
che desolava don Gabriele non vedendo il suo spirito gustato,--poi la
polizia del papa trovò che doveva esser il monaco a bastonare il
marito geloso e metterlo alla porta e non il contrario. Smise il
teatrino ambulante. Visitò chiese e taverne. Si mise a fare una corte
platonica alle trasteverine ed a dare la berta alla gente del ghetto.
Nulla valse. La _flirtation_ alle trasteverine gli attirò busse da un
canonico di S. Giovanni. La nostalgia dei pupazzi lo riprese. Il
marchese ebbe pietà di lui e lo rimandò a Napoli con una scusa.
Ed eccolo di ritorno.
Don Gabriele si era ripetuto lungo tutta la strada:
--La prima cosa che farò sarà di portare la lettera al P. Piombini.
Quell'altro ha detto che si trattava di vita o di morte. Caspita! non
bisogna mica pigliarla a gabbo e rimetterla al quinto atto. Poi vado a
casa, tiro dal soppalco la mia baracca ed i miei piccoli e vado a fare
una burla al mio allievo, installandomi al Molo. «Chi è dunque codesto
galuppo, dirà egli, che si mischia di far concorrenza all'allievo
unico di don Gabriele? voglio proprio vederlo.» Ed io a ridere ed a
dargli la berta, richiamare a me i suoi spettatori, e provargli
ch'egli è un fiero animale.
Don Gabriele ruminava ancora questo progetto quando, discendendo di
diligenza all'angolo della strada S. Giacomo e del Largo del Castello,
si trovò faccia a faccia col teatrino del suo allievo che spippolava
ad un magro uditorio non so che scipida cantafera. Don Gabriele corse
ad udirlo. Fremè, la bile gli arrossò il naso ed i bernoccoli. Assistè
all'anelito estremo dell'arte e disperò. Di un tratto; egli salta
dietro il casotto in tela, morde la gamba del suo allievo e grida:
--Discendi, brigante, tu non sei neppur degno di essere priore a S.
Maria la Nuova.
Salvatore, l'allievo, gettò un grido, riconoscendo la voce e i modi di
don Gabriele, e si precipitò su di lui per abbracciarlo. Don Gabriele
lo respinse. Afferrò le marionette, salì sullo sgabello, fece lo
zufolo d'uso col suo piccolo fischietto e cominciò ad improvvisare una
mattezza a screpolare la pelle dal ridere, sul suo ritorno, sulle sue
scene con la polizia romana, su i suoi riboboli in napoletano che i
romani avevano capito di traverso, in una parola, un'odissea
scompigliata, fantastica, buffa, saltabeccante, libera, che contorse
le costole degli spettatori per due ore.
L'estro del vecchio artista faceva esplosione.
Allettato da questo enorme successo, egli corse sul Molo.
Il ritorno di don Gabriele fu un avvenimento. Tutti lo conoscevano.
Tutti avevano sentito la sua assenza, tutti lo sospiravano. Il
successo fu frenetico. Don Gabriele s'inebbriò. Trottò senza mangiare,
senza bere, senza pigliar fiato, al Largo delle Pigne. Gli fecero
un'ovazione. Lo avrebbero acclamato presidente della Repubblica, se vi
fosse stata ancora una repubblica partenopea. Perchè no? mons. Thiers
l'è bene della Reale ed Imperiale Repubblica francese! La sera giunse.
Don Gabriele s'installò al teatro di donna Peppa e vi guadagnò il suo
Austerlitz. A mezzanotte, egli dava la sua terza rappresentazione
della serata. Si sentì sollevato. Trovò sè stesso, perchè i romani
avevano cominciato a farlo dubitare di sè. Ed e' fu soltanto allora,
ch'egli si accorse di aver fame, sete, sonno. Si pagò una carrozzella
e ritornò al palazzo del marchese di Tregle. Spogliandosi per
coricarsi, cercando non so che nelle sue tasche, trovò la lettera e si
risovvenne che egli non aveva adempita la commissione di cui aveva
tolto impegno.
--Animale che sono! gridò don Gabriele dandosi un grande schiaffo. E
l'altro che mi aveva raccomandato di portar questa lettera
immediatamente! Al postutto, che si possono dire due gesuiti? prega
Dio per me, io prego Dio per te, preghiamo Iddio per tutti coloro che
ci lasciano la loro fortuna e non ci chieggono nulla della nostra.
Andiamo, su! dormiamo adesso. Gli è un ritardo della diligenza, che
mo'! un cavallo crepato per via! un postiglione preso da un colpo di
apoplessia! un incontro di briganti che so io? Vi è stato malore in
viaggio. Io porterò la lettera domani mattina alle nove.
In questo frattempo, il corriere del padre generale Rothaan divorava
la via. Egli non era partito il dì seguente, come avea supposto il P.
Buzelin, ma due ore dopo la diligenza. Egli prendeva i cambi lasciati
da questa. Gli era un piccolo uomo segaligno, giallo, bilioso, che
dava doppia mancia per arrivar presto, che non mostrò il suo debile
corpo vestito di nero che una sola volta, a Fondi, per trangugiare un
paio d'uova e che si impazientava borbottando ma senza parlare. Arrivò
a Napoli alle dieci e mezzo e si fermò a Porta Nolana, ove pagò il suo
postiglione lasciando la sedia da posta. Salì in seguito in una
carrozzella e disse al cocchiere.
--Va.
--Dove?
--Tira sempre dritto innanzi a te.
Alle undici, egli entrava nell'immenso stabilimento del Gesù Nuovo per
una porta di cui aveva una chiave,--porta che dava nella retrobottega
di un mercante di vino della strada Cisterna dell'Olio, un gesuita in
borghese che vendeva il vino della Compagnia.
Il P. Piombini, felice come una fanciulla che ritorna dalla chiesa
dopo la benedizione nuziale, confessava: non dubitando di nulla, o
piuttosto non vedendo nulla. Il piccolo uomo magro tirò dritto dal P.
Pelliccia, che presiedeva la casa di Napoli, e gli presentò il plico
del generale. Il P. Pelliccia lesse, o piuttosto spiegò la lettera in
cifra e disse:
--Sta bene.
Era mezzodì. Alle 2, il padre Piombini, salì nella sua cellula per
rinfrancarsi, e poscia discendere al refettorio per desinare.
I gesuiti si trattano signorilmente:--un'eccellente minestra, quattro
piatti, delle leccornie di pasticceria, un copioso e vario _dessert_,
una bottiglia di vino squisito... cucina delicata, pranzo da
gentiluomini. Il padre Piombini mangiò con appetito. Tutto era gaio,
bello, delizioso per lui: aveva il sole nell'anima. Aspettava le 10
della sera. Aspettava...
Don Gabriele entrò nella chiesa del Gesù Nuovo alle 9, esatto come un
petente che va dal ministro. Camminava dondolandosi, di un'aria
preziosa, volteriana, sbirciando le donne, guardando i cani e gli
uomini, e facendo la smorfia ai padri reverendi che dicevano la messa
a parecchi altari.
--Non è codesto, biascicava desso. La parte del mio brav'uomo è quella
di confessore. Una bella parte, in fe' di Dio! che io creerei a
meraviglia se la polizia mi lasciasse fare. Cagna rognosa, va!
Sguinzagliarsi così sull'arte! Rovistiamo dunque i confessionali. Sarà
curioso insomma! Si crederà che io vada a dare un bucato alla mia
permalosa (coscienza).
E' passò in rivista i confessionali. Erano tutti occupati, ma il padre
Piombini non era là.
--Benissimo! tanto meglio! e' non è ancora disceso. Andiamo al
parlatorio. Sarà presto spicciata.
Andò a suonare al parlatorio. Un fratello, dall'aria dolce e
compitissima, ricevè l'imbasciata, pregò don Gabriele di aspettare e
salì. Un quarto d'ora dopo tornò e disse:
--Il reverendo padre Piombini è in chiesa.
--Peste sia dei monaci! gridò don Gabriele. Sono stati inventati a
posta per far perder tempo alla gente. Andiamo, torniamo in chiesa.
Ah!... a proposito, qual è il confessionale del padre Piombini?
--Il terzo, a destra.
--Ci sono. Grazie _z-zì mo'_ (zio monaco). Che Dio ti mandi la tigna!
Don Gabriele sollecitò il passo e rientrò in chiesa. E' si collocò in
faccia al terzo confessionale e vi vide infatti un padre rannicchiato
dietro il graticcio, confessando una vecchia.
--Ci son preso, brontolò don Gabriele. Se la vecchia sciacqua la sua
anima pulitamente, ella resterà lì un'ora almeno. Ed io che ho fretta.
Se il diavolo le regalasse una subita dissenteria! Insomma e' sembra
che il _per omnia sæcula sæculorum_ l'intrattiene di cose divertevoli,
perchè il birbo non si volta nemmeno da questa banda. Gli farei un
segno allora....
Il confessore si volse. Non era il padre Piombini. Don Gabriele lo
guardò con un occhio talmente carico di dispetto, che il padre lo
rimarcò a volta sua, ed i loro sguardi s'incrociarono. Don Gabriele si
fece ardito, ed avvicinandosi con passo precipitoso innanzi al
confessionale, dimandò:
--Reverendo, io cerco del padre Piombini. Mi han detto che confessa in
questa scatola; ma...
Si fermò. Il gesuita lo squadrò da capo a piedi con occhio calmo ed
indifferente, poi rispose placidamente:
--Il reverendo padre Piombini è in sagrestia.
--Grazie, replicò don Gabriele. Vado infine ad acchiapparlo colà.
Nel fondo, don Gabriele era inquieto. Quell'andare e venire che faceva
gli tornava alla memoria la parola piena di ansietà del gesuita di
Roma, ed e' si rimproverava oramai il ritardo, l'infedeltà che messa
aveva nell'esecuzione della commissione. Entrò in sagrestia. Cercò
degli occhi qualcuno cui rivolgere la sua domanda. Vi era una quantità
di padri che si vestivano e svestivano degli arredi sacerdotali, di
ritorno dall'altare o per andarvi; poi un nugolo di frati conversi che
li aiutavano. Don Gabriele ne sbirciò uno, il cui viso gli gradiva
meglio, lo accostò e gli domandò:
--Fratello... come vi chiamate voi?
--Frate Colella.
--Fra' Colè, vorresti dirmi dove è il padre Piombini?
Questa dimanda provocò una contrazione involontaria sul viso del frate
converso. Don Gabriele la rimarcò, ed il suo cuore si chiuse. Dopo un
istante di esitazione, frate Colella chiese:
--Che cosa vi occorre dal padre Piombini?
--Ho bisogno di parlargli.
--Chi siete voi? lo conoscete voi?
--È il mio confessore, rispose intrepidamente don Gabriele.
--In questo caso, sclamò frate Colella, pregate per lui.
Nel tempo stesso tirò la maniglia di una porta che immetteva in una
cameruzza dietro la sagrestia e mostrò al giocoliere di marionette una
bara coperta da una coltre nera, posta sur un soppalco e rischiarata
da quattro candelabri. Don Gabriele ebbe un brivido glaciale.
--Come? sclamò egli, il padre Piombini...?
--È morto ieri, alle cinque, di un attacco di apoplessia... sierosa,
io credo, ha detto il medico... che si è chiamato all'istante.
Don Gabriele fuggì dalla chiesa a tutte gambe, perseguitato da una
voce interna che gli gridava: Assassino! sei tu che lo hai ucciso!
Le parole del padre Buzelin, a Roma, risuonavano al suo orecchio come
un'accusa. I pupazzi gli facevano oramai orrore: l'incanto d'ieri si
cangiava in rimorso che non si assopirebbe mai più. Ei corse la città
senza sapere ove andasse, e senza neppure rammentarsi più della
lettera. Mille progetti traversarono il suo spirito, dei quali il più
insistente era quello di recarsi dal prefetto di polizia e di
denunciare l'omicidio. Questa idea lo fece pensare alla lettera. Egli
non sapeva leggere. Ma con sagacità considerò ch'ei non poteva dare a
leggere quella missiva al primo venuto e gettare così al vento un
segreto di quella importanza. Gli occorreva un uomo sicuro. Rientrò
allora in casa e pregò l'intendente del marchese di Tregle, uomo
prudente, di leggergli la lettera.
Quell'intendente era un vecchio, antico commesso di notaro di
provincia. Aprì la lettera, si pose gli occhiali, e cominciò a
sbirciare la scrittura. Poi, principiò a leggere:
--Frère a-us-si tot que vo us... Cosa è codesto? È in turco la
lettera. Tu vieni a mistificarmi, mariuolo. Va al diavolo.
--Ma no, don _Gennarì_, tutto al più la lettera può essere in
francese. È un francese che l'ha scritta. Tu non comprendi dunque
questa lingua, tu?
--Puff! per chi mi prendi tu dunque, pagliaccio? La lingua di Voltaire
e dei giacobini! _Vade retro satana!_ Io sono un pio cattolico e non
un empio rivoluzionario come tu.
Don Gennarino gettò la lettera. Don Gabriele la raccolse, costernato.
Le difficoltà aumentavano. A chi dare ad interpretare quel foglio?
Egli uscì ruminando questo pensiero e cercando fra le sue conoscenze
un scienziato discreto, quando un'idea spruzzò come un razzo nel suo
spirito.
--Ci sono proprio! sì, diss'egli. Lady Keith è il _mio uomo_! Il padre
Piombini la confessava. Ella è amica del marchese, del colonnello
Colini, amici del gesuita di Roma. Ella sarà prudente. Ella mi darà
forse un consiglio. Io vado a mandar questa lettera a lord
_Parmestonne_. Ah gli scellerati! gli scellerati!! lo hanno
assassinato.
Don Gabriele saltò in un calessino e si fece condurre al Vomero. Era
l'una dopo mezzodì. In casa lady Keith egli era conosciuto: don
Gabriele vi accompagnava sovente il colonnello ed il marchese. Il
portinaio lo lasciò entrare. Don Gabriele dimandò della cameriera di
Milady.
--Impossibile di veder madama in questo momento, disse la cameriera.
--Ho pertanto bisogno di parlarle ad ogni costo.
--Davvero, vi dico che è impossibile.
--Arrivo da Roma, insistè don Gabriele. Ho notizie del marchese di
Tregle e del colonnello Colini a dare a madama..
--Il momento non è opportuno, rispose la cameriera. Milady ha ricevuto
in questo momento una lettera che l'ha gettata nella costernazione.
Ella è tutta in lagrime. Non vi riceverà per fermo.
--Ditele ad ogni modo che io ho a parlarle di cose gravi, gravissime,
arcigravissime, e che io giungo da Roma.
Cinque minuti dopo, don Gabriele fu introdotto presso la dama inglese.
Infatti, ella era coperta di lagrime ed in uno stato di spasmodica
agitazione. Una lettera stava aperta innanzi a lei: la lettera di
Bambina.
--Che avete a dirmi? venite ad annunziarmi un nuovo disastro?
--Il padre Piombini è morto.
Lady Keith svenne. Don Gabriele chiamò la cameriera. Coricarono la
dama sul canapè e la richiamarono a vita con dei sali. Aprendo gli
occhi ella vide don Gabriele. Con una scossa interna di volontà ella
si rizzò sul divano e gridò:
--E' si è dunque ucciso, anch'egli?
Don Gabriele raccontò allora la storia della lettera, si accusò del
ritardo del ricapito, e narrò ciò che aveva fatto e visto il mattino.
Lady Keith gli strappò il foglio dalle mani e lesse a voce bassa, ed
in francese. I suoi denti battevano, tremava ed ondulava come un
giovane pioppo.
--Io non ho capito nulla, sclamò don Gabriele ingenuamente.
Lady Keith rilesse allora in italiano queste poche linee:
«Fratello, appena avrete ricevuto questo viglietto, all'istante
stesso, all'istesso minuto in cui lo leggerete, fuggite, foste voi
sull'altare al momento della consacrazione. Disparite da questo mondo.
Nel consiglio di ieri sera, la vostra sorte è stata decisa. Fu
lungamente dibattuto se si dovesse mandarvi alle missioni di Asia o di
Africa, là donde non si ritorna giammai. Si pensò che voi avreste
rifiutato di obbedire e che avreste colta questa occasione per
evadervi ed abbandonar l'Ordine. Allora fu discussa la proposizione di
farvi scomparire. Si pensò che in questi tempi di rivoluzione in cui
viviamo, le case della Società potrebbero essere visitate o sorprese,
che potrebbero trovarvi alla luce od alla libertà, e fare di questo
reperto uno scandalo abbominevole. Il pensiero umano fu messo da
banda, e foste condannato a morte,--una morte subita, immediata,
segreta. Fuggite dunque, salvatevi, sopratutto dileguatevi dalla
faccia della terra. Oggi si cifra il dispaccio ai superiori della casa
di Napoli ed oggi stesso o dimani uno dei nostri padri del consiglio
superiore parte per Napoli, in posta. Distruggete questa lettera, che
sarebbe una condanna di morte contro di me se fosse conosciuta, e
svanite nel nulla se la vita vi arride ancora.